Dell’ignoranza

QUINTAQ COLONNA

di Andrea Zhok

Fonte: Andrea Zhok

Ieri ho assistito in diretta ad un grande classico dei nostri tempi: la costruzione mediatica in diretta del nemico come ‘subumano’.
A fronte delle svariate proteste contro il Green Pass che si sono svolte in Italia, al telegiornale (La7, Sky, Tg3) i protestatari sono stati tratteggiati come “Assembramento di No Vax, No Mask e vari gruppi negazionisti, accomunati da un sordo rancore verso la scienza”. Un’appropriata selezione delle scene più imbarazzanti e delle interviste più sconclusionate ha perfezionato la confezione mediatica del ‘villain’.
Non mi interessa qui entrare di nuovo nel merito delle ragioni e dei torti sullo specifico provvedimento, di cui il minimo che si dovrebbe ammettere in buona coscienza è che è controverso.
Molto più interessante è la forma della costruzione del ‘nemico interno’ nelle vesti dell’IGNORANTE.
La costruzione di un nemico interno espleta da sempre preziose funzioni per il controllo sociale. Ma qui ad essere decisivo è il tipo di stigma: chi protesta lo fa perché IRRIMEDIABILMENTE IGNORANTE.
Da un lato ci sarebbe la “voce della scienza”, voce che, negli ultimi 2 anni sul tema Covid è cambiata con il ritmo dei cambi di biancheria, e in modalità difformi tra diversi paesi, ma che tuttavia esige di essere di volta in volta accettata senza discussioni perché “democrazia è fidarsi di chi sa” (e tutto il resto è populismo).
Dall’altro lato troviamo invece la calca bruta dei dubitanti, di quelli che non accettano che “la scienza non è democratica”. E dunque, ça va sans dire, non può essere democratica neanche una democrazia che usa una manciata di asserti scientifici da prima serata, senza dibattito scientifico, per giustificare decisioni eminentemente politiche.
Il ruolo della stigmatizzazione del cittadino di seconda classe come “ignorante” è cruciale perché va al cuore del funzionamento delle democrazie.
Qualcuno potrebbe chiedersi se si sia fatto qualcosa per colmare tale “ignoranza”; o se non si sia invece preferito coltivarla accuratamente, smantellando l’informazione e la formazione pubblica per decenni, per poi farsene scudo alla bisogna.
Ma credo che più interessante di questa discussione sia una discussione differente, ovvero l’identificazione dell’ignoranza come male sociale.
Ora, la prima cosa su cui dovremmo riflettere è che in un senso abbastanza rilevante tutti noi siamo drammaticamente ignoranti. Ignoriamo di solito come riparare un’auto, come tradurre un testo, come saldare una lamiera, come rendicontare una paga, e poi ignoriamo di norma come si vive nel paesello accanto, chi ha quali problemi, chi si guadagna da vivere come, e ancora, ignoriamo chi finanzi quali fonti di informazione e perché, ignoriamo se le iniziative prese per l’ambiente siano una sceneggiata o meno, ecc. ecc. Noi tutti, anche chi vive di studio, sguazza necessariamente nell’ignoranza. Lo scienziato che si occupa di sistemi immunitari può non sapere nulla del funzionamento della medicina di base, l’esperto ministeriale può non avere alcuna idea degli impatti sociali ed economici delle sue affermazioni, ecc.
Tuttavia, di per sé questa ignoranza diffusa non è necessariamente destinata ad essere socialmente dannosa, nella misura in cui:
1) esiste una diffusa consapevolezza della propria fallibilità, e
2) esistono meccanismi politici di mediazione tra i vari limiti umani e conoscitivi da cui siamo afflitti (la democrazia ha in ciò le sue caratteristiche idealmente migliori).
Ecco, quello che succede nell’Italia odierna è la costruzione sistematica dell’opposto di queste due istanze.
Si costruisce sistematicamente l’inconsapevolezza della propria fallibilità, che è quanto a dire che si costruisce un sottofondo di arroganza saccente orgogliosa di sé.
E si mettono in campo meccanismi politici che mirano non a mediare, spiegare, educare, convincere, ma a stigmatizzare, disprezzare, denunciare, esacerbare.
A ben vedere esistono due forme di ignoranza socialmente nociva.
La prima è quella che qualunque intellettuale impara a odiare molto presto. È l’ignoranza tronfia tipica dell’anti-intellettualismo militante, di chi ti spiega che l’università della vita basta e avanza, e che irride come astruseria tutto ciò che travalica l’intorno delle proprie esperienze quotidiane. Questo tipo di atteggiamento non è semplicemente ignorante, ma se ne fa vanto. La ragione per cui questo atteggiamento è precocemente odiato dagli intellettuali è facilmente comprensibile: è un ostacolo attivo, anche personale, a tutti i propri sforzi. Questa forma di ignoranza è nota, e abbastanza diffusa, anche se non bisogna credere che sia una disposizione popolare generale, perché non lo è affatto.
La seconda forma di ignoranza è invece di solito completamente dissimulata, pur essendo almeno altrettanto nociva.
Si tratta dell’ignoranza effettuale di quelli che hanno appreso i rudimenti formali di un sapere superiore senza superarne mai la superficie.
Molti, moltissimi tra coloro i quali detengono titoli di studio terziario hanno appreso solo i gesti mentali, le forme espressive, le parole d’ordine per farsi passare come ‘competenti’. Questi maneggiano gli strumenti culturali con la stessa sapienza con cui Stanlio e Ollio maneggiavano la scala da imbianchino e il secchio della vernice nelle comiche.
Hanno imparato faticosamente le parole giuste, gli atteggiamenti che li mettono al riparo da domande che potrebbero mostrare la materia molle sotto la loro impanatura di conoscenza. Gesticolano a fette grosse robe come il libertarismo alla Foucault, il cosmopolitismo alla Kant, la non-violenza alla Gandhi, et similia e si sentono per ciò stesso parte di un’élite, che può guardare dall’alto in basso la plebe.
Questa tipologia di ignoranti trova spesso ospitalità in luoghi deputati alla formazione e informazione, dove si adattano perfettamente, non avendo mai neppure lontanamente capito il potenziale emancipativo di ciò che hanno studiato, e si accomodano dove possono ricevere disposizioni, ordini e veline, che li facciano sentire dalla parte dell’élite dei giusti.
Questi ignoranti rappresentano il perfetto contraltare dell’arroganza anti-intellettuale.
Essi si sentono riconfermati nella propria superiorità dall’esistenza dell’anti-intellettualismo plebeo; e al tempo stesso con la loro esistenza riconfermano nella loro visione i primi, che riconoscono la vuota retorica e la supponenza dogmatica di gente che si barrica dietro ad un titolo con valore legale; e ne traggono conferma dell’inutilità degli studi.
Questa dinamica di rinforzo reciproco delle due forme di ignoranza dovrebbe essere composta, limitata e moderata dalla politica, che dovrebbe idealmente essere rappresentata da soggetti che, proprio perché non appartenenti a nessuna delle due classi di ignoranti, non ha alcun disprezzo per l’ignoranza in sé, ma solo per l’arroganza che vi si può abbinare.
Invece ciò che accade di fatto è che la politica odierna è pervasa di ignoranti, specificamente del secondo tipo, che, convinti come sono di essere parte dell’élite dei giusti, si sentono sempre più a disagio con la democrazia reale, e la riducono a vuoto rituale.
Essi brandeggiano lo stigma dell’“Ignoranza degli sgrammaticati” perché ciò li riconferma nella propria presunzione e gli evita lo sforzo, cui non sono attrezzati, di capire le ragioni altrui, anche quando sgrammaticate.

