ZTL: morfologia sociologica e politica del perbenismo progressista

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di Riccardo Achilli

Fonte: Riccardo Achilli

Nulla di nuovo nell’analisi sociale del voto proposta dal Corriere: il Pd è felicemente, e senza rimpianti, il partito dei laureati, del ceto medio-alto metropolitano e dei figli sardinificati e universitari, che conserva un presidio nel mondo della P.A., in particolare in quello dell’insegnamento, ripieno di un precariato storico, essenzialmente per motivi clientelari. L’interclassismo ambiguo del Pd non poteva che portare a questo esito politico, in cui il progressismo dei più forti elimina l’esigenza di socialismo dei più deboli. Di conseguenza, privati della loro rappresentanza storica e traditi, i gruppi sociali tradizionali della sinistra votano Lega e Fdi, nel caso degli operai del Centro Nord, e M5S, nel caso dell’enorme sottoproletariato e proletariato dequalificato e sottopagato del Sud. Gli autonomi, parola molto generica per designare le mezze classi emergenti, dalle partite Iva al precariato cognitivo, passando per i mestieri semi imprenditoriali e semi proletari della new economy, votano per Fdi, che presenta una offerta politica in un certo senso “protettiva”, che propone le classiche forme assistenzialistiche della destra sociale ed anche un messaggio politico fortemente identitario, molto attraente per gruppi sociali caratterizzati da instabilità e sradicamento legato alla propria precarietà.

La marginalità, sociale, geografica ma anche urbana (nelle periferie urbane e nelle cinture periurbane di città medio piccole e territori interni, rurali o abbandonati) si allontana dalla sinistra e avanza una richiesta di protezione e difesa identitaria, che la sinistra non capisce e disprezza. Il M5S ne coglie una parte, localizzata al Sud, grazie alla protezione del Rdc, misura senza la quale il movimento si estinguerebbe definitivamente. Il resto è facile preda di una proposta che mette insieme assistenza sociale, difesa della casa, identità nazionale, sicurezza e respingimento dell’orda migratoria, cioè il classico pacchetto offerto dalla componente sociale e rautiana del vecchio Msi rivista ed aggiornata. La conclusione è banale, solo a volerla vedere con un minimo di onestà intellettuale: la linea di frattura politica non è più fra una sinistra socialcomunista che difende un blocco proletario relativamente omogeneo, proponendone un avanzamento dentro le strutture di una democrazia compiuta e welfaristica ed una destra liberale che difende i padroni ed i loro sgherri, con una destra populista e poujadista a misura della piccola borghesia. Quel mondo lì è finito. La linea di frattura oggi sta fra coloro che, per censo, livello educativo, competenze, possono prendere la nave che porta verso la cittadella del futuro e coloro che rimarranno fuori da questa cittadella, brutti, sporchi e cattivi, disprezzati e abbandonati in balia di una guerra fra poveri per risorse rese sempre più scarse dai cambiamenti climatici, dalla pressione antropica che proviene dal fondo della miseria delle masse africane ed asiatiche e dalla riduzione del lavoro imposta dalla rivoluzione cibernetica.

Chi starà dentro le mura non potrà che maturare inclinazioni sempre più autoritarie per difendere i propri privilegi, risciacquando il senso di colpa in innocui diritti civili a propria misura. Fra le mura della cittadella dei soddisfatti ed il fango delle periferie dei miserabili, in questo Medio Evo prossimo venturo (per citare un libro) occorrerà aprirsi la strada per proporre un compromesso sociale, che evidentemente tenga conto delle esigenze materiali, ma anche securitarie ed identitarie, degli esclusi dalla cittadella.

Ddl Zan, una legge orrenda affossata dallo “stratega” Letta

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di Redazione

Noi del Circolo Christus Rex abbiamo lavorato in silenzio coi Giuristi per la Vita per far comprendere gli errori gravi contenuti nel ddl Zan. A fine Maggio 2021, l’Avv. Gianfranco Amato ha partecipato ad un’audizione in Commissione Giustizia del Senato e ha spiegato tutte le problematiche di un ddl puramente ideologico, una “legge-bavaglio” e un tentativo da parte dei gruppi omosessualisti di raccogliere finanziamenti pubblici ed entrare nelle scuole a indottrinare i nostri figli con la teoria gender. Accanto al lavoro con le istituzioni, abbiamo, per mesi, scritto articoli sui media, sui siti, sensibilizzato l’opinione pubblica nelle strade e nei luoghi di ritrovo fino a raggiungere ambienti a noi estranei, come quelli liberali. Si sono mobilitate molte altre associazioni, famiglie, intellettuali, personaggi del mondo dello spettacolo, alcuni sacerdoti e istituti religiosi che hanno pregato incessantemente. Questa battaglia, alla fine, si è vinta. Ha vinto il buon senso. Ha vinto il Catechismo, sul quale potrà esserci scritto ancora che la sodomia è un peccato, senza rischiare denunce e censura. Dobbiamo ammettere, senza rammarico, che ci ha messo molto del suo, chi a sinistra ha fatto mancare i voti al suo ddl bandiera. 

di Corrado Ocone

L’AFFONDAMENTO DEL DDL ZAN FIGLIO DELLA STRATEGIA E DELL’ARROGANZA DEL SEGRETARIO PD

La “tagliola” alla fine ha funzionato: il decreto Zan è stato affossato con ben 33 voti di scarto. Senza dubbio è una vittoria del centrodestra, che ha voluto questo voto segreto dopo essersi invano battuto per far cambiare in alcuni punti il testo della proposta di legge. Ma è soprattutto una sconfitta della protervia e tracotanza ideologica della sinistra.

