Trump attacca l’Iran

L’EDITORIALE DEL VENERDÌ
di Matteo Orlando

 

Con una foto pubblicata dall’ufficio stampa del Primo Ministro iracheno che mostra un veicolo in fiamme all’aeroporto internazionale di Baghdad il mondo ha saputo, venerdì 3 gennaio, dell’attacco aereo notturno americano che ha ucciso Qassem Soleimani, capo della truppa d’élite iraniana “Quds”, e Abu Mahdi al-Muhandis, vice comandante delle milizie irakene sostenute dall’Iran, note come forze di mobilitazione popolari.
Il Pentagono americano ha confermato che l’ordine è arrivato “direttamente dal presidente” Donald Trump.
La scelta delicata del Comandante in Capo nordamericano ha portato le già gravi tensioni tra USA e Iran alle stelle, ad un passo da un enorme conflitto militare che potrebbe scatenare una guerra globale.
Gli Stati Uniti hanno sollecitato i cittadini americani a lasciare l’Iraq “immediatamente”, citando con un linguaggio diplomatico “tensioni accresciute in Iraq e nella regione”.
Una dichiarazione del Dipartimento di Stato americano ha aggiunto che “a causa degli attacchi della milizia sostenuti dall’Iran contro il complesso dell’ambasciata americana, tutte le operazioni consolari sono sospese. I cittadini statunitensi non dovrebbero avvicinarsi all’ambasciata”.
A detta degli americani tutto ciò accade dopo che una folla ha tentato di assaltare l’ambasciata USA a Baghdad per protestare contro gli attacchi aerei statunitensi contro una milizia appoggiata dall’Iran.
Il leader libanese di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah, secondo quanto riferito dall’emittente Al Manar, ha affermato che il suo gruppo continuerà il percorso di Soleimani dopo la sua morte.
Nasrallah ha affermato che gli Stati Uniti non hanno raggiunto i loro obiettivi con questo “grande crimine” e che la punizione degli americani sarà una “responsabilità di tutti i combattenti”.
I militari israeliani sono in stato di allerta. Le forze armate israeliane avevano intensificato l’allerta tra i timori che l’Iran potesse colpire attraverso i suoi alleati regionali come Hezbollah a nord o attraverso il gruppo palestinese Hamas e la Jihad islamica a Gaza.
I funzionari del ministero degli Esteri e della difesa israeliani hanno annunciato un allarme di massima sicurezza alle delegazioni israeliane d’oltremare, temendo ritorsioni da parte dell’Iran dopo la morte di Soleimani.
Il ministro della difesa israeliano ha convocato i capi militari e di sicurezza del paese a Tel Aviv.
Nel frattempo, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha interrotto il suo viaggio in Grecia.
La Siria, attraverso l’agenzia di stampa statale SANA, che ha citato una fonte del ministero degli esteri, ha condannato l’uccisione di Soleimani.
La fonte ha detto che l’attacco ha costituito una “grave escalation” e ha ribadito la responsabilità degli Stati Uniti per l’instabilità in Iraq.
L’eminente religioso sciita iracheno Muqtada al-Sadr ha detto che l’uccisione di Soleimani invita le sue milizie (dell’esercito del “Mahdi”) e “altri gruppi armati nazionali e disciplinati” a prepararsi a proteggere l’Iraq.
Qays al-Khazali,  il capo della fazione armata di Asaib Ahl al-Haq, ha affermato che “tutti i combattenti dovrebbero essere in allerta per l’imminente battaglia e la grande vittoria. La fine di Israele e la rimozione degli Stati Uniti dalla regione saranno il risultato dell’assassinio di Soleimani e Muhandis”, ha affermato in una nota pubblicata dai media iracheni.
Il quotidiano libanese pro-Hezbollah Al-Akhbar
ha titolato: “Il martirio di Soleimani: è la guerra”.
Le morti di Soleimani e al-Muhandis rappresentano un potenziale punto di svolta in Medio Oriente e si prevede che scateneranno gravi ritorsioni sia da parte dell’Iran che di altre forze militari e/o terroristiche che sostengono gli sciiti nella regione, contro Israele e gli interessi degli Stati Uniti.
Ma chi era Qassem Soleimani?
Era il leader delle guardie rivoluzionarie iraniane.
Soleimani ha acquisito lo status di celebrità in patria e all’estero per il suo ruolo chiave nella lotta in Siria e Iraq. Era sopravvissuto a numerosi tentativi di omicidio contro di lui da parte di agenzie occidentali, israeliane e arabe negli ultimi 20 anni.
“Si è unito ai suoi fratelli martiri, ma ci vendicheremo energicamente sull’America”, ha detto Mohsen Rezaei, ex comandante del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica iraniana che ora è il segretario di un potente ente statale.
Il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha chiesto tre giorni di lutto nazionale, dicendo che l’uccisione del maggiore generale Soleimani raddoppierà la motivazione della resistenza contro gli Stati Uniti e Israele.
Secondo la televisione di stato iraniana, Khamenei ha affermato che una dura vendetta attende i “criminali” che hanno ucciso Soleimani.
I leader democratici del Congresso americano hanno rilasciato dichiarazioni che condannano gli ordini del presidente Donald Trump, dicendo che il presidente non aveva ottenuto l’approvazione del Congresso.
Intanto il prezzo del petrolio è salito di oltre il 4% nella stessa mattinata di venerdì 3 gennaio, dopo la notizia della morte di Soleimani.
Joe Biden, ex vicepresidente e candidato democratico alla presidenza, ha dichiarato che mentre Soleimani meritava di essere assicurato alla giustizia, Trump “ha appena lanciato un candelotto di dinamite in una polveriera”.
Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha twittato il video che fa vedere gli iracheni che ballano felici per le strade dopo la morte del Generale Soleimani.

