Massoneria ebraica e guerra in Ucraina. Come l’ebraismo massonico ha alimentato il conflitto. Tutta la verità

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di Javier André Ziosi

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’Ucraina è dominata da una potente loggia massonica di matrice ebraica, la B’nai B’rith, che fin dal 2014 ha soffiato sul fuoco della guerra, conducendo all’attuale conflitto

Poche ore dopo l’invasione russa dell’Ucraina (cominciata alle prime ore del 24 febbraio), la sezione inglese della loggia massonica ebraica B’nai B’rith – nota per influenzare la politica e i governi di tutto l’Occidente – ha emanato un significativo, seppur breve, comunicato di denuncia, che rivela le reali posizioni dell’ebraismo massonico e militante nei confronti del conflitto ucraino:

La loggia B’nai B’rith denuncia l’invasione ingiustificata illegale dell’Ucraina da parte delle forze della Federazione Russa. È chiaro che questo attacco è una grave violazione del diritto internazionale e una violazione fondamentale della pace e della sicurezza in Europa. È altrettanto chiaro che le vite e le libertà di molti ucraini innocenti sono ora a rischio, comprese quelle di molti membri B’nai B’rith nel paese. La loggia B’nai B’rith chiede ai leader occidentali di fornire un vasto sostegno al popolo ucraino e di intraprendere tutte le azioni necessarie per contribuire a ripristinare la sovranità e l’integrità territoriale del paese. Senza tali azioni, la libertà di molte nazioni sarà in pericolo dal comportamento degli stati aggressivi [come la Russia].

Anche il governo d’Israele – molto critico nei confronti della Russia di Putin e dell’imperialismo slavo – ha espresso il proprio sostegno al popolo ucraino, condannando fermamente l’invasione. «L’attacco russo all’Ucraina è una grave violazione dell’ordine internazionale», ha dichiarato Yair Lapid, Ministro della Difesa israeliano. «Israele condanna l’attacco ed è pronto a fornire assistenza umanitaria ai cittadini ucraini».

Così, anche il Primo Ministro d’Israele, Naftali Bennet (che, a ottobre 2021, aveva partecipato ad un incontro «caloroso e positivo» con Putin), si è espresso a favore del popolo ucraino e contro l’invasione russa. «Come tutti gli altri, preghiamo per la pace e la calma in Ucraina», ha asserito. «Questi sono momenti difficili tragici, e i nostri cuori sono con i civili, che non per colpa loro sono stati catapultati in questa situazione».

Pertanto, è doveroso domandarsi: che cosa unisce l’ebraismo militante e massonico, e con esso Israele, all’Ucraina e al suo presidente, l’ebreo Volodymyr Zelens’kyj? Esiste un legame occulto fra la B’nai B’rith e la nuova Ucraina europeista e filo-americana emersa dal “golpe” del 2014? Di chi sono le responsabilità del conflitto?

Maidan: progetto sionista?

Per rispondere a tali domande è necessario ritornare a novembre 2013, anno in cui il presidente ucraino filo-russo Viktor Yanukovych – stretto collaboratore di Putin – decise di sospendere l’accordo di libero scambio con l’Unione Europea, provocando forti proteste popolari, che, «appoggiate dal governo americano di Barack Obama e dalle logge massoniche progressiste occidentali», presero il nome di Euromaidan.

Fra le logge occidentali più influenti che hanno supportato finanziariamente e moralmente le proteste, contribuendo – nel febbraio 2014 – allo sviluppo di un vero e proprio colpo di Stato (al quale aderì anche l’ebreo ungherese George Soros), vi è la potentissima B’nai B’rith, loggia pre-sionista «d’ispirazione totalmente massonica, ma con una specificità giudaica», strettamente legata a Israele, ma con sede negli Stati Uniti.

Obiettivo della B’nai B’rith, in sintesi, fu quello di coinvolgere gli ebrei ucraini (e altre minoranze etniche, come i tatari) nelle proteste, convogliando tutte le forze anti-russe – compresa la destra radicale, composta dal partito Svoboda, dal Congresso Nazionalista e dal movimento Pravyj Sektor – in un unico, grande cartello europeista e filo-americano, in grado di condurre ad un radicale cambio di governo e svincolare così l’Ucraina dalle grinfie della Russia. Attraverso ONG e attivisti locali e stranieri, la loggia B’nai B’rith soffiò sul fuoco del malcontento ucraino, portando ad una veloce escalation delle proteste e alla conseguente fuga di Yanukovych (febbraio 2014), che, come previsto, lasciò il paese in mano alla cricca europeista e filo-sionista del nuovo presidente Petro Porošenko, il quale, un anno dopo, è già a Gerusalemme per stringere diversi accordi bilaterali, ammettendo: «L’Ucraina è con lo Stato di Israele».

Guerra in Donbass

Ma non tutti i cittadini ucraini hanno accettato in silenzio la rimozione del presidente Yanukovych e l’instaurazione di un governo europeista e filo-sionista. Difatti, mentre la Crimea, dopo un controverso referendum vinto con oltre il 90% dei voti, viene annessa alla Federazione russa, in Donbass (sud-est dell’Ucraina) esplode un’intensa guerra civile, dalla quale emergono due nuove repubbliche indipendenti anti-sioniste, la Repubblica di Doneck e la Repubblica di Lugansk, i cui leader accusano subito «del conflitto in corso i massoni americani ed europei», dichiarandosi ideologicamente vicini alla Russia di Putin.

«Nessuno è responsabile del fatto che le nostre banche, i negozi, l’aeroporto [di Doneck] siano chiusi, ad eccezione dei fascisti ucraini e dei liberi muratori degli Stati Uniti e dell’Europa», dichiarò Vladimir Antiufeyev, all’epoca vice Primo Ministro della Repubblica di Doneck. «Non siamo consapevoli dell’influenza che esercitano le logge massoniche in Occidente?!».

Volontari ebrei

Per contro, gli attivisti del B’nai B’rith, col supporto dalle logge progressiste e dei gruppi ebraico-sionisti americani, si sono attivati per mobilitare, in ottica anti-russa, gran parte degli ebrei ucraini, la cui comunità costituisce la terza più grande comunità ebraica in Europa e la quinta più grande al mondo. Fin dal 2014, numerosi ebrei vengono così arruolati come volontari, finendo inquadrati persino in reparti dichiaratamente nazionalsocialisti, come il famigerato battaglione Azov (equipaggiato con armi israeliane), il cui fondatore – Andry Bilecky – ha incredibilmente ammesso di essere «un convinto sostenitore di Israele», in quanto «il suo modello di società e di difesa è molto vicino al modello ideale per l’Ucraina». «Diversi ebrei hanno combattuto con noi», ha infine confessato. «Le opinioni personali non contano, conta difendere il Paese».

A conferma di ciò, Josef Zissels, co-presidente dell’Associazione delle organizzazione e delle comunità ebraiche in Ucraina, ha dichiarato che, dopo il golpe del 2014, «l’atteggiamento verso gli ebrei [in Ucraina] è drasticamente migliorato, poiché essi erano attivi durante [le proteste di] Maidan e si sono arruolati per combattere al fronte. Gli ebrei hanno dimostrato che si identificano con lo Stato ucraino, con il suo futuro e le sue sfide, e che sono pronti ad assumersi la loro parte di responsabilità».

Nuova Gerusalemme

Nel 2015, la maggior parte del debito sovrano dell’Ucraina viene acquisito dal fondo di investimento statunitense Franklin Templeton, che è di proprietà della famiglia Rothschild. Ma è nell’aprile 2016 che vi è la svolta. Appoggiato dalla B’nai B’rith e dall’ebraismo militante internazionale, il sionista ebreo Volodymyr Grojsman – presidente dal 2014 della Verchovna Rada – diviene Primo Ministro, succedendo ad Arsenij Jacenjuk. Il suo obiettivo, fin da subito, è quello di eseguire – affianco al compare Porošenko – gli ordini più rivoluzionari e ambiziosi della loggia B’nai B’rith, ossia ebraicizzare l’Ucraina, per farla diventare – come auspicava un tempo l’ebraismo “chassidico” dei Chabad Lubavitch – una sorta di nuova Israele.

È il giornale Kremenchug che, per la prima volta, in un articolo del 2017 scritto dal generale ucraino Grigory Omelchenko, svela al mondo il progetto occulto della B’nai B’rith. Secondo Omelchenko, il governo Grojsman-Porošenko avrebbe infatti «sviluppato un piano», per creare una «”nuova Gerusalemme“» in Ucraina, coinvolgendo le città di OdessaZaporizhzhyaDnipropetrovskMykolaïv e Cherson. Questa «nuova repubblica», con «capitale culturale» Odessa, avrebbe dovuto rappresentare, in antitesi alle prerogative di russificazione di Putin, una «”Gerusalemme ucraina“», nella quale reinsediare – secondo le direttive del piano – «circa 5 milioni di ebrei» provenienti da Israele o da altri paesi.

Stando alle parole del generale, furono persino formati i quadri politici (precisamente «dodici leader») di questa nuova repubblica, promettendo ad ogni abitante «una pensione di 500 euro mensili, indipendentemente dall’esperienza lavorativa». Ma, alla fine, a causa del proseguimento del conflitto in Donbass e della forte instabilità del paese, si decise di accantonare il progetto e attendere tempi più favorevoli.

Arriva Zelens’kyj

Dopo tre visite ufficiali del presidente Porošenko a Gerusalemme e la conclusione di vari accordi bilaterali con lo Stato di Israele, nel maggio del 2019 vince le elezione ucraine, con il 73% dei voti, il sionista e uomo della B’nai B’rith Volodymyr Zelens’kyj, divenendo il primo presidente ebreo nella storia dell’Ucraina.

Egli, affascinato dal vecchio progetto della “Gerusalemme ucraina” ideato da Grojsman e Porošenko, rafforza fin da subito i legami fra Ucraina e Israele, arrivando a firmare – nell’agosto del 2019 – un accordo con Netanyahu finalizzato a «promuovere lo studio della lingua ebraica nelle istituzioni educative in Ucraina». In sostanza, si comincia a insegnare l’ebraico nelle scuole. In tutte le scuole.

Ma v’è di più. Una ricerca condotta in quel periodo dal Pew Research Center di Washington, ha concluso che, fra le varie nazioni europee esaminate durante la ricerca, l’Ucraina è «la nazione più amichevole verso gli ebrei». Il generale Omelchenko, che è stato anche deputato della Verkhovna Rada, ha addirittura concluso che «l’Ucraina è il premio principale per il sionismo internazionale» e che essa «si sta trasformando in un “piccolo Israele”».

