Le Pen insegna: perché il sovranismo non è morto

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di Francesco Giubilei

Il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali in Francia ci consegna un nuovo quadro politico. Partiamo da Emmanuel Macron. Nonostante gli errori compiuti negli ultimi mesi dal suo governo, è riuscito a tenere botta, attestandosi al 27,6 per cento.

Altro dato interessante: al ballottaggio andrà – come previsto dai sondaggi – Marie Le Pen con il 23,4 per cento. Questo risultato ci spiega una serie di cose. La Le Pen era stata data per morta politicamente fino a qualche mese fa. Prima con la discesa in campo di Macron e dopo con quella di Valérie Pécresse. Invece la leader del Rassemblement National ha tenuto, a conferma che il tema del sovranismo – al contrario di quanto ci avevano detto – non è superato o scomparso. Lo abbiamo visto in Ungheria con il risultato di Orbán, lo vediamo con i voti della Le Pen.

Il concetto di sovranità è quanto mai attuale. Lo è in riferimento alla pandemia, che ha testimoniato la necessità nei settori strategici di avere anche una produzione interna. Ma lo è anche sul fronte dell’economia e dell’energia: la sovranità energetica è infatti un argomento estremamente importante. In Italia ancora di più, visto in Francia, grazie alle centrali nucleari, hanno una minore dipendenza dal gas russo rispetto a noi. Tutto questo ci testimonia che la stagione politica del sovranismo è ancora viva. Ma è cambiata rispetto al periodo pre pandemia. Tant’è che la Le Pen ha modificato la propria offerta politica.

Altro dato da tenere in considerazione all’interno delle elezioni francese è il risultato importante di Jean-Luc Mélenchon, che ha chiuso a circa il 21 per cento. Un risultato importante che ha fatto sì crollassero i socialisti con la Hidalgo ferma all 1,7 per cento. Il risultato di Jean-Luc Mélenchon diventa particolarmente importante in fase di ballottaggio: il suo è un elettorato di sinistra, ma è anche post ideologico: vari di questi elettori, se non andranno a votare per Macron, probabilmente si asterranno; mentre una piccola percentuale voterà con ogni probabilità per Le Pen.

Da valutare anche il risultato di Eric Zemmour, che ha raccolto al 7 per cento. Un risultato un po’ sotto le aspettative, soprattutto dopo il lancio la sua campagna elettorale che si pensava potesse raggiungere un risultato più ampio. Ha prevalso forse un sentimento che esiste anche in Italia: quello del cosiddetto voto utile. Probabile che all’ultimo molti elettori abbiano scelto la Le Pen. Probabile abbia influito la guerra in Ucraina, con Zemmour costretto a difendersi dalle accuse di essere un candidato filorusso ed estremista.

Poi c’è il dato di Valerie Pécresse, che non ha raggiunto neanche il 5 per cento. La candidata, pur presentandosi come di centrodestra, si è subito affrettata a dire che appoggerà Macron, creando anche una spaccatura all’interno del partito dei Repubblicani. Molti elettori repubblicani avevano già intuito questa possibilità e quindi in molti non l’hanno votata. Un monito per il mondo del centrodestra italiano: quando vi è una proposta troppo “leggera”, il risultato è fallimentare. Staremo a vedere cosa accadrà al ballottaggio. La sfida è aperta: Macron è in vantaggio, ma non è da escludere un voto antisistema.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/le-pen-insegna-perche-il-sovranismo-non-e-morto/

Difendere la vita, in Francia e in Spagna, ora sarebbe un crimine

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Ormai è noto, l’Assemblea Nazionale francese lo scorso 30 novembre ha tragicamente esteso il limite per abortire, dalla 12ma alla 14ma settimana. Senza più nemmeno lasciare alla donna il tempo per riflettere: cancellato, infatti, il periodo minimo di almeno 48 ore, prima vigente, tra il colloquio con i consulenti psicosociali e l’appuntamento in sala operatoria. Ed ha consentito anche alle ostetriche di eseguire aborti chirurgici, interventi prima riservati ai soli medici. In seconda lettura è stato approvato il testo, bocciato nel gennaio scorso dal Senato. Intendiamoci, non è ancora detta l’ultima parola, poiché, prima che la legge venga definitivamente approvata, deve passare ancora dal voto del Senato e non è detto che ciò avvenga entro l’attuale legislatura.

La responsabilità principale del voto favorevole in Assemblea va all’assenteismo: in aula, dei 577 deputati, ne erano presenti al voto solo 123. E già questo la dice lunga circa la superficialità con cui i parlamentari d’Oltralpe affrontano temi viceversa estremamente importanti, delicati e tali da poter pregiudicare il futuro del Paese. Alla fine il progetto di legge è passato con soli 79 sì ovvero col voto favorevole del 13,2% degli aventi diritto. Una vergogna. 36 i no ed un’astensione.

Sono rimaste così inascoltate le critiche degli esperti, come quella espressa dal dottor Israel Nisand, ex-presidente del Collegio Nazionale dei Ginecologi e degli Ostetrici, in un’intervista rilasciata al quotidiano Le Figaro: più tardi si esegue l’aborto, ha detto, e peggio è, sia perché maggiore è il pericolo per la salute fisica e psicologica delle donne, sia perché alla 14ma settimana il bambino in grembo è già lungo circa 120 millimetri e la testa è già ossificata, per cui l’estrazione comporta il taglio del feto e lo schiacciamento del cranio, il che «è insopportabile per molti professionisti» o, per meglio dire, per molti uomini davvero degni di questo nome.

Provvidenzialmente, unica nota positiva, l’intervento dei «Républicains» ha permesso di mantenere almeno la possibilità per il personale sanitario dell’obiezione di coscienza, possibilità richiesta a gran voce dagli stessi medici ed in particolare dalle associazioni professionali di categoria, come quella dei Ginecologi e degli Ostetrici. Persino il comitato etico nazionale si era espresso a favore nel dicembre 2020.

Contro questo disegno di legge si erano subito mobilitate le organizzazioni pro-life, da En marche pour la vie alla Fondazione «Jérôme Lejeune», inascoltate. Ma non mancheranno di dire la loro in occasione della prossima Marcia per la Vita nazionale, già in agenda a Parigi per il 16 gennaio. Se la loro voce sarà forte, com’è da auspicarsi che sia, la speranza è che chi siede in Senato ne tenga conto al momento del voto definitivo sullo sciagurato disegno di legge.

Ma c’è anche di peggio ed è quanto sta avvenendo in Spagna, dove il governo socialcomunista al potere – in particolare, nel caso specifico, i partiti alleati Psoe e Podemos – concordano nel prevedere pene addirittura detentive, vale a dire il carcere da tre mesi ad un anno per chiunque cerchi, anche individualmente, di convincere una donna a non abortire, come se salvare il bimbo nel suo grembo, anziché l’opposto, fosse un atto intrinsecamente criminale. Secondo quanto riferito dall’autorevole quotidiano spagnolo Abc, la convergenza sarebbe stata trovata attorno ad un emendamento al progetto di legge presentato dal Partito Socialista Operaio, che si propone di criminalizzare quanti – singoli o gruppi organizzati – svolgano attività pro-life nelle vicinanze delle cliniche abortiste. Un progetto a dir poco diabolico.

