Stato di emergenza? L’alibi solo italiano per blindare Palazzo Chigi. Buoni a nulla ma capaci di tutto

di Sergio Luciano
Fonte: Il Sussidiario
Il Governo intende prorogare lo stato di emergenza di altri 6 mesi.
Dunque saremo in emergenza fino al 31 dicembre? Diciamolo, mai come stavolta si potrebbe dar ragione al premier Giuseppe Conte se solo avesse – anzi, avesse avuto – l’onestà intellettuale di attribuire l’emergenza non già alla pandemia ma alla giustizia civile e penale che non funziona, alla lotta all’evasione che fa ridere, al codice degli appalti che li blocca, alla scuola che viene tenuta chiusa mentre si riaprono discoteche e spiagge, al ponte Morandi che va assegnato in gestione ad Autostrade altrimenti non riapre, ai fondi di liquidità e alla cassa integrazione che ancora non sono arrivati ai destinatari e insomma a tutti gli argomenti di drammatica attualità sui quali il governo, da quel drammatico week-end dell’8 e 9 marzo ad oggi, in quattro mesi, ha fatto solo chiacchiere.
L’emergenza è il governo, non la pandemia che sta regredendo e che comunque, se anche dovesse risvegliarsi – Dio non voglia – troverebbe comunque difese farmacologiche e cliniche assai migliori di quelle di quattro mesi fa. L’emergenza sono alcuni ministri politicamente analfabeti e tecnicamente sprovveduti. L’emergenza è un Parlamento esautorato.
Il tutto – va detto – contro Salvini e grazie a Salvini. Perché è da quando l’ex capitano ha tentato undici mesi fa di far saltare il banco e ottenere le elezioni anticipate fidandosi dell’imbelle Zingaretti e finendo contro un muro, che il governo Conte 2 ingrassa sventolando lo spauracchio della vittoria della Lega. Il movimentismo salviniano – “così non si può andare avanti, si torni al voto” – è stato il miglior alibi per il governo più pazzo del mondo e di sempre, ossia per questo esecutivo attaccato con lo sputo che ci guida.
Adesso, l’ultima trovata è prorogare lo stato d’emergenza fino al 31 dicembre, a 20 giorni dalla scadenza di quello vigente (31 luglio) e senza argomentazioni. In attesa del voto delle Camere che il 14 luglio ascolteranno e si esprimeranno sulle comunicazioni del ministro Roberto Speranza sul nuovo Dpcm, destinato a prorogare le norme anti–contagio in scadenza il 14 luglio. Una prima risposta viene dal vibrato e – va detto – incisivo appello/protesta di Elisabetta Casellati, presidente del Senato, contro il “decretismo” che sta contraddistinguendo quest’esecutivo: “Mi auguro che sia l’inizio di una democrazia compiuta”, ha detto riferendosi appunto al voto assembleare sulle prossime comunicazioni di Speranza – perché alla Camera e al Senato siamo ormai gli invisibili della Costituzione”. Ma ci vuol altro.
Questa democrazia simulata, quest’ennesimo governo guidato da un premier mai eletto dal popolo, stava trascinandosi su un piano di precarietà quotidianamente più grave quando la pandemia è intervenuta inducendo comprensibilmente tutti gli italiani a pendere dalle labbra di Palazzo Chigi. Mai tanta visibilità e notorietà è stata data a un premier per lo meno da quando Silvio Berlusconi ha perso quel ruolo.
Quando l’emergenza del Covid-19 ha costretto il governo a prendere le decisioni – quelle sì di emergenza – che conosciamo, dalle mascherina al distanziamento e al resto, la tenuta dell’esecutivo è parsa a tutti rafforzarsi, perché la figura del premier Conte è diventata improvvisamente popolarissima, con quel suo tono pacato e quasi scivolato di ratificare l’ovvio.
Poi però sono sopravvenuti i decreti dettati da quest’emergenza e una parte di quella fiducia è sfumata, per l’enorme gap che gli italiani hanno in qualche caso drammaticamente misurato con la propria pelle, per esempio non ottenendo gli aiuti per la liquidità o la cassa integrazione per i dipendenti. E poi, ancora, la remissione sostanziale della pandemia nel nostro Paese, che ha di riflesso incastrato Conte e il ministro Speranza nel ruolo – peraltro giusto, secondo chi scrive – di uccelli del malaugurio circa i rischi ancora presenti in circolazione e le pessime prospettive di una seconda ondata autunnale.
I prossimi pochi giorni saranno di fuoco. Perché non aspettare il 20 luglio prima di dichiarare la proroga dell’emergenza? Perché prorogarla addirittura di sei mesi anziché fermarsi a tre?
Epperò, se Nicola Zingaretti dichiara: “Il Pd è pronto a sostenere qualsiasi scelta del Governo utile a contenere la pandemia”, sempre dal Pd, con Stefano Ceccanti, i dem ribadiscono “la necessità della presenza del presidente del Consiglio in Parlamento prima dell’eventuale proroga dello stato di emergenza”. Magari, già martedì, da Speranza, “è lecito attendersi alcuni primi chiarimenti”. Anche Italia Viva sollecita un coinvolgimento delle Camere. I Cinquestelle sembrano meno “appassionati” alla vicenda. La proroga è una “questione prettamente tecnica” ha commentato in prima battuta il capo politico Vito Crimi. Il centrodestra ribadisce la contrarietà: i Dpcm danno troppi poteri al governo e confinano il Parlamento in un angolo. “E lo stato di emergenza blocca l’Italia”, rincara la capogruppo dei senatori di Forza Italia, Anna Maria Bernini, mentre Antonio Tajani chiede al governo di confrontarsi con Camera e Senato.
Insomma, come sempre: buoni a nulla e indecisi a tutto, ma anche capaci di tutto.