Simone Pillon: “il ddl Zan è un grimaldello per trasformare le basi stesse della nostra società”

TESTO INTEGRALE DELL’INTERVENTO DEL SENATORE CRISTIANO DELLA LEGA SIMONE PILLON DEL 14 LUGLIO 2021 IN DISCUSSIONE GENERALE SUL DDL ZAN

Signor Presidente, cari colleghi, questo non è un disegno di legge: questo è un disegno di nuova umanità. Si vuole utilizzare una battaglia giusta e condividibile, quella contro ogni forma di aggressione ingiustificata, facendola diventare un grimaldello per trasformare le basi stesse della nostra società. Vediamo se riesco a dimostrarlo nei minuti che mi sono stati concessi.

È un disegno di uomo che è denunciato già dall’articolo 1. All’articolo 1 si vanno a sostituire parole naturali come «sesso», previste dalla nostra Costituzione e previste semplicemente dalla naturalità dell’essere umano, con «genere», «orientamento sessuale» e «identità di genere». Cos’è l’identità di genere? Io credo che molti in quest’Aula ignorino che cosa sia davvero l’identità di genere. L’identità di genere, attualmente codificata per esempio sul sito Facebook, ammonta a 58 identità differenti che, oltre al maschile e al femminile, includono anche gay, lesbica, bisessuale, transessuale, transgendercisgenderqueer, pansessuale, intersessuale, genere non binario, genderqueer, androgino, asessuale, agenderflux, demisessuale, grey asexual, aromantico. E potrei continuare per ore. Noi siamo davvero convinti che presentare ai nostri figli l’alternativa tra queste identità di genere sia un buon modo per crescerli liberi, sereni ed equilibrati? Io credo che offrire tutte queste identità di genere serva in realtà a togliere l’identità ai nostri ragazzi, serva a togliere l’identità ai nostri figli.

Vorrei leggere le parole di Keira Bell, una ragazza inglese che ha fatto una transizione di genere quando aveva sedici anni. È stata convinta nella sua scuola a fare una transizione e quindi si è fatta amputare il seno e si è fatta trasformare i genitali, dopo un lungo periodo di trattamento con bloccanti della pubertà. Le sue parole, dopo aver vinto la causa contro la clinica Tavistock and Portman di Londra: «Non si possono prendere decisioni simili a sedici anni e così in fretta. I ragazzi a quell’età devono essere ascoltati e non immediatamente assecondati. Io ne ho pagato le conseguenze, con danni gravi fisici. Ma così non va bene, servono cambiamenti seri». Questo sta accadendo non in ignoti Paesi del terzo mondo, ma nella civilissima Londra, nella civilissima Gran Bretagna, dove anni fa è stata approvata una legge, l’Equality Act, che è molto simile al disegno di legge Zan. Grazie all’Equality Act, ogni forma di resistenza da parte dei medici, da parte del personale ospedaliero, da parte degli insegnanti e da parte degli stessi genitori alla transizione di genere dei minorenni è stata etichettata come omofobia.

Siccome non mi credete, vi invito a leggere alcuni libri. Sono in lingua inglese, perché ovviamente non vengono tradotti in italiano.

«Christians in the firing line», per esempio, scritto dal dottor Richard Scott, racconta come, sempre nella civilissima Gran Bretagna, un magistrato abbia perso il lavoro e sia stato licenziato semplicemente per aver scritto in una sentenza che i bambini, in caso di adozione, hanno il diritto ad essere adottati da una coppia con mamma e papà e non da una coppia di persone dello stesso sesso. È stato licenziato e il suo nome è Andrew McClintock. Non solo, c’è un altro caso – potrei andare avanti per ore a leggerveli – di un medico pediatra di comunità, che ha perso la causa contro il servizio sanitario inglese ed è stato licenziato per aver dimostrato scientificamente che i bambini crescono meglio in un contesto in cui la genitorialità è costituita da mamma e papà. Nel libro ci sono molti altri casi e ne ricordo il titolo: «Christians in the firing line».

È singolare che quanto oggi ho sentito in quest’Aula contrasta radicalmente con le evidenze di Paesi in cui testi simili al disegno di legge Zan sono già in vigore. Vi invito anche a leggere «What are they teaching our children», che è un interessantissimo testo in inglese sulle ideologie che vengono utilizzate per indottrinare i ragazzini, fin dall’età più piccola, in cui si va sostanzialmente a insegnare che qualunque tipo di sensazione del bambino deve essere immediatamente assecondata e seguita. Vorrei raccontare in quest’Aula la storia di un papà canadese, che si chiama Robert Hoogland: avete tutti Google e potete cercare il suo nome. Robert Hoogland non si è rassegnato al fatto che la sua bambina, alla scuola superiore, all’età di dodici anni – quelle che da noi sono scuole medie, in Canada sono già scuole superiori – fosse stata convinta nella sua scuola a cominciare la transizione di genere. Egli si è sempre rifiutato di assecondarla, perché riteneva che fosse sbagliato. Il giudice, non più tardi di due mesi fa, lo ha condannato a sei mesi di reclusione e a 30.000 dollari di multa semplicemente per aver usato verso sua figlia il pronome femminile she e aver continuato a chiamarla con il suo nome da bambina. Quella era la sua bambina. Queste non sono invenzioni, ma storie di Paesi che hanno seguito prima di noi questa strada e ora stanno tornando indietro. La clinica Tavistock and Portman di Londra ora è sotto attacco giudiziario. La metà dei medici di quella clinica, che era una delle cattedrali mondiali del gender, si è dimessa. Il segnale che sta arrivando è che la teoria gender va completamente rivisitata, ma noi c’è la troviamo spiattellata nell’articolo 1 del disegno di legge in esame, che definisce la persona indipendentemente dal proprio sesso.

Abbiamo inoltre un problema enorme dal punto di vista della libertà di parola. Ho già raccontato in Commissione e vorrei raccontare anche in Assemblea la storia di un pastore protestante, di nome John Sherwood. Si tratta di un pastore protestante di settantadue anni, che è stato trascinato via in manette, nell’aprile 2021, nella metropolitana di Londra – quindi, anche in questo caso, non in un Paese barbaro, ma in un Paese civilissimo – con l’accusa di omofobia, perché come tutti i venerdì si era recato nella stazione della metropolitana per leggere la parola di Dio. Quella mattina ha letto il brano della Genesi, dove c’è scritto «maschio e femmina li creò». C’era una coppia di lesbiche e si è permesso di aggiungere che per noi cristiani il matrimonio è solo tra uomo e donna. Questa coppia di lesbiche si è sentita discriminata e ha fatto appello all’equality act, chiamando la polizia, che è intervenuta, lo ha arrestato e ammanettato, trascinandolo via in mezzo alla folla. Vi prego di guardare su Internet il video dell’arresto di John Sherwood, che è stato trattenuto per ventiquattro ore alla stazione della polizia e ora è sotto processo per omofobia. Pensate forse che queste cose non accadranno? È chiaro che in questo momento tutti vi raccontano che la libertà non è assolutamente in pericolo e anzi potrete continuare a dire che siete contro l’utero in affitto. Vi dico però che questo non accadrà, perché l’utero in affitto è esattamente il diritto riproduttivo della coppia same-sex. Se qualcuno vi venisse a dire che non vi dovete riprodurre, vi sentireste discriminati? Certamente sì!

