La Toga, la Cupola e gli italiani

Ma davvero vi aspettavate che la Corte costituzionale desse il via libera al referendum promosso dalla Lega? Ma in che mondo vivete, conoscete le biografie dei giudici costituzionali, chi li ha voluti lì, e più in generale conoscete le leggi inesorabili del potere, il loro reciproco sostegno? E la stessa cosa vale per la decisione della Cassazione in merito alla questione Carola Rackete; pensavate davvero che accadesse il contrario?

Per anni siamo stati abituati a considerare chi è al potere come la Casta. È tempo di fare un salto di qualità e considerare che il potere è oggi piuttosto la Cupola. La casta riguardava solo i privilegi, la Cupola è un assetto di potere interdipendente e non espugnabile in modo fortuito. La cupola è una struttura sovrastante che non accetta né immissioni di estranei, né circolazione delle classi dirigenti, né il minimo cedimento dei suoi assetti consolidati. I suoi metodi e i suoi scopi sono finalizzati alla pura conservazione del potere, allo scambio di favori tra poteri, all’associazione di scopo finalizzata al reciproco sostegno. Quello che il popolino al sud sintetizzava nella formula “mantienimi-che-ti-mantengo”, ossia uno regge l’altro ed ambedue impediscono l’accesso di estranei, outsider. La Cupola regge su un patto implicito, ma forte come il patto di sangue tra le cosche. E l’avversario è declassato al rango di nemico dell’umanità e dunque ogni mezzo è lecito per farlo fuori, o come scrive la Repubblica, per cancellarlo. Che si tratti d’intenzioni mafiose perseguite in modo incruento, nulla toglie al suo carattere puramente antidemocratico e antipopolare e al prevalere della conservazione del potere su ogni altra considerazione di giustizia, equità, rispetto. E l’idea che questo paese debba varare l’ennesima legge elettorale aggiustata sugli interessi del momento delle maggioranze parlamentari del momento, rende ancora più miserabile il ruolo della cupola. L’unica speranza è che anche questa volta la legge elettorale concepita per utilità di chi governa, cicero pro domo mea, si ritorca contro gli stessi partiti della Cupola. Resta che il ritorno al proporzionale sia un passo indietro sul piano della governabilità del paese.

Più in generale la vedo dura, la prospettiva che abbiamo davanti. Potete pensare finché volete che il governo abbia basi fragili e fradice, vedete pure traballare ogni giorno la loro intesa ed evidenziate pure tutte le contraddizioni del mondo in seno all’alleanza di potere. Ma nessuna Cupola al mondo decide di sciogliersi, lasciare il passo o rimettersi al verdetto popolare. Quindi questa permanente attesa del voto spazzatutto, dell’ordalia elettorale come giudizio divino – vox populi vox dei – è destinata a rimanere frustrata. La legge elementare dell’autoconservazione del potere, il puro criterio di sopravvivenza e la ferrea legge dell’oligarchia come già la chiamava Roberto Michels più di un secolo fa, rende impensabile ogni apertura di crisi. Non la vuole Sergio Mattarella, non la vuole la Corte Costituzionale, non la vuole il governo e i due più due partiti che lo sorreggono, con relativo sciame di parlamentari; magari non la vuole neanche una fetta di opposizione che teme di non tornare più in parlamento (settori di Forza Italia). Non la vuole l’Eurocupola, il Vescovado Bellaciao, il sistema dei media, i poteri “occulti”…

Quindi meglio non rinviare sempre tutto al momento glorioso del voto-verità; cercate di capire cosa fare nel frattempo e come prepararsi alla sfida, piuttosto che sperare che tutto si risolva col giudizio universale del voto. Certo, non si possono mai escludere imprevedibili colpi di testa e di scena, risse, defezioni e rovesci di fronte; ma non si può confidare sull’eccezione, bisogna fare i conti con la norma. E allora basta a tirare la corda sul voto e spostare continuamente l’aspettativa degli italiani in avanti, di votazione in votazione, di regione in regione, di sondaggio in sondaggio. Si deve intanto fare qualcosa per crescere, per dotarsi di una risposta politica convincente che non può esaurirsi nell’efficacia mediatica di due battute o nel vittimismo certificato e reiterato di vari episodi, con l’invocazione finale: ma la pacchia sta per finire, avete le ore contate.

No, qui non sta per finire un bel niente. Tre nullità come Conte, Zingaretti e Di Maio, il triangolo delle bermude dove sparisce ogni dignità e funzione politica, sono intrecciate e pur detestandosi hanno una sola priorità che li lega fino alla morte: campare, tirare a campare ad ogni costo. Perché se la giostra si ferma, loro dovranno scendere, non c’è verso.

In questa situazione, all’opposizione toccherebbe cominciare a lavorare per costruire il suo governo, il suo programma, la sua proposta politica, comunicando i punti di divergenza rispetto all’attuale conduzione. Dovrebbe lavorare a selezionare idee forti, candidati giusti e non scelti a vanvera, come ce ne sono alcuni in giro anche a livello amministrativo; alleanze interne e internazionali su cui puntare al momento opportuno, che non sarà probabilmente domani. Ad avere una strategia politica, si dovrebbe mettere a frutto il tempo che resta prima di tornare alle elezioni.

Piacerebbe molto agli italiani vedere il fervore operoso di un’officina al lavoro. Sarebbe segno di serietà, di affidabilità e riuscirebbe a trasmettere fiducia e aspettativa nella gente, molto più motivata del mantra “stanno cadendo ora arriviamo noi”, che non corrispondendo propriamente alla realtà rischia di tradursi in un boomerang di delusioni.

