Estate calda: dai timori per l’inflazione a quelli per la crescita

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Segnalazione Wall Street Italia

di Nadège Dufossé (Candriam)

L’aumento dei prezzi continua a sorprendere al rialzo, ma la dinamica è cambiata e dovrebbe rallentare nei prossimi mesi. L’inflazione fuori controllo sembra ormai un fattore secondario per i mercati, come dimostra il livello dell’IPC di giugno attestatosi al 9,1% negli Stati Uniti. La credibilità delle banche centrali nella lotta all’inflazione e le preoccupazioni per la crescita aumentano la pressione al ribasso sui rendimenti obbligazionari.

Inoltre, i dati macroeconomici statunitensi hanno sorpreso negativamente, un fattore in genere associato a un calo dei rendimenti obbligazionari Usa.

Manteniamo un approccio globale ampiamente bilanciato prima di posizionarci per la prossima fase del ciclo, a prescindere da che si tratti di un soft o hard landing. Manteniamo una posizione neutrale sull’azionario e da questa primavera, abbiamo gradualmente aumentato la duration dell’esposizione obbligazionaria. Inoltre, prevediamo che, in un contesto di volatilità, gli investimenti alternativi continueranno a sovraperformare gli asset tradizionali.

Secondo le previsioni, i prezzi del gas in Europa dovrebbero restare più alti ancora a lungo, poiché i mercati prevedono ora una crisi più prolungata rispetto a quella verificatasi subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Dato lo sfavorevole rapporto rischio/rendimento, abbiamo leggermente ridotto l’esposizione alle azioni dell’Eurozona. Le prospettive per l’azionario continuano a deteriorarsi, poiché i ricavi, i margini e, in definitiva, gli utili potrebbero essere rivisti al ribasso a causa dell’inflazione elevata e del rallentamento economico.

In quali settori investire in tempi di inflazione?

Il settore sanitario dovrebbe garantire una certa stabilità nell’attuale scenario volatile perché non ha subito alcun impatto negativo a causa della guerra, ha un carattere difensivo, dipende in misura limitata dal contesto economico, ed è caratterizzato da innovazione e valutazioni interessanti. Il contesto attuale favorisce le società con potere di determinazione dei prezzi nel settore dei beni di prima necessità.

All’interno dell’universo tecnologico, i segmenti di software e servizi presentano un rischio sugli utili inferiore, ma dipendono maggiormente dall’evoluzione dei tassi di interesse a lungo termine. Riteniamo che l’aumento dei rendimenti (reali) stia rallentando, dopo il forte impatto esercitato sulle valutazioni dei titoli Tech durante il primo semestre. Inoltre, non c’è una ragione particolare per cui il comparto hardware dovrebbe performare peggio del comparto dei semiconduttori o dei software. La tendenza dovrebbe essere favorevole a tutti i settori.

Attualmente abbiamo una leggera preferenza per i segmenti meno ciclici e meno dipendenti dalla fiducia dei consumatori. I semiconduttori rivelano un rischio sugli utili più elevato, ma data la significativa correzione subita dall’inizio dell’anno, unita alle reazioni positive agli annunci sugli utili di Samsung e Micron, riteniamo che molte notizie negative siano già state scontate.

Come investire nell’obbligazionario

Poiché prevediamo un rallentamento della crescita, aspettative di inflazione ai massimi e banche centrali pronte alla stretta, continuiamo a pensare che una duration più lunga nell’obbligazionario sembri sempre più interessante.

Abbiamo incrementato la duration tramite le obbligazioni sovrane Usa, per avere così una duration complessiva neutrale, poiché la stretta monetaria della Fed è ora ampiamente scontata nella parte breve della curva dei rendimenti. Preferiamo il credito investment grade europeo rispetto a quello statunitense.

Sul fonte monetario, negli ultimi mesi, il dollaro Usa si è progressivamente rafforzato, una tendenza principalmente ascrivibile ai movimenti di risk-off, alla guerra russo-ucraina e ai lockdown in Cina. Tuttavia, Osservando i precedenti storici, più saremo vicini a una recessione, più il dollaro Usa potrebbe indebolirsi rispetto allo yen, all’euro e al franco svizzero.

Inflazione italiana al 7,9%. Ma il carrello della spesa vola al +9,1%

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Segnalazione di Wall Street italia

di Mariangela Tessa

Il rallentamento dei prezzi dei beni energetici non sortisce quasi nessun effetto sullinflazione di luglio. Secondo le stime preliminari dell‘Istat, questo mese l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,4% su base mensile e del 7,9% su base annua (da +8% del mese precedente). L’inflazione acquisita per il 2022 è pari a +6,7% per l’indice generale e a +3,3% per la componente di fondo.

Più caldi i prezzi nella zona euro, dove inflazione annua schizza all’8,9% a luglio, in aumento rispetto all’8,6% di giugno. E’ quanto emerge dalla stima flash dell’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea. Si tratta del nuovo livello record. Il consensus indicava un’accelerazione meno marcata all’8,7%. Dopo il rallentamento di giugno, anche l’inflazione di fondo, che esclude energia e cibo, ha raggiunto un record del 4%.

Le determinanti dell’inflazione

Ma torniamo all’Italia. L’inflazione su base tendenziale rimane elevata pur riducendosi di un decimo di punto percentuale. Ciò si deve ad andamenti contrastanti. Da una parte, infatti, rallentano i prezzi dei beni energetici (la cui crescita passa da +48,7% di giugno a +42,9%) a causa, in particolare, degli energetici regolamentati (da +64,3% a +47,8%) e solo in misura minore degli energetici non regolamentati (da +39,9% a +39,8%) e decelerano i prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +5,0% a +4,6%); dall’altra parte, accelerano i prezzi dei beni alimentari lavorati (da +8,1% a +9,6%), dei servizi relativi ai trasporti (da +7,2% a +8,9%), dei beni non durevoli (da +2,9% a +3,6%), dei beni durevoli (da +2,8% a +3,3%) e dei servizi vari (da +1,1% a +1,6%).

L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, accelera da +3,8% a +4,1% e quella al netto dei soli beni energetici da +4,2% a +4,7%.