Tracotanza sconfitta

Non era in gioco solo un problema di merito, seppure molto serio per i problemi di libertà che certi articoli (nella fattispecie l’1, il 4 e il 7) sollevavano, ma anche e in primo luogo di metodo. Quella che è stata sconfitta è la politica che non vuole confrontarsi con le idee degli altri e giungere ad un onorevole compromesso (è questo il senso del parlamento in una democrazia), nella cui direzione si era mossa la Lega di Matteo Salvini e anche Italia Viva, ma vuole affermare le proprie ragioni ritenendosi depositaria della Verità e della Moralità e quindi delegittimando moralmente chi la pensa diversamente. Il grado zero della politica, altro che populismo e antipolitica di destra!

È bastata una vittoria ad una tornata amministrativa perché la sinistra rialzasse le penne, ovvero dissotterrasse la sua vera natura e tentasse il colpo di mano su una legge che era per lei un simbolo piuttosto che una priorità: i veri sconfitti sono certo i transgender ma perché sono stati semplicemente “strumentalizzati” per un’operazione tutta e solo ideologica. Che vittoria simbolica sarebbe stata per loro se tutte le forze politiche si fossero mosse all’unisono come poteva accadere se solo la superbia e la “superiorità” (im)morale della sinistra si fossero per un attimo placate!

Legge liberticida

Ricapitoliamo. La legge Zan in sé non era una priorità, e anzi era pure discutibile in quanto pleonastica: le discriminazioni di ogni tipo sono già punite dalle leggi vigenti. In più, essa era confezionata in modo tale da non tutelare chi aveva un diverso concetto dei rapporti di genere e che, in sostanza, non avrebbe potuto nemmeno più esprimerli in quanto passibile di denuncia e condanna da parte di un giudice a cui veniva affidato ampio potere discrezionale. In questa situazione paradossale sarebbe venuta a trovarsi persino la Chiesa Cattolica, la quale, completamente sulla difensiva, ha dovuto timidamente affidarsi a una lettera di Stato ponendo il problema non sul terreno etico, in cui sarebbe stata sconfitta dagli aggressivi Guardiani del Pensiero Conforme, ma su quello degli accordi concordatari. In più, il testo licenziato da Zan adombrava una sorta di Pedagogia di Stato che avrebbe imposto ai giovani una sorta di rieducazione scolastica su base fluidic gender. In ogni caso, il centrodestra e il partito di Renzi avevano lavorato per un testo di mediazione che però è stato sempre rifiutato dal Pd, tranne qualche finta apertura dell’ultima ora di Enrico Letta ma non dello stesso Zan.

A coronamento di questa ingloriosa pagina della nostra democrazia, il commento del segretario del Pd che ha così scritto testualmente a commento del voto su Twitter: “Hanno voluto fermare il futuro. Hanno voluto riportare l’Italia indietro. Ma il Paese è da un’altra parte. E presto si vedrà”.

Un commento che è un piccolo gioiello di mentalità comunista: c’è un movimento “oggettivo” e ineluttabile della storia che va semplicemente assecondato e accelerato, non un civile confronto  democratico fra opinioni diverse nella società e in Parlamento; la sinistra interpreta e anticipa il futuro radioso con il suo Partito e i suoi intellettuali “vera avanguardia del proletariato”;  il Parlamento non rappresenta il Paese vero che è “dall’altra parte”; la democrazia rappresentativa è un mero simulacro rispetto alla forza di  questo processo irreversibile. È la sostanza e le forme della democrazia liberale che vengono qui messe in discussione, e tanto più pericolosamente in quanto inconsciamente. E poi chiamano gli altri “fascisti”!

Corrado Ocone, 28 ottobre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/ddl-zan-una-legge-orrenda-affossata-dallo-stratega-letta/

Stop al ddl Zan, il Senato lo affonda

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ENRICO LETTA E ZAN SBATTONO SUL VOTO SEGRETO. SALVINI: “ARROGANZA PD E M5S”

Bye Bye al Ddl Zan. Enrico Letta ne aveva fatto una bandiera, aveva promesso di arrivare “all’approvazione finale” del testo senza mediazione con Salvini e invece finisce con l’incassare una sonora sconfitta. Dopo una mattinata di dibattiti, al Senato la maggioranza formata da Pd, M5S, Leu e Iv non ha tenuto alla prova del voto segreto: i parlamentari in anonimato hanno infatti approvato gli ordini del giorno, presentati da Lega e Fratelli d’Italia, sul non passaggio all’esame degli articoli. Risultato schiacciante: 154 voti favorevoli, solo 131 i contrari e due astenuti. La “tagliola” è servita, il che di fatto decreta la morte del provvedimento.

Una sconfitta politica, per Letta, che avrebbe potuto portare a casa l’approvazione di una norma sull’omotransfobia accettando la mediazione col Carroccio e invece ha cercato lo scontro ideologico. Troppo tardi è arrivata, la scorsa settimana, la timida apertura alle modifiche. M5S e Liberi Uguali hanno infatti disertato il tavolo politico convocato da Andrea Ostellari. Il Pd ha rifiutato l’idea della Lega di rinviare di una settimana la discussione in Aula. E così eccoci al deragliamento finale.

In fondo Italia Viva proponeva da tempo di trovare un accordo, magari eliminando dal testo i riferimenti all’identità di genere, l’articolo sull’educazione scolastica e quello limitativo della libertà di espressione. Anche Renzi aveva informato l’ex premier del rischio di sbattere il muso contro gli oppositori al ddl Zan nascosti all’interno degli stessi partiti del centrosinistra, ma lui non ha voluto sentire ragioni. “Tutti dicono che lo vogliono la legge ma poi non si comportano di conseguenza – ha detto Davide Faraone (Iv) – alle parole di Letta dovevano seguire comportamenti coerenti. Qualche giorno fa avevamo detto che si apriva il dialogo, abbiamo verificato impossibilità di verificare ragionamento di merito”.