Perché in quel modo ci si mostra davvero forza di governo, pronta a guidare il paese, con uomini e temi qualificati, e non solo forza di opposizione, pronta ad attaccare la Cupola, il polpo e i suoi tentacoli.

MV, La Verità 19 gennaio 2020

 

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-toga-la-cupola-e-gli-italiani/

La gioia del presepe tornante

Di Marcello Veneziani

Il giorno dell’Immacolata, a casa mia, facevamo il presepe. Era un rito domestico di edilizia sacra che da bambino mi dava gioia. Riprendevano vita dopo un anno di latenza i personaggi, il bue, l’asino, le pecore e le oche, la grotta e la stella cometa. Si rianimava di luce la casa, gremita di angeli, pastori, sacra famiglia, montagne di cartapesta, fiocchi d’ovatta a mo’ di neve, ciuffi di muschio, specchietti rubati alla vanità femminile per fungere da laghetti. Era un work in progress, il presepe. All’inizio non era visibile il Bambino nella culla e i Re Magi erano fuori inquadratura, lontani dalla meta. Due venivano col cammello, uno era a piedi ma con un cappotto di cammello. Gesù sarebbe planato nella culla la notte di Natale, previo processione domestica. E i Re Magi sarebbero arrivati alla grotta solo alla Befana seguendo il navigatore stellare, il giorno prima che il presepe fosse smantellato.

Gli angeli appesi sulla grotta con un fil di ferro pendevano serafici e minacciosi, a volte cadevano dalla precaria sospensione facendo strage di pastori e papere. Era un piccolo incanto, e mi piaceva essere assunto da mia madre, direttrice dei lavori, come operaio del presepe. Riprendevano le loro postazioni i personaggi, di ognuno di loro sapevo la storia che mia madre si era inventata (utile ripasso fu da adulto quando mia madre raccontò le loro storie pure ai miei figli). Alcuni erano pellegrini, altri vendevano latte, merci e perfino cocomeri e a me sembrava strano che a Natale, con la neve sui monti, ci fosse pure quel frutto estivo. Ma tutto era miracoloso nel presepe, estate e inverno, oriente e occidente, vistosi anacronismi nei vestiti convivevano nel prodigio. Dava euforia il presepe, più dell’albero; con le sue luminarie intermittenti e le sue palle sgargianti mi ricordava più l’Upim o le vetrine che la nascita di Gesù.

Un anno però io tradì il presepe. Era l’8 dicembre, potevo avere dodici anni. A un tratto il telefono nero, appeso al muro, squillò per me. Ricevetti la prima telefonata di una ragazza. Era Maria Vittoria, andava nella sezione femminile, perché in quel tempo “sessista” le femmine erano in classi separate dai maschi. Mi chiese cosa stessi facendo e mi prese in giro quando candidamente confessai che stavo facendo il presepe. Mi disse perché non esci anziché fare il babbonatale. Snidato nella mia infanzia, abbandonai il lavoro sacro a metà dell’opera, e andai in piazza dove di solito ci sfioravamo col gruppo delle ragazzine. Ma lei non venne, forse perché pure a lei toccava fare il presepe. Tornai sconfitto come un disertore e un peccatore. Persi allora l’innocenza presepista, fu l’iniziazione alla pubertà.

Ma la passione del presepe restò anche da adulto e da genitore, nella nuova casa. Era però un presepe di pura rappresentanza, una sede distaccata. Il presepe vero, originale, si faceva sempre a casa dei miei, e così è stato fino a che mia madre visse; e anche oltre, con mia sorella. Tuttora facciamo nascere là il Bambino, previo processione in casa, non senza qualche ironia, con nipoti novizi che rimpiazzano i nonni; ma quel rito, oltre il miracolo di quella Nascita, evoca il ricordo degli assenti che in quei momenti sentiamo presenti. Col presepe tornano anche loro. In processione, il più piccolo porta il Bambinello. Quest’anno però i più piccoli sono gemelli e per evitare lotte fratricide si è pensato di riattivare anche un Bambinello di riserva. Ma avere un Gesù doppio dopo un Papa doppio, un Bambinello bis come il Conte bis, mi pare troppo.

Destò qualche raccapriccio anni fa la confessione di Umberto Eco: da ragazzo faceva la Madonna nel presepe vivente del suo paese. Spero che non avesse già la barba all’epoca della Santa Vergine. Ma non lo faceva per devozione o spirito natalizio, ammise; solo per vanità e privilegio, per stare al centro dell’attenzione e dietro le quinte del presepe. A questo punto meglio i presepi senza attori, così non si montano la testa.

Il presepe ha subito negli anni un paio di assalti. Il primo fu quando fu trasformato in una specie di congresso dell’ONU, in cui il messaggio non era più la nascita di Gesù, la santa maternità, la famiglia ma la società multirazziale fusa; pace pace, no al razzismo, accoglienza global, amnesty international. Anche gli angeli apparivano un incrocio tra i caschi blu e il gay pride.

Il secondo è invece ancora più radicale e mira ad abolire il presepe perché, dicono, offende chi è di altra religione. C’è sempre un insegnante idiota che propone ogni Natale di cancellare il presepe. Continuo a non capire cosa ci sia di offensivo in un presepe, quale nazionalismo e integralismo susciti, e perché non ci ha mai chiesto di abolirlo nessun islamico o buddista, anzi piace un sacco ai bambini di altre religioni e ai figli d’atei. Il presepe è un momento tenero che evoca una nascita, un dono, una comunità che si raccoglie intorno a una famiglia. Anche a non dare un significato religioso o confessionale è un evento lieto e armonioso intorno a una natività. Lo dice pure il Papa, anche nel nome del suo inventore, san Francesco.

