Obbligo, la data cerchiata in rosso: cosa può cambiare il 5 gennaio

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Nel Consiglio dei ministri del 5 gennaio nuove misure sul tavolo: spunta l’ipotesi dell’estensione del Super green pass per accedere al lavoro. Ma si valuta anche l’obbligo vaccinale: sale il pressing dei partiti

di Luca Sablone

Tempo qualche giorno e il governo prepara già la nuova stretta. Dopo aver approvato il nuovo decreto che di fatto mette spalle al muro i no-vax, nei primi giorni di gennaio il Consiglio dei ministri potrebbe tornare a riunirsi per varare un’ulteriore giro di vite per spingere sempre più verso la somministrazione del vaccino.

La data cerchiata in rosso è quella di mercoledì 5 gennaio, quando sul tavolo del Cdm potrebbe approdare una svolta nella lotta alla pandemia: l’obbligo di super green pass per i lavoratori. Di fatto sarebbe una sorta di obbligo di vaccinazione per accedere al lavoro, visto che il certificato verde rafforzato si ottiene solo con la somministrazione del siero o con la guarigione dal Covid-19. Ma si valuterà anche l’obbligo vaccinale, per cui sale il pressing dei partiti.

Cosa cambia al lavoro

Fonti governative fanno sapere che un secondo blocco di misure per il contenimento del Coronavirus potrebbe essere adottato appunto nei prossimi giorni. Viene da chiedersi quali potrebbero essere le nuove mosse dell’esecutivo e la risposta va trovata nello scontro che si è consumato ieri in Consiglio dei ministri: da una parte Forza Italia e Partito democratico favorevoli al super green pass per i lavoratori; dall’altra i dubbi di Lega e Movimento 5 Stelle che fanno saltare il provvedimento.

Ma l’asse gialloverde è destinato ad avere vita breve, visto che la nuova stretta potrebbe andare proprio in questa direzione: come riportato da La Repubblica, il prossimo passo potrebbe essere quello di estendere il super green pass a tutti i lavoratori, del settore pubblico e privato. Un punto su cui il premier Mario Draghi conta di ottenere il via libera in tempi brevi, sperando di risolvere le divisioni nella maggioranza.

Una conferma in tal senso è arrivata da Renato Brunetta, che ieri aveva messo sul tavolo la proposta che in sostanza impone a tutti i lavoratori di sottoporsi alla vaccinazione: il ministro della Pubblica amministrazione ha sottolineato l’importanza per l’Italia di non perdere la posizione di vantaggio rispetto agli altri Paesi, dicendosi ottimista sulla nuova misura più stringente che potrebbe vedere luce nel prossimo Cdm.

Pressing per l’obbligo

Nel frattempo aumenta il pressing per l’obbligo di vaccinazione, che finirà sul tavolo del Consiglio dei ministri di inizio gennaio. Un’ipotesi che valuta il premier Draghi e che dovrà essere attenzionato anche da tutti i partiti che sostengono il governo: conviene optare per il super green pass per i lavoratori o procedere direttamente con l’obbligo vaccinale per quasi tutti gli italiani?

Nel corso del Cdm di ieri i ministri di Forza Italia si sono espressi in modo favorevole all’obbligo vaccinale. Sulla stessa linea Enrico Letta, segretario del Partito democratico, secondo cui ora “bisogna prepararsi al passo successivo, cioè l’obbligo vaccinale e il ritorno allo smart working“. Parere favorevole lo ha dato anche Italia Viva, con il ministro Elena Bonetti che non si è messo di traverso: “L’obbligo vaccinale è la direzione giusta per sconfiggere la pandemia“.

Meno convinta la Lega, che però non chiude del tutto e chiede allo Stato di assumersi la responsabilità per eventuali conseguenze da vaccino e prevedere un elenco di “fragili” da esentare dall’obbligo. Un atteggiamento di apertura si è registrato pure tra le fila del Movimento 5 Stelle in occasione del dibattito sul super green pass per i lavoratori: il ministro Stefano Patuanelli ha sottolineato che fino a questo momento si è sempre ragionato per funzioni (forze dell’ordine, docenti, sanitari, lavori a contatto con le persone) e si è chiesto dunque quale sarebbe stata la ratio di distinguere tra lavoratori e disoccupati. “A questo punto conviene ragionare sull’obbligo di vaccinazione“, sarebbe stato in sostanza il ragionamento del M5S.