Biden e la guerra

Tuttavia, fino al 2020 l’Ucraina gode di una relativa pace, con l’insorgere di sporadici episodi di micro-conflitto fra i separatisti del Donbass e le forze nazionali ucraine, nelle quali continuano a combattere numerosi ebrei. Ma, nel gennaio 2021, con l’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden (agente occulto della B’nai B’rith e «uomo di Israele a Washington»), le direttive cambiano radicalmente.

È Biden, infatti, su ordine della massoneria occidentale (tra cui la B’nai B’rith), ad emanare nuove disposizioni al governo e all’esercito ucraino, «in modo da far innervosire Putin e sperare in un suo attacco improvviso contro l’Ucraina, al fine di fare apparire la Federazione Russa, nell’ambito dell’opinione pubblica internazionale, la nazione che ha dato vita al conflitto». L’obiettivo principale della loggia B’nai B’rith, non a caso, è quello di riportare la Crimea e i territori del Donbass all’Ucraina, indebolendo così la Russia e facendo entrare l’Ucraina nella NATO.

«Siamo davanti ad atti provocatori lungo la linea di contatto», ha dichiarato ad aprile 2021 Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino. «Sono le forze armate dell’Ucraina che hanno intrapreso un percorso verso l’escalation di questi atti provocatori, e stanno continuando questa politica. Queste provocazioni tendono a intensificarsi. Tutto questo sta creando una potenziale minaccia per la ripresa di una guerra civile in Ucraina».

Nello stesso mese, anche Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha dichiarato che la situazione in Donbass peggiora di giorno in giorno a causa delle «intenzioni bellicose di Kiev».

«Truppe ed equipaggiamenti militari vengono dispiegati nella regione e i piani di mobilitazione vengono aggiornati», ha concluso Zakharova. «I media ucraini stanno fomentando l’isteria basata sul mito della minaccia russa».

Obiettivo raggiunto

In risposta alle provocazioni ucraino-americane, il 24 febbraio 2022 Vladimir Putin dichiara guerra all’Ucraina, mirando alla capitale Kiev, dove risiede il presidente Volodymyr Zelens’kyj. «Ho preso la decisione di un’operazione militare», ha enunciato il presidente della Federazione russa. «Un ulteriore allargamento della NATO ad est è inaccettabile».

Dunque, l’obiettivo della loggia B’nai B’rith è stato raggiunto: l’Ucraina è in guerra con la Russia. Così, per una seconda volta, gli uomini della B’nai B’rith – capitanati dal presidente della sezione ucraina, il “fratello” Vadim Kolotushkin – chiamano a raccolta l’intera galassia ebraica, che, in Ucraina, è rappresentata da oltre centossessanta comunità, tra cui «duecento famiglie di emissari Chabad Lubavitch», molte delle quali residenti a Kiev.

«Gli ebrei d’Ucraina combatteranno a fianco dei loro vicini contro l’invasione russa», ha dichiarato Meir Stambler, rabbino capo di Kiev vicino alla B’nai B’rith. «È vero, questo Paese è intriso del nostro sangue e la nostra storia, qui, è complessa e dolorosa. Ma gli ultimi anni sono stati buoni, abbiamo un’ottima relazione con i nostri concittadini e condividiamo le sofferenze di questa assurda invasione: fianco a fianco».

A conferma di ciò, l’ebreo italiano Paolo Salom, sul Corriere, ha rammentato che tantissimi ebrei «ora sono in prima linea a difendere quello che considerano il proprio paese [ossia l’Ucraina]. Dunque, ha senso parlare di «denazificazione»?».

«Non credete alla propaganda», ha fatto eco un artista di Kiev. «Giusto per vostra informazione, nel nostro parlamento non c’è un solo deputato nazista, mentre abbiamo eletto un presidente ebreo [Volodymyr Zelens’kyj]».

Appello ebraico

Tuttavia, oltre a supportare lo sforzo bellico delle forze armate ucraine, la B’nai B’rith ha lanciato una campagna di supporto a favore degli ebrei residenti in Ucraina, i quali sarebbero vittima del «nazionalismo antisemita» di Vladimir Putin. Tale campagna, analoga alla campagna di supporto che avviò la B’nai B’rith in epoca sovietica, ha preso il nome di “B’nai B’rith Disaster and Emergency Relief Fund” e opera per ricevere donazioni economiche da tutto il mondo.

«Questa è una crisi alla quale noi ebrei più fortunati non dobbiamo chiudere gli occhi e le orecchie», ha dichiarato Alan Miller, presidente della sezione britannica della B’nai B’rith. «Non possiamo ignorare la situazione. Dovremo aumentare considerevolmente gli aiuti… Tutti noi ci faremo avanti finanziariamente, per aiutare coloro che hanno un così grande bisogno».

De-ebraicizzazione?

Pertanto, sorge spontanea una domanda: è corretto, nel caso dell’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, parlare di «denazificazione», quando invece i cosiddetti “nazisti” ucraini non possiedono alcun seggio in parlamento e il paese è governato da un ebreo massone? «Dobbiamo concentrarci sui fatti», ha dichiarato il reporter Avi Yemini. «I russi hanno invaso perché l’Ucraina è nazista? No. Esiste un problema di estremismo in Ucraina? Sì, ma non è questa la ragione che spiega quello che sta accadendo».

Dunque, non sarebbe forse più giusto parlare di de-ebraicizzazione? In ogni modo, la giornalista ebrea Anne Applebaum, domandandosi: «Perchè l’Ucraina è diventata l’ossessione di Putin?», ha risposto: «È una democrazia, e questo per [Putin] è un pericolo. Putin è spaventato all’idea che a Mosca possa ripetersi quello che è accaduto a Kiev nel 2014. Lo considera una minaccia personale. Ho sempre pensato che Putin fosse razionale, a modo suo. Non ha mai preso grossi rischi, in fondo. Era brutale, magari, ma non si è mai buttato in sfide che non potesse vincere. Oggi è diverso. L’invasione sembra un azzardo. […] Non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere».

Fonte: https://www.ardire.org/2022/03/02/massoneria-ebraica-e-guerra-in-ucraina-come-lebraismo-massonico-ha-alimentato-il-conflitto-tutta-la-verita/

L’asso di Zelensky? Non gli Usa, ma Israele

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di Luigi Bisignani

Moro, Fanfani, Andreotti e Cossiga: tutti i big della vecchia politica d’accordo su come risolvere la crisi ucraina…

In Paradiso è appena terminata la messa celebrata da San Kuncewycz, patrono dell’Ucraina e San Wojtyla. Togliendosi la mitria e la casula, con aria sconsolata Giovanni Paolo II, davanti ai fedeli, tra i quali Kohl, Andreotti e Cossiga, commenta: “I comunisti, a differenza di quello che pensa il mio caro successore Bergoglio, restano sempre comunisti e lo dico io che li ho visti da vicino, come direbbe lei, presidente Andreotti”.

Andreotti: “Però una cosa buona il regime sovietico, pur non volendo, la fece. Con le deportazioni staliniane, i cattolici apparvero dove prima quasi non esistevano creando dei luoghi di resistenza. Quella resistenza allargata ad altre religioni che alla fine ridicolizzerà Mosca”.

“Caro Giulio” – irrompe Cossiga – “la carta segreta del giovane Zelensky non sono gli USA, come pensate tutti, ma Israele, che vuol dire anche il Mossad e tutto l’apparato finanziario in giro per il mondo. Esperti di media e tecnici tlc che gli permettono di essere costantemente on line”.

Andreotti: “Putin invece è chiuso nei suoi palazzi dorati, dove si è messo a scrivere il suo folle ‘De bello putiniano’”.

Interviene l’ex cancelliere Kohl: “Sta di fatto che a parte pochi ultra-ortodossi sono molti gli ebrei che sostengono apertamente Zelensky. E lo stesso Putin, che fino a ieri tubava con quel mondo, ora si sente tradito”.

Cossiga: “L’oligarca ebreo Mikhail Fridman ha comprato intere pagine di giornali contro la guerra in Ucraina, Abramovich è invocato come paciere dagli ucraini e il presidente del Forum europeo degli ebrei di lingua russa, che si è messo a protestare contro il Cremlino, è persino finito agli arresti”.

Andreotti: “Israele, pur con qualche cautela, sta sostenendo fortemente Zelensky, che aveva inizialmente chiesto a Gerusalemme di ospitare i negoziati con la Russia. D’altra parte, il nucleo più intimo del Deep State israeliano conta oggi moltissimi ebrei ashkenaziti ucraini”.

Col solito triciclo irrompe Fanfani che, da professore di Storia Economica, ricorda le origini ucraine di alcuni grandi nomi del pantheon israeliano, come la mitica Golda Meir, nata a Kiev e la cui famiglia scappò negli USA per sfuggire ai pogrom zaristi.

Wojtyla: “Per un Paese come Israele che si fonda sulla memoria e che è nato prima della Russia, è impensabile abbandonare l’Ucraina. Peccato che la mia amata Italia arrivi sempre dopo gli altri”.

Cossiga: “Il nostro Super Mario ha problemi di connessione”.

Andreotti: “E cos’altro ti aspettavi con Vittorio Colao in quel ministero?”

Cossiga: “Non mi provocare, mi fa ridere Mariuccio, come lo chiama Il mio amico Tremonti, che non riesce a collegarsi con Macron, per non parlare di quel malinteso telefonico con Zelensky che ha fatto ridere il mondo”.

Andreotti: “Magari perché Tim è in difficoltà, con la Cdp di Scannapieco che gioca con la Rete come il gatto col topo.”

Cossiga: “Scusa Giulio, ma di tecnologia non capisci nulla. Avevi ancora il telefonino a portafoglio. Sarebbe bastato che a Chigi avessero dotato il presidente del Consiglio di uno Starlink”.

Andreotti: “Una tua nuova diavoleria…”

Cossiga: “È una costellazione di satelliti attualmente in costruzione da SpaceX di Elon Musk, senza cavi né infrastrutture che sta usando Zelensky“.

Andreotti: “Se fosse per questo, visto l’aria che tirava, Draghi avrebbe dovuto recarsi a Mosca e così sarebbe stato l’ultimo premier occidentale ad aver parlato con Putin”.

Cossiga: “Invece ha mandato il povero Di Maio in avanscoperta come fosse un piccione viaggiatore…”

Andreotti: “Ai tempi miei si mandava il capo del cerimoniale, Draghi dimentica che un premier è solo primus inter pares”.

Sopraggiunge Aldo Moro, serafico come sempre, con il suo vestito blu troppo largo e un bicchierino in mano, chiosando: “Mi pare che il nostro premier abbia perso ruolo, arriva sempre ultimo, sullo Swift come sulle armi, limitandosi solo a consultare Macron che si sta giocando la sua partita elettorale. Del resto, troppe aspettative per un banchiere…”

Andreotti: “Almeno ricordasse, di stare attento ai francesi quando ci sono di mezzo sanzioni”.