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Il Times inserisce Giorgia Meloni tra le 20 persone che possono cambiare il mondo

GIORGIA MELONI

Il nome del leader di Fdi compare infatti nell’articolo “Stelle nascenti: Venti volti da guardare nel 2020”. Si tratta di una lista stilata dal giornale londinese atta ad evidenziare coloro che in un modo o nell’altro sono in rampa di lancio per imprimere una svolta all’anno appena iniziato.

“Alcuni pianificano da anni un debutto sulla scena mondiale, altri sono stati coinvolti nell’attualità. In ogni caso, entro la fine dell’anno potrebbero essere tutti nomi familiari”, scrive il Times per spiegare la scelta di questi 20 personaggi. Giorgia Meloni sarebbe destinata ad ottenere un successo particolare nel 2020 perché, sempre secondo il giornale britannico, ha dimostrato di essere in ascesa nei sondaggi avendo portato il suo partito dal 4,4% ottenuto alle elezioni politiche del 2018, all’attuale 10%.

Astri nascenti

Il Times sottolinea che la Meloni è da considerarsi un vero e proprio astro nascentenonostante la sua lunga esperienza politica e sta iniziando a far breccia anche grazie al tormentone “Io sono Giorgia”, remix del discorso pronunciato dal leader di Fratelli d’Italia durante la manifestazione in Piazza San Giovanni a Roma lo scorso 18 ottobre. Tra i 20 personaggi emergenti, oltre alla Meloni, secondo il Times vi sono pure Gideoon Saar, politico israeliano che ha sfidato Netanyauh; Shinjirō Koizumi, il più giovane membro di gabinetto giapponese; la giovanissima principessa Leonor di Spagna e il generale iraniano Qasem Soleimani.

Alessandro Della Guglia

Da https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/times-giorgia-meloni-20-persone-potrebbero-cambiare-mondo-141269/

Sondaggi, il centrodestra vola: è a un passo dal 50%

…e la Lega diventa ufficialmente il partito sovranista italiano, fondato sulle radici cristiane. Come pochi auspicavano già negli anni Novanta.

Continua la crescita di Forza Italia di Silvio Berlusconi; il Movimento 5 Stelle si avvicina progressivamente al Partito democratico

La manovra 2020 ha influenzato e non poco le intenzioni di voto degli italiani. L’iter parlamentare e l’attenuarsi dei toni politici hanno determinato una ripresa di consenso per il governo, precedentemente penalizzato invece dai provvedimenti nel loro complesso.

