C’è bisogno della verità come dell’aria per respirare

Fonte: Accademia nuova Italia

di Francesco Lamendola

La cultura relativista e materialista in cui siamo nati e cresciuti ci ha familiarizzati con l’idea che la verità non solo non è raggiungibile, ma non è nemmeno desiderabile; che la pretesa di averla e di mostrarla equivalga a un tentativo di violenza sugli altri, ciascuno dei quali ha diritto alla sua verità; insomma che l’assenza di una verità condivisa, certa, assoluta, sia la miglior garanzia per il buon funzionamento della società e il rispetto della democrazia, la quale non tollera che arrivi qualcuno a dire: Adesso vi dico io come stanno in realtà le cose, perché tale pretesa sarebbe una forma di totalitarismo, d’integralismo e (tanto per cambiare) di fascismo. Eppure il bisogno di verità è insito nell’animo umano, fa parte della sua natura e caratterizza il suo statuto ontologico, al pari del bisogno della bontà, della giustizia e della bellezza. Senza una di queste cose, la vita umana diventa un vagabondare senza a meta sulle strade ingannevoli del mondo, simile agli andirivieni di un cieco che si muove a tentoni, incerto sulle gambe e ignaro dei pericoli che potrebbero presentarsi lungo la strada. La più importante di tutte, però, è la verità: la quale, ben lungi dall’essere un bene superfluo, un qualcosa di cui l’uomo moderno può fare a meno, come se fosse un inutile residuo del passato, essa è la condizione che rende possibile ogni azione razionale, ogni pensiero, ogni sentimento; senza di essa tutto crollerebbe, nulla avrebbe più un valore o un significato. E ciò è talmente vero che perfino la persona più meschina ed egoista, la più sprofondata nelle tenebre del disordine morale, è costretta ad ammettere che senza la verità, anche la sua stessa esistenza diverrebbe qualcosa di molto simile a un’assurda tragicommedia, se non addirittura un inferno sulla terra. Proviamo infatti a immaginare l’assenza di verità nei gesti quotidiano più semplici, nelle cose di ogni giorno, nelle normalissime relazioni interpersonali sulle quali si regge l’esistenza di qualunque gruppo umano organizzato. Proviamo a immaginare un panettiere che mente sulla composizione del pane, una maestra che non dice la verità quando spiega la lezione ai bambini, o un militare che mente quando giura di servire fedelmente lo Stato, o un religioso che mente quando parla delle cose divine e si accinge a celebrare i sacri misteri. Proviamo a immaginare un commerciante che mente ai clienti sul conto da pagare, gonfiandolo oltre misura, magari profittando del fatto che sono stranieri e non capiscono bene la lingua; un medico che mente al paziente sulla diagnosi, magari per indurlo a sottoporsi a un intervento inutile, ma costoso (sono successi e succedono anche simili orrori); un postino che mente ai superiori quando dice di non aver potuto consegnare la posta, mentre la verità è che non ne aveva voglia e ha finto che gli indirizzi non fossero segnati esattamente. Proviamo a immaginare, come purtroppo succede, una banca che non dice la verità ai risparmiatori, che li illude facendo loro acquistare dei prodotti finanziari malsicuri, e  fa loro perdere grosse somme, dopo averli illusi con la prospettiva di facili guadagni, per compiacere i propri dirigenti disonesti. Proviamo a immaginare un meccanico di automobili che non dice la verità al suo cliente allorché afferma di aver messo nel motore l’olio antigelo, per realizzare un illecito profitto facendo pagare come olio antigelo l’olio normale; o un dentista che mente al paziente dicendo che un certo dente è cariato e si trova in condizioni assai critiche, inducendolo a fare un grosso lavoro ortodontico, di cui in realtà non vi è bisogno, al solo scopo di spremergli denaro. Continua a leggere

Se l’Europa fa il vuoto, prima o poi si convertirà. Ma non al Vangelo

 