Wojtyla: “In che senso?”

Andreotti: “Quando facemmo l’embargo alla Libia, Parigi fu la prima ad eluderlo. Ora, a sentire l’Aise, non vorrei che qualche armamento francese avesse preso la strada per Mosca. A pensar male si fa peccato, ma…”

Tutti in coro all’unisono: “Spesso ci si indovina”.

Moro: “Un’Europa che è proprio incapace di pensare: questa idea della Nato a fisarmonica è una barbarie”.

Andreotti: “Piuttosto, se si fosse fatta entrare prima l’Ucraina nella Ue e poi, semmai, nella Nato. Le idee bizzarre della Cia e dei democratici USA”.

Cossiga: “Per Putin, cresciuto a pane e guerra fredda, la Nato è come il drappo rosso per il toro.

Fanfani: “Come quelli che ancora credono che il Vaticano di Francesco abbia influenza nella politica italiana come ai tempi di Benelli e Ruini… ”.

Andreotti: “Mi vien da dire una cattiveria poi però dovrò confessarmi”.

Fanfani: “Dilla, dai, troppe confessioni avresti dovuto fare, ma San Pietro ti ha dato subito il fast track”.

Andreotti: “Alla fine, a risolvere il problema e ad eliminare dalla scena lo zar potrebbe essere una miscela esplosiva tra mafia russa e oligarchi, che sono rimasti senza nemmeno un autista filippino”.

Fanfani: “Assieme anche al cittadino medio russo, abituato seppur da poco a qualche comfort”.

Cossiga: “A proposito di cattiverie e guerre fredde, in questo momento le abbiamo pure noi in Italia, tra Palazzo Chigi e il Quirinale, tra Draghi e il segretario generale del Colle Zampetti”.

Andreotti: “E con le prossime nomine da SNAM a Fincantieri, con Mattarella pronto a difendere gli attuali vertici che hanno fatto bene ne vedremo delle belle. E con quel Giavazzi sempre in mezzo ‘senza titulo’ come direbbe il mio allenatore Mourinho….

“È tempo di tornare a pregare”, la tonante voce di San Pietro richiama tutti all’ordine. Andreotti, che vuole sempre l’ultima battuta, sogghigna: “Tranquilli, tanto qui Putin non arriva neppure se lo raccomanda Bergoglio”.

Luigi Bisignani, Il Tempo 6 marzo 2022

Monte degli Ulivi: arriva (per il momento) il “contrordine compagni”

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Seguito del comunicato del 20/2/2022: La presenza cristiana sul Monte degli Ulivi nel mirino degli ebrei https://www.centrostudifederici.org/terra-santa-la-presenza-cristiana-sul-monte-degli-ulivi-nel-mirino-degli-ebrei/
Le proteste ufficiali delle “chiese cristiane” per il progetto di giudaizzare il Monte degli Ulivi hanno provocato l’annuncio, da parte del governo israeliano, della sua (momentanea) sospensione. 
Il documento di protesta era stato inoltrato anche ai Consolati di Gerusalemme (la sede delle Ambasciate è a Tel Aviv, tranne quelle degli Usa, del Guatemala e del Cossovo che sono a Gerusalemme), che evidentemente hanno fatto pressione sul governo (si tratta di diplomatici di carriera e non bibitari imprestati alla politica). 
La situazione rimane precaria e il progetto in questione è congelato e non cancellato. Tuttavia ancora una volta il governo ha dovuto fare i conti con chi “de facto” rappresenta gli interessi materiali dei cristiani in Terra Santa. Nel 2018, ad esempio, il tentativo di un’elevata tassazione da parte della municipalità di Gerusalemme dei beni cristiani fu bloccato dalle vibranti proteste degli interessati, che portarono alla chiusura per qualche giorno della basilica del Santo Sepolcro. Il governo intervenne allora presso il sindaco di Gerusalemme.
 
Un parco sul Monte degli Ulivi, dietro front israeliano
L’Autorità israeliana per i Parchi e la Natura rinuncia ad espandere il Parco nazionale delle mura di Gerusalemme dopo la ferma protesta dei capi delle Chiese che denunciano ben altri interessi in gioco.
 
L’Autorità israeliana per la Natura e i Parchi quest’oggi (21 febbraio 2022) ha annunciato di non volere dare attuazione al progetto di ampliare il Parco delle Mura di Gerusalemme, espandendone i confini fino alle pendici del Monte degli Ulivi. Si tratta di un ripiegamento (temporaneo?) dovuto alla ferma protesta indirizzata alla ministra per l’Ambiente israeliana Tamar Zandberg il 18 febbraio scorso dal patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Theophilos III, dal custode di Terra Santa, fra Francesco Patton, e dal patriarca armeno di Gerusalemme, Nourhan Manougian (tutte cariche da mettere tra virgolette, ndr).
Del progetto di ampliamento si parla da tempo, ma nei giorni scorsi era filtrata l’intenzione di presentarlo il prossimo 2 marzo alla Commissione di pianificazione urbanistica della municipalità di Gerusalemme per un via libera preliminare.
Il Parco si estenderebbe anche su terreni, immobili e santuari di proprietà delle varie Chiese, in un’area molto cara ai pellegrini cristiani di tutto il mondo e ciò ha indotto le tre autorità ecclesiastiche a reagire.
«Si tratta – hanno scritto senza mezzi termini i firmatari della lettera – di un provvedimento brutale che costituisce un attacco diretto e premeditato contro i cristiani di Terra Santa e contro le Chiese e i loro antichi diritti, internazionalmente garantiti, nella Città Santa». La lettera alla ministra è rimbalzata sui media israeliani e il quotidiano digitale The Times of Israel l’ha riprodotta integralmente il 20 febbraio (clicca qui per leggere la lettera in formato pdf).
Per dare maggior peso al loro intervento, il custode francescano di Terra Santa e i due patriarchi hanno inoltrato una copia per conoscenza della missiva anche ai consoli generali a Gerusalemme di Francia, Turchia, Italia, Grecia, Spagna, Regno Unito, Belgio e Svezia, nonché al rappresentante pontificio, il nunzio Adolfo Tito Yllana.
Il Monte degli Ulivi parco nazionale israeliano?
È vero che sulle pendici occidentali del monte c’è un cimitero ebraico in uso da oltre tremila anni, ma il rilievo è anche uno dei luoghi più sacri della cristianità. Quello che fu scenario di eventi importanti della vita di Gesù ospita una dozzina di santuari e luoghi di culto cristiani che, in assenza di restrizioni imposte dalla pandemia, «sono visitati ogni anno da milioni di pellegrini», ricordano i capi delle Chiese. Altre porzioni della montagna interessate dal progettato ampliamento – che includerebbe anche parti della valle del Cedron e della valle di Ben Hinnom (Geenna) – appartengono a proprietari privati palestinesi.
L’Autorità per la Natura e i Parchi afferma che il suo progetto mira a preservare il paesaggio naturale e culturale di quelle aree e non comprometterebbe le proprietà ecclesiastiche eventualmente incorporate nel parco nazionale. I media israeliani osservano però che le autorità israeliane si garantirebbero così la possibilità di un’ampia gamma di azioni, tra cui la realizzazione di sopralluoghi, il rilascio di autorizzazioni per lavori e progetti di valorizzazione, restauro e conservazione.
«Obiezione inequivocabile» delle Chiese
I tre firmatari della lettera congiunta hanno espresso la «più profonda preoccupazione», insieme ad un’«inequivocabile obiezione» al piano di ampliamento del Parco delle mura.
E si rammaricano che l’Autorità per i Parchi «giochi un ruolo ostile nei confronti delle Chiese e della presenza cristiana in Terra Santa», prestandosi ad interessi altrui. «Con il pretesto di proteggere gli spazi verdi, il piano sembra servire a un’agenda ideologica che nega lo status e i diritti dei cristiani a Gerusalemme», hanno osservato gli ecclesiastici nella loro lettera, nella quale aggiungono: «Benché il progetto sia presentato ufficialmente dall’INPA [l’acronimo che indica l’Autorità – ndr], sembra che sia stato proposto e orchestrato, avanzato e promosso da entità il cui unico scopo apparente è confiscare e nazionalizzare uno dei luoghi più sacri per la cristianità e alterarne la natura».
Un’agenda ideologica
Il riferimento diretto è a quei gruppi nazionalisti che stanno lavorando per aumentare la presenza di residenti ebrei nei quartieri di Gerusalemme Est e soprattutto nelle aree cristiane della città vecchia di Gerusalemme. Manovre che i capi delle Chiese di Terra Santa hanno già denunciato anche in una dichiarazione comune dello scorso dicembre.
Più in generale, questi gruppi mirano a ridurre la presenza di non ebrei a Gerusalemme Est, come sta accadendo nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan a nord e a sud della città vecchia. In una dichiarazione congiunta rilasciata a The Times of Israel, le organizzazioni per i diritti umani Bimkom, Emek Shaveh, Ir Amim e Peace Now si sono affrettate a sottolineare che «c’è un collegamento diretto tra ciò che è in corso a Sheikh Jarrah e questo piano di ampliamento dell’INPA».
Il Parco nazionale in questione è stato inaugurato negli anni Settanta. Attornia le mura di Gerusalemme vecchia – senza includerle – e la città di David (nel quartiere a maggioranza araba di Silwan). Quando se ne tracciarono i confini, «si evitò accuratamente di includere gran parte del Monte degli Ulivi», riporta The Times of Israel. Le autorità contemplarono una «fase due» per espandere il parco nazionale, ma poi decisero di soprassedere in considerazione del carattere sensibile dei terreni che si andava ad incorporare. A distanza di mezzo secolo la «fase due» torna all’ordine del giorno.
Oggi riferisce, il quotidiano Haaretz, il parco si estende per poco meno di 110 ettari. Il progettato ampiamento dei confini ne aggiungerebbe altri 27.
 
 

Medio Oriente

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di Salvo Ardizzone

Fonte: Italicum

Intervista a Salvo Ardizzone, autore del libro “Medio Oriente”, Arianna Editrice 2021, a cura di Luigi Tedeschi

D. 1) L’epoca dei regimi del socialismo arabo è ormai tramontata. Furono regimi autocratici che, con tutti i loro fallimenti, le loro conflittualità e le loro contraddizioni evidenti, emersero da movimenti che si dimostrarono comunque determinanti nella lotta per l’indipendenza dei popoli arabi e conferirono una identità politico – culturale ai nuovi stati sorti dalla decolonizzazione. Contribuirono inoltre alla emancipazione e alla modernizzazione di popoli già emarginati dalla storia. Al crollo dei regimi autocratici, hanno fatto seguito solo il caos politico generalizzato e conflitti – etnico religiosi senza sbocchi. Con la fine del socialismo arabo, non è scomparso un modello di riferimento, senza alcuna prospettiva di nuovi equilibri geopolitici nell’area mediorientale e nordafricana?