Vietato dunque allestire bancarelle per informare le donne, vietato anche offrire loro aiuto, qualsiasi forma di aiuto – morale, economico, tanto meno spirituale –, tutte azioni travisate deliberatamente dalla Sinistra spagnola come se si trattasse di vere e proprie molestie, condotte «per mezzo di atti fastidiosi, offensivi, intimidatori o coercitivi, che minano la libertà» delle donne ovvero «promuovendo, incoraggiando o partecipando a raduni nelle vicinanze di luoghi, in cui le gravidanze possono essere interrotte». E questa rappresenta veramente, concretamente, pienamente lo stravolgimento della realtà, la mistificazione della verità, l’obnubilamento della ragione. Rendiamoci conto: cercare di aiutare una donna che soffre e salvare il figlio che porta in grembo viene presentato dalle forze progressiste iberiche come un gesto compiuto da pericolosi criminali, mentre abbandonare una donna, lasciarla sola con i suoi dubbi, i suoi tormenti, i suoi problemi nella sala operatoria, mentre i freddi strumenti del chirurgo devastano la vita innocente di cui è madre sino a spegnerla, tutto questo sarebbe lecito, anzi giusto, anzi un “diritto”! Appare evidente a chiunque non sia schiavo dell’ideologia come si sia di fronte alla notte dell’umano, all’avanzare di tenebre e tenebre di morte.

Non è più possibile transigere, sopportare, mediare, fingere che nulla accada! Combattere la Buona Battaglia per la vita con fede, forza e coraggio oggi significa, dunque, anche questo: arrestare l’incredibile incedere della creatura con la falce. Ed il martello.

 

Trattato del Quirinale: i punti salienti del testo

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di Eugenio Palazzini

Roma, 26 nov – “Italia e Francia insieme per un futuro comune”, per una “cooperazione bilaterale rafforzata” e per “un’Europa più forte”. Slogan conditi da buoni auspici, preambolo festoso per un accordo siglato al Colle. Il Trattato del Quirinale è realtà, firmato oggi dal primo ministro italiano Mario Draghi e dal presidente francese Emmanuel Macron, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Dall’asse franco-tedesco a quella italo-francese

Un patto tra due nazioni dal sapore antico, un tuffo nel primo Novecento quando l’Europa unita era una chimera e il vecchio continente non era stato ancora sconquassato da due enormi conflitti. Un trattato che fuor di allitterazione è stato preceduto da una lunga trattativa, iniziata nel 2018 su spinta del governo francese e dell’allora premier italiano Paolo Gentiloni. Un accordo bilaterale tra due Paesi membri dell’Unione europea e che per questo pone – di nuovo – seri dubbi sulla solidità dell’Ue stessa. Di nuovo perché già nel 2019 Macron ad Aquisgrana ne siglò un altro di trattato bilaterale, con la Germania di Angela Merkel.

In quel caso sulla carta fu un’estensione del precedente accordo – del 1963 – tra Charles de Gaulle e Konrad Adenauer, con la firma simbolica avvenuta lo stesso giorno: il 22 gennaio. Fu de facto molto di più e fece tremare gli alti papaveri di Bruxelles: le locomotive d’Europa si muovevano autonomamente, infischiandosene dell’Unione continentale. Allora si parlava di asse franco-tedescooggi si parla di asse italo-francese e attenzione, invertendo l’ordine dei firmatari il risultato cambia eccome. Il rischio di trasformarci in un protettorato economico di Parigi è stato di fatto ben illustrato su questo giornale da un acuto pezzo di Filippo Burla, a cui rimandiamo in questa sede: Trattato del Quirinale: così diventeremo (per iscritto) una colonia francese.

Buon vecchia pace di Vestfalia

Ora gli storici più attenti potranno evocare facilmente la pace di Vestfalia, correva l’anno 1648 e lo stato moderno veniva consacrato come attore unico della politica. Un paragone senz’altro azzardato se consideriamo oggi la presenza determinante – a tratti dominante – degli agenti globali non governativi, sovranazionali e in quanto tali svincolati da un reale controllo statale. Eppure l’Ue non può che guardare con sospetto alle mosse di due Stati membri che bypassano in un certo qual modo la linea comunitaria, tracciandone un’altra parallela. Ma cosa sappiamo davvero di questo Trattato del Quirinale, cosa prevede e che ruolo potrà giocare l’Italia?

Cosa prevede il Trattato del Quirinale: il testo

Oggi è finalmente spuntato il testo dell’accordo, composto da 11 capitoli su 11 specifici temi: Esteri, Difesa, Europa, Migrazioni, Giustizia, Sviluppo economico, Sostenibilità e transizione ecologica, Spazio, Istruzione formazione e cultura, Gioventù, Cooperazione transfrontaliera e pubblica amministrazione. Undici punti con un programma di circa trenta pagine in cui si prova a delineare il modo in cui Francia e Italia dovranno centrare gli obiettivi elencati. Punto per punto, vediamo le parti che a nostro avviso sono maggiormente rilevanti.

Politica estera e difesa

Articolo 1, comma 3: “Riconoscendo che il Mediterraneo è il loro ambiente comune, le Parti sviluppano sinergie e rafforzano il coordinamento su tutte le questioni che influiscono sulla sicurezza, sullo sviluppo socio-economico, sull’integrazione, sulla pace e sulla tutela dei diritti umani nella regione, ivi incluso il contrasto dello sfruttamento della migrazione irregolare. Esse promuovono un utilizzo giusto e sostenibile delle risorse energetiche. Esse s’impegnano altresì a favorire un approccio comune europeo nelle politiche con il Vicinato Meridionale e Orientale”

Sicurezza e difesa

Articolo 2, comma 1: “Nel quadro degli sforzi comuni volti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, e in coerenza con gli obiettivi delle organizzazioni internazionali cui esse partecipano e con l’Iniziativa Europea d’Intervento, le Parti s’impegnano a promuovere le cooperazioni e gli scambi sia tra le proprie forze armate, sia sui materiali di difesa e sulle attrezzature, e a sviluppare sinergie ambiziose sul piano delle capacità e su quello operativo ovunque i loro interessi strategici s’incontrino. Così facendo, esse contribuiscono a salvaguardare la sicurezza comune europea e rafforzare le capacità dell’Europa della Difesa, operando in tal modo anche per il consolidamento del pilastro europeo della NATO. Sulla base dell’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord e dell’articolo 42, comma 7, del Trattato sull’Unione Europea, esse si forniscono assistenza in caso di aggressione armata. Le Parti contribuiscono alle missioni internazionali di gestione delle crisi coordinando i loro sforzi”.

