Senza l’umiltà, non si va da nessuna parte …parola di sant’Alfonso!

L’umiltà salva l’uomo. Essa non è la virtù più grande (è la carità la virtù più grande), ma è senz’altro quella più importante, perché, senza di essa, non sono possibili le altre virtù. Come una collana: le singole perle valgono, il filo no; ma se non c’è il filo, le perle non possono rimare unite formando la collana. L’umiltà è il filo che tiene unite le perle.
A proposito dell’importanza dell’umiltà, leggiamo cosa scrive sant’Alfonso Maria dei Liguori nel suo “Vita della salute”.
Chi non è umile, non può piacere a Dio, il quale non sopporta i superbi. Egli ha promesso di esaudir chi lo prega, ma se lo prega un superbo, il Signore non l’esaudisce; agli umili invece diffonde le sue grazie: “Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam” (Iac. 4. 6). L’umiltà si distingue in umiltà d’”affetto” ed umiltà di “volontà”. L’umiltà d’affetto consiste nel considerare noi stessi per quelli miseri che siamo, che niente sappiamo e niente possiamo, se non far male. Quanto abbiamo e facciamo di bene, tutto viene da Dio. Veniamo alla pratica. In quanto all’umiltà d’affetto dunque, per primo non mettiamo mai confidenza alle nostre forze ed ai nostri propositi; ma diffidiamo e temiamo sempre di noi. “Cum metu, et tremore vestram salutem operamini” (Phil. 12). Diceva S. Filippo Neri: “Chi non teme, è caduto”. Per secondo non ci gloriamo mai delle cose nostre, come dei nostri talenti, delle nostre azioni, della nostra nascita, dei nostri parenti e simili. Perciò è bene che non parliamo mai dell’opere nostre, se non per dire i nostri difetti. Ed il meglio è non parlar mai di noi, né di bene, né di male: perché anche nel dirne male, sorge spesso in noi la vanagloria d’esser lodati, o almeno d’esser tenuti per umili, sicché l’umiltà si riduce a superbia.

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