La più bella battuta sull’Italia: “è un Paese serio”

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Ma davvero l’Italia di oggi è un modello di serietà per il mondo intero, come sostiene il presidente Mattarella nella stizzosa replica al premier britannico, conservatore e amante dell’Italia, Boris Johnson? Mattarella avrebbe potuto vantare l’ingegno italiano, la laboriosità di tanti suoi cittadini, la gloriosa civiltà su cui siamo seduti, la bellezza dei borghi, dei centri storici e della natura, il genio creativo dell’arte e della musica, gli eroi e i navigatori, Dante, le grandi scoperte scientifiche, il made in Italy, la fortuna che gli italiani hanno fatto nel mondo grazie alla loro bravura, la generosità e l’allegria del suo popolo e mille altre cose. Ma ritenere che il tratto distintivo dell’Italia sia, soprattutto oggi, la serietà significa ridicolizzare la difesa dell’Italia, non farsi prendere sul serio, continuare il filone tragicomico che è oggi al potere.

Ma si rende conto Mattarella che noi siamo l’unico paese al mondo in cui un governo contro Salvini e i suoi accoliti è guidato dalla stessa persona che guidava un governo fondato su Salvini e i suoi accoliti? Lo sa che, a differenza del premier britannico che ha fatto una lunga scalata tra prove di governo ed elettorali, il nostro premier è nato sotto un cavolo, l’ha portato amazon o la cicogna, già cellofanato con la pochette nel taschino, per governare il paese? Si rende conto Mattarella che lo stesso governo italiano, la stessa maggioranza nel parlamento italiano che aveva difeso e sostenuto il Ministro dell’Interno Salvini quando aveva fermato lo sbarco dei migranti sulle coste siciliane, dopo pochi mesi ha votato per processarlo e incriminarlo per lo stesso sbarco? E nessun garante istituzionale ha avuto nulla da dire su tutte queste storture… Continua a leggere

L’ideologia mascherata e il burka della salute

di Marcello Veneziani

Da sei mesi siamo entrati nell’era globale della mascherina e non sappiamo quando ne usciremo. Siamo in pieno conflitto etico, epico ed estetico sul suo uso e il suo rifiuto. La contesa va al di là delle ragioni sanitarie e riguarda un modo di intendere la vita e i rapporti umani; è diventata infatti una questione politica, simbolica e ideologica.

La battaglia per il suo uso o il suo rifiuto, nel nome della sicurezza o della libertà, lo scontro tra chi dice di non voler rischiare la salute e chi invece non vuol perdere la faccia, ha assunto ormai toni ideologici che vanno al di là della profilassi, dell’effettiva efficacia della mascherina e dei rischi di contagio. Per dirla con Giorgio Gaber la mascherina è di sinistra, il viso scoperto è di destra. Abbiamo sentito in questi mesi accusare di negazionismo irresponsabile e di fasciosovranismo smascherato coloro che ostentavano il rifiuto della mascherina. TrumpBolsonaroJohnson e da noi Salvini, BriatoreSgarbi. In effetti nell’atteggiamento ribelle verso le mascherine c’è qualcosa d’intrepido e temerario che ricorda gli arditi e i fascisti, dal me ne frego al “vivi pericolosamente”; e c’è pure qualcosa di libertario e liberista che rifiuta lacci e lacciuoli, regole e bavagli. Un atteggiamento che in sintesi potremmo definire fascio-libertario. Il superuomo nietzscheano può accettare il distanziamento sociale, e perfino auspicarlo, anche se detesta l’imposizione; ma la mascherina no, è una schiavitù umiliante, una coercizione all’uniformità.

