Generazione iPhone: un’ecatombe antropologica

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Ossessionati dai “mi piace” e dall’isolamento da social, vorrebbero liberarsi dello smartphone, ma spaventati dalla realtà, preferiscono non uscire di casa, non avere rapporti carnali e rimanere in un mondo su misura capace di soddisfare subito le loro pulsioni. Ad ammetterlo sono gli stessi inventori della tecnologia. Ecco la generazione più depressa e meno ribelle della storia, ecco i sudditi perfetti.

Ossessionati dai “mi piace”, spaventati dall’essere isolati ma solo sui social (non importa se lo sono nella vita), vorrebbero liberarsi della loro “terza mano”, lo smartphone, ma appena affrontano la realtà si spaventano e preferiscono tornare nelle loro comode camere, dove i genitori li lasciano vivere (pensando che sia un posto più sicuro della strada) incollati a internet e dove hanno accesso ad un mondo su misura capace di soddisfare immediatamente, senza sacrifici, tutte le loro pulsioni e voglie. Così, incapaci di relazioni, di affrontare i problemi, sono depressi, per nulla ribelli e persino disinteressati alla sessualità carnale [attenzione! i rapporti fuori dal matrimonio sono  peccato mortale.]. Insomma, sono dei sudditi perfetti.

Non sono ipotesi generiche, ma frutto di ricerche su milioni di adolescenti effettuate soprattutto negli Stati Uniti, dove “i figli dello smartphone”, nati fra il 1995 e il 2005, hanno delle sembianze completamente diverse dalla generazione precedente, con un divario generazionale di ampiezza senza precedenti nella storia (la documentazione più ampia si trova nel libro di Jean M. Twenge “iGen”, ossia “Generazione iPhone”).

Basti pensare che uno degli studi più recenti, della State University di San Diego, che mette in relazione i sintomi depressivi e il rischio di suicidi con l’uso dei dispositivi elettronici da parte di 133 mila adolescenti, ha dato come risultato un’impennata della depressione tra il 2012 e il 2015 fra le ragazzine che hanno passato più ore al giorno davanti ai dispositivi elettronici (sono soprattutto le donne ad usare Facebook e Instagram): la piaga è cresciuta in soli 3 anni del 58 per cento. Non solo, l’uso di internet per cinque o più ore giornaliere, è correlato ad un incremento della depressione connessa al rischio di suicidio del 71 per cento. Al contrario, come spiegano i ricercatori della Florida State University, fra i teenager e le persone che vivono una vita sociale e relazionale concreta, anche facendo sport e attività all’aperto, la percentuale dei sintomi della depressione decresce ampiamente.

Va chiarito che gli studi prendendo come campione dell’iPhone Generation e di quella che la precede classi sociali e situazioni familiari e scolastiche identiche, mettono in luce che non è la depressione dovuta al background personale a spingere i ragazzini verso l’alienazione da social media. Al contrario, è proprio l’uso dei social a generarla per determinati meccanismi che si instaurano nella mente e nel corpo di chi li usa, esponendosi ad una vita virtuale dove tutti paiono felici e belli, dove a volte si viene bullizzati o dove si resta incantati da video demenziali e ripetititvi e da immagini che soddisfano in continuazione la persona che li guarda generando dipendenza.

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Omaggio al gender, via libera al farmaco blocca-pubertà

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Sulla Gazzetta Ufficiale la notizia che la triptorelina sarà a totale carico del Servizio sanitario nazionale «in casi selezionati in cui la pubertà sia incongruente con l’identità di genere». L’ennesimo ossequio all’ideologia Lgbt, che non tiene conto dei rischi per la salute e contribuirà a ignorare ancora di più il dato morale, avallando qualunque percezione del minore.

La triptorelina è un farmaco che, tra i vari usi, viene impiegato per ritardare lo sviluppo puberale nei ragazzi tra i 12 e i 16 anni. In Italia, già dal 2013, l’ospedale Careggi di Firenze lo adopera per quei casi cosiddetti di disforia di genere che interessano minori. In buona sostanza si blocca lo sviluppo puberale del bambino che dice di non riconoscersi nel suo sesso biologico o che nutre alcuni dubbi sulla sua identità psicologica sessuale e lo si parcheggia in un limbo sessuale affinché, passato un po’ di tempo, si chiarisca le idee e decida a che sesso “appartenere” oppure si proceda alla “rettificazione sessuale” chirurgica nell’assunto che risulti più agevole, dato che i suoi attributi sessuali non si sono ancora sviluppati appieno. Continua a leggere