Affari europei e politiche migratorie

Articolo 3 comma 4: “Le Parti si consultano regolarmente e a ogni livello in vista del raggiungimento di posizioni comuni sulle politiche e sulle questioni d’interesse comune prima dei principali appuntamenti europei”.

Politiche migratorie, giustizia e affari interni

Articolo 4, comma 10: “Le parti programmano incontri, a cadenza regolare, tra le rispettive forze dell’ordine al fine di analizzare e risolvere le questioni di interesse comune, nonché individuare e implementare buone prassi nell’applicazione degli strumenti di cooperazione di polizia. Le Parti s’impegnano altresì a favorire lo scambio di membri delle forze dell’ordine e a sostenere l’attuazione di attività di formazione comune e lo scambio di conoscenze e competenze in ambito securitario, promuovendo e organizzando corsi comuni di formazione o brevi programmi di scambio professionale presso le rispettive amministrazioni”.

Cooperazione economia, industriale e digitale

Articolo 5, comma 3: “Le Parti riconoscono l’importanza della loro cooperazione al fine di rafforzare la sovranità e la transizione digitale europea. Esse s’impegnano ad approfondire la loro cooperazione in settori strategici per il raggiungimento di tale obiettivo, quali le nuove tecnologie, la cyber-sicurezza, il cloud, l’intelligenza artificiale, la condivisione dei dati, la connettività, il 5G-6G, la digitalizzazione dei pagamenti e la quantistica. Esse si impegnano a lavorare per una migliore regolamentazione a livello europeo e per una governance internazionale del settore digitale e del cyber-spazio”.

Articolo 5, comma 5: “E’ istituito un forum di consultazione fra i Ministeri competenti per l’economia, le finanze e lo sviluppo economico. Esso si riunisce con cadenza annuale a livello dei Ministri competenti al fine di assicurare un dialogo permanente nell’ambito di due distinti segmenti: il primo sulle politiche macro-economiche; e il secondo sulle politiche industriali, sull’avvicinamento dei tessuti economici dei due Paesi, sul mercato interno europeo e sulle cooperazioni industriali che coinvolgono imprese dei due Paesi

Sviluppo sociale, sostenibile e inclusivo

Articolo 6, comma 5: “Nel riconoscere il ruolo significativo della mobilità e delle infrastrutture nel perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), del Green Deal europeo e del contrasto dei cambiamenti climatici, le Parti cooperano a livello bilaterale e in ambito Unione Europea per ridurre le emissioni prodotte dai trasporti e per sviluppare modelli di mobilità e d’infrastrutture puliti e sostenibili a sostegno di una transizione ambiziosa, solidale e giusta. A tal fine, un Dialogo strategico sui trasporti a livello di ministri competenti per le infrastrutture e della mobilità sostenibili si tiene alternativamente in Italia e in Francia”.

Spazio

Articolo 7, comma 3: “Attraverso la loro cooperazione, le Parti mirano a rafforzare la strategia spaziale europea e a consolidare la competitività e l’integrazione ’dell’industria spaziale dei due Paesi. Nel settore dell’accesso allo spazio, esse sostengono il principio di una preferenza europea attraverso lo sviluppo, l’evoluzione e l’utilizzo coordinato, equilibrato e sostenibile dei lanciatori istituzionali Ariane e Vega. Le Parti riaffermano il loro sostegno alla base europea di lancio di Kourou, rafforzando la sua competitività e la sua apertura. Nel settore dei sistemi orbitali, esse intendono incoraggiare e sviluppare la cooperazione industriale nel settore dell’esplorazione, dell’osservazione della terra e delle telecomunicazioni, della navigazione e dei relativi segmenti terrestri.

Istruzione e formazione, ricerca e innovazione

Articolo 8, comma 3: “Le Parti si adoperano per una cooperazione sempre più stretta tra i loro rispettivi sistemi di istruzione, con l’obiettivo in particolare di contribuire alla costruzione dello Spazio europeo dell’istruzione. Esse incoraggiano la mobilità giovanile, in particolare per l’istruzione e la formazione professionale, in un’ottica di apprendimento permanente, con l’obiettivo di istituire dei centri di eccellenza professionale italo-francesi ed europei e di favorire il riconoscimento di tali percorsi. Esse sviluppano i percorsi dell’Esame di Stato italiano e del Baccalauréat francese (“Esabac”) e incoraggiano i partenariati sistematici tra gli istituti italiani e francesi che li offrono, nonché la mobilità degli studenti e dei loro docenti. Inoltre, esse s’impegnano a cooperare per un’educazione allo sviluppo sostenibile e alla cittadinanza globale, attraverso programmi di collaborazione dedicati”.

Cultura, giovani e società civile

Articolo 9, comma 1: “Le parti istituiscono un programma di volontariato italo-francese intitolato ‘servizio civile italo-francese’. Esse esaminano la possibilità di collegare questo programma al Corpo europeo di solidarietà”.

Cooperazione transfrontaliera

Articolo 10, comma 5: “Le parti favoriscono la formazione dei parlanti bilingue in italiano e in francese nelle regioni frontaliere, valorizzando in tal modo l’uso delle due lingue nella vita quotidiana”.

Articolo 10, comma 6: “Le parti studiano congiuntamente le evoluzioni dello spazio frontaliero, mettendo in rete i loro organismi di osservazione territoriale“.

Organizzazione

Articolo 11, comma 1: “Le Parti organizzano con cadenza annuale un Vertice intergovernativo. In tale occasione, esse fanno un punto preciso di situazione sull’attuazione del presente Trattato ed esaminano ogni questione prioritaria d’interesse reciproco”.

Disposizioni finali

Occhio infine al comma 3 dell’articolo 12: “Il Trattato ha durata indeterminata, fatta salva la facoltà di ciascuna Parte di denunciarlo con un preavviso di almeno dodici mesi per via diplomatica. In questo caso, il Trattato cessa di essere in vigore al compimento di sei mesi dopo la data di ricezione della denuncia”.

Eugenio Palazzini

Fonte: www.ilprimatonazionale.it 

Gheddafi, la parabola di un dittatore durato 42 anni

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di Ferdinando Bergamaschi

Gheddafi: esattamente dieci anni fa il raìs libico veniva catturato e ucciso dai ribelli del Consiglio nazionale di transizione. In un canale di scolo presso Sirte si chiudeva così la prima fase di un attacco da parte della Nato, della Gran Bretagna e soprattutto della Francia, che è difficile non definire subdolo e ipocrita. Beninteso, il Colonnello fa parte di quella schiera di dittatori che non vanno presi troppo sul serio. Sbruffone, despota, ridicolo nello sfoggiare ovunque la sua divisa ridondante, cultore di un maschilismo che sarebbe stato fuori tempo anche 100 anni fa.