Cristiani del Medioriente a rischio genocidio?

L’EDITORIALE DEL VENERDÌ
di Matteo Orlando

I cristiani del Medio Oriente sono a diretto rischio di un secondo genocidio che li minaccia di spazzare via dalle terre della Bibbia.
È quanto ha affermato un esperto della regione che ha coordinato i soccorsi di emergenza lì per quasi un decennio.
Padre Andrzej Halemba, capo dei progetti per il Medio Oriente di Aid to the Church in Need (Aiuto alla Chiesa che soffre), ha affermato che i cristiani potrebbero affrontare la sradicazione totale da paesi come l’Iraq e la Siria, dove sono esistiti fin dai tempi dei primi apostoli di Cristo.
Padre Halemba ha dichiarato: “Non posso immaginare il Medio Oriente senza i cristiani. Ma la minaccia è reale, anche dopo l’ISIS. La mentalità genocida è viva con Al-Nusra e altri gruppi. Solo se i cristiani rimarranno uniti potranno rimanere in Medio Oriente. Altrimenti, potrebbe accadere quello che è accaduto in Turchia dopo il terribile genocidio del 1915″.
Padre Halemba ha affermato che la sradicazione del cristianesimo sarebbe tragica sia dal punto di vista della pluralità religiosa sia per il fatto del ruolo che i cristiani rivestono come costruttori di ponti di pace nelle zone di conflitto.
I cristiani sono l’anima del Paese e svolgono un ruolo molto importante nelle società mediorientali.
“I cristiani lavorano per la pace, la coesistenza pacifica e la collaborazione per il bene del Paese”.
Nel 2003, c’erano 1,5 milioni di cristiani in Iraq, ora ce ne sono meno di 250 mila.
In Siria nel 2011 c’erano 1,5 milioni di cristiani e ora ce ne sono 500 mila.
In Iraq e Siria, Aiuto alla Chiesa che soffre ha sostenuto centinaia di progetti, aiutando i cristiani che vogliono rimanere nelle loro terre natali con cestini alimentari, acqua pulita, latte per bambini, borse di studio e riparazioni per case e chiese.
In questo 2019 l’organizzazione benefica ha approvato 147 progetti in Siria. Nel 2018 ACS ha supportato 40 progetti in Iraq.
Padre Halemba ha dichiarato: “Quando cerchiamo di aiutare i cristiani in una mano abbiamo il pane per sfamare la gente, nell’altra la Bibbia. Forniamo aiuto sia materiale che spirituale nella forma”