Stando al sondaggio fornito da Ipsos per il Corriere della Sera, le valutazioni positive nei confronti dei giallorossi si attestano al 38%, praticamente in linea con i giudizi di fine settembre; una considerazione negativa viene attribuita dal 48% (in calo di 4 punti); nel complesso l’indice di gradimento passa dal 42 al 44. La figura di riferimento più apprezzata all’interno dell’esecutivo è rappresentata da Giuseppe Conte: è stimato dal 41%; disprezzato invece dal 46%. L’indice (47) è il medesimo dello scorso mese.

I numeri

Per quanto riguarda le fazioni politiche, la Lega continua a occupare il primo posto al 31,5%, in calo dello 0,4%. Seguono Partito democratico (18,2%, +0,1) e Movimento 5 Stelle (17,7%, +1,1) che riduce il gap con i dem. Al quarto posto Fratelli d’Italia, che perde lo 0,3 e va al 10,3%. In crescita Forza Italia (7,4%, +1,2). Chiudono Italia Viva (stabile al 5,3%), Europa Verde (1,8%, -0,5), Azione (1,5%, -0,8) e +Europa (stabile all’1,2%). A dominare è ancora la percentuale di astenuti/indecisi, che raggiunge quota 42,3.

Bisogna porre una particolare attenzione verso i flussi di voto tra i vari partiti a distanza di oltre 6 mesi dalle elezioni Europee e dopo 4 mesi dalla nascita del governo targato M5S-Pd: risulta evidente la capacità di mantenere fedele il proprio elettorato e di attrarne nuovi. Il livello di fedeltà più elevato appartiene al Carroccio di Matteo Salvini (82,7%), che cede il 6,5% a Fd’I ma riduce la capacità di attrarre nuovi votanti, come testimonia il fatto che l’84,5% degli elettori attuali è lo stesso dello scorso 26 maggio. Nonostante un elevato calo in seguito all’esito delle elezioni Europee, il Movimento 5 Stelle può godere di un alto livello di fiducia (73,9%) ma perde una grande quantità di elettori: circa il 10% va verso il centrodestra, 5,5% a favore della Lega e il 2,5% indirizzato a Fratelli d’Italia. Ha attratto invece il 29% dell’elettorato attuale dall’astensione: probabilmente si tratta di votanti precedentemente delusi dall’esperienza governativa con la Lega e che ora sono tornati.

Il partito di Giorgia Meloni continua a crescere grazie anche alla capacità di attrarre un nuovo elettorato: il 20,4% dei votanti proviene dalla Lega, il 6,2% da Forza Italia, il 2,5% dal M5S e il 24% dall’astensione. La fiducia si attesta al al 70,7%.

L’elettorato di Silvio Berlusconi è fedele per il 70,6%; si registrano flussi in uscita verso Fratelli d’Italia (7,8%), Lega (5,8%) e Italia Viva (4,2%). Forza Italia fatica ad attrarre nuovi, eccezion fatta per il ritorno di una parte di leghisti (6,2%).

Da http://www.ilgiornale.it/news/politica/sondaggi-centrodestra-vola-passo-50-1802350.html

Vauro manda Gesù a Bibbiano: l’ignobile vignetta sul presepe

Forti polemiche dopo l’ultima fatica del vignettista toscano. La Meloni attacca: “La satira è sempre legittima. Ma ridicolizzare uno scandalo che ha rovinato la vita di tanti genitori e bambini per il semplice gusto di attaccarmi è ripugnante”

Vauro Senesi torna a scatenare una mare di polemiche con la sua ultima fatica, l’ennesima vignetta dissacrante con la quale riesce ad ironizzare anche sulla vicenda di Bibbiano, in un connubio con le celebrazioni per il Natale che lascia un retrogusto decisamente amaro.