Matteo Renzi: la parabola di un leader tutto tattica e niente strategia

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di Ferdinando Bergamaschi

Matteo Renzi è sicuramente un animale politico dal grande talento tattico ma con un grande deficit di talento strategico. Tutta la sua parabola politica dimostra questo assunto, anche all’indomani dell’11ª edizione della Leopolda. E allora ripercorriamo le tappe del progetto politico di Renzi, che in tutti questi anni è stato quello di rottamare la vecchia sinistra per creare un nuovo polo di un riformismo liberal-democratico.

Al vertice del Pd

Dal dicembre del 2013 Renzi diventa segretario del Partito Democratico. Ma a differenza dei suoi predecessori, Veltroni e Franceschini, l’ex sindaco di Firenze da subito sembra non aderire alla vocazione postcomunista del partito e anche a quella ulivista, che era già una mediazione. Renzi è recalcitrante rispetto all’assetto classico del centrosinistra italiano. Vuol rompere gli schemi; e questo di per sé sarebbe lodevole se fatto con i tempi e le modalità opportune. Ma lui i tempi vuole anticiparli. E vuol compiere la sua operazione di trasformismo con un’aggressività e con una presunzione che via via creano sconcerto.

In tal modo, con il tempo, si è alienato non solo i vertici del partito (il che di per sé può essere un altro merito) ma anche la base stessa, senza averne un’altra come rimpiazzo. E questo per un politico è imperdonabile. Renzi si proponeva formalmente di essere inclusivo, ma sostanzialmente ha agito con un arrivismo e un’arroganza politica tale da diventare divisivo.

Gli anni da premier

Quando Renzi nel febbraio 2014 diventa Presidente del Consiglio, ha un potere enorme. È stato l’unico segretario del Pd a portare il partito oltre il 40%, pescando alle Europee molti consensi nell’elettorato berlusconiano. In quel 2014 Renzi può dare le carte sia nel partito, sia nella politica italiana, ma decide di farlo non in modo graduale, bensì sempre in modo aggressivo. Nel partito, infatti, si mette contro tutta la sinistra interna e parte dell’ala cattolica ulivista. La fuoriuscita di Bersani e D’Alema dal partito e la costituzione di Leu saranno solo un piccolo sintomo della grave frattura che ha creato all’interno del Pd. 

Nel frattempo, incalzato dai nemici interni ed esterni, Renzi sceglie di percorrere la strada della personalizzazione della politica; tuttavia, non si rende conto che per accentrare così tanto su di sé deve avere una base popolare disposta a seguirlo molto più ampia di quanto non sia un 40% in un assetto di democrazia parlamentare. E infatti la sua decisione affrettata di giocarsi tutto con il referendum costituzionale del 2016 si rivelerà catastrofica, con il successivo addio al Pd e la formazione di Italia viva. 

Il grande centro 

Venendo ad oggi, al di là della vicenda Open e della politica contingente, il progetto politico di Renzi è su un binario morto. L’ex premier è rimasto solo. Ed è rimasta sola Italia viva, la sua creatura, Italia viva. Renzi ha attaccato a spada tratta tutti i partiti di matrice populista, ma i fatti dicono che i partiti populisti, al di là di che cosa se ne pensi, sono molto più in forma dei partiti non populisti.

Se infatti mettiamo insieme il populismo leghista, quello grillino e quello meloniano, ci si avvicina quasi al 60% dei consensi. E lo stesso Pd non è proprio alla frutta. Il vecchio Partito comunista, progenitore del Partito democratico, già dai tempi di Togliatti e poi di Berlinguer, aveva una vocazione marcatamente populista. Il  fatto che poi abbia tradito questa sua vocazione circa trent’anni fa, diventando la più pura espressione dell’establishment, ha un valore relativo. Il Pd infatti continua ad avere un certo consenso di base, oggi attorno al 20%. 

Non solo Renzi

Il grande centro vagheggiato da Renzi potrà anche tornare ad esistere, ma non sarà certo lui a crearlo. La stessa Democrazia cristiana era, a modo suo, un partito populista: aveva fortissimi legami con la base, con il suo popolo; e aveva miti da agitare all’occorrenza.

Forse potrà essere Carlo Calenda, certamente più idealista e meno opportunista di Renzi, a creare questo centro. Ma è ancora presto per dirlo. Calenda sta poco meglio di Renzi nei sondaggi: Azione raccoglie circa il 4% dei consensi. Oggi però non esiste un partito di centro ma esiste “l’uomo del centro”: e questo è Mario Draghi. Draghi proviene certamente dal mondo della Finanza ma, a differenza di tutti gli altri uomini della Finanza, incarna la “grande mediazione”. Draghi infatti è espressione tanto del verticismo politico quanto della coscienza popolare: è un anello di congiunzione. E lo è anche tra il nazionale e il sovranazionale.