L’Istat fa sapere che su base annua rallentano i prezzi dei beni (da +11,3% a +11,1%) mentre accelerano quelli dei servizi (da +3,4% a +3,6%); si riduce, quindi, il differenziale inflazionistico negativo tra questi ultimi e i prezzi dei beni (da -7,9 di giugno a -7,5 punti percentuali). Accelerano sia i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +8,2% a +9,1%) sia quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +8,4% a +8,7%). L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto prevalentemente ai prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+2,7%), degli alimentari lavorati (+1,5%), dei beni non durevoli (+0,6%) ed è frenato solamente dalla diminuzione dei prezzi alimentari non lavorati (-1,7%). Secondo l’Istat:

“Il rallentamento dei prezzi dei beni energetici che si registra a luglio non frena l’onda lunga delle tensioni inflazionistiche che si stanno diffondendo agli altri comparti merceologici. Infatti, la crescita dei prezzi degli alimentari lavorati, dei beni durevoli e non, dei servizi relativi ai trasporti e dei servizi vari accelera, spingendo l’inflazione al netto degli energetici e degli alimentari freschi (componente di fondo; +4,1%) e quella al netto dei soli beni energetici (+4,7%) a livelli che non si vedevano, rispettivamente, da giugno e maggio 1996.  In questo quadro accelera anche la crescita dei prezzi del cosiddetto “carrello della spesa”, che si porta a +9,1%, registrando un aumento che non si osservava da settembre 1984

Inflazione confermata all’8,1% a maggio nell’Eurozona

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di Mariangela Tessa

Resta confermata per il mese di maggio, linflazione dell’Eurozona. Secondo l’Ufficio statistico europeo, Eurostat, i prezzi al consumo segnano un +8,1% su base tendenziale, rispetto al +8,1% della stima flash e dal consensus. Il mese precedente si era registrato un incremento del 7,4%. Su base mensile i prezzi al consumo sono saliti dello 0,8%, in linea con il +0,8% della stima preliminare e dal consesus, e dopo il +0,6% del mese precedente.

L’inflazione core, depurata dalle componenti più volatili quali cibi freschi, energia, alcool e tabacco, evidenzia una crescita del 3,8% su base annua, rispetto al +3,8% della stima flash e del consensus. Il mese precedente si era registrato un +3,5%. Nell’intera Unione europea, l’inflazione sale dell’8,8% su base annua (dal +8,1% di aprile), mentre mese su mese si registra un +1%. Si tratta di dati nettamente al di sopra del target del 2% della BCE, che a luglio innalzerà i tassi per la prima volta in 10 anni.

L’inflazione in Italia mette in allarme le associazioni

Il dato arriva all’indomani di quello italiano. Ieri l‘Istat ha confermato che a maggio 2022 l’inflazione in Italia è salita al 6,8%, come non accadeva da novembre 1990. Significativa l’accelerazione per i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona, passati dal +5,7 % di aprile a quasi il 7 per cento dello scorso mese. Coinvolti dagli aumenti anche i prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +5,8% a +6,7%). Tra i rincari che fanno salire la cifra finale dello scontrino c’è poi quello degli alimentari lavorati (+6,6% annuo).

Un dato che non ha mancato si sollevare preoccupazioni tra le associazioni. All’inflazione corrisponderà un aumento di circa 320 euro a famiglia, fa sapere Coldiretti secondo la cui stima, la categoria per la quale gli italiani spenderanno maggiormente sarà la verdura (nel 2022 costerà complessivamente circa 80 euro in più), seguita da pane, pasta e riso, che pagheremo circa 60 euro in più. Per carni e salumi si prevede un aumento di circa 55 euro all’anno. Seguiranno la frutta – continua Coldiretti – pesce, latte, formaggi e uova e olio, burro e grassi.

Preoccupazione anche da Assoutenti che definisce il dato “una sciagura per i consumatori” che parla di “un vero e proprio allarme, destinato purtroppo ad aggravarsi nei prossimi mesi” ha fatto sapere il suo presidente Furio Truzzi, secondo cui la spesa per una famiglia può arrivare a costare 550 euro in più: “Il Governo non può restare a guardare e, di fronte a quella che è una emergenza, deve adottare misure straordinarie a tutela delle famiglie e dell’economia, bloccando subito il prezzo dei carburanti e ricorrendo a tariffe amministrate per i beni primari come gli alimentari e l’energia”.

Russia: banca centrale taglia i tassi ai livelli pre-guerra

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di Alessandra Caparello

Mentre la Bce ha deciso un primo rialzo dei tassi di interesse in circa 10 anni, la Russia decide per un taglio dei tassi di interesse al livello prebellico.

Nel dettaglio, il Consiglio di amministrazione della Banca di Russia ha deciso oggi di ridurre il tasso di riferimento di 150 punti base, portandolo al 9,50% annuo. Il contesto esterno dell’economia russa rimane difficile e limita significativamente l’attività economica scrive la banca centrale.

Allo stesso tempo, l’inflazione sta rallentando più rapidamente e il calo dell’attività economica è di entità minore rispetto a quanto previsto dalla Banca di Russia ad aprile. I dati recenti suggeriscono che i tassi di crescita dei prezzi a maggio e inizio giugno sono stati bassi. Ciò è dovuto alle oscillazioni del tasso di cambio del rublo e al rallentamento dell’impennata della domanda dei consumatori nel contesto di un netto calo delle aspettative di inflazione di famiglie e imprese.

In futuro, scrive ancora la Banca centrale, nel processo decisionale sui tassi di riferimento la Banca di Russia terrà conto della dinamica dell’inflazione effettiva e attesa rispetto all’obiettivo e dei processi di trasformazione economica, nonché dei rischi posti dalle condizioni interne ed esterne e della reazione dei mercati finanziari.

L’inflazione e i tassi in Russia

L’inflazione attuale è sensibilmente inferiore alle previsioni di aprile della Banca centrale. Secondo le previsioni della Banca di Russia, dato l’attuale orientamento di politica monetaria, l’inflazione annuale sarà pari al 14,0-17,0% nel 2022, scenderà al 5,0-7,0% nel 2023 e tornerà al 4% nel 2024.giugno, l’inflazione annuale è scesa al 17,0% (contro il 17,8% di aprile). In base agli ultimi dati, i tassi di crescita dei prezzi al consumo sono stati bassi a maggio e all’inizio di giugno.

Lo scenario di base della Banca di Russia prevede un’inflazione annua del 14,0-17,0% entro la fine del 2022. L’andamento dell’inflazione sarà determinato anche da fattori d’impatto come l’efficienza dei processi di sostituzione delle importazioni e l’entità e la velocità di recupero delle importazioni di prodotti finiti, materie prime e componenti. Secondo le previsioni della Banca di Russia, dato l’attuale orientamento della politica monetaria, l’inflazione annuale si ridurrà al 5,0-7,0% nel 2023 per tornare al 4% nel 2024.