Il nuovo lavoro del vignettista toscano compare su “Left”, e prende spunto dal Presepe, altro tema caldo del periodo natalizio, viste tutte le battaglie tra i sostenitori del tradizionale simbolo di matrice cristiana e chi invece si oppone ad esso, in nome di una troppo decantata plurità culturale.

Polemica ripresa, tra l’altro, proprio a partire dal titolo della stessa raffigurazione (“In difesa del #presepe”), come a voler ulteriormente alimentare la diatriba in corso sminuendo allo stesso tempo l’importanza del valore che in tanti attribuiscono alla rappresentazione della Natività.

Nell’immagine diffusa da Vauro sul suo profilo Twitter sono raffigurati un San Giuseppe con le fattezze del leader della Lega Matteo Salvini, come sempre uno dei principali obiettivi della sua matita, ed una Madonna coi tratti somatici del presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

In mezzo ai due quello che dovrebbe essere il bambin Gesù il quale, terrorizzato dopo essersi reso conto dell’identità dei genitori, si lascia andare ad una esternazione decisamente infelice e poco delicata: “Mi sa che quest’anno chiedo asilo politico a Bibbiano. Il riferimento è abbastanza esplicito e non lascia spazio ad interpretazioni di alcun tipo.

Il fatto di aver calpestato con tanta leggerezza la tragedia vissuta da numerose famiglie vittime del sistema Bibbiano non ha lasciato insensibili gli utenti del social network.

Una delle prime a sfogarsi è proprio Giorgia Meloni, che commenta con grande amarezza: “La satira è sempre legittima e sacrosanta. Ma tentare di ridicolizzare uno scandalo che ha rovinato la vita di tanti genitori e bambini, per il semplice gusto di attaccarmi, è veramente qualcosa di ripugnante. Che pena”.

Non si è fatta attendere neppure la replica del popolo di Twitter, fortemente indignato per la mancanza di sensibilità mostrata da Vauro. “Aspettiamo (come sempre) che il suo cuore pieno di eroico coraggio si lanci anche in una vignetta contro Maometto…ma credo che resteremo delusi, visto che tutti quanti conosciamo fin troppo bene la sua cara e vecchia codardia, tipica dei vecchi comunisti falliti”, attacca un utente.

“Sei un poveretto. Primo perché se non credi non devi nemmeno nominarlo il Presepe e secondo perché su una storia come quella di Bibbiano starei molto attento a fare
dell’ironia. La satira è altro, un dono che tu hai perso da tempo”
, replica un altro.

“In un colpo solo hai denigrato i cristiani, Gesù, la famiglia, i bambini e genitori vittime del sistema affidi illeciti di Bibbiano. Sei l’esempio perfetto della sinistra, prima fai la morale per i ladri uccisi durante una rapina, poi ti fai beffe dei bambini. Orrore vomitevole”, si legge in un altro commento.

Da http://www.ilgiornale.it/news/cronache/vauro-e-sua-vignetta-natalizia-ges-preferisce-bibbiano-1800873.html

Attenti all’odio, anche a quello antifascista

Chi odia non ha argomenti ed è per questo che l’odio è una brutta bestia difficile da estirpare. Il dominio dei social, poi, ha dato vita al fenomeno degli haters, ovvero odiatori che approfittano della visibilità offerta dal web per amplificare gli effetti delle proprie azioni.

Per contrastarli, al di là di leggi e provvedimenti repressivi, sarebbe importante tornare a sentirsi membri di una stessa comunità, di un popolo, al cui interno le differenze (culturali, di sensibilità, ideologiche) sono sacrosante e anzi rappresentano un valore aggiunto e non certo occasioni per alimentare ulteriore odio o realizzare campagne di denigrazione collettiva contro chi la pensa in modo differente.

Questo vale per tutti, perchè – piaccia o no – l’odio non ha colore politico, non è di destra, di sinistra o di centro, ma una modalità che nasce e si sviluppa quando si rifiuta il confronto con l’altro, mettendo avanti l’assunto che “le mie idee sono giuste punto e basta”. Partendo da questo presupposto, ecco che tutti coloro che la pensano in modo diverso possono potenzialmente diventare dei “nemici” da abbattere e debellare dalla società.