L’ultima partita

Detto questo, è giusto sottolineare che Renzi ha ancora un’importante carta da giocare nella partita del Quirinale del prossimo febbraio. Una carta solo tattica, non strategica, che inciderà sulle dinamiche degli altri partiti, non sul suo; Italia viva, infatti, a prescindere da quando si andrà a votare, difficilmente si schioderà dal 2% indicato dai sondaggi. 

Questo succede quando un politico ha una fortissima carica distruttiva ma non sa costruire nulla. Saper distruggere in politica è importante, ma solo quando si sappia anche costruire; il vero politico, cioè, non può essere solo un “rottamatore”, deve avere una strategia oltre a una tattica. 

La carta che si giocherà Renzi nella partita del Quirinale, con tutta probabilità, servirà ancora una volta per fare l’ennesimo dispetto al suo grande nemico, che non è il Movimento 5 Stelle, ma il Partito democratico. Certo, così non sarebbe se la corrente di Base Riformista, il grosso accampamento renziano nel Pd, avesse in mano il partito, che invece, in sostanza, è in quelle dei nemici di Renzi, siano i franceschiniani (Areadem) o i post-comunisti (Dems e Giovani turchi).
Così, dopo l’ultima fiche puntata sul tavolo del Colle, a Matteo Renzi rimarranno probabilmente solo i suoi business, ma questa è un’altra storia. 

Sessismo ovunque. Un’altra statua nel mirino delle femministe

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di Redazione www.nicolaporro.it

Le povere statue non hanno più pace. Qualcuno all’inizio si era illuso che il fenomeno di abbattimento dei monumenti fosse esclusivamente americano e volto ad eliminare i simboli di un passato dai contorni opachi. E invece no. Infatti, dopo aver estirpato gli eroi della vecchia Confederazione sudista e Cristoforo Colombo, la cancel culture è arrivata anche in Europa, prima in Inghilterra abbattendosi sul povero Churchill, poi in Francia con Napoleone e infine anche qui da noi con l’imbrattamento della statua di Montanelli a Milano e le polemiche sul monumento dei 4 mori di Livorno.

La nuova polemica

Quello che si sta scatenando attorno ad una nuova statua inaugurata ieri a Salerno, però, è se possibile, ancora più paradossale. Sì perché la protagonista del monumento è una donna, “la spigolatrice di Sapri”, ed è dedicata all’omonima poesia di Luigi Mercatini, che racconta di una contadina del sud Italia che lascia il lavoro per unirsi al tentativo di insurrezione antiborbonica organizzata dal patriota Carlo Pisacane nel 1857. Un esempio di virtù, di coraggio e impegno politico, quindi, a maggior ragione perché riferita ad un’epoca in cui le donne non trovavano molto spazio nella società. E dunque qual è questa volta il problema? Quando non è il soggetto, in discussione viene messa ovviamente la sua rappresentazione. E la spigolatrice, a dispetto del suo nome, non piace alle femministe di casa nostra perché mette in evidenza curve da urlo e un atteggiamento provocante. I suoi abiti? Troppo succinti. Ed ecco quindi arrivare puntualissima la catechizzazione di Laura Boldrini su Twitter.

Femministe alla carica

“La statua appena inaugurata a Sapri e dedicata alla Spigolatrice – ha scritto – è un’offesa alle donne e alla storia che dovrebbe celebrare. Ma come possono persino le istituzioni accettare la rappresentazione della donna come corpo sessualizzato?”. E infine il giudizio finale: “Il maschilismo è uno dei mali dell’Italia”. Ma la più celebre paladina del femminismo nostrano non è stata la sola a dirsi indignata. Sulla stessa linea anche la senatrice del Pd, Monica Cirinnà che ha parlato di “schiaffo alla storia e alle donne” e la ex parlamentare di Forza Italia, Manuela Repetti, che si è spinta oltre chiedendo addirittura la rimozione del monumento.

Ciò che però rende ancora più divertente e surreale l’intera vicenda è che la statua è stata eretta in un comune guidato da Italia Vivail partito di Renzi e che all’inaugurazione del monumento fosse presente anche Giuseppe Conte, che si trovava in loco per il suo tour elettorale. Quindi non solo il monumento ha per protagonista una donna virtuosa, non solo è stato voluto da un’amministrazione progressista, ma all’inaugurazione era presente persino l’ex premier della coalizione “con il cuore a sinistra”. Insomma, un cortocircuito di tale entità non può che essere fonte di grande divertimento e soddisfazione. Perché delle due l’una, o nella nostra società sono tutti maschilisti oppure il perbenismo di una certa sinistra sta cominciando a diventare tossico anche per coloro che vi stanno più a contatto. Sintomo evidente del fatto che in queste ideologie politicamente corrette ci sia qualcosa di estremamente sbagliato.