Terra Santa – I cristiani nella prigione di Gaza

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzamuro betlemme
Comunicato n. 95/19 del 18 dicembre 2019, San Graziano
 
Terra Santa – I cristiani nella prigione di Gaza
 
Israele nega i permessi: niente Betlemme e Gerusalemme per i cristiani di Gaza
 
I fedeli potranno andare all’estero, ma non visitare i luoghi sacri e le città sante in Israele e Cisgiordania. Fonte militare parla di “questioni di sicurezza” dietro la decisione. La delusione dei cristiani della Striscia. Leader cristiani annunciano il ricorso. Attivista israeliano: rafforzamento della politica di “separazione” fra le due aree palestinesi. 
 
Gaza (AsiaNews) – I cristiani di Gaza non potranno visitare città simbolo della Terra Santa come Betlemme e Gerusalemme, per partecipare alle celebrazioni in programma durante le imminenti festività legale al Natale e al nuovo anno. È quanto hanno stabilito ieri le autorità ebraiche, in base a un provvedimento che consente ai fedeli della Striscia di andare all’estero, ma non di recarsi nei luoghi sacri di Israele e nei Territori occupati della Cisgiordania. 
 
Un portavoce dell’esercito israeliano che si occupa dei rapporti con i palestinesi conferma che i cristiani di Gaza potranno dunque andare all’estero, ma non potranno visitare i luoghi sacri all’interno del proprio territorio e in Cisgiordania. Una decisione che conferma la stretta verso gli abitanti della Striscia, controllata da Hamas e teatro di recente di una nuova escalation di violenze. 
 
La fonte militare israeliana aggiunge che per “questioni di sicurezza”, gli abitanti di Gaza potranno espatriare attraverso il punto di frontiera israeliano di Allenby Bridge (per andare in Giordania), ma non potranno recarsi nelle città sante del Paese.
 
La Striscia di Gaza è stata più volte definita in passato la più grande prigione a cielo aperto al mondo: al suo interno due milioni di persone vivono sotto la soglia della sopravvivenza, disoccupazione al 60%, povertà all’80%. E lo stesso vale per le famiglie cristiane, circa 300 in tutta la Striscia (un migliaio di persone in totale), il 34% delle quali s
enza fonte di reddito alcuna.
 
Lo scorso anno le autorità israeliane avevano concesso i permessi a 700 cristiani della Striscia per poter viaggiare fra gli altri a Gerusalemme, Betlemme e Nazareth. Gisha, un gruppo attivista israeliano, sottolinea che il bando è una conferma delle “crescenti restrizioni agli accessi” fra i due settori del territorio palestinese, la Cisgiordania e Gaza, in un “rafforzamento” della “Politica di separazione”. 
 
In queste ore fra i cristiani di Gaza … è forte la delusione e il rammarico per il bando. Una donna confessa di sperare che la decisione non sia definitiva, in modo da poter visitare la propria famiglia a Ramallah. “Ogni anno prego che mi diano il permesso – sottolinea la 50enne Randa El-Amash – per poter celebrare il Natale con la mia famiglia”. Trascorrere le feste a Gerusalemme e Betlemme “è fonte di una gioia maggiore”. 
 
Alcuni leader cristiani di Terra Santa hanno condannato la decisione dello Stato ebraico e annunciano di voler ricorrere presso le autorità israeliane per cambiare la decisione. 
 

Golan, territorio siriano

Segnalazione del Centro Studi Federici
 
La Turchia sta per invadere e occupare una parte del territorio nazionale siriano: Israele l’ha già fatto da anni. Segnaliamo a tale proposito alcuni brani dell’intervento tenuto da Walid al-Mouallem, vice primo ministro e ministro siriano per gli Affari esteri e gli Espatriati, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 28/09/2019.

