Amazzonia, Migranti & Tortellini

Di Marcello Veneziani

Greto II, al secolo Bergoglio, ha indetto da oggi il Sinodo per l’Amazzonia, affermando la missione del cattolicesimo come guardia forestale del pianeta. Pochi giorni prima un “suo” nuovo cardinale, Mons. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, aveva esortato al tortellino dell’accoglienza, sostituendo la carne di maiale della tradizionale pietanza di san Petronio con la carne di pollo, compatibile con gli islamici (il prossimo sarà il tortellino vegano). Cresce il rimpianto del Cardinale Biffi, predecessore di Zuppi che diceva: “Mangiare i tortellini con la prospettiva della vita eterna, rende migliori anche i tortellini”. Un altro vescovo, Mons. Michele Pennisi di Monreale, era insorto contro il Ministro della Pubblica Istruzione, Lorenzo Fioramonti, che nel suo già ricco repertorio di cazzate, aveva annunciato l’intenzione di bandire il crocefisso della scuola per sostituirlo con una bella cartina del pianeta: ma il vescovo siculo non è insorto perché viene espulso Gesù Cristo in croce dalle scuole, ma perché una proposta del genere dà spago e voti a Matteo Salvini. Cristo non conta, è secondario, quel che conta è stanare Salvini, urge frenarlo, non fargli guadagnare consensi. Potrei continuare lungo la stessa linea, citando fiumi di episodi del genere he hanno come protagonisti prelati imbergogliti.
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Il disagio di dirsi italiani

di Marcello Veneziani

Neanche nelle dittature africane o nei regimi sudamericani succede che appena un leader politico lascia il potere sparano su di lui raffiche di processi per metterlo dentro o per sbatterlo fuori, col peana dei soliti sciacalli di professione, col sorriso di iena e la bava d’odio. Appena si è chiusa l’esperienza di governo, si è aperta la caccia grossa a Matteo Salvini: tra fondi russi e fondi bossi, voli di stato e di moto d’acqua, torture ai migranti e alle ong, si sono concentrate in un inquietante trailer tutte le minacce che pendono su di lui. Salvini rischia che il cumulo delle accuse si trasformi in pena di morte civile. Il reato vero di cui lo accusano è il doppio record di consensi popolari e di odio concentrico verso di lui di poteri interni e internazionali. Si conoscono già i programmi per eliminarlo: persecuzione giudiziaria, legge elettorale modificata, sordina mediatica.

Confesso che mi trovo a disagio a vivere in questa fase nel nostro Paese, che esito a chiamare Italia; mi vergogno nel vedere questo spettacolo di saltimbanchi e di cialtroni vendicativi e giustificarlo col suo rovescio, che è finita l’epoca dell’odio e della cattiveria, ora arrivano i buoni e l’umanità. Vivo con sdegno e preoccupazione la retata social contro gli iscritti a CasaPound e Forza Nuova, non dopo un episodio preciso – come le dichiarazioni d’odio dello scrittore Sandro Veronesi, dello chef Rubio, del giornalista Rai Sanfilippo, dell’ex-brigatista Raimondo Etro – ma in generale, per quel che sono, non già per quel che scrivono.

Confesso che mi vergogno da italiano nel vedermi rappresentato all’estero da un avvocato saltafossi, venuto dal vaffanculismo e approdato al paraculismo, premier nel vaniloquio e nelle citazioni farlocche per far capire in mezzo a tanti ignoranti che lui ha studiato; e cita ovvietà sconcertanti, del tipo “Hannah Arendt dice che in politica esistono i pregiudizi”. La banalità del tale… Immagino cosa penseranno in Europa e nel mondo quando lo vedono arrivare come un gagà a tempo scaduto: eccolo il tipico italiano, maggiordomo d’indole, servitore di più padroni, girella e trasformista. Lui conferma ai loro occhi il vecchio stereotipo dell’italiano tipo, suonatore di mandolino e cameriere che sventola il tovagliolo per invogliare a entrare nel ristorante, cicisbeo e compiacente.

