Cosa significa educare

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di Gianfranco Amato

Non sono pochi i commentatori che si accingono a descrivere la condizione dei giovani d’oggi, enfatizzando l’aspetto legato alla loro evanescenza esistenziale. Vengono a volte descritti come «labili, volatili, inquieti, lievi, effimeri, colorati, esili», e qualcuno ha persino coniato il termine di «generazione farfalla». A volte la descrizione viene fatta con articoli ben scritti ed intelligenti, ma che ti lasciano l’amaro in bocca. Avverti una sensazione di incompletezza, come se mancasse la soluzione del problema: ottima diagnosi ma senza terapia.

Io non credo nell’evoluzione darwiniana della coscienza e non penso affatto che i giovani di oggi siano diversi dai coetanei di cento, mille, diecimila anni fa. No, al di là dell’apparenza, sono convinto che nel profondo del cuore dei giovani d’oggi alberghi sempre lo stesso desiderio d’infinito, la stessa domanda di senso sulla vita, e lo stesso anelito di felicità.

Oggi i giovani fanno fatica nel mondo a trovare un’autentica e appagante risposta a quella esigenza di verità, di giustizia, di amore, di felicità, di compimento che sentono dentro di sé, nonostante i numerosi tentativi di censurarla. E allora, come si fa a dare questa risposta? Qual è la soluzione perché i giovani non si sentano definitivamente sedotti dalla fascinatio nugacitatis (Sap. 4, 12), ossia da quel groviglio di valori effimeri e inadeguati alle aspirazioni profonde ed essenziali dell’uomo?

Il punto sta in una cosa che si chiama educazione. Si può declinare questa delicatissima funzione secondo tre verbi latini: educĕre/tradĕre/introducĕre. Se, infatti, la stessa derivazione etimologica del termine offre l’idea di “tirar fuori” ed estrarre le potenzialità di un giovane (educĕre), questa idea non può prescindere da altri due aspetti fondamentali.

Il primo è legato alla tradizione (tradĕre), ovvero al compito di “consegnare”, “trasmettere” il patrimonio culturale ricevuto dagli avi. Proprio il legame con la tradizione costituisce uno dei fattori originali delle dinamiche dell’evento educativo. La tradizione rappresenta il cuore dell’identità di un individuo, al punto che il suo disconoscimento non solo lo priva di un’origine, ma, scollegandolo dalle generazioni che lo hanno preceduto, lo immerge in un micidiale cocktail fatto di individualismo relativista, di cinico scetticismo e di squallido edonismo. È, invece, proprio il legame con la Tradizione che può consentire oggi ad un giovane di acquisire un giudizio critico capace di osservare la realtà senza il paraocchi del pregiudizio ideologico e di guardare al di là delle false apparenze. Solo così si può essere davvero liberi. Occorre, infatti, educare i giovani a far comprendere che la libertà non è poter fare tutto ciò che scaturisce dalla pura istintività, non è l’anarchia del piacere egoistico, non è l’esercizio arbitrario del possesso sulle cose e sulle persone, non è la pretesa di veder soddisfatti i propri capricci, non è il diritto di imporre agli altri un vacuo narcisismo egocentrico. Questa forma di “libertà”, in realtà, rende i giovani schiavi dei propri istinti o dell’ideologia dominante. La vera libertà è la capacità dell’uomo di valutare e giudicare ciò che compie alla luce di quello che in qualche modo riconosce come ideale. Per questo occorrono dei veri maestri.

Il secondo altro aspetto concerne la funzione ultima della stessa educazione, ossia quella di introdurre (introducĕre) alla realtà nella totalità dei suoi fattori, proprio perché è insita nel cuore dell’uomo la domanda di senso totale, che non potrà mai trovare risposta in una ragione dimostrativa o scientifica. Educare davvero significa insegnare che la realtà non si può ridurre solo a ciò che è misurabile, dimostrabile, a razionalità scientifica, come avviene nella prospettiva positivista e materialista. Educare significa essere toccati, anzi feriti, dal desiderio della bellezza. Senza accontentarsi di una bellezza qualunque, di una bellezza banale, ma cercando la Bellezza stessa, la Bellezza infinita. Un autentico compito educativo, inoltre, non può prescindere dalla considerazione dell’uomo nella sua consistenza integrale, ovvero quella di spiritus e corpus, due entità che non possono essere scisse. Come spiegava il vecchio catechismo di Pio X, il corpo è fatto dai genitori, ma «l’anima è infusa direttamente da Dio». Per questo appare devastante la visione unicamente materialista dell’essere umano che prevale oggi nella concezione pedagogica posta alla base del sistema d’istruzione scolastica.

Molto della disastrosa situazione dei giovani dipende proprio dalla visione dell’uomo offerta dalla maggior parte degli insegnanti nelle scuole pubbliche, ossia quella dell’uomo come esito contingente, effimero, di antecedenti puramente biologici, materiali e meccanici. La vera educazione, invece, è quella capace di coinvolgere soprattutto le grandi domande fondamentali che valgono per l’uomo di ogni tempo: il senso dell’esistenza, il dolore, la morte, il destino. E bisogna avere il coraggio di spiegare che solo l’ideale cristiano è capace di rappresentare l’unica, insostituibile e più efficace risposta alla sete inappagata di felicità che da sempre vive nel cuore umano. Questo significa davvero educare. Se i giovani oggi avessero la fortuna di ricevere una simile educazione la loro dimora esistenziale potrebbe essere quella dell’orizzonte e non di una buia tana. Ricordo a questo proposito le parole del regista polacco Andrej Tarkovskij: «Da tempo l’uomo occidentale ha bruciato le bisacce e il bastone del viandante con la sua commovente attitudine alla domanda, dell’uomo mendicante della verità e della giustizia. La dimora dell’uomo non è più l’orizzonte, ma un nascondiglio dove non incontra nessuno e dove perciò comincia a dubitare della sua stessa esistenza». Bisogna educare i giovani d’oggi ad uscire dal nascondiglio, prima che questo diventi la loro prigione e la loro tomba.