Ma perché non cogliere pure sull’altro versante l’ideologia serpeggiante che unisce gli apologeti della mascherina, e il suo forte significato simbolico e metaforico, al di là del suo uso sanitario e della sua effettiva utilità? Per molti fautori della mascherina si tratta di qualcosa di più che una semplice profilassi; quasi un bisogno inconscio, una coperta di Linus, un istinto di gregge, il retaggio di un’ideologia. La mascherina è una livella ugualitaria e uniformatrice, la protesi della paura che accomuna la popolazione in semilibertà vigilata; la mascherina sfigura i volti e cancella le differenze in una specie di comunismo facciale, anche se esalta gli occhi e nasconde le brutture; genera isolamento pur restando in una prospettiva ospedaliero-collettivista, rende più difficile la comunicazione, evoca il bavaglio e la museruola, ha qualcosa di inevitabilmente angoscioso e orwelliano. Lo spettacolo di folle in mascherina sarà confortante per il senso civico-sanitario ma è deprimente, ha qualcosa di umanità addomesticata e impaurita, ridotta a silenzio e servitù dal terrore della malattia e dal relativo terrorismo sanitario. Continua a leggere

Manifesto dei Migranti Interni

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Questo appello è rivolto a quanti sono nauseati dalla dominazione politica e governativa, intellettuale e ideologica, sanitaria e giudiziaria del nostro Paese e vogliono marinare il regime, come un tempo si diceva marinare la scuola.

É un manifesto dedicato a quanti sono insofferenti del potere vigente e dei palloni gonfiati che lo occupano e al loro abuso dell’emergenza; disgustati dalla mafia governativa, giudiziaria e ideologica che ci sovrasta e dall’omertà delle massime istituzioni; soffocati dall’asfissiante cappa di conformismo politically correct e dalla demagogia umanitaria, in aperto dissenso con le leggi che stabiliscono reati d’opinione a tutela di alcune categorie privilegiate; ma al tempo stesso l’appello è rivolto a quanti sono insoddisfatti dall’evanescente pochezza delle opposizioni e dalla loro inefficacia. Come sfuggire alla morsa velenosa del regime di sorveglianza in cui stiamo scivolando?

Nell’attesa sfiduciosa di una svolta, di un salutare cambiamento, ecco una exit strategy, una via di fuga da perseguire seduta stante, senza mobilitazione di piazza né movimenti politici: la chiamiamo migrazione interna o interiore, emigrazione mentale e sentimentale. Scelta singola, individuale o di gruppo, anche se può diventare una tendenza diffusa. Migrare stando a casa o nei paraggi o in un luogo del cuore a cui siamo legati. Ovvero, il contrario dei flussi migratori che hanno perso l’aspetto storico dell’emigrazione e somigliano all’esodo biblico delle migrazioni di popoli.

La migrazione interna non è una fuga dalla terra natia ma all’opposto, il rifugio nei luoghi natii per ripararsi dalla dominazione presente. Nessun barcone, nessun viaggio clandestino, nessuna Ong e nessuna richiesta di asilo ma lo sdegnoso rifiuto della dominazione sotto cui viviamo, per ripararsi ai margini della città e dello Stato; in campagna, in fattoria, nel paesino d’origine o d’elezione, nelle località di mare o di montagna. Scottati e incoraggiati dal lungo lockdown dei mesi scorsi, desiderosi di sottrarsi a nuovi arresti domiciliari in città, ventilati dall’emergenza, impossibilitati dalle proibizioni sanitarie a partire per mete lontane o destinazioni esotiche, l’unica soluzione è la migrazione interna, restando a casa o nella seconda casa, o trasferendosi nel casale abbandonato, dove siano più lontani i clamori molesti del giorno. È il modo per sfuggire al dispotismo dell’emergenza come alla globalizzazione onnipervasiva. Continua a leggere

Se dici Europa a cosa pensi?