Affermare che vi è in Italia un pericolo fascismo, al di là del merito della questione (che, diciamola tutta, non sta né in cielo né in terra), può però rappresentare, oltre che uno specchietto per le allodole per allontanare l’attenzione dalle vere emergenze, una miccia che, se alimentata, rischia di produrre conseguenze gravi. Negli anni settanta, l’estrema sinistra di allora uscì dal cappello magico il cosiddetto “antifascismo militante“, coniando il lugubre slogan “uccidere un fascista non è reato“. Ecco, avvenne che in molti casi non ci si limitò a strillare queste frasi deliranti in piazza, ma ci fu chi – approfittando di quel clima di odio e del sostanziale consenso culturale di molti intellettuali e giornalisti – passò all’azione, ritenendo di doverlo fare quasi come dovere etico, “per continuare e portare a termine la lotta partigiana“.

Pochissimi sanno che la prima azione delittuosa delle Brigate Rosse fu commessa proprio contro persone inermi, additate come fascisti e quindi da eliminare: avvenne a Padova il 17 giugno del 1974, quando un commando di cinque terroristi rossi, pistole in pugno, fece irruzione nella sede del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, facendo fuoco contro chi in quel momento si trovava nei locali del partito e assassinando due persone innocenti (o meglio, colpevoli di essere considerate ‘fasciste’), Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, vittime dimenticate del terrorismo. Da quel duplice omicidio ne seguirono altri, sempre ai danni di altri giovani di destra. Ovviamente si sparò anche dall’altro lato della barricata contro i “rossi”, innescando la triste stagione degli “opposti estremismi“, con ragazzi che in preda all’odio reciproco persero la vita scagliandosi l’uno contro l’altro o uccidendo esponenti delle forze dell’ordine vittime per aver fatto il proprio dovere, mentre i poteri consolidati non venivano scalfiti e poterono superare indenni quella stagione.

In quell’epoca, prima di sparare e di uccidere, ci fu chi seminò il terreno, facilitando l’affermazione di quell’humus culturale e di quel brodo, nel quale ammazzare il nemico divenne pratica abituale. L’auspicio è che la recente storia italiana insegni qualcosa, ma purtroppo le nuove generazioni non hanno memoria, mentre chi dovrebbe più saggiamente isolare gli odiatori di professione e fermare la novella “strategia della tensione“, non fa nulla e anzi spesso plaude a frasi intrise d’odio.

Preoccupano le continue “mobilitazioni antifasciste” e certe parole d’ordine che suonano un po’ da slogan in stile “anni di piombo”, specialmente perchè c’è chi tende a definire fascista chiunque non esalti il pensiero progressista-dem: non soltanto Salvini, Meloni e tutti coloro che li seguono, ma in genere diventa ‘fascista’ chiunque venga solo additato di non pensarla come i campioni di democrazia a senso unico. Il presupposto è sempre lo stesso: da un lato tutto il bene e dall’altro il male assoluto, gettando in quest’ultimo pentolone chiunque risulti scomodo o non allineato al verbo dominante. Al punto che qualcuno ha ben pensato di definire fascista anche il filosofo marxista Diego Fusaro, per il solo fatto di pensarla in modo autonomo e difforme su tanti temi coccolati dai radical chic di casa nostra.

Dispiacciono e sono da condannare senza tentennamenti gli insulti sul web rivolti alla senatrice Liliana Segre, ma dispiace pure la pericolosa cortina di silenzio calata su buste con proiettili recapitate all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini o sulle scritte, ormai sempre più frequenti, con minacce di morte che campeggiano sui muri di tutta Italia. Nessuna mobilitazione all’orizzonte per condannare anche questo odio e questi episodi.

Occorre fermare il clima di odio che incomincia a respirarsi in Italia, alimentato – spesso in modo inconsapevole – da chi rifiuta a priori di ascoltare le ragioni dell’altro, di confrontarsi, di aprirsi a chi la pensa in modo diverso da sé. Occorre fermarsi, prima che possano innescarsi effetti drammatici come quelli di qualche decennio fa, troppo frettolosamente archiviati e rimossi dalla memoria.