Il calo dell’attività economica in Russia, dice la banca centrale, è causato dall’andamento della domanda e dell’offerta. I dati delle indagini mostrano che le imprese stanno ancora lottando per sistemare la produzione e la logistica, nonostante la nascente diversificazione dei fornitori di prodotti finiti, materie prime e componenti, nonché dei mercati di vendita. L’attività dei consumatori in termini reali è in calo, poiché le famiglie mostrano un’elevata propensione al risparmio e i redditi reali si riducono.

L’ambiente esterno per l‘economia russa rimane difficile e limita significativamente l’attività economica. La contrazione delle importazioni dovuta all’introduzione di restrizioni commerciali e finanziarie esterne sta superando notevolmente il calo delle esportazioni. Nel complesso, il calo effettivo dell’attività economica nel 2022 T2 è meno pronunciato di quanto ipotizzato dalla Banca di Russia nello scenario di base di aprile. Alla luce di quanto sopra, la Banca di Russia stima che il calo del PIL nel 2022 potrebbe essere inferiore alle previsioni di aprile.

L’inflazione sta rallentando, anche a causa del rafforzamento del rublo e delle minori aspettative di inflazione. Ciò ha reso possibile una nuova riduzione del tasso di riferimento. Tuttavia, i tassi di crescita dei prezzi molto bassi osservati nelle ultime settimane non possono essere considerati un’inflazione costantemente bassa. Sono per lo più associati a un aggiustamento al ribasso dei prezzi dopo l’impennata di marzo. Inoltre, i rischi pro-inflazionistici sono ancora considerevoli.

Così Elvira Nabiullina, Governatore della Banca centrale della Federazione Russa.

Dobbiamo adeguare la nostra politica come segue. Da un lato, non deve ostacolare la trasformazione strutturale dell’economia. Dall’altro, dobbiamo evitare i rischi di stagflazione (…) Se la situazione si evolve in linea con le previsioni di base, ridurremo gradualmente il tasso di riferimento con il rallentamento dell’inflazione costante.

Stipendi Italia: unico paese in Europa dove sono scesi in dieci anni (-2,9%)

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di Mariangela Tessa

Mentre il costo della vita è in costante aumento, gli stipendi degli italiani non solo non seguono l’incremento dell’inflazione ma addirittura scendono, complice la stagnazione di Pil e produttività. Il grafico Openpolis su dati Ocse (vedi sotto) parla chiaro: l’Italia è l’unico paese europeo in cui i salari nel decennio chiuso al 2020 sono scesi. Un calo del 2,9% per la precisione, che si confronta con il +6,2% della Spagna, penultima in classifica.

Stipendi, Italia in fondo alla classifica

I primi posti della classifica sono tutti occupati dei paesi baltici dove il salario medio annuale è più che triplicato negli ultimi 25 anni, mentre in alcuni paesi dell’Europa centrale (Ungheria, Slovacchia) è raddoppiato.

Al primo posto, spicca la Lituania: in dieci anni, gli stipendi hanno segnato +276%. Seguono l’Estonia (237%) e la Lettonia (200%). Tra le grandi economie europee, la Germania segna aumenti del 33% e la Francia del 31%. Anche Grecia e Portogallo fanno meglio di noi: nei due Paesi i salari hanno segnato rialzi mesi rispettivamente del 30 e del 13%.

Mariangela Tessa | Wall Street Italia
L’impennata dell’inflazione mangia potere d’acquisto

I nati dopo il 1986 hanno il reddito pro-capite più basso della storia italiana. Quest’anno l’Istat prevede che a fronte di un timido aumento delle retribuzioni contrattuali (+0,8) l’inflazione si mangerà almeno cinque punti di potere di acquisto. Ma sono stime provvisorie destinate  a peggiorare, alla luce dell’impennata dei prezzi. Dopo il rallentamento di aprile, l’inflazione è tornata ad accelerare a maggio salendo a un livello che non si registrava da marzo 1986, segnando una crescita dello 0,9% su base mensile e del 6,9% su base annua. Lo afferma l’Istat. Il rialzo dell’inflazione rappresenta “una tragedia” secondo il Codacons che stima “una maggiore spesa fino a +2.753 euro annui a famiglia.

Ma quanto guadagna in media un lavoratore in Italia? Secondo i dati Eurostat riferiti al 2021 la retribuzione annua netta media di un dipendente single a tempo pieno senza carichi familiari è di 22.339 euro, a parità di potere d’acquisto, cioè tenendo conto dei prezzi nei diversi Paesi, contro i 29.776 della Germania e i 24.908 della Francia.

In Italia, le buste paga sono più leggere. In particolare, quelle dei giovani. Qui i dati Eurostat arrivano al 2019 e si riferiscono alle retribuzioni medie lorde mensili di chi ha meno di 30 anni: 1.741 euro in Italia contro 1.914 in Francia e 2.114 in Germania.

S&P: gli effetti della guerra sull’economia globale

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Segnalazione di Wall Street Italia

di Mariangela Tessa

Oltre ai devastanti costi umani, il conflitto tra Russia e Ucraina sta sconvolgendo le condizioni economiche e i mercati finanziari e creditizi. È quanto scrivono in un report gli analisti di S&P Global Ratings, spiegando che, per effetto del nuovo scenario, la crescita globale subirà pesanti conseguenze.

Guerra, il punto di S&P

“Se prima del conflitto – ricordano gli economisti – l’economia mondiale era moderatamente più forte del previsto nella maggior parte delle principali economie perché la variante omicron ha causato poche perturbazioni all’attività degli Stati Uniti, il nuovo scenario “ci ha spinti a modificare la nostra visione preliminare.”

Gli esperti dell’agenzia newyorkese ritengono ora che la crescita economica globale scenderà di 70 punti base al di sotto della nostra precedente previsione, al 3,4% quest’anno.

L’Europa sarà la più colpita dagli effetti economici del conflitto militare e ci aspettiamo che l’Eurozona fletta dell’1,2% dalla nostra precedente previsione, espandendosi al 3,2% quest’anno, a causa della sua esposizione alla Russia e dell’aumento dei costi delle importazioni energetiche.

Dall’altra, “gli Stati Uniti vedranno effetti limitati, con una crescita inferiore di circa 70 punti base, al 3,2%, e la maggior parte delle economie nella regione Asia-Pacifico e nei mercati emergenti, eccezion fatta per l’Europa orientale, registrerà solo modesti cambiamenti nella crescita e inflazione. I rischi all’outlook in ogni caso restano al ribasso. L’inflazione è vista in media nel 2022 al 5,1% nell’area euro e al 6% negli Usa.