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Dici Europa e cosa ti viene in mente? Contabilità, solo contabilità. Dare soldi, avere soldi. Pagare debiti, avere crediti. Vedi ventisette figure che un tempo si sarebbero chiamati statisti, che in un padiglione asettico e ovattato, fuori della vita reale, stanno lì giorni e giorni a tirare sul prezzo. Con loro ci sono alti funzionari, macro-dirigenti, eurocrati. L’unione, come la divisione, è sempre sui soldi. Dici migranti e l’Europa non sa cosa rispondere, ognuno balbetta per sé. Dici crisi libica, egemonia turca, invasione cinese, repressione di Hong Kong e mille altre cose che riguardano il mondo, e l’Europa non dice, non fa, non ha mai un pensiero unitario ma solo sottopensieri subnazionali, o meglio subdolo nazionali. Dici 5G, commercio con l’est asiatico, veti americani, pandemia e ancora l’Europa non parla, ciascuno farfuglia a livello locale.
Dici famiglia e non solo coppie omo, trans e lesbiche, o dici natura, difesa della natura e non solo dell’ambiente, e l’Europa si assenta, non dice, sono fatti vostri. E peggio succede se il discorso prende una piega più alta, diciamo storica, religiosa, culturale e civile. Se dici civiltà europea ti guardano interdetti e traducono che vuoi difendere l’uomo bianco, sei suprematista, razzista, negriero. E peggiora se precisi che civiltà europea vuol dire civiltà cristiana, greca e romana. La civiltà europea è solo l’antiquariato della civiltà occidentale, ma subito devi dissociarti dalle sue nefandezze, il colonialismo e la colonizzazione culturale, l’egemonia dei suoi valori nel mondo, le crociate e le scoperte. Dunque civiltà occidentale si traduce in senso di colpa e l’Europa è l’archeologia della colpa.
Chi traduce civiltà europea con civiltà cristiana aggrava le cose, dà un tono fanatico, confessionale, da crociata e da inquisizione; molla subito la presa, se non vuoi finire impallinato. La cristianità è ammessa solo come fatto intimo, privato, o social; cristianità puoi tradurla nella Ong di Bergoglio, mica in principi, fede, simboli e tradizione cristiana, cattolica, protestante, ortodossa. Greca non vuol dir nulla ormai, i greci avevano paura dell’infinito, erano local, hanno filosofie, miti e belle statuine, non sono mica un esempio per l’oggi. Romanità peggio mi sento: lo Stato, le quadrate legioni, la civiltà romana, la lex e l’imperium. Esiste però una sottoversione, sottotitolata per i dementi, che racconta la fiaba di Roma pro-migranti: Roma apriva le porte a tutti, dicono i menatori di torrone, dava cittadinanza a chiunque arrivasse, era molto più avanti di noi. Dimenticano che la storia di Roma si è snodata in più di mille anni e con varie fasi e la cittadinanza la davano in loco, non venendo a Roma in massa; e comunque Roma colonizzava il mondo con le armi, sottometteva i popoli con la forza o distruggeva le città che vi si opponevano (tipo Cartagine). E la gente che arrivava a Roma non erano flussi massicci di clandestini ma singoli ingegni, élite locali e poi in catene gli schiavi; poi col tempo, grazie ai loro padroni, potevano anche essere liberati dalle catene. L’Impero romano non è un modello liberal e accogliente; è il solito becero tentativo di vedere il passato con gli occhi del presente e rendere la storia funzionale agli abusi del momento.

Ma torniamo all’oggi. Se Europa non vuol dire unità strategica e politica, non vuol dire sovranità popolare europea che elegge un governo europeo, se non vuol dire affrontare uniti le crisi internazionali, fronteggiare insieme flussi di uomini e merci che vengono da fuori, dotarsi di un esercito e di una diplomazia comuni o quantomeno coordinati, di una sorveglianza comune alle frontiere, Europa non vuol dire niente. È solo la prosecuzione della banca centrale europea con altri mezzi.
Pensate che un’Europa del genere possa trovare una linea comune, una passione comune, una matrice comune, simboli comuni? No, può solo accordarsi sul prezzo, raggiungere un punto d’incontro provvisorio sul dare e l’avere, che poi non è capace di tradurre in linea politica, e nemmeno in comune politica economica, in linea sociale e civile. Ma poi, avessimo davvero raggiunto l’unità economica europea, sarebbe già un risultato. E invece ci sono due grandi paradossi: il primo è che il cuore finanziario dell’Europa è fuori dall’area Euro. È nelle banche svizzere e nella city londinese, cioè fuori dalla UE. Il secondo è che hai voglia a stabilire un paradigma economico a cui tutti gli stati europei devono conformarsi ma se hai sistemi fiscali così diversi che vanno da un prelievo minimo del 7 o del 10 % a un prelievo massimo del 45 o 55% (caso italiano), di che unità economica e finanziaria stiamo parlando? Come potete pretendere dagli italiani di saldare i debiti con l’estero se devono già versare metà delle loro entrare al loro stato, ovvero cominciano a lavorare per loro solo dal mese di luglio perché da gennaio a giugno hanno lavorato per lo Stato? E a questa gente vuoi imporre pure la patrimoniale o punizioni simili?
Insomma, se dici Europa non ti viene niente e nessuno, se non la faccia della Merkel (o di Macron) che non sono l’Europa semmai l’egemonia tedesca (o franco-tedesca) sull’UE. E se cerchi il simbolo dell’Europa e non ti accontenti di quella triste bandiera con tante stelline intorno a un buco, cioè a un vuoto, allora l’unica bandiera che resta è la mesta banconota dell’Euro che sventola sul Debito. Altro che uscire dall’Europa, ci piacerebbe tanto entrare in Europa, ma quella vera.