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Gaza, israele sperimenta nuove tecnologie

GAZA, ISRAELE SPERIMENTA NUOVE TECNOLOGIE

GAZA, ISRAELE SPERIMENTA NUOVE TECNOLOGIE

https://comedonchisciotte.org/il-laboratorio-di-gaza-aumenta-i-profitti-dellindustria-bellica-israeliana/ “…Abbiamo chiesto a Keren perché l’industria tecnologica israeliana abbia prestazioni così sorprendenti, soprattutto nel settore militare. “Perché mettiamo alla prova i nostri sistemi dal vivo”, ci ha detto. “Siamo sempre in una situazione di guerra. Se non sta succedendo in questo momento, accadrà tra un mese. “ “Non si tratta solo di costruire la tecnologia” e di dover aspettare …

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Com’è umano lei

A statue of first Israeli prime minister David Ben Gurion seen at the departure hall of Ben Gurion International Airport. October 05, 2016. Photo by Nati Shohat/FLASH90 *** Local Caption *** 

Segnalazione del Centro Studi Federici

Nello stato  d’Israele, che si definisce “esclusivamente ebraico” (legge approvata alla Knesset il 19/7/2018), dopo molte opposizioni ed esitazioni è stato concesso ai non ebrei uno spazio di preghiera all’aeroporto di Tel Aviv (seppur con una cartellonistica discreta per evitare atti di vandalismo da parte degli ebrei ortodossi).
 
Sale di preghiera per cristiani e musulmani all’aeroporto di Tel Aviv
In una nuova ala del Terminal 3 dell’aeroporto internazionale israeliano sono state aperte due sale distinte per la preghiera dei non ebrei
 
Due mani aperte nel gesto della preghiera, sopra una scritta in ebraico, in arabo e inglese. Nella nuova ala E del Terminal 3 dell’aeroporto Ben Gurion – l’aeroporto internazionale di Israele – un cartello semplice e non confessionale indica da qualche settimana le «stanze della preghiera». Ambienti semplici, aperti senza troppo clamore, ma che segnano un gesto importante: il debutto di uno spazio pubblico pensato per la vita spirituale dei non ebrei in un ambiente tra i più frequentati di Israele.
Esisteva ovviamente già una sinagoga nell’aeroporto Ben Gurion, come in tutti i più importanti luoghi di incontro israeliani. Ed era già dal 2006 che l’autorità aeroportuale aveva parlato dell’idea di aprire nel nuovo Terminal uno spazio per la preghiera non ebraica, anche in ragione del fatto che musulmani e cristiani rappresentano insieme quasi il 20% della popolazione israeliana e frequentano come tutti gli altri l’aeroporto. Questo progetto si era perso però nei meandri della burocrazia, finché a rilanciarne l’esigenza è stato un incidente singolare: nel 2015 nel giorno di Simchat Torah – una festività ebraica, durante la quale gli ebrei religiosi non viaggiano – una famiglia di turchi musulmani in transito dall’aeroporto ha scambiato la sinagoga completamente vuota per una moschea e si è messa lì a pregare, utilizzando addirittura i tallit (i manti della preghiera della tradizione ebraica) come tappeti. Quando qualche passante se n’è accorto e glielo ha fatto notare la famiglia ha immediatamente interrotto la propria preghiera scusandosi, mostrando così di essere in buona fede e di non aver avuto alcun intento provocatorio. Ma le immagini erano comunque troppo ghiotte per non circolare sui social.

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Perché Israele ha colpito la Siria subito dopo l’accordo di Idlib