Russia: in forte recessione, resta a rischio default

Spostando i riflettori sul capitolo Russia, S&P vede un significativo aumento del rischio di insolvenza per il Paese a causa delle difficoltà nel completare i pagamenti, e valuterà i prossimi pagamenti di interessi e capitale delle obbligazioni sovrane russe denominate in dollari e in euro il 31 marzo e il 4 aprile.

Pur continuando a godere di afflussi di valuta forte grazie all’export di energia, sull’eventualità di un default “resta un punto interrogativo circa la volontà della Russia”. Inoltre “sanzioni più stringenti che limitassero interamente il suo interscambio energetico potrebbero chiudere questa strada”

Al di là del default, quest’anno il Pil russo rischia una forte recessione in Russia: le stime indicano il PIL in calo del 9% nel 2022.

Fonte:

La politica economica non può servire due padroni

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Questo articolo, scritto nel 2017, è ancora attualissimo, tanto da sembrare scritto in questi giorni… (n.d.r.)

di Paolo Savona

In Germania l’inflazione ha raggiunto la soglia del 2% fissata come obiettivo della politica monetaria europea e il nervosismo dei tedeschi nei confronti della BCE va crescendo. Essi scoprono, invero con troppo ritardo, che una moneta unica tra paesi che presentano profonde diversità economiche non può funzionare, perché la stessa politica monetaria non può servire due padroni: se è accondiscendente per fronteggiare le difficoltà dei paesi a minor crescita e minore inflazione, danneggia i paesi che crescono di più e con essa i prezzi. Se la politica monetaria sceglie una via intermedia, come accadrà per salvare capre e cavoli, scontenterà entrambi. Nell’Euroarea il problema andava affrontato fin dall’inizio con politiche volte a rimuovere i divari di produttività, come ha fatto la Germania all’atto della riunificazione tra Ovest ed Est; essa ha però negato che la stessa politica fosse necessaria per tutti i paesi aderenti all’euro, per propiziare la coesione dell’area. Per colmare il vuoto ha sostenuto e ottenuto una politica centrata sulle limitazioni all’uso della politica fiscale, restata di competenza dei singoli paesi, e sulle “riforme”, che nel breve periodo hanno effetti deflazionistici aggiuntivi rispetto a quelli dovuti alle diverse condizioni socio-politiche esistenti tra paesi. Se la logica di un accordo internazionale è che il più debole soccombe al più forte, essa comporta l’accettazione di politiche di foggia coloniale o, prima o dopo, la sua disintegrazione. Gli Stati Uniti nel dopoguerra lo avevano capito e avevano agito di conseguenza.

Poiché i Trattati dell’Unione Europea non prevedono come regolare la fattispecie della colonia o della dissoluzione – ossia non hanno un Piano B, né intendono approntarlo – le conseguenze saranno disastrose, come testimoniano nel loro piccolo le difficoltà che incontra l’attuazione della Brexit. Immaginate che cosa succederebbe per la dissoluzione dell’euro, i cui meccanismi di debito e credito sono studiati per essere irreversibili, pur non potendolo essere.
Come i gruppi dirigenti intendano affrontare le drammatiche lacune dei trattati europei resta un mistero. Un pericoloso mistero. Si moltiplicano i suggerimenti di stare o uscire dall’euro, non solo da parte dei leader dei partiti che campano su questa ipotesi senza alcuna idea di ciò che possa accadere se si verificasse; come pure vengono avanzati calcoli parziali di quanto si guadagna o si perde considerando un aspetto del più vasto problema di quale economia e quale società si intende rispristinare in alternativa a quella che abbiamo: il debito pubblico e il saldo del Target 2 (il sistema dei debiti e crediti tra Stati) da pagare, la svalutazione del cambio che risulterebbe, gli effetti sull’inflazione e sulla crescita. Tutto viene presentato con argomenti non per indicare una soluzione, ma per seminare terrore tra i cittadini elettori, trovandoli indifferenti, se non proprio rafforzando la loro sfiducia nei confronti dell’euro e dell’Europa.

Nonostante ciò cresce l’avversione a chiamare il popolo ad assumersi le responsabilità delle scelte invece di affidarle a menti elette, che non hanno mostrato d’essere tali. Come fatto da Tsipras in Grecia, mentre in Italia si continua a ritenere inutile e pericoloso indire le elezioni. Non c’è dubbio che il popolo abbia le sue ignoranze e i suoi difetti, ma che essi siano rafforzati dai comportamenti dei gruppi dirigenti ovunque siano situati lo è altrettanto. Pigliamo come esempio, in quanto facile da comprendere, quello del nostro bilancio pubblico 2017. Esso è stato confezionato in vista del referendum con piccole concessioni a destra e a manca, più per raccogliere consensi che per stimolare l’economia, che avrebbe bisogno di ben altri trattamenti. Visto che chiedevamo flessibilità e poiché comprendevano le motivazioni politiche, la Commissione non si è opposta, ma aveva avvertito che avrebbe fatto una verifica a marzo. Il referendum non è andato come avevano sperato a Roma e a Bruxelles e quello era il momento per correggere gli squilibri di bilancio. Invece il Presidente della Repubblica ha pregato il Presidente del Consiglio di stare in carica fino all’approvazione del bilancio che la Commissione aveva avvertito non andasse bene, giusto o sbagliato che fosse, e il Parlamento l’ha affrettatamente approvato. Subito dopo la Commissione ha chiesto all’Italia un aggiustamento del deficit pubblico di 3,4 mld di euro, lo 0,2% del PIL, ed è in corso una negoziazione per correggere gli errori precedenti, ormai divenuti legge. Il risultato è che verranno aumentate le tasse dopo avere aumentato le spese, rafforzando la disistima dei cittadini verso le istituzioni europee e italiane, nonché le spinte deflazionistiche; queste sono dovute più alla sfiducia di come si governa che alla realtà delle cose, pur sempre in movimento negativo.

Le complicazioni internazionali infatti aumentano, l’economia e la sicurezza ne patiscono. Occorre maggiore cautela. Una riposta chiara su che cosa si intenda fare diviene indispensabile. Chiunque voglia darla. Purché sia diversa da quella che quotidianamente ci viene propinata. Se si parla chiaramente ai cittadini elettori di fronte a quali problemi ci troviamo e che cosa si intende fare per risolverli, essi capiranno. Affinché però questa comunicazione abbia un senso, i primi a capire devono essere i gruppi dirigenti interni, europei ed esteri, che ci sembra l’anello mancante per il recupero delle speranze che stanno alla base del consenso. Altrimenti l’arancia meccanica non invertirà il moto intrapreso.