Esulta per lo stop al ddz Zan anche Matteo Salvini, che incassa una prima vittoria in Aula. “Sconfitta l’arroganza di Letta e dei 5Stelle – spiega – hanno detto di no a tutte le proposte di mediazione, comprese quelle formulate dal Santo Padre, dalle associazioni e da molte famiglie, e hanno affossato il Ddl Zan. Ora ripartiamo dalla proposte della Lega: combattere le discriminazioni lasciando fuori i bambini, la libertà di educazione, la teoria gender e i reati di opinione”. Chissà se Letta e soci avranno capito che per approvare una legge non basta avere l’appoggio di Fedez con tanto di lezioncine dal palco del Primo Maggio. Servono i voti in parlamento.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/stop-al-ddl-zan-il-senato-lo-affonda/

Il vicolo cieco della Repubblica

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QUINTA COLONNA

Analisi completa e magistrale di una delle menti più lucide della destra italiana.

di Marcello Veneziani

Il popolo italiano diserta le urne a larga maggioranza, il governo è nelle mani di un Grande Timoniere che viene dalle banche e non dal voto; l’opposizione, per due terzi al governo, non riesce più a rappresentare largamente la piazza, il dissenso e gli umori popolari. Sia nelle battaglie sociali, civili che sanitarie.

Abbiamo imboccato il vicolo cieco della Repubblica. Che in questa situazione di sospensione della politica e di larga disaffezione degli italiani, il centro-sinistra vinca le competizioni amministrative raccogliendo un elettore su quattro, è logico, comprensibile, conseguente. Senza essere scopritori di nulla e profeti di niente, lo prevedemmo già svariate settimane fa. Il partito-establishment euro-istituzionale, con i suoi candidati d’apparato, vince facilmente se l’avversario si scompone in tre parti: area di governo, area di opposizione e area extra-politica di protesta. Ma la repubblica, o forse la democrazia, ha imboccato un vicolo cielo.

Partiamo dalla gente. La percezione più diffusa, che comunque riguarda una massa considerevole di elettori, è che si va inutilmente a votare, come si va inutilmente in piazza. Non si ottiene nulla. Non si aspettano nulla dalla politica, e da nessun leader. I “populisti” non riescono a intercettare questo stato d’animo e di cose; in primis i grillini affidati a un azzeccagarbugli trasformista che è l’antitesi del ribellismo alternativo dei grillini d’origine. Poi la Lega, al governo con tutti gli avversari, sotto la guida di Draghi. Infine, di riflesso, Fratelli d’Italia che tengono botta ma sul piano delle opinioni non del voto amministrativo. A loro si aggiunge lo scarso peso dei candidati: non riescono a trovare di meglio, e quando ce l’hanno (Albertini a Milano, Bertolaso a Roma) se lo lasciando sfuggire.

È falso il racconto dominante che la sinistra si sia ripresa l’Italia, come se l’elettorato dopo la sbandata “populista” e “sovranista” sia tornato all’ovile o si sia convertito alla ragione. È vero il contrario: la fetta più dissidente, più ribelle, non si sente più rappresentata dai grillini, dai leghisti e in parte dalla destra. E indebolendo questi, rafforza quelli. La gente entra nel pulviscolo, nella clandestinità molecolare o di gruppo, si sfoga nei social. A volte si ritrova, in ranghi sparsi e conventicole non componibili, in molte battaglie radicali, e sui temi del vaccino/green pass, che riguardano una corposa minoranza. La sconfitta del centro-destra non è la vittoria dei moderati ma la diserzione dal voto dei dissidenti radicali.

In Italia c’è un’area radicale di protesta che si può calcolare del venti-venticinque per cento, ovvero di pari consistenza a quella del centro-sinistra che non si riconosce nei partiti, e che finora in gran parte rifluiva sui 5Stelle e sulla Lega. In minor misura sono ora rifluiti sulla Meloni; in maggior misura si allontanano dalla politica con disgusto e sensazione d’impotenza, si sentono traditi, delusi, qualcuno spera ancora in qualche altro cobas della politica, anzi dell’antipolitica. Insomma, si chiamano fuori.

Serpeggia un sentimento diffuso: la politica non è in grado di fare nulla, di cambiare il corso delle cose, di intervenire sui temi più sensibili, di opporsi ai grandi poteri transnazionali, sanitari, lobbistici, ideologici. È ininfluente, comanda Draghi, comandano le oligarchie tecno-finanziarie, medico-farmaceutiche, ideologico-culturali; non si sgarra, siamo sotto l’Europa, dentro il guscio global.

Sappiamo bene che il voto politico sarebbe un’altra cosa, avrebbe altri esiti; ma non aspettatevi il voto politico come il giudizio di Dio, l’ordalia finale o lo showdown, la resa dei conti e il momento supremo della verità. Primo, perché probabilmente non si andrà a votare nemmeno la prossima primavera, e in caso di fuoruscita della Lega dal governo, probabilmente resterebbe una maggioranza Ursula, estesa a Forza Italia, a sostenere Draghi e a evitare il voto. Secondo, perché questi due anni, in particolare l’ultimo, hanno logorato e sfibrato le appartenenze politiche e le aspettative di cambiamento. Sono rimasti al più i timori, sul piano del fisco, delle pensioni, delle restrizioni, degli sbarchi. Il covid e Draghi si sono mangiati la politica. Terzo, non sottovalutate il fatto che c’è forse una reale maggioranza del paese, trasversale, che alla fine preferisce Draghi o perlomeno preferisce tenersi Draghi anziché correre altre avventure troppo costose.

