Siamo sicuri che il Centrodestra abbia la vittoria in tasca?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/09/12/siamo-sicuri-che-il-centrodestra-abbia-la-vittoria-in-tasca/

IL “DIVIDE ET IMPERA” DELLE SINISTRE APPARE, SEMPRE PIÙ, UNA TATTICA VOLTA A RIBALTARE IN PARLAMENTO LA VITTORIA EVENTUALMENTE CONFERITA DAGLI ITALIANI AL CENTRODESTRA

Il Governo Draghi è caduto in un momento particolarmente difficile per il Paese. Le conseguenze dirette sono state, in primis, un centrodestra che si è ritrovato unito e un centrosinistra che Letta, Calenda, Conte, di Maio, Renzi e Frantoianni avrebbero potuto trovare la quadra per competere alla pari, ma la sintesi non si è fatta, così gli euroinomani si sono spaccati. Carlo De Benedetti ha, pubblicamente, rimproverato Enrico Letta per queste mancate alleanze, ricordando che la legge elettorale premia soprattutto le coalizioni.

Ma il “divide et impera” delle sinistre appare, sempre più, una tattica volta a ribaltare in Parlamento la vittoria eventualmente conferita dagli italiani al centrodestra. Ha ragione Pasquale Napolitano, che su Il Giornale del 10/9/22 scrive: ” I «migliori» tifano per lo sfascio. Decreto Aiuti? Se ne riparla dopo le elezioni. Misure contro il caro energia? Rinviate. Pnrr? Guai a toccarlo. Stanno apparecchiando lo scherzetto al centrodestra (dato in vantaggio nei sondaggi). L’Italia deve precipitare nel caos dal 26 settembre: è la strategia adottata da Palazzo Chigi e appoggiata da sinistra e M5s”.

Piazze in fiamme e famiglie stremate. È questo lo scenario sognato dal fronte dei progressisti. I ministri del governo dei migliori si godono lo spettacolo senza muovere un dito: «Credo che il dl Aiuti sia a rischio. C’è il serio rischio di perdere 17 miliardi di aiuti per gli italiani. Quei soldi dovevano intervenire sulle accise della benzina e sulle bollette. La responsabilità ha un nome e cognome, Giuseppe Conte.

Parrebbe evidente che, essendo in Italia, ove i governi si cambiano molto facilmente, a prescindere dalla volontà popolare, da un lato non sia già scontata la vittoria del Centrodestra, che potrebbe ripetere lo scenario del 2018, ove a fare la parte della Lega, potrebbe essere Fratelli d’Italia. I numeri, a collegi ridotti, conteranno moltissimo. Gli equilibri europei e le alleanze con USA e NATO non permettono al nostro Paese, ampiamente indebitato e debole sul piano economico, militare ed in crisi sul piano antropologico-culturale per la costante sudditanza che le destre di governo dimostrano nei confronti della galassia progressista arcobaleno, di portare a compimento una seria politica di cambiamento sul piano internazionale e, per conseguenza, su quello nazionale.

Esemplificando, potremmo dire che, da un lato, abbiamo le sinistre gretine e gay friendly, saldamente ancorate al globalismo e dall’altra le destre, timidamente identitarie per non fare arrabbiare gli euroinomani dell’alta finanza di Bruxelles e le loro lobby.

Pochi, soprattutto tra i dirigenti regionali, ricordano che la Lega prendeva i suoi massimi storici alle politiche del 2018 con una linea marcatamente sovranista, autonomista, euroscettica, conservatrice e, a tratti, tradizionalista. Salvini, premendo sull’acceleratore di quella Lega, portò il partito al 34% delle Europee 2019. Poi, lentamente, iniziò il calo dei consensi, aumentarono le tante faide interne, e poi ricordiamo la mancanza di coraggio, che fu della Lega di Bossi del 1994, che fece cadere Berlusconi sulle pensioni.

Salvini sta pagando una linea opaca e ondivaga degli ultimi due anni, che ha concesso troppo all’ala liberal del partito, soprattutto perché non ha staccato la spina a Draghi almeno un anno fa, di fronte alla scellerata gestione della pandemia, che ha messo in ginocchio milioni di persone. Così, molti elettori, famiglie, il cosiddetto ceto medio e le imprese del Nord si sono sentiti abbandonati, e ora guardano con simpatia a Giorgia Meloni. Ma i voti, in ottica di coalizione, con il Rosatellum privo della possibilità di esprimere le preferenze, sono sempre quelli, che passano da un partito all’altro.

Servirebbe riuscire a convincere una parte di quella massa che il 25 Settembre è pronta ad andare al mare, della necessità di fermare i figliocci del male assoluto, intrinsecamente perverso, rappresentato dal progressismo globalista, erede del comunismo e, oggi, del “draghismo” più spinto. Il Centrodestra parli con una parola sola quanto alla situazione invernale del Paese. E, sulla guerra, ricordi che la Russia sa benissimo che tutti i leader europei devono essere liberali e atlantisti. Alexander Dugin lo scrive apertamente e aggiunge: “Questa non è una guerra con l’Ucraina. È un confronto con il globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a tutti i livelli – geopolitico e ideologico”. E conclude: “…quando vinciamo, tutti ne approfittano. È così che deve essere. Stiamo creando i presupposti per una vera multipolarità. E quelli che sono pronti ad ucciderci ora saranno i primi ad approfittare della nostra impresa domani. Scrivo quasi sempre cose che poi si avverano. Anche questo si avvererà”.