di Fulvio Scaglione

Perché Israele ha colpito la Siria  subito dopo l’accordo di Idlib

Fonte: Gli occhi della guerra

La cronaca degli ultimi eventi in Siria, dai primi bombardamenti russi sulla provincia di Idlib alle minacce americane, dal ricognitore russo abbattuto dalla contraerea siriana per colpa delle manovre dei caccia di Israele ai missili su Latakia alle bombe al fosforo sganciate dagli americani su Deir Ezzor, è ovviamente drammatica.
Ma il sottofondo politico è più complesso di quel che sembra e, in un certo senso, anche meno preoccupante. La partita è la solita: il controllo della Siria. O meglio: il controllo della sua frammentazione. Da sette anni una coalizione potentissima, che va dall’Arabia Saudita agli Usa, dalla Francia al Regno Unito, dalla Turchia al Qatar, passando per una lunga serie di Paesi che sono stati o sono complici “di fatto”, lavora per disgregare l’unità politica e territoriale della Siria.
Non sempre questi Paesi hanno mostrato una perfetta unità d’azione o di visione politica. La Turchia, per esempio, dopo il fallito golpe del 2016, che Recep Tayyip Erdogan considera ispirato dagli Usa, ha preso una strada autonoma e ha costruito una sorta di intesa con Russia e Iran. Nondimeno l’obiettivo è sempre stato quello, all’insegna dello slogan “Assad must go”. Un obiettivo così importante che, per raggiungerlo, la strana coalizione ha puntato via via su diversi cavalli. Continua a leggere

In Israele: rifugiati africani vittime di razzismo, internamento, deportazione

In Israele: I rifugiati africani vittime di razzismo, internamento, deportazione

(MB. Immaginate la mia sorpresa: nell’unica demokrazia razzista del MO) 6.8.2018 di Mesloub Khider.    Su:  http://www.les7duquebec.com/7-au-front/en-israel-les-refugies-africains-victimes-de-racisme-dinternement-de-deportation/ Avvertenza: questo testo l’ho scritto prima dell’adozione della Legge fondamentale sullo stato nazione ebraico che definisce il carattere ebraico dello stato sionista. Si tratta della questione della politica xenofoba dello stato sionista contro gli africani. Il parlamento israeliano ha approvato il 19 luglio 2018 una legge …

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E’ moro Uri Avnery, l’israelita ottimista che aveva giocato a scacchi con Arafat

di ROBERT FISK
www.independent.co.uk 

Mi è sembrato in qualche modo giusto che la prima notizia della dipartita di Uri Avnery mi sia arrivata da uno dei più convinti nemici di Israele, il leader dei Drusi libanesi Walid Jumblatt. Una leggenda che reca tristi nuove di un’altra leggenda, un socialista che si prepara a portare il lutto per un compagno socialista, che esprime le proprie condoglianze per il novantaquattrenne filosofo politico israeliano. Lo stesso filosofo che, un tempo, era stato uno scolaro ebreo tedesco, Helmut Ostermann, che si era rifiutato di fare a scuola il saluto nazista ad Hitler, ma che era diventato, secondo il messaggio che avevo ricevuto da Jumblatt, “una mente assolutamente indispensabile per la comprensione del fascismo, il più grande fattore di distruzione del 20° secolo.” Parole di Jumblatt. “Avnery,” aveva poi aggiunto [Jumblatt], “aveva anche capito il significato del Sionismo, un’altra ignobile teoria basata sull’apartheid, nient’altro che una derivazione del fascismo.”

Uri Avnery ha avuto un gravissimo infarto durante il fine settimana ed è morto lunedi mattina. Si considerava un Sionista, o almeno un credente in un’Israele di sinistra, coraggiosa ma umile “faro di luce fra le nazioni,” un tipo di nazione a cui, nei nostri cuori, piacerebbe credere. Era fra quegli Israeliani che noi, liberali dal cuore tenero, ci affrettavamo ad andare a trovare appena arrivavamo in Israele, perché dicevano quello che noi volevamo sentire. Continua a leggere

Israele vuole “liquidare” definitivamente la questione di Gaza

di Maurizio Blondet

Israele vuole “liquidare” definitivamente la questione di Gaza

(con un bel genocidio) L’ultra sionista Betzalel Smotrich, sulla popolazione di Gaza: “che muoiano tutti di fame, di sete e di malaria”. Il membro della Knesset, Betzalel Smotrich, ha rilasciato una intervista sulla questione dell’aiuto umanitario destinato alla gente di Gaza, così come sul ritorno dei prigionieri e detenuti palestinesi: “Da parte mia la Striscia di Gaza deve essere completamente …

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