Detto questo, l’impresa che i vertici occidentali sono riusciti a confezionare in Libia, rovesciando il regime del Colonnello se non fa rimpiangere Gheddafi, come minimo ci fa pensare che qualcosa di brutto è stato sostituito con qualcosa di peggio. E che in questi anni tutti noi abbiamo imparato a conoscere: la destabilizzazione totale di uno Stato sovrano in pieno Mediterraneo.

Un po’ di storia 

Con il colpo di Stato militare del settembre 1969, Gheddafi rovescia la monarchia di re Idris I e instaura una dittatura militare con forti tratti populistici. Egli sostanzialmente aderisce al baathismo, la corrente politica del socialismo nazionale arabo. Questo movimento è al contempo nazionalista e panarabo. È un movimento di sinistra, ma anti-marxista in quanto anti-materialista. È stato il leader egiziano Nasser il principale esponente nel mondo arabo di questa corrente, che lui stesso teorizzerà e che prenderà anche il nome di Terza Via Universale (nel novero dei suoi principali fautori vi sono, oltre a Nasser, Saddam in Iraq, Ben Bella in Algeria, Assad in Siria). 

Gheddafi, Reagan e Mandela

Negli anni ’80 si intensificano da parte del regime di Gheddafi le scelte anti americane e anti israeliane in politica estera. Il Colonnello non solo sostiene e finanzia l’Olp di Arafat ma anche l’Ira irlandese. Il suo Governo diventa il nemico numero uno degli Stati Uniti d’America e della Nato, tanto che nell’aprile 1986 il presidente statunitense Reagan decide di bombardare il suo bunker, dal quale comunque Gheddafi esce illeso. Ma tra tanti nemici in occidente il Colonnello può contare su un’amicizia di grande prestigio, quella di Nelson Mandela che sempre gli sarà grato per gli aiuti che gli aveva fornito all’Anc e ai movimenti per la lotta all’apartheid. 

Venendo a tempi più recenti, Gheddafi, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, assume una posizione fermamente nemica del fondamentalismo islamico (ciò d’altra parte è coerente con la dottrina baath, sostanzialmente moderata in campo religioso), mostrando anche aperture verso Washington. Tanto che George W. Bush toglie la Libia dalla lista degli stati canaglia. Più tardi, il Colonnello elogerà Obama, considerando un grande evento storico il fatto che egli fosse diventato presidente degli Stati Uniti, un Paese nel quale fino a pochi decenni prima neri e bianchi non potevano neppure prendere un caffè insieme.

Il trattato di Bengasi

Non si può non ricordare infine il capitolo delle relazioni bilaterali. Nel 2008 l’allora premier Berlusconi decide saggiamente – sulla linea filoaraba e mediterranea che era stata di AndreottiFanfaniMoro e Craxi –  di stipulare degli accordi commerciali e politici con la Libia del Colonnello. Così verrà firmato tra Italia e Libia il Trattato di Bengasi. Questi accordi erano particolarmente vantaggiosi sia in materia di immigrazione, sia, soprattutto, per quel che riguardava la questione energetica, seguendo la via ancora attuale degli accordi bilaterali che aveva indicato più di sessant’anni fa in questo campo Enrico Mattei.

Il Trattato di Bengasi oggi più che mai sarebbe stato utile per l’Italia che si trova a pagare rincari energetici enormi. Ma purtroppo poi lo stesso Berlusconi si accoderà agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e alla Francia in una lotta alla Libia di Gheddafi, che si rivelerà dannosa anche per il nostro Paese. E che da allora vede la Libia ancora divisa dalla guerra civile. 

La Germania del dopo Merkel nel segno della continuità: potenza economica e irrilevanza geopolitica