Soprattutto per un popolo divenuto famoso anche per l’8 Settembre…

Letta vira verso Conte?

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di Alfio Krancic

Io sapevo che il responsabile della caduta di Draghi era stato Giuseppi. Di rinterzo poi si era messo di mezzo anche il CDX. Ora invece, per recuperare il M5S, la colpa della caduta del Drago la si fa ricadere sul “russo” Salvini. Conte quindi è innocente e può rientrare nel “Campo Largo”. E’ solo un’ipotesi, ma chissà?…

 

LE RIVELAZIONI: Mosca a Salvini: “I tuoi ministri hanno fatto cadere Draghi?”. Gabrielli prende le distanze | Video Letta: “Putin dietro la crisi di governo?”

Matteo Salvini e la Russia, Marco Travaglio smonta il finto scoop

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Russiagate, arriva l’avvocato difensore che non t’aspetti. Sul caso del dossier russo e dei presunti rapporti tra Lega e Cremlino, scende in campo perfino il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che prende di petto il giornalista della Stampa Jacopo Iacoboni. Travaglio lo scrive nero su bianco nell’editoriale pubblicato sul suo giornale venerdì 29 luglio. E rivela che, in un primo momento, anche il Fatto stava per cadere nella trappola ma poi ha aperto gli occhi e si è tenuto alla larga dal quello che poi si sarebbe rivelato un finto scoop.

Nel suo editoriale, Travaglio definisce il caso come una vera e propria “trappola della Stampa”. E ancora: “Ci ha aperto gli occhi una prova più rocciosa della smentita di Gabrielli: la firma di Jacopo Iacoboni” che “vede Putin dappertutto”. Il direttore del Fatto Quotidiano affonda il colpo e scarica interamente su Draghi la responsabile della recente caduta del governo. “Se la caduta di Draghi l’avesse voluta Putin – scrive Travaglio – il suo primo complice sarebbe Draghi che vi si è impegnato più di lui: per fare un dispetto a Putin gli sarebbe bastato non insultare la Lega e i 5Stelle mentre chiedeva loro la fiducia. Invece si è sfiduciato da solo, putiniano che non è altro”.

Fonte: https://www.iltempo.it/politica/2022/07/29/news/marco-travaglio-difende-matteo-salvini-dossier-russia-finto-scoop-stampa-32578931/

Schei! Farli tornare e investirli è la sfida della prossima amministrazione

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di Matteo Castagna per Verona news del 3/6/2022

Gian Antonio Stella intitolava un famoso ritratto del Veneto degli anni d’oro, ovvero il ventennio ’80 e ’90 del secolo scorso con un emblematico: SCHEI! Quelli che hanno reso felice l’intero Nord-Est grazie alla laboriosità ed all’iniziativa imprenditoriale, ad una visione politica d’insieme che mirava, da un lato a valorizzare le migliori offerte del territorio e, dall’altro, a trarne anche un profitto personale, non privo d’avidità ed egoismo.

All’epoca la finanza veronese era tra le più importanti del Belpaese e “i schei” erano davvero tantissimi. Dal 2000 in poi la città è rimasta silenziosa di fronte ad un declino terribile: Verona ha perso la direzione della Cassa di Risparmio e della Banca Popolare, mentre Cattolica Assicurazioni andava incontro a perdite rovinose, come sanno bene anche i piccoli risparmiatori della Popolare. I nostri storici gioielli finanziari e il bancomat per gli investimenti di pregio come la Fondazione Cariverona sono andati alla malora, assieme al turismo, all’ente lirico ed al terzo settore, mentre la politica pensava a cimiteri verticali e alle coppole sull’arena.

Due anni di Covid ed una comunicazione pubblica non proprio all’altezza di una città come Verona non hanno agevolato il sindaco uscente, Federico Sboarina, che è apparso, in troppe occasioni, assente, tanto che dal solito bar Liston 12, in Brà, un capannello di persone di mezza età si ferma e dice: “va ben, ma, insomma, sa alo fato sto’ Federico in sinque ani? L’è un bon butèl, ma èlo bon de far politica?” L’impegno non è mancato, ed il coraggio di fare scelte importanti, anche se inizialmente impopolari, potrebbe essere il frutto positivo dei prossimi 5 anni, delle polemiche che lo hanno investito in questo primo mandato.

Se poi ci si sposta nelle zone in cui i lavoratori, spesso devono prendere l’aereo per viaggiare, non si sono sentite solo le lamentele per le problematiche relative alle restrizioni governative contro la pandemia. “E sto’ qua sarésselo n’aeroporto? Al massimo i te porta fin a Zevio co’ un volo scancanà, na olta al mese…” 

Poi, dopo, se si passeggia in Corso Porta Nuova, all’altezza del bar “Ai Duchi”, c’è gente in giacca e cravatta che si chiede che differenza passi tra i 22 anni di incontrastato potere assoluto di Paolo Biasi e il suo successore, il cardiochirurgo Alessandro Mazzucco, indicato, a tal ruolo, proprio da Biasi. Si parlò di “continuum tosiano” perché tale operazione fu benedetta dall’allora sindaco Flavio Tosi. Vicepresidente vicario resta l’avvocato Giovanni Sala, uomo molto vicino a Biasi. Ma Mazzucco dirà ad Alessio Corazza sul Corriere di Verona del 5/11/2017 che “la Fondazione cui guarda è un ente che vuole dire quel che fa e vuol dire quel che dice” perché non deve essere un centro di potere (come poteva sembrare prima) ma un’azienda che realizza profitti e li investe in operazioni senz’altro virtuose, ma destinate a rendere profitti.

