Il principe, le pecore e la leadership

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QUINTA COLONNA

In un mondo in cui tutti sembrano voler comandare, ritenendosi capaci di farlo, troviamo interessante proporre questo articolo ed altri in link in fondo, che sono consigli utili. Anche a rassegnarsi, se non si possiedono troppi di questi requisiti e anche se i vari sistemi pongono persone inadeguate in posti di comando o di rilievo, perché l’umiltà non è mai troppa e fare un passo indietro non è sempre un segnale di debolezza ma di maturità… (n.d.r.)

di Edoardo Lombardi

Ecco un breve racconto stimolante sulla leadership che dovresti leggere per cominciare un percorso che potrà portarti a essere un manager migliore.

PICCOLA STORIA INSEGNA

C’era una volta un importante regno, che era governato da un principe, il quale ereditò lo scettro dopo la morte di suo padre.

Dopo alcuni mesi del suo governo, le cose cominciarono a metterlo seriamente alla prova. La siccità causò gravi perdite agli agricoltori, uccise molti animali, uccelli e piante preziose nella foresta. E seguì poi una epidemia sconosciuta che tolse la vita a molte persone.

Poi, trascorso del tempo, le cose iniziarono lentamente a migliorare. Ma, prima che potessero riprendersi completamente, un re nemico aggredì il regno, ne prese il controllo, uccidendo alcune persone e imprigionandone molte. Il giovane re riuscì in qualche modo a fuggire e cercò di incontrare un suo amico d’infanzia che era re di un regno vicino.

Nel mentre, rifletteva su come tutte queste cose negative potessero essergli successe. Era nato e cresciuto per essere un re di un regno potente e ricco, ma ora aveva perso tutto. Si convinse di avere avuto molta sfortuna perché nulla di simile era successo a suo padre o a qualunque altro re che egli conoscesse.

Al suo re amico raccontò tutte le cose che gli erano accadute. Dopo aver ascoltato la sua storia, il re amico ordinò di dargli un gregge di 100 pecore. Il giovane re fu sorpreso perché si aspettava molto di più. Non voleva fare il pastore. Ma non avendo alternative accettò l’offerta.

La sorte però gli era chiaramente avversa e dopo alcuni giorni, mentre pascolava il suo gregge, un gruppo di lupi lo assalì e uccise tutte le pecore. Mentre i lupi attaccavano, il giovane re scappò da quel luogo.

Tornò dal suo amico re e chiese aiuto. Questa volta ricevette 50 pecore. Ma di nuovo non riuscì a proteggerle dai lupi. La terza volta, gli furono date solo 25 pecore. Adesso il giovane re si rese conto che, se non trovava un modo di proteggere il suo gregge dai lupi, non avrebbe ricevuto più alcun aiuto dal suo amico.

Allora studiò attentamente il posto in cui il gregge risiedeva e individuò le aree di attacco dei lupi. Aggiunse recinzioni e pose guardie all’intorno. Poi continuò a monitorare i luoghi e a parlare con tutte le persone con esperienza per imparare i trucchi per proteggere il gregge. Dopo qualche anno, il suo gregge era diventato di 1000 pecore.

Con tanta soddisfazione andò a incontrare il re suo amico e gli raccontò che cosa aveva realizzato. Dopo averlo ascoltato, il re amico ordinò ai suoi ministri di affidargli un intero Stato da governare. Sorpreso da tutto questo, allora chiese: “Perché non mi hai dato lo Stato da governare quando sono venuto da te per la prima volta a chiedere aiuto?”

Il re amico rispose: 

La prima volta che sei venuto da me per chiedere aiuto, la tua mentalità era quella di essere nato e cresciuto per essere un leader. In realtà tu eri assolutamente lontano dal comportarti come tale. È vero che sei nato nella ricchezza e hai conosciuto orgoglio e potere, ma non sei mai stato adeguatamente istruito e addestrato per guidare il tuo patrimonio e la tua gente. Quindi, quando ti ho dato il gregge, ho aspettato che imparassi come gestire gli altri. Caro amico, solo ora credo che tu sia pronto a guidarli!

MORALE DELLA STORIA: Nascere in una famiglia potente o essere un manager in una posizione elevata non ti rende automaticamente un leader. 

Ma essere responsabile di altri come re di uno stato o manager di una squadra o CEO di un’azienda e non fare nulla per guidare le persone a te affidate non ti rende un capo da seguire. Ti suggerisco di conoscere meglio la tua gente e di conquistare i loro cuori e le loro menti: e allora sarai anche un leader.

LEZIONI DA IMPARARE

Un primo passo verso il miglioramento della tua leadership

Quando Niccolò Machiavelli nel 1513 scrisse per primo sul tema del rischio e della difficoltà di esercitare il ruolo di guida di uomini (“Il Principe”), forse non si sarebbe mai aspettato che l’argomento sotto il nome anglosassone di “leadership” avrebbe avuto la diffusione che ha oggi.