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

L’eredità del merkelismo
Si è conclusa, senza molti rimpianti per l’Italia, l’era Merkel. In realtà l’eredità di Merkel si identifica con il primato tedesco in Europa e la sua politica è stata improntata alla stabilità politica e alla crescita economica tedesca. Merkel non è stata l’artefice di una nuova dottrina politica né di un modello economico – sociale innovativo: il “merkelismo” può definirsi semmai un pragmatismo che ha comportato l’adeguamento economico e geopolitico della Germania ad un mondo globalizzato in costante trasformazione. Merkel non è stata nemmeno l’artefice di grandi riforme strutturali. Le grandi riforme che hanno determinato la trasformazione del capitalismo inspirato al welfare e alla cogestione in un sistema neoliberista di stampo anglosassone, erano già state realizzate dal suo predecessore socialdemocratico Schroeder, mediante i 4 piani Hertz dal 2003 al 2005. Merkel ha poi dato attuazione a tale processo di riforme di stampo neoliberista, generando una crisi identitaria della socialdemocrazia tedesca forse irreversibile.
Merkel nei 16 anni di cancellierato ha realizzato la fuoriuscita dal nucleare della Germania, ha abolito la leva obbligatoria, ha iniziato il processo di riconversione energetica, ha approvato la legge che consente i matrimoni omosessuali, ha istituito il salario minimo, ha realizzato il pareggio di bilancio, ha accolto un milione di rifugiati siriani e sviluppato enormemente i rapporti economici con la Cina, che è divenuta suo primo partner commerciale.
Certo è che Merkel nel 2005 ereditò una Germania in una profonda crisi, in cui si dibatteva dai tempi della riunificazione, ma che conseguì rapidamente una rilevante crescita che dimezzò la disoccupazione e fece lievitare il Pil pro – capite al livelli pari al doppio di Gran Bretagna, Francia e Giappone. La Germania di Merkel ascese rapidamente al rango di potenza economica mondiale.
Ma tale vorticoso sviluppo fu realizzato attraverso il cambio fisso istauratosi con l’unificazione monetaria, che determinò enormi surplus della bilancia commerciale, a danno dei paesi europei più deboli, costretti a ricorrenti svalutazioni interne ed alle politiche di austerity imposte dalle regole di bilancio istituite dal patto di stabilità, con conseguenti tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni devastanti che hanno comportato la destrutturazione industriale degli stati. La Germania inoltre, con l’adozione dell’euro, ha potuto giovarsi nelle esportazioni verso i paesi extra – UE di un rapporto di cambio assai competitivo, dato che la quotazione dell’euro nei mercati finanziari (risultante dall’andamento complessivo delle economie dei paesi dell’Eurozona), era sottovalutata, cioè assai inferiore rispetto a quella che avrebbe avuto il marco in presenza dell’alto livello di surplus commerciale ottenuto dall’export tedesco. Aggiungasi inoltre, che i surplus commerciali tedeschi intra – UE furono realizzati in aperta violazione delle regole del patto di stabilità europeo. Ma la Germania non fu mai sanzionata dalle autorità europee, data la posizione preminente da essa assunta nelle istituzioni comunitarie.
Il “Merkentilism” europeo: un pangermanesimo finanziario
Il primato tedesco nella UE ha creato una Europa strutturata su un modello inspirato al rigore finanziario, che ha anteposto gli equilibri di bilancio allo sviluppo e agli investimenti. Successivamente alla crisi del 2008 infatti, la ripresa europea si è dimostrata assai più fragile e limitata rispetto agli USA e alla Cina. La stessa crescita della Germania non ha avuto un ruolo trainante per le economie degli altri paesi europei. Al contrario, allo sviluppo della Germania e dei paesi satelliti del nord, ha fatto riscontro la recessione/stagnazione dei paesi del sud dell’Europa.
Il modello mekeliano assunto dalla UE potrebbe essere definito come un “pangermanesimo finanziario”, in quanto il primato della Germania non ha coinvolto nella crescita le economie degli altri paesi, ma semmai ne ha espropriato le risorse economiche ed umane e, mediante il meccanismo del debito, ha profondamente inciso sulla stessa sovranità politica degli stati del sud.
Il ruolo dominante assunto dalla Germania in Europa ha comportato l’imposizione di un rigore finanziario dagli effetti devastanti. Nella vicenda della crisi del debito greco, la rigidità della linea Merkel fu attenuata solo dalla prospettiva della crisi in cui sarebbero incorse le banche tedesche, francesi ed olandesi (che avevano peraltro sciaguratamente erogato finanziamenti senza copertura adeguata), in caso di default della Grecia. Grecia che fu tuttavia sottoposta ad una politica di austerity dagli effetti sul piano economico – sociale tuttora perduranti. Il modello Merkel in Europa ha generato una perenne conflittualità intereuropea ed ha contribuito ad accrescere enormemente sia le diseguaglianze politiche tra gli stati che le diseguaglianze sociali all’interno degli stati membri della UE.
La Germania nella UE ha anteposto l’espansione economica tedesca alle politiche di solidarietà tra gli stati e al rispetto dei diritti umani. Gli interessi governativi (anche elettorali) degli stati dominanti (Germania e satelliti, unitamente alla Francia), hanno prevalso sulla natura sovranazionale della UE. La Germania ha condotto una politica di espansione economica nei paesi dell’ex Patto di Varsavia, messa in atto mediante delocalizzazioni industriali e acquisizioni delle strutture produttive di quei paesi. I paesi dell’est europeo sono divenuti membri della UE, nella prospettiva di accedere alla Nato. Pertanto, oggi tali paesi sono dipendenti dagli USA dal punto di vista sia energetico che strategico – militare. Essi infatti ospitano centinaia di basi militari Nato disseminate lungo i confini orientali in aperta ostilità nei confronti della Russia. La posizione filo – americana assunta dai paesi dell’est Europa pertanto rappresenta un ostacolo permanente nei rapporti tra la Russia e l’Europa. Inoltre si sono evidenziati nel tempo palesi contrasti tra tali paesi e le istituzioni della UE. La condizione di protettorato economico tedesco ha impedito spesso l’irrogazione di sanzioni da parte della UE nei confronti di tali paesi riguardo alle violazioni delle normative europee in tema di diritti umani e dumping industriale. Non a caso la politica di Merkel è stata definita “Merkentilism”.
L’accoglienza di un milione di profughi siriani in Germania nel 2015, si rivelò, oltre che una misura umanitaria, anche una manovra economicamente vantaggiosa, in quanto fu importata manodopera a basso costo da impiegare nell’industria tedesca. Inoltre, la successiva chiusura all’ondata migratoria fu effettuata mediante l’erogazione di rilevanti finanziamenti alla Turchia di Erdogan, perché questi trattenesse sul proprio territorio i migranti. Il patto con Erdogan ha dotato quest’ultimo di una micidiale arma di ricatto politico cui è tuttora esposta l’Europa. Per quanto concerne i flussi migratori dal Mediterraneo cui è invece esposta l’Italia, la UE si è contraddistinta per il suo palese disinteresse.
La Germania, tra potenza economica e irrilevanza geopolitica
Con le elezioni tedesche e il cambiamento della compagine governativa che inevitabilmente si verificherà, è da prevedere che la politica tedesca non subirà mutamenti rilevanti rispetto alla linea Merkel. La Germania infatti nell’era Merkel ha sempre riaffermato la propria fedeltà al patto atlantico, mantenendo lo scudo militare americano. La Germania inoltre è in buoni rapporti con la Russia in virtù della dipendenza energetica. Assai rilevanti sono inoltre le sue relazioni economiche con la Cina, che è divenuta suo primo partner commerciale.
Occorre tuttavia osservare che la subalternità della Germania e dell’Europa agli USA, in virtù del patto atlantico, ha comportato negli ultimi 20 anni il loro coinvolgimento nelle guerre espansionistiche americane in Iraq, Afghanistan e altre ancora, condividendone peraltro anche gli esiti fallimentari. Per non parlare poi dei danni per gli investimenti europei scaturiti dalle sanzioni imposte dagli USA a seguito degli embarghi commerciali nei confronti di Iran e Russia.
Oggi assistiamo ad un mutamento profondo delle prospettive geopolitiche americane e pertanto, la politica tedesca ed europea appare inadeguata dinanzi ai mutati orizzonti della nuova geopolitica mondiale. La Germania e l’Europa hanno delegato la propria difesa alla Nato, ma la politica di disimpegno americano in Europa è ormai evidente. Gli USA hanno comunque manifestato la loro aperta contrarietà a qualunque progetto di difesa comune europea. Infatti, la creazione di un esercito comune europeo non sarebbe compatibile con l’appartenenza dell’Europa alla Nato, la cui politica di contenimento della Russia non è conciliabile con gli interessi economici e geopolitici europei.