Il periodo di queste elezioni amministrative non è dei migliori. Se, da un lato, stanno pian piano scomparendo le restrizioni, dall’altro il clima estivo favorisce la voglia di uscire e di viaggiare, di andare al mare, piuttosto che in montagna o sul lago. Si ricordi che il partito dell’astensionismo è una sciocchezza, perché non c’è quorum alle elezioni amministrative: chi va a votare decide anche per chi sceglie di andare in spiaggia. Invece, il quorum del 50%+1 degli aventi diritto al voto è indispensabile per i 5 Referendum sulla Giustizia, che dobbiamo votare per iniziare una riforma del sistema giudiziario, che in Italia manca da troppo tempo.

Verona è una città piccolo-borghese e conservatrice. Non ha troppa simpatia per i cambiamenti repentini, ma pretende risposte concrete ai problemi di tutti i giorni: dal traffico ai parcheggi, dai servizi alla tutela dell’ambiente, dalla sicurezza al decoro. In fondo, si aspetta una visione di città in prospettiva, senza tentennamenti, che superi l’atavico provincialismo e alzi il livello alla portata che merita, facendo rinascere i suoi gioielli finanziari e storico-culturali, che debbono tornare a luccicare fino ad abbagliare, con progetti fattibili ma molto attenti al sociale. La ricchezza di Verona è la sua gente, che va amata, pregi e difetti, e messa in condizione di risorgere dagli anni bui delle crisi e della “città fantasma” alle nove di sera.

Damiano Tommasi, in questa campagna elettorale è sembrato un pesce fuor d’acqua. La politica non pare il suo ambiente. Il Palazzo non è l’oratorio. Le partite per il bene comune non si giocano in uno stadio, ma nel confronto con le categorie, sapendo trovare una sintesi, che è il miglior assist per il più bel gol. Ascoltatolo, non appare un candidato da nazionale, quanto da campionato dilettanti: sempre i soliti slogan, tre frasette in croce per compiacere i catto-progressisti, gli ambientalisti e poi? Dio ha dato a ciascuno dei talenti, siamo sicuri che questo sia il suo o lo vedremmo meglio al Coni?

Flavio Tosi è una eccellente macchina da voti. Non avendo mai lavorato, se non per il consenso personale, è quello che ha più esperienza di tutti. Però, ha già dimostrato in un doppio mandato e con una clamorosa sconfitta quanto sia bravo a fare il barbecue, producendo tantissimo fumo e un po’ di arrosto, da dividere con gli amici e i benefattori. L’impressione è che la sua grande spinta sia dovuta maggiormente ad un isterico spirito di rivalsa rispetto alla fila dei suoi fallimenti politici, dalla cacciata dalla Lega in poi nel 2015, piuttosto che all’amore per la città. Ma, qualcuno, a distanza di 7 anni, nel partito di Salvini pare sentirne, inspiegabilmente, la mancanza. Chissà…

Infine, ci sono gli outsider. Con buona pace di Paolo Berizzi, non si presenta alcuna lista di “estrema destra” nella città “laboratorio-fantasma” del neo-fascismo. Ci sono, però, ben tre liste della galassia “no vax” o “free vax” che, disgraziatamente per loro, si presentano divise. Sarebbe stato curioso vedere una civica unica e compatta sui diritti costituzionali e le libertà individuali quale risultato avrebbe potuto dimostrare a tutt’Italia. Fra di esse, colpisce il coraggio e la determinazione di Paola Barollo che si candida sindaco per la civica Costituzione Verona Libero Pensiero. Alla luce dell’incidente che ha subito 20 anni fa, Barollo si propone come sindaco per rimettere al centro le esigenze delle persone più fragili, come disabili e anziani e per costruire una Verona più inclusiva e accessibile per tutti. Io sono vaccinata e quindi non mi considero assolutamente una No Vax. Non voglio essere assolutamente citata in questo senso, perché non lo sono. La nostra lista è a favore della libertà di pensiero e bisogna rispettare chi non vuole vaccinarsi perché siamo un Paese civile e democratico e quindi è giusto che ogni persona decida cosa fare nella sua vita”. 

Anna Sautto per il Movimento 3 V sembrerebbe più decisa sulla questione “no vax”, mentre Alberto Zelger, ex consigliere comunale uscente della Lega, si presenta con Verona per le libertà e altre due civiche sempre della galassia “no vax, no green pass”. Con lui, Mario Adinolfi, presidente del Popolo della Famiglia e alcune frange minoritarie del mondo cattolico conservatore, che, forse, hanno fatto venire qualche mal di pancia al vescovo Giuseppe Zenti.

E’ d’uopo ricordare che si può esprimere il voto disgiunto, ossia barrare il nome di un candidato sindaco e dare la preferenza ad una lista ed un candidato consigliere comunale di un partito o civica che ne sostiene un altro.