Allo stesso modo, nessuno potrà più dire che una coppia same sex deve essere esclusa dal ricorso all’utero in affitto, perché quello significherebbe discriminarla in uno dei suoi diritti, cioè nel suo diritto riproduttivo. Stiamo attenti, perché la propaganda è un discorso, i vari Fedez di turno sono un altro discorso, ma qui dentro le cose dovremmo avere il coraggio di vederle non solo con gli occhi delle ideologie o con gli occhiali del partito politico di appartenenza, ma con la testa di chi sa vedere quali sono conseguenze che in altri Paesi hanno generato ingiustizie inaccettabili. Visto che siamo ancora in tempo, per favore fermiamoci, ragioniamoci. Solo un uomo può essere un padre: questa frase sarà discriminatoria perché ci sono i cosiddetti papà cavalluccio marino, che in realtà sono donne che però hanno fatto la transizione bombardandosi di ormoni e quindi hanno la barba, hanno i peli, hanno tutto quello che serve per essere uomini tranne i genitali, che hanno mantenuto femminili, e a quel punto possono restare gravide, ma vogliono essere chiamati papà”, chiamarli mamme o donne diventerà automaticamente discriminazione. Andate a vedere che cosa è successo alla madrina di Harry Potter, l’autrice inglese Rowling, che si è permessa di scrivere su Internet che la parola «donna» non può essere sostituita dalla definizione «individuo che mestrua», perché quella espressione è discriminatoria verso la donna. Ha osato dire queste parole. Ebbene, è stata bombardata, massacrata sui social media perché si è detto che non rispetta gli uomini che mestruano. Siamo a questo? Siamo al punto di non sapere più distinguere il maschile dal femminile? Guardate che poi queste non saranno bizzarre teorie che il senatore Pillon agita in Aula spaventando la folla degli astanti: queste diventeranno sanzioni penali e io sono pronto a giurare in quest’Aula che un giudice in Italia – ma saranno più di uno – condannerà qualcuno perché ha osato dire che le donne hanno il ciclo mensile e i maschi no. Sarà considerata grave discriminazione.

Ancora, avete letto gli articoli 5 e 6 di questo disegno di legge? Avete letto le pene accessorie folli di chiunque osi discriminare o istigare alla discriminazione sulla base dell’autonomia di pensiero di chi si sente uomo anche se è donna? Ebbene, le pene accessorie, oltre alla galera, sono anche quelle del contrappasso, perché questo povero condannato, perfido omofobo, perderà la patente di guida, perderà il passaporto, perderà i diritti politici, perderà il diritto di fare propaganda politica, perderà ovviamente il diritto alla patente di caccia, ma perderà addirittura la propria dignità, perché sarà costretto a fare lavori socialmente utili presso le associazioni LGBT, con la pena del contrappasso. Questo prevedono gli articoli 5 e 6. Avete letto l’articolo 7? Ho ascoltato attentamente la presidente Malpezzi che ha cercato di raccontarci, a proposito dell’articolo 7, che c’è l’autonomia scolastica; certo che i genitori possono firmare il piano dell’offerta formativa e possono scegliere la scuola in base al POF, ma se tutti i POF conterranno l’ideologia gender – perché questa legge imporrà a tutte le scuole di celebrare la giornata contro omofobia, bifobia, lesbofobia e transfobia – come faranno i genitori? O faranno la scuola a casa, cioè la scuola parentale, o dovranno tenere i figli ignoranti.

Cara senatrice Malpezzi, siamo capaci anche noi di leggere, ci creda sulla parola, ma siamo anche capaci di leggere in inglese e le consiglio caldamente di leggere «What are they teaching the children?». Sono sicuro che lei conosca molto bene l’inglese, ma è un po’ ostico, quindi la invito a leggere un testo italiano, le linee guida della Regione Lazio che sono state precipitosamente ritirate, nelle quali c’era scritto che è buona prassi assecondare i ragazzi nella transizione, ovviamente fin dalla più tenera età, e che è buona prassi addirittura garantire la carriera alias. Non so se sapete in quest’Aula che cosa sia la carriera alias. Ve lo spiego: vuol dire che un bambino di una qualunque età dai due anni in su arriva a scuola e dice di essere Simone ma che oggi si sente Simona. Da quel momento in poi, la maestra, i compagni, la preside, tutti la devono chiamare Simona e devono relazionarsi con lei come se fosse Simona e deve andare nel bagno delle donne.

Questa vi sembra una cosa normale? Vi sembra una cosa giusta?

Giustamente voi ammettete che questa è una cosa giusta e la rivendicate come cosa giusta. Ci sono le pubblicazioni che verranno utilizzate nelle scuole per insegnare il gender; per cui avremo la storia del principe sul pisello, la storia della gatta con gli stivali. È tutto in «Fiabe d’altro genere». Vi invito a leggere questo libricino, che sarà sicuramente utilizzato, insieme a molti altri che non ho portati in Aula. Siccome pensate che sia assolutamente giusto tutto ciò, vi invito a leggere le parole dei genitori tedeschi che sono stati arrestati per aver rifiutato di portare i loro figli a scuola perché quel giorno c’era la lezione di gender. Loro hanno tenuto i figli a casa e sono stati arrestati per questo.

A voi che siete i laicisti e i paladini della laicità dello Stato chiedo una cosa: poiché l’ora di religione è a scelta, mentre l’ora di gender sarà obbligatoria con questo disegno di legge, dov’è la libertà di scelta dei genitori? Dov’è la libertà di educazione prevista dall’articolo 30 della Costituzione? Come sempre, ci sono due pesi e due misure. Quando una cosa fa comodo alla sinistra, allora bisogna imporre al popolo bue e ignorante; quando, invece, una cosa fa comodo a un altro orientamento che non è quello di sinistra, allora diventa assolutamente facoltativa perché dobbiamo rispettare.

Visto che parliamo di cultura, vi invito anche a leggere il libro «Same-sex parenting research» di Walter Schumm. È una ricerca molto interessante, pubblicata ovviamente in lingua inglese perché in Italia queste cose non circolano e certamente non su Feltrinelli, nella quale si spiega quali sono i risultati quando si fanno crescere i bambini con due mamme o con due papà. La cosa carina che mi vengono a dire è che è meglio, piuttosto che stare in orfanatrofio. I bambini, poveretti, crescono anche in quel modo, ma noi dobbiamo cercare il meglio, soprattutto per quei bambini che sono stati così sfortunati da avere perso la loro mamma e il loro papà.

Il meglio significa costruire le condizioni perché trovino una coppia, mamma e papà, che il più possibile assomigli alla coppia che è stata tolta loro dalla natura, dal caso o da una disgrazia. Noi, invece, andiamo a sostituire e, quindi, aumentiamo il danno e usiamo persone che già sono sfortunate di loro per fare esperimenti sociali e poi scopriamo che questi esperimenti sociali falliscono, ma non si può dire perché chiunque dica che i bambini crescono meglio con la mamma e con il papà piuttosto che con due papà o con due mamme – che, tradotto, vuol dire orfani di mamma o di papà, a seconda del caso – è omofobo e intollerante e gli diamo anche un anno e mezzo di galera per stare sicuri. Non è con la galera che si risolvono queste cose, ma con l’attenzione, la cura, la delicatezza, ma anche con l’onestà intellettuale di dire che il papà è maschio, la mamma è femmina, che genitore uno e genitore due non è giustizia sociale, non è equità, non è rispetto. Prima dobbiamo rispettare i bambini; poi rispettiamo gli adulti. Vengono prima i diritti dei bambini e poi i desideri o i capricci – ci sono anche quelli – degli adulti.