 

La destra che piace a lorsignori

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Non c’è giorno che un editorialista, un corsivista, un curatore di rubrica coi lettori su un giornalone o nelle sue periferie conformi, non elogi la buona destra che non c’è. È una storia vecchia, che si acutizza ogni volta che nel nostro paese o nel mondo la maggioranza dei consensi va alla destra, per definizione cattiva. Il connotato principale di una buona destra per lorsignori, lo ripetiamo, è quella di essere minoritaria, perdente, subalterna all’establishment e alla sinistra, che ne è il suo braccio politico-ideologico; e i suoi migliori riferimenti sono sempre morti. E anche stavolta (l’ultima sul Corriere della sera l’altro giorno) il copione si ripete. Di solito i riferimenti positivi che si riescono a pescare tra i viventi sono reduci dalla disastrosa esperienza finale di Fini e ora si collocano nell’area del Pd. Curioso, no?

Ma non voglio scendere sul terreno della politichetta, dei casi personali e degli interessi passeggeri, e prima di tornare allo scenario politico presente, alle destre in tutto il mondo, vi chiedo: ma secondo voi qual è il tratto tipico e generale della destra, ciò che la caratterizza e la distingue, a livello di principio e di sensibilità popolare? A me pare evidente. Piaccia o non piaccia ogni destra popolare che ha vinto o è vincente è una variazione sul tema Dio, patria e famiglia. Variazione aggiornata o degradata, volgarizzata o modernizzata, comunque l’asse su cui ruota la destra nel mondo è quella. Poi ci possono essere destre più laiche che lasciano in secondo piano il connotato religioso, altre che attenuano l’aspetto nazionalista o altre che declinano in modo più soft i diritti civili. Il tema portante è la tradizione, il comune sentire, il realismo unito alla meritocrazia; poi le declinazioni possono essere di tipo conservatore o sovranista, social-riformatore e perfino rivoluzionario-conservatore. Ma se guardate alla realtà anziché al pozzo nero dei vostri desideri, la destra è quella, sono quelli i suoi punti fermi che la oppongono al politically correct dell’ideologia global. A me non dispiace una destra con quei connotati ma ho la preoccupazione opposta: quei temi sono troppo grandi, sensibili e toccano l’animo umano per ridurli solo a merce elettorale, slogan e gesto volgare. Vanno dunque salvati, lo scrissi in un libro intitolato proprio Dio patria e famiglia, dalla loro banalizzazione strumentale. Continua a leggere

Arrivano i soldi ma lo Stato non c’è

di Marcello Veneziani

Tutta la commedia intorno ai soldi europei, tutta la pantomima dei premier e degli eurocrati, tutte le promesse di rilancio ruotano intorno a un asse che non c’è: lo Stato. Dov’è lo Stato che dovrebbe pompare sangue al paese, ai paesi, ai popoli, all’economia stremata dopo la pandemia? Dov’è lo Stato-Cuore che dovrebbe rimettere in moto la società, dare ossigeno ai settori boccheggianti, colpiti dall’emergenza, incentivare l’iniziativa e la ripresa, aiutare i bisognosi e coloro che possono poi far fruttare gli aiuti, renderli produttivi? Lo avete visto voi, in questi anni, in questi mesi, lo identificate in qualcosa, in qualcuno, in un ceto? Non dico statisti, ma almeno apparati, procedure funzionanti, sistema consolidato.