Ad esempio, chi volesse votare Fratelli d’Italia potrebbe scrivere, che so, Daniele Polato, accanto al simbolo e, se non gli piace Sboarina, mettere una “X” sul nome di Paola Barollo. Alle amministrative, è importantissimo guardare alle persone ed esprimere la preferenza. Se non piace Sboarina, ma si vuol votare la Lega, si può scrivere, ad esempio, Damiano Buffo accanto al simbolo e apporre una “X” su un altro candidato sindaco, mentre se si lascia solo la preferenza, il voto va direttamente anche a Federico Sboarina. Sono molte le donne che si mettono in gioco in questo agone elettorale, ma un giovane, promettente ristoratore e agricoltore veronese, che desta particolari attenzioni per l’entusiasmo di questi giorni. Lui è Achille Carradore e si presenta per la civica Verona Domani a sostegno di Sboarina. I sondaggi danno per vincente la riconferma di Sboarina. La lista del sindaco, per i più affezionati di Federico Sboarina, vede in campo un volto noto come Riccardo Caccia, che si candida col centrodestra in dissenso col suo partito, Forza Italia, che ha deciso di spaccare la coalizione e di sostenere Flavio Tosi con le sue civiche, ove spicca il nome di De’ Manzoni, fratello di Massimo, caporedattore del quotidiano La Verità.

I veronesi scelgano con retto discernimento il loro destino dei prossimi 5 anni, siano esigenti, pretendendo progettualità e concretezza, visione politica di medio e lungo periodo, rinascita del meglio di questo territorio. L’esperienza di Polato, la tenacia di Buffo e l’entusiasmo di Carradore potrebbero essere molto utili in questa prospettiva.

Pensateci su e non delegate le scelte agli altri: andate a votare!

Fonte: https://www.veronanews.net/schei-farli-tornare-e-investirli-e-la-sfida-della-prossima-amministrazione/

Quirinale: chi vincerà la partita del Colle tra Meloni, Salvini, Letta e Conte?

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di Ferdinando Bergamaschi

Quirinale: sulla conquista del Colle si sta giocando una partita nella partita. Non solo quella tra chi ambisce alla carica di presidente della Repubblica. Ma anche tra i leader dei partiti che sull’elezione del capo dello Stato ipotecano una bella fetta di futuro.

Se nelle elezioni del 2015 gli attori principali sulla scena erano il 64enne Pierluigi Bersani e il 78enne Silvio Berlusconi, adesso il quadro è ben diverso. In realtà c’è una costante ed è naturalmente Matteo Renzi. Ma oltre a lui, oggi 47enne, gli altri protagonisti del match sono sempre quaranta-cinquantenni: Giorgia Meloni (44 anni), Matteo Salvini (48), Enrico Letta (55) e Giuseppe Conte (57). 

Un dato anagrafico che evidenzia un sostanziale svecchiamento della classe politica italiana. Se ai nomi già citati infatti aggiungiamo quello di Luigi Di Maio (35 anni), si tratta probabilmente della classe politica più giovane che si sia mai giocata la partita del Colle nella storia della Repubblica. E allora vediamo le mosse di ognuno di loro.

Le ambiguità di Salvini

Da leader nazional-populista con sedicenti ambizioni di rompere gli schemi tra destra e sinistra, il leghista Salvini da un paio d’anni a questa parte si è ritrovato ad essere un liberal-populista (come già lo era stato Berlusconi), dovendo rincorrere a destra la Meloni che sopravanza. Da quando, in pieno Covid, è entrato nel governo di larghe intese presieduto da Mario Draghi ha assunto un atteggiamento molto ambiguo sia nei confronti della pandemia sia nei confronti del governo medesimo. Con questo atteggiamento non ha guadagnato al centro e ha perso a destra fino a farsi sorpassare nei sondaggi dal partito di Giorgia Meloni, se non altro più coerente nella sua linea politica.

Venendo ad oggi, nella partita del Colle, Salvini sembra muoversi su due versanti. Questa volta la sua ambiguità viene riversata sul centrodestra. Da un lato ha sostenuto ufficialmente la candidatura di Berlusconi, dall’altro negli ultimi giorni ha fatto sapere che le carte della Lega devono ancora essere scoperte. E in effetti oggi ha prima annunciato di voler coinvolgere Berlusconi nella scelta di un nome per il Colle (e quindi implicitamente ha escluso quello del presidente di Forza Italia) e poi ha incontrato Conte per cercare una soluzione condivisa. 

Letta in stand by

Democristiano di sinistra, Letta da lungo tempo, come tutto il Pd (sia quello post-democristiano sia quello post-comunista) ha abbracciato la corrente dem, allineandosi con l’impostazione delle più importanti sinistre occidentali a partire da quella americana. Richiamato circa un anno fa a sostituire il dimissionario Zingaretti alla segreteria, secondo D’Alema, ha avuto il merito di guarire il Pd dal virus del renzismo. Merito che ovviamente per Letta è irricevibile, non potendo ammettere che lo stesso fosse malato. 

Nella partita del Colle Letta ha da giocare i numeri del campo che comprende l’alleanza tra Pd e 5 Stelle. Punto fermo il contrasto alla candidatura di Berlusconi. Si è spinto a far sapere di apprezzare la figura di Amato. Non potendo dare le carte, aspetta. E vedremo se, davanti a una diversa e nuova proposta del centrodestra, Letta giocherà di sponda, oppure se, come sul Ddl Zan, deciderà di andare al muro contro muro. 

Meloni win-win?

Fratelli d’Italia è l’unico partito all’opposizione al governo Draghi. Giorgia Meloni rappresenta da sempre una tendenza nazional-conservatrice (o come preferirebbe dire patriottico-conservatrice). Nella partita del Quirinale però è anche colei che per prima si è detta disponibile a considerare la candidatura dell’attuale premier al Colle.