Questa norma di fatto ci pone in una condizione molto pericolosa perché va a costruire una nuova umanità in cui tutto sarà famiglia perché, a quel punto, due uomini saranno famiglia e due donne saranno famiglia. A quel punto, perché tre o quattro persone non sono famiglia? Sarebbe discriminatorio e, quindi, tutto sarà famiglia e niente più sarà famiglia. Non esiste una società che sia sopravvissuta alla distruzione della famiglia.

Non so cosa accadrà in questa Aula. I numeri di oggi fanno molto ben sperare che tanti colleghi abbiano compreso che c’è una preoccupazione che va giustamente assecondata, ma che, d’altro canto, però, non si può ignorare una pericolosa deriva ideologica. Se tutto diventa famiglia e, quindi, niente più è famiglia, la società diventa un coacervo di individui e non più di persone.

Arrivo alla conclusione del mio ragionamento non senza avervi segnalato un ultimo libro.

Questo è un report che è stato presentato al Senato due settimane fa sulle violazioni delle libertà fondamentali causate dalle leggi sulla omotransfobia. Sono tutti casi estremamente concreti, documentati, in cui si evince come il pericolo che leggi simili al disegno di legge Zan si trasformino in un una sorta di boomerang per la libertà civile, per la libertà di educazione, per la libertà di pensiero, per la libertà di parola, per la libertà di culto sia assolutamente concreto.

C’è una simpatica storia, che ho pubblicato anche sul mio canale, che racconta di un signore transessuale, un maschio, che ha chiesto di entrare in un convento di clarisse in Belgio. Sembra una barzelletta, invece è una storia vera. Questo signore si è sentito discriminato e d’altronde l’unico motivo per cui è stata rifiutata la sua iscrizione, la sua adesione a questo convento di clarisse, è che era un maschio; quindi oggettivamente è stato discriminato in base al suo sesso. C’è anche un altro caso di una signora alla quale è stato negato l’ingresso in un seminario cattolico e l’unica ragione per cui è stata esclusa è che era femmina e non c’è un’altra ragione; quindi, è vero, è stata discriminata in base alla sua identità sessuale. Ma siamo convinti che sia tutto uguale, sia tutto identico, sia tutto allo stesso livello, sia tutto possibile? Siamo convinti che qualunque tipo di scelta, sulla base di una visione antropologica fondata sulla naturalità della differenza maschile e femminile o – volendo fare il Pillon a tutti i costi – una visione fondata sulla propria fede religiosa non abbia più libertà di essere definita, raccontata, vissuta e non abbia più la libertà di diventare anche una tradizione, un modo di vivere la società?

Io sono convinto che questo sia il più grande errore che noi possiamo fare. La società non si è costruita ieri e non è che sono arrivati i teorici del gender a scoprire che il maschile e il femminile sono la causa di tutti i disastri, di tutte le ingiustizie del mondo e che quindi vanno spianati per un mondo globalizzato, in cui sia possibile vendere smalto per unghie per maschi e per femmine. No, ci sono delle differenze e, come diceva Churchill, fortuna che ci sono quelle meravigliose differenze, benedette quelle differenze.

Noi, come legislatori, non dobbiamo darci come limite quello di una legge a tutti i costi. Penso che abbiamo una possibilità concreta, che è quella di affrontare il fenomeno, se c’è. Io ho dei dati, non li ho citati fino ad oggi ma oggi li cito. Ho fatto una richiesta ufficiale all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori-OSCAD, che è l’ufficio interforze dedicato alla lotta alle discriminazioni, e mi hanno risposto. Sapete quante segnalazioni (che non vuol dire denunce e neanche condanne) ci sono ogni anno per discriminazioni sulla base del genere? Sono 66 casi in due anni, 33 casi ogni anno. Qui c’è il dato ufficiale, se volete potete chiederlo all’OSCAD.

C’è un fenomeno? Sì, grazie al cielo è molto ridotto. Mi direte che anche un caso è grave. Sono d’accordo con voi: anche un caso è grave. Però non è quell’emergenza, non è quel dramma che si è voluto raccontare. Ci sono casi limitati; a questi casi dobbiamo dare risposte. Come ho già detto, dal mio personale punto di vista (non impegno il mio Gruppo, ma parlo per me), le leggi in vigore sono sufficienti. Trovatemi un caso che sia oggi esente da pena. Chiunque aggredisce, chiunque diffama, chiunque minaccia, chiunque provoca lesioni personali, chiunque attenta alla vita di qualcun altro, chiunque ingiustamente licenzia, chiunque ingiustamente esclude: tutte condotte che hanno sanzioni, in quasi tutti i casi sanzioni penali.

Ci sono condotte che devono essere integrate? Cerchiamole insieme. Ci sono sanzioni che a vostro o a nostro avviso devono essere aggravate? Cerchiamole insieme. Su questo vi garantisco – e lo dice Pillon – che non c’è una preclusione. L’Assemblea non è divisa in due, da una parte gli omofobi e dall’altra le brave persone; non funziona così.

Qui c’è un’Aula che è divisa, perché si è voluta inserire una ideologia inaccettabile in un disegno di legge che aveva un altro scopo. Tutti noi abbiamo esultato per l’Italia che ha vinto la finale degli Europei. È stato interessante vedere qual è stata la prima reazione dei nostri beniamini, dei giocatori. Non hanno telefonato al genitore 1 o al genitore 2. Hanno chiamato la mamma! Hanno chiamato la mamma e le hanno detto: ciao mamma, guarda quanto sono stato bravo. Ho vinto.

Noi italiani abbiamo degli anticorpi preziosi contro queste ideologie che ci vengono da una visione dell’uomo maturata nei college universitari del Nord America. Perché queste ideologie hanno un nome e un cognome: si chiamano Judith Butler, si chiamano Donna Haraway, si chiamano col nome di filosofi e antropologi che sono convinti che solo dal superamento del binarismo sessuale maschile e femminile avremo una società più giusta. Non è così!

Andate, vi prego, a vedere la società svedese e le società del Nord Europa, dove tutto questo è già realtà. Ve lo ripeto. L’ho già detto e lo dico ancora una volta. Abbiamo questa possibilità. Siamo un passo indietro e ancora non siamo caduti nel burrone. Forse ce la facciamo. Forse riusciamo a fare ancora un passo indietro. Per fare questo, però, è necessario che tutti insieme realizziamo il superamento di ogni schema ideologico. Ce la faremo? Francamente, non lo so. Francamente, non sono convinto. La possibilità, però, ce la siamo data.

La discussione continuerà ancora per giorni. Ho messo sul tavolo libri. Ho messo sul tavolo pubblicazioni. Sono a disposizione di tutti i colleghi che vogliano documentarsi anche meglio su questo. Vi prego, non votate questa proposta di legge come la voterebbe un quisque de populo. Approfondite ogni singola norma, anche chi è già convinto, in un senso o nell’altro, vada bene ad approfondire e a valutare ogni singola parola, perché stiamo decidendo di quello che sarà il futuro del nostro Paese.