R. I movimenti che si intestarono il processo di decolonizzazione, Baath, nasserismo, lo stesso Fln algerino, seppero liquidare le dominazioni coloniali in quanto esse erano anacronistici fenomeni antistorici, ma nessuno di essi riuscì (né, in realtà, ci provò seriamente) a costruire sistemi politici capaci d’interpretare le aspirazioni delle popolazioni musulmane che pur, nelle fasi iniziali, tributarono a essi un forte consenso, e si evolsero tutti in regimi duri, alcuni durissimi.

Le identità politico – culturali che conferirono ai nuovi stati furono spesso distanti da quelle autenticamente espresse dai popoli che ci vivevano, insomma, sovrastrutture velleitarie; basta far cenno alla pretesa del Baath, che rinnegava i singoli stati definiti regioni, di riconoscersi in un’unica nazione araba, o i velleitari tentativi di Nasser di “unioni a freddo”, vedi la R.A.U. con la Siria (degli esperimenti estemporanei di Gheddafi è inutile parlare).

La ragione prima di questa distonia fu che le leadership di quei movimenti provenivano da ambienti intellettuali o militari che si erano formati in Occidente, imbevendosi di dottrine positiviste che, seppur filtrate da una certa elaborazione politica, finivano per suonare ostiche o irricevibili al sentire profondo delle masse. Per cui, più che autentici interpreti dei propri popoli, finivano per essere pur sempre emanazione della cultura politica occidentale. Lo stesso Nasser riscosse un consenso plebiscitario grazie a posizioni populiste, impregnate da un nazionalismo panarabo eterodosso, ma ebbe la sorte di morire prima che il completo fallimento del suo modello (che di fallimenti ne aveva già collezionati tanti) sbriciolasse l’idolo che rappresentava per le masse.

Il socialismo arabo non è dunque finito, ma ha semplicemente fallito in quanto, pur avendo dinanzi masse più che disponibili a un radicale cambiamento, metteva in campo (quando lo faceva) dottrine non in linea con i paesi presso cui si è sviluppato, con leadership avulse dal sentire delle masse (di cui non si curavano più di tanto, anzi, disprezzavano i valori profondi espressi della gente e, quando li assecondavano, lo facevano per raccogliere consenso). In definitiva, i regimi forti che ha originato avevano lo scopo primario di mantenere al potere oligarchie e, se un certo sviluppo hanno originato, è stato un modo di comprare l’appoggio di taluni ceti assai più che mirare a una crescita armonica delle società.

È poi da sottolineare che è stato l’Occidente (e/o i suoi alleati arabi) a segnare la fine di quelle esperienze, con attacchi diretti (vedi Guerre del Golfo) o indiretti (vedi varie “primavere”). Quando quei regimi sono crollati, hanno lasciato dietro di sé il nulla; il caos che ne è seguito è stato conseguenza diretta della loro natura: oligarchie che avevano occupato il potere, ponendo le società sotto una cappa. Quanto poi ai conflitti che ne sono conseguiti, non sono stati conflitti etnici, malgrado tensioni si fossero accumulate, meno che mai religiosi, ma indotti da precisi disegni di destabilizzazione che hanno fatto leva sulle linee di faglia di quelle società per sgretolarle.

A tal proposito, nel mio ultimo libro (Medio Oriente. Dall’egemonia Usa alla Resistenza Islamica) dedico diverse pagine alle Dottrine Bernard Lewis e Yinon, con le loro teorie di scomposizione dello scenario mediorientale, fatte proprie da think-tank e decisori politici statunitensi e israeliani, e alle dinamiche distruttive che sono state sviluppate.

Che poi quei regimi potessero essere un modello di riferimento personalmente non direi, erano regimi che non esito a definire iniqui; riferimento lo erano semmai per le potenze occidentali, che li hanno giostrati a seconda dei propri interessi, Usa in testa.

Quando potranno sorgere nuovi equilibri? Dall’osservazione dei fatti, è mia convinzione che nel MENA sia in corso da molto tempo uno scontro fra i vecchi assetti, che intendono mantenere il controllo sulla regione, e i nuovi, che combattono per liberarsi. In altre parole, una lotta fra oppressori e oppressi, fra il Vecchio e il Nuovo Medio Oriente che vuole emergere. È questo il filo rosso che lega e spiega gli eventi.

Alla luce di ciò, i nuovi equilibri cominciano già a intravedersi, in alcune vaste aree sono ormai delineati, ovvero dove l’antico sistema oppressivo è ormai in crisi irreversibile e combatte le ultime battaglie prima di prendere atto della sconfitta (come sta avvenendo in Iraq, Yemen e nello stesso Libano, ma anche altrove).

D. 2) L’Islam ha costituito un valore identitario di coesione e di riscatto politico – culturale per i popoli arabo – islamici. L’Islam ha rappresentato un valore spirituale universale unificante, per popoli diversi suddivisi in stati artificialmente creati in base alle spartizioni coloniali delle potenze europee dominanti nei secoli scorsi. L’Islam dovrebbe dunque essere un elemento identitario di contrapposizione al dominio imperialista dell’Occidente americano. Tuttavia, date le conflittualità interconfessionali esistenti e le nuove eresie sanguinarie islamiche diffusesi negli ultimi decenni, l’Islam è divenuto un fattore di destabilizzazione dell’area mediorientale e nordafricana. Anzi, i fanatismi diffusi hanno fornito una sovrastruttura ideologica necessaria per le guerre d’aggressione condotte dagli imperialismi vecchi e nuovi. L’Islam quindi, da valore spirituale unificante, non si è trasformato in uno strumento della “strategia del caos” e di dissoluzione degli stati?

R. Prima di risponderle, devo necessariamente ribattere ad alcune affermazioni che precedono la sua domanda: nell’Islam non ci sono sostanziali conflittualità interconfessionali e le eresie sviluppatesi negli ultimi decenni non hanno a che vedere con l’Islam più di quanto Michele Greco, con le sue improbabili citazioni dei Vangeli nei processi, ne aveva con il Cattolicesimo.

L’Islam non è un fattore destabilizzante del MENA né, tantomeno, è uno strumento della “strategia del caos”, semmai è stato vittima di una gigantesca operazione di disinformazione finalizzata alla costruzione di un “Nemico”, che giustificasse gli interventi di destabilizzazione tesi a realizzare gli interessi egemonici degli Usa e dei suoi alleati.

Andiamo con ordine: negli anni Novanta del secolo scorso, fra i think-tank “neocon” americani si affermarono le tesi elaborate anni prima da Bernard Lewis, uno studioso britannico ex collaboratore dei Servizi, e ciò in assonanza con quanto già formulato dal giornalista Odet Yinon in Israele.

Come ho già accennato, secondo tali dottrine Usa e Israele avrebbero dovuto decomporre gli stati mediorientali, facendo leva con qualsiasi mezzo sui loro punti critici, al fine di destrutturare l’area e ricomporla secondo i loro interessi o, in alternativa, determinando quel “caos creativo” (copyright by Hillary Clinton) che inibisse quelle aree a chi era giudicato un avversario (con ciò facendo espresso riferimento all’Iran e, soprattutto, alla proiezione della Rivoluzione Islamica).

Terzo pilastro del progetto era l’Arabia Saudita, giudicata essenziale per la creazione, il controllo e l’indirizzo dei gruppi che avrebbero dovuto destabilizzare la regione, replicando il ruolo interpretato con successo al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Un simile progetto avrebbe dato il via a un ciclo di guerre ma, se centri di potere e complessi militari-industriali erano entusiasti di una tale prospettiva, l’opinione pubblica Usa non ne era per nulla interessata; occorreva “qualcosa” che la sintonizzasse su quel programma e giustificasse una politica d’aggressione dinanzi al mondo. In altre parole, occorreva un “Nemico” contro cui gli Usa (e i loro alleati) potessero dichiarare una guerra permanente con il consenso generale.

Il “qualcosa” accadde l’11 settembre e il “Nemico” esisteva già da anni, perché creato dalle Intelligence americana e saudita al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e, da allora, mai perso di vista. Da quel momento gli Usa scesero in guerra contro il “Terrore”, ovvero contro chiunque l’Amministrazione del momento ritenesse conveniente.

La riuscita di una tale strategia è stata resa possibile da una colossale operazione di “framing” operata dal sistema mediatico americano e avallata dai media dell’intero Occidente; in “Medio Oriente” dedico più pagine a spiegare come essi si prestarono a una sistematica narrazione dei fatti distorta, lacunosa e faziosa, realizzando una gigantesca disinformazione collettiva.

Fulcro di questa operazione è stata una campagna contro l’Islam: descrivere quella religione e quella cultura nel modo più distorto, accreditando di esse l’immagine oscurantista e fanatica del wahabismo, vicino ai gruppi terroristici nati grazie alle manovre saudite e gli aiuti Usa, è servito a creare il “Nemico” e giustificare gli interventi militari.

A conclusione di quanto detto, ribadisco che il sedicente “scontro di civiltà” sia strumentale, evocato per motivare un vasto programma d’aggressione, come pure, assimilare all’Islam alle farneticazioni dei takfiri (così vengono chiamati dai veri islamici), o ritenerli parte di esso, sia una mistificazione fuorviante. Affermare dunque che siano stati i fanatismi in qualche modo presenti nell’Islam a fornire il pretesto per le guerre d’aggressione è invertire i ruoli, avallando la narrazione bugiarda del mainstream.

Allo stesso modo, insistere nella convinzione che sia in corso uno scontro interconfessionale fra sunniti e sciiti è falso, il nocciolo della questione è politico: l’Iran è la potenza guida della Rivoluzione Islamica che guida la Resistenza contro il sistema di potere che ha oppresso e opprime quella regione; le petromonarchie del Golfo e gli altri potentati locali fanno parte di quel sistema e per questo si oppongono con ogni mezzo al cambiamento. È tutto qui il discorso e il fatto che taluni stati siano a maggioranza sciita e altri sunnita non è affatto il cuore del problema.

Alla luce di quanto detto, spero sia chiaro che l’Islam non sia in alcun modo uno strumento della “strategia del caos”, ma sia stato così dipinto dall’interessata vulgata occidentale. Piuttosto, per i suoi principi correttamente intesi, è invece la fonte di un progetto di liberazione rivolto a tutti gli oppressi; sciiti, sunniti, anche cristiani, non fa differenza.

