Il “Grande Timoniere” bombarda Hong Kong e anche il Vaticano è sotto tiro

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QUINTA COLONNA

di Redazione

Questo articolo è particolarmente interessante perché rivela retroscena molto interessanti. Il lettore tenga presente, comunque, che almeno dalla morte di Pio XII (1958) il Vaticano è occupato dalla Contro-Chiesa modernista che è stata legittimata dal Conciliabolo Vaticano II. La Chiesa Cattolica sta, invece, ovunque chierici e laici rimangano fedeli a quanto sempre insegnato e da tutti creduto, ovunque e sempre, per parafrasare S. Vincenzo di Lerins. Il piccolo gregge rimasto fedele non alberga in Vaticano, ma è disperso nel mondo. L’articolo qui sotto risente di questa premessa essenziale, di cui, però, il lettore deve tener conto:

Fonte: L’Espresso del 2/02/2022

di Sandro Magister

In ottobre scadrà l’accordo provvisorio e segreto tra la Santa Sede e la Cina sulle nomine dei vescovi, stipulato il 22 settembre 2018 e rinnovato per altri due anni nel 2020. È presto per dire se sarà riconfermato in forma più stabile. Di certo, ciò che non è provvisorio è lo strapotere di Xi Jinping, che da dicembre è stato anche insignito del titolo altamente simbolico di “Grande Timoniere”, come soltanto Mao Zedong prima di lui.

Questo comporta che la linea politica dettata da Xi è incondizionata e a lungo termine, con strettissimi se non inesistenti margini di negoziazione per una controparte già di per sé debole come il Vaticano. Di fatto, nella scelta dei nuovi vescovi, il predominio della Cina è schiacciante e l’eccezione rappresentata dalla diocesi di Hong Kong, che è esente dall’accordo del 2018, è anch’essa in serio pericolo. Lo scorso anno il suo attuale vescovo è stato nominato senza che, nella sua scelta, Roma dovesse sottostare alle autorità cinesi. Ma un mese prima che il nuovo vescovo fosse consacrato, Pechino ha compiuto un passo che ha fatto presagire un vicino pieno dominio della Cina non solo sulla metropoli di Hong Kong, come già avviene, ma anche sulla vivace Chiesa cattolica presente nell’ex colonia britannica.

Il nuovo vescovo di Hong Kong, Stephen Chow Sau-yan, 62 anni, gesuita, è stato consacrato lo scorso 4 dicembre. Ebbene, il 31 ottobre ha avuto luogo nella città un incontro senza precedenti, inizialmente rimasto segreto ma poi reso noto dall’agenzia Reuters in una corrispondenza del 30 dicembre.

L’incontro era promosso dall’Ufficio che rappresenta a Hong Kong il governo centrale di Pechino, con la supervisione, dal continente, dell’Amministrazione statale degli affari religiosi.

Vi hanno preso parte per la Cina tre vescovi e 15 religiosi della Chiesa ufficiale riconosciuta dal governo di Pechino, e per Hong Kong due vescovi e 13 religiosi.

A guidare la delegazione di Hong Kong era Peter Choy Wai-man, il docile prelato che le autorità cinesi avrebbero visto volentieri alla testa della diocesi. Chow, il nuovo vescovo designato, ha preso parte all’incontro solo per poco, all’inizio, mentre ad aprire e a chiudere l’evento è stato il cardinale John Tong Hon, vescovo emerito e amministratore temporaneo della diocesi. Scontata l’assenza del novantenne cardinale Joseph Zen Ze-kiun, emblema dell’opposizione al governo cinese e critico severo dell’accordo tra il Vaticano e Pechino.

I delegati provenienti dal continente hanno insistito perché venisse applicata pienamente anche a Hong Kong la cosiddetta politica di “sinicizzazione” delle religioni, con una subordinazione più marcata della Chiesa cattolica ai caratteri propri della Cina, quelli dettati dal Partito comunista e dallo Stato.

La “sinicizzazione” delle religioni è un caposaldo della politica di Xi, la cui agenda applicativa era ben nota ai partecipanti all’incontro. Nell’arco dell’intera giornata nessuno ha fatto il nome del presidente della Cina, ma “Xi era l’elefante nella stanza”, ha detto alla Reuters un membro della delegazione di Hong Kong. “Per qualcuno di noi la ‘sinicizzazione’ è sinonimo di ‘Xinicizzazione’”.