Fonte: https://scenarieconomici.it/la-politica-economica-non-puo-servire-due-padroni-%EF%BB%BFdi-paolo-savona/

Ecco come sta cambiando il mondo

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di Giulio Tremonti

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

Una visione preveggente sul mondo che sta cambiando in fretta, fuori dai dogmi globalisti, emerge dal dialogo con Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia e presidente dell’Aspen Institute Italia, che sulla prospettiva di «un patto nazionale» anti-inflazione è perplesso, ritenendolo difficilmente irrealizzabile. Sullo sfondo risalta la visione dell’“europeismo della realtà” che l’accademico ha perseguito sul piano politico e culturale, osteggiato dai tecnocrati del sovrastato Ue. Il suo ultimo saggio è Le tre profezie (Solferino).
Prof. Tremonti, alle difficoltà del post Covid ora si aggiunge la crisi economica per l’Ucraina. Dall’inflazione al caro energia, famiglie e imprese sono allo stremo. Che strumenti ha la politica per fronteggiare questa fase?
«Evocare un “patto nazionale” come ai tempi di Ciampi non tiene conto del fatto che la storia non si può ripetere per identità perfette. E in questo caso neppure ripetere per analogie. A quel tempo, nei primi anni novanta, non c’era la globalizzazione, non c’era la Cina, non c’era l’euro, non c’era la sovranità di Bruxelles. E quindi, se a quell’altezza di tempo fu fatto un esercizio politico virtuoso, oggi sarebbe un servizio politico non virtuoso e molto difficile tentarne la replica. Non ci sono i presupposti, il mondo è radicalmente cambiato».
Quali i cambiamenti più rilevanti rispetto al passato?
«L’Italia aveva una forte sovranità economica nazionale, e anche per questo era più facile combinarla con la responsabilità sociale. Tra l’altro la forza delle parti sociali era anche superiore a quella attuale».
Pesano meno?
«Ricordo il “Tavolo Verde” a Palazzo Chigi: da un lato il governo, dall’altro lato un impressionante schieramento di forze sociali economiche e sindacali. Credo che ora sia difficile rifare il tavolo in quella composizione, di massa e di forza».
Prima della pandemia c’era una ossessione per il rigore e l’austerità. Ora è tutto rimosso…
«Nelle considerazioni conclusive del governatore Draghi, Banca d’Italia maggio 2011, c’era scritto: “La gestione del pubblico Bilancio è stata prudente. Le correzioni necessarie in Italia inferiori a quelle necessarie in altri paesi europei”. Poi la stessa mano ha firmato l’opposto con la lettera della Bce… La pandemia in ogni caso ha segnato una rottura della storia politica dell’Italia e non solo».
Sono cambiati anche gli equilibri istituzionali?
«La pandemia ha avuto effetti politici e non solo sanitari. Ha spostato l’asse del potere verso il governo, ha liberato l’esecutivo dai vincoli finanziari. C’è una immagine che rende l’idea di quello che è successo».
Prego.
«La pandemia ricorda il mito della torre di Babele: l’uomo sfida la divinità erigendo verso il cielo la torre. La divinità reagisce privando l’umanità della lingua unica. Con la pandemia è stato lo stesso: è stato tolto il pensiero unico, spezzato il software della globalizzazione, si è persa la fiducia nel paradiso terrestre. Il mondo che riappare adesso è un mondo diverso da quello globale, oggi carico di tensioni, di torsioni, che si vedono sulle linee di produzione e sul prezzo delle materie prime: dal legno alla ghisa, dal petrolio al gas. Un mondo in cui l’uomo registra i suoi limiti, e i limiti del suo mondo. E questi sono evidenti per esempio nell’inquinamento ambientale creato dall’industria globale».
E i cittadini registrano l’arretramento del proprio potere d’acquisto.
«Erano già iper-evidenti tutte le tensioni di inflazione, prima della guerra. L’inflazione c’era già nelle bollette, nel carrello della spesa, sul pieno di benzina. E questo ci poneva il problema fondamentale».
Quale?
«Siamo tutti uguali davanti alle bollette, al carrello e alla pompa o sta peggio chi ha di meno?».
C’è un rischio gilet gialli sullo schema delle proteste francesi?
«Più che un rischio futuro, vedo già attuale la sofferenza di chi ha meno risorse economiche».
Non ricordavamo più gli effetti dell’inflazione…
«E’ una orrenda tassa regressiva. Fino all’ultima Finanziaria, davanti a questa realtà già evidente, l’azione del governo è stata strampalata, con politiche espansive, prevedendo sgravi fiscali per il ceto medio, e solo alla fine la tardiva scoperta del caro-bollette. Adesso il governo è mezzo salvato dalla guerra, ma lo vedo in difficoltà nel continuare le politiche di spesa pubblica espansiva, come sarebbe necessario a fronte dell’inflazione».
La realtà, se ci fosse chi la registra, scombina i piani dei governanti?
«Il malessere sociale è un dato di fatto. L’altro giorno scorreva sul display di un treno dell’Alta velocità, uno spot del governo sul Pnrr. Nel video risaltavano uomini e donne bellissimi, tipo attori americani. Ecco, la réclame del governo è oltre Hollywood: dà l’idea della distopia tra governo e Paese. Chi lo ha commissionato dovrebbe rimborsare di tasca sua il costo dello spot e destinare l’importo alla Caritas… Ho l’impressione che l’alta velocità si confonda con l’altra stupidità…».
La crisi energetica: c’è chi quasi scarica la responsabilità sugli italiani stessi…
«Il governo ha accusato il Paese per non aver capito l’emergenza energetica addossando le colpe agli italiani e agli anni passati. Ma se emergenza energetica fosse stata prevedibile, Draghi avrebbe dovuta metterla nel suo programma già l’anno scorso. In realtà non se ne parla neppure nel Pnrr. Aggiungo che fino al 2011, l’Italia, con l’Eni, aveva la piena proprietà dei campi petroliferi in Libia, non i diritti di concessione. E quindi una prospettiva di sviluppo incredibile. Qualcuno, che forse chi è al governo conosce, ha deciso di privarcene. Ottima dunque la prospettiva di ricerca di fonti alternative, ma come diceva quel tale…».
Diamogli un nome.
«Un economista di rango secondario rispetto ai giganti attuali, John Maynard Keynes, (Tremonti sorride, ndr), diceva che “nel lungo periodo siamo tutti morti”. Non dico che Gheddafi fosse simpatico, ma il petrolio libico era utile».
I dem, intanto sono innamorati del governo di emergenza e del mantra “ci vuole più Europa”. E’ la posizione di chi ha combattuto gli eurobond e portato il vincolo esterno…
«Quando è caduto il Muro, pochi sono rimasti sotto le macerie. Tutti hanno compiuto il salto. Molti hanno portato i loro “Penati ideologici”, nei templi dell’Occidente: dalla City di Londra a Bruxelles. Il comunismo ha perso perché ha perso, il mondo occidentale si è successivamente perso nel mercatismo e in varie successive ideologie».
L’europeismo come coperta di Linus?
«L’idea di Europa è fuori da tutto questo. Nel 2003, nel semestre di presidenza italiana Ue, il governo italiano propose gli eurobond per finanziare infrastrutture e industria militare. Il no fu totale. Solo nel 2020 – con 17 anni di ritardo – l’Ue emette eurobond. Solo nel 2022 in questi giorni si comincia a parlare di Difesa europea. Con questo ritardo sulla storia, è almeno il caso di rinunciare a dare lezioni».
Il mercatismo come era, non ci sarà più. Verrà maggiore spazio per i diritti dei popoli?
«Non c’è più l’ideologia globalista, riemerge “nella sinistra” la retorica europeista. Tanto per tentare di pareggiare il pensiero di questi giganti, le citerò una frase sull’Europa di Konrad Adenauer, pronunciata dopo il trattato di Roma del 1957: “Che la foresta non sia tanto fitta da impedire la visione dell’albero”. Parlava del rapporto tra Bruxelles e gli stati».
Che lettura non conformista consiglierebbe ai governati italiani in questi giorni…
«Mi faccia un’altra domanda…».