Oggi infatti il significato della parola “leader” è universalmente conosciuto, o nei semplici termini dell’Oxford Dictionary: “il leader è una persona che gli altri seguono”, o nel modo più esauriente prescelto dal Prof. R.J. House, uno degli studiosi americani più noti in materia, il quale lo definisce come

“un leader è un individuo capace di mettere in condizione gli altri di contribuire al successo dell’organizzazione di cui tutti loro fanno parte”.

L’importanza della leadership nei nostri giorni si manifesta prepotentemente in un’ampia gamma di gruppi e di strutture, dalle aziende alle famiglie, nella politica come nello sport; e può essere:

  • “formale” in virtù del possesso di un ruolo riconosciuto, o
  • “informale” sulla base di legami e relazioni personali.

Tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo la possibilità e talvolta la necessità di esercitare la leadership.  

E la leadership è considerata uno degli ingredienti più importanti del successo. Anche se è opportuna una precisazione: il successo è variegato e va da quello nel “fare” a quello nel “far fare”.

Se ci guardiamo attorno, notiamo che gli atleti più dotati non sempre riescono a essere poi allenatori di grido, un grande violinista o pianista non necessariamente diventerà un buon direttore di orchestra. Ci riusciranno solo quelli dotati di “leadership”, cioè di una serie di attributi e di qualità comportamentali che permettono di guidare gli altri nella realizzazione della performance, piuttosto che realizzare personalmente la performance medesima.

Questi attributi spesso sono innati mentre le qualità comportamentali il più delle volte sono apprese. Perciò è importante capire:

  1. da un lato, se una persona è dotata per “esercitare la leadership”
  2. e dall’altro, “quali qualità deve apprendere” per essere un buon leader.

John Pepper, che per 16 anni è stato ai vertici di Procter&Gamble (Presidente, CEO e Chairman), ha fatto un’apprezzabile selezione di questi aspetti, individuando sei Attributi Chiave e cinque Qualità Comportamentali, che sono determinanti al fine di essere “leader”.

I 6 Attributi Chiave del Leader secondo John Pepper

  1. Possedere un forte carattere personale, partendo dall’integrità.
  2. Credere profondamente e appassionatamente negli scopi dell’organizzazione.
  3. Impegnarsi a fondo e dare sempre un forte contributo personale.
  4. Questionare costantemente lo status quo e cercare sempre il miglioramento.
  5. Coltivare la fiducia e il rispetto per gli altri e il desiderio del loro sviluppo.
  6. Perseguire e difendere ciò in cui crede con saggezza, coraggio e perseveranza.

Leggendoli appare chiaro che questi attributi sono in buona parte da ritenersi “innati” o generati nel corso dei primi anni di vita.

Le 5 Qualità Comportamentali del Leader secondo John Pepper (le 5 “E”)

  1. Immaginare in modo chiaro il futuro come se lo avesse davanti a lui. (Envision: “prevedere ciò che sarà per adattare ad esso il modello di business”)
  2. Riportare all’attività e o alla vita qualcosa, latente o fermo nel suo sviluppo. (Energize: “ispirare e ricaricare i collaboratori”)
  3. Rendere gli altri capaci di conseguire i risultati. (Enable: “realizzare le condizioni necessarie all’organizzazione per raggiungere i suoi obiettivi”)
  4. Instaurare relazioni e collaborazioni di qualità. (Engage: “costruire rapporti di lavoro basati sulla fiducia e il rispetto”)
  5. Realizzare completamente ciò che esiste nei piani. (Execute: “portare a compimento ciò che si è programmato”)

Esse sono prevalentemente acquisibili con un impegno costante e, soprattutto, con la pratica.

LESSON LEARNED

Concludo citando una efficace sintesi di tutto ciò, attribuita a John C.Maxwell, un famoso autore americano che ha molto approfondito il tema della leadership:

Un leader è uno che conosce la strada, segue la strada e mostra la strada“.

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Obbligo, la data cerchiata in rosso: cosa può cambiare il 5 gennaio

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Nel Consiglio dei ministri del 5 gennaio nuove misure sul tavolo: spunta l’ipotesi dell’estensione del Super green pass per accedere al lavoro. Ma si valuta anche l’obbligo vaccinale: sale il pressing dei partiti

di Luca Sablone

Tempo qualche giorno e il governo prepara già la nuova stretta. Dopo aver approvato il nuovo decreto che di fatto mette spalle al muro i no-vax, nei primi giorni di gennaio il Consiglio dei ministri potrebbe tornare a riunirsi per varare un’ulteriore giro di vite per spingere sempre più verso la somministrazione del vaccino.

La data cerchiata in rosso è quella di mercoledì 5 gennaio, quando sul tavolo del Cdm potrebbe approdare una svolta nella lotta alla pandemia: l’obbligo di super green pass per i lavoratori. Di fatto sarebbe una sorta di obbligo di vaccinazione per accedere al lavoro, visto che il certificato verde rafforzato si ottiene solo con la somministrazione del siero o con la guarigione dal Covid-19. Ma si valuterà anche l’obbligo vaccinale, per cui sale il pressing dei partiti.