Marilena Grassadonia, dal palco del Pride, lo ha detto con chiarezza. Ha avuto un pregio, quello della verità, quando ha detto: il disegno di legge Zan è solo l’inizio. Poi vorremo il matrimonio egualitario. Poi vorremo l’utero in affitto. Poi vorremo l’adozione gay e poi vorremo l’insegnamento gender nelle scuole. Tutte cose che sono state dichiarate da un palco, davanti a parlamentari appartenenti a due schieramenti qui presenti che applaudivano. Ditecelo chiaramente, allora. Il progetto che avete in mente è questo? Se questo è il progetto che avete in mente, non vi seguiremo mai e faremo la guerra, qui dentro e là fuori, con tutte le armi che la democrazia ci mette in mano. Perché una società senza famiglia è una società senza futuro; perché una società in cui togliamo i figli ai loro genitori è una società senza futuro ed una società morta. Una società in cui non si può più dire che un uomo è maschio e una donna è femmina è una società che non ha più nulla da dire. Questo è quello che dobbiamo dire ai nostri giovani, questo è quello che dobbiamo dire ai nostri figli!

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/07/15/simone-pillon-il-ddl-zan-e-un-grimaldello-per-trasformare-le-basi-stesse-della-nostra-societa/

Vignola (MO), 9/10/2021: XV giornata per la regalità sociale di Cristo

Segnalzione del Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
 
Vignola (MO), 9/10/2021: XV giornata per la regalità sociale di Cristo
 
Rivista “Sodalitium” – Centro Studi “Giuseppe Federici”
 
Sabato 9 ottobre 2021 si svolgerà la XV edizione della giornata per la regalità sociale di Cristo presso l’hotel La Cartiera di Vignola (MO), Via Sega 2, col seminario di studi tenuto don Francesco Ricossa, direttore della rivista “Sodalitium”. Tema della XV edizione:
 
“INTRINSECAMENTE PERVERSO. I cento anni del comunismo in Italia (1921 – 2021). Perché il comunismo e il socialismo sono incompatibili con la dottrina sociale della Chiesa” 
 
PROGRAMMA
 
ore 10,00 Arrivo dei partecipanti e apertura dell’esposizione di libri e riviste.
 
ore 10,45 Inizio dei lavori.
 
ore 11,00 Prima lezione: A cent’anni dalla fondazione del Partito Comunista d’Italia. “Il Socialismo come fenomeno storico mondiale”.
 
ore 12,30 pranzo (25,00 euro), prenotazione obbligatoria entro il 2/10/2021 sino a esaurimento dei posti.
 
ore 14,30 Seconda lezione: Omicida e menzognero fin dall’inizio. Socialismo e Comunismo nel magistero della Chiesa.
 
ore 16,00 Terza lezione: Infiltrazioni social-comuniste nel mondo cattolico. L’ateismo in Gaudium et Spes.
 
ore 17,30 Conclusione dei lavori.
 
ATTENZIONE: per partecipare ai lavori è necessario segnalare la propria presenza agli organizzatori anche se non si partecipa al pranzo. 
 
Non è permessa la distribuzione di materiale informativo senza l’autorizzazione dell’organizzazione.
 
Come raggiungere l’hotel la Cartiera a Vignola (MO)
 
Per chi arriva da Firenze/Padova/Bologna in autostrada: uscita al casello di Valsamoggia, poi prendere la Via Bazzzanese/SP569 in direzione di Vignola (dal casello: 12,9 km).
 
Per chi arriva da Piacenza/Milano/Verona in autostrada: uscita al casello di Modena-Sud, poi prendere la strada provinciale SP623 in direzione Spilamberto – Vignola (dal casello: 9,8 km).
 
Per informazioni e iscrizioni: info.casasanpiox@gmail.com

IL FINE DELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA SIA IL BENE COMUNE: NESSUNO TOCCHI ABELE!

L’EDITORIALE

di Matteo Castagna*

La questione della riforma della Giustizia, in Italia, è annosa e costante. Ora, sembrerebbe che vi fosse un’accelerata verso qualcosa che appare necessario, se non indispensabile. Sarebbe, però, riduttivo, se non addirittura fuorviante, dividersi tra “giustizialisti” e “garantisti”. 
Non possiamo giungere ad una “giustizia giusta” se non partiamo con le idee chiare sul concetto di bene comune. Il Prof. Danilo Castellano, dell’Università di Udine, col quale ho avuto il piacere di discutere a lungo nei giorni scorsi, è un maestro in materia, perché nel suo “Politica. Parole chiave” (collana De Re Publica – Edizioni Scientifiche italiane, 2019) al Capitolo IV ci dà una risposta ad una domanda fondamentale, che può divenire la radice di una vera e strutturata riforma.
 
Siamo davanti a tre modi di intendere il bene comune, che sono diversi tra loro ed erronei. Due di questi sono accomunati pur nella loro opposizione: il bene comune come bene pubblico e il bene comune come bene privato, infatti, fanno propria la “libertà negativa” anche se il primo ne assegna l’esercizio allo Stato, il secondo all’individuo (proletariato). Il terzo modo di intendere il bene comune è dato da una mancanza di chiarezza anche se si continua a riconoscere che la giustizia è il fine e la regola della politica. Già Sant’Agostino insegnava che fine e regola della politica è la giustizia, ma senza consentire l’accoglimento della “libertà negativa”, sotto nessuna forma e in nessun settore, perché propria del liberalismo, che va rifiutato in toto, perché relativista e anticattolico. La “libertà negativa” indica la possibilità che qualcuno abbia di agire senza che nessuno intervenga a ostacolarlo o anche la decisione di rimanere passivo, senza che nessuno lo costringa a non agire. La stessa situazione vale, se uno dei due soggetti contrastanti (chi agisce o chi vuole fermarlo), o ambedue, non sia rappresentato da esseri umani come quando, per esempio, si dica di essersi liberati dal timore delle forze della natura o quando un ente naturale come un fiume è libero di seguire il proprio corso, quando non ne è impedito da sbarramenti o dighe.
Il bene è ciò che cui ogni cosa tende per natura. La comunità politica è naturale; non può, quindi, che avere un fine naturale. Dunque, un bene da conseguire che è sottratto alla scelta, vale a dire all’opzione, alla disponibilità degli esseri umani. La loro stessa vita associata è un dato naturale e necessario, che non dipende da valutazioni, calcoli, decisioni. E’ evidente che ci deve essere, come c’è, un bene proprio della comunità politica. Con Aristotele potremmo rispondere che il bene politico è lo stesso bene del singolo uomo, seppur il bene della polis è manifestatamente qualcosa di più grande e di più perfetto rispetto al bene del singolo, perché perseguire e salvaguardare quello comune è più bello e più divino (Etica a Nicomaco, I, 1094b). Il bello è inteso come lo splendore della forma, che rivela l’essenza perfetta di una cosa. Divino è ciò che è dato dagli dei e agli dei solamente appartiene. Quindi è da comprendere, da rispettare e, nel caso politico, da assecondare. Per giungere all’organizzazione migliore della comunità politica serve conoscere la sua natura ed il suo fine (Aristotele, Etica a Nicomaco, X, 1181b).
Perciò si può concludere che il bene comune è il bene proprio di ogni uomo in quanto uomo e, perciò, bene comune a tutti gli uomini. Si tratta di un bene intrinseco alla natura dell’essere umano e inalienabile. Esso è anche il bene proprio della comunità politica, poiché questa è costituita da uomini e da altre società umane naturali (famiglia e società civile) che esistono in funzione dei beni dell’uomo ma che non sono nella condizione di aiutare l’uomo (cosa che la comunità politica fa principalmente con l’ordinamento giuridico giusto) a conseguire il bene che, per quel che riguarda il tempo, è la vita autenticamente umana, cioè la vita condotta in conformità all’ordine naturale proprio dell’essere umano. 