E se dovesse presentarsi l’occasione del voto, ci sarebbero almeno due ostacoli di partenza per il centro-destra o per i sovranisti, oltre il fuoco di fila della macchina mediatico-giudiziaria-europea: l’incognita su chi potrebbe essere il premier in una loro coalizione. E l’agibilità interna e soprattutto internazionale di un governo del genere; considerando che difficilmente l’Europa garantirà quel che finora ha promesso e in parte garantito circa il Recovery fund. Un conto è avere uno della Casa, Draghi, un altro è avere un “forestiero”. La gente lo ha capito, a naso, e si regola di conseguenza.

Per dirla in breve, l’antipolitica dall’alto (Draghi) e l’antipolitica dal basso (il populismo autarchico, allo stato sfuso), si stanno mangiando la politica (io stesso scrivo di politica assai di malavoglia, e rifiuto interviste e interventi sul tema).

L’ipotesi più ragionevole sarebbe quella di mandare Draghi al Quirinale, come garante del Recovery e della Repubblica agli occhi dell’Europa, e mandare gli italiani alle urne. Ma allo stato attuale non ci pare la cosa più probabile. Si preferisce continuare a percorrere il vicolo cieco, sapendo che a un certo punto finisce la strada.

MV, La Verità (20 ottobre 2021)

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-vicolo-cieco-della-repubblica/ 

Febbraio 2022: cosa succederà alla politica italiana

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di Luigi Bisignani

Dobbiamo prepararci ad un vero e proprio “big bang” della politica italiana. A febbraio, infatti, con l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, salteranno gli equilibri tra e dentro i partiti, partendo proprio dal Pd di Letta, in cui nessuna delle due anime è in grado di far eleggere in autonomia il successore di Mattarella. A meno che, i “laboriosi Zampetti” del Quirinale non convinceranno il Presidente a restare, magari anche con il voto di Fratelli d’Italia. Ma i malumori, soprattutto tra i giuristi, crescono, e il ‘siciliano silente’ ne è consapevole, tanto che punta su Marta Cartabia che confermerebbe tutti i suoi. Dall’attesissima quarta votazione, per centrare l’obiettivo di 508 voti, ad oggi al centrodestra ne mancano solo 55, mentre al centrosinistra anche di più, contando che, tra i 5Stelle in maniera evidente e nel Pd in maniera sommersa, è in corso una diaspora interna pronta ad esplodere. Si creerà dunque, così come è già avvenuto, una nuova (ennesima) maggioranza che, sul tipo di quella Ursula (Forza Italia, Pd, Italia Viva, M5S), determinerà il nuovo Capo dello Stato.

Nuova legge elettorale e rimpasto

Una maggioranza che potrebbe far approvare, in un secondo momento, una legge elettorale in senso proporzionale, proprio per indicare nuovamente Mario Draghi premier, questa volta democraticamente eletto pur senza fondare un suo velleitario partito. Il ricordo di Monti è ancora vivo. Idea che gli avrebbe sussurrato Angela Merkel nel recente tête-à-tête nel roof di un albergo romano. Draghi, pur volendo scappare da Palazzo Chigi, si rende conto delle insidie nella corsa per il Colle e pretenderà solo un rimpasto di governo nei Ministeri chiave per il Recovery plan, a partire dall’inerte Enrico Giovannini al Mit e da Federico D’Incà, il quale, pare, complica piuttosto che agevolare i rapporti con il Parlamento.

Gli affanni del centrodestra

Resta però, in qualunque ipotetico scenario, l’incapacità del centrodestra non solo di restare unito ma anche di sembrarlo. La Meloni e Salvini paiono davvero i capponi dei Promessi Sposi che, come scrive il Manzoni, “s’ingegnavano a beccarsi l’un l’altro, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”. Giorgia dà l’impressione di aver pensato solo al ‘sorpasso’ sul Capitano. Salvini, da par sua, anziché indire dei congressi per riaffermare leadership e amalgamare Lega del Nord con Lega del Sud, si è messo a punzecchiare Draghi, peraltro molto amato dalla sua gente, forse in ottica anti Meloni ma senza rendersi conto che così spinge il Premier nelle braccia del Pd.

Berlusconi, che al contrario ha dato prova di moderazione, ha tuttavia partecipato anche lui alla scelta perdente e forse scellerata di candidare a Milano il pediatra di Licia Ronzulli, ingombrante ‘cocca’ del Capitano.

La prova della Legge di bilancio

Un centrodestra che a giorni verrà nuovamente messo alla prova dalla Legge di bilancio. Salvini giocherà sulla difesa strenua di quota 100, in una battaglia che rischia di perdere come accaduto sul no al green pass. Giorgia Meloni cavalcherà l’onda del “nessuna tassa sulla casa”- materia più di delega fiscale che di finanziaria- e della revisione degli ammortizzatori sociali. Forza Italia, invece, punterà tutto sul taglio del cuneo fiscale. Tre visioni che raccimoleranno qualche strapuntino.

Magari seguissero il consiglio di una vecchia volpe come Gianfranco Rotondi: un progetto comune di partito nazionale di ispirazione cristiana con una forte componente transizione ecologica che potrebbe attrarre il voto giovanile. Non accadrà, restiamo quindi in attesa nei prossimi mesi, dello sconquasso politico tra i partiti che si trasformerà in un vero e proprio tsunami che travolgerà tutto, iniziando dai guai giudiziari di Berlusconi, il cui sogno del Colle sembra sì illusorio ma, con un centrodestra unito, non affatto impossibile da raggiungere. Anche se questa volta in Parlamento gli mancherà moltissimo un peso massimo come Denis Verdini.