D. 3) Con la nascita della Repubblica Islamica si è affermato un nuovo sistema politico di natura identitaria islamica e antimperialista nei confronti dell’Occidente. La rivoluzione iraniana fu concepita da Khomeyni come un evento che avrebbe potuto estendersi a tutto il mondo islamico. tuttavia tale rivoluzione rimase circoscritta all’Iran. Anzi, l’Iran fu aggredito e combattuto da altri stati islamici. Si è inoltre rivelata insanabile la frattura interna all’Islam fra sciiti e sunniti, tuttora coinvolti in uno stato di guerra permanente. Quali sono le cause che hanno impedito al modello iraniano di espandersi e universalizzarsi?

R. La Rivoluzione Islamica non è rimasta affatto circoscritta all’Iran, al contrario, e la continua espansione dell’Asse della Resistenza è lì a dimostrarlo. In Libano, Iraq, Yemen, Palestina, Bahrein, e ora anche in Afghanistan e persino in Pakistan, in tante parti del mondo si sta radicando, anche in Nigeria, dove ne sentiremo parlare presto. Da questa proiezione, che minaccia sistemi di dominio e antiche egemonie, nascono le tante guerre scatenate prima per soffocarla (vedi la Guerra Imposta provocata da Saddam Hussein con l’appoggio degli stati del Golfo e dell’Occidente) e poi per frenarla (vedi i lunghi conflitti in Siria, Iraq, Yemen, Libano e Palestina).

In ormai cinquant’anni, malgrado repressioni selvagge, guerre, aggressioni d’ogni tipo, sanzioni, non è mai capitato che movimenti ispirati alla Rivoluzione Islamica siano stati sradicati, al contrario, essi si sono sempre sviluppati, accrescendo il radicamento nelle rispettive società. Ed è la Storia che lo afferma, non è un’opinione. È per questa riconosciuta capacità che la Dottrina della Resistenza è considerata un pericolo esiziale sia dalle tante monarchie assolute della regione, che in essa vedono la fine dei propri privilegi, sia dalle potenze che traggono utili (enormi) da questo stato di cose (Usa in primis).

Come ho già detto, se l’Iran è stato aggredito e combattuto da altri stati islamici, non è accaduto certo in nome della religione, ma a causa della dottrina di liberazione che da esso si proiettava; una dottrina che era una minaccia mortale per i poteri assoluti (e le ricchezze) d’un pugno di famiglie regnanti.

Per questo, lo ripeto ancora, è strumentale parlare di frattura interna all’Islam fra sunniti e sciiti, una frattura evocata per coprire lo scontro fra chi vuole mantenere un iniquo sistema di sfruttamento sulla regione e chi lotta per liberarsi da esso. E ribadisco che in questa lotta di liberazione c’è posto per tutti: sunniti, sciiti, cristiani, drusi, curdi, yazidi e ogni altra etnia o confessione, tutte largamente rappresentate nelle formazioni della Resistenza Islamica. Malgrado tutti gli sforzi di quello che in “Medio Oriente”, con un neologismo, ho chiamato per semplicità Fronte dell’oppressione, non c’è stato modo d’impedire alla Rivoluzione Islamica di espandersi.

Ancora una notazione: quando lei evoca un “modello iraniano” bisogna intendersi; è un errore pensare che la Rivoluzione Islamica sia un modello rigido e la sua applicazione uguale in ogni paese in cui si radichi; per sua costituzione essa si adatta alle condizioni culturali, storiche, sociali ed economiche di ogni popolo, per cui, dagli stessi principi, ispirati ai medesimi valori, deriveranno modelli diversi di Società della Resistenza. In poche parole, il modello iraniano non sarà replicato in Yemen, come quello libanese non lo sarà in Iraq, ma ognuno ne avrà uno proprio.

D. 4) L’area geopolitica mediorientale dal secondo dopoguerra in poi, è sempre stata un teatro di scontro tra le grandi potenze mondiali. Gli USA hanno voluto sostituirsi agli imperi coloniali europei nel dominio geopolitico dell’area. Dopo il crollo dell’URSS, l’unilateralismo americano, con il sostegno di Israele, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi, ha messo in atto la “strategia del caos” con la destabilizzazione interna e l’aggressione degli “stati canaglia”. Alla strategia imperialistica americana, non hanno però fatto riscontro i successi politici programmati, in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia. La supremazia militare ed economica americana non si è tradotta in primato geopolitico globale. Gli americani non hanno quindi realizzato un dominio senza egemonia? Gli Usa non sono dunque una potenza imperialistica congenitamente incapace di divenire un impero?

R. Gli Usa sono divenuti egemoni di metà del mondo quando l’Europa si suicidò e l’URSS emerse come loro antagonista; con l’implosione del blocco sovietico gli Stati Uniti rimasero l’unica superpotenza e per qualche tempo s’illusero che la Storia fosse finita, consacrandoli egemoni del mondo. Ma, malgrado i tanti decisori politici che l’hanno creduto, rischiando di auto avverare quella strampalata teoria, la Storia non è finita affatto e lo dimostra l’emergere di un multipolarismo che è nei fatti prima ancora che nelle teorie geopolitiche, e che ha posto crescenti limitazioni al potere a Stelle e Strisce.

Tuttavia, se un dominio globale stringente è nei fatti precluso agli Usa (neanche loro hanno i mezzi e, meno che mai, le capacità per mantenerlo), ritengo necessario soffermarci sulla natura dell’egemonia americana, che pur esiste.

A mio parere quello americano è un impero, ma di natura talassocratica e ora finanziaria, assai diverso da quelli che l’hanno preceduto, solo in qualche modo simile a quello britannico dell’Era Vittoriana, ma anni luce lontano da ciò che era l’URSS e dal modo che essa aveva di esercitare il potere. Ciò che muove i centri che controllano l’enorme macchina federale (costituita da Pentagono, Dipartimento di Stato, Intelligence e Agenzie varie) è il conseguimento degli interessi di cui essi sono terminali, e la forza è solo uno, e neanche il più usato né, alla prova dei fatti, il più efficace, degli strumenti adoperati per realizzarlo.

La forza del biglietto verde, a tutt’oggi misura e strumento della stragrande maggioranza degli scambi commerciali, e il controllo delle istituzioni finanziarie mondiali (Banca Mondiale, Fondo Monetario, Club di Parigi, etc.), uniti al più forte e pervasivo sistema finanziario del globo, danno a quell’impero una leva enorme.

A ciò s’aggiunge un vantaggio troppo spesso trascurato: possedere il più grande e, piaccia o no, influente sistema di media esistente, capace di determinare il pensiero mainstream e influenzare in modo decisivo le opinioni pubbliche di tutto il mondo. È un soft-power, certo, ma enorme; basti pensare alla copertura che ha dato alle guerre imperialistiche degli Usa, alla creazione del “Nemico”, alla capacità di “vendere” la società americana, basata sulla disuguaglianza e lo sfruttamento più iniquo, come un sogno, alla demonizzazione di tutto ciò che è contrario al sistema Usa e, dunque, ai suoi interessi.

Non è un caso che il sistema statunitense sia il padre della globalizzazione, ciò che gli interessa realmente è che: i traffici marittimi funzionino coerentemente al suo tornaconto (e l’US Navy è ancora la vera padrona dei mari); il dollaro rimanga arbitro di commerci, investimenti e transazioni; il mondo intero sia costretto a sostenere il biglietto verde nei suoi momenti critici, sottoscrivendo in massa i titoli di stato americani per evitare il collasso dell’economia globale (vedi le stratosferiche emissioni di debito Usa, che hanno accollato al mondo intero i danni della crisi originata da Lehman Brothers).

Per il resto, al Deep State americano, vero depositario del potere con buona pace delle Amministrazioni che passano e che esso, al bisogno, sa ingabbiare (vedi le feroci limitazioni imposte a Trump su temi giudicati sensibili, come le relazioni con la Russia), basta che in nessun quadrante del mondo si affermi un vero egemone capace di tenergli testa in quell’area. Certo, molto ci sarebbe da dire sui punti fermi dello Stato Profondo Usa e sul come (non) riesca a ottenere i risultati che si aspetta, ma ci porterebbe troppo lontano.

Concludendo, ritengo che gli Usa siano una potenza certamente imperialista, con una netta vocazione imperiale del suo sistema resa tuttavia sempre più riluttante da una crescente fetta di opinione pubblica interna tagliata fuori dai benefici dell’impero (di qui la base del successo di Trump, riscosso fra i “forgottens” della globalizzazione).

D. 5) La causa palestinese è oggi priva di rilevanza internazionale. Dopo gli insuccessi bellici degli stati arabi contro Israele susseguitisi dal 1948 al 1973, il fallimento politico dell’OLP e il moltiplicarsi degli insediamenti israeliani nei territori occupati, la nascita di uno stato palestinese è, allo stato attuale, da considerarsi un evento assai improbabile. La causa palestinese è stata sempre strumentalizzata dagli stati arabi per loro fini politici, salvo poi espellere o addirittura massacrare i profughi palestinesi al pari d’Israele. Con i nuovi equilibri geopolitici mediorientali e il riconoscimento di Israele da parte di alcuni stati arabi, la causa palestinese è da ritenersi ormai esaurita? Mancando gli alleati di riferimento, quale futuro si prospetta per i palestinesi? L’affermazione di Hezbollah in Libano, quale influenza può esercitare sul destino politico della Palestina?

R. È una domanda che per l’ampiezza necessiterebbe di un’intervista a parte, proverò a sintetizzare anche se mi rendo conto che alcuni temi possano apparire sorprendenti alla luce del pensiero mainstream attuale, focalizzato su ciò che non è e assai distante dalla realtà dei fatti sul campo. In realtà, l’interesse della comunità internazionale per la causa palestinese non è servito a molto, il massimo che ha saputo produrre è stata la beffa degli Accordi di Oslo, ovvero la svendita della Palestina a Israele, con tutti intorno ad applaudire, e la straordinaria ipocrisia del conferimento di due Nobel per quella truffa.

Nei fatti nessuno, in Occidente come nei paesi arabi che pur davano mostra di agitare quella causa, ha preso in seria considerazione la nascita di un vero stato palestinese, era invece la finzione di uno stato-non-stato che serviva a tutti: a Israele, che dinanzi al mondo metteva la pietra tombale su una crisi fastidiosa, senza rinunciare a nessuno dei suoi programmi espansionistici; ad Arafat e la sua cerchia corrotta che, con l’ANP, si vedevano riconoscere da interessati attori esterni un ruolo e una legittimazione che avevano ormai perso fra la loro gente; ai paesi arabi, che spazzavano sotto il tappeto una causa divenuta troppo scomoda.

