Articoli con tag Marcello Veneziani

Toti, Mara e il Mago

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Toti e Mara, ecco la nuova coppia di conigli che il Mago Silvio Berlusconi ha tirato fuori dal cilindro per rilanciare Forza Italia. Una bella trovata, non c’è che dire, che conferma il grande estro del Prestigiatore di Lungo Corso. Perché in una mossa è riuscito ad assorbire il dissenso interno, a ridimensionare Tajani e i perdenti del giorno prima, a dare l’idea di un cambio di passo e a lanciare un messaggio double face al mondo esterno – uno a nord e l’altro a sud, uno con Toti pro Salvini & Meloni associati, l’altro di segno opposto con la Carfagna, che da tempo si distingue per posizioni liberal-radicali e femministe-politicamente corrette. A parte questo, si tratta di due figure spendibili e presentabili. Se consideriamo quanti delfini ha lanciato e bruciato Berlusconi in questi anni possiamo dire che con l’ultima rinascita siamo a Forza sei o Forza sette.

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Fonte – http://www.marcelloveneziani.com/articoli/toti-mara-e-il-mago/

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Salvini tra Draghi e Trump

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani
Ma tu sei con Trump o con Draghi? È il referendum che scorre nei media in questi giorni, col sottinteso che Draghi è uno dei nostri, italo-europeo, e se tu ti schieri con Trump, tradisci il sovranismo. Non entro nelle tifoserie opposte e non entro nel merito della guerra economica che si sta preparando. Non ne avrei la competenza. Faccio delle considerazioni d’altro tipo.

Se dovessi dire, tra Trump e Draghi magari preferirei Putin, con tutti i suoi difetti d’autocrate venuto dall’Urss e le sue lontananze, ma lo preferirei sul piano dei principi e di una visione geopolitica a lungo raggio. Però la realtà è un’altra cosa. Reputo la linea di Draghi a beneficio all’Europa e all’Italia, almeno dal punto di vista strettamente finanziario. Ma se susciterà una forte contromossa trumpiana non so se davvero sarà proficua o meno per l’Italia e per la stessa Europa.

Se dovessi giudicare a pelle, non ho alcuna simpatia per Trump. Ho tifato per lui perché non sopportavo i suoi nemici, tanti: l’establishment, il mondo fricchettone e radical-snob di NY e di Hollywood, le tre o quattro famiglie che comandano negli Usa, il politically correct. Ma non lo amo per quel che è, per quel che esprime, per il ciuffo e il tono di voce, lo stile. Dicono che abbia sparato diecimila bugie da quando è alla Casa Bianca. Io sono più salomonico: ne ha sparate cinquemila lui e cinquemila ne hanno sparate contro di lui. E non solo: le sua bugie non sono servite a lui a coprire il suo operato effettivo, ma sono servite ai suoi nemici per occultare i grandi risultati che ha ottenuto sul piano dell’economia, dell’occupazione, del rilancio.

Se dovessi scegliere tra lui e l’Europa, nonostante tutto io sceglierei l’Europa; è la stessa ragione per cui vedo con favore l’ideologo Bannon ma fino a un certo punto, quando la priorità atlantica schiaccia il legame con la tradizione europea.

Trump fa gli interessi degli Usa, e fa bene a farlo, dal suo punto di vista. Ma il suo punto di vista non è il nostro, di italiani ed europei. So bene che non è interesse di Trump proteggere e valorizzare l’Europa, mentre lo è da parte di noi europei, naturalmente. Un sovranismo europeo rivolto all’esterno, congiunto al rispetto delle sovranità nazionali al suo interno, è quel che sostengo da tempo.

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Finitaly

L’Italia finisce ecco quel che resta, era un’opera famosa di Giuseppe Prezzolini uscita in America giusto ottant’anni fa col titolo The Legacy of Italy. Tornò in libreria in Italia nel 1958 con quel titolo verace e sconfortante.

Sono passati tanti anni ma la percezione di un’Italia che finisce si è fatta più acuta e intimamente contraddittoria. Ma quando finisce di finire questa benedetta Italia, se da secoli si annuncia il suo declino, e se da sessanta e più si annuncia il suo tramonto? Eppure quando Prezzolini pubblicava quel libro, l’Italia era in pieno boom economico e demografico, era in crescita, stava velocemente passando da paese agricolo e premoderno a paese industriale, impiegatizio, con un indice di benessere mai visto, l’istruzione obbligatoria e l’alfabetizzazione cresciuta grazie soprattutto alla tv. Sarebbero stati non solo gli autori antimoderni ma anche poeti come Pasolini o registi come Antonioni in Deserto rosso a raccontare il lato b del benessere e del consumo, il degrado nel cuore della crescita, la regressione dietro il trionfale progressismo. Però gli indicatori biologici ed economici allora erano in crescita: i figli stavano meglio dei padri, da genitori analfabeti venivano fuori figli laureati, era un boom di insediamenti industriali, di edilizia, di scuole e negozi, l’emigrazione si era fermata, e gli italiani, i meridionali sopra tutti, erano in forte espansione demografica. Il paese poteva essere spiritualmente declinante, ma era biologicamente rampante.