Ho scritto più volte sul presepe (l’ultima volta in Ritorno a sud) considerandolo un caldo momento affettivo e comunitario, a casa come a scuola. Avrò lampi natalizi d’imbecillità ma quel rito ancora m’illumina d’incanto. Quel buio punteggiato dalle candele, quel calpestio domestico di nonni, padri, figli e nipoti in corteo come in un albero genealogico dal vivo, quelle voci stonate e vere, quelle stanze di sempre visitate con la luce tremula delle candele, quella famiglia intera che interrompe la vita consueta per seguire con dolcissima demenza un Bambino e cantare insieme Tu scendi dalle stelle, quegli auguri veri davanti alla grotta di sempre. La poesia semplice delle gioie durevoli che ti riconciliano col mondo, a partire dai tuoi cari.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-gioia-del-presepe-tornante/

Dio, la più grande scommessa

Di Marcello Veneziani

Ma dove si è nascosto Dio? Non lo trovi in giro, non lo trovi nella vita della gente, non lo trovi nel pensiero, non lo trovi neanche in Chiesa, da qualche tempo. Il vuoto che lascia è gigantesco, tutta la vita nostra si svolge intorno a quel buco nero. Due testi, uno nuovo e uno appena ristampato Lo evocano. Uno è un testo potente e biblico, Il libro di tutti i libri, di Roberto Calasso, il demiurgo dell’Adelphi, che gira attorno a Dio, senza affrontarlo. L’altro, agile, è Sulla fede (Ist. Enciclopedia Italiana) di Giorgio Pressburger per il quale “siamo condannati ad avere fede”.

“Tutti gli dei furono immortali” è invece la citazione ironica che ha dato il titolo a uno strano convegno su Dio nella magnifica certosa di Padula, con una compagnia assortita di testimoni, me compreso, nell’ambito del festival dell’Essere di Vittorio Sgarbi. Declinare l’immortalità al passato è un voluto non-senso, un ossimoro; per renderlo ragionevole dovremmo dire: Tutti gli dei furono creduti immortali. Ma la frase oggi vale a contrario: Tutti gli dei sono creduti inesistenti. In ambo i casi la questione riguarda noi, le nostre convinzioni, non gli dei. Nulla ci dice sulla loro esistenza/inesistenza.

Gli dei, in gruppo o ciascuno, sono morti più volte nella storia, e sono risorti in altre forme. A morire non sono gli dei, ma la nostra percezione di loro.

Della morte di Dio se ne parla dal tempo di Nietzsche. Conosciamo il giorno e il luogo in cui morì Dio: fu il 27 luglio del 1849 nella canonica dove abitava da bambino Nietzsche, A Rocken, in Sassonia. Quel giorno morì suo padre, pastore protestante. La sua morte costrinse la famiglia a lasciare la canonica, a perdere la casa, il luogo dell’infanzia di Friedrich. La morte di Dio annunciata in età matura, è la trasfigurazione della morte prematura di suo padre e dello sfratto dalla Casa del Signore, l’infanzia perduta a cinque anni.

La scomparsa di Dio prese poi la forma della teofobia, e più recentemente dell’ateismo pratico, ossia la rimozione di Dio senza affrontarlo, come se fosse un vaniloquio. E tuttavia la scomparsa di Dio ha fatto proliferare una miriade di surrogati e supplenti – storici, letterari, artistici, filosofici, politici – più uno sciame di divi e divinità passeggere. Al posto di Dio si è inalberata la libertà assoluta dell’Io, un dio che ha perso la testa. Al suo posto c’è l’etica, la legge, l’umanità. Al posto di Dio si ritiene il mondo in preda al Caos e al Caso. Curiosa sorte per un pensiero che respingeva l’idea di Dio come irrazionale e oscurantista e poi lascia le sorti del mondo in balia di un Signore ben più irrazionale e oscuro come il Caos/Caso.

Nel tempo degli dei scomparsi si addice dunque la nostalgia (alla Nostalgia degli dei ho dedicato un libro). Non è la nostalgia dell’Olimpo e del politeismo pagano, ma la nostalgia dei gradini verso il divino; è la nostalgia degli Intramontabili mentre noi tramontiamo, la nostalgia dell’Eterno e dell’Origine. Avere più dei significa riconoscere principi plurali, non consegnarsi a un solo dio terreno (l’Uno si addice al cielo, non alla terra e alle idee che la governano). In terra noi non possiamo conoscere l’intera, assoluta Verità ma solo frammenti: da qui “la poligonia del vero”, di cui parlava Vincenzo Gioberti: la Verità ha tanti lati e noi possiamo conoscerne solo alcuni. La Verità coincide con Dio, ma nessuno ne ha le chiavi e il possesso.

In questa luce chi è Dio? È il nome che diamo alla nostra mancanza, è ciò che non siamo e non possiamo. È il nostro limite. Possiamo andare oltre e dire: Dio è il nome che diamo al Mistero dell’Essere. Perché l’Essere o Dio noi lo intuiamo ma non riusciamo a pensarlo e vederlo per intero, esattamente come la Verità. Noi siamo dentro la sua Intelligenza, pensiamo in Dio. L’Essere-Dio precede il pensare, lo costituisce. Per Heidegger noi sopraggiungiamo troppo tardi per gli dei, troppo presto per l’Essere. Stando nel mezzo, viviamo la sua/loro assenza.

Ma a Dio inteso come Essere o Logos manca il calore affabile, umano, del Dio cristiano; manca Gesù Cristo, la storia, ci manca sua Madre, ci mancano i santi, ci manca la vita, la liturgia. Ci manca la famigliarità col divino, la grazia premurosa della Provvidenza, il conforto, la preghiera e la misericordia. Noi siamo dentro quella storia, quel racconto, quella tradizione e raffigurazione.