Cosa cambia al lavoro

Fonti governative fanno sapere che un secondo blocco di misure per il contenimento del Coronavirus potrebbe essere adottato appunto nei prossimi giorni. Viene da chiedersi quali potrebbero essere le nuove mosse dell’esecutivo e la risposta va trovata nello scontro che si è consumato ieri in Consiglio dei ministri: da una parte Forza Italia e Partito democratico favorevoli al super green pass per i lavoratori; dall’altra i dubbi di Lega e Movimento 5 Stelle che fanno saltare il provvedimento.

Ma l’asse gialloverde è destinato ad avere vita breve, visto che la nuova stretta potrebbe andare proprio in questa direzione: come riportato da La Repubblica, il prossimo passo potrebbe essere quello di estendere il super green pass a tutti i lavoratori, del settore pubblico e privato. Un punto su cui il premier Mario Draghi conta di ottenere il via libera in tempi brevi, sperando di risolvere le divisioni nella maggioranza.

Una conferma in tal senso è arrivata da Renato Brunetta, che ieri aveva messo sul tavolo la proposta che in sostanza impone a tutti i lavoratori di sottoporsi alla vaccinazione: il ministro della Pubblica amministrazione ha sottolineato l’importanza per l’Italia di non perdere la posizione di vantaggio rispetto agli altri Paesi, dicendosi ottimista sulla nuova misura più stringente che potrebbe vedere luce nel prossimo Cdm.

Pressing per l’obbligo

Nel frattempo aumenta il pressing per l’obbligo di vaccinazione, che finirà sul tavolo del Consiglio dei ministri di inizio gennaio. Un’ipotesi che valuta il premier Draghi e che dovrà essere attenzionato anche da tutti i partiti che sostengono il governo: conviene optare per il super green pass per i lavoratori o procedere direttamente con l’obbligo vaccinale per quasi tutti gli italiani?

Nel corso del Cdm di ieri i ministri di Forza Italia si sono espressi in modo favorevole all’obbligo vaccinale. Sulla stessa linea Enrico Letta, segretario del Partito democratico, secondo cui ora “bisogna prepararsi al passo successivo, cioè l’obbligo vaccinale e il ritorno allo smart working“. Parere favorevole lo ha dato anche Italia Viva, con il ministro Elena Bonetti che non si è messo di traverso: “L’obbligo vaccinale è la direzione giusta per sconfiggere la pandemia“.

Meno convinta la Lega, che però non chiude del tutto e chiede allo Stato di assumersi la responsabilità per eventuali conseguenze da vaccino e prevedere un elenco di “fragili” da esentare dall’obbligo. Un atteggiamento di apertura si è registrato pure tra le fila del Movimento 5 Stelle in occasione del dibattito sul super green pass per i lavoratori: il ministro Stefano Patuanelli ha sottolineato che fino a questo momento si è sempre ragionato per funzioni (forze dell’ordine, docenti, sanitari, lavori a contatto con le persone) e si è chiesto dunque quale sarebbe stata la ratio di distinguere tra lavoratori e disoccupati. “A questo punto conviene ragionare sull’obbligo di vaccinazione“, sarebbe stato in sostanza il ragionamento del M5S.

Due Italie e due mobilitazioni: per la libertà di lavorare e per la libertà di processare le idee

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2021/11/01/due-italie-e-due-mobilitazioni-per-la-liberta-di-lavorare-e-per-la-liberta-di-processare-le-idee/

I POTERI FORTI CONTINUANO IL LORO LAVORO DI PREPARAZIONE DELLA SOCIETÀ CHE VERRÀ, BASATA SU TRE CARDINI: LO SCIENTISMO, LA TECNOCRAZIA E IL GLOBALISMO

In Italia assistiamo a due mobilitazioni differenti: una contro il green pass e l’altra contro la bocciatura del ddl Zan. La prima, capitanata dai portuali di Trieste, rivendica il diritto al lavoro per tutti, senza obblighi di natura sanitaria, quali il vaccino o il tampone. La seconda, capitanata dalle associazioni LGBT, protesta contro il Senato, che ha respinto la votazione su una proposta di legge pansessualista, che mirava a sanzionare duramente i pubblici sostenitori del diritto naturale.

Mentre il popolo viene distratto da queste questioni, i poteri forti continuano il loro lavoro di preparazione della società che verrà, basata su tre cardini: lo scientismo, ovvero la divinizzazione della scienza come bene assoluto e supremo, al posto di Dio; la tecnocrazia, ovvero il primato delle macchine e della tecnologia sull’uomo, in nome del profitto; il globalismo, ovvero il “socialismo della povertà”, in nome di una transumana uguaglianza universale, governata dal primato dell’economia sulla politica, del materialismo sull’etica. “Il potere economico in mano a poche persone”, oggi i padroni delle multinazionali e i grandi speculatori dell’alta finanza internazionale, viene condannato già nell’Enciclica Quadragesimo Anno di S.S. Pio XI, promulgata il 15 maggio 1931, che appartiene alla dottrina sociale della Chiesa, perenne e immutabile.