L’antipasto è nelle cronache di queste settimane, con il caso Morisi, dove neppure il variopinto mondo LGBT ha detto una parola in difesa, fino all’aggressione “per indiretta persona” verso l’ex premier Conte, passando per l’inchiesta di Fanpage, rilanciata da La7 di Cairo, che ha messo in un angolo Fratelli d’Italia dove, Guido Crosetto a parte, nessuno dei vertici si convince a puntare su una classe dirigente credibile e a guardare davvero a Bruxelles e a Washington anziché strizzare l’occhio a Primavalle, dove comunque si sono perse le elezioni suppletive. E chissà quale misterioso scandalo sta già preparando il mainstream con l’intellighenzia di sinistra, magari per lanciare al Colle un Luciano Violante di turno. Insomma, per dirla come don Abbondio, “è una Babilonia”.

Luigi Bisignani, Il Tempo 10 ottobre 2021

Emergenza Fascismo

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QUINTA COLONNA – SATIRA

di Alfio Krancic

Riunione straordinaria del Comitato TS dopo i gravissimi episodi di squadrismo fascista ai danni dei Sindacati, delle F.d.O. e delle Istituzioni. Il Comitato ha deciso di posticipare la lotta alle emergenze sanitaria e climatica ad una nuova data, dando la priorità assoluta all’emergenza fascismo, giudicata più letale delle altre. Sono state prese pertanto le prime misure per salvaguardare l’integrità delle Istituzioni, dei Sindacati, delle Forze dell’Ordine e non ultima la salute della grande massa (80%) dei vaccinati a rischio contagio da parte dei novax.

Le misure consisteranno:

  1. scioglimento di tutti i partiti fascisti e cripto fascisti: FN, Casa Pound, FdI, Lega;
  2. arresti domiciliari per i dirigenti di FdI/Lega; carcere per i più facinorosi, quali Castellino, il Barone Nero etc.;
  3. deportazione dei novax in campi di rieducazione retti dai Virologi che più si sono distinti nelle lotta alle fake news;
  4. vaccinazione obbligatoria di massa dei novax e dei fascisti;
  5. inoculazione virus Covid negli irriducibili con conseguente ricovero, sedazione, intubamento e morte.

Plauso delle forze politiche, sindacali, giudiziarie e sanitarie per decisioni prese dal CTS. PD-M5S hanno ribadito in un comunicato congiunto che in Italia non c’è posto per il fascismo squadristico e per la follia novax. “Ora”, prosegue la nota, “l’Italia potrà riprendere il suo cammino verso un futuro di inclusione, solidarietà, accoglienza e vaccinazione per tutti .“

Fonte: https://alfiokrancic.com/2021/10/11/emergenza-fascismo/

 

Amministrative, i tre mali del centrodestra (o quattro?)

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IL COMMENTO POST ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2021

di Giuseppe De Lorenzo

È inutile nasconderselo: le elezioni amministrative 2021, che già iniziavano sotto cattivi auspici, sono andate persino peggio del previsto. Al di là del premio di consolazione – la Calabria e, forse, qualche Comune che la coalizione riuscirà a conservare – il centrodestra viene stracciato al primo turno a Milano e Napoli, a Torino parte in svantaggio e a Roma, probabilmente, soccomberà al ballottaggio (mai dare nulla per scontato, ma all’alba del giorno dopo, questa è la proiezione).

I tre motivi della disfatta

L’analisi della sconfitta non può prescindere da tre elementi di riflessione. I tre vicoli ciechi che hanno eroso una squadra, fino a poco tempo fa, col vento in poppa e dai quali non è detto sia possibile uscire.

1. L’incapacità di offrire una classe politica all’altezza, unita alla paura di amministrare. Un fattore abbastanza sorprendente soprattutto nel caso della Lega, che tradizionalmente aveva nel buongoverno locale un suo punto di forza. L’indisponibilità di big da giocarsi nelle metropoli, in realtà, è stata solo uno dei fattori in gioco: sicuramente, a spingere verso la scelta di candidati estranei ai partiti e oggettivamente deboli e impreparati, sono stati il timore di raccogliere sfide pericolose come banco di prova nazionale (Roma), le liti e le fratture interne alla coalizione e la costituiva difficoltà del messaggio sovranista a penetrare nei grandi centri urbani (Milano). Anche se – valga come monito a quelli di scuola giorgettiana – non hanno scaldato i cuori degli elettori nemmeno candidati tutt’altro che radicali, come i borghesissimi Luca Bernardo nel capoluogo lombardo e Paolo Damilano sotto la Mole.

2. È indubbio, tuttavia, che sulla disillusione dei sostenitori della coalizione – è il secondo spunto – abbia pesato la sostanziale irrilevanza politica dei sovranisti. Gli uni (Fdi), in quanto ancorati a una scelta d’opposizione coerente quanto si vuole, ma alla fine improduttiva: il partito di Giorgia Meloni ha un’indiscutibile forza critica, però è inevitabilmente marginale rispetto alle decisioni che contano e che esso deve limitarsi a subire. Gli altri (il Carroccio), nonostante avessero scelto di entrare nell’esecutivo di Mario Draghi proprio “per incidere”.

La realtà è che anche l’ala moderata o governista, alimentata dai presidenti delle Regioni del Nord e capitanata da Giancarlo Giorogetti, non ha portato a casa nulla: non l’apertura delle discoteche, non i tamponi gratis per il green pass, non la propulsione alla produzione di vaccini italiani, mentre l’abbandono dei lockdown duri derivava prevalentemente da un’intima convinzione di Draghi, il quale di sicuro non si concepisce come un uomo chiamato a gestire un Paese fermo. Giorgetti, per adesso, ha solo l’onere di affrontare le crisi industriali al Mise. Un ministero che appariva un grande riconoscimento alla Lega e che, a ben vedere, potrebbe essere stato un trappolone. Nel frattempo, Draghi & company preparano un’imboscata fiscale già nel cdm odierno. Tutto ciò ha suscitato una sensazione di disempowerment e di scoramento nell’elettorato d’area: la gente ormai ha capito che, comunque vadano le elezioni, non cambierà nulla.