Confesso che mi vergogno nel vedere lo spettacolino dei contorsionisti, in Rai, ai vertici delle Forze dell’Ordine, ovunque, fino a ieri silenziosi o addirittura collaborativi con la Lega e ora insorti, col loro antisovranismo a scoppio ritardato, vomitando parole meschine. Confesso che mi vergogno nel vedere le facce dopate del grillin meschino fino a ieri antisinistra e lo stesso Grillo che conclude miseramente una pur brillante carriera di comico e di leader. E le mezze calzette di sinistra elevate al soglio ministeriale, la ressa e la rissa per accaparrarsi i sottosegretariati, che arrivano a vagonate, come nei camion che distribuivano viveri. E poi le priorità di governo che si addensano all’orizzonte, tra suicidio assistito ed eutanasia, tassare i bancomat e il contante, riaprire i porti e i flussi clandestini, nuove tasse e vecchi merletti… Avrei voluto dire: saranno figli di puttana ma sono capaci, sanno governare; e invece neanche quello, al cinismo non corrisponde la capacità, sono davvero poca roba, li conosciamo dai precedenti, dai loro curricula, dai loro programmi, dalle loro intenzioni e dal cemento corrotto su cui regge la loro alleanza.

Confesso infine che avrei voluto dedicare questo scritto ad altri temi di più alto profilo; e sono costretto a rimandare pure una riflessione cruda e disincantata su Salvini, la Meloni, la consistenza dei sovranisti oltre i tweet, i selfie, i comizi, i cortei e i talk show. Ma che volete, quando ti trovi sommerso da questa marea di miserie, tutto viene sospeso e posposto, va in secondo piano; gli errori e i limiti degli uni sfigurano rispetto ai danni e alle carognate degli altri, e ti prende la voglia di dire e di usare toni forti e giudizi drastici. Non riesci nemmeno a farti prendere dal dubbio, quando ti accorgi sotto quale merdocrazia siamo costretti a vivere.

Poco tempo fa avevo rivolto un appello a riprendere la faticosa via del rispetto reciproco, a separare le critiche pur intransigenti dal disprezzo ad personam, a reintrodurre la civiltà del dialogo che seppure a sprazzi c’era fino a qualche anno fa. Un appello caduto nel vuoto, non ripreso da nessuno (unica eccezione Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità). Prevale l’omertà, l’astioso silenzio, il ringhioso disprezzo. E ti porta poi a concludere – dopo avere per una vita teso la mano per dialogare civilmente – che si, davvero, stiamo di fronte a un’associazione di stampo mafioso genericamente definita sinistra e a un circo di saltimbanchi grillini che per campare fanno capriole, cammino sul filo e si cambiano velocemente i costumi da pagliaccio.

Poi, dopo la tempesta subentra la calma. Ti distacchi dalla scena e li vedi con gli occhi dei posteri: cosa resterà di questo feroce carnevale dell’esteta diciannove? Pulvis et umbra. Un mucchio di polvere, tanto squallore. Tutto è così miseramente piccolo, labile, cagionevole che il vento se lo porterà via.

fonte – http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-disagio-di-dirsi-italiani/

Se è peccato baciare il rosario

di Marcello Veneziani

Atei dichiarati e preti bergogliani, laicisti e gesuiti del nuovo corso, clericali e anticlericali s’indignano uniti per i richiami di Matteo Salvini alla Madonna, al Rosario e al Crocifisso e lo trattano come un blasfemo indemoniato che si avventa sui simboli religiosi per trarre basso profitto elettorale. Già la composizione del fronte, atei e papisti, vescovi e miscredenti, dovrebbe creare imbarazzo. Abbiamo visto sui giornali battute e vignette contro Salvini che mettevano in bocca alla Madonna frasi così scurrili e dissacranti da far capire che non si tratta affatto di una difesa della fede e della Beata Vergine ma solo di un volgare attacco al Nemico Assoluto, prendendo in giro cristi e madonne.