di Francesco Lamendola

Se l’Europa fa il vuoto, prima o poi si convertirà. Ma non al Vangelo

Fonte: Accademia nuova Italia

Che cos’hanno in comune tre personaggi così diversi fa loro come l’esoterista e filosofo francese René Guénon (1886-1951), il cantautore folk britannico (ma di origini greo-cipriote e svedesi) Cat Stevens (classe 1948, vivente) e il giornalista e scrittore siciliano Pietrangelo Buttafuoco (classe 1963, vivente)? Parrebbe una domanda strana, bizzarra; di quelle cui forse neanche Massimo Inardi o la signora Longari, ospiti dei programmi televisivi a quiz di Mike Bongiorno, avrebbero saputo rispondere. Eppure, la risposta è semplicissima: hanno in comune il fatto che il primo, dal 1912, è divenuto Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya; il secondo, dal 1977, è divenuto Yusuf Islam o semplicemente Yusuf; e il terzo, dal 2015, è divenuto Giafar al-Siquilli. In altre parole, tutti e tre hanno subito il fascino della religione islamica, fino a convertirsi alla fede del Corano. E tutti e tre erano esponenti di una cultura europea che, ancora pochi anni fa, pareva solida e ben cosciente di se stessa e della propria tradizione: rispettivamente nel campo filosofico ed esoterico, in quello artistico-musicale e in quello giornalistico e letterario. Il primo era nativo di Blois, sulla Loira; il secondo è nato a Londra; il terzo a Catania. Tutti e tre hanno viaggiato parecchio e sono venuti a contatto con ambienti cosmopoliti, anche se in tutti e tre è ravvisabile un forte radicamento nelle rispettive culture di origine. Il raffinato intellettuale Guénon è impensabile, o perlomeno risulta incomprensibile,  fuori della cornice della Francia del primo Novecento, con il decadentismo, il simbolismo, il martinismo, le avanguardie; e se è vero che l’autore de La crisi del mondo moderno (1927) e Il regno della quantità e i segni dei tempi (1945) possono essere letti come il frutto di una ricerca spirituale di sapore universale, che attinge a tutte le tradizioni d’Oriente e d’occidente per giungere a una suprema sintesi ideale, resta innegabile che le si può leggere anche come la risposta che una certa cultura francese, fra simbolismo ed esistenzialismo, dà alla coscienza della propria crisi, interpretata come la crisi di tutta la civiltà occidentale. Continua a leggere

C’è un problema all’o.d.g.: chi comanda in Italia?

di Francesco Lamendola

C’è un problema all’o.d.g.: chi comanda in Italia?

Fonte: Accademia nuova Italia

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, nega ai clandestini della nave Diciotti di sbarcare dal porto di Catania, dopo aver dato il permesso di scendere a terra ai bambini non accompagnati e alle persone con problemi di salute, e la procura di Agrigento apre un fascicolo su di lui; ipotesi di reato: sequestro di persona, abuso d’ufficio, incitamento all’odio razziale.

Ci si chiede, intanto, perché la nave Diciotti abbia preso a bordo quei clandestini, che si trovavano in acque territoriali maltesi; perché abbia replicato lo stesso copione dei primi di luglio, quando ebbe luogo una vicenda pressoché identica. Errare humanum, perseverare diabolicum. Identico anche l’atteggiamento dell’Unione europea: tante belle parole e nessuna disponibilità concreta; anzi, la seconda volta meno della prima. I tre interlocutori che alla fine si sono fatto avanti sono stati l’Irlanda e l’Albania, e quest’ultima non è neanche membro dell’Unione, più la Chiesa cattolica: come se non si sapesse che domani, o dopodomani, gran parte di quei clandestini saranno a spasso per l’Italia, ad ingrossare il già pauroso esercito che scorrazza dalle Alpi alle Sicilia, libero di rubare, spacciare, rapinare, sfruttare il racket della prostituzione, stuprare e ammazzare: seicentocinquantamila anime, cifre ufficiali del ministero.

Quello precedente al governo giallo-verde, sia ben chiaro; perché  se fossero state fornite da questo governo, chi ci avrebbe creduto? E il bello è che sono cifre immensamente inferiori alla realtà. Gli italiani sono tenuti al buio, da anni vengono sistematicamente ingannati; non hanno il diritto di sapere. Si fa loro credere che quanto sta avvenendo è qualcosa di naturale, e, comunque, d’inevitabile; che si può, sì, “governare i flussi” (ma è mai stato fatto?), non però arrestarli, perché così vuole la Storia, e così vogliono anche l’Umanità, la Solidarietà, la Civiltà, il Cristianesimo e la Chiesa cattolica: quella di Bergoglio, però, cioè quella taroccata e apostatica, non quella vera. Già: però il signor Soros è venuto in Italia ed è stato ricevuto a Roma, dal premier Gentiloni, come se fosse un Capo di Stato. Si sono parlati a porte chiuse e non è chiaro cosa si siano detti. Soros, per chi non lo sapesse, oltre a essere il grande sponsor delle o.n.g. che ci scodellano i migranti dalla sponda africana alla nostra, è anche quel signore che, con le sue speculazioni, ha causato al nostro Paese un immenso danno finanziario, negli anni passati. È anche un signore che è ricercato da alcuni Stati europei, come l’Ungheria e la Russia, nei quali il suo ritratto figura sulle segnalazioni dei delinquenti pericolosi e notori, e, se osasse mettere il naso da quelle parti, verrebbe immediatamente arrestato e processato. Soros è uno dei più grandi criminali della finanza mondiale, però questo non viene detto dai nostri mass-media, forse perché, in tema di migrazioni e di globalizzazione, parla lo stesso linguaggio del signor Bergoglio, l’altro grande impostore, colui che sta distruggendo scientemente la Chiesa cattolica, per eseguire lo sporco lavoro che gli è stato affidato dalla massoneria ecclesiastica. Ma per i nostri mass media, padroni incontrastati del discorso perché operanti in regime di monopolio, non solo senza concorrenza, ma anche senza il minimo contraddittorio, Bergoglio è già santo adesso, in vita, e Soros è un grande filantropo, un amico dell’umanità. Continua a leggere