Manca lo Stato con la sua gerarchia e la sua solida intelaiatura e vengono fuori le task force, ovvero le task-farse, fabbricate direttamente a Forcella. Solo fumo per poi gestire il potere indisturbati. Manca lo Stato e a occuparsi della redistribuzione sociale ed economica dovrebbe essere il ceto politico meno attrezzato e meno formato al senso dello Stato di sempre, quel circo equestre di grillini più fondi di magazzino della sinistra. Avete presente?

Non solo in Italia, ma in Europa, lo Stato è diventato da anni un participio passato. Lo Stato ci manca ormai da tempo come idea, come cultura, come struttura, come motore, come classe dirigente, come scuola di pubblica amministrazione, come statisti. Il paradosso europeo è che da decenni pensiamo la società con lo Stato ridotto ai minimi termini, un modesto agente che lavora per un’impresa di pulizie e vigilanza al servizio di una società chiamata Capitale o Mercato Globale. Lo Stato fu smantellato nella mente e nei cuori, oltre che nelle prerogative e nelle strutture, perché i paesi e i popoli non hanno confini, perché il mercato non ha confini, perché viviamo nella società globale, perché il turboliberismo è stato per anni l’ideologia travestita da non-ideologia che ha dominato e ha trovato negli statalisti di ieri, la sinistra marxista e socialista di un tempo, i suoi nuovi guardiani. Continua a leggere

Il pericolo di una dittatura sanitaria

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Dopo l’esperienza del virus, sappiamo che l’eventuale minaccia totalitaria che si annida nel futuro potrà essere una dittatura sanitaria. Dittatura globale e/o nazionale, giustificata da norme anticontagio. Vi invito a un viaggio letterario e forse un po’ profetico nel futuro globale, partendo dai nostri giorni.

Stiamo sperimentando sulla nostra pelle che nel nome della salute è possibile revocare la libertà, sospendere i diritti elementari e la democrazia, imporre senza se e senza ma norme restrittive, fino al coprifuoco. È possibile mettere un paese agli arresti domiciliari, isolare gli individui, impedire ogni possibile riunione di persone, decomporre la società in molecole, e tenerla insieme solo con le istruzioni a distanza del potere sanitario. Più magari un vago patriottismo ricreativo e consolatorio, da finestra o da balcone… Nessuno mette in discussione la profilassi e la prevenzione adottate, si può dissentire su singoli provvedimenti, su tempi, modi e aree di applicazione; ma nessuno vuol farsi obiettore di coscienza, renitente, se non ribelle, agli imperativi sanitari vigenti. E comunque tutti li accettiamo col sottinteso che si tratta di un periodo breve, transitorio, uno stato provvisorio d’eccezione. Ma se il rischio dovesse protrarsi, si potrebbe protrarre anche la quarantena e dunque la carcerazione preventiva di un popolo. Disperso, atomizzato, in tante cellule che devono osservare l’obbligo di restare separate (ecco come sterilizzare il populismo). Continua a leggere

Corso intensivo sul politicamente corretto

Ma cos’è esattamente il politically correct? Lo citiamo ogni giorno senza magari coglierne tutto il significato. Provo a offrire una breve guida, un sunto critico e un succo concentrato.

Per cominciare, il politicamente corretto è un canone ideologico e un codice etico che monopolizza la memoria storica, il racconto globale del presente e prescrive come comportarsi. Nasce dalle ceneri del ’68, cresce negli Usa e nel nord Europa, si sviluppa sostituendo il comunismo con lo spirito radical (o radical chic secondo Tom Wolfe) e sostituendo l’egemonia marxista e gramsciana col “bigottismo progressista” (come lo definisce Robert Hughes). Rompe i ponti col sentire popolare, non rappresenta più il proletariato, almeno quello delle nostre società; separa i diritti dai doveri e li lega ai desideri, rigetta i limiti e i confini personali, sociali, sessuali e territoriali, nel nome di una libertà sconfinata, sostituisce la natura col volere dei soggetti.