3. Questo ci porta al terzo, più buio vicolo cieco: l’inagibilità politica. Un centrodestra a trazione sovranista finirebbe in un cul de sac, quand’anche vincesse le elezioni 2023. Da un lato, resterebbe esposto, com’era già successo ai gialloverdi nel 2018-2019, alle imboscate dei mercati finanziari e dell’élite europea. Dall’altro, sarebbe comunque vincolato in partenza agli impegni sottoscritti col Pnrr e modellati sulla base delle “raccomandazioni” dell’Ue all’Italia. Cercare di sottrarsi alla tenaglia significherebbe, con ogni probabilità, perdere l’accesso alle fonti di finanziamento del debito pubblico e le risorse garantite dal Next generation EU.

Noi di “Christus Rex” aggiungeremmo un quarto motivo: la mancanza più assoluta di un orizzonte valoriale metapolitico chiaro e condiviso da tutto il centrodestra. Ricordiamo che Salvini faceva incetta di voti quando parlava da cattolico e proponeva principi con solide radici cristiane, senza timore di andare controcorrente. Ci sarà ancora posto, nel centrodestra, per incidere come cristiani? Crediamo che nei fatti, nelle aperture anche alle persone maggiormente rappresentative di quest’area conservatrice e tradizionalista, della quale si sente orfano di rappresentanza almeno un milione di “tradizionalisti” anonimi, si possa e si debba ragionare. Se si annacqua il tutto per paura del politicamente corretto e del Pensiero Unico, il centrodestra è destinato, a nostro avviso, a continue debacle. Le linee siano chiare fin da principio, senza tentennamenti, ricordando che, anche in politica, come nella vita, nella morale, nell’etica, due + due fa sempre e solo quattro. (N.d.R.)

Come scrivemmo già su questo blog, il Recovery fund commissaria la destra per i decenni a venire. Il che, peraltro, rende quanto mai incerte le geometrie parlamentari del 2023, fermo restando che, per formulare ipotesi, è necessario scoprire chi arriverà al Quirinale. Ad esempio, se Draghi restasse a disposizione di un incarico a Palazzo Chigi, mettereste la mano sul fuoco sul fatto che Forza Italia s’imbarcherebbe in un’impresa con leghisti e meloniani, anziché riproporre una grande coalizione, ovvero una conventio ad excludendum contro i sovranisti?

Era ieri, quando il caos immigrazione metteva il turbo alla Lega di Matteo Salvini. Eppure, è come se fosse passata un’eternità.

Giuseppe De Lorenzo, 5 ottobre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/amministrative-i-tre-mali-del-centrodestra/

 

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Bomba di Bisignani: “Vi svelo chi tiene prigioniero Draghi”

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L’OPINIONE

L’ “uomo che sussurrava ai potenti” non parla mai a caso. In questa intervista esprime delle opinioni piuttosto nette su Draghi e sulla salute del governo, con previsioni per la politica futura…(N.d.R.)

Intervista di Affaritaliani.it a Luigi Bisignani.

di Alberto Maggi

Ormai siamo quasi a fine settembre, l’estate è lontana e la politica è ripartita. Come valuta l’azione del governo Draghi?

“Certamente se lo paragoniamo al governo Conte che c’era prima siamo in una situazione idilliaca, l’esecutivo giallo-rosso è stato un vulnus per la democrazia”.

Detto ciò…

“Ormai sono passati mesi e sinceramente da Draghi ci si aspettava di più, soprattutto sul piano del coordinamento tra i ministeri e sul fronte del rapporto tra Palazzo Chigi e i ministri. Il grande prestigio del presidente del Consiglio ha annullato la collegialità del governo”.

Un giudizio pesante…

“La campagna vaccinale non sta andando come si sperava, sul tanto sbandierato Recovery Plan vediamo come i soldi non sono ancora arrivati. E ricordo che stiamo per entrare nel 2022 ed entro il 2026 le opere vanno concluse, ma nessuna è ancora partita”.

Non siamo messi bene, insomma…

“Un ministero chiave come quello delle Infrastrutture è in mano a professori universitari di grande prestigio vicini al ministro Giovannini che non è né un politico né un super-tecnico. Di fatto è un ministero bloccato”.

Altri nodi nel governo?

“Un comparto fondamentale come la digitalizzazione del Paese è fermo al ‘caro amico’, il ministro Colao continua a fare contratti a giovani volenterosi che in gran parte provengono dalla Vodafone. E questo oggettivamente crea un problema. Il piano digitale per le scuole non è nemmeno partito con la digitalizzazione del Paese ferma”.

E Palazzo Chigi?

“Il pallino è totalmente nelle mani del professor Giavazzi, che è un grande editorialista ma di amministrazione pubblica sa poco o niente. E questo paralizza la macchina della presidenza del Consiglio”.

Un voto a Draghi premier dopo 7 mesi di governo?

“Partiva da 110 e lode, oggi si merita un 68-70, diciamo che sicuramente ci si aspettava di più. In politica estera ha avuto un grande prestigio fino a quando si parlava di economia, ma ora che si comincia a fare sul serio emergono i limiti di Draghi. Clamorosa la gaffe della sua portavoce quando ha detto che dopo cinque giorni il presidente Draghi avrebbe avuto una videocall con il cinese Xi. Un errore di comunicazione e di sostanza da matita blu. Il presidente del Consiglio italiano non sta in lista d’attesa e la notizia va fatta uscire quando la conversazione è già avvenuta”.

Che cosa succede nella Lega? E’ davvero in atto una guerra interna?

“L’atteggiamento di Salvini ha creato contro-leader interni a loro insaputa, ma Zaia, Fedriga e soprattutto Giorgetti non hanno alcuna intenzione di scalzare Salvini e di fare il segretario. E’ solo una follia giornalista alimentata dal comportamento e dalle scelte politiche di Salvini”.

E il Pd?