In Dio rivediamo il Padre, come Nietzsche vide la morte di Dio nella morte di suo padre. Nella Madonna vediamo nostra madre partita per il suo viaggio estremo stringendo tra le mani il rosario, il passaporto rilasciato dalla fede per accedere all’Aldilà. Illusioni, superstizioni? Meglio che il nulla, sostenne Vico, perché la superstizione è quel che resta, superstite, di verità perdute.

Torno al presente, anzi all’infinito presente globale in cui siamo immersi. La scienza, o la fisica, non confuta né conferma Dio, sposta solo i confini dell’ignoto. Ma non potrà mai illuminare l’infinito. Ci lascia al buio col cerino in mano, e a noi tocca scommettere, come diceva Blaise Pascal, su Dio o sul Nulla. Dio è un rischio, diceva il vecchio Prezzolini. La scommessa va oltre la scienza e oltre il pensare. La nostra mente, il nostro esistere e pensare ci portano a scommettere sull’Essere anziché sul Niente. A garanzia degli imputati di cui non si è provata l’innocenza o la colpevolezza c’è una formula nel nostro ordinamento giuridico: in dubio pro reo, nel dubbio ti assolvo. Nell’incertezza tra l’Essere e il Nulla, tra Dio e la sua inesistenza, scommetti su Dio. In dubio pro Deo.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/dio-la-piu-grande-scommessa/

Amazzonia, Migranti & Tortellini

Di Marcello Veneziani

Greto II, al secolo Bergoglio, ha indetto da oggi il Sinodo per l’Amazzonia, affermando la missione del cattolicesimo come guardia forestale del pianeta. Pochi giorni prima un “suo” nuovo cardinale, Mons. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, aveva esortato al tortellino dell’accoglienza, sostituendo la carne di maiale della tradizionale pietanza di san Petronio con la carne di pollo, compatibile con gli islamici (il prossimo sarà il tortellino vegano). Cresce il rimpianto del Cardinale Biffi, predecessore di Zuppi che diceva: “Mangiare i tortellini con la prospettiva della vita eterna, rende migliori anche i tortellini”. Un altro vescovo, Mons. Michele Pennisi di Monreale, era insorto contro il Ministro della Pubblica Istruzione, Lorenzo Fioramonti, che nel suo già ricco repertorio di cazzate, aveva annunciato l’intenzione di bandire il crocefisso della scuola per sostituirlo con una bella cartina del pianeta: ma il vescovo siculo non è insorto perché viene espulso Gesù Cristo in croce dalle scuole, ma perché una proposta del genere dà spago e voti a Matteo Salvini. Cristo non conta, è secondario, quel che conta è stanare Salvini, urge frenarlo, non fargli guadagnare consensi. Potrei continuare lungo la stessa linea, citando fiumi di episodi del genere he hanno come protagonisti prelati imbergogliti.
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Il disagio di dirsi italiani

di Marcello Veneziani

Neanche nelle dittature africane o nei regimi sudamericani succede che appena un leader politico lascia il potere sparano su di lui raffiche di processi per metterlo dentro o per sbatterlo fuori, col peana dei soliti sciacalli di professione, col sorriso di iena e la bava d’odio. Appena si è chiusa l’esperienza di governo, si è aperta la caccia grossa a Matteo Salvini: tra fondi russi e fondi bossi, voli di stato e di moto d’acqua, torture ai migranti e alle ong, si sono concentrate in un inquietante trailer tutte le minacce che pendono su di lui. Salvini rischia che il cumulo delle accuse si trasformi in pena di morte civile. Il reato vero di cui lo accusano è il doppio record di consensi popolari e di odio concentrico verso di lui di poteri interni e internazionali. Si conoscono già i programmi per eliminarlo: persecuzione giudiziaria, legge elettorale modificata, sordina mediatica.

Confesso che mi trovo a disagio a vivere in questa fase nel nostro Paese, che esito a chiamare Italia; mi vergogno nel vedere questo spettacolo di saltimbanchi e di cialtroni vendicativi e giustificarlo col suo rovescio, che è finita l’epoca dell’odio e della cattiveria, ora arrivano i buoni e l’umanità. Vivo con sdegno e preoccupazione la retata social contro gli iscritti a CasaPound e Forza Nuova, non dopo un episodio preciso – come le dichiarazioni d’odio dello scrittore Sandro Veronesi, dello chef Rubio, del giornalista Rai Sanfilippo, dell’ex-brigatista Raimondo Etro – ma in generale, per quel che sono, non già per quel che scrivono.

Confesso che mi vergogno da italiano nel vedermi rappresentato all’estero da un avvocato saltafossi, venuto dal vaffanculismo e approdato al paraculismo, premier nel vaniloquio e nelle citazioni farlocche per far capire in mezzo a tanti ignoranti che lui ha studiato; e cita ovvietà sconcertanti, del tipo “Hannah Arendt dice che in politica esistono i pregiudizi”. La banalità del tale… Immagino cosa penseranno in Europa e nel mondo quando lo vedono arrivare come un gagà a tempo scaduto: eccolo il tipico italiano, maggiordomo d’indole, servitore di più padroni, girella e trasformista. Lui conferma ai loro occhi il vecchio stereotipo dell’italiano tipo, suonatore di mandolino e cameriere che sventola il tovagliolo per invogliare a entrare nel ristorante, cicisbeo e compiacente.