E sostituisce l’anticapitalismo con l’antifascismo, aderendo all’establishment tecno-finanziario di cui intende accreditarsi come il precettore.

Il politically correct è una forma di riduzionismo ideologico che produce le seguenti fratture: a) riduce la storia, l’arte, il pensiero e la letteratura al presente, nel senso che tutto quel che è avvenuto va letto, riscritto e giudicato alla luce del presente, in base ai canoni corretti e ai generi; b)riduce la realtà al moralismo, nel senso che rifiuta le cose come sono e le riscrive come dovrebbero essere in base al suo codice etico e gender; c)riduce la rivoluzione vanamente sognata nel Novecento e nel ’68 alla mutazione lessicale, nel senso che non potendo cambiare la realtà delle cose e l’imperfezione del mondo si cambiano le parole per indicarle, adottando un linguaggio ipocrita e rococò; d) riduce le differenze ideologiche a una superideologia globale o pensiero unico, che se si nega come tale.

Alle quattro riduzioni di cui sopra, il politically correct aggiunge una serie di sostituzioni: 1) sostituisce il sentire comune, l’interesse popolare, il legame famigliare e comunitario con la priorità assegnata ad alcune diversità e minoranze, ritenute discriminate o emarginate. E adotta uno schema vittimistico: non sono i grandi, gli eroi, i geni a meritare onori, strade, elogi unanimi ma le vittime (retaggio cristiano, notava René Girard). 2) sostituisce la preferenza per ciò che è nostrano – la nostra identità, le nostre tradizioni, il nostro modo di vedere, la nostra civiltà e religione, i nostri legami e le nostre appartenenze – con la preferenza per tutto ciò che è remoto – le culture e i costumi altrui, i migranti, i mondi lontani, le ragioni di chi viene da fuori (quella che Roger Scruton chiamava oicofobia); 3) sostituisce l’antica dicotomia tra il compatriota e lo straniero, o quella politico-militare tra l’amico e il nemico con la dicotomia tra il Bene e il Male, per cui chi non è allineato al canone non è uno che la pensa differentemente né un avversario da combattere ma è il male assoluto da sradicare e annientare. Col nemico si può arrivare a patti, lo puoi sconfiggere e sottomettere; il Male no, va cancellato e dannato nella memoria. 4) sostituisce l’oppositore, il dissidente, l’antagonista col razzista, nemico dell’umanità, del progresso e della ragione. E gli riserva un trattamento a metà strada fra la patologia e la criminologia, accusandolo di fobie: è omofobo, sessuofobo, islamofobo, xenofobo, e via dicendo. Di conseguenza non c’è contesa con lui, ma lo si isola tramite cordone sanitario, lo si affida alla profilassi medica e prevenzione nelle scuole, università, media; o quando il caso è conclamato, lo si affida ai tribunali e alla condanna. Il pregiudizio ideologico riduce i dissidenti al rango di pregiudicati, ovvero di condannati dalla storia, dal progresso, dalla ragione. Non conflitti ma bombe umanitarie, operazioni di polizia culturale o internazionale.

Per il politically correct la realtà, la natura, la famiglia, la civiltà finora conosciute, vissute e denominate, sono sbagliate. Il politicamente corretto è il moralismo in assenza di morale, il razzismo etico in assenza di etica, il bigottismo in assenza di religione. Ecco, in breve il politically correct.

Postilla finale dedicata a come si reagisce. Chi rifiuta l’imposizione del politicamente corretto e reagisce con l’insulto contro i suoi totem e i tabù, entra a pieno titolo nel suo gioco e ne conferma l’assunto e l’assetto: visto che avevamo ragione a dire che il razzismo, l’odio, l’intolleranza albergano nei nostri nemici? È una forma stupida e istintiva di risposta che rafforza il politically correct. Non migliore sul piano dell’efficacia è la risposta opposta, mimetica, di chi sta al gioco, asseconda, tace o compiace, rispondendo con ipocrisia all’ipocrisia parruccona del politicamente corretto. Anche in questo caso si resta sul suo terreno, si fa il suo gioco, si mira a una sopravvivenza immediata e individuale pregiudicando in prospettiva una visione alternativa più ampia.