Troviamo, allora, un nesso comune tra le due mobilitazioni degli italiani: la difesa di una libertà da parte di chi segue l’esempio di Stefano Puzzer e la difesa di una parvenza di libertà da parte degli LGBT e da coloro che sono stati ingannati dalla martellante propaganda arcobaleno. Forse, non è un caso che chi è favorevole al ddl Zan, tendenzialmente, sia anche strenuo sostenitore dell’obbligatorietà vaccinale e del green pass…

Chi ha la consapevolezza di lottare contro un lasciapassare sanitario che potrebbe divenire, già nel 2022, anche uno strumento di controllo fiscale, sostiene il diritto al lavoro, così come lo abbiamo sempre conosciuto e, come garantito dall’art. 1 della Costituzione. Principio sacrosanto di libertà, come diritto e come dovere.

La teologia morale cattolica sta dalla parte di queste persone. Il lavoro “è un diritto di giustizia sociale che ha come corrispettivo il dovere dello Stato di promuovere il bene comune e quindi di combattere la disoccupazione (non di indurla! n.d.r.) aprendo vie al lavoro”, non di chiuderle! (P. Pavan, Libertà di lavoro e diritto al lavoro, in “Atti della XX Settimana Sociale di Venezia”, Roma 1947) Si può obiettare che anche il diritto alla salute vada perseguito dallo Stato, in nome del bene comune. E’ assolutamente vero in via generale, ma vacilla nel caso di specie, perché i vaccini, che vengono proposti, attualmente, come unica forma di cura del Covid-19, non garantiscono l’immunizzazione delle persone, perché chi è vaccinato può prendere e trasmettere il virus, tanto quanto un non vaccinato.

I casi Israele e Regno Unito ne sono le prove provate. Perciò, paradossalmente rispetto a quanto sostiene il governo Draghi, l’obbligo del green pass per lavorare (di cui l’Italia è capofila e unico Paese europeo) appare misura eccessiva e sproporzionata, soprattutto perché chi fa il tampone ogni 48 ore dà più garanzie di essere negativo all’infezione rispetto a chi detiene il lasciapassare da vaccinato, che è un potenziale contagiato e trasmettitore del virus, ma non più controllato. Ne deduciamo che il bene comune che lo Stato deve garantire resta il lavoro, ponendo in essere tutte le politiche necessarie per implementarlo, così da consentire una vita normale al maggior numero di persone, nonché la libertà di coscienza in merito all’inoculazione del vaccino.

E’ bene sfatare un’altra sciocchezza, che è quella di sostenere che il vaccino sia gratis mentre il tampone sia a pagamento. Sono entrambi a pagamento, solo che il primo viene saldato, ab origine, con le nostre tasse ed il secondo viene, di fatto, pagato due volte dal lavoratore: con le tasse alla fonte e, poi, con l’esborso in farmacia. Quindi, nessuno grava economicamente sulle spalle di un altro. Anzi, chi si tampona ogni due giorni dà più sicurezze a se stesso e agli altri, nonché paga pure di tasca sua.

La parvenza di libertà è costituita dal ddl Zan, bocciato al Senato, più per le defezioni delle sinistre (Pd e Movimento 5 Stelle) che per una volontà espressa del centrodestra. Il diritto naturale è superiore ad ogni desiderio personale. La confusione tra diritto e desiderio ha portato ad una proposta di legge ideologica che dava piena facoltà ai gruppi LGBT di propagandare la teoria gender nelle scuole (art. 7 ddl Zan) e la totale discrezionalità ai magistrati nell’attribuire pene detentive pesanti nei confronti di coloro che “istigano alla discriminazione per motivi fondati sul sesso, genere, orientamento sessuale…”, estendendo così l’art. 604bis del codice di procedura penale. Vero che Zan prevedeva un “pericolo concreto” di istigazione alla discriminazione e alla violenza, ma chi l’avrebbe deciso e su che base o fatto non ancora compiuto si sarebbe dovuta esprimere oggettivamente la giustizia ordinaria? Ciò che viene fatto passare come una libertà ed una tutela, in realtà è un bavaglio nei confronti del comune buon senso, della nostra cultura, dei cattolici, dei politici che difendono il diritto naturale, di tutti coloro che dicono che i bambini hanno bisogno di mamma e papà.

Fosse passato il ddl Zan, avremmo potuto ancora scrivere, senza rischiare una denuncia, che, come recita il Catechismo di San Pio X, “la sodomia è peccato impuro contro-natura”, iscritto tra quelli che “gridano vendetta al cospetto di Dio”, dalla cui pratica peccaminosa occorre rifuggire, tramite l’astinenza? Oppure, sulla scia di altre opere e statue abbattute dai Black Lives Matter, si sarebbe dovuta sbianchettare la Bibbia, laddove dice: “La sodomia è un peccato abominevole (Gen. 13,13; Lev. 18,22; 20,13; Rom. 1, 26-27; 1 Cor. 6,9; 1 Tim. 1,10); “ripugna intrinsecamente alla natura e al fine primario dell’atto sessuale: è lussuria contro natura (v. Lussuria)” (cfr. Dizionario di Teologia Morale, Card. Roberti – Mons. Palazzini. Vol. II, Ed. Effedieffe, 2019, pag. 709, I edizione Editrice Studium, 1955)?