Confesso che mi vergogno nel vedere lo spettacolino dei contorsionisti, in Rai, ai vertici delle Forze dell’Ordine, ovunque, fino a ieri silenziosi o addirittura collaborativi con la Lega e ora insorti, col loro antisovranismo a scoppio ritardato, vomitando parole meschine. Confesso che mi vergogno nel vedere le facce dopate del grillin meschino fino a ieri antisinistra e lo stesso Grillo che conclude miseramente una pur brillante carriera di comico e di leader. E le mezze calzette di sinistra elevate al soglio ministeriale, la ressa e la rissa per accaparrarsi i sottosegretariati, che arrivano a vagonate, come nei camion che distribuivano viveri. E poi le priorità di governo che si addensano all’orizzonte, tra suicidio assistito ed eutanasia, tassare i bancomat e il contante, riaprire i porti e i flussi clandestini, nuove tasse e vecchi merletti… Avrei voluto dire: saranno figli di puttana ma sono capaci, sanno governare; e invece neanche quello, al cinismo non corrisponde la capacità, sono davvero poca roba, li conosciamo dai precedenti, dai loro curricula, dai loro programmi, dalle loro intenzioni e dal cemento corrotto su cui regge la loro alleanza.

Confesso infine che avrei voluto dedicare questo scritto ad altri temi di più alto profilo; e sono costretto a rimandare pure una riflessione cruda e disincantata su Salvini, la Meloni, la consistenza dei sovranisti oltre i tweet, i selfie, i comizi, i cortei e i talk show. Ma che volete, quando ti trovi sommerso da questa marea di miserie, tutto viene sospeso e posposto, va in secondo piano; gli errori e i limiti degli uni sfigurano rispetto ai danni e alle carognate degli altri, e ti prende la voglia di dire e di usare toni forti e giudizi drastici. Non riesci nemmeno a farti prendere dal dubbio, quando ti accorgi sotto quale merdocrazia siamo costretti a vivere.

Poco tempo fa avevo rivolto un appello a riprendere la faticosa via del rispetto reciproco, a separare le critiche pur intransigenti dal disprezzo ad personam, a reintrodurre la civiltà del dialogo che seppure a sprazzi c’era fino a qualche anno fa. Un appello caduto nel vuoto, non ripreso da nessuno (unica eccezione Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità). Prevale l’omertà, l’astioso silenzio, il ringhioso disprezzo. E ti porta poi a concludere – dopo avere per una vita teso la mano per dialogare civilmente – che si, davvero, stiamo di fronte a un’associazione di stampo mafioso genericamente definita sinistra e a un circo di saltimbanchi grillini che per campare fanno capriole, cammino sul filo e si cambiano velocemente i costumi da pagliaccio.

Poi, dopo la tempesta subentra la calma. Ti distacchi dalla scena e li vedi con gli occhi dei posteri: cosa resterà di questo feroce carnevale dell’esteta diciannove? Pulvis et umbra. Un mucchio di polvere, tanto squallore. Tutto è così miseramente piccolo, labile, cagionevole che il vento se lo porterà via.

fonte – http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-disagio-di-dirsi-italiani/

Se è peccato baciare il rosario

di Marcello Veneziani

Atei dichiarati e preti bergogliani, laicisti e gesuiti del nuovo corso, clericali e anticlericali s’indignano uniti per i richiami di Matteo Salvini alla Madonna, al Rosario e al Crocifisso e lo trattano come un blasfemo indemoniato che si avventa sui simboli religiosi per trarre basso profitto elettorale. Già la composizione del fronte, atei e papisti, vescovi e miscredenti, dovrebbe creare imbarazzo. Abbiamo visto sui giornali battute e vignette contro Salvini che mettevano in bocca alla Madonna frasi così scurrili e dissacranti da far capire che non si tratta affatto di una difesa della fede e della Beata Vergine ma solo di un volgare attacco al Nemico Assoluto, prendendo in giro cristi e madonne.

Vorremmo andare al di là della becera polemica e soffermarci sul tema vero, la presenza di simboli religiosi e di richiami alla fede nella vita politica. Già due mesi fa notavo che per noi italiani non è una novità. Un partito ha campato al potere per mezzo secolo chiedendo di mettere una croce sulla Croce, ha usato il richiamo cristiano per scopi elettorali: lo slogan “in cabina elettorale Dio ti vede Stalin no”, diventò il biglietto da visita della campagna per il voto democristiano. Il Fronte Popolare nel ’48 fu sconfitto per l’uso vincente dei simboli religiosi nei comizi, nei simboli elettorali. Certo, erano sobri i De Gasperi e i Moro nei loro richiami alla fede e nessuno poteva dubitare che fossero credenti. Più evidente era il clericalismo di Andreotti pur allusivo, curvo e curiale.

In quegli anni c’era un fenomeno ancor più imbarazzante: non era solo la Dc a usare i simboli della fede per prendere voti e credenti ma erano le parrocchie, le diocesi a trasformarsi in comitati elettorali, distribuivano santini e impartivano istruzioni per il voto: è accaduto per decenni e in certe zone d’Italia ha continuato al tempo di Prodi e dell’Ulivo. E pure ora con Bergoglio… Persino dai pulpiti si facevano prediche mistico-elettorali per far votare Dc e certi candidati. A nulla valeva il richiamo di altri cattolici, di destra o di sinistra, missini e monarchici, liberali e socialisti, alla neutralità della Chiesa. Scherza coi fanti ma lascia stare i santi. Ma i filistei e i farisei, gli ipocriti, fingono ora di non ricordarsi.

Nel tempo a noi più vicino, a evocare i simboli religiosi in politica per difendere la nostra civiltà in pericolo è stata un’atea devota come Oriana Fallaci, e come lei altri giornalisti e intellettuali ex di sinistra che agitavano simboli religiosi per difendere l’Occidente minacciato. Siamo sempre nell’ambito della religio instrumentum regni, seppure in un rango più alto.