“Letta si sta dimostrando totalmente inadeguato e Base Riformista, la corrente di Guerini, Lotti e Margiotta, sta vincendo tutti i congressi. La base Dem non si identifica più in Letta e Orlando”.

Il Centrodestra va verso una sonora sconfitta alle Amministrative?

“Suicidio assoluto, potevano essere stravincenti a Roma e Milano e invece stanno facendo la conta continuando con divisioni ridicole”.

Si avvicina anche il voto per il Quirinale…

“Escludo l’ipotesi Draghi, è troppo intelligente e sa perfettamente che 60-70 grillini lo impallinerebbero per la paura di andare al voto, non potendo garantire loro che non scioglierà le Camere. Su Mattarella vedo un attivismo che non c’è mai stato prima, come la visita al Papa in anticipo, cosa che non si fa. Ha iniziato a dire ‘non voglio, non ci sto’ (al bis, ndr) ma l’ipotesi di una rielezione di Mattarella è sempre più probabile. Magari questa possibilità non cresce in Mattarella stesso, ma certamente nell’uomo forte del Quirinale, il segretario generale Zampetti, che non ha alcuna intenzione di andare ai giardinetti”.

Draghi premier anche dopo le elezioni politiche?

“Mah, secondo me pensa a un grande incarico europeo e in particolare alla poltrona di Von der Leyen. Visto il disastro di questa Europa e dei leader europei, Draghi ha tutte le carte in regola per fare benissimo”.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/bomba-di-bisignani-vi-svelo-chi-tiene-prigioniero-draghi/

 

Lega: tra Giorgetti e Salvini sovranismo al bivio

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LETTERE DEL LETTORE

Riceviamo e pubblichiamo questa interessante riflessione, pubblicata anche su https://www.ilmiogiornale.net/lega-tra-giorgetti-e-salvini-sovranismo-al-bivio/

di Ferdinando Bergamaschi

Lega di lotta o Lega di governo? Lo scontro che si è consumato nelle ultime settimane tra governisti e sovranisti, cioè tra Giorgetti e Salviniall’interno del Carroccio rivela due differenti approcci politici. Non è tanto legato alla divisione tra “sì green pass” e “no green pass”. E neppure, come molti credono, tra il nord produttivo giorgettiano e l’impostazione nazional-populista salviniana. Bensì è dettato dalla visione ormai nostalgica che ha Salvini della realtà e quella più concreta e anche proiettata nel futuro di Giorgetti.

L’antieuropeismo spicciolo

Salvini pensa (o spera) ancora che la Lega possa rivendicare pulsioni sovraniste nel senso di un antieuropeismo spicciolo. Ma ormai il segretario del Carroccio quella partita l’ha persa, quando al Papeete ha fatto cadere il Governo gialloverde. E ha consegnato quella partita a Fratelli d’Italia che, più coerentemente con la sua storia e in modo più organico, porta avanti una linea con pulsioni quasi autarchiche di forte critica all’Europa e di richiamo all’orgoglio nazionale: il partito di Giorgia Meloni, a differenza di quello di Salvini, può permettersi di fare questo poiché è rimasto all’opposizione.

Torcicollo nostalgico

Salvini, che pure ha avuto l’importante merito di aver dato al suo partito una connotazione nazionale e non più nordista, ha avuto il grande demerito (per paura?) di non aver sviluppato fino in fondo la battaglia che aveva intrapreso da ministro dell’Interno del Conte I e di essere rimasto, però, con la mente e col cuore a quell’epoca (di lotta): un’epoca che però non esiste più (almeno per la Lega governista): soffre cioè di torcicollo nostalgico. 

Linea vincente

Giorgetti, invece, si rende perfettamente conto che l’epoca dell’antieuropeismo per una forza di governo non esiste più. Facendo asse direttamente con Draghi, il ministro dello Sviluppo economico lavora – che piaccia o no – a un nuovo assetto europeo, quindi a una nuova Europa. Sarà la sua, nella Lega, la linea vincente (e già lo è). Salvini quindi si trova attanagliato tra Giorgetti (con i presidenti di Regione governisti che si sono schierati con lui) e la Meloni, e non sarà facile per lui ritagliarsi uno spazio degno delle sue ambizioni; ma d’altronde questo destino se lo è creato da solo, alimentando aspettative che non ha saputo concretizzare.

Quale sovranismo?

Ma il lettore a questo punto si chiederà anche cosa significhi “sovranismo”. Bisogna dire anzitutto che il concetto di sovranismo è un concetto relativo e non assoluto. Infatti, come esiste una sovranità nazionale, esiste anche, ad esempio, una sovranità europea. Europa e nazione quindi non sono necessariamente antagoniste.

Ciò non toglie che il sovranismo nazional-populistico ha avuto (e forse in parte ancora ha) il merito di fare leva sull’orgoglio nazionale, quindi sull’autocoscienza di popolo-nazione, e peraltro ha avuto questo merito in tempi del recente passato in cui il mainstream e il politicamente corretto propugnavano la finta e ipocrita idea di un’Europa che a parole era solidale e che nei fatti prendeva decisioni solo a favore di determinate élite che avevano volontà e interessi opposti a quelli dei popoli nazionali.

Tuttavia, questo valeva per l’epoca pre-Covid. Quella di cui Salvini ha nostalgia, e non di questa nuova epoca, che è una stagione di transizione nella quale i centri di decisione sovranazionali dovranno per forza tenere conto delle volontà dei Governi nazionali se non vogliono implodere.