Vorremmo andare al di là della becera polemica e soffermarci sul tema vero, la presenza di simboli religiosi e di richiami alla fede nella vita politica. Già due mesi fa notavo che per noi italiani non è una novità. Un partito ha campato al potere per mezzo secolo chiedendo di mettere una croce sulla Croce, ha usato il richiamo cristiano per scopi elettorali: lo slogan “in cabina elettorale Dio ti vede Stalin no”, diventò il biglietto da visita della campagna per il voto democristiano. Il Fronte Popolare nel ’48 fu sconfitto per l’uso vincente dei simboli religiosi nei comizi, nei simboli elettorali. Certo, erano sobri i De Gasperi e i Moro nei loro richiami alla fede e nessuno poteva dubitare che fossero credenti. Più evidente era il clericalismo di Andreotti pur allusivo, curvo e curiale.

In quegli anni c’era un fenomeno ancor più imbarazzante: non era solo la Dc a usare i simboli della fede per prendere voti e credenti ma erano le parrocchie, le diocesi a trasformarsi in comitati elettorali, distribuivano santini e impartivano istruzioni per il voto: è accaduto per decenni e in certe zone d’Italia ha continuato al tempo di Prodi e dell’Ulivo. E pure ora con Bergoglio… Persino dai pulpiti si facevano prediche mistico-elettorali per far votare Dc e certi candidati. A nulla valeva il richiamo di altri cattolici, di destra o di sinistra, missini e monarchici, liberali e socialisti, alla neutralità della Chiesa. Scherza coi fanti ma lascia stare i santi. Ma i filistei e i farisei, gli ipocriti, fingono ora di non ricordarsi.

Nel tempo a noi più vicino, a evocare i simboli religiosi in politica per difendere la nostra civiltà in pericolo è stata un’atea devota come Oriana Fallaci, e come lei altri giornalisti e intellettuali ex di sinistra che agitavano simboli religiosi per difendere l’Occidente minacciato. Siamo sempre nell’ambito della religio instrumentum regni, seppure in un rango più alto.

Ma la mescolanza di politica e religione è connaturata alla storia della civiltà. Non siamo islamici e remoto è il sogno medievale della teocrazia, ma il primo a usare come simbolo vincente la Croce in politica non fu un democristiano ma l’Imperatore Costantino quando vide in cielo un sostegno alla sua battaglia: In hoc signo vinces, con questo segno, la Croce, vincerai. E poi secoli di crociate, di regni e poteri ispirati da Dio. Persino il nostro laico stato moderno, la monarchia costituzionale italiana, nacque con una formula che sembra salviniana, perché riassume religione e populo sovrano: Per grazia di Dio e volontà della Nazione. Così s’insediò Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, nonostante la Chiesa.

L’esibizione di rosari e invocazioni alla Madonna nella bassa politica può infastidire i credenti. Dedicare al cuore immacolato della Vergine il ventre sporco della politica quotidiana personalmente non mi piace, è chiaramente strumentale.

Però c’è anche un altro modo di vedere le cose. Viviamo nell’epoca della scristianizzazione, la civiltà cristiana è sull’orlo del collasso, il nichilismo, il materialismo ateo e dall’altro versante il fanatismo islamico, avanzano paurosamente. E noi dovremmo ritirare nella sfera intima, privata, personale i segni della fede e i simboli della nostra civiltà, disincarnare la fede, salvo poi riusarla a sostegno delle politiche pro-migranti? Ratzinger sostenne la visibilità della fede, proseguendo sul piano pastorale la lezione di Giovanni Paolo II; sul piano teorico era stato il giurista cattolico Carl Schmitt a scrivere sulla visibilità del cattolicesimo. L’idea che esibire i simboli della fede sia atto osceno in luogo pubblico, e magari esibire la propria sessualità e omosessualità non solo sia lecito ma sia un esercizio di liberazione e di diritti, è una vera e propria perversione e un segno di morte della cristianità.