Ma la mescolanza di politica e religione è connaturata alla storia della civiltà. Non siamo islamici e remoto è il sogno medievale della teocrazia, ma il primo a usare come simbolo vincente la Croce in politica non fu un democristiano ma l’Imperatore Costantino quando vide in cielo un sostegno alla sua battaglia: In hoc signo vinces, con questo segno, la Croce, vincerai. E poi secoli di crociate, di regni e poteri ispirati da Dio. Persino il nostro laico stato moderno, la monarchia costituzionale italiana, nacque con una formula che sembra salviniana, perché riassume religione e populo sovrano: Per grazia di Dio e volontà della Nazione. Così s’insediò Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, nonostante la Chiesa.

L’esibizione di rosari e invocazioni alla Madonna nella bassa politica può infastidire i credenti. Dedicare al cuore immacolato della Vergine il ventre sporco della politica quotidiana personalmente non mi piace, è chiaramente strumentale.

Però c’è anche un altro modo di vedere le cose. Viviamo nell’epoca della scristianizzazione, la civiltà cristiana è sull’orlo del collasso, il nichilismo, il materialismo ateo e dall’altro versante il fanatismo islamico, avanzano paurosamente. E noi dovremmo ritirare nella sfera intima, privata, personale i segni della fede e i simboli della nostra civiltà, disincarnare la fede, salvo poi riusarla a sostegno delle politiche pro-migranti? Ratzinger sostenne la visibilità della fede, proseguendo sul piano pastorale la lezione di Giovanni Paolo II; sul piano teorico era stato il giurista cattolico Carl Schmitt a scrivere sulla visibilità del cattolicesimo. L’idea che esibire i simboli della fede sia atto osceno in luogo pubblico, e magari esibire la propria sessualità e omosessualità non solo sia lecito ma sia un esercizio di liberazione e di diritti, è una vera e propria perversione e un segno di morte della cristianità.

Cosa nuoce di più alla fede cristiana, l’ostensione dei simboli religiosi e il loro richiamo in contesti pubblici, politici, o la rimozione obbligata di quei simboli, la cancellazione astiosa nei luoghi comunitari e nelle

cerimonie pubbliche di tutto ciò che richiama la nostra civiltà cristiana, la nostra identità, tradizione e provenienza? Fa più male alla fede chi bacia in pubblico la croce o chi la nasconde, la calpesta, ne fa la caricatura?Quando vedi la campagna infame di tre parlamentari del Pd contro una giornalista del tg2, Marina Nalesso, che conduce il telegiornale con la croce al collo, come se il crocifisso sia un messaggio elettorale pro-Lega; o quando senti il grillino Nicola Morra arrivare a pensare che Salvini esibisce un rosario e così lancia un segnale alla ‘Ndrangheta (argomentazione a cui non si può replicare, se non chiamando la neuro), ti dici: ma in che modo rovesciato, in che gabbia di matti e miserabili, ci troviamo a vivere?

Il discorso serio da fare, invece, è sulla separazione o meno tra sacro e profano, tra religione e politica, tra fede visibile o interiorizzata, come vorrebbe il protestantesimo. Se perfino un canto di Natale, un presepe a scuola, una medaglietta della Madonna al collo, magari tenero retaggio dell’infanzia e dell’amore materno, costituiscono un attentato alla laicità dello Stato e ai diritti dei non credenti o dei credenti in altre religioni, allora aspettatevi che quei simboli soppressi nei luoghi pubblici rispuntino poi in forma pop nell’arena politica. Non auspichiamo che la religione scenda al rango di politica, ma che la politica salga sul piano dei valori e dei principi.

Dal punto di vista religioso si potrebbe azzardare l’ipotesi manzoniana che la Provvidenza si serva anche degli strumenti più impensati, delle occasioni più strane e delle persone più imprevedibili per rianimare la fede, i simboli e la devozione spenta. Magari dietro la becera diatriba tra madonnari e iconoclasti, riaffiora quell’Immagine, si riprende il confronto con la dimensione del sacro, si rivede il Crocifisso, e la Madonna, il Rosario e le figure dei Santi. E le icone, già al solo evocarle e figurarle, ci prendono per mano e ci portano lontano. Leggete Pavel Florenskj per capirne il significato. Magari qualcuno crede di usare la fede nelle sfide terrene; e invece è la Provvidenza che sta usando loro, come ignari veicoli della fede. Volesse il cielo…

MV, La Verità 26 agosto 2019

fonte – http://www.marcelloveneziani.com/articoli/se-e-peccato-baciare-il-rosario/

Poi c’è l’Italia

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Poi c’è l’Italia

Fonte: Marcello Veneziani

Poi c’è l’Italia. E ci sono gli italiani. Quelli che ascoltano sconcertati e indifesi le registrazioni da Bibbiano e vedono la famiglia sotto attacco, i bambini plagiati e costretti a denunciare i loro genitori per abusi inesistenti. Quelli che vedono in tv un marocchino che strazia con otto coltellate una barista a Bologna. Quelli che vedono altre ondate di migranti a bordo, stremati e malati, e poi si scopre che si tratta solo dell’otite di un passeggero; vivono la tragedia di essere imbarcati da giorni mentre, si sa, venivano da una vita agiata, da un’attesa confortevole in Libia, e sono stati costretti da qualcuno a imbarcarsi… E questa sarebbe l’emergenza nazionale, la priorità assoluta per il governo che verrà, mentre gli italiani vivono con disagio in un paese calante ed inefficiente, sentono la pressione e l’oppressione dell’Europa, temono l’aumento dell’Iva e le mazzate del fisco, si sentono indifesi, isolati, raggirati, per giunta in balia di magistrati irresponsabili e schierati.