Tuttavia, se la via indicata da Oslo si è rivelata da subito impraticabile, perché nessuno di chi l’ha sottoscritta era interessato a uno sbocco concreto (anzi, il contrario), l’eventualità di una nascita di un vero stato palestinese, seppur non ancora alle porte, non è mai stata più probabile.

Sgombrati dal tavolo i falsi riferimenti, che mai hanno fornito appoggio vero ai palestinesi, sul campo e fra la gente la causa della Palestina è stata presa in mano da un unico soggetto, la Resistenza Islamica, a cui oggi tutte le formazioni della militanza palestinese fanno riferimento e in cui si riconoscono, sia pur con sensibilità e sfumature diverse, ma seguendo un unico coordinamento. Per chi conosce la realtà di quelle terre, si tratta di un evento straordinario, mai accaduto: oggi, un’unica sala di comando dirige tutti i gruppi della Resistenza a Gaza, nel West Bank e perfino all’interno di Israele.

Alla nuova e crescente unità dei palestinesi, corrisponde uno sfarinamento della società israeliana, sempre più spaccata fra “tribù” (definizione del presidente israeliano Reuven Livlin), componenti separate da interessi, opinioni e visioni dello stato ferocemente contrapposte, causando una lacerazione del tessuto sociale che il passare del tempo rende più radicale e avvelenata.

Laici ashkenaziti, tradizionalisti-nazionalisti sefarditi, ultraortodossi haredim e, da ultimi, gli arabi israeliani, sono inconciliabilmente divisi su tutto. La dimostrazione ultima c’è stata in occasione della crisi del maggio scorso: il successo politico dell’Operazione “Spada di Gerusalemme”, lanciata dalla Resistenza Palestinese, e lo speculare fallimento dell’Operazione “Guardiano delle Mura”, intrapresa da Tsahal, ne sono la dimostrazione (come ammesso senza mezzi termini dalla stampa israeliana).

A maggio Israele ha dovuto interrompere la sua azione militare perché non era in grado di entrare a Gaza, una striscia di appena 365 chilometri quadrati, ma, soprattutto, per l’insurrezione degli arabi israeliani che ha messo fuori controllo le città stesse di Israele e frantumato la sua coesione interna. Illuminante in tal senso è il numero 5 della rivista Limes a ciò dedicata e il lungo editoriale del suo direttore Lucio Caracciolo.

Tra l’altro, non è corretto affermare che ai palestinesi ora manchino alleati di riferimento, è più esatto dire che in passato hanno avuto accanto sciacalli che si sono ingrassati sulle loro sciagure o che, dietro al loro nome, hanno svolto i loro mercimoni (e i risultati si sono visti); oggi la Resistenza Palestinese partecipa a pieno titolo all’Asse della Resistenza, è unita come non mai, ha consapevolezza di sé e della situazione, ha archiviato i dirigenti discutibili e dispone ora di leadership credibili e di un progetto di liberazione come non ha mai avuto.

Che poi alcuni stati arabi abbiano normalizzato le relazioni con Israele non sposta affatto le equazioni geopolitiche, è solo l’emersione delle reali posizioni già esistenti, spinta e pagata in moneta sonante dall’Amministrazione Trump, venduta agli interessi israeliani dietro lauto compenso (in primis al Presidente stesso e al genero Jared Kushner).

In tutto questo, da molti anni Hezbollah ha pazientemente svolto (e svolge tutt’ora) un ruolo centrale di guida, riferimento, supporto ed esempio oltre che di forte deterrenza nei confronti di Israele, che lo considera il nemico più temibile (copyright by Stato Maggiore di Tsahal). È evidente che la deflagrazione di una crisi in Palestina, quando nel West Bank la preparazione della Resistenza ormai unita sarà giudicata sufficiente, vedrà in Hezbollah un attore primario, come lo saranno le altre formazioni dell’Asse della Resistenza dal Golan.

Questi non sono affatto vaneggiamenti o fantapolitica, questo è l’incubo più volte manifestato apertamente dalle Forze Armate israeliane, che ai più alti livelli hanno manifestato seri dubbi sulla capacità di tenuta di Israele, ripreso da una stampa inquieta. Mi rendo conto che questa sia una rappresentazione “eretica” della realtà in Palestina, ma è quella che farebbe qualsiasi analista od opinionista di media accreditati (e indipendenti) della regione, come Al-Mayadeen o Al-Manar.

 

Medio OrienteMedio Oriente – Libro

 

ISRAELE SOSPENDE L’AVVIO DELLA QUARTA DOSE VACCINALE: DUBBI SULL’EFFICACIA

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di Raffaele De Lucalindipendente.online

In Israele il lancio della quarta dose del vaccino anti Covid, che sarebbe dovuta essere somministrata a partire dalla giornata di domenica, è stato al momento sospeso: la scorsa settimana infatti un gruppo di esperti del ministero della Salute si era espresso a favore della sua iniezione nei confronti delle persone di età superiore ai 60 anni, dei sanitari e degli immunodepressi, tuttavia in seguito a tale presa di posizione non è arrivata l’approvazione finale da parte del direttore generale del ministero della Salute Nachman Ash, motivo per cui la campagna vaccinale non è partita. Inoltre, come riportato da diversi quotidiani localinella giornata di oggi è iniziato uno studio condotto in collaborazione con il Ministero della Salute presso lo Sheba Medical Center (un ospedale israeliano) ed atto a valutare l’efficacia della quarta dose.

Esso coinvolgerà 6000 persone, tra cui 150 operatori sanitari della struttura ospedaliera con un livello attuale di anticorpi giudicato basso a cui verrà iniettata la quarta dose. Lo studio infatti testerà l’effetto della quarta dose di vaccino sul livello degli anticorpi, sulla prevenzione della malattia e verificherà anche la sua sicurezza. In tal modo, dunque, si cercherà di fare luce sull’ipotetico vantaggio derivante dalla sottoposizione a questa ulteriore dose, il che permetterà di comprendere se ed a chi sia necessario somministrarla.

Ad ogni modo la mancata approvazione da parte del direttore generale del ministero della Salute più che a tale studio – i cui risultati dovrebbero arrivare nell’arco di due settimane – sembra essere connessa alla letalità della variante Omicron: secondo quanto riportato dal quotidiano The Times of Israel, infatti, il mancato via libera è legato ai dati preliminari provenienti dall’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito, i quali suggeriscono che le persone con la variante Omicron hanno tra il 50 e il 70% di probabilità in meno di essere ricoverate in ospedale rispetto a quelle con la variante Delta. Omicron sembra però anche diffondersi più facilmente e, guardando alla protezione del vaccino, i dati continuano a mostrare una minore efficacia contro la malattia sintomatica da essa causata. Per tutti questi motivi, dunque, l’approvazione da parte di Nachman Ash non è arrivata: secondo quanto riportano i media israeliani egli dovrebbe esprimersi questa settimana, tuttavia l’ok alla somministrazione della quarta dose non può essere dato per scontato e la decisione potrebbe essere ulteriormente rinviata.

Detto ciò, i risultati dell’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito si aggiungono ad altre prove emergenti secondo cui l’Omicron potrebbe generare una malattia più lieve rispetto alle altre varianti. Ad esempio il Sudafrica, il primo paese in cui come è noto è stata rilevata la variante Omicron, sta pensando di porre fine al tracciamento dei contatti ed alla conseguente quarantena. Le notizie che arrivano dal Paese situato sull’estrema punta meridionale del continente africano, infatti, fanno ben sperare: basterà ricordare una ricerca, condotta dall’Istituto Nazionale per le Malattie Trasmissibili di Johannesburg, secondo cui i sudafricani che contraggono il Covid-19 nell’attuale ondata di infezioni hanno l’80% in meno di probabilità di essere ricoverati in ospedale se contraggono la variante Omicron rispetto ad altri ceppi.

Di Raffaele De Luca, lindipendente.online

link: https://www.lindipendente.online/2021/12/27/israele-sospende-lavvio-della-quarta-dose-vaccinale-dubbi-sullefficacia/

27.12.2021

Sistemi democratici, dall’Estremo al Vicino Oriente

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Israele come la Cina: riconoscimento facciale per il controllo dei palestinesi
 
L’esercito con la stella di David avrebbe promosso un programma di ampia portata basato sulle nuove tecnologie. I soldati armati di smartphone hanno scattato migliaia di fotografie, avviando una vera e propria gara interna. Per Breaking the Silence sono metodi di sorveglianza “altamente invasivi” che mostrano una “digitalizzazione” dell’occupazione. 
 
Gerusalemme (AsiaNews) – Un programma di ampia portata finalizzato all’identificazione dei palestinesi in Cisgiordania, con riconoscimento facciale e uso delle nuove tecnologie sul modello applicato da tempo dalla Cina, utilizzando il pattugliamento del territorio dei soldati. Secondo quanto emerge da una inchiesta approfondita del Washington Post i militari, armati non di fucile ma di telecamere, avrebbero scattato foto degli abitanti della cittadina di Hebron, lanciando una vera competizione per raccoglierne il più possibile. 
 
Il progetto è iniziato almeno due anni fa e si basa sull’utilizzo degli smartphone con sistemi di riconoscimento facciale e una tecnologia chiamata “Blue Wolf”, con raccolta di fotografie e dati incrociati con un database già presente negli archivi di Israele. L’applicazione, spiegano gli esperti, avvisa il soldato nel caso in cui gli individui debbano essere trattenuti in base alle informazioni preliminari disponibili su di loro.
 
Durante le fasi di creazione dell’archivio fotografico digitale, i soldati hanno fotografato migliaia di palestinesi, gareggiando fra loro sul numero delle immagini scattate ogni giorno. Un militare, interpellato dal quotidiano Usa dietro anonimato, spiega che l’unità alla quale apparteneva lo scorso anno aveva il compito specifico di “scattare il maggior numero di foto possibili” utilizzando vecchi smartphone dell’esercito. Secondo gli attivisti di Breaking the Silence (Bts), ong israeliana di ex militari e riservisti che denuncia quelli che considera abusi dello Stato ebraico nei Territori occupati, l’opera di schedatura poteva contare anche su un’ampia rete di telecamere per il riconoscimento facciale. Essa operava integrando il sistema a circuito chiuso noto come Hebron Smart City che, a detta di un ex militare, appare in grado di tracciare i palestinesi anche all’interno delle loro case.
 
La rete di sorveglianza include inoltre l’applicazione “White Wolf”, usata dai funzionari della sicurezza negli insediamenti in Cisgiordania per fornire informazioni e identificare i palestinesi prima del loro ingresso nelle colonie per motivi di lavoro. “Le persone si preoccupano delle impronte digitali – ha spiegato l’ex soldato al Post – ma questo sistema [digitale] è molto più elaborato e preoccupante”.
 