E oggi? Oggi il Declino di cui diffusamente si parla – e che dà il titolo a un testo recente di un economista, Andrea Capussela – non è più una percezione opinabile. La fine dell’Italia poggia su dati numerici, è quantitativa oltre che qualitativa, è materiale oltre che spirituale, è biologica oltre che culturale. Il prefatore del libro, Gianfranco Pasquino se la prende col governo in carica, ma i dati più preoccupanti non sono economici e politici ma anagrafici e demografici. In Italia i morti superano i nati, i vecchi superano i giovani, per ogni laureato che se ne va dall’Italia sono arrivati tre migranti senz’arte né parte. Ecco il dramma italiano in tre atti. Non è solo l’arrivo dei migranti, come a volte si semplifica, perché le emergenze demografiche del nostro Paese in realtà sono ben tre, e intrecciate.

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Soluzione finale per l’Europa

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani
L’Italia mediterranea e cattolica è una fettina di terra e di civiltà minacciata dal fanatismo neo-islamico che viene dal sud e dal nichilismo libertario che viene dal nord. Entrambi nel loro estremo gradino tendono a uno stesso fine, anzi a una stessa fine, la soluzione finale. La morte nel nome di Dio e della sua Legge o nel nome della nostra assoluta libertà e totale autodeterminazione. A volte le due insidie non provengono da direzioni opposte, cioè dai flussi migratori che premono sulle nostre coste meridionali e dai modelli culturali che discendono dai paesi di provenienza protestante e calvinista. Ma provengono ambedue dall’Europa del nord, dai giovani neo-islamici di seconda o di terza generazione, nati e cresciuti in Francia, nei Paesi Bassi, in Inghilterra e in Germania. E dai ragazzi che vivono nelle società più avanzate del nord Europa, sul piano dei diritti umani: vale a dire l’Olanda, il Belgio, i paesi scandinavi, la stessa Svizzera. Quel che colpisce in entrambi i casi è la persuasione di morte che accompagna le loro esperienze più estreme, più radicali. Gli uni uccidono per purificare il mondo e onorare il loro Dio, tener fede alla loro religione e punire gli infedeli e alla fine si dispongono a morire nel nome di Allah. E gli altri prevedono che una vera libertà, un vero diritto alla piena sovranità della propria vita, preveda che in caso di depressione, di rifiuto di vivere, di sofferenza si possa esser liberi di togliersi la vita. Insomma l’atto supremo della fede degli uni e della libertà degli altri è lo stesso: la soluzione finale. Liberta per la morte. L’abissale differenza, va detto, è che i primi coinvolgono gli altri, anzi danno la morte agli altri e in secondo tempo a se stessi, mentre i secondi danno la morte a se stessi e la garantiscono agli altri che lo decidano in autonomia.

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Il populismo è finito, anzi è rinato tre volte

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Nel frangente delle elezioni europee e dei mutati assetti internazionali ci siamo persi il populismo. Era la chiave di lettura dominante fino a qualche mese fa, poi diventò sottofondo e sottinteso, adesso è scomparso dai radar del nostro tempo e del nostro lessico. Difficile ora localizzarlo e non solo perché è una massa gelatinosa e volubile.

Che fine ha fatto il populismo? Di mezzo c’è stato il tracollo dei 5Stelle, il movimento populista allo stato puro, nel senso di primitivo, grezzo, puerile. Poi c’è stata la sostituzione mediatico-ideologica del populismo con categorie venute dal passato in un delirio crescente che va dal nazionalismo al fascismo e dal nazismo al razzismo. Ma non basta.

Ci sono due ragioni più forti che hanno decretato la trasformazione radicale del populismo. La prima, vistosa, sancita a furor di popolo, è il passaggio dalla fase fluida e puerile a una più matura, più definita, più adeguata alle responsabilità di governo. Il populismo è stato sostituito dal sovranismo, in Italia e nel mondo, che ne eredita il magma però si spinge oltre, lo delimita in precisi concetti e in spazi politici ben marcati: la sovranità dei popoli, della politica e degli stati nazionali, il senso della realtà e dei confini, la protezione economica dei popoli e dei prodotti “nostrani”, il richiamo alle tradizioni civili e religiose, la decisione sovrana, la sicurezza. Se si fa riferimento alle esperienze politiche più significative, l’arco che va da Trump a Orban e i paesi di Visegrad, passando per l’Italia di Salvini, il boom di Farage e di Marine Le Pen, fino all’India di Modi e al Brasile di Bolsonaro, Il termine populismo non basta più, è insufficiente a designare il fenomeno, perché collegandosi con la tutela del primato nazionale, la politica decisionista e il richiamo civile-religioso, il populismo è rimasto un humus di base ma è diventato altra cosa.

