Cosi Greta Thunberg ha svuotato i socialisti: il boom dei Verdi

Ben cinquecento anni fa Machiavelli ci metteva in guardia sull’influenza dell’apparire in politica. Aveva infatti già capito, il segretario fiorentino, che la vera miscela in grado di generare cause ed effetti era la semplice apparenza. Ed è andata essenzialmente così nel corso di questi mesi con l’ascesa della sempre più ideologizzata Greta Thumberg. Due trecce strette, viso pulito e zero accenni di sorriso: un simbolo contemporaneo di una costretta “Davide” contro un inesorabile Golia, il cambiamento climatico che tanto viene citato dalla giovane attivista.
Eppure molti punti non tornano, a partire dall’aspetto prettamente scientifico sino a quello che in realtà Greta ha rappresentato nel corso di questi mesi. Diventa necessario riflettere sul tsunami mediatico ed ideologico che Greta ha messo in atto in tante diverse occasioni sino a raggiungere poi i più importanti palazzi del potere e portare milioni di studenti in piazza.

Chi durante questi anni ha avuto modo di studiare le tipologie di propaganda moderna e le diverse “wars of informations”, sa bene che il modo migliore per veicolare messaggi è quello di avvalersi di ambasciatori intoccabili, incapaci di farsi voler male dall’opinione pubblica, indifesi e in tutti i sensi attrattivi perché semplici ed intuitivi. Se al posto di Greta vi fosse stato uno scienziato con numerose competenze al livello accademico e globale, molto probabilmente non si sarebbe mai attivato il meccanismo a cui oggi stiamo assistendo.
Uno scienziato qualsiasi, per quanto autorevole, non avrebbe mai avuto l’impatto mediatico necessario, capace addirittura di catalizzare l’attenzione dei potenti del mondo ed influenzando – a pochi mesi dal voto – le dinamiche elettorali europee. Eppure è andata così: al posto di un uomo qualunque, c’è stata una ragazzina non esattamente anonima. A questo punto l’inevitabile tsunami ha sortito i suoi effetti: in Italia piazze piene di ragazzi e cartelli, Greta Thumberg definita una giovane messia del clima, giovani che gridano su un palco sostenendo che “Piazza del Popolo scomparirà tra dieci anni se non daremo ascolto a Greta”, e politici pronti a legittimare tutte le teorie thumberghiane perché la giovane svedese fa tendenza, e la tendenza porta voti.

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Piazza Tienanmen, dopo trent’anni è ancora tabù il massacro del governo cinese

Il 4 giugno prossimo, saranno trenta gli anni dal massacro ordinato dal governo cinese di Li Peng, primo ministro di allora, appoggiato da Deng Xiao Ping, il presidente della Commissione militare centrale, e dal il presidente Yang Shangkun. In mezzo il segretario del Partito comunista cinese, Zhao Ziyang, favorevole ad una mediazione tra esecutivo e studenti in rivolta in piazza Tienanmen, il teatro degli scontri tra l’esercito di Pechino e gli studenti in rivolta nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989. Un’autentica strage, di cui per decenni si parlò di «centinaia» di morti. Ma fino al 2017, quando un cablogramma inglese, citato in un articolo dell’Indipendent, parlò addirittura di 10 mila morti. Furono un mese e mezzo di eventi che si susseguirono, a partire dal 15 aprile del 1989, quando morì l’ex segretario generale del Partito comunista cinese, Hu Yaobang. Nell’occasione, gli studenti dell’università di Pechino affissero dei dazeabo, con cui elogiavano il leader politico riformista, criticando, indirettamente, quei dirigenti che, nel 1987, lo avevano costretto alle dimissioni.

Anche Gorbaciov, l’allora presidente dell’Urss, fautore della glasnost (trasparenza) nel proprio paese – il quale nella metà di maggio del 1989, partecipò ad un vertice cino-sovietico – si schierò per una mediazione, quando, incalzato dai giornalisti, affermò che se una protesta di quel tipo fosse stata a Mosca, egli avrebbe dato il via ad un dialogo. Parole cadute nel vuoto, perché vinse la repressione, in quella Cina in cui il governo chiamò, per soffocare poi nel sangue la rivolta studentesca, militari delle zone più remote dello Stato, parlanti dei dialetti ai più sconosciuti, proprio per evitare qualsiasi scambio o intesa tra le divise e i manifestanti. Insomma, il governo cinese decise per il taglio di ogni sorta di “pidgin”, di un codice comune di comunicazione, direbbero i linguisti, per giungere ad un accordo. L’unico mezzo di confronto, furono i carrarmati, che schiacciarono coloro che ad essi si frapposero. Fatti che, a distanza di trent’anni, sono ancora oggi tabù in Cina. Se ne sta parlando a Taipei, la capitale della provincia ribelle di Taiwan, dove è cominciata, in questi giorni, una serie di eventi celebrativi. Conferenze accademiche, una mostra fotografica, una veglia al lume di candela, concerti. Taiwan è libera e democratica e può ricordare liberalmente. Lo può fare (chissà ancora per quanto).

Tuttavia la strategia di Pechino è stata quella di rimuovere l’incidente dalla memoria della popolazione, più interessata ai progressi dell’economia, che al dibattito politico. A Taipei andranno anche esponenti della diaspora seguita alla repressione di Tienanmen, e rappresentanti del movimento democratico di Hong Kong (dove è stato appena riaperto un museo su quei giorni del 1989, unico in tutto il territorio cinese). Sul futuro della libertà di Taipei, però, c’è chi mette in guardia da facili ottimismi. Al Taipei Times, infatti, il professore Chen Li-fu, vicepresidente dei docenti universitari dell’isola, ha dichiarato che, «per anni abbiamo commemorato il massacro per difendere i diritti umani in Cina, ma oggi lo facciamo anche per proteggere la nostra sovranità: abbiamo paura per la nostra democrazia». Il governo italiano, che nelle scorse settimane ha steso i tappeti rossi a Roma per il presidente Xi Jinping, siglando una serie di intese economico-commerciali con la Cina per la cosiddetta nuova Via della Seta, in occasione della tragica ricorrenza, avrà qualcosa da dire?

fonte – https://www.loccidentale.it/articoli/147023/piazza-tienanmen-dopo-trentanni-e-ancora-tabu-il-massacro-del-governo-cinese

Culle vuote? Se i centri per abortire superano quelli per nascere…

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La scorsa settimana è stata trasmessa al Parlamento l’annuale relazione sullo stato di attuazione della legge per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza. Se da un lato prosegue la diminuzione dell’interruzione volontaria della gravidanza dall’altro emerge che per la prima volta in Italia il numero dei “contraccettivi d’emergenza” ha superato il numero delle nascite. E inoltre dai dati delle regioni risulta una struttura sanitaria in cui il numero dei punti Ivg (interruzione volontaria della gravidanza) supera quello dei punti nascita anche in Regioni che fino a poco tempo fa erano orientate al sostegno della natalità e della famiglia. Il rapporto segue l’allarme lanciato alla fine del 2018 dall’ISTAT: il minimo storico delle nascite – mai così basso dall’Unità d’Italia – è stato nuovamente superato al ribasso. Nel 2017 i nuovi nati sono risultati 15mila in meno rispetto all’anno precedente, e per il terzo anno consecutivo sotto il mezzo milione.

Lo scenario descritto dall’Istituto di statistica è inquietante. Sono quasi 120.000 (praticamente la popolazione di un Comune di medie dimensioni) le nascite in meno rispetto all’inizio della crisi economica. La fase di calo della natalità innescata dalla crisi economica avviatasi nel 2008 sembra quindi aver assunto caratteristiche strutturali. La riduzione delle nascite è un fenomeno che riguarda tutti i Paesi industrializzati. Continua a leggere

Norvegia, i cristiani entrano nel governo: “Ora priorità ai temi etici”

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Si sono conclusi il 17 gennaio scorso in Norvegia i negoziati che hanno portato alla nuova coalizione di governo, la prima a maggioranza non socialista dal 1985. La coalizione con a capo il Primo Ministro Erna Solberg è composta dai tre partiti già presenti nel precedente governo, il partito conservatore Høyre (H), il conservatore-liberale Fremskrittspartiet (Frp), il partito social-liberale Venstre (V) e dal Partito Popolare Cristiano (KrF), da poco entrato a farne parte.

Il nuovo governo ha presentato ai cittadini norvegesi la Dichiarazione Granavolden, dal nome dell’hotel in cui è stata redatta e presentata, ovverosia un documento comune contenente il programma di governo, frutto di negoziati complessi e carichi di tensione, in particolare sui temi dell’immigrazione, clima e aborto.

Proprio su quest’ultima tematica, fondamentale per il partito Popolare Cristiano (KrF) che ha al centro della sua politica l’inviolabilità della dignità umana, il Premier Solberg aveva aperto alla possibilità di cambiare la legislazione sull’aborto. Le richieste del partito Popolare Cristiano, poste come condizione per l’ingresso nella coalizione di governo, erano due: la cancellazione del paragrafo 2c della legge sull’aborto che consente l’aborto selettivo oltre la dodicesima settimana e il divieto dell’embrioriduzione. Continua a leggere