In effetti, se Draghi raggiungesse il Colle per la Meloni si aprirebbero due scenari entrambi abbastanza favorevoli. Il primo: elezioni anticipate. Sondaggi alla mano, la premierebbero portandola a circa il 20% dei consensi. Il secondo: nuovo governo di larghe intese fino alla fine naturale della legislatura nel 2023; in questo caso Meloni forse addirittura potrebbe aumentare il suo consenso. Unica leader d’opposizione, potrebbe cavalcare infatti ogni possibile passo falso di questo governo. Se nei giorni scorsi si era schierata in via ufficiale, come Salvini, per la candidatura di Berlusconi, oggi chiede si organizzi un vertice del centrodestra per scegliere un nome. 

Conte in affanno

In questo momento Conte è quello che sta peggio. È a capo dei 5 Stelle che sono divisi e non hanno una rotta precisa. Quando Conte è andato alla guida del governo gialloverde, il Movimento sembrava aver abbracciato la linea di fondo tesa a un populismo sovranista di tipo moderato; ma dopo la crisi di governo voluta da Salvini ha dovuto cambiare rotta alleandosi col Pd. Accanto ai suoi cavalli di battaglia (tra cui predominano un condivisibile ambientalismo e un discutibile giustizialismo) non ha comunque rinunciato del tutto al suo moderato sovranismo (infatti si deve a lui la rinuncia al Mes). 

Nella partita del Colle così Conte si può muovere con minor agibilità persino rispetto allo stesso Letta. Infatti dai 5 Stelle non è finora uscita nessuna proposta che non fosse un Mattarella bis. L’incontro di oggi con Salvini potrebbe però essere un punto di svolta. 

La regola del tre

Almeno tre di questi quattro giocatori della partita del Quirinale dovranno comunque trovare un accordo. Sia che si converga su Draghi sia che si punti su un’altra figura. E chi ne rimarrà fuori sarà fortemente penalizzato anche per il solo fatto di non aver partecipato alla scelta del prossimo presidente della Repubblica.

In particolare c’è il rischio di una spaccatura nel centrodestra tra Meloni e Salvini. Quest’ultimo, infatti, ha fatto sapere nei giorni scorsi che dopo l’elezione del capo dello Stato sarebbe auspicabile che leader politici entrino nel governo per rafforzarne l’azione. Una mano tesa a Conte e Letta e un avvertimento alla Meloni.

Sarà difficile, ma comunque ci pare auspicabile che i quattro leader trovino una soluzione condivisa. Un segnale di distensione che sarebbe molto utile anche per accogliere nel modo migliore il nuovo inquilino del Quirinale.

 

Obbligo, la data cerchiata in rosso: cosa può cambiare il 5 gennaio

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Nel Consiglio dei ministri del 5 gennaio nuove misure sul tavolo: spunta l’ipotesi dell’estensione del Super green pass per accedere al lavoro. Ma si valuta anche l’obbligo vaccinale: sale il pressing dei partiti

di Luca Sablone

Tempo qualche giorno e il governo prepara già la nuova stretta. Dopo aver approvato il nuovo decreto che di fatto mette spalle al muro i no-vax, nei primi giorni di gennaio il Consiglio dei ministri potrebbe tornare a riunirsi per varare un’ulteriore giro di vite per spingere sempre più verso la somministrazione del vaccino.

La data cerchiata in rosso è quella di mercoledì 5 gennaio, quando sul tavolo del Cdm potrebbe approdare una svolta nella lotta alla pandemia: l’obbligo di super green pass per i lavoratori. Di fatto sarebbe una sorta di obbligo di vaccinazione per accedere al lavoro, visto che il certificato verde rafforzato si ottiene solo con la somministrazione del siero o con la guarigione dal Covid-19. Ma si valuterà anche l’obbligo vaccinale, per cui sale il pressing dei partiti.

Cosa cambia al lavoro

Fonti governative fanno sapere che un secondo blocco di misure per il contenimento del Coronavirus potrebbe essere adottato appunto nei prossimi giorni. Viene da chiedersi quali potrebbero essere le nuove mosse dell’esecutivo e la risposta va trovata nello scontro che si è consumato ieri in Consiglio dei ministri: da una parte Forza Italia e Partito democratico favorevoli al super green pass per i lavoratori; dall’altra i dubbi di Lega e Movimento 5 Stelle che fanno saltare il provvedimento.

Ma l’asse gialloverde è destinato ad avere vita breve, visto che la nuova stretta potrebbe andare proprio in questa direzione: come riportato da La Repubblica, il prossimo passo potrebbe essere quello di estendere il super green pass a tutti i lavoratori, del settore pubblico e privato. Un punto su cui il premier Mario Draghi conta di ottenere il via libera in tempi brevi, sperando di risolvere le divisioni nella maggioranza.

Una conferma in tal senso è arrivata da Renato Brunetta, che ieri aveva messo sul tavolo la proposta che in sostanza impone a tutti i lavoratori di sottoporsi alla vaccinazione: il ministro della Pubblica amministrazione ha sottolineato l’importanza per l’Italia di non perdere la posizione di vantaggio rispetto agli altri Paesi, dicendosi ottimista sulla nuova misura più stringente che potrebbe vedere luce nel prossimo Cdm.

Pressing per l’obbligo

Nel frattempo aumenta il pressing per l’obbligo di vaccinazione, che finirà sul tavolo del Consiglio dei ministri di inizio gennaio. Un’ipotesi che valuta il premier Draghi e che dovrà essere attenzionato anche da tutti i partiti che sostengono il governo: conviene optare per il super green pass per i lavoratori o procedere direttamente con l’obbligo vaccinale per quasi tutti gli italiani?