Sembra proprio pensarla così il sindaco di Sapri Antonio Gentile, che ha difeso la statua dicendo di ritenere “violento, offensivo e a tratti sessista” l’attacco della senatrice Repetti e la ha accusata di “incitare all’abbattimento dei monumenti come avvenuto recentemente in altri paesi privi di democrazia”. 

Per non parlare dell’autore della statua, Emanuele Stifano che ha rispedito al mittente tutte le accuse di sessismo e ha rivendicato con orgoglio le sue scelte artistiche. “Sono allibito e sconfortato da quanto sto leggendo – ha scritto sui suoi canali social. Mi sono state rivolte accuse di ogni genere che nulla hanno a che vedere con la mia persona e la mia storia. Quando realizzo una scultura tendo sempre a coprire il meno possibile il corpo umano, a prescindere dal sesso. Nel caso della Spigolatrice, poiché andava posizionata sul lungomare, ho “approfittato” della brezza marina che la investe per dare movimento alla lunga gonna, e mettere così in evidenza il corpo. Questo per sottolineare una anatomia che non doveva essere un’istantanea fedele di una contadina dell’800, bensì rappresentare un ideale di donna, evocarne la fierezza, il risveglio di una coscienza, il tutto in un attimo di grande pathos. Aggiungo che il bozzetto preparatorio è stato visionato e approvato dalla committenza”.

L’integralismo del politicamente corretto ha colpito ancora. Ora tutte le statue devono iniziare a tremare. E forse anche la sinistra più moderata.

Transfobia, il nuovo psicoreato

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di Giuliano Guzzo

Non serve che si arrivi all’approvazione del ddl Zan, il cui destino parlamentare dopo la giornata di ieri – con voci critiche arrivate da Italia Viva – appare incerto, per sapere come funzioni la condanna della discriminazione transfobica: ce lo dice già l’esperienza internazionale, con decine di casi di denunce, censure accademiche, minacce di licenziamento, premi ritirati. Le cose che colpiscono sono soprattutto due: la prima è che l’accusa di transfobia precede una eventuale condanna giudiziaria ma basta – e avanza – a rovinare la reputazione, la seconda è che a farne le spese è, spesso, la libertà di pensiero di figure laiche. Anzi, laicissime.

Si prenda Richard Dawkins, celebre ateo autore di saggi stampo evoluzionistico. A lui l’Associazione Atei Americani h revocato il premio «Ateo dell’Anno» – assegnatogli nel 1996 – perché su Twitter ha scritto che, biologicamente, la donna trans non è tale, e che impiega il pronome femminile per mera «cortesia». Rischia di andar peggio a Donna M. Hughes, nome storico del femminismo Usa, la cui cattedra alla University of Rhode Island è in bilico dopo che, sul sito femminista 4W, lo scorso 28 febbraio, ha criticato «la fantasia transessuale, ossia la convinzione che una persona possa cambiare il proprio sesso, da maschio a femmina o da femmina a maschio».

Nonostante sia un mito del femminismo, l’ateneo, pur non licenziandola, ha scaricato la Hughes con una nota secca: «L’Università non supporta dichiarazioni e pubblicazioni della professoressa Donna Hughes che sposano prospettive anti-transgender». Non si può definire un bigotto neppure lo psicologo gay James Caspian. Eppure Caspian è arrivato a ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dopo che la Bath Spa University – con la scusa che ciò sarebbe andato «a scapito della reputazione dell’Istituzione» – gli ha impedito di portare a termine uno studio sui casi di transgender pentiti, decisi a tornare al sesso originario. Una denuncia non l’ha fatta ma subita, invece, una politica norvegese rea di aver detto l’ovvio.

Sì, perché la parlamentare Jenny Klinge ha semplicemente affermato che «solo le donne possono partorire», e per questo è stata segnalata alle autorità. Alla base della denuncia, ha spiegato la femminista Marina Terragni, una nuova legge che, riconoscendo l’identità di genere, fa sì che si possa essere nate donne ma percepirsi maschi; ne consegue come l’affermazione della Klinge ricada nella casistica del misgendering, configurandosi come crimine d’odio. Un crimine che si supponga abbia commesso anche l’americano Jack Phillips, che non è un picchiatore neonazista ma un semplice pasticciere del Colorado che impasta i suoi dolci con l’etica.