Ci si ricordi che il bene comune si raggiunge attraverso una giustizia giusta, ovvero costruita affinché nessuno tocchi Abele, non Caino!
*Responsabile Nazionale del “Circolo Christus Rex-Traditio” – articolo messo a disposizione di riviste e giornali

Passaporto vaccinale italiano ed Ue. Come funziona

di Alessandra Caparello

Dovrebbe essere operativo dal prossimo 16 maggio, il passaporto vaccinale italiano annunciato dal premier Mario Draghi che permetterà di viaggiare su tutto il territorio nazionale senza restrizioni. Una speranza per le imprese ricettive e l’economia che tenta così la strada della ripartenza dopo un anno e oltre di limitazioni a causa del Covid.

Il green pass italiano sarà valido per tutti i turisti provenienti da Paesi Ue ed extra Ue che potranno così liberamente spostarsi per il Belpaese in vista dell’apertura della stagione estiva 2021.

Passaporto vaccinale italiano ed europeo: come funziona

Il certificato verde potrà essere, secondo le indiscrezioni, cartaceo o digitale e si potrà ottenere in caso di vaccinazione completa con vaccino riconosciuto dall’AIFA (due dosi Pfizer, Moderna, AstraZeneca e una dose con Johnson&Johnson) ovvero con il certificato di avvenuta guarigione dal Covid-19 e fine isolamento da almeno sei mesi ovvero con tampone negativo (molecolare o antigenico rapido) eseguito nelle 48 ore precedenti il viaggio.

Ad occuparsi del rilascio, verifica e l’accettazione di certificazioni Covid-19 interoperabili a livello nazionale ed europeo è la Piattaforma Nazionale DGC per l’emissione e validazione delle certificazioni verdi Covid-19. Insomma il green pass italiano è del tutto simile a quello europeo, il certificato verde su cui sta lavorando l’Unione europea per far ripartire il turismo internazionale che arriverà il 10 maggio in sperimentazione in 10 Stati (tra cui l’Italia), ma sarà tecnicamente pronto per il 1° giugno. Il pass verrà rilasciato a ogni cittadino UE che ha ricevuto il vaccino anti Covid, è guarito dall’infezione oppure è risultato negativo al tampone. Il green pass Ue sarà valido in tutti i Paesi dell’Unione europea, più Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera.

E’ bene ricordare che se per i turisti stranieri che vengono in Italia e per gli italiani che tornano dall’estero ci sarà il green pass, le regole per gli italiani che vanno in vacanza all’estero dipendono dal Paese di destinazione.

Fonte: https://www.wallstreetitalia.com/passaporto-vaccinale-italiano-ed-ue-come-funziona/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:%20Wall%20Street%20Italia&utm_content=passaporto-vaccinale-italiano-ed-ue-come-funziona&utm_expid=24d0ca8f6aa04e501a1696e2bb16eb15a1464a4f6d2645e107c1efc8f8ee3e0f

Chi liberò veramente l’Italia

di Marcello Veneziani

Si può celebrare in tanti modi la Liberazione dell’Italia nel 1945 ma ci sono dati, numeri e vite che non si possono smentire e che sono la base necessaria e oggettiva per dare una giusta dimensione storica all’evento. Dunque, per la Liberazione dell’Italia morirono nel nostro Paese circa 90mila soldati americani, sepolti in 42 cimiteri su suolo italiano, da Udine a Siracusa. Secondo i dati dell’Anpi, l’associazione dei partigiani, furono 6882 i partigiani morti in combattimento.

Ricavo questi dati da una monumentale ricerca storica, in undici volumi raccolti in cofanetto, dedicata a La liberazione alleata d’Italia 1943-45 (Pensa ed.), basata sui Report of Operations di diversi reggimenti statunitensi, gli articoli del settimanale Yank dell’esercito americano e i reportage dell’Associated press. E naturalmente la ricerca storica vera e propria. Più un’ampia documentazione fotografica. L’autore è lo storico salentino Gianni Donno, già ordinario di Storia contemporanea, che ha analizzato i Reports of Operations in originale, mandatigli (a pagamento) da Golden Arrow Military Research, scannerizzati dall’originale custodito negli Archivi nel Pentagono. L’opera ha una doppia, autorevole prefazione di Piero Craveri e di Giampiero Berti e prende le mosse dallo sbarco di Salerno.

Secondo Donno, non certo di simpatie fasciste, il censimento dell’Anpi è “molto discutibile” ma già quei numeri ufficiali rendono le esatte proporzioni dei contributi. Facciamo la comparazione numerica: per ogni partigiano caduto in armi ci furono almeno 13 soldati americani caduti per liberare l’Italia. Senza considerare i dispersi americani che, insieme ai feriti, furono circa 200mila. E il conto risuona in modo ancora più stridente se si comparano i 120mila militari tedeschi caduti in Italia, soprattutto nelle grandi battaglie (Cassino, Anzio e Nettuno) contro gli Alleati e sepolti in gran parte in quattro cimiteri italiani.

Naturalmente, diverso è parlare di vittime italiane della guerra civile, fascisti e no, di cui esiste un’ampia documentazione, da Giorgio Pisanò a Giampaolo Pansa, per citare le ricerche più scomode e famose. Ma non sto parlando di fascismo e guerra civile, bensì di Liberazione d’Italia, ovvero di chi ha effettivamente liberato l’Italia dai tedeschi o se preferite dai “nazifascisti”. Continua a leggere

Lo spirito di “Destra” e quello di “Sinistra” davanti alla Pandemia

 

QUINTA COLONNA

di Matteo Castagna

Il decreto-aperture sta generando molte polemiche perché troppe serrande resteranno comunque abbassate, soprattutto nell’ambito della ristorazione, e per la permanenza del cosiddetto coprifuoco serale. Per analizzare la situazione in maniera realistica e pragmatica occorre abbandonare quella forma di “autismo ideologico”, che pare muovere i ragionamenti di alcuni commentatori, e giungere serenamente ad esprimere un punto di vista scevro di fanatismi e privo della fissazione cospirazionista, che raggiunge il solo scopo di sopravvalutare l’incompetenza.

All’interno di un governo di unità nazionale, ossia un governo di scopo, ci sono sostanzialmente tutte le forze politiche, che con un premier considerato autorevole, deve raggiungere, in un tempo limitato, la finalità di portare il Paese fuori dalla pandemia e dalla crisi economica. Ogni altro argomento è, ovviamente, divisivo e non può avere priorità di fronte alla popolazione che non lavora e alla gente che muore. Resta il fatto che, comunque, le donne e gli uomini al governo hanno visioni antropologiche agli antipodi e stanno assieme per raggiungere, appunto, un obiettivo comune, che non ha colore partitico: salvare l’Italia dalla crisi, guarendola dal virus. Il governo è diviso dalle modalità con cui raggiungere questi obiettivi. Tale divisione è lo specchio di quello che il grande Gustave Thibon chiamava “lo spirito di sinistra e lo spirito di destra”. Anche se sono categorie politiche superate dalla storia e dall’evidenza, lo spirito dell’una e dell’altra sono percepibili, oggi, come se vivessimo nel XIX o XX secolo.