Ecco, chi crede che il ddl Zan avrebbe difeso dalle discriminazioni le persone con inclinazioni omosessuali, sappia che le leggi esistono già, così come le aggravanti dei “futili motivi”, che vanno a perseguire le violenze, ma non prevedono, grazie a Dio, di processare né i principi morali né coloro che li professano pubblicamente. I talebani del gender hanno sbagliato residenza…almeno per ora.

Green pass, rivolta nei porti: “È dittatura, non ci fermiamo”

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portuali di Trieste lo avevano detto: non ci fermeremo. E stanno mantenendo la promessa, mettendo sempre più pressione al governo Draghi sul lasciapassare, che inizia a mostrare i primi segni di cedimento. La situazione è esplosiva. Domani entra in vigore il lasciapassare obbligatorio nei luoghi di lavorio e l’Italia rischia la paralisi, almeno dal punto di vista logistico. Oltre ai portuali triestini  in rivolta contro il green pass, hanno annunciato lo sciopero anche i colleghi di Genova e tra gli autotrasportatori mancheranno all’appello 80mila conducenti. Se a questo si aggiunge una crisi globale della catena di distribuzione delle merci, non è difficile capire l’entità dell’insidiosa mina che il premier deve cercare di disinnescare.

Green pass, rivolta si allarga

Una prima vittoria i “resistenti” anti green pass l’hanno già ottenuta. Il governo nelle scorse settimane aveva escluso a prescindere la possibilità di rendere gratuiti i tamponi per chi non è vaccinato. Una certezza, ribadita in più sedi, che ora sta scricchiolando. Pare infatti che domani in Cdm il governo potrebbe discutere la possibilità di porre a carico delle aziende il costo dei test per i dipendenti. Proposta ovviamente rispedita al mittente da Confindustria. Salvini chiede che a finanziarli sia lo Stato, mozione contestata dal resto della maggioranza. L’alternativa, anche questa presa in considerazione dall’esecutivo, è quella di “ragionare sul fatto che test abbiano un prezzo calmierato“. Dunque uno sconto. Anche questa ipotesi, fino ad oggi sempre respinta da Draghi, sembra essere la conseguenza delle rivolte sorte in queste ore.

Lo sciopero a Trieste

A dire il vero, i portuali triestini sarebbero “disponibili a discutere”: domani potrebbero evitare lo sciopero, ma solo se l’avvio del green pass obbligatorio venisse rimandato al 30 ottobre. Altrimenti, nisba. Loro sono “determinati sulle nostre posizioni”, che riguardano sì il settore trasporti ma, dicono, anche tutto il resto del mondo del lavoro. Nemmeno il tampone gratuito, già proposto dal Viminale, li soddisferebbe. Il problema è che il governo non sarebbe disposto a rinviare l’entrata in vigore del decreto sul green pass. Dunque si andrà al muro contro muro. Domani i portuali minacciano di bloccare il porto sia in entrata che in uscita, un danno enorme per il sistema Paese. “Siamo disposti ad andare avanti fin quando il green pass non verrà tolto”, dice Stefano Puzzer, portavoce del Coordinamento lavoratori portuali Trieste (Clpt). Nessun passo indietro, anche se la Commissione sugli scioperi ha definito “illegittima” la mobilitazione annunciata dal 15 al 20 ottobre: “Siamo in dittatura, faremo comunque lo sciopero: noi pensiamo di essere una democrazia, lo Stato in una dittatura – insiste Puzzer – Vedremo chi vincerà. È ora di fermare l’economia che forse è l’unico segnale che possiamo dare a questo Stato, per fargli capire che ci sono tante persone in difficoltà, tante persone che rimarranno senza uno stipendio, e solo perché hanno esercitato una scelta libera quella di non farsi il vaccino. Adesso mi sembra ben chiaro che questo passaporto verde è solamente una manovra economica non sanitaria”.

Green pass, rischio caos autotrasporti

Altra grana riguarda gli autotrasportatori. Per Trasportounito mancheranno all’appello 80mila conducenti, difficilmente sostituibili vista la carenza di personale. Questo si tradurrà in ritardi nelle consegne di 320mila ore in più rispetto allo standard giornaliero. Per Confetra si rischia proprio “la paralisi del sistema logistico nazionale“. Su 400mila autisti confederati, il 30% sarebbe senza green pass. Oltre al fatto che molti di quelli stranieri sono vaccinati con Sputnik o altri farmaci non riconosciuti. Se il governo decidesse di permettere loro di lavorare lo stesso, Conftrasporto ha già annunciato che per protesta le imprese italiane fermeranno i camion. Almeno su questo una mezza pezza il governo potrebbe averla trovata: i camionisti che arriveranno dall’estero senza green pass potranno guidare in Italia, ma sarà loro vietato scaricare o caricare la merce.