Cosa nuoce di più alla fede cristiana, l’ostensione dei simboli religiosi e il loro richiamo in contesti pubblici, politici, o la rimozione obbligata di quei simboli, la cancellazione astiosa nei luoghi comunitari e nelle

cerimonie pubbliche di tutto ciò che richiama la nostra civiltà cristiana, la nostra identità, tradizione e provenienza? Fa più male alla fede chi bacia in pubblico la croce o chi la nasconde, la calpesta, ne fa la caricatura?Quando vedi la campagna infame di tre parlamentari del Pd contro una giornalista del tg2, Marina Nalesso, che conduce il telegiornale con la croce al collo, come se il crocifisso sia un messaggio elettorale pro-Lega; o quando senti il grillino Nicola Morra arrivare a pensare che Salvini esibisce un rosario e così lancia un segnale alla ‘Ndrangheta (argomentazione a cui non si può replicare, se non chiamando la neuro), ti dici: ma in che modo rovesciato, in che gabbia di matti e miserabili, ci troviamo a vivere?

Il discorso serio da fare, invece, è sulla separazione o meno tra sacro e profano, tra religione e politica, tra fede visibile o interiorizzata, come vorrebbe il protestantesimo. Se perfino un canto di Natale, un presepe a scuola, una medaglietta della Madonna al collo, magari tenero retaggio dell’infanzia e dell’amore materno, costituiscono un attentato alla laicità dello Stato e ai diritti dei non credenti o dei credenti in altre religioni, allora aspettatevi che quei simboli soppressi nei luoghi pubblici rispuntino poi in forma pop nell’arena politica. Non auspichiamo che la religione scenda al rango di politica, ma che la politica salga sul piano dei valori e dei principi.

Dal punto di vista religioso si potrebbe azzardare l’ipotesi manzoniana che la Provvidenza si serva anche degli strumenti più impensati, delle occasioni più strane e delle persone più imprevedibili per rianimare la fede, i simboli e la devozione spenta. Magari dietro la becera diatriba tra madonnari e iconoclasti, riaffiora quell’Immagine, si riprende il confronto con la dimensione del sacro, si rivede il Crocifisso, e la Madonna, il Rosario e le figure dei Santi. E le icone, già al solo evocarle e figurarle, ci prendono per mano e ci portano lontano. Leggete Pavel Florenskj per capirne il significato. Magari qualcuno crede di usare la fede nelle sfide terrene; e invece è la Provvidenza che sta usando loro, come ignari veicoli della fede. Volesse il cielo…

MV, La Verità 26 agosto 2019

fonte – http://www.marcelloveneziani.com/articoli/se-e-peccato-baciare-il-rosario/

Poi c’è l’Italia

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Poi c’è l’Italia

Fonte: Marcello Veneziani

Poi c’è l’Italia. E ci sono gli italiani. Quelli che ascoltano sconcertati e indifesi le registrazioni da Bibbiano e vedono la famiglia sotto attacco, i bambini plagiati e costretti a denunciare i loro genitori per abusi inesistenti. Quelli che vedono in tv un marocchino che strazia con otto coltellate una barista a Bologna. Quelli che vedono altre ondate di migranti a bordo, stremati e malati, e poi si scopre che si tratta solo dell’otite di un passeggero; vivono la tragedia di essere imbarcati da giorni mentre, si sa, venivano da una vita agiata, da un’attesa confortevole in Libia, e sono stati costretti da qualcuno a imbarcarsi… E questa sarebbe l’emergenza nazionale, la priorità assoluta per il governo che verrà, mentre gli italiani vivono con disagio in un paese calante ed inefficiente, sentono la pressione e l’oppressione dell’Europa, temono l’aumento dell’Iva e le mazzate del fisco, si sentono indifesi, isolati, raggirati, per giunta in balia di magistrati irresponsabili e schierati.