Vedono che la realtà è da una parte e la rappresentazione e soprattutto la rappresentanza va da un’altra. Si può parlare restando decenti di un governo giallorosso che parte con l’80 per cento di contrari tra il popolo sovrano? Quattro italiani su cinque non vogliono un’alleanza grillina-sinistra; e noncuranti il Palazzo, i Media, il Patriziato euro-nazionale, si spende tutto per quell’alleanza. Dalla sinistra estrema ai moderati illuminati, dai vecchi marpioni del regime ai grillini antisistema, dai giornaloni ai travaglio, tutti – cani e porci, più gentil farfallette – nell’arca di Noè anti-voto e anti-salvini. Continua a leggere

Liberarsi dai grillini

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Non so come finirà la crisi al buio che si è profilata dopo le elezioni europee. Ma una cosa sento di dirla sopra tutte e a prescindere da qualunque cosa accadrà: è bene che quest’anno “bellissimo”, come lo annunciò il premier Conte, sia l’anno in cui i grillini usciranno dal governo e non metteranno più piede nei luoghi di comando e di alta rappresentanza dell’Italia. All’opposizione ci possono pur stare, perché a protestare possono pure avere un loro residuo senso. Ma è necessaria una diffida politica, elettorale, popolare perché non osino più avvicinarsi alle istituzioni e alla guida del Paese. Perché sporcano, infangano, discreditano lo Stato, le Istituzioni, la storia, la cultura, i simboli della nostra Patria e insieme bloccano, frenano, deprimono la vita e le opere di questo Paese. Con l’aggravante che tutelano, col loro pauperismo straccione, solo l’Italia parassita, fancazzista e rancorosa o nella migliore delle ipotesi, l’Italia più misera e plebea, con sussidi puramente assistenziali. Salvo allinearsi agli europotentanti e a tutti gli altri partiti dell’establishment per eleggere la presidente della commissione europea.

La logica bestiale dell’uno vale uno, la finzione della democrazia diretta, la negazione assoluta di ogni merito, capacità, titolo di studio, esperienza e curriculum, sono il colpo di grazia per un paese già disabituato alla meritocrazia, poco incline a rispettare lo stesso dettame costituzionale sui “capaci e meritevoli”. E poi è vistosa la loro incapacità di capire le priorità reali dell’Italia e l’effettiva condizione del nostro paese; la loro ignoranza è enciclopedica, universale e militante; vistosa l’incapacità di capire e fronteggiare le situazioni di bilancio, annunciando di voler compensare con ridicoli risparmi (che però assecondano la furia punitiva verso qualche categoria vera o presunta di privilegiati) spaventosi buchi miliardari…

E per finire, il loro radicalismo antisistema diventa conformismo piatto e fesso rispetto al politically correct, imitazione tardiva e analfabeta della sinistra, un sessantottismo con mezzo secolo di ritardo. E poi sono allineati in funzione antisalvini a tutta la trafila di pregiudizi sinistresi: l’antifascismo, il trans-femminismo, l’omolatria e l’lgbt, la libera droga, l’indulgenza verso la delinquenza, le porte aperte ai migranti, l’elogio dei rom… E si potrebbe continuare. Il peggio del peggio della sinistra, la sua versione grezza e ignorante, oltreché tardiva e kitsch, senza neanche la tensione ideale e la consapevolezza ideologica.

Non si può più aspettare, game is over, il tempo è scaduto, è necessario che i grillini spariscano dal governo in fretta e non vi mettano più piede. E se qualcuno dopo averli visti all’opera al governo, osa ancora pensare che possano essere alleati di governo dovrebbe meritare una punizione elettorale di pari grado. Lo dico a chi a sinistra s’illude sotto-sotto di poter stringere un patto coi grillini e sostituirsi ai leghisti nello sciagurato contratto.

Ma il paradosso dei paradossi, che indica poi la malafede dei mass media, dell’istituzioni, di molte forze politiche, è riversare tutta la situazione di crisi, di stallo, di ingovernabilità del paese, sull’alleato Salvini. Gli si attribuisce di tutto, dalla deriva nazista all’impennata dello spread, alla paralisi del paese. Quando pure un bambino sa chi tra i due alleati non vuole cantieri né opere pubbliche per paura dei ladri; non vuole riforme per sbloccare lo stallo ma solo soldi da spendere per scopi assistenziali; non vuole alleggerire il fisco per rilanciare l’economia del nostro paese; non ha un’idea neanche vaga di cosa sia amministrare e non conosce l’abc più elementare della sicurezza, dell’ordine, dell’efficacia e dell’efficienza.

Allo stato nascente il movimento 5 stelle portava una ventata d’aria fresca nel Palazzo, si poneva contro i poteri forti europei e transnazionali ed era guidato da un guitto di talento come Beppe Grillo. Poteva avere una funzione di rottura, segnare una discontinuità col precedente. E ogni critica alla loro inadeguatezza e ignoranza veniva compensata in partenza dal ragionamento speculare: se gli esperti, gli adeguati, i competenti ci hanno portato in questa situazione, a questo punto è meglio provare coi nuovi, coi marziani piuttosto. Ma ora che li abbiamo sperimentati più di un anno al governo, alla guida delle istituzioni, dobbiamo riconoscere che sono stati il punto più basso della politica in Italia, persino peggiore dei corrotti e dei ladri del passato, persino peggio dei marpioni moderati e dei faziosi sinistrorsi. E oggi il loro fallimento rischia di legittimare tutta la politica pregressa.