In Diagnosi, Thibon scrive che “è facile definire l’uomo di sinistra come un invidioso o un utopista e l’uomo di destra come un soddisfatto o un “realista” . Il grande uomo di destra (Bossuet, de Maistre, Maurras, ecc.) è profondo e stretto, il grande uomo di sinistra (Fénelon, Rousseau, Hugo, ecc.) è profondo e torbido. Ambedue possiedono tutta l’apertura umana: portano nelle loro viscere il male e il bene, il reale e l’irreale, la terra e il cielo. Ciò che li distingue è questo: l’uomo di destra, lacerato tra una visione chiara della miseria e del disordine umano e il richiamo di una purezza impossibile a confondersi con qualsiasi cosa di inferiore ad essa, tende a separare con forza il reale dall’ideale; l’uomo di sinistra, il cui cuore è più caldo e lo spirito meno lucido, tende piuttosto a confonderli. Il primo, preoccupato di conservare all’ideale la sua altezza e la sua difficoltà di accesso, fiuterà volentieri odore di disordine negli “ideali” che corrono il mondo; il secondo, spinto dalla fretta di realizzare i suoi sogni e forse un po’ disgustato delle ascese severe, sarà portato a idealizzare il disordine. Qui si mescola, là si taglia”. Ergo da un lato si vorrebbe aprire le attività, in sicurezza, per far tornare a vivere, dall’altro si vorrebbe chiudere tutto per paura di sbagliare e senza rendersi conto di cadere, nel migliore dei casi, nel grottesco.

“Imbavaglia e disciplina i demoni che sono in te e nel mondo”, dice lo spirito di destra. “Fanne degli angeli”, ci sussurra lo spirito di sinistra. il guaio è, in quest’ultimo caso, che è infinitamente più facile travestire che trasformare. Continua G. Thibon: “l’ascetismo è a destra, il quietismo a sinistra. La corruzione quietista equivale sul piano religioso alla corruzione democratica sul piano politico: l’una e l’altra sono il frutto di quell’ affanno febbrile dell’essere impotente il quale, non avendo più forze per lottare né riserve per attendere, si affretta – al fine di realizzare senza ritardi né fatica il suo sogno di pienezza e felicità – a confonderlo con qualsiasi cosa. il quietismo e la mistica democratica consistono nel bruciare le tappe…in sogno! La febbre è a sinistra…” Per questo non ci deve essere Speranza! Non vogliamo passare l’estate con la febbre. Draghi è ancora in tempo per intervenire. 

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

del 23 Aprile 2021

Fonte: https://www.corriereregioni.it/2021/04/22/lo-spirito-di-destra-e-quello-di-sinistra-davanti-alla-pandemia-di-matteo-castagna/

I sovranisti nell’era Draghi

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Come sarà il sovranismo nel tempo di Mario Draghi alla guida di un governo per metà sostenuto e per metà osteggiato dai sovranisti? Ne uscirà sano, con le ossa rotte o rafforzato? Partiamo da un doppio paradosso. Il primo è che hanno fatto bene sia Salvini che Meloni a scegliere le rispettive strade. Non siamo mai stati avari di critiche o compiacenti con loro, ma tutto sommato è stata una scelta saggia per entrambi. Non potendo ottenere il voto anticipato, con Draghi si può puntare ad avere almeno due risultati: far cadere il governo grillo-sinistro che era una calamità innaturale, aggravata da un illusionista vanesio come collante, scongiurando che fosse quella banda inadeguata a gestire il piano del recovery; e avviare una stagione di decantazione in cui viene a cadere la demonizzazione dei sovranisti e si forma un governo bilanciato dalla presenza di forze del centro-destra. Scommessa rischiosa ma andava fatta.

Dall’altra parte, la Meloni ha ben capito che entrando nel governo avrebbe avuto un raggio minimo d’incidenza per via dei numeri ancora esigui del suo partito (avrebbe avuto un ministero di serie b e un paio di sottosegretari) e avrebbe perduto la ghiotta occasione di brillare da sola all’opposizione. Dunque, facile, accorta e lineare la sua scelta di starne fuori.

La divergenza tra Lega e Fratelli d’Italia, anche se non è tattica ma effettiva e competitiva, per chi vede l’insieme con lungimiranza, è utile alla causa comune perché riflette la divaricazione dell’opinione pubblica sovranista e consente di recuperare con l’una i consensi perduti dall’altro; e di ricompattarsi poi. Già quando Salvini scelse la via della spericolata alleanza coi grillini si separò dagli alleati ma poi li ritrovò dopo l’esperienza di governo. Insomma, per i sovranisti è stata positiva la doppia opzione, marciando divisi per poi unirsi quando si andrà al voto. Il sovranismo è sempre al 40 per cento dei consensi, con qualche travaso fra le due forze; aggiungendo l’apporto di Forza Italia e dei centristi resta la maggioranza in pectore del paese.

L’altro paradosso investe invece Draghi al governo. Considerando la sua storia, la sua provenienza, il suo stesso discorso d’investitura, Draghi è l’antitesi del sovranismo. È l’uomo dell’Europa, dell’euro, della finanza transnazionale, del predominio dell’economia sulla politica, della cessione di sovranità all’Unione Europea. Insomma il contrario di un sovranista. Lo ha ben detto Magdi Allam in una lettera aperta a Draghi, a cui non ha fatto sconti nel nome dell’amor patrio e della sovranità.

Ma, ferme restando tutte le inquietudini che genera la premiership di Draghi, c’è da fare un discorso realista e disincantato. Se fosse rimasto Conte e il suo governo col partito più omogeneo all’establishment europeo, il Pd, avremmo avuto una variante furba, doppiogiochista, ingannevole della stessa subalternità all’Europa. E saremmo stati esposti ancor più al rischio di sprecare le risorse dei prestiti ricevuti tra mance, regalie, redditi e bonus, col risultato di trovarci presto indebitati in modo inverosimile senza aver reso produttivi gli investimenti, ma solo puramente assistenziali (a scopo clientelare ed elettorale). A questo punto, anziché andare a trattare con l’Europa mandandoci i parvenu e gli inservienti, proni a tappetino pur di salvaguardare se stessi, meglio andarci con uno dei soci fondatori del club, uno dei leader più ascoltati e accreditati per i ruoli precedentemente coperti. Uno che, a differenza dei Gentiloni, dei Gualtieri &C., non rappresenta un partito di sinistra, ma è una personalità di spicco del nostro paese e dei vertici dell’eurocrazia. Al rischio di una troika straniera è preferibile un alto commissario interno come Draghi.

I rischi ci sono tutti, guai a esultare; ma val la pena correrli considerando l’alternativa. E se un domani alle elezioni dovesse vincere, come ancora le proiezioni dicono, l’alleanza imperniata sui sovranisti, avere un garante e un contrappeso come Draghi al Quirinale potrebbe essere forse l’unico modo per poter avere un governo attento alla sovranità e all’interesse prioritario nazionale e popolare, senza entrare in conflitto con l’Europa.

Naturalmente sono ipotesi, il cammino è impervio, le variabili possono essere tante e imprevedibili. Però tra le insidie e le incognite che si aprivano comunque sul nostro domani, quella con Draghi a Palazzo Chigi e forse dopo al Quirinale, può essere un rischio calcolato a fronte di un progetto politico. Intanto è tornata un po’ di serietà nelle istituzioni, un po’ di sobrietà e di senso dello stato; meno vanterie, meno narcisismi, meno raggiri della popolazione con annunci irreali, potenze di fuoco e giochi d’artificio.