Vedono che la realtà è da una parte e la rappresentazione e soprattutto la rappresentanza va da un’altra. Si può parlare restando decenti di un governo giallorosso che parte con l’80 per cento di contrari tra il popolo sovrano? Quattro italiani su cinque non vogliono un’alleanza grillina-sinistra; e noncuranti il Palazzo, i Media, il Patriziato euro-nazionale, si spende tutto per quell’alleanza. Dalla sinistra estrema ai moderati illuminati, dai vecchi marpioni del regime ai grillini antisistema, dai giornaloni ai travaglio, tutti – cani e porci, più gentil farfallette – nell’arca di Noè anti-voto e anti-salvini. Continua a leggere

Liberarsi dai grillini

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Non so come finirà la crisi al buio che si è profilata dopo le elezioni europee. Ma una cosa sento di dirla sopra tutte e a prescindere da qualunque cosa accadrà: è bene che quest’anno “bellissimo”, come lo annunciò il premier Conte, sia l’anno in cui i grillini usciranno dal governo e non metteranno più piede nei luoghi di comando e di alta rappresentanza dell’Italia. All’opposizione ci possono pur stare, perché a protestare possono pure avere un loro residuo senso. Ma è necessaria una diffida politica, elettorale, popolare perché non osino più avvicinarsi alle istituzioni e alla guida del Paese. Perché sporcano, infangano, discreditano lo Stato, le Istituzioni, la storia, la cultura, i simboli della nostra Patria e insieme bloccano, frenano, deprimono la vita e le opere di questo Paese. Con l’aggravante che tutelano, col loro pauperismo straccione, solo l’Italia parassita, fancazzista e rancorosa o nella migliore delle ipotesi, l’Italia più misera e plebea, con sussidi puramente assistenziali. Salvo allinearsi agli europotentanti e a tutti gli altri partiti dell’establishment per eleggere la presidente della commissione europea.

La logica bestiale dell’uno vale uno, la finzione della democrazia diretta, la negazione assoluta di ogni merito, capacità, titolo di studio, esperienza e curriculum, sono il colpo di grazia per un paese già disabituato alla meritocrazia, poco incline a rispettare lo stesso dettame costituzionale sui “capaci e meritevoli”. E poi è vistosa la loro incapacità di capire le priorità reali dell’Italia e l’effettiva condizione del nostro paese; la loro ignoranza è enciclopedica, universale e militante; vistosa l’incapacità di capire e fronteggiare le situazioni di bilancio, annunciando di voler compensare con ridicoli risparmi (che però assecondano la furia punitiva verso qualche categoria vera o presunta di privilegiati) spaventosi buchi miliardari…

E per finire, il loro radicalismo antisistema diventa conformismo piatto e fesso rispetto al politically correct, imitazione tardiva e analfabeta della sinistra, un sessantottismo con mezzo secolo di ritardo. E poi sono allineati in funzione antisalvini a tutta la trafila di pregiudizi sinistresi: l’antifascismo, il trans-femminismo, l’omolatria e l’lgbt, la libera droga, l’indulgenza verso la delinquenza, le porte aperte ai migranti, l’elogio dei rom… E si potrebbe continuare. Il peggio del peggio della sinistra, la sua versione grezza e ignorante, oltreché tardiva e kitsch, senza neanche la tensione ideale e la consapevolezza ideologica.

Non si può più aspettare, game is over, il tempo è scaduto, è necessario che i grillini spariscano dal governo in fretta e non vi mettano più piede. E se qualcuno dopo averli visti all’opera al governo, osa ancora pensare che possano essere alleati di governo dovrebbe meritare una punizione elettorale di pari grado. Lo dico a chi a sinistra s’illude sotto-sotto di poter stringere un patto coi grillini e sostituirsi ai leghisti nello sciagurato contratto.

Ma il paradosso dei paradossi, che indica poi la malafede dei mass media, dell’istituzioni, di molte forze politiche, è riversare tutta la situazione di crisi, di stallo, di ingovernabilità del paese, sull’alleato Salvini. Gli si attribuisce di tutto, dalla deriva nazista all’impennata dello spread, alla paralisi del paese. Quando pure un bambino sa chi tra i due alleati non vuole cantieri né opere pubbliche per paura dei ladri; non vuole riforme per sbloccare lo stallo ma solo soldi da spendere per scopi assistenziali; non vuole alleggerire il fisco per rilanciare l’economia del nostro paese; non ha un’idea neanche vaga di cosa sia amministrare e non conosce l’abc più elementare della sicurezza, dell’ordine, dell’efficacia e dell’efficienza.