Secondo gli attivisti di Bts, il nuovo sistema utilizza metodi di sorveglianza “altamente invasivi” basati sulla tecnologia di riconoscimento facciale, per essere in grado di “monitorare i movimenti dei residenti palestinesi in tempo reale”. Queste rivelazioni sono solo l’ultimo esempio della “digitalizzazione” dell’occupazione. “Mentre qui in Israele, e in tutto il mondo occidentale, vi è un acceso dibattito sul grado in cui i governi sono autorizzati a usare la tecnologia per entrare nelle nostre vite – conclude la nota – quando si tratta di palestinesi, non vi è alcuna discussione”.
 
 

Terra Santa – “Sogno sionista” e incubo cristiano

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il governo di Tel Aviv ha annunciato con soddisfazione la crescita dell’immigrazione ebraica in Terra Santa (in prevalenza giovani) che realizza, secondo il ministro dell’immigrazione, il “sogno sionista”. Il massiccio arrivo di immigrati ebrei non si è fermato neppure con l’emergenza sanitaria, che invece ha bloccato i pellegrinaggi ai Luoghi Santi, con gravissimi danni alle famiglie cristiane palestinesi che vivono principalmente di turismo. La crescente immigrazione ebraica mette così in ulteriore minoranza i pochi cristiani locali sopravvissuti alle sopraffazioni sioniste del 1948 e del 1967.
 
Nel 2021 cresce del 31% l’immigrazione ebraica in Israele
 
Calano gli arrivi dalla Russia, in aumento da Stati Uniti, Sud Africa ed Etiopia nel quadro dell’operazione Tzur Israel. Un’immigrazione in larga maggioranza giovanile. Il flusso in entrata non si è mai fermato, nemmeno durante la fase più acuta della pandemia di Covid-19. Per il ministro israeliano sono cifre “positive”.
 
Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) – Nei primi mesi del 2021 l’immigrazione ebraica in Israele è cresciuta del 31%, con un numero crescente di ingressi da Stati Uniti, Francia, Ucraina, Bielorussia, Sud Africa ed Etiopia, mentre si registra una lieve flessione dalla Russia. È quanto emerge dai dati ufficiali forniti dal ministero israeliano dell’Immigrazione e dall’Agenzia ebraica, alla vigilia della festa di domani in ricordo delle persone che hanno intrapreso il viaggio verso la “terra promessa”.
Secondo le statistiche ufficiali, anche per quest’anno il maggior numero di immigrati ebrei proviene dalla Russia (5.075), a dispetto di una diminuzione del 5% nel numero rispetto al 2020. Vi sono stati 3.104 nuovi ingressi dagli Stati Uniti, con una crescita del 41% rispetto ai primi nove mesi dell’anno passato.
 
Almeno 2.819 nuovi immigrati si sono trasferiti dalla Francia (+55%), 2.123 dall’Ucraina (+4%), 780 dalla Bielorussia (+69%), 633 dall’Argentina (+ 46%), 490 dal Regno Unito (+20%), 438 dal Brasile (+4%) e 373 dal Sudafrica (+56%). Dall’Etiopia si registrano 1.589 immigrati nel quadro dell’operazione Tzur Israel, una iniziativa voluta dal governo per favorire l’immigrazione di membri della comunità ebraica dal Paese africano. 
In base all’età, oltre la metà degli immigrati ebrei in Israele giunti nel 2021 ha meno di 35 anni, con il 23,4% di età compresa fra 0 e 17 anni; il 33,4% ha fra i 18 e i 35 anni. Il 16,3% rientra nella fascia 36-50 anni, il 13% ha fra 51 e 64 anni e il 13,9% ha più di 65 anni. Il ministero dell’Immigrazione aggiunge che 2.184 nuovi immigrati si sono trasferiti a Gerusalemme, 2.122 a Tel Aviv, 2.031 a Netanya, 1.410 ad Haifa e 744 ad Ashdod. Il titolare del dicastero Pnina Tamano-Shata parla di cifre “positive”, sottolineando il grande contributo fornito dagli immigrati ebrei alla società israeliana in un’ottica complessiva di sviluppo. 
 
In una nota scritta in inglese, ma usando i termini ebraici per riferirsi all’immigrazione e agli immigrati, il ministro ha detto: “Sono lieto di lanciare la settimana Aliyah per il 2021, dove salutiamo e accogliamo gli immigrati per il loro contributo allo Stato di Israele. Ho lavorato nel governo per garantire che l’immigrazione non si fermasse, nemmeno durante la pandemia di Covid-19, e perché l’aliyah possa essere la realizzazione del sogno sionista”. 
Lo scorso anno, durante il periodo più acuto dell’emergenza sanitaria innescata dalla pandemia di nuovo coronavirus, il dato relativo all’immigrazione ebraica in Israele è calato di circa il 40%. Il dato nel 2020 si è fermato a 21.200, rispetto ai 33.500 dell’anno precedente, con un calo complessivo del 36,7%.
 
 

L’alba di un nuovo Medio Oriente

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Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Salvo Ardizzone

Il radicale ribaltamento della situazione in Medio Oriente, già in corso da tempo e reso più celere dall’accordo sul nucleare iraniano, ha subito una nuova brusca accelerazione con la scesa in campo della Russia. Per comprendere la portata di eventi destinati a ridisegnare tutta l’area, ed avere ripercussioni globali, occorre fare un passo indietro alle radici degli equilibri di forza che hanno cristallizzato per un tempo lunghissimo quel quadrante a beneficio, più che di Stati, di centri di potere che ne hanno tratto utili immensi.

Il legame stretto che ha unito le enormi riserve energetiche del Golfo alle Major Usa del petrolio, ha determinato un interesse primario delle Amministrazioni che si sono succedute a Washington a tutelare quei petrostati, e più d’ogni altro l’Arabia Saudita. Un legame antico, reso “speciale” dai colossali interessi che ha coinvolto, creatosi oltre sessant’anni fa.

Allora, dopo aver espulso la tradizionale influenza inglese, tutta l’area era sotto il controllo Usa, che con un colpo di Stato, nel ’53, si erano liberati dallo scomodo primo ministro iraniano Mossadeq, reinsediando Reza Pahalavi e facendone il proprio gendarme nel Golfo.

Sembrava una situazione destinata a durare in eterno, ma la Rivoluzione Islamica del ’79 segnò la rottura di quegli equilibri consolidati, segnando la nascita di un forte polo di resistenza all’imperialismo Usa e di contrapposizione alla corrotta dinastia saudita.

Aggressioni in Medio Oriente

Gli eventi che nei decenni successivi si sono succeduti (l’aggressione dell’Iraq all’Iran, la prima e la seconda guerra del Golfo solo per rimanere ai più eclatanti), sono tutti figli del tentativo di mantenere l’assoggettamento dell’area da parte di Washington e Riyadh, eliminando l’unico vero ostacolo, appunto la Rivoluzione Islamica. E quando tutti sono falliti, si è pensato di colpirla con le sanzioni, per indebolirla e isolarla.

Ma la Storia non rimane ferma e le situazioni maturano: l’Amministrazione Obama, portatrice di interessi diversi da quelli dei centri di potere che sostenevano le precedenti, s’è mostrata assai meno incline ad assecondare Riyadh e le lobby ad essa legate. Per il Presidente americano il Medio Oriente era un pantano da cui gli Usa avevano ben poco da guadagnare e già nella campagna elettorale del 2007 si era dato l’obiettivo di districarsi da Iraq e Afghanistan.

Era ed è più che mai convinto che le sorti di potenza globale per gli Usa si decidano nel Pacifico, nella contrapposizione con la Cina. Praticamente una bestemmia per Riyadh, che ha visto nel progressivo allontanamento di Washington e nell’attenuarsi del suo ombrello protettivo un pericolo mortale, in questo pienamente accomunata da Tel Aviv.

Di qui le contromisure: scalzare Governi scomodi o comunque non allineati sostituendoli con altri manovrabili e spezzare quell’area di naturale collaborazione che si stava consolidando dall’Iran al Libano, attraverso Iraq e Siria. Ecco nascere il fenomeno delle “Primavere”, subito cavalcate e indirizzate; di qui il fiorire di conflitti per procura in quelle aree, sia per destabilizzare Stati considerati ostili o comunque non “amici”, che per suscitare zone di crisi in cui invischiare gli Usa impedendone il disimpegno.

Avvento delle Primavere

Ma le cose non sono andate così; dopo anni durissimi (ormai sta scorrendo il quinto), malgrado tutti gli sforzi per sviarla, la Storia ha continuato la sua strada. A parte il destino delle “Primavere”, che meritano un discorso tutto a parte, gli Stati sotto attacco non sono affatto caduti. Inoltre, presa in un pantano irrisolvibile e con in testa altre priorità, l’Amministrazione di Washington s’è mostrata sempre più svogliata nel sostenere il gioco via via più pesante dei suoi storici “alleati” locali: Arabia Saudita, appunto, ma anche Israele.

Quest’ultimo, con cieca arroganza e totale ottusità politica, non ha mancato occasione per scontrarsi con Obama (che, gli piacesse o no, era alla guida del suo tradizionale protettore d’oltre Atlantico) e compattare i suoi nemici, moltiplicando le provocazioni, le aggressioni, i crimini. Un insperato e stupefacente capolavoro politico per i suoi avversari.

È in questo clima che è maturato e ha preso il via l’accordo sul nucleare iraniano, evento di rilevanza storica perché infrange il muro dietro cui si voleva isolare Teheran, e per questo fino all’ultimo avversato invano da sauditi e israeliani.

L’accordo fortemente voluto da Washington non deve stupire. In esso non c’è nessuna resipiscenza per 40 anni di aggressioni ed ingiustizie, quanto il calcolo che l’Iran è indispensabile per la stabilizzazione del Medio Oriente, evitando il completo ed irreversibile collasso delle aree di crisi, come auspicato dagli “alleati” (Turchia, Arabia Saudita ed Israele), che le hanno create per spartirsene le spoglie. Nell’ottica dell’Amministrazione Obama, rinunciato ad un’egemonia Usa sulla regione (ormai impossibile), voleva però impedire che un’unica altra potenza la controlli.

Il disegno Usa in Medio Oriente

Da questo disegno discende tutta l’ambiguità e la contraddizione dell’operato Usa, soprattutto nei confronti dell’Isis, creato a tavolino per destabilizzare l’area e poi ingigantitosi e sfuggito al controllo. Washington sa bene che, spazzato via quel “nemico” tutt’altro che irresistibile (malgrado l’immagine che continuano a darne i media), si otterrebbe la stabilizzazione dell’Iraq ed a seguire della Siria; ma in questo modo si favorirebbe l’unità di un’area di collaborazione da Iran a Libano cementata ora da anni di lotte comuni; proprio quella che, quand’era ancora in embrione, è stata il bersaglio della destabilizzazione del Golfo.