 

Le (solite) priorità di Letta? Ddl Zan e Ius soli

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https://www.ilgiornale.it/news/politica/priorit-letta-ddl-zan-e-ius-soli-1974853.html 

Letta sul palco della Festa dell’Unità detta l’agenda al governo: approvazione del ddl Zan e legge sulla cittadinanza. Salvini: “Non hanno speranza di passare”

di Federico Garau

Altro che problematiche legate al Green pass, emergenza sbarchi e crisi economica, per il segretario del Partito democratico Enrico Letta le priorità sembrano proprio essere altre, vale a dire ddl Zan e Ius soli.

Intervenuto sul palco per chiudere la Festa dell’Unità di Bologna, il leader del Pd ha parlato quasi come se a supportarlo ci fosse un vero e proprio mandato popolare. Letta infatti è apparso molto sicuro nell’affermare che entro la fine della legislatura sarà approvato il decreto di legge Zan e verrà messa a punto una legge sulla cittadinanza per gli stranieri.

Le battaglie del Pd

Il segretario dem ha voluto definire il Pd come il partito “del lavoro e dell’impresa“, tuttavia dal suo discorso è apparso fin troppo evidente quali siano i reali temi che animano la sua compagine. Ostentando sicumera, Letta ha infatti affermato di non avere alcun dubbio nel ribadire che le battaglie sui diritti portate avanti dal Partito democratico troveranno presto nuova linfa e forza. “Arriveremo all’approvazione finale del ddl Zan, così come vogliamo usare l’anno e mezzo di legislatura che abbiamo davanti per recuperare l’errore che fu fatto nella scorsa legislatura, nel non varare una legge sulla cittadinanza“, ha assicurato, come riportato da AdnKronos.

Ovviamente il grande obiettivo del partito resta quello di battere gli avversari del centrodestra. Ma, ancora una volta, Letta non ha dubbi: “Fidiamoci, da questa pandemia non si uscirà a destra ma si uscirà andando verso i valori della solidarietà, della giustizia e della coesione sociale. Da questa pandemia si uscirà laddove siamo noi”.

Insomma, il Pd sarà l’alternativa contro“le destre popoliste”, ed un primo assaggio lo si avrà alle prossime elezioni amministrative. Ormai il solco fra le fazioni è netto: “O si sta di qua o si sta di là. Non c’è posizione intermedia. Dall’altra parte non c’è più il centrodestra guidato da Berlusconi, legato a una logica ben diversa da quella cui sono legati Lega e FdI. Questi sono alleati del governo ungherese, governo polacco, il partito di Marie Le Pen e i neofranchisti in Spagna, quella è destra estrema. Dobbiamo costruire alternativa che sia in grado di battere questa destra”.

Lealtà a Draghi e all’Europa

Enrico Letta ha poi ribadito la lealtà del Pd al governo Draghi, che deve durare fino al termine della legislatura. Non sono poi mancate dichiarazioni di fedeltà all’Europa ed ai suoi principi:“Noi siamo il partito dell’Europa e siamo noi il partito dell’europeismo italiano, che è stato sposato nel modo che tutti conosciamo anche da altri. Ma l’Europa non è una questione mercantile, che diventi europeista perché devi portare a casa un assegno: per noi è un’adesione di valori perché l’Europa è la culla dello stato di diritto, della democrazia e dei diritti umani”.

Il punto sui vaccini

Il segretario del Pd si è mostrato intransigente sul tema vaccini. Per Letta la campagna vaccinale deve essere completata, altrimenti“senza i 10 milioni di italiani che mancano all’appello delle vaccinazioni non ce la faremo”.

Sappiamo che sono i più difficili, che è il passaggio più duro, ma se ci fermiamo a dire che il più è fatto non capiamo qual è la logica rischiosissima delle varianti e del rischio che corriamo proprio nelle prossime settimane”, ha aggiunto, prima di puntare il dito contro coloro che hanno preso una decisione diversa:“Il vaccino è libertà. Questa parola ‘libertà’ è stata usata a sproposito tante volte, il vaccino è libertà di viaggiare, andare a scuola, lavorare, di fare sport, di divertirsi, di godersi spettacoli. Chi non si vuole vaccinare è contro l’altrui libertà e non può essere premiato”.

Le posizioni dei partiti

La spinta su Ddl Zan e legge sulla cittadinanza non ha per nulla stupito il segretario della Lega Matteo Salvini, che nel corso del suo intervento a San Benedetto del Tronto ha commentato:“Hanno l’ossessione del ddl Zan, se non passa siamo un paese incivile. Io dico, ognuno della sua vita privata fa quello che vuole, mi interessa men che zero… ma il ddl Zan tira in ballo i bambini delle scuole elementari: vuole spiegare ai bambini che non ci sono i maschietti e le femminucce ma che ci sono esseri fluidi…questa roba alle elementari non la porterò mai”. Salvini ha poi garantito che con la Lega al governo ddl Zan e Ius soli non passeranno.

Secca anche la replica della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni“Noi non abbiamo paura delle etichette: siamo omofobi perché non siamo d’accordo sul ddl Zan. Siamo omofobi perché siamo contrari all’adozione da parte delle coppie omosessuali. In Italia non è consentita l’adozione da parte dei single, l’Italia è singolofoba? Quando si tratta di bambini senza famiglia, bisogna garantire il massimo dello standard: una mamma e un papà. Vuol dire amare quel bambino. Si può parlare con garbo di questo? La legge Zan nulla c’entra con la discriminazione degli omosessuali”.

Le parole di Letta hanno tuttavia ricevuto il plauso di altri rappresentanti del Pd. Dopo aver ringraziato il suo segretario, Monica Cirinnà ha dichiarato:“Il Pd non cambia né opinione né linea politica. Per noi la lotta ai crimini d’odio è e resta una priorità, perché prioritarie sono le vite delle persone che questa legge proteggerà”“Impegni: approvare il ddl Zan e portare a termine finalmente la legge sulla cittadinanza. Ben detto Enrico Letta , c’è da fare”, ha confermato anche Filippo Sensi, deputato del Partito democratico.

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