L’incontro di Hong Kong non è stato affatto un’iniziativa isolata. Ai primi di dicembre Xi ha tenuto un discorso a Pechino nell’ambito di una “Conferenza nazionale sul lavoro riguardante gli affari religiosi”, in cui ha ribadito che tutte le religioni in Cina devono sottostare al Partito comunista, al quale spetta “la direzione essenziale dell’attività religiosa”, ai fini di una piena “sinicizzazione”.

Ma soprattutto va tenuto conto del fondamentale documento approvato l’11 novembre dal Comitato centrale del Partito comunista cinese, col titolo di “Risoluzione sui grandi compimenti e sulla storica esperienza del partito nel secolo trascorso”.

Una risoluzione di questo tipo è la terza in tutta la storia della Cina comunista. La prima fu con Mao Zedong nel 1945, la seconda con Deng Xiaoping nel 1981 e questa terza, ad opera di Xi Jinping, si rapporta alle altre come una sorta di sintesi hegeliana, con l’ambizione di incorporare il meglio di quanto fatto da Mao, la tesi, e corretto da Deng, l’antitesi.

Nella sua quinta sezione, la risoluzione rifiuta il sistema democratico occidentale, fatto di costituzionalismo, di alternanza al governo e di separazioni tra i poteri, un sistema che se adottato “porterebbe la Cina alla rovina”.

Ma in particolare respinge “la libertà religiosa di modello occidentale”. In Cina “le religioni devono essere cinesi nell’orientamento” e costantemente sottomesse alla “guida del Partito comunista perché si adattino alla società socialista”.

In Vaticano ben conoscono questa politica e tentano di addomesticarla come “complementare” alla visione cattolica della “inculturazione”. Nel maggio del 2019, in un’intervista al quotidiano “Global Times”, espressione in lingua inglese del Partito comunista cinese, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha detto che “inculturazione” e “sinicizzazione” insieme “possono aprire cammini di dialogo”, tenendo presente “la reiterata volontà” delle autorità cinesi “di non minare la natura e la dottrina di ciascuna religione”.

Ma la più argomentata apologia della “sinicizzazione”, da parte Vaticana, resta tuttora l’articolo pubblicato nel marzo del 2020 sulla rivista “La Civiltà Cattolica” – come sempre con l’approvazione previa della segreteria di Stato e di papa Francesco – dal sinologo gesuita Benoit Vermander.

L’autore paragona coloro che oggi criticano la “sinicizzazione” – e fa i nomi del cardinale Zen e dell’allora direttore di “Asia News” Bernardo Cervellera – agli eretici montanisti e donatisti dei primi secoli, intransigenti nel condannare i cristiani che si erano piegati alle imposizioni dell’impero romano.

Vermander difende in pieno sia l’accordo tra la Santa Sede e la Cina del settembre 2018, sia il concomitante messaggio di papa Francesco ai cattolici cinesi e la successiva istruzione vaticana su come registrarsi nella Chiesa ufficiale.

Ma soprattutto mette in evidenza quella che ritiene la faccia buona della “sinicizzazione”: il fatto che “l’articolo 36 della Costituzione cinese continua a garantire formalmente la libertà religiosa”; il trattamento più benevolo adottato dalla autorità cinesi con i cattolici rispetto ai seguaci di altre religioni; la capacità di adattamento delle generazioni più giovani; la pazienza indotta nei cattolici cinesi dall’amore per il loro paese, “senza cercare il martirio a ogni costo”.

A testimonianza di ciò, Vermander esalta la vitalità di una parrocchia di Shanghai di sua conoscenza, in cui tutto sembra andare per il meglio, nonostante “i sacerdoti debbano partecipare regolarmente a ‘corsi di formazione’ organizzati dall’Ufficio per gli affari religiosi”.