A cura di Michele de Feudis

Il boom economico italiano è l’inflazione

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Quest’anno gli italiani sacrificheranno fino al venti percento delle loro entrate al caro-prezzi e al caro-energie. Un’impennata senza precedenti, lo dicono tutti. Tutti meno i giornaloni, le tv pubbliche, l’informazione di regime, che da un verso esaltano l’exploit economico dell’Italia, addirittura “senza precedenti” e dall’altro si commuovono ad annunciare che sulle mascherine risparmieremo qualche centesimo, perché le ffp2 sono state calmierate a 75 centesimi l’una. Bene, risparmieremo nei prossimi tre mesi qualche decina di euro per coprirci il volto, mentre rimetteremo per tutto l’anno qualcosa come tremila euro tra gas, luce, benzina, utenze e generi alimentari, compresi quelli di prima necessità, che saranno il volano di altri rincari in ogni altro genere. Aumenti di bollette non del 5,10 %, ma del 30, del 40 %, mai visti finora in un colpo solo.
Ma credete davvero che l’Italia stia vivendo una ripresa economica senza precedenti? O piuttosto stiamo subendo una crisi energetica di quelle serie? Non ho competenza in materia, ma osservo la realtà e la situazione effettiva degli italiani. Non c’è bisogno di essere economisti per vedere un paese in serie difficoltà, con tante attività e aziende che non hanno più riaperto dopo il covid, o che versano ancora in gravi condizioni; e con una depressione generale in cui tutto ci pare di vedere meno che il presunto boom economico annunciato dagli sbandieratori del Palio di Draghi. L’unica, robusta, dose di sostegno saranno i famosi fondi europei per la ripresa, che sono in larga parte ulteriori debiti pubblici e che dovranno finanziare il nostro rilancio. Ma le voci di spesa sembrano non sostenere i settori più delicati, sofferenti e nevralgici del Paese, se si considera che i maggiori investimenti rientrano nei capitoli di spesa sulla trasformazione digitale, la transizione ecologica, e poi l’inclusione e la coesione; e buona parte degli investimenti previsti per la sanità, correggetemi se sbaglio, andranno all’industria farmaceutica per farmaci e vaccini. Quel piano che sul piano fonetico somiglia a una pernacchia, il Pnrr, non ci sembra che affronti le priorità del paese, le povertà e le urgenze della crisi nei suoi snodi cruciali; e temo che in molti casi – come è già accaduto in precedenza – serva più a sostenere i circuiti bancari e finanziari che l’economia reale. Ma uso verbi cauti, come temere, sembrare, perché – lo ripeto – non oso giudicare campi in cui mi dichiaro incompetente.
Ma quando osservo la vita reale degli italiani e dall’altro la confronto con la rappresentazione mediatica che ogni giorno ne danno gli organi di regime, mi accorgo di una divergenza così vistosa da suscitare rabbia e indignazione. C’è malafede, c’è menzogna sfacciata, e la denuncia si aggrava se si considera che la situazione di semi-libertà vigilata in cui viviamo, la dispersione di ogni focolaio di opposizione e di critica, rende il ruolo dei media, soprattutto televisivi, ancor più decisiva fonte d’informazione per la gente, isolata in casa, in quarantena effettiva o prudenziale, comunque in ritirata da partecipazioni pubbliche e confronti d’opinione. Vedere ogni giorno i tg somministrare la solita overdose di terrore sul covid, le solite prediche sui vaccini, le solite interviste finte, ubbidienti e ottimiste ai cittadini ammaestrati e irregimentati o tagliate in modo da apparire tali, o limitate a banali ovvietà augurali o atmosferiche; e poi vedersi aprire un capitolo euforico, entusiasta, sui miracoli economici del Paese, lo straordinario balzo in avanti – ma dove, ma quando, ma chi? ̶  e il rilievo eroico e storico al risparmio di qualche centesimo sulle mascherine mentre passa sotto voce l’aumento effettivo record di ogni genere e utenza – dà l’idea di una orchestrazione della menzogna e della falsa rappresentazione come nei regimi dispotici. Una totale divaricazione dalla realtà che stiamo vivendo nei giorni.
Se poi a questo aggiungiamo la svolta monocratica in atto nel Paese: tutto-Draghi, tutto-Mattarella (e vorrei dire tutto-Amadeus, sul piano dello spettacolo, tanto per rispecchiare la monocrazia anche nell’intrattenimento), si ha davvero l’idea che stia avvenendo qualcosa d’inquietante nel nostro Paese.
La perdita della libertà e della democrazia si accompagna alla perdita del potere d’acquisto, ai rincari e dunque a periodi di ristrettezze economiche. Non hanno pane? Che mangino ffp2, sembrano ripetere le finte marie antoniette filo-governative. Stiamo arrivando per vie diverse a una situazione simile alla Grecia di qualche anno fa, considerando che prima o poi dovremo restituire anche i cospicui ultimi debiti accordati; ma con la strana percezione di andare incontro a chissà quale ripresa economica del Paese.
Mi rendo conto che Draghi premier da questo punto di vista è per l’Italia un ombrello, una protezione; i trattamenti cambiano se a gestire le situazioni ci sono eurocrati e insider come lui o trovatelli e outsider. Ma spaventa vedere che il Video Univoco esige dai telespettatori “A me gli occhi” sul covid e sui vaccini, e intanto il Paese viene gravato da un’onda insostenibile di rincari, con la promessa che stiamo vivendo una formidabile ripresa, siamo i primi, siamo i migliori… Finitela coi giochi di prestigio e le prese per i fondelli, scambiate per iniezioni di fiducia. Siamo stanchi di sentirci inoculare di tutto.