La Germania è una potenza economica, ma è del tutto irrilevante dal punto di vista geopolitico. Nelle sedi istituzionali europee si manifesta costantemente l’esigenza di una sovranità geopolitica unitaria dell’Europa, unitamente ad una autonomia tecnologica europea. Ma il popolo tedesco, così come i suoi leader, si è sempre dichiarato refrattario a qualsiasi prospettiva di politica di potenza. Il limbo geopolitico in cui giace la odierna Germania, quale garanzia di benessere e sicurezza, rende la Germania paragonabile ad una sorta di grande Svizzera, ricca, solida, ma irrilevante. Tale ignavia tedesca è peraltro avallata dagli USA. Così si esprime Federico Fubini sul “Corriere della Sera” a tal riguardo: “C’è però una domanda che i politici non sembrano porsi: e se noi non volessimo? Se la società tedesca, quella italiana e dei principali Paesi europei in realtà avesse come modello la Svizzera? La conosciamo, la Svizzera: una democrazia solida, una civiltà secolare, aperta, dinamica. E irrilevante. Gode dei benefici della globalizzazione senza essere realmente coinvolta negli affari del mondo. E se i tedeschi volessero diventare sulla scena internazionale, con tutti noi, ciò che la Svizzera è per l’Europa?”.
E’ però assai improbabile che la “introversione tedesca”, (così definita da Dario Fabbri su “Limes”), possa avere una continuità nel prossimo futuro, dinanzi alle trasformazioni della attuale geopolitica globale, al di là della volontà dei leader e dell’elettorato tedesco. I profondi mutamenti della strategia geopolitica americana impongono scelte a cui né la Germania né l’Europa potranno sottrarsi. Gli USA hanno intrapreso una strategia globale di contenimento nei confronti della Cina e della Russia. Le strategie americane sono concentrate attualmente nel Pacifico. Il recente patto di sicurezza trilaterale concluso tra Australia, Regno Unito e USA (AUKUS), quale alleanza militare atta a contrastare l’influenza della Cina nella regione indo – pacifica, ha escluso la Nato, la cui funzione, pur essendo destinata al contenimento della Russia, è divenuta secondaria.
Inoltre gli USA vogliono imporre a Germania e UE un drastico ridimensionamento dei rapporti commerciali con la Cina e contrastare la dipendenza energetica europea dalla Russia. E’ evidente che la Germania non potrà rinunciare alle migliaia di miliardi di investimenti nei rapporti con la Cina, né potrà fare a meno delle forniture energetiche russe. Non esiste però una strategia tedesca o europea atta contrastare l’egemonia americana.
La Germania versa quindi in una condizione di inferiorità. La politica della non – scelta (ideologicamente camuffata dal pacifismo retorico e dal conformismo ambientalista dilaganti), e la subalternità sia militare che tecnologica europea nei confronti degli USA ha condannato la Germania e l’Europa alla marginalità, alla irrilevanza geopolitica.
Il fallimentare esito della politica di rigore finanziario tedesco imposto all’Europa si manifesta in tutta la sua evidenza nella carenza di investimenti nella innovazione tecnologica e nella ricerca scientifica. La pandemia ha evidenziato le carenze strutturali europee. L’Europa si è rivelata dipendente dalla tecnologia americana e cinese nell’era dell’avvento della rivoluzione digitale e della riconversione ambientale, oltre che del tutto inadeguata nel campo della ricerca, dato che non è stata in grado di implementare autonomamente la produzione di un proprio vaccino anti – covid, con conseguente dipendenza dalle importazione dei vaccini prodotti negli USA.
Torna l’austerity?
Il nuovo governo tedesco (probabilmente una coalizione formata da SPD, Verdi e Liberali), sarà meno estremista riguardo alla politica di austerity? Occorre comunque rilevare che l’opinione pubblica tedesca (esclusa la minoranza della Linke), è in larga maggioranza favorevole alla politica di rigore finanziario della Merkel ed avversa ad ogni meccanismo di mutualizzazione del debito nella UE. Merkel, già contraria alla istituzione degli Eurobond e fanatica sostenitrice del mito del pareggio di bilancio, con un pragmatismo imposto dalla crisi pandemica, ha consentito al varo del NGEU, alla creazione cioè di un debito comune. Tuttavia il NGEU è una misura eccezionale e temporanea, non destinata quindi a divenire strutturale, come invece è avvenuto negli USA. Tale orientamento pregiudicherà nel tempo la crescita e la competitività europea negli confronti degli USA e delle altre potenze economiche del mondo.
Il patto di stabilità, è stato sospeso, così come il Fiscal Compact, ma certamente non saranno abrogati e nemmeno vedrà la luce la loro necessaria riforma. Anzi, la Germania e i suoi satelliti hanno più volte espresso l’esigenza di un rapido ripristino di tali normative di rigore finanziario. Tuttavia, ogni decisione in merito è stata al momento rinviata. Certo è che il ritorno dell’austerity stroncherebbe sul nascere la ripresa europea. I socialdemocratici, già per 16 anni alleati di governo di Merkel, non si sono mai espressi per un cambiamento di indirizzo. Sul possibile ritorno dell’austerity, in una intervista di Franco Bechis su “il sussidiario.net” così si è espresso Giulio Sapelli: “Temo di sì. Nessun partito nel suo programma ha promesso di rinegoziare i trattati, tranne la Linke, che però è contro la Nato e non è spendibile per la causa. Gli altri sono per lo status quo. Un nuovo fallimento della socialdemocrazia tedesca. Il primo fu il sì al referendum sulla riunificazione. Oggi il suo riscatto passa da una lenta e graduale uscita dalla deflazione secolare, ma nessuno ha il coraggio di intestarsela”.
Nella nuova coalizione governativa vi sono i liberali, ed il “falco” Christian Lindner, designato come futuro ministro dell’economia, reclama una riforma che renda ancor più rigida la normativa del patto di stabilità. E’ comunque impensabile che, al di là del colore politico dei governi, la Germania rinunci al suo ruolo dominante nella UE e al rigore finanziario, quale strumento di dominio.
Occorre inoltre rilevare che i fondi del NGEU non sono stati ancora erogati che in minima parte e pertanto, è prevedibile l’accentuarsi della rigidità tedesca riguardo alle garanzie e alle condizionalità dei finanziamenti. Eventuali restrizioni nell’erogazione dei fondi del NGEU e la più volte paventata riduzione delle emissioni di liquidità da parte della BCE determinerebbero, oltre che l’implosione della UE, anche il crollo del sistema industriale dell’Italia, della Spagna e perfino della stessa Francia. La conflittualità intraeuropea si accentuerà, ma l’interdipendenza tra le economie europee è comunque necessaria al sussistere del primato tedesco.
Il limite della potenza tedesca consiste proprio nel suo assoluto unilateralismo, che preclude ogni evoluzione del processo di unificazione europea in senso democratico e solidale. Tale unilateralismo peraltro, potrebbe alla lunga provocare una crisi sistemica della Germania stessa dagli esiti imprevedibili.
La Germania e la crisi della democrazia in Occidente
Le elezioni tedesche, oltre a rappresentare la conclusione dell’era Merkel, hanno determinato la anche la fine di un sistema politico caratterizzato dal sostanziale bipolarismo CDU/CSU – SPD. Analogamente a tutti i paesi dell’Occidente, il quadro politico tedesco emerso dalle ultime elezioni si presenta frammentato. Un governo di coalizione (SPD – Verdi – Liberali), è per la Germania una prospettiva del tutto inedita. Si tratterà quasi certamente di un governo debole, scaturito da mediazioni e compromessi nella sua linea politica.
La Germania, così come tutto l’Occidente, sono da tempo afflitti da una crisi di governabilità e rappresentatività della classe politica.
La Germania dell’era Merkel è stata governata da ampie coalizioni di unità nazionale e nel corso dei 16 anni di cancellierato, sono esplosi vari scandali eclatanti, quali il Dieselgate, Deutsche Bank, Wirecard e Siemens, che rivelarono le occulte coperture governative nei confronti del sistema finanziario e industriale tedesco. La classe politica e l’economia tedesca sono più volte incorse in gravi crisi di credibilità internazionale.
In realtà, tali governi di unità nazionale (e l’attuale governo Draghi in Italia ne è un esempio paradigmatico), rappresentano la fine della dialettica democratica che si articola nel confronto / scontro tra maggioranze ed opposizioni. Ma soprattutto i sistemi liberaldemocratici, sono afflitti da una profonda crisi di rappresentatività, data la devoluzione di larga parte della loro sovranità economica e politica ad organismi tecnocratico – finanziari sovranazionali, che impongono le loro direttive indipendentemente dal consenso popolare e dal confronto politico democratico. Il deficit di democrazia in Occidente è identificabile con l’assenza di partecipazione politica e la governabilità degli stati è sempre più precaria e incerta.
E’constatabile in Germania come in quasi tutta l’Europa l’accentuarsi del regionalismo, quale espressione della prevalenza degli interessi locali su quelli nazionali, dato il divario di sviluppo e di benessere esistente in ogni stato tra le varie regioni. Il regionalismo è un elemento di dissoluzione degli stati. Tale fenomeno, già evidente in paesi come la Spagna e la Gran Bretagna (che già sono in avanzato stato di decomposizione), potrebbe estendersi al punto da determinare lo smembramento di molti stati europei. Il virus secessionista delle piccole patrie regionali, con l’erosione delle unità nazionali degli stati, potrebbe condurre alla dissoluzione di una Europa, che anziché rappresentare un’ideale di unità tra i popoli e tra gli stati, ha generato essa stessa i germi della sua decomposizione.