Allo stato nascente il movimento 5 stelle portava una ventata d’aria fresca nel Palazzo, si poneva contro i poteri forti europei e transnazionali ed era guidato da un guitto di talento come Beppe Grillo. Poteva avere una funzione di rottura, segnare una discontinuità col precedente. E ogni critica alla loro inadeguatezza e ignoranza veniva compensata in partenza dal ragionamento speculare: se gli esperti, gli adeguati, i competenti ci hanno portato in questa situazione, a questo punto è meglio provare coi nuovi, coi marziani piuttosto. Ma ora che li abbiamo sperimentati più di un anno al governo, alla guida delle istituzioni, dobbiamo riconoscere che sono stati il punto più basso della politica in Italia, persino peggiore dei corrotti e dei ladri del passato, persino peggio dei marpioni moderati e dei faziosi sinistrorsi. E oggi il loro fallimento rischia di legittimare tutta la politica pregressa.

Peraltro, i grillini non vengono da alcuna passione ideale ma solo da rabbia e protesta, non hanno idee neppur vaghe, non hanno una linea e un orientamento; non sono al di là della destra e della sinistra, come dicono, ma al di qua, al di sotto, in quel magma indefinito che abbiamo troppo generosamente battezzato populismo. Ma neanche di populismo si tratta, perché la struttura è verticistica e settaria, da Grillology, con sistemi di consultazione controllati dall’alto e veicolati dalla dirigenza, e con finte prove di sovranità popolare che riguardano sempre poche migliaia di adepti. Per loro non esiste il giusto e l’ingiusto, il vero e il falso, il bene e il male ma lo decreta la rete, orchestrata dalla Casaleggio & Associati, e poi interpretata. E per rete s’intende sempre un campione perfino meno attendibile degli exit poll…

Abbiamo avversato le elezioni anticipate, temendo che sarebbero state l’occasione per restituire l’Italia ai potentati di sempre, magari tramite un governo tecnico o comunque un interregno che servisse a sbollire il consenso a Salvini e permettere a Mattarella di rilanciare il suo partito di riferimento, il Pd. Ma giunti a questo punto non c’è rischio all’orizzonte che non valga di correre rispetto alla certezza di averli visti all’opera al governo. Il Nulla assoluto e la negazione di ogni senso della realtà, dell’Italia, delle urgenze, della storia. Cacciamoli a furor di popolo, non c’è altro tempo da perdere.

MV, Il Borghese (luglio 2019)

FONTE http://www.marcelloveneziani.com/articoli/liberarsi-dai-grillini/

I danni di Basaglia, lo psico-comunista

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Il 13 maggio del ’78, la pazzia fini in mezzo alla strada. A quarant’anni dalla fatidica legge 180, c’è aria di santificazione per Franco Basaglia, promotore della legge che aboliva i manicomi in Italia. Già gli furono dedicati fiction e santini ovunque, lui il leader italiano dell’antipsichiatria. Ne parlo per esperienza diretta, non in veste di psichiatra né di matto, come forse alcuni di voi sospettano, ma perché sono nato e cresciuto nella città dei pazzi, Bisceglie. Un centro che aveva nel suo cuore un grande manicomio, il più grande del sud e qualcuno – forse malato di megalomania – diceva addirittura d’Europa. Un manicomio, la casa della Divina Provvidenza, che accoglieva migliaia di malati, dava lavoro a migliaia di infermieri e medici e aveva diramazioni a Foggia, Potenza, Palestrina e Guidonia.