A proposito di merci: il problema potrebbe verificarsi anche alla fonte. Confagricoltura fa notare infatti che in questa stagione stanno iniziando le raccolte della frutta e degli ortaggi autunnali, operazione spesso realizzata da stranieri. Il green pass, è il timore, rischia di provocare “mancanza di manodopera”: Un terzo degli operai dell’agricoltura sono stranieri, molti dei quali (il 60%) extracomunitari. La gran parte non sono vaccinati o hanno in corpo un siero non riconosciuto dall’Italia. Insomma: un caos totale. Cui ora Draghi, dopo aver tirato la corda, dovrà trovare una soluzione.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/green-pass-rivolta-nei-porti-e-dittatura-non-ci-fermiamo/

Il lasciapassare come strumento di guerra di classe

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di Thomas Fazi

Il lasciapassare come strumento di guerra di classe

Fonte: Thomas Fazi

Da domani milioni di lavoratori rischiano di rimanere senza stipendio e/o lavoro (o di dover sborsare 200-300 euro al mese) per il semplice fatto di aver esercitato una libera scelta consentita dalla legge: cioè quella di non vaccinarsi. Una libera scelta – tra l’altro – che non ha nessuna ripercussione sul prossimo.
In primis perché – come ci ricorda l’ANMA, l’associazione nazionale dei medici d’azienda – «allo stato attuale, la possibilità di contagiare e di contagiarsi sussiste indipendentemente dalla condizione vaccinale e/o dal possesso del green pass», e dunque un non vaccinato non rappresenta un rischio apprezzabilmente superiore per un vaccinato di un altro vaccinato. L’ultimo studio in materia ci dice che la contagiosità dei vaccinati, nella più ottimistica delle ipotesi, scende praticamente allo stesso livello dei non vaccinati nel giro di un paio di mesi – mentre il green pass ha una validità di 12 mesi. E questo senza considerare l’uso della mascherina al chiuso, che realisticamente riduce ulteriormente lo scarto già minimo.
Da ciò ne consegue, come dice Crisanti, (1) che «il green pass non può assolutamente essere considerata una misura di sanità pubblica perché non crea ambienti sicuri e anzi incoraggia di fatto comportamenti che possono favorire la trasmissione»; e (2) che l’unica misura che garantisce veramente la sicurezza dei lavoratori è la disponibilità di tamponi gratuiti per tutti, indipendentemente dallo stato vaccinale (cioè esattamente quello che il governo ha ripetutamente negato nonostante le richieste dei sindacati).
E in secundis perché la netta maggioranza dei non vaccinati (oltre il 90 per cento) rientra ormai nelle fasce di età che hanno rischio di complicazioni gravi e/o di morte bassissimo o prossimo allo zero, quindi il rischio che la scelta di taluni di non vaccinarsi possa ripercuotersi sulla comunità sotto forma di saturazione del sistema ospedaliero è anch’esso prossimo allo zero – da cui si evince anche l’assurdità della posizione di quelli che sono contro il green pass ma vorrebbero l’obbligo vaccinale.
A questo punto la scelta del governo di insistere sulla strada dell’obbligo di green pass per tutti i lavoratori – una misura, lo ricordiamo, che non ha equivalenti in nessun altro paese occidentale – appare talmente irrazionale dal punto di vista epidemiologico che dobbiamo necessariamente ipotizzare che il green pass non sia (solo) un mezzo per obbligare surrettiziamente la gente a vaccinarsi – obiettivo comunque clamorosamente fallito, visto che i tassi di vaccinazione giornaliera sono crollati in seguito all’introduzione del green pass: a quanto pare la gente non apprezza di essere bullizzata e ricattata dallo Stato – ma anche e forse soprattutto un fine in sé e per sé, che ha l’obiettivo di dividere la classe lavoratrice e creare quello stato di emergenza permanente (in assenza di qualsivoglia emergenza reale dal punto di vista sanitario) necessario per portare avanti il violento processo di ristrutturazione capitalistica di Draghi – e la guerra al lavoro che esso comporta – e reprimere qualunque opposizione (vedasi per esempio l’annunciata stretta sui cortei).
Anche per questo la scelta dei portuali di Trieste (Clpt Trieste: seguiteli e sosteneteli) di proseguire con la protesta finché non sarà eliminato l’obbligo di green pass per tutti i lavoratori rappresenta un gesto di solidarietà di classe importantissimo. Oggi la lotta contro il green pass non è una distrazione rispetto ad altre questioni “più importanti” – salario, diritti, sicurezza ecc. – ma al contrario, proprio perché riguarda tutti, può rappresentare anzi la scintilla fondamentale per riaccendere una coscienza di classe tra i lavoratori.
Vuoi vedere che forse stavolta il migliore ha fatto male i conti?

Green pass, i portuali sfidano Draghi: “Blocchiamo tutto”

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Comunque la si pensi, i portuali dimostrano di essere una categoria di lavoratori compatta e coraggiosa, in grado di trattare, proprio grazie a questo binomio di caratteristiche, direttamente col Governo, avendo anche la forza di poter dettare le condizioni. Un loro comunicato spiega come stiano arrivando loro migliaia di messaggi di sostegno da parte di lavoratori e famiglie italiane che ritengono ingiusto il Green Pass. Le azioni concrete di seria protesta sono queste, e si differenziano di gran lunga da proclami, libelli, scontri e raduni, facilmente strumentalizzabili e/o palesemente inutili (N.d.R.)