Ed ecco la ridicola attività simbolica della coalizione internazionale a guida Usa che dovrebbe combatterlo, una forza che a volerlo avrebbe potuto incenerirlo in poche settimane, e che da più d’un anno fa poco o nulla. Di qui le resistenze a fornire ciò che serve all’Iraq per difendersi e il malumore nel constatare che quello Stato, un tempo un semplice vassallo, comincia a far da sé con gli aiuti (veri) di Teheran e di Mosca.

Ed ecco tutte le contraddittorie ambiguità sulla Siria, che è e resta il nodo dei problemi in Medio Oriente. In quel pantano sanguinoso, nella distorta logica avvalorata dai media, s’è giunti al paradosso di voler distinguere fra i tagliagole dell’Isis, cattivi perché sfuggiti al controllo di chi li manovrava, e quelli di Al-Nusra, ufficialmente affiliati ad Al-Qaeda ma “buoni” perché controllati da Riyadh. Secondo questa logica distorta, che Arabia Saudita, Turchia e Qatar, col pieno avallo e appoggio degli Usa, armino, finanzino ed aiutino in ogni modo bande di assassini ufficialmente prezzolati, perché destabilizzino uno Stato sovrano per poi spartirlo, sarebbe lecito quanto giusto.

Inserimento della Russia

Il fatto è che la posizione ambigua tenuta da Washington ha generato un colossale vuoto di potere, ed in quel vuoto s’è inserita la Russia, che è una storica alleata della Siria e di interessi in Medio Oriente ne ha eccome. La base navale di Tartus, i nuovi legami con l’Iran, il ruolo nella ricostruzione dell’area che diverrà il terminale della Via della Seta cinese, sono solo alcuni. Poi la possibilità di avere carte in mano da scambiare con Washington nell’altra area di crisi che a Mosca sta a cuore: l’Ucraina. Un intervento che ha sparigliato le carte, suscitando le inviperire reazioni di chi ha visto il proprio gioco irrimediabilmente compromesso, perché, in nome di un ulteriore paradosso sostenuto da tanti osservatori interessati, il fatto che un Governo legittimo sotto attacco chieda sostegno ad un alleato farebbe scandalo, quello che non c’è ad armare i terroristi che lo attaccano.

Sia come sia Putin ha rotto gli indugi e sta dando l’assistenza chiesta da Damasco. In buona sostanza sta fornendo cospicui aiuti militari e con l’aviazione sta colpendo le bande di assassini senza fare quelle distinzioni comprensibili solo alla luce degli interessi di chi la Siria voleva distruggerla per poi spartirsela.

L’intervento ha dato una fortissima accelerazione alla risoluzione delle crisi (peraltro già avviata); malgrado le strenue proteste dei sauditi e degli Stati nel loro libro paga (Francia in testa), non passerà molto che le famigerate bande del “califfo” verranno distrutte e con loro gli altri tagliagole che infestano Siria ed Iraq.

La completa sconfitta Usa

Anche Washington ha protestato con forza, ma nella realtà l’intervento di Putin ali Usa sta bene. Il Medio Oriente era già perduto per gli Usa e neanche considerato più prioritario; così i tempi sono stati solo accelerati. E piuttosto che esserne completamente esclusa, a Washington fa comodo che al centro ci sia la Russia, con cui ha molto da scambiare per la soluzione del problema ucraino e per le sanzioni inferte per la Crimea.

Per Riyadh è il crollo totale del disegno di mantenere potere e privilegi come sempre, in cui tanto aveva investito. È l’ennesimo fallimento che s’aggiunge a una pericolosa crisi finanziaria ed alla sciagurata aggressione allo Yemen, che si sta trasformando in un disastro; insieme potrebbero minare le stesse fondamenta del Regno.

La Turchia, frustrata nei sogni megalomani di Erdogan e con una guerra civile ritrovata con il Pkk che rischia di internazionalizzarsi, coinvolgendo le altre formazioni curde.

Israele è completamente solo, attorniato da nemici che lui stesso ha compattato; adesso può attendere solamente che la soluzione delle crisi che ha contribuito largamente ad attizzare indirizzi su di lui tutte le forze della Resistenza.

È un Medio Oriente allargato assai diverso che sta emergendo rapidamente. Un’area finalmente liberata da antichi imperialismi oppressivi: quello Usa, quello sionista e quello del Golfo. Un’area che dopo anni e anni di lotte sta conquistando il suo autonomo cammino di sviluppo.

In tutto questo spicca la totale assenza dell’Europa, che pure tanti interessi avrebbe ad essere presente, anche solo politicamente. L’ennesima dimostrazione d’inconsistenza, di pochezza e d’inutilità, di Istituzioni tali solo sulla carta. È l’ennesima manifestazione di totale sudditanza di Stati privi di sovranità o, più semplicemente, di una politica che non sia miope egoismo o totale asservimento.

Fonte: https://ilfarosulmondo.it/lalba-di-un-nuovo-medio-oriente/

Tremila bambini palestinesi uccisi da Israele dalla Seconda Intifada

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Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Yahya Sorbello

Il ministero dell’Informazione palestinese ha sottolineato la brutale violenza contro i bambini palestinesi da parte dell’esercito israeliano, affermando che più di tremila minori hanno perso la vita per mano delle truppe israeliane dalla Seconda Intifada.

Il ministero ha affermato in una dichiarazione che almeno 3.100 bambini palestinesi sono stati uccisi, mentre decine di migliaia hanno riportato ferite dall’inizio della Seconda Intifada, scoppiata il 28 settembre 2000 contro l’occupazione del territorio palestinese da parte del regime di Tel Aviv.

La dichiarazione riporta che 123 minori palestinesi sono stati uccisi e molti altri feriti da quando l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale israeliana nel dicembre 2017. Più di 17mila bambini palestinesi sono stati arrestati durante questo periodo.

Secondo le statistiche del Palestinian Prisoners Club e dell’Autorità palestinese per gli affari dei prigionieri, le forze israeliane hanno arrestato oltre 300 bambini tra l’inizio dell’anno in corso. Il numero di minori palestinesi attualmente detenuti nelle carceri israeliane è di 155.

Settemila bambini palestinesi arrestati dal 2015

Più di settemila bambini palestinesi sono stati arrestati dalle autorità israeliane dal 2015 e alcuni sono stati condannati a dieci anni di prigione o all’ergastolo, ha affermato la Palestinian Prisoners ‘Society (Ppd) in una dichiarazione rilasciata alla stampa. La società ha sottolineato che la maggior parte dei bambini detenuti proviene da Gerusalemme.

Il Pps ha invitato le istituzioni internazionali per i diritti umani, e in particolare il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), a compiere seri sforzi per proteggere i bambini palestinesi e ad obbligare le autorità israeliane a rispettare una serie di accordi sulla protezione dei bambini detenuti.

Più di settemila prigionieri palestinesi sono attualmente detenuti in circa 17 carceri israeliane, dozzine di loro stanno scontando condanne all’ergastolo.

di Yahya Sorbello

Fonte: https://ilfarosulmondo.it/tremila-bambini-palestinesi-uccisi-israele-seconda-intifada/

L’Occidente, regno della menzogna

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di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

Se il cosiddetto Occidente continuerà imperterrito nella propria, costante, estenuante, ripugnante politica di doppio-pesismo, di cui, per restare sul pezzo, dà buona misura quel che sta succedendo a Gaza, con l’equiparazione fra un esercito tecnologicamente avanzatissimo e i guerriglieri straccioni di Hamas, fra i circa duecento razzi sparati verso Gerusalemme e Tel Aviv che hanno causato otto morti e i  circa duecentoventi palestinesi uccisi, tra cui un numero imprecisato di bambini, provocati dai bombardamenti israeliani su Gaza (davvero “intelligenti” questi missili se in un sol colpo sono riusciti a sterminare una famiglia composta da due donne e i loro otto bambini, sicuramente terroristi – peraltro, com’è noto, i bambini degli altri sono diversi dai nostri bambini se nella prima Guerra del Golfo, per non affrontare fin da subito l’imbelle esercito iracheno, che era stato battuto persino dai curdi, le “bombe chirurgiche” e i “missili intelligenti” uccisero, fra Bagdad e Bassora, 32.195 bambini, dati del Pentagono) politica sostenuta dai suoi media che, inutilmente vili, riescono a essere più realisti del re, nascondendo le verità scomode o rivelandole a metà il che è ancora più scorretto, dai e ridai farà la fine che si sarà meritato: morirà soffocato dalle sue stesse menzogne.

Una decina di giorni fa c’è stato un attentato terroristico a Kabul contro una scuola media frequentata da ragazzi e ragazze che ha causato 55 vittime. La Reuters, che non è proprio l’ultima agenzia di notizie del mondo,  ha subito attribuito l’attentato ai Talebani, seguita poi da pressoché tutta la stampa occidentale. Un falso. Bisognava andare a cercare con la lente sull’Internazionale la notizia, data da Tolo News, che è l’emittente dell’attuale governo afghano e quindi, in questo senso, al di sopra di ogni sospetto, che l’attentato era opera dello Stato islamico, cioè dell’Isis, e che i Talebani avevano escluso ogni loro coinvolgimento. Del resto questa smentita non era nemmeno necessaria. I Talebani, nella loro guerra d’indipendenza, hanno sempre puntato ad obbiettivi militari e politici cercando di limitare il più possibile gli inevitabili “effetti collaterali” per la semplice ragione  che non hanno alcun interesse ad inimicarsi la popolazione sul cui appoggio hanno potuto costruire la propria lotta di indipendenza durata vent’anni. Del resto nel “libretto azzurro” del 2009, naturalmente snobbato in Occidente, in cui il Mullah Omar dettava le regole cui dovevano attenersi i suoi combattenti, è scritto a chiare lettere: “Attacchi terroristi e attentati kamikaze. Il sacrificio di valorosi figli dell’Islam è lecito soltanto se il bersaglio è importante, vale a dire solo per obbiettivi militari e politici che abbiano una certa rilevanza col massimo impegno per scongiurare vittime civili”. Per altro c’è un precedente significativo. Quando nel 2014 i talebani pachistani attaccarono una scuola frequentata dai figli dei militari pachistani facendo 156 morti e 130 feriti, il movimento talebano afghano guidato dal Mullah Omar condannò senza se e senza ma quell’eccidio: “L’Emirato islamico è scioccato da quanto avvenuto e condivide il dolore della famiglie dei bambini uccisi nell’attacco”. Continua a leggere

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