Nel corso del Cdm di ieri i ministri di Forza Italia si sono espressi in modo favorevole all’obbligo vaccinale. Sulla stessa linea Enrico Letta, segretario del Partito democratico, secondo cui ora “bisogna prepararsi al passo successivo, cioè l’obbligo vaccinale e il ritorno allo smart working“. Parere favorevole lo ha dato anche Italia Viva, con il ministro Elena Bonetti che non si è messo di traverso: “L’obbligo vaccinale è la direzione giusta per sconfiggere la pandemia“.

Meno convinta la Lega, che però non chiude del tutto e chiede allo Stato di assumersi la responsabilità per eventuali conseguenze da vaccino e prevedere un elenco di “fragili” da esentare dall’obbligo. Un atteggiamento di apertura si è registrato pure tra le fila del Movimento 5 Stelle in occasione del dibattito sul super green pass per i lavoratori: il ministro Stefano Patuanelli ha sottolineato che fino a questo momento si è sempre ragionato per funzioni (forze dell’ordine, docenti, sanitari, lavori a contatto con le persone) e si è chiesto dunque quale sarebbe stata la ratio di distinguere tra lavoratori e disoccupati. “A questo punto conviene ragionare sull’obbligo di vaccinazione“, sarebbe stato in sostanza il ragionamento del M5S.

Apostolato cattolico: Amato in Spagna, Castagna a Telenuovo

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di Lucia Rezzonico

Continua l’apostolato pubblico dei nostri principali punti di riferimento. Da un lato, prosegue il tour spagnolo dell’ Avv. Gianfranco Amato, Presidente dei Giuristi per la Vita e nova Civilitas, che porta in numerose chiese di Madrid, Barcellona e oltre, le sue conferenze sulle radici cristiane dell’Europa in questo periodo difficile dovuto alla pandemia.

Per ulteriori informazioni e foto: https://www.facebook.com/AvvocatoGianfrancoAmatoFanpage/?__cft__[0]=AZW3N9-O0KNaT4Zh4gTp8Ie2zOG14bTRyltApT2F6E2oE8NTn0w_FZ3TkfhEuHluKy-6_Viu-djor1rtT7IVI_fn1eykONW3OThRTDkWQh8jbGKd4T4Wq5wj3GOWHnE8kPE5STbsoT9pcG661di1f70y&__tn__=-UC%2CP-R

 

Dall’altro, il nostro Responsabile Nazionale Christus Rex Matteo Castagna riprende con le partecipazioni televisive e/o radiofoniche:

  • Telenuovo – Rosso&Nero condotto da Mario Zwirner il 03/12/2021 in collegamento Skype dal suo studio di casa, per commentare l’attualità (in studio l’Eurodeputato della Lega Mara Bizzotto e la Consigliere Comunale del Pd di Verona Elisa La Paglia): https://play.telenuovo.it/rosso-e-nero/tit-13154299
  • TelenuovoDestra&Sinistra condotto da Mario Zwirner il 04/12/2021 in studio con Etta Andreella del Partito Democratico, per commentare la posizione di una commissaria europea che avrebbe voluto eliminare gli auguri di Buon Natale, i nomi di Maria e Giuseppe per essere inclusivi verso i non credenti e per parlare di obbligo vaccinale: https://play.telenuovo.it/destra-e-sinistra/tit-13156529

Per ulteriori informazioni e foto: https://www.facebook.com/Traditio.Italia/?__cft__[0]=AZWoAyY8DTUauNEdkRb6epQuFFkLvx64ZHxbX9rGI9js7j6Q0AD91LR7E5cv8TkPwD4EW6fnW3bFUxBkT2Pp7PDZp-MOZHU_IrnpCJgZLTQNcpKBnijPrujzzIbX0UHOic_rwR0dYauq-puLv04Ouc2o3XUqJpX46cJSfKG-X8YABQ&__tn__=-UC%2CP-R

ZTL: morfologia sociologica e politica del perbenismo progressista

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di Riccardo Achilli

Fonte: Riccardo Achilli

Nulla di nuovo nell’analisi sociale del voto proposta dal Corriere: il Pd è felicemente, e senza rimpianti, il partito dei laureati, del ceto medio-alto metropolitano e dei figli sardinificati e universitari, che conserva un presidio nel mondo della P.A., in particolare in quello dell’insegnamento, ripieno di un precariato storico, essenzialmente per motivi clientelari. L’interclassismo ambiguo del Pd non poteva che portare a questo esito politico, in cui il progressismo dei più forti elimina l’esigenza di socialismo dei più deboli. Di conseguenza, privati della loro rappresentanza storica e traditi, i gruppi sociali tradizionali della sinistra votano Lega e Fdi, nel caso degli operai del Centro Nord, e M5S, nel caso dell’enorme sottoproletariato e proletariato dequalificato e sottopagato del Sud. Gli autonomi, parola molto generica per designare le mezze classi emergenti, dalle partite Iva al precariato cognitivo, passando per i mestieri semi imprenditoriali e semi proletari della new economy, votano per Fdi, che presenta una offerta politica in un certo senso “protettiva”, che propone le classiche forme assistenzialistiche della destra sociale ed anche un messaggio politico fortemente identitario, molto attraente per gruppi sociali caratterizzati da instabilità e sradicamento legato alla propria precarietà.