Spesso ci si limita a opporre all’ideologia la realtà, alla sua narrazione la vita pratica. Invece, partendo da quella, si dovrebbe tentare lo sforzo opposto: smontare i loro tic, totem e tabù, usando l’arma dell’intelligenza, del paragone culturale, del senso critico e ironico. E indicando percorsi alternativi, letture diverse, altre priorità. Qui, purtroppo, l’intolleranza degli uni s’imbatte nell’insipienza degli altri, frutto di ignoranza, ignavia e indifferenza.

Se il politically correct domina, è anche perché non trova adeguate risposte. Solo imprecazioni e silenzi. La città è nelle mani degli stolti, dissero al sovrano i messi di una città in rivolta; ma i “savi” nel frangente che facevano, chiese loro il Re Carlo d’Angiò? Domandiamocelo pure noi.

MV, La Verità 16 febbraio 2020

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/corso-intensivo-sul-politicamente-corretto/

Il virus della paura globale

Paura, paura. Per ogni vittima del coronavirus ci sono mille vittime della paura del contagio. Homo homini virus, variante epidemica del lupus. La paura del contagio è antica, umana, originaria, quanto irrazionale e a volte superstiziosa, ma viene tradotta con un’accusa impropria, carica di valenza ideologica e di fanatismo: razzismo. Ma non c’è alcuna carica ideologica o fanatica nella paura; è solo una diffusa, elementare, protettiva paura della contaminazione e dei suoi agenti possibili e presunti. È paura della malattia, non è odio o disprezzo verso il cinese, lo straniero. George Duby pubblicò un memorabile libretto sulle cinque paure più diffuse di fine millennio. Tra queste spiccava la paura del contagio. Ancestrale. Ma la paura è il sentimento pubblico più diffuso nella nostra società egoista e individualista.

Sulla paura si fonda la politica, anche se dissimulata in altre vesti. Paura del fascismo, del comunismo, dell’invasore, del terrorismo. La paura della bomba atomica mosse i movimenti pacifisti. E il movimento ecologista di Greta Thunberg cos’è se non una variazione sulla paura della catastrofe ambientale e climatica? Ci sono paure nobili e paure indecenti, paure politically correct perché progressiste e paure inammissibili perché ritenute regressive?

Sul piano civile e politico la paura ha due impresari di successo: uno fa profitti sulla paura dello straniero, dell’ignoto, del contagio epidemico, del futuro incerto. L’altro specula sulla paura del razzista, del nazista, del contagio xenofobo e tribale, del passato tornante. Ambedue si servono di minimi indizi per allestire fortini, cordoni sanitari e vendere polizze per ripararsi dalle rispettive paure di cui sono spacciatori. Il governo in carica nasce e regge sulla paura di Salvini, lo spauracchio dell’establishment. Ma anche il consenso a Salvini crebbe sulla paura del Migrante, in particolare islamico. Il primo è visto come il nemico della libertà, il secondo come il nemico della sicurezza.

Benvenuti nel Tempo della Paura e nel Paese degli Impauriti. È una paura trasversale, che colpisce ogni ambito di vita, le strade, i locali pubblici, la politica, gli ospedali, le scuole e i tribunali, i media. La paura è protagonista assoluta. La violenza, il terrorismo, il terremoto, la rapina in casa o per strada; e poi la paura del collasso economico, paura della nuova povertà (alle vecchie povertà si è in fondo abituati), paura dei veleni in cucina e nell’ambiente, paura della contaminazione, del fumo e del male oscuro, paura di incidenti e disgrazie collettive; paura degli sbarchi, dei rom, degli spacciatori, paura dei populisti e perfino dei fantasmi nazifascisti.