Se le trattative non andranno in porto, saranno guai seri. Non solo per il sistema portuale italiano, che non può certo fare a meno di Trieste. Ma anche per l’economia nostrana, in un periodo in cui la filiera della logistica mondiale è in subbuglio. E soprattutto per il governo, che si trova sul piatto una grana enorme che rischia di esplodere nel giorno del battesimo del green pass obbligatorio.  I lavoratori portuali di Trieste lo hanno detto chiaro e tondo: il 15 ottobre ci sarà il “blocco delle operazioni del porto” se “non sarà tolto l’obbligo“ del lasciapassare verde, non solo per loro “ma per tutte le categorie di lavoratori”.

Un ultimatum a Draghi in cui non sembrano esserci spazi di mediazione. Ieri il Viminale aveva provato a trovare una soluzione, chiedendo alle aziende di pagare i tamponi ai dipendenti sprovvisti di green pass. Una sorta di “privilegio” rispetto al resto dell’Universo mondo, visto che la linea Draghi è sempre stata quella di non avvallare le tesi “no vax” a suon di test molecolari gratuiti. Infatti, i portuali hanno respinto al mittente pure questa ipotesi. Niente da fare. Neppure le paventate dimissioni del presidente dell’Autorità, Zeno d’Agostino, li ha scalfiti. I 950 operai triestini non scendono a patti: se anche un solo lavoratore italiano dovesse essere escluso dal lavoro, si metteranno a braccia conserte fermando – di fatto – l’intera macchina organizzativa del porto. Il 40% di loro non è vaccinato, e dunque è sprovvisto del pass, in una città in cui il movimento 3V dei No Vax ha sfiorato il 5% dei consensi. In città le manifestazioni anti green pass vanno avanti da settimane. Mentre gli occhi d’Italia erano puntati sugli assalti romani alla Cgil, qui sfilavano 15mila persone capitanate proprio dai portuali. “Siamo venuti a conoscenza – ha scritto il leader della protesta  Stefano Puzzer – che il Governo sta tentando di trovare un accordo, una sorta di accomodamento riguardante i portuali di Trieste, e che si paventano da parte del Presidente Zeno D’Agostino le dimissioni. Nulla di tutto ciò ci farà scendere a patti fino a quando non sarà tolto l’obbligo di green pass per lavorare. Non solo noi, ma tutte le categorie di lavoratori”.

Una guerra senza esclusione di colpi, che dimostra come il governo si sia presentato impreparato all’appuntamento col green pass. Non solo i portuali, infatti. I poliziotti da giorni sono sul piede di guerra perché la possibile esclusione dal servizio di 15-19mila divise non vaccinate rischia di paralizzare il sistema di sicurezza italiano. Chi occuperà i turni dei colleghi rimasti a casa, vista la cronica mancanza di organico? E se la durata del tampone dovesse “scadere” in mezzo al servizio, il poliziotto che fa: lascia scappare il ladro? Draghi ora dovrà trovare una soluzione. Non semplice. I portuali triestini gli hanno lanciato il guanto di sfida. E per ora hanno loro il coltello dalla parte del manico: la ripresa italiana non può permettersi di perdere un porto. Col rischio che la protesta contagi anche gli altri scali. A partire da Genova.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/green-pass-i-portuali-sfidano-draghino-green-pass-o-blocchiamo-tutto-i-portuali-sfidano-draghi/ 

La ripresa? Forse a fine 2022. E per ora il mondo del lavoro non riparte

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di Filippo Burla su https://www.ilprimatonazionale.it/economia/ripresa-forse-fine-2022-senza-lavoro-207011/

Sarà 4,7, 6% o un valore intermedio all’interno di questa forchetta? Sulla ripresa ognuno dà i numeri. Normale, dopo le devastazioni del 2020. Tanto più se parliamo di cifre con le quali non eravamo più abituati a confrontarci. Giusto per dare un’idea: era dal 1988 che il tasso di crescita annuale del Pil non superava i quattro punti percentuali.

Per la ripresa dovremo aspettare il 2022

La differenza rispetto ad allora è che l’ultima recessione fu registrata qualcosa come 13 anni prima, nel 1975. Insomma, il +4% dell’ultimo anno con il muro di Berlino ancora in piedi seguiva i lusinghieri +3,2% del 1987, +2,9% del 1986 e via dicendo. Cifre lontanissime dal -8,9% registrato l’anno scorso. E’ da qui che occorre partire per inquadrare bene cosa intendiamo per “ripresa”.

Anche qualora dovessimo collocarci dal lato più ottimista delle previsioni (secondo Confindustria sarà così), infatti, saremo comunque al di sotto di livelli del 2019. Ammesso e non concesso che si prospetti lo scenario migliore e in attesa di stime più precise, la piena ripresa potrebbe essere raggiunta a fine 2022. Forse. E comunque, faremo in ogni caso peggio rispetto al resto d’Europa.