Beh, io ricordo la tragedia prodotta dalla legge 180, cosa volle dire il «liberi tutti» ordinato alla follìa; quali drammi scatenò, quanti abbandoni e solitudini, matti allo sbando, incapacità delle strutture ospedaliere di accogliere i dementi in crisi, tormenti delle famiglie che si trovarono a dover sopportare, spesso in condizioni di povertà e di ignoranza, l’arrivo del famigliare pazzo. Quanti dolori esplosero allora e non trovarono strutture pronte ad aiutarli; leggete Mario Tobino che ebbe analoghe esperienze in manicomio da medico. Sarebbe follìa idealizzare i manicomi, ce n’erano alcuni che erano veri lager. Nessuno rimpiange la segregazione della follìa, che fu un frutto perverso del razionalismo scientista, perchè i manicomi sono figli dei lumi e della scienza positivista. Sappiamo quanti maltrattamenti e abusi, anche sessuali, quante speculazioni sulla pelle dei matti. Ma la loro abolizione, insieme all’assurda teoria che la malattia mentale non esiste, ma è frutto dei rapporti di classe e delle condizioni sociali, come sostenevano i seguaci sessantottini di Lang, Basaglia e dell’antipsichiatria, produsse ferite e traumi giganteschi. Di tutto questo non si racconta nella lirica epopea di Basaglia e lo si celebra come un Liberatore. L’idea che si potesse abolire la realtà e con la realtà la pazzia, fu la vera aberrazione ideologica di questa nociva filantropia. Fu l’egualitarismo, il comunismo applicato alla psiche; fu il delirio dell’immaginazione al potere che si fece antipsichiatria. Continua a leggere

Siete visionari

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Ogni civiltà è animata e sorretta da una visione del mondo. I tedeschi la chiamano Weltanschauung, è una concezione della vita in relazione al cosmo e alle cose visibili e invisibili, concrete e spirituali. Proviene dalla religione, attinge dall’arte e dal pensiero, si lega ai caratteri, i costumi e le tradizioni, si riconosce in una storia. Una visione del mondo funge da modello e da idea fondativa, da riferimento comunitario e da orientamento per la vita; è stato il punto di coesione di ogni civiltà. Per la prima volta nella storia la nostra società si connota invece per l’assenza di una visione del mondo, anzi per il suo rovesciamento: la globalizzazione è infatti il mondo come fatto, senza visione. Il suo principio metafisico è la libertà da ogni visione, il suo orizzonte è la tecnica, il suo paradigma è l’economia, la sua sovranità è l’individuo, a prescindere dalla comunità in cui è situato. Tutto è revocabile rispetto alla natura, tutto è inarrestabile rispetto alla tecnica. Questa è la prima società che rifiuta di riconoscersi in una visione del mondo; la prima senza un modello di riferimento. Volta le spalle a Platone, respinge un’idea del mondo che vede destituito d’ogni fondamento; o se preferite, rigetta un pater, cioè un paradigma di riferimento. Il pater, o il canone, puoi anche confutarlo e perfino ribellarti, ma è necessario.

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Sei tesi sui porti aperti

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani
Vorrei dire sei cose oltre la vicenda Sea Watch, la retorica, gli odi e gli slogan.

La prima: se si stabilisce il principio che ogni uomo ha diritto di decidere unilateralmente quando, come e dove vivere senza considerare norme, confini, stati e popolazioni, salta ogni ordinamento giuridico, si polverizza ogni sovranità nazionale e statale, si cancella ogni limite e frontiera, ogni tutela e ogni garanzia per i cittadini regolari di quei paesi che hanno diritti e doveri, lavorano e pagano le tasse. Il sottinteso di quella pretesa è che non va applicata una procedura eccezionale per dare asilo a profughi che fuggono da guerre e da acclarate situazioni d’emergenza ma va accolto chiunque decida di mettersi in viaggio, in navigazione. E nemmeno “una tantum” ma ogni volta che accade.