Eppure le statistiche ci dicono che non viviamo in una società particolarmente violenta e insicura; altre epoche e altre società erano e sono assai più cruente, più esposte e più pericolose delle nostre, gli atti terroristici sono rarissimi e colpiscono finora altri paesi e comunque non più di uno ogni milione d’abitanti, meno di qualunque incidente mortale; ma anche gli atti di violenza non sono poi così diffusi e le loro vittime sono di gran lunga inferiori agli incidenti, ai suicidi o agli omicidi in famiglia. Abbiamo sostituito alla realtà la percezione della realtà; non conta quanto realmente misura il barometro, quel che conta è la nostra percezione. Viviamo un’epoca soggettivista, impressionistica, emotiva, che non a caso promette agli utenti emozioni, percorsi emozionali. L’emozione non è che il rovescio positivo della paura.

Aveva ragione il vecchio Thomas Hobbes a sostenere che la paura fonda gli Stati. Non riusciamo a generare sentimenti positivi o ambizioni costruttive; ci unisce solo la rabbia, il disprezzo e la paura, vera regina dei popoli. Viviamo in una società di codardi che vivono barricati nella loro sicurezza e temono ogni eventuale esposizione al rischio, una società spaventata che non a caso è anche una società popolata da anziani e ancor più da anziane. Una società vigliacca che ha paura anche della propria ombra e rinuncia a vivere pur di salvare la vita… No, non si tratta solo di punire i colpevoli e gli untori perché è un processo generato da più cause e con più attori. Prima fra tutte è la paura dell’impronunciabile, la morte. Abbiamo smesso di osare, di tentare nuove imprese, di rimetterci in gioco e ci spaventa ogni rischio d’insicurezza. E se ripensassimo la vita pubblica all’insegna del noi, dell’appartenenza, del vivere comunitario anziché sempre e solo la protezione dalla paura? Le società non reggono sulla paura ma si sfasciano. Si, prevenzione, attenzione, capacità di isolare i focolai e gestire l’emergenza; ma poi amor fati, sereno realismo e affidarsi alla sorte. Abbandoniamo Pauropolis.

A volte la paura viene ingentilita e indossata a rovescio: dietro la retorica della speranza spesso si nasconde la bestia nera della paura. Una sana, realistica disperazione è invece il miglior vaccino contro la paura. Ossia la convinzione che non si debba partire dal timore di perdere qualcosa o mettere a repentaglio qualcuno, ma dalla convinzione che quel qualcosa, quel qualcuno sono già colpiti. Dunque si tratta di reagire, rispondere con efficacia senza farsi illusioni. La speranza è moralista e velleitaria, la disperazione è reazionaria ma realista: ritiene la disperazione non il punto d’arrivo ma il punto da cui partire.

“Non abbiate paura” tuonò Papa Giovanni Paolo II agli inizi del suo glorioso e lungo pontificato. Dio sa quanto ce ne vorrebbe di coraggio e di esempi a non avere paura. Coraggio virile contro paura virale.

MV, Panorama n.7 (2020)

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-virus-della-paura-globale/

Cosa ci sbologna la sinistra

Ma è possibile che un partito di netta minoranza debba governare l’Italia? Passano gli anni, mutano gli scenari e le forze di maggioranza nel Paese, ma di riffa o di raffa, dopo i tecnici e i populisti, coi grillini e i voltagabbana, alla fine ci ritroviamo al potere sempre la sinistra. Eppure gli italiani a larga maggioranza non la vogliono, lo hanno detto in mille modi. Votando Berlusconi, poi 5Stelle, poi Lega e Fratelli d’Italia, cambia l’ordine dei fattori ma alla fine non cambia: riciccia la sinistra al governo. Perde voti, perde i suoi leader, perde ad una ad una tutte le sfide elettorali, tutte le regioni; ma è bastato che una sola regione, la solita l’Emilia-Romagna, non abbia votato per il cambiamento e la sinistra rimane alla guida del Paese ed esercita la sua egemonia con rinvigorita protervia.

I sondaggi dicono che i sovranisti in Italia hanno il doppio dei consensi della sinistra; le ultime elezioni politiche indicarono come primo partito il movimento 5 stelle; ma alla fine, il crollo dei grillini e la quarantena dei sovranisti ha ridato arroganza e potere al Pd attestato intorno al venti per cento. La stessa cosa accadde al tempo di Berlusconi, mandato al governo dal popolo sovrano ed estromesso da un mezzo golpe italