Gratteri: “La massomafia compra pezzi di tv e giornali”: ecco a chi si riferisce

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Lo abbiamo scritto più volte, secondo noi Gratteri o è il campione mondiale del fare “buon viso a cattivo gioco”, oppure è uno che nasconde le cose che gli interessano, salvo poi tirarle fuori quando viene sgamato. Altrimenti non si spiegano molte sue esternazioni. Noi che lo seguiamo attentamente ci siamo sempre chiesti, in merito a molte sue affermazioni sulle infiltrazioni massomafiose nelle istituzioni, e non solo, in Calabria: ma Gratteri c’è o ci fa? Oggi scopriamo che da quando si è insediato a Catanzaro Gratteri molto probabilmente “ci fa”. Fa il finto tonto per non destare sospetti, poiché, ed ora lo abbiamo ben capito, tutte le sue affermazioni – del tipo: ci sono 400 magistrati corrotti, a Cosenza esiste una masso’ndrangheta di serie A, la corruzione è a tutti i livelli, e così via –  derivano dalla conoscenza acquisita in tanti anni di investigazioni. Gratteri, come sta venendo fuori, ha ascoltato, attraverso le intercettazioni, mezza Calabria: magistrati, mafiosi, poliziotti, carabinieri, finanzieri, imprenditori, politici e professionisti di ogni ordine e grado. E di cose ne ha sentito. Perciò esterna in continuazione. Anche se continuiamo a chiederci: se è al corrente di tutto il malaffare che imperversa in ogni dove, perché non interviene?

Ma non è solo questa la domanda che ci poniamo. È da tempo che ci chiediamo: ma come fa Gratteri a “frequentare” persone di cui conosce lo “spessore criminale” con così tanta noncuranza (almeno apparente), qual è il motivo che lo spinge a fare, con determinati soggetti, buon viso a cattivo gioco? Motivi di Giustizia, ricerca della verità, esigenze investigative. Pare di sì.

Ed infatti così ha fatto con Luberto, Petrini, Facciolla, e speriamo anche con Cozzolino, giusto per restare nell’ambito della magistratura. Davanti li elogiava, e sottobanco inviava atti di indagine a Salerno sulle loro malefatte. Anche se all’appello mancano ancora diversi soggetti operanti nella magistratura: Spagnuolo e Tridico su tutti. Così come mancano all’appello diverso politici: Magorno, Occhiuto e Manna in modo particolare.

Stessa cosa ha fatto anche con la stampa, nonostante conoscesse la commistione tra editori e ‘ndrangheta, non si è mai tirato indietro nel rilasciare interviste ed inviare veline a certa stampa.

In una delle sue tante esternazioni Gratteri ebbe a dire: “la massomafia in Calabria compra pezzi di tv e giornali, che usa per manipolare la gente”. E allora ci siamo chiesti: a chi si riferisce Gratteri? Ed oggi scopriamo che il riferimento, così come riportato nelle “carte” dell’inchiesta Rinascita (http://www.iacchite.blog/massomafia-maduli-e-i-clan-di-vibo-su-giamborino-garantisco-io/), è all’imprenditore Maduli, editore del portale LaCnews24, che la Dda di Catanzaro (non lo diciamo noi, ma Gratteri) ritiene “vicino” al clan Mancuso. E questo dato oggi, con la pubblicazione degli atti dell’inchiesta Rinascita, è ufficiale.

Dunque anche con la stampa Gratteri ha adottato lo stesso metodo usato per i suoi colleghi infedeli: davanti fa la bella faccia, ma solo per raccogliere più informazioni possibili, e sottobanco indaga. Almeno così ci pare.

Ora aspettiamo gli ulteriori sviluppi investigativi sulla commistione tra giornalismo e ‘ndrangheta, così com’è avvenuto per i magistrati. Perché dopo tutto questo esternare è arrivato il momento di agire.

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Siria 1957: False Flag e la storia che si ripete

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Segnalazione del Centro Studi Federici

SIRIA: IL PRECEDENTE
È il 1957; il Presidente americano Eisenhower e il Primo Ministro britannico Mcmillan decidono che è arrivato il momento di un “regime change” in Siria.
Shukri al-Quwatli il presidente siriano che aveva vinto le prime elezioni democratiche, l’eroe dell’indipendenza non era più affidabile; si stava avvicinando troppo all’Unione Sovietica e Washington e Londra non potevano correre il rischio di perdere il controllo del petrolio siriano, né che la Siria diventasse un caposaldo comunista in Medio Oriente.
E così furono messi in campo Cia e Sis per studiare la soluzione migliore. E fu trovata: scatenare una serie di attentati terroristici a Damasco facendo finta che ci fosse una rivolta in corso; compiere alcuni omicidi mirati sulle figure più influenti del governo e una serie di provocazioni alle frontiere turca, irachena e giordana che spingesse quelle nazioni ad intervenire.
CIA e SIS avrebbero dovuto usare “le loro capacità sia nel campo psicologico che in quello dell’azione”.
Tra gli uomini del governo siriano da uccidere, il primo era Afif al-Bizri il capo di Stato Maggiore accusato di essere un uomo di Mosca.
Il piano per il “regime change” prevedeva il finanziamento ad un “Comitato Siriano Libero” e armi a “fazioni politiche paramilitari”; gli antesignani degli attuali “Ribelli moderati”.
L’operazione, ormai approvata ed esecutiva, si arenò per la rinuncia di Iraq e Giordania a scatenare una guerra disastrosa in Medio Oriente.
La storia del tentato golpe in Siria emerse qualche anno fa dai documenti privati di Duncan Sandys, Segretario alla Difesa del Premier britannico e pubblicati dal Guardian.
È impressionante la similitudine con ciò che sta accadendo oggi; ma in fondo non c’è nulla di nuovo né in Siria né altrove.

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