Si deve però considerare anche un’altra ipotesi: che alla lunga si sgonfi il fenomeno sovranista, che i due leader perdano vigore con Draghi al governo e col clima più soft che si respira. Ma questo sarebbe accaduto con almeno pari probabilità, anche nel caso avesse continuato il governo giallorosso. Perché un movimento che galvanizza in permanenza il suo elettorato nella prospettiva dell’ordalia elettorale, l’attesa messianica del giudizio divino e liberatore delle urne, alla lunga si logora se poi non si va mai a votare.

Qui si lascia lo scenario generale per spostare il focus sui movimenti sovranisti: se mettessero a frutto questo periodo di decantazione per selezionare strategie, ranghi, classi dirigenti, per studiare e mettere a fuoco linee, contatti, relazioni, allora sì che potrebbero presentarsi al voto con le carte in regola per governare l’Italia. Raccomandazione inutile, visto come abitualmente si muovono. Tutto resta così imponderabile: che il sovranismo sopravviva a Draghi, che gli succeda al governo, o viceversa che imbocchi la via del tramonto e dell’assimilazione, stemperandosi in quella vaga area del centro-destra. Su tutto veglia minaccioso il demone della pandemia.

MV, Il Borghese (aprile 2021)

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/i-sovranisti-nellera-draghi/

Economia, diritto e politica sono senza Dio. I cattolici ne hanno di lavoro da fare!

G.K. Chesterton: “E’ facile, a volte, donare il proprio sangue alla Patria, e ancor più facile donarle del denaro. Talvolta, è più difficile donarle la verità”

di Matteo Castagna

Le radici cristiane comuni all’Occidente vedono il cuore pulsante nel periodo della Pasqua, ove l’identità dei popoli si esprime nella pienezza del sacrificio perfetto del Messia, redentore dell’umanità, che ha sconfitto la morte, risorgendo a quella vita nuova che siamo chiamati a condurre qui in Terra per poter godere dell’eterna gloria celeste.

Cristo è Colui, che, debellate le tenebre di morte, risplende come astro sereno sopra l’intera umanità: «Ille, qui regressus ab in feris, humano generi serenus illuxit» (Preconio Pasquale).

Dispensatrice perenne di luce è la Pasqua cristiana, fin da quell’alba fortunata, vaticinata ed attesa per lunghi secoli, che vide la notte della passione tramutarsi in giorno rifulgente di letizia, allorché Cristo, distrutti i vincoli di morte, balzò, quale Re vittorioso, dal sepolcro a novella e gloriosa vita, affrancando la umana progenie dalle tenebre degli errori e dai ceppi del peccato.

Da quel giorno di gloria per Cristo, di liberazione per gli uomini, non è più cessato l’accorrere delle anime e dei popoli verso Colui, che, risorgendo, ha confermato col divino sigillo la verità della sua parola: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv. 8, 12).

Da ogni plaga a Lui convergono, assetati e fiduciosi, tutti coloro che amano e credono nella luce; coloro che sentono gravare sui loro spiriti l’angoscia del dubbio e dell’incertezza; coloro che sono stanchi dell’eterno vagare tra opposte dottrine, gli smarriti nelle vane ombre del secolo, i mortificati dalle colpe proprie ed altrui.

Ciò significa che l’uomo soltanto per Cristo ed in Cristo conseguirà la sua personale perfezione; per Lui le sue opere saranno vitali, i rapporti coi propri simili e con le cose, ordinati, le sue degne aspirazioni appagate; in una parola, per Cristo e da Cristo l’uomo avrà pienezza e perfezione di vita, ancor prima che sorgano sugli eterni orizzonti un nuovo cielo e una nuova terra (cfr. Apoc. 2I, I).

Al contrario, se interne tragedie dilacerano gli spiriti, se lo scetticismo ed il vuoto inaridiscono tanti cuori, se la menzogna diventa arma di lotta, se l’odio divampa tra le classi ed i popoli, se guerre e rivolte si succedono da un meridiano all’altro, se si perpetrano crimini, si opprimono deboli, si incatenano innocenti, se le leggi non bastano, se le vie della pace sono impervie, se, in una parola, questa nostra valle è ancora solcata da fiumi di lacrime, nonostante le meraviglie attuate dall’uomo moderno, sapiente e civile; è segno che qualche cosa è sottratta alla luce rischiaratrice e fecondatrice di Dio.

Il fulgore della Risurrezione sia dunque un invito agli uomini di restituire alla luce vitale di Cristo, di conformare agli insegnamenti e disegni di Lui il mondo e tutto ciò che esso abbraccia; anime e corpi, popoli e civiltà, le sue strutture, le sue leggi, i suoi progetti.

Chi se non Cristo può raccogliere e fondere in un sol palpito di fraternità uomini così diversi per stirpe, per lingua, per costumi, quali siete tutti voi, che Ci ascoltate, mentre vi parliamo in Suo nome e per Sua autorità? Continua a leggere

Dragocrazia

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

È davvero prematuro rinfacciare al governo Draghi di essere la riedizione del governo Conte o di esultare per questo, come fanno i grillo-contini. È stato quantomeno puerile gridare subito alla continuità con Conte quando non si era ancora insediato il governo. Certo, serve per galvanizzare le tifoserie e dire agli uni che il Maligno ha cambiato solo nome e fattezze e si è fatto più terribile, come dice il cognome fiammeggiante del premier; e agli altri far credere che Conte è così insostituibile che il suo modesto successore è schiacciato dalla sua gigantesca ombra e non può che tentare di imitarlo.

Ma se provate a fare il gioco delle differenze, risaltano subito alcune cose: il profilo e il curriculum di Draghi rispetto a quello di Conte, alcuni ministri tecnici nei dicasteri economici al posto di grillini e piddini, il cambio in meglio alla giustizia, alla pubblica amministrazione e istruzione e allo sviluppo economico, il peso dei ministri leghisti e forzisti, il ridimensionamento di Arcuri che prelude probabilmente alla sua non riconferma. E poi la novità, anche inquietante se volete, di un governo di unità nazionale, e in positivo lo stile diverso nelle riunioni ministeriali e nella comunicazione. Non è poco, come avvio. Dall’altra parte la continuità della politica sanitaria, le troppe facce riemerse di ministri al governo, alcuni segnali non promettenti sulla giustizia, un governo imbottito di politici di basso profilo, non fanno ben sperare. In ogni caso è prematuro e disonesto azzardare un giudizio, parlare già di svolta o di continuità. Vedremo in corso d’opera e valuteremo senza paraocchi.

Una cosa però si profila sin dagli esordi, dalle scelte ministeriali e dai segnali di fumo lanciati all’Europa. Il governo Draghi ha a cuore principalmente una cosa, rispetto a cui tutto il resto fa da corollario e può essere oggetto di trattativa: la gestione dei fondi e delle linee economiche. Per dirla nel linguaggio proprio, il core business del governo Draghi, la specificità del suo mandato, è il Recovery fund e le sue conseguenze. Può assecondare la politica sanitaria precedente, può far la voce grossa sui vaccini, non modificare le linee politiche, culturali e civili ma resta prioritario e non negoziabile decidere come verranno spesi i soldi. Questa è la mission di Draghi e la ragione dell’incarico a lui; è lì che si gioca quasi tutto, pure il Quirinale; ed è quello che non andava permesso a un governo politico qualsiasi. Tutto il resto è relativo. Sarà lì che si paleserà la Dragocrazia. Continua a leggere

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