Allarme dalla Francia sui “baby trans”

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di Redazione www.nicolaporro.it 

“Furto dell’infanzia”. “Mercificazione del corpo”. “Discorsi ideologici fuorvianti sull’autodeterminazione”. Di fronte a tutto questo non potevano più tacere, soprattutto se in gioco ci sono le vite di migliaia di bambini. Ecco perché cinquanta intellettuali francesi, fra cui medici, filosofi, psicanalisti, avvocati, magistrati e insegnanti hanno sottoscritto un appello pubblicato da L’Express e ripreso dal FeministPost in cui esprimono una dura condanna verso quella che considerano “la deriva del bambino transgender”.

Ecco il testo del comunicato: “Non possiamo più tacere su quella che consideriamo una grave deriva in nome dell’emancipazione del “bambino transgender” (che dichiara di non essere nato nel “corpo giusto”). I discorsi radicali legittimano le richieste di cambiamento di sesso sulla base della semplice percezione, presentata come verità. Ma questo al costo di un trattamento medico o addirittura chirurgico per tutta la vita (rimozione di seni o testicoli) sul corpo di bambini o adolescenti. È questo fenomeno e il suo alto profilo mediatico a preoccuparci, e non le scelte degli adulti transgender”. Chiarissimo. Nessun problema se, la decisione di cambiare sesso viene effettuata da una persona pienamente consapevole. Discorso ben diverso, invece, quando a voler cambiare genere è un bambino, che non è in grado di fare una scelta tenendo conto di tutti gli elementi o peggio, che può essere indotto a farlo dalla famiglia stessa, dalle pressioni sociali o da chi può lucrare su questo fenomeno.

I numeri e le cause del fenomeno

“Per capirne la portata numerica sempre più preoccupante basti pensare – spiega Chantal Delsol, fondatrice dell’Istituto Hannah Arendt, membro dell’Accademia delle scienze morali e politiche – che le risposte mediche attraverso trattamenti ormonali o interventi chirurgici mutilanti alle richieste di transizione sono passate nella sola regione dell’Ile-de-France dalle 10 all’anno, nel 2020, alle 10 al mese nel 2021. Dunque, in un’unica porzione di territorio francese, in soli 12 mesi, circa 120 bambini hanno iniziato le procedure per cambiare sesso e la sensazione è che questi numeri siano destinati a crescere. Ma come si arriva in molti casi a questa soluzione estrema? “Li si persuade – continua la Delsol – del fatto che gli è stato “assegnato” un sesso alla nascita, e che possono cambiarlo liberamente. Così facendo questi bambini vengono patologizzati per tutta la loro esistenza: diventano consumatori a vita di prodotti chimici ormonali commercializzati dalle compagnie farmaceutiche, consumatori ricorrenti di sempre più operazioni chirurgiche nel perseguimento del sogno chimerico di un corpo fantastico”. E in tutto questo un ruolo decisivo lo giocherebbero le associazioni Lgbtqi+.

Il ruolo delle associazioni Lgbt
“Per paura di questi gruppi viene imposto un idioma specifico o addirittura una nuova lingua a coloro che circondano questi giovani che spesso si esprimono con un linguaggio stereotipato, come se avessero perso ogni pensiero critico (che è una caratteristica del controllo ideologico). Regna la confusione – prosegue – in gran parte mantenuta allo scopo di manipolare l’umanità nel suo substrato più profondo: la sua evoluzione, la sua temporalità, le sue peregrinazioni e i suoi dubbi. In nome del rifiuto di una presunta assegnazione di sesso, stiamo assistendo imbarazzati e senza capirci nulla, a un’assegnazione di identità. È sintomatico della nostra epoca, colpita da radicalismi politici che prevaricano qualunque dibattito”.
Un problema globale

Il problema, però, non è limitato ovviamente alla sola Francia. In Scozia, ad esempio, il governo ha emesso ad agosto nuove linee guida per l’inclusione Lgbt, in base alle quali i bambini, a partire dai quattro anni d’età, potranno cambiare nome e genere a scuola senza il consenso dei genitori. Due anni fa, inoltre, un’inchiesta del Times rivelò presunti abusi sui bimbi inglesi da parte del Gids (Gender Identity Development Service) il servizio di sviluppo dell’identità di genere della Fondazione Tavistock & Portman. “È in corso un esperimento di massa sui bambini, i più vulnerabili – avrebbero dichiarato i medici che si sono licenziati dall’ente denunciando le pressioni della clinica per avviare al percorso di transizione il più gran numero di bambini possibile dopo sedute di sole tre ore – bimbi che hanno avuto problemi di salute mentale, abusi, traumi familiari. Ma a volte questi fattori vengono semplicemente insabbiati”.

A questa clinica sarebbero arrivati ben 2.519 tra bambini e adolescenti, di cui il più giovane a solamente 3 anni di età. Fra loro c’era anche Keira Bell, una ragazzina che, stando ai suoi racconti, nel giro di tre soli appuntamenti alla Tavistock cominciò ad assumere ormoni, a subire iniezioni di testosterone e operazioni chirurgiche, iniziando il processo di transizione, salvo poi cambiare idea qualche tempo dopo (quando era ormai troppo tardi) e portando quindi la clinica in tribunale. Nonostante nel 2020 l’Alta Corte britannica le avesse dato ragione, la sentenza è stata ribaltata recentemente dalla Corte d’appello e ora la parola passerà alla Corte Suprema a cui la Bell ha presentato ricorso.