La marginalità, sociale, geografica ma anche urbana (nelle periferie urbane e nelle cinture periurbane di città medio piccole e territori interni, rurali o abbandonati) si allontana dalla sinistra e avanza una richiesta di protezione e difesa identitaria, che la sinistra non capisce e disprezza. Il M5S ne coglie una parte, localizzata al Sud, grazie alla protezione del Rdc, misura senza la quale il movimento si estinguerebbe definitivamente. Il resto è facile preda di una proposta che mette insieme assistenza sociale, difesa della casa, identità nazionale, sicurezza e respingimento dell’orda migratoria, cioè il classico pacchetto offerto dalla componente sociale e rautiana del vecchio Msi rivista ed aggiornata. La conclusione è banale, solo a volerla vedere con un minimo di onestà intellettuale: la linea di frattura politica non è più fra una sinistra socialcomunista che difende un blocco proletario relativamente omogeneo, proponendone un avanzamento dentro le strutture di una democrazia compiuta e welfaristica ed una destra liberale che difende i padroni ed i loro sgherri, con una destra populista e poujadista a misura della piccola borghesia. Quel mondo lì è finito. La linea di frattura oggi sta fra coloro che, per censo, livello educativo, competenze, possono prendere la nave che porta verso la cittadella del futuro e coloro che rimarranno fuori da questa cittadella, brutti, sporchi e cattivi, disprezzati e abbandonati in balia di una guerra fra poveri per risorse rese sempre più scarse dai cambiamenti climatici, dalla pressione antropica che proviene dal fondo della miseria delle masse africane ed asiatiche e dalla riduzione del lavoro imposta dalla rivoluzione cibernetica.

Chi starà dentro le mura non potrà che maturare inclinazioni sempre più autoritarie per difendere i propri privilegi, risciacquando il senso di colpa in innocui diritti civili a propria misura. Fra le mura della cittadella dei soddisfatti ed il fango delle periferie dei miserabili, in questo Medio Evo prossimo venturo (per citare un libro) occorrerà aprirsi la strada per proporre un compromesso sociale, che evidentemente tenga conto delle esigenze materiali, ma anche securitarie ed identitarie, degli esclusi dalla cittadella.

Ddl Zan, una legge orrenda affossata dallo “stratega” Letta

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di Redazione

Noi del Circolo Christus Rex abbiamo lavorato in silenzio coi Giuristi per la Vita per far comprendere gli errori gravi contenuti nel ddl Zan. A fine Maggio 2021, l’Avv. Gianfranco Amato ha partecipato ad un’audizione in Commissione Giustizia del Senato e ha spiegato tutte le problematiche di un ddl puramente ideologico, una “legge-bavaglio” e un tentativo da parte dei gruppi omosessualisti di raccogliere finanziamenti pubblici ed entrare nelle scuole a indottrinare i nostri figli con la teoria gender. Accanto al lavoro con le istituzioni, abbiamo, per mesi, scritto articoli sui media, sui siti, sensibilizzato l’opinione pubblica nelle strade e nei luoghi di ritrovo fino a raggiungere ambienti a noi estranei, come quelli liberali. Si sono mobilitate molte altre associazioni, famiglie, intellettuali, personaggi del mondo dello spettacolo, alcuni sacerdoti e istituti religiosi che hanno pregato incessantemente. Questa battaglia, alla fine, si è vinta. Ha vinto il buon senso. Ha vinto il Catechismo, sul quale potrà esserci scritto ancora che la sodomia è un peccato, senza rischiare denunce e censura. Dobbiamo ammettere, senza rammarico, che ci ha messo molto del suo, chi a sinistra ha fatto mancare i voti al suo ddl bandiera. 

di Corrado Ocone

L’AFFONDAMENTO DEL DDL ZAN FIGLIO DELLA STRATEGIA E DELL’ARROGANZA DEL SEGRETARIO PD

La “tagliola” alla fine ha funzionato: il decreto Zan è stato affossato con ben 33 voti di scarto. Senza dubbio è una vittoria del centrodestra, che ha voluto questo voto segreto dopo essersi invano battuto per far cambiare in alcuni punti il testo della proposta di legge. Ma è soprattutto una sconfitta della protervia e tracotanza ideologica della sinistra.

Tracotanza sconfitta

Non era in gioco solo un problema di merito, seppure molto serio per i problemi di libertà che certi articoli (nella fattispecie l’1, il 4 e il 7) sollevavano, ma anche e in primo luogo di metodo. Quella che è stata sconfitta è la politica che non vuole confrontarsi con le idee degli altri e giungere ad un onorevole compromesso (è questo il senso del parlamento in una democrazia), nella cui direzione si era mossa la Lega di Matteo Salvini e anche Italia Viva, ma vuole affermare le proprie ragioni ritenendosi depositaria della Verità e della Moralità e quindi delegittimando moralmente chi la pensa diversamente. Il grado zero della politica, altro che populismo e antipolitica di destra!

È bastata una vittoria ad una tornata amministrativa perché la sinistra rialzasse le penne, ovvero dissotterrasse la sua vera natura e tentasse il colpo di mano su una legge che era per lei un simbolo piuttosto che una priorità: i veri sconfitti sono certo i transgender ma perché sono stati semplicemente “strumentalizzati” per un’operazione tutta e solo ideologica. Che vittoria simbolica sarebbe stata per loro se tutte le forze politiche si fossero mosse all’unisono come poteva accadere se solo la superbia e la “superiorità” (im)morale della sinistra si fossero per un attimo placate!