La seconda. È assurdo riconoscere a un’organizzazione privata, a una Ong, come la Sea Watch, il privilegio extraterritoriale e sovrastatale di decidere verso quale paese dirigersi per far sbarcare i migranti raccolti e di assegnarli così ai paesi con decisione autonoma, unilaterale, in virtù di un imperativo umanitario, assumendo di propria iniziativa e senza alcun titolo per farlo, il ruolo di tutori e mediatori dei migranti. Anche in questo caso non si tratta di una situazione eccezionale, di un’emergenza fortuita da fronteggiare, ma di una prassi ormai consolidata, programmata e reiterata. Non è un imprevisto capitato sulla rotta ma è il “mestiere” che alcune imbarcazioni hanno deciso di ingaggiare, a prescindere dagli stati, dai popoli e dai territori.

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Toti, Mara e il Mago

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Toti, Mara e il Mago

Toti e Mara, ecco la nuova coppia di conigli che il Mago Silvio Berlusconi ha tirato fuori dal cilindro per rilanciare Forza Italia. Una bella trovata, non c’è che dire, che conferma il grande estro del Prestigiatore di Lungo Corso. Perché in una mossa è riuscito ad assorbire il dissenso interno, a ridimensionare Tajani e i perdenti del giorno prima, a dare l’idea di un cambio di passo e a lanciare un messaggio double face al mondo esterno – uno a nord e l’altro a sud, uno con Toti pro Salvini & Meloni associati, l’altro di segno opposto con la Carfagna, che da tempo si distingue per posizioni liberal-radicali e femministe-politicamente corrette. A parte questo, si tratta di due figure spendibili e presentabili. Se consideriamo quanti delfini ha lanciato e bruciato Berlusconi in questi anni possiamo dire che con l’ultima rinascita siamo a Forza sei o Forza sette.

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Fonte – http://www.marcelloveneziani.com/articoli/toti-mara-e-il-mago/

Salvini tra Draghi e Trump

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani
Ma tu sei con Trump o con Draghi? È il referendum che scorre nei media in questi giorni, col sottinteso che Draghi è uno dei nostri, italo-europeo, e se tu ti schieri con Trump, tradisci il sovranismo. Non entro nelle tifoserie opposte e non entro nel merito della guerra economica che si sta preparando. Non ne avrei la competenza. Faccio delle considerazioni d’altro tipo.

Se dovessi dire, tra Trump e Draghi magari preferirei Putin, con tutti i suoi difetti d’autocrate venuto dall’Urss e le sue lontananze, ma lo preferirei sul piano dei principi e di una visione geopolitica a lungo raggio. Però la realtà è un’altra cosa. Reputo la linea di Draghi a beneficio all’Europa e all’Italia, almeno dal punto di vista strettamente finanziario. Ma se susciterà una forte contromossa trumpiana non so se davvero sarà proficua o meno per l’Italia e per la stessa Europa.

Se dovessi giudicare a pelle, non ho alcuna simpatia per Trump. Ho tifato per lui perché non sopportavo i suoi nemici, tanti: l’establishment, il mondo fricchettone e radical-snob di NY e di Hollywood, le tre o quattro famiglie che comandano negli Usa, il politically correct. Ma non lo amo per quel che è, per quel che esprime, per il ciuffo e il tono di voce, lo stile. Dicono che abbia sparato diecimila bugie da quando è alla Casa Bianca. Io sono più salomonico: ne ha sparate cinquemila lui e cinquemila ne hanno sparate contro di lui. E non solo: le sua bugie non sono servite a lui a coprire il suo operato effettivo, ma sono servite ai suoi nemici per occultare i grandi risultati che ha ottenuto sul piano dell’economia, dell’occupazione, del rilancio.

Se dovessi scegliere tra lui e l’Europa, nonostante tutto io sceglierei l’Europa; è la stessa ragione per cui vedo con favore l’ideologo Bannon ma fino a un certo punto, quando la priorità atlantica schiaccia il legame con la tradizione europea.

Trump fa gli interessi degli Usa, e fa bene a farlo, dal suo punto di vista. Ma il suo punto di vista non è il nostro, di italiani ed europei. So bene che non è interesse di Trump proteggere e valorizzare l’Europa, mentre lo è da parte di noi europei, naturalmente. Un sovranismo europeo rivolto all’esterno, congiunto al rispetto delle sovranità nazionali al suo interno, è quel che sostengo da tempo.

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