Curiosamente, però, il gesuita non fa parola del fatto che il vescovo di Shanghai, Thaddeus Ma Daqin, è agli arresti domiciliari dal giorno della sua ordinazione nel 2012, semplicemente per essersi dissociato dall’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, il principale strumento con cui il regime controlla la Chiesa. Non gli è valso a ottenere clemenza nemmeno l’atto di pubblica sottomissione a cui si è piegato nel 2015, tra gli applausi – anch’essi inutili – de “La Civiltà Cattolica”, che definì quel suo gesto un modello esemplare di “riconciliazione tra la Chiesa in Cina e il governo cinese”.

Per non dire del totale, prolungato silenzio di papa Francesco su questa e sulle tante altre ferite inferte dal regime di Xi ai cattolici della Cina e di Hong Kong, questi ultimi già pesantemente perseguitati e ormai vicinissimi a finire anch’essi del tutto sotto il dominio del nuovo “Grande Timoniere”.

HONG KONG RINVIA LE ELEZIONI e cancella certi candidati. La scuola “Cinese” di Giuseppi Conte

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Il leader di Hong Kong, Carrie Lam, che non è democraticamente eletta, ma è nominata dal Partito Comunista Cinese, ha scatenato proteste annunciando ieri che le elezioni dell’assemblea legislativa, che dovevano tenersi il 6 settembre prossimo, sono rinviate ad almeno al 5 settembre 2021. Tutto questo il giorno dopo che 12 leader dell’opposizione sono stati esclusi dalla partecipazione alla contesa elettorale, per motivi ovviamente di carattere politico.

“La situazione epidemica di Hong Kong è entrata nella fase più grave da gennaio, poiché si prevede che  l’epidemia continuerà a diffondersi”, ha detto Lam, mentre la città ha riportato un decimo giorno consecutivo di oltre 100 nuove infezioni. “Il voto, che coinvolge raduni di massa e contatti sociali, potrebbe comportare un rischio molto grave per la salute pubblica”.

Naturalmente, dato che l’assemblea legislativa è scaduta, vi è un vuoto di potere, per cui il potere esecutivo della LAM si consulter tutte le volte in profondità con il Comitato per gli affari di Hong Kong del Parlamento Nazionale, quello di Pechino, fino all’elezione del nuovo parlamento. Quindi tutta la vicenda si conclude con l’appoggio reciproco ed il sostegno di tutte le parti: Il Comitato del Popolo del Partito Comunista fa i complimenti alla Lam e le assicura il  proprio appoggio, e questa afferma che quindi continuerà a governare in modo legittimo. Tutti vissero felici e contenti, tranne, ovviamente, gli abitanti di Hong Kong.

Giuseppi ha imparato bene dalla Cina: si procura la prosecuzione o l’intensificazione dell’allarme Covid, poi si chiede alla Commissione degli esperti, quella le cui deliberazioni sono tenute sotto segreto, di pronunciarsi, quindi , per il pericolo di un’epidemia di Covid-19, si fa quello che si vuole, praticamente esautorando il parlamento. Tutti vissero felici e contenti, tranne, ovviamente gli italiani. Però Conte ha l’appoggio degli Esperti, sempre più simili al “Gran Consiglio dei dieci assenti” di fantozziana memoria, ha l’appoggio della Merkel e quindi di Mattarella. Alla fine se la Lam se ne può fregare degli abitanti di Hong Kong, lui può fare esattamente lo stesso con gli italiani.

Fonte: www.scenarieconomici.it  Continua a leggere

L’élite globale anglosassone e la Terza Guerra mondiale?

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Riceviamo e pubblichiamo questa analisi di una nostra amica ed assidua lettrice, che segue una teoria e trae conclusioni che non possiamo considerare definitive, ma degne di nota. E’ un’ opinione politicamente scorretta, con una sua logica, di cui tener conto. (Nota del Circolo Christus Rex) 

di Francesca Catanese

Carrol Quigley, professore alla Georgetown University, pubblicò nel 1966 un volume di 1348 pagine: Tragedy and Hope. Quigley non è accusabile di complottismo perché ha formato la classe dirigente angloamericana, a iniziare da Clinton. Il professore rivelava l’esistenza di una élite anglofila che puntava al dominio globale e che in parte lo aveva già conquistato. Ma prevedeva anche che, dopo il 2000, nuove forze, come la Cina, una Russia liberatasi dal Comunismo – che, dimostrava Quigley era per lo più uno strumento dell’élite globale britannica – avrebbero contrastato l’egemonia anglofila mondiale. Continua a leggere