Dopo il covid, il virus dell’inflazione ritorna e si espande

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

L’inflazione, già invocata per anni dalla crisi del 2008, è infine arrivata insieme con la ripresa post – pandemica. E’ tornato, dopo il covid, il virus dell’inflazione, che rischia di contagiare tutto il mondo. Nella fase pre covid, nella UE, nonostante le erogazioni di liquidità della BCE, deliberate prima da Draghi e poi da Lagarde, l’inflazione non era mai riuscita a stabilizzarsi ai livelli prefissati del 2%. In Europa cioè, la ripresa dal 2008 in poi non si era dimostrata sufficiente per superare la lunga fase deflattiva generata dalla recessione.
Era comunque da considerarsi fisiologica la comparsa dell’inflazione nella fase post pandemica, a seguito di una ripresa della produzione non ancora sufficiente a coprire l’eccesso di domanda determinatosi in virtù della massa di liquidità erogata dalle banche centrali a sostegno di famiglie e imprese colpite dalla pandemia. Si prevedeva però che la comparsa dell’inflazione sarebbe stata temporanea e che essa sarebbe stata assorbita rapidamente dalla crescita dell’economia con la ripresa post – pandemica. Tuttavia tali previsioni sembrano essere state smentite dal perdurare dell’ondata inflattiva. Il presidente della FED Jerome Powell al Senato americano ha dichiarato: “È il momento di rinunciare all’aggettivo ‘transitoria’ riferito all’inflazione”. Negli USA il tasso di inflazione si attesta al 6,2%, un record negli ultimi 30 anni. Nell’area euro il tasso di inflazione medio è salito dal 4,1% di ottobre al 4,9% di novembre, con la punta massima del 6% in Germania, mentre in Italia si attesta al 3,8%, che è comunque la più alta percentuale registratasi dal 2008.
Tra le cause del fenomeno inflattivo si rileva l’eccesso di domanda in una fase di ripresa produttiva ancora limitata, il rincaro dei prezzi delle materie prime, l’aumento dei costi nel settore immobiliare e la prolungata carenza di forniture nelle economie avanzate. Secondo le previsioni del FMI, l’inflazione crescerà ancora nei prossimi mesi per poi ridursi a metà 2022 al 2%: “Le nostre previsioni sono per un picco dell’inflazione annuale nelle economie avanzate al 3,6% in media nei mesi finali di quest’anno, prima di regredire nella prima metà del 2022 al 2%, in linea con gli obiettivi delle banche centrali. I mercati emergenti vedranno aumenti più rapidi e l’inflazione raggiungerà il 6,8% in media, per poi scendere al 4%. Le proiezioni, però, sono accompagnate da una considerevole incertezza e l’inflazione potrebbe restare elevata più a lungo”. Da tali previsioni emergono però fondati motivi di incertezza riguardo agli sviluppi della crescita economica nel quadro globale. Il FMI rileva inoltre che i prezzi dei prodotti alimentari, aumentati con la pandemia del 40%, sono destinati ad incidere particolarmente nelle economie dei paesi in via di sviluppo, in cui la spesa alimentare costituisce la percentuale largamente maggioritaria dei consumi.
Questo repentino riaccendersi della spirale inflattiva è dunque assai preoccupante, per la sua incidenza su economie che non hanno ancora recuperato i livelli di Pil della pre – pandemia. Aggiungasi inoltre che l’economia europea già prima della pandemia non era riuscita a recuperare i livelli di crescita anteriori alla crisi del 2008.
L’emergere di una inflazione “non transitoria”, come affermato da Powell, richiederà dunque l’attenuarsi, se non la cessazione, delle misure espansive e si prospetta negli USA una accelerazione del “tapering”, la diminuzione progressiva cioè degli acquisti di titoli da parte della FED. Allo stato attuale nella UE, la BCE ha adottato un atteggiamento ispirato alla prudenza: si giudica prematuro il taglio dei sostegni fiscali in una fase economica di ripresa dominata dall’incertezza. Ma è comunque avvertito il rischio di una ondata inflattiva prolungata che potrebbe pregiudicare la ripresa. E’ altresì evidente che un taglio drastico delle misure espansive negli USA, accompagnato dall’aumento dei tassi di interesse, coinvolgerebbe anche l’Europa, data la interdipendenza delle economie su scala globale. E’ tuttavia prevedibile che le attuali leggi bilancio espansive non potranno essere replicate dal 2023 in poi, con il concreto rischio per la UE di un ritorno a politiche di austerity che avrebbero effetti devastanti su una ripresa ancora fragile.
L’aumento dei tassi determinerebbe infatti l’ulteriore espandersi del debito pubblico degli stati (in particolare dell’Italia, il cui debito è pari al 157% del Pil), già incrementatosi a dismisura nella fase pandemica. Una inflazione prolungata inoltre, comporterebbe la svalutazione dei fondi europei del Pnrr, i cui effetti sugli investimenti verrebbero gravemente compromessi.
In Italia non saranno certo gli sconti fiscali della recente riforma, né i fondi stanziati per far fronte al caro – bollette, a compensare la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni che verrà decrementato dal rincaro di prezzi e tariffe. Afferma Luca Ricolfi in un articolo su “La repubblica” del 01/12/2021: “Per capire perché, dobbiamo fare i conti con il convitato di pietra del dibattito sulla legge di bilancio: l’inflazione. Se ne parla ancora poco, ma la realtà è che già oggi l’inflazione ha rialzato la testa (+3,8%, secondo le ultime stime dell’Istat) e nessuno sa ancora se il rialzo sarà temporaneo o permanente. Ma, a parità di altre condizioni (ossia: se i redditi nominali restano fermi), una inflazione anche solo del 3% significa una perdita di potere di acquisto di circa 30 miliardi, che assorbirebbe completamente gli 8 miliardi di sgravi promessi. Siamo come commensali che litigano sugli antipasti, senza accorgersi che qualcuno si sta portando via il resto del pranzo”.