‘Non sparare a salve, spara a Salvini’, scritta shock a Lecce

Da https://www.ilsicilia.it/attenti-allodio-anche-a-quello-antifascista/

Carola in passerella da Fazio: “Dovrebbe stare in galera”

La capitana sbarca in Rai e scoppia la polemica. La Meloni: “Una vergogna, ha speronato la GdF”

Rai e Carola Rakete. Un binomio che non poteva che infiammare la polemica. Questa sera a Che tempo che fa farà il suo exploit, in prima serata e sulla seconda rete nazionale, la discussa capitana della Sea Watch, resasi famosa alle cronache per aver speronato una motovedetta della Guardia di Finanza. Continua a leggere

Lega verso il 35%, FdI sfiora il 10%: è l’effetto Umbria. Pd e M5s in caduta libera

 

Gli alleati di governo insieme valgono meno del Carroccio

L’effetto Umbria erode gli alleati di governo. “La Lega si conferma il primo partito con il 34,3%, in crescita di 3,5%, seguito dal M5s con il 17,9%, in calo di 2,9%, e dal Pd che arretra di 2,3%, attestandosi al 17,2%. A seguire Fratelli d’Italia (9,8%) che da fine agosto nei sondaggi ha sorpassato Forza Italia, oggi al 6,2% alla pari di Italia viva che fa segnare un aumento dell’1,4%. Da segnalare infine la crescita di Europa Verde che passa dall’1,2% al 2,2% e la flessione delle forze di Sinistra dal 2,8% all’1,7%”. Sono i dati del sondaggio Ipsos che, per il Corriere della Sera, ha analizzato gli orientamenti di voto all’indomani del voto in Umbria. Continua a leggere

NON POSSONO ESSERE LA UE O ALTRI GOVERNI STRANIERI A DECIDERE QUALI MINISTRI DEBBA AVERE L’ITALIA

Scritto e segnalato da Antonio Socci, “Lo Straniero”

Il film che va in onda in questi giorni ha dell’incredibile. La Germania lamenta le intollerabili interferenze degli elettori italiani (tramite Lega e M5S) nella formazione del nuovo governo di Roma a cui – a quanto pare – provvedono da Berlino, come si fa con una colonia.

Infatti da Berlino fanno sapere che non tollerano ministri a loro sgraditi. E’ tutto alla luce del sole, basta leggere i giornali.

E’ scandalizzata la Frankfurter Allgemeine Zeitung” per l’insubordinazione degli italiani verso i tedeschi: “L’Italia vuole un nemico della Germania al governo”.

Dove per “nemico della Germania” s’intende semplicemente un economista che vuole difendere l’interesse nazionale italiano ed è critico con la prepotenza tedesca. Dobbiamo stare, da sudditi, sotto lo stivale teutonico e baciarlo pure?

La “Sueddeustche Zeitung” esalta esplicitamente Mattarella che – a loro dire – starebbe subendo l’assedio degli elettori italiani: “mai prima d’ora un presidente della Repubblica è stato messo così sotto pressione come in questi giorni dai due partiti” i quali “si ostinano sul nome dell’eurocritico radicale Paolo Savona”.

A sentire loro non è la UE, specie i tedeschi, a esercitare una intollerabile pressione su un Capo di Stato italiano, ma a premere indebitamente sarebbero i partiti più votati dagli italiani che semplicemente fanno il governo in base alla Costituzione. Come se Mattarella fosse al Quirinale per rappresentare la UE (cioè la Germania).

Ma è possibile che Mattarella invece di riconoscere la volontà degli elettori italiani si faccia portavoce dei diktat che arrivano da Berlino?

Si spera che non sia così. Ma si capisce bene quello che sta accadendo quando si legge il quirinalista della “Stampa” Ugo Magri – molto mattarelliano – il quale scrive: “è certo che Mattarella abbia sollevato il caso del nuovo libro di Savona che dà fondo a tuti i sentimenti anti-germanici del suo autore, e accusa i tedeschi di mire egemoniche paragonabili a quelle hitleriane”.