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Finite le ideologie, resta l’odiologia…

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

“Ricordo come fosse ieri Massimo Cacciari ed io andavamo per Roma quasi rasente ai muri, accompagnati da un Marcello Veneziani che non era ancora il notissimo e rispettato intellettuale di destra che è oggi, per poi recarci a casa di Gianfranco de Turris, altro intellettuale di destra. A cena conclusa e per un paio d’ore ci confrontammo civilmente loro due e noi due per esporre le nostre rispettive posizioni ideali. Negli anni settanta un tale colloquio sarebbe stato umanamente impossibile” – Così scrive Giampiero Mughini nel suo ultimo libro Memorie di un rinnegato (ed. Bompiani) e cita altri incontri successivi tra intelligenze di destra e di sinistra degli anni ottanta. La serata a cui si riferiva era l’inverno dell’81 e lasciò traccia sul numero unico della rivista Omnibus, da me diretta per le edizioni Volpe. Avevo 26 anni, loro erano vicini alla quarantina, ma ci sentivamo tutti reduci da una guerra ideologica. È vero, quel dialogo “negli anni settanta sarebbe stato umanamente impossibile”; ma impossibile sarebbe stato poi nei nostri anni.

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Il sovranismo non è un fenomeno passeggero

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Vi siete ripresi dall’overdose di video e di commenti, di analisi, tabelle e dichiarazioni? Proviamo a cambiare prospettiva, dopo una piccola notazione preventiva. Sono vistosi i vincitori, Salvini e Meloni, ma chi sono gli sconfitti, oltre i 5stelle? Direi soprattutto tre competitori extrapolitici: i magistrati in campagna elettorale, i media compatti contro Salvini e il bergoglismo da asporto. Le vittorie simboliche della Lega a Lampedusa, Riace e Capalbio lo sanciscono.

Ma lasciamo stare i trionfanti, i crescenti, i caduti, i declinanti. Lasciamo stare gli eletti e i trombati, i nomi e i partiti, le analisi dei flussi e dei riflussi. Proviamo a salire di un piano, ponendoci sul piano degli orientamenti di fondo e chiedendoci non chi ha vinto ma cosa ha vinto.

Come è cambiato il quadro politico e culturale? Si è delineata una grande, sostanziale divaricazione: emerge, come avevamo previsto, un bipolarismo di contenuti tra gli eredi della sinistra e gli eredi della destra. Da una parte è cresciuto un fronte che supera il 40 per cento dei consensi e che si definisce sovranista: rappresenta i temi della sicurezza, lo stop ai flussi migratori, la tutela della famiglia, la rivoluzione fiscale e le opere pubbliche, la difesa dei confini, della sovranità politica, popolare e nazionale. Dall’altro versante ritorna in campo la sinistra con posizioni esattamente opposte ai sovranisti in tema di Europa e di migranti, di bioetica e di sicurezza, di economia e di sovranità. È una forza di netta minoranza, che oscilla tra il 22 e il 28 per cento, se si considera l’intero versante sinistro, inclusa la Bonino, pur con forti insediamenti in alcune città e una vasta ramificazione nei gangli vitali della società e nelle élite: nella scuola e nella cultura, nella magistratura e nella stampa.

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I Mostri di oggi, i Draghi di domani

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

In una domenica di maggio travestito da novembre arrivò finalmente il giudizio di Dio, l’ordalia elettorale che dovrà decidere i sommersi e i salvati, o se preferite, i salvini e i dannati. Giorno importante dal punto di vista simbolico, prima che politico. Ma come è stato raccontato questo 26 maggio dai media e dai poteri storti? Come il giorno dei mostri. Euromostri da abbattere, detti sovranisti, presentati come un pericolo per l’umanità, per l’Europa e per i singoli paesi.

Ma per sostituirli come, con chi, con che cosa? Ecco, questo è il mistero glorioso di questa tornata elettorale. In Italia tutti sanno bene che non ci sono alternative praticabili in campo, nessuno degli avversari del Mostro a due teste ha la possibilità di vincere e poi di cambiare il governo del nostro paese. Sono forze che nella migliore delle ipotesi raccolgono la quinta parte dei votanti o che sono largamente al di sotto, e non ci sono cartelli di alleanze alternative.