Lavoro: crescono solo i contratti a termine

A corroborare l’analisi sulle tinte non proprio chiarissime del quadro giungono i più recenti dati sul lavoro. Se da un lato gli occupati hanno fatto segnare, da gennaio ad oggi, +550mila unità, dall’altro rimangono a quota-329mila rispetto al periodo appena precedente la pandemia. Segnando, per di più, una diminuzione (pari a -23mila) nel mese di luglio.

A soffrire sono soprattutto gli autonomi, ma anche i lavoratori a tempo indeterminato che sono ancora 100mila in meno rispetto a gennaio 2020. Il tutto considerando che bisognerà aspettare l’autunno perché si possa parlare di vero e proprio sblocco dei licenziamenti, oggi limitato solo ad alcuni settori. L’unica vera ripresa, al momento, resta quella dei lavoratori a tempo determinato, che già in primavera avevano raggiunto i livelli pre-crisi. La componente temporanea dell’occupazione è d’altronde “quella più reattiva al ciclo economico”, spiega sempre il centro studi di Confindustria. Indicando però, allo stesso tempo, che la fiducia delle imprese è ben lontana dal toccare i livelli pre-crisi.

La Lega scrive la “carta dei valori europei” con Orban e Morawiecki

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di Redazione

Importante viaggio del leader della Lega Matteo Salvini con una delegazione guidata dall’On. Lorenzo Fontana, recentemente nominato capodipartimento Esteri del partito, in Ungheria, ospite del premier Victor Orban e alla presenza del premier polacco Morawiecki.

Il Corriere della Sera dedica al veronese Fontana un’intervista nella giornata di ieri. In serata Salvini dirà: “Dall’incontro di oggi a Budapest con il premier ungherese Victor Orbàn e il premier polacco Mateusz Morawiecki, che ringrazio, parte un progetto di “Rinascimento europeo” dopo il Covid: una nuova idea di Europa, che riconosca le proprie radici, fondata su salute, lavoro, sicurezza e controllo dei confini, comuni valori cristiani, cultura, bellezza, identità e libertà. Una visione alternativa all’europa della finanza e della burocrazia, che rimetta al centro i cittadini e sulla quale coinvolgeremo altri leader politici e di governo e rappresentanti del mondo della cultura, delle professioni e dell’impresa, con l’ambizione di diventare il primo gruppo al Parlamento europeo”.

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La fatica fa bene: rende meno stupidi. Non fatevela rubare dalle macchine

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di Claudio Risé

La fatica fa bene: rende meno stupidi. Non fatevela rubare dalle macchine

Fonte: Claudio Risé

Sudore e responsabilità sono parte della vita fin dal travaglio della nascita.
Quando tentano di sbarazzarsene uomini e società si indeboliscono e si
disfano. Lo avevano già capito Cesare Augusto e i monaci benedettini.

La più antica delle fake news, la più dura a morire? Quella che ci assicura
che liberarci della fatica è uno straordinario affare. Anzi il più importante di
tutti. Trasferire la fatica ad altri, a qualcuno o qualcosa che la faccia al nostro
posto è l’antico sogno del pigro che sonnecchia dentro di noi, mentre
lavoriamo. È anche il messaggio di gran parte della pubblicità. Ma si tratta di
una sciocchezza, praticabile per poco tempo.
È questa, ad esempio, la storia (raccontata dai racconti popolari in tutto il
mondo, in modi diversi ma con la stessa morale) del Principe che scambia la
sua situazione con il povero per liberarsi delle sue fatiche principesche e
vedere la vita da un altro punto di vista. Proposta subito accolta dall’altro, ben
contento di liberarsi delle fatiche da povero. Dopo qualche peripezia però, Continua a leggere

Misteriosa morte di un giornalista che investigava sui finanziamenti di Soros ai gruppi antifa in Europa

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Risultati immagini per Misteriosa morte di un giornalista che investigava sui finanziamenti di Soros ai gruppi antifa in Europa

Sembra ormai sulla via dell’archiviazione la morte del giornalista investigativo Bechir Rabani, che si era infiltrato nei gruppi violenti di sinistra come gli antifa ed era  stato trovato morto nel dicembre 2017, poco dopo aver presentato delle denunce sui finaziamenti occulti del finanziere globalista George Soros a queste organizzazioni.

Bechir Rabani, 33 anni, di origine palestinese, con passaporto svedese, era un giornalista indipendente e blogger molto conosciuto in Svezia per le sue inchieste e per le sue rivelazioni circa le collusioni fra i settori dell’alta finanza e le organizzazioni pro immigrazione che operano in Europa. Alcune delle sue inchieste avevano suscitato reazioni ed attacchi dagli ambienti della sinistra mondialista e dai media ufficiali che lo accusavano di “complottismo”.

I sui amici avevano scritto di lui “”Bechir era un combattente caparbio che ha sperato nella giustizia e che senza esitazione ha difeso tutti quelli che non potevano o non osavano. Ricorderemo Bechir per la sua energia, la sua forza trainante e non da ultimo per il suo lavoro”. Continua a leggere

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