Questa ondata di inflazione incombe peraltro su di un paese devastato, oltre che dalla pandemia, dalle sciagurate politiche deflattive dell’austerity, che hanno determinato l’accentuarsi progressivo delle diseguaglianze, la precarietà del lavoro, fratture sociali insanabili, tagli drastici del welfare.
Nonostante le politiche espansive messe in atto dalla BCE per far fronte alla crisi pandemica e le previsioni di crescita del Pil italiano per il 2021 del 6,3%, a novembre si è registrata una flessione dell’indice di fiducia dei consumatori, a causa del clima d’incertezza riguardo alle attese legate all’evolversi della situazione economico – sociale italiana. Permane dunque una percezione negativa nella popolazione riguardo al futuro dell’Italia. Tale orientamento, pessimistico nella sostanza, incide negativamente sulla propensione al consumo a sugli investimenti. Occorre tener conto peraltro che l’Italia è più povera rispetto al 2007 e la sfiducia induce a contenere i consumi, alimentando anche la propensione al risparmio (almeno per quella parte sempre più esigua della popolazione che dispone ancora di quote di reddito da destinare al risparmio). Sugli stessi investimenti incombe l’incertezza delle prospettive economiche. Per i mutui di nuova concessione si registra infatti l’incremento del tasso medio di interesse dall’1,25% del 2020 all’1,42% del 2021. Tale rialzo dei tassi è dovuto ad una politica bancaria volta a cautelarsi rispetto agli eventuali aumenti dei tassi che si verificherebbero qualora l’ondata inflattiva si protraesse nel tempo.
Gli aumenti delle tariffe non saranno certo temporanei. Infatti, al di là della crisi pandemica, si verificherà nel tempo un aumento progressivo del consumo di elettricità. Con la transizione ambientale, le auto elettriche sostituiranno quelle a diesel e benzina. E’ documentato che se oggi tutte le auto in circolazione a Milano fossero elettriche, non si sarebbe più in grado nemmeno di accendere un interruttore della luce. Occorrerà pertanto produrre grandi quantità di energia elettrica aggiuntiva. Ma al momento, non si sa come e a quale prezzo. La transizione ambientale verso le energie rinnovabili richiederà tempi lunghi e l’impiego di ingenti risorse pubbliche e private. Ma a quali costi, per una popolazione già depauperata da decenni di crisi economiche e pandemiche? Quanto potranno incidere i nuovi investimenti su una crescita economica oggi fragile e precaria? Domande allarmanti cui nessuno fornisce risposte adeguate.
L’inflazione tuttavia potrà incidere positivamente sul peso degli interessi del debito pubblico. A tal riguardo, così si esprime Luca Ricolfi nell’articolo de “La Repubblica” sopra citato: “La seconda ragione per cui ritengo verosimile, almeno nel breve periodo, il permanere di un’inflazione elevata, è che l’inflazione stessa è un formidabile strumento per alleggerire il peso del debito pubblico. L’inflazione, prima o poi, trascina con sé un aumento dei redditi monetari, che gonfia il Pil nominale e così contribuisce a ridurre il rapporto debito – Pil, da cui dipende la sostenibilità dei nostri conti pubblici”.
Occorre comunque rilevare che il costo dell’inflazione ricade sui cittadini, specie sulle fasce più deboli, che subiranno rilevanti decurtazioni su salari e risparmi. L’inflazione determina inoltre un incremento solo monetario dei redditi e pertanto può produrre, in termini reali, un aumento della pressione fiscale (fiscal drag), qualora non si provveda ad una costante rimodulazione delle aliquote fiscali. Un esempio paradigmatico del costo dell’inflazione sostenuto dai lavoratori ci viene fornito dagli effetti prodotti dalla soppressione della scala mobile avvenuta nel 1992 con il governo Amato. Fu infatti soppresso il meccanismo di adeguamento delle retribuzioni alle variazioni dell’indice dei prezzi al consumo, al fine di eliminare la spirale inflattiva. Ma al blocco delle retribuzioni non corrispose il congelamento dei prezzi e pertanto, furono solo i redditi dei lavoratori a subire l’erosione del potere d’acquisto delle retribuzioni determinato dall’inflazione.
L’incombere dell’ondata inflattiva metterà nuovamente in luce i guasti e le contraddizioni interne del sistema neoliberista. Dalla crisi del 2008 il sistema ha potuto perpetuarsi in virtù delle politiche di espansione illimitata della liquidità messe in atto dalle banche centrali e dei tassi a zero, se non in territorio negativo. Qualora per combattere l’inflazione si facesse ricorso a politiche di restrizione della liquidità con contemporaneo aumento dei tassi di interesse, potrebbero manifestarsi crisi strutturali non governabili.
Lo stesso aumento vorticoso delle materie prime e la crisi della produzione della componentistica, sono fenomeni legati alle catene di fornitura geograficamente assai estese (specie in Asia), in virtù della delocalizzazione industriale e alla scarsità di scorte imposta dalla logica di massimizzazione del profitto.
Nella stessa UE, la Germania, che già invocava il ripristino del patto di stabilità, potrebbe essere indotta, (sull’onda emotiva di una popolazione assai sensibile alla crescita dell’inflazione, dati i precedenti storici),  con il manifestarsi di una ondata inflattiva al 6% al ritorno alle politiche di austerity. Tuttavia, la crisi dei chip, che ha determinato un calo di produzione nel settore dell’auto del 18%, facendolo retrocedere ai livelli del 1975, potrebbe dar luogo ad una crisi destinata ad incidere sulla stabilità interna e dell’Europa stessa.
In un futuro dominato dalla incertezza, se non dal panico, prevedibili crisi e conflittualità vecchie e nuove, potrebbero verificarsi alla lunga trasformazioni strutturali di un sistema neoliberista, non in grado di generare nuove forme di sviluppo e già peraltro rivelatosi iniquo e fallimentare.

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