La chiamata alle armi contro il nazismo tornante produrrà effetti elettorali minimi, se non ridicoli, a vantaggio delle forze che si oppongono al Mostro. Nella realtà presente non c’è nessuno che possa sfidare seriamente il governo in carica con qualche possibilità di sostituirvisi. E tantomeno in caso di elezioni politiche anticipate: non si può governare senza affiancarsi, e in posizione di minoranza, a uno dei due mostri in questione. O governi con la Lega o governi coi grillini. Non c’è altra soluzione.

Nella sua formidabile performance in cui sembra restaurato come la pellicola di un vecchio film, Berlusconi Settebellezze finge di essere ancora lui il leader del centro-destra con un’incrollabile fede in se stesso – un caso di sconfinata auto-ammirazione. Immagina che la Lega possa rientrare nell’ovile e farsi dirigere da lui, che a suo dire è la Mente, mentre loro sono le braccia o i piedi, personale di servizio o di locomozione.

La sinistra fa ancora peggio: attacca il Mostro per antonomasia, Salvini, ma assicura che non si fidanzerà col Mostricciattolo, cioè l’alleato Di Maio. Dopo il voto magari ci sarà il distinguo: nessuna alleanza con Di Maio ma con un Figo, per esempio, si. Ma intanto la loro fattura di morte sul governo, in che cosa concretamente si traduce?

In un sogno proibito, che Berlusconi ha appena accennato, che Mattarella non ha mai pronunciato, e che la sinistra finge di non conoscere. Il sogno è Draghi. Mario Draghi, Sir Marius Drake per la letteratura globish.

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Piaccia o no, il sovranismo sveglia l’Europa

di Marcello Veneziani 

Fonte: Marcello Veneziani

I carri allegorici dell’eurocrazia sfilano uniti contro il pericolo nazional-sovranista e i suoi richiami mitologici veri e presunti. Napolitano, Prodi, Monti, Moscovici, il Collettivo Direttori dei Giornaloni all’unisono con l’Arco Euro-Costituzionale nostrano, si sono mobilitati contro il Pericolo Imminente, il sovranismo di casa e il sovranismo di fuori. L’allarme non è giustificato dalla minaccia di un golpe o di una rivoluzione armata – anche se i sovranisti vengono decorati con vecchi fregi nazifascisti – ma nasce dal terrore che il popolo europeo, in libere, pacifiche e democratiche elezioni, decida una svolta.

Non so se i sovranisti avranno davvero i numeri per capovolgere gli assetti di potere dell’Europa; non so se riusciranno a trovare un punto di convergenza ampio, pur nelle loro diversità nazionali e se troveranno alleati lungo la strada o in parlamento. E ancora non so se i sovranisti saranno in grado di far cambiare – e in meglio – quest’Europa asfittica e lacerata che ci ritroviamo addosso. Non so nemmeno se avranno strategie e non solo slogan, se avranno statisti o solo tribuni delle plebi scontente; insomma se saranno all’altezza della sfida. Non lo so, e magari dovremmo provarli su strada prima di bocciarli in salotto. Prosegui la lettura »

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Piaccia o no, il sovranismo sveglia l’Europa

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

I carri allegorici dell’eurocrazia sfilano uniti contro il pericolo nazional-sovranista e i suoi richiami mitologici veri e presunti. Napolitano, Prodi, Monti, Moscovici, il Collettivo Direttori dei Giornaloni all’unisono con l’Arco Euro-Costituzionale nostrano, si sono mobilitati contro il Pericolo Imminente, il sovranismo di casa e il sovranismo di fuori. L’allarme non è giustificato dalla minaccia di un golpe o di una rivoluzione armata – anche se i sovranisti vengono decorati con vecchi fregi nazifascisti – ma nasce dal terrore che il popolo europeo, in libere, pacifiche e democratiche elezioni, decida una svolta.

Non so se i sovranisti avranno davvero i numeri per capovolgere gli assetti di potere dell’Europa; non so se riusciranno a trovare un punto di convergenza ampio, pur nelle loro diversità nazionali e se troveranno alleati lungo la strada o in parlamento. E ancora non so se i sovranisti saranno in grado di far cambiare – e in meglio – quest’Europa asfittica e lacerata che ci ritroviamo addosso. Non so nemmeno se avranno strategie e non solo slogan, se avranno statisti o solo tribuni delle plebi scontente; insomma se saranno all’altezza della sfida. Non lo so, e magari dovremmo provarli su strada prima di bocciarli in salotto.

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