Per questo, dopo che nel 2012, s’era rifiutato di preparare una torta per un matrimonio gay – quello di Charlie Craig e David Mullins – è stato denunciato. Il suo caso è finito alla Corte Suprema che, nel 2018, gli ha dato ragione. Solo che Phillips, non ha ancora terminato la sua odissea, dato che è stato nuovamente denunciato. Stavolta tutto è iniziato, o meglio ricominciato, dopo che nel giugno 2017 un avvocato, Autumn Scardina, aveva ordinato una torta con interni rosa e esterni blu per celebrare il suo compleanno e il settimo anniversario della sua transizione da maschio a femmina. Phillips si è rifiutato di preparare il dolce trans ed è partita la nuova causa. La sua libertà di lavorare conformemente a dei valori, evidentemente, dà fastidio.

La sorte peggiore, però, è probabilmente quella toccata a Rob Hoogland, padre «transfobico» che in Canada è finito addirittura dietro le sbarre per aver «offeso» la figlia adolescente appellandola col pronome «lei», incurante del fatto che l’interessata si consideri, appunto, transgender. Riepilogando, una volta che in un Paese la «transfobia» diventa un canone morale oltre che giuridico, non si salva nessuno. Che si sia semplici pasticcieri e padri di famiglia, oppure femministe, scrittori atei e perfino studiosi gay, non fa differenza: se sostieni la differenza tra maschi e femmine, sei finito. Sarebbe bello sapere da Luciana Littizzero, Fedez e vip vari pro ddl Zan che ne pensano, di questa spaventosa lista di vittime del bavaglio transofilo.

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2021/04/22/transfobia-il-nuovo-psicoreato/

Conti correnti. Da oggi li possono “spiare” Comuni, Province e Regioni

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di Antonio Amorosi

Meglio della DDR. Col DL Semplificazioni, approvato dal governo M5S, Pd, Leu e Italia Viva la fine dei dati bancari sensibili. Gli enti pubblici “spiano”…

 

Mentre i giullari di corte ci distraggono con quanto è cattivo e illiberale Salvini lo Stato entra pure nelle mutande degli italiani.

Pensare che i dipendenti pubblici del Comune o il sindaco possano conoscere l’attività bancaria e finanziaria dei propri cittadini vi fa orrore? Da oggi sarà possibile con un’opzione stile Germania dell’Est delle Repubbliche socialiste pre Muro di Berlino voluta dal governo a guida M5S, Pd, Leu e Italia Viva che l’ha inserita nel Decreto Semplificazioni approvato da poco, eliminando un altro pezzo delle libertà individuali e della riservatezza bancaria degli Italiani.

Formalmente Comuni e Regioni, come tutti gli altri gli enti locali, potranno “spiare” i dati bancari sensibili dei cittadini allo scopo di facilitare la riscossione di imposte e tasse di loro competenza, anche in maniera coattiva, dovute dal contribuente inadempiente. Attività anche comprensibile ma che nelle modalità di esercizio solleva non pochi interrogativi su come dovrà essere esercitata, con quali limitazioni e vincoli, con quali possibili danni, vista l’estesa mole di violazioni che accadono nei Comuni e soprattutto in quelli più piccoli, dove tutti si conoscono e gli enti pubblici sono determinanti nel definire benefici e concessioni.

Conoscere in modo approfondito i dati finanziari dei propri cittadini non è cosa da poco. Per l’Istat solo il voto di scambio in Italia interessa almeno 1 milione 700.000 persone, ma il dato sembra sottostimato. E sapere che negli ultimi anni è in crescita la mole di reati dei funzionari pubblici nella pubblica amministrazione non fa dormire sonni tranquilli ai più critici col provvedimento del governo. E’ questo un passo verso lo Stato di polizia o verso la Cina comunista? Difficile a dirsi. Continua a leggere

Renzi, un megalomane senza popolo alla Leopolda

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Persino i media liberal asfaltano Matteo Renzi reduce dalla Leopolda, il suo insopportabile ego e la sua megalomania (ovviamente ingiustificata). Da leggere, in questo senso, l’articolo di De Angelis dell’HuffPost, che smaschera il “bluff” del Bullo e di Italia Viva.«Ma quale Italia dei “due Mattei” – scrive De Angelis – narrazione che si infrange sulle istantanee di metà pomeriggio. Che fotografano un popolo a San Giovanni, potenzialmente maggioritario e un’enclave revanchista, stretta attorno al culto di un Capo che il paese lo ha perso, e non da oggi. Ecco, la differenza è tutta qui, perché San Giovanni è uno specchio del paese, dove si avverte il fuoco vivo della storia, la Leopolda un mondo che si esaurisce in sé e nei sui rituali, nonostante l’abilità della regia». Continua a leggere