E c’è da riflettere quando Matteo Salvini dice: “E’ pazzia, è pura follia far saltare tutto perché Paolo Savona non piace alla Merkel, perché ha osato criticare la Germania in un suo libro”.

Col pieno e significativo sostegno di Giorgia Meloni, in questa battaglia per l’indipendenza nazionale, Salvini ha giustamente tuonato: “Giornali e politici tedeschi insultano: italiani mendicanti, fannulloni, evasori fiscali, scrocconi e ingrati. E noi dovremmo scegliere un ministro dell’Economia che vada bene a loro? No, grazie! Prima gli italiani”.

Salvini ragiona col buon senso e con la dignità che dovrebbe avere ogni leader politico, come se fossimo in un Paese dove il popolo italiano è ancora sovrano, secondo l’articolo 1 della Costituzione.

Ma evidentemente in questi anni in Italia si è silenziosamente dimenticato il pilastro della Costituzione – definendolo sprezzantemente sovranismo – e si è lasciato che gli stranieri spadroneggiassero.

Così ora la Germania si sente in diritto darci ordini. E la tecnocrazia della UE, nei giorni scorsi, si è sentita in diritto di lanciare all’Italia i suoi avvertimenti preventivi.

Senza che le più alte cariche dello Stato si siano sentite in dovere di difendere la dignità e l’indipendenza dell’Italia che fra l’altro è una delle maggiori potenze industriali del mondo.

Per nessun paese europeo si è vista una tale interferenza straniera (per non dire delle insolenze che la stampa tedesca rovescia su di noi).

Anzi, Mattarella, invece di insorgere per queste intollerabili ingerenze di UE e Germania, sembra farsi loro portavoce e – rovesciando la frittata – accusa di imporre “diktat” non le potenze straniere e l’UE, ma la Lega che semplicemente – in base al voto ricevuto dagli italiani – ha indicato Paolo Savona per il ministero del Tesoro.

Sembra la situazione descritta dal Manzoni nei “Promessi sposi”. Dopo il prepotente diktat di don Rodrigo – che tramite due bravi aveva ordinato: “questo matrimonio non s’ha da fare” – don Abbondio cominciò a inventare scuse, rifiutandosi di sposare Renzo e Lucia per obbedire all’arrogante signorotto.

I due giovani escogitarono così un modo per aggirare l’incomprensibile veto del pretino pauroso, ma don Abbondio scatenò il finimondo accusando di prepotenza Renzo e Lucia.

Il Manzoni commenta:

“In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui,
che vi s’era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l’apparenza d’un oppressore; eppure, alla fin de’ fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo…”.

E’ ormai chiaro che qui c’è in gioco molto più di un semplice ministero e molto più di una riforma della UE come quella prospettata da Savona (tutti gli esperti, consapevoli della situazione, sanno che occorre cambiare), ma c’è in gioco la nostra stessa sovranità nazionale.

Mattarella rischia di assumersi la gravissima responsabilità non solo di affondare un governo, ma anche di trascinare la presidenza della repubblica nella contesa politica e quindi in una gravissima crisi istituzionale.

Una volta che il Quirinale entra nella contesa politica qualcuno potrebbe perfino sostenere che si sta sottomettendo lo Stato italiano al diktat di potenze straniere.

Come presidente Mattarella ha giurato con queste parole: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione”. Lui sa bene che ciò significa fedele alla Repubblica italiana e non a quella tedesca. Sa bene di dover essere custode della Costituzione italiana non dei voleri della Merkel.

Come ha detto un economista francese (peraltro europeista) la Germania, dopo aver distrutto l’economia in Europa, sta rischiando di distruggere anche la democrazia. Loro “consentono” di cambiare i governi, ma mai le politiche. E questo – lamenta quell’economista – segnerà la fine dell’euro.

Antonio Socci

Da “Libero”, 27 maggio 2018

Nella foto: Silvestro Lega, Bersaglieri con prigionieri austriaci nelle guerre d’indipendenza (1861)

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Twitter: @AntonioSocci1

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