Peraltro, i grillini non vengono da alcuna passione ideale ma solo da rabbia e protesta, non hanno idee neppur vaghe, non hanno una linea e un orientamento; non sono al di là della destra e della sinistra, come dicono, ma al di qua, al di sotto, in quel magma indefinito che abbiamo troppo generosamente battezzato populismo. Ma neanche di populismo si tratta, perché la struttura è verticistica e settaria, da Grillology, con sistemi di consultazione controllati dall’alto e veicolati dalla dirigenza, e con finte prove di sovranità popolare che riguardano sempre poche migliaia di adepti. Per loro non esiste il giusto e l’ingiusto, il vero e il falso, il bene e il male ma lo decreta la rete, orchestrata dalla Casaleggio & Associati, e poi interpretata. E per rete s’intende sempre un campione perfino meno attendibile degli exit poll…

Abbiamo avversato le elezioni anticipate, temendo che sarebbero state l’occasione per restituire l’Italia ai potentati di sempre, magari tramite un governo tecnico o comunque un interregno che servisse a sbollire il consenso a Salvini e permettere a Mattarella di rilanciare il suo partito di riferimento, il Pd. Ma giunti a questo punto non c’è rischio all’orizzonte che non valga di correre rispetto alla certezza di averli visti all’opera al governo. Il Nulla assoluto e la negazione di ogni senso della realtà, dell’Italia, delle urgenze, della storia. Cacciamoli a furor di popolo, non c’è altro tempo da perdere.

MV, Il Borghese (luglio 2019)

FONTE http://www.marcelloveneziani.com/articoli/liberarsi-dai-grillini/

I danni di Basaglia, lo psico-comunista

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Il 13 maggio del ’78, la pazzia fini in mezzo alla strada. A quarant’anni dalla fatidica legge 180, c’è aria di santificazione per Franco Basaglia, promotore della legge che aboliva i manicomi in Italia. Già gli furono dedicati fiction e santini ovunque, lui il leader italiano dell’antipsichiatria. Ne parlo per esperienza diretta, non in veste di psichiatra né di matto, come forse alcuni di voi sospettano, ma perché sono nato e cresciuto nella città dei pazzi, Bisceglie. Un centro che aveva nel suo cuore un grande manicomio, il più grande del sud e qualcuno – forse malato di megalomania – diceva addirittura d’Europa. Un manicomio, la casa della Divina Provvidenza, che accoglieva migliaia di malati, dava lavoro a migliaia di infermieri e medici e aveva diramazioni a Foggia, Potenza, Palestrina e Guidonia.

Beh, io ricordo la tragedia prodotta dalla legge 180, cosa volle dire il «liberi tutti» ordinato alla follìa; quali drammi scatenò, quanti abbandoni e solitudini, matti allo sbando, incapacità delle strutture ospedaliere di accogliere i dementi in crisi, tormenti delle famiglie che si trovarono a dover sopportare, spesso in condizioni di povertà e di ignoranza, l’arrivo del famigliare pazzo. Quanti dolori esplosero allora e non trovarono strutture pronte ad aiutarli; leggete Mario Tobino che ebbe analoghe esperienze in manicomio da medico. Sarebbe follìa idealizzare i manicomi, ce n’erano alcuni che erano veri lager. Nessuno rimpiange la segregazione della follìa, che fu un frutto perverso del razionalismo scientista, perchè i manicomi sono figli dei lumi e della scienza positivista. Sappiamo quanti maltrattamenti e abusi, anche sessuali, quante speculazioni sulla pelle dei matti. Ma la loro abolizione, insieme all’assurda teoria che la malattia mentale non esiste, ma è frutto dei rapporti di classe e delle condizioni sociali, come sostenevano i seguaci sessantottini di Lang, Basaglia e dell’antipsichiatria, produsse ferite e traumi giganteschi. Di tutto questo non si racconta nella lirica epopea di Basaglia e lo si celebra come un Liberatore. L’idea che si potesse abolire la realtà e con la realtà la pazzia, fu la vera aberrazione ideologica di questa nociva filantropia. Fu l’egualitarismo, il comunismo applicato alla psiche; fu il delirio dell’immaginazione al potere che si fece antipsichiatria. Continua a leggere

Siete visionari

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Ogni civiltà è animata e sorretta da una visione del mondo. I tedeschi la chiamano Weltanschauung, è una concezione della vita in relazione al cosmo e alle cose visibili e invisibili, concrete e spirituali. Proviene dalla religione, attinge dall’arte e dal pensiero, si lega ai caratteri, i costumi e le tradizioni, si riconosce in una storia. Una visione del mondo funge da modello e da idea fondativa, da riferimento comunitario e da orientamento per la vita; è stato il punto di coesione di ogni civiltà. Per la prima volta nella storia la nostra società si connota invece per l’assenza di una visione del mondo, anzi per il suo rovesciamento: la globalizzazione è infatti il mondo come fatto, senza visione. Il suo principio metafisico è la libertà da ogni visione, il suo orizzonte è la tecnica, il suo paradigma è l’economia, la sua sovranità è l’individuo, a prescindere dalla comunità in cui è situato. Tutto è revocabile rispetto alla natura, tutto è inarrestabile rispetto alla tecnica. Questa è la prima società che rifiuta di riconoscersi in una visione del mondo; la prima senza un modello di riferimento. Volta le spalle a Platone, respinge un’idea del mondo che vede destituito d’ogni fondamento; o se preferite, rigetta un pater, cioè un paradigma di riferimento. Il pater, o il canone, puoi anche confutarlo e perfino ribellarti, ma è necessario.

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