Legge liberticida

Ricapitoliamo. La legge Zan in sé non era una priorità, e anzi era pure discutibile in quanto pleonastica: le discriminazioni di ogni tipo sono già punite dalle leggi vigenti. In più, essa era confezionata in modo tale da non tutelare chi aveva un diverso concetto dei rapporti di genere e che, in sostanza, non avrebbe potuto nemmeno più esprimerli in quanto passibile di denuncia e condanna da parte di un giudice a cui veniva affidato ampio potere discrezionale. In questa situazione paradossale sarebbe venuta a trovarsi persino la Chiesa Cattolica, la quale, completamente sulla difensiva, ha dovuto timidamente affidarsi a una lettera di Stato ponendo il problema non sul terreno etico, in cui sarebbe stata sconfitta dagli aggressivi Guardiani del Pensiero Conforme, ma su quello degli accordi concordatari. In più, il testo licenziato da Zan adombrava una sorta di Pedagogia di Stato che avrebbe imposto ai giovani una sorta di rieducazione scolastica su base fluidic gender. In ogni caso, il centrodestra e il partito di Renzi avevano lavorato per un testo di mediazione che però è stato sempre rifiutato dal Pd, tranne qualche finta apertura dell’ultima ora di Enrico Letta ma non dello stesso Zan.

A coronamento di questa ingloriosa pagina della nostra democrazia, il commento del segretario del Pd che ha così scritto testualmente a commento del voto su Twitter: “Hanno voluto fermare il futuro. Hanno voluto riportare l’Italia indietro. Ma il Paese è da un’altra parte. E presto si vedrà”.

Un commento che è un piccolo gioiello di mentalità comunista: c’è un movimento “oggettivo” e ineluttabile della storia che va semplicemente assecondato e accelerato, non un civile confronto  democratico fra opinioni diverse nella società e in Parlamento; la sinistra interpreta e anticipa il futuro radioso con il suo Partito e i suoi intellettuali “vera avanguardia del proletariato”;  il Parlamento non rappresenta il Paese vero che è “dall’altra parte”; la democrazia rappresentativa è un mero simulacro rispetto alla forza di  questo processo irreversibile. È la sostanza e le forme della democrazia liberale che vengono qui messe in discussione, e tanto più pericolosamente in quanto inconsciamente. E poi chiamano gli altri “fascisti”!

Corrado Ocone, 28 ottobre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/ddl-zan-una-legge-orrenda-affossata-dallo-stratega-letta/

Stop al ddl Zan, il Senato lo affonda

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ENRICO LETTA E ZAN SBATTONO SUL VOTO SEGRETO. SALVINI: “ARROGANZA PD E M5S”

Bye Bye al Ddl Zan. Enrico Letta ne aveva fatto una bandiera, aveva promesso di arrivare “all’approvazione finale” del testo senza mediazione con Salvini e invece finisce con l’incassare una sonora sconfitta. Dopo una mattinata di dibattiti, al Senato la maggioranza formata da Pd, M5S, Leu e Iv non ha tenuto alla prova del voto segreto: i parlamentari in anonimato hanno infatti approvato gli ordini del giorno, presentati da Lega e Fratelli d’Italia, sul non passaggio all’esame degli articoli. Risultato schiacciante: 154 voti favorevoli, solo 131 i contrari e due astenuti. La “tagliola” è servita, il che di fatto decreta la morte del provvedimento.

Una sconfitta politica, per Letta, che avrebbe potuto portare a casa l’approvazione di una norma sull’omotransfobia accettando la mediazione col Carroccio e invece ha cercato lo scontro ideologico. Troppo tardi è arrivata, la scorsa settimana, la timida apertura alle modifiche. M5S e Liberi Uguali hanno infatti disertato il tavolo politico convocato da Andrea Ostellari. Il Pd ha rifiutato l’idea della Lega di rinviare di una settimana la discussione in Aula. E così eccoci al deragliamento finale.

In fondo Italia Viva proponeva da tempo di trovare un accordo, magari eliminando dal testo i riferimenti all’identità di genere, l’articolo sull’educazione scolastica e quello limitativo della libertà di espressione. Anche Renzi aveva informato l’ex premier del rischio di sbattere il muso contro gli oppositori al ddl Zan nascosti all’interno degli stessi partiti del centrosinistra, ma lui non ha voluto sentire ragioni. “Tutti dicono che lo vogliono la legge ma poi non si comportano di conseguenza – ha detto Davide Faraone (Iv) – alle parole di Letta dovevano seguire comportamenti coerenti. Qualche giorno fa avevamo detto che si apriva il dialogo, abbiamo verificato impossibilità di verificare ragionamento di merito”.

Esulta per lo stop al ddz Zan anche Matteo Salvini, che incassa una prima vittoria in Aula. “Sconfitta l’arroganza di Letta e dei 5Stelle – spiega – hanno detto di no a tutte le proposte di mediazione, comprese quelle formulate dal Santo Padre, dalle associazioni e da molte famiglie, e hanno affossato il Ddl Zan. Ora ripartiamo dalla proposte della Lega: combattere le discriminazioni lasciando fuori i bambini, la libertà di educazione, la teoria gender e i reati di opinione”. Chissà se Letta e soci avranno capito che per approvare una legge non basta avere l’appoggio di Fedez con tanto di lezioncine dal palco del Primo Maggio. Servono i voti in parlamento.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/stop-al-ddl-zan-il-senato-lo-affonda/

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