Bisogna fermare questa follia

Il tema è ovviamente molto delicato. Certamente esisteranno anche realtà serie che portano avanti queste pratiche seguendo le linee guida internazionali che prevedono interventi medici da effettuarsi per fasi graduali, ognuna della quali deve essere accompagnata da un’attenta e approfondita valutazione dal punto di vista psicologico, famigliare e sociale del paziente e che prima di arrivare all’irreversibilità del processo ci siano diversi step intermedi in cui la persona può decidere di tornare sui suoi passi. Ma il fatto che sempre più medici e intellettuali esperti nel campo decidano di denunciare la non spontaneità del fenomeno e le troppe parti in causa interessate, getta un’ombra piuttosto fosca su queste pratiche e sugli scenari futuri. I bambini sono ciò che di più sacro esista al mondo ed è necessario l’impegno di tutti per difenderli da chi se ne approfitta per ragioni politiche o di business. 

Fonte: https://www.nicolaporro.it/allarme-dalla-francia-sui-baby-trans/

L’ateo Onfray: «Mi batto per la civiltà cristiana contro la nuova barbarie»

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di Leone Grotti

Fonte: Tempi

Ateo, anticlericale, edonista, Michel Onfray ha pubblicato un nuovo libro, L’arte di essere francese, nel quale afferma di riconoscersi nelle «radici cristiane» della Francia, sostenendo la necessità di difenderle. Il suo non è certo un libro apologetico, quanto l’ultimo atto d’orgoglio di un intellettuale sul Titanic «nel momento in cui il capitano ha annunciato che la nave affonderà. Gridare non serve a nulla, l’unica cosa che resta è affondare con eleganza. Ora che la nave comincia a sprofondare, voglio morire vivendo», afferma in un bella intervista a Le Figaro.

La denuncia del postumanesimo
La nave che affonda è, appunto, quella della civiltà giudaico-cristiana, con la sua storia gloriosa e la sua tradizione intellettuale di primo piano (Montaigne, Cartesio, Rabelais , Voltaire, Marivaux, Hugo). I flutti che la stanno affondando sono quelli di una nuova civiltà «postumanista», dalla quale Onfray prende le distanze pur ammettendone l’ineluttabilità. Una nuova civiltà «che nessuna etica o morale potrà fermare», fatta di «intelligenza artificiale che crea chimere uomo-animale, che commercializza la vita (riferimento alla legge di bioetica di prossima approvazione in Francia, ndr), fondata sull’ideologia “woke” e che costituisce una barbarie». Una barbarie, per Onfray, inevitabile e alle porte.
Davanti a questo nuovo paradigma, «ovviamente rimpiango la civiltà giudaico-cristiana e per il momento mi batto per essa». Anche perché nella nuova era postumana non ci sarà più posto per Rabelais, che amava raccontare l’uomo nella sua carnalità, mentre oggi viene esaltato «un corpo senza carne, senza grasso, senza colesterolo, senza trigliceridi, senza zucchero, senza sesso, senza sangue, senza tabacco – ma con l’hashish e la cocaina. Rabelais magnificava il corpo naturato, mentre quest’epoca lavora per l’avvento di un corpo denaturato».

Morta la ragione, restano le opinioni
Non ha futuro neanche Cartesio, con la sua «priorità data alla ragione per costruire una verità, mentre la nostra epoca privilegia le emozioni, i sentimenti per produrre opinioni spacciate come grandi verità», continua il filosofo. Nell’epoca del #MeToo, Marivaux «sarebbe denunciato come maiale e violentatore, esposto alla vendetta popolare». Hugo «passerebbe invece per sovranista, populista, demagogo e nazionalista. Voltaire sarebbe chiuso in una Bastiglia digitale, crocifisso sui social. Le sue opere, piene di antisemitismo, misoginia, fallocrazia, omofobia e islamofobia, sarebbero virtualmente bruciate. Nessuno pubblicherebbe oggi un solo rigo di ciò che ha scritto».
Ed è proprio perché, nel suo impareggiabile quanto insincero pessimismo, ritiene che la civiltà sia ormai destinata ad affondare per fare spazio a una «nuova barbarie» che Onfray scrive il suo L’arte di essere francese. Perché «coloro che vivranno più di me questo crollo dantesco della nostra civiltà dispongano almeno di un utile cordiale». Ma anche offrire un cordiale all’uomo contemporaneo, in fondo, è un atto “controrivoluzionario” di speranza e di resistenza.

La devastazione dei luoghi di culto cristiani in Francia

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

In Francia si perde un luogo di culto cristiano ogni due settimane.
Sebbene i luoghi di culto cattolici continuino ad essere la maggioranza degli edifici di culto, in Francia viene eretta una moschea ogni 15 giorni, mentre un edificio cristiano viene distrutto allo stesso ritmo.
Le ultime statistiche mostrano che più di due monumenti cristiani vengono attaccati ogni giorno, e più della metà degli incidenti finisce con la profanazione.
L’Osservatorio del patrimonio religioso di Parigi, in un comunicato presentato dal presidente dell’istituto, Edouard de Lamaze, ha avvertito della progressiva escalation di violenza che ogni due settimane fa sparire un edificio religioso.

Dopo lo sfortunato incendio nella cattedrale di Notre-Dame, l’ostilità contro la religione è aumentata. La maggior parte degli attacchi sono stati perpetrati su edifici cattolici.
Il comunicato afferma: “Nonostante i monumenti cattolici siano ancora avanti, in Francia viene eretta una moschea ogni 15 giorni, mentre un edificio cristiano viene distrutto allo stesso ritmo. Ciò crea una svolta nel territorio di cui tenere conto. Durante il 2018 nella sola Francia, 129 chiese sono state vittime di attacchi, ma il numero totale di attacchi a luoghi di culto cattolici è stato un totale di 877. Queste cifre sono quintuplicate in soli dieci anni. All’inizio degli anni ’70 lo scrittore e giornalista Michel de Saint Pierre pubblicò un libro dal titolo “Chiese in rovina, Chiesa in pericolo di estinzione”, in cui era già suonato l’allarme. Ma da allora la situazione è decuplicata o addirittura centuplicata.

Cinquemila edifici cattolici rischiano di scomparire nei prossimi anni. La causa di questa scomparsa, però, va oltre la crescente ostilità a cui sono sottoposti. Questi siti religiosi sono anche profondamente trascurati dalle autorità pubbliche. Questi edifici non sono mai stati sottoposti a lavori di restauro o a misure di protezione contro incendi o furti”, conclude il comunicato. Va ricordato che la legge in vigore dal 1905 ha reso i comuni proprietari dei propri edifici religiosi e molti sono caduti in stato di abbandono da parte dello Stato.

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