Mai dimenticare chi sono i comunisti

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L’EDITORIALE DEL VENERDÌ
di Matteo Orlando

Mai dimenticare chi sono i comunisti. Non solo quelli del passato, ma anche quelli del 2019.
Tutti abbiamo sotto gli occhi quanto sta accadendo ad Hong Kong dove la Cina Comunista se ne infischia dell’autonomia locale e, come è facilmente prevedibile, grazie anche all’assordante silenzio nord americano ed europeo, le repressioni del regime comunista si estenderanno sempre più, nonostante le coraggiose manifestazioni che vedono come capofila i cristiani locali.
L’ultimo caso di censura riguarda… il basket NBA.
China Central Television ha deciso di sospendere le trasmissioni delle partite di basket del torneo più spettacolare del mondo dopo che su Twitter il general manager degli Houston Rockets, Daryl Morey, ha sostenuto le proteste anti-governative in corso a Hong Kong, testo condiviso dal presidente dell’Nba, Adam Silver, poi ritrattato.
“Riteniamo che qualsiasi discorso metta in discussione la sovranità nazionale e la stabilità sociale non rientri nell’ambito della libertà di parola”, hanno scritto dalla Cctv, mascherando la censura comunista sotto le mentite spoglie del “sovranismo”.
Ben più grave della sospensione dell’Nba in Cina è quanto sta accadendo in un altro sistema comunista, e totalitario, che sta lentamente uccidendo il suo stesso popolo: il Venezuela di Nicolas Maduro.
Nel paese sudamericano sempre più persone, molte delle quali d’origine italiana,
soffrono di mancanza di cibo, di medicine e della repressione attuata dalle milizie militari e paramilitari del regime di Maduro.
Secondo il vescovo di La diode, mons. Jaime Villarroel, “oggi il Venezuela è un campo di concentramento”, il governo “ha distrutto l’intero apparato produttivo, l’agricoltura, ha sequestrato milioni di ettari di terra che sono stati abbandonati”.
Un dato è particolarmente significativo. Prima dell’instaurazione del regime comunista (circa 20 anni fa) il Venezuela produceva l’80 percento di ciò che consumava. Oggi il Venezuela non produce nemmeno il 20 percento di ciò che consuma.
Come se non bastasse, in Venezuela le gang criminali prosperano all’ombra del regime, grazie al traffico intensivo di droghe e armi, alla tratta di esseri umani ed anche alla vendita di organi.
Già tre milioni di venezuelani sono scappati via dal paese e molti dei rimasti sopravvivono in condizioni veramente precarie, con diverse ragazze costrette alla prostituzione e diversi ragazzi obbligati a dei lavori forzati veri e propri.
Il tasso di malnutrizione nei bambini tra 0 e 5 anni è superiore al 20 percento e nel paese molti mangiano ogni giorno solo frutta, la stessa tipologia di frutta giorno dopo giorno. I più abbienti hanno la possibilità di aggiungere riso o pasta.
Alla carenza di cibo si unisce quella di materiale medico.
Gli ospedali sono praticamente sforniti di tutto.
I medici, quando possibile, si portano da casa ciò di cui hanno bisogno per operare.
L’anno scorso sono morti più di 18 mila bambini appena nati. Più del 25 percento delle madri muore durante il parto, perché non c’è assistenza medica.
Il governo rifiuta l’ingresso di aiuti umanitari in Venezuela e, su un altro fronte, detiene illegalmente centinaia di prigionieri politici, violando impunemente i loro diritti umani.
Mesi fa è stata chiesta la possibilità dello svolgimento di elezioni democratiche, supervisionate da osservatori internazionali. Inutile dire cosa ha risposto il governo… Maduro sta facendo di tutto per guadagnare tempo e continuare a rimanere al potere. E tutto questo con l’inquietante, se non complice, silenzio di molti governi del resto del mondo, compreso l’impopolare esecutivo delle “quattro sinistre” al potere in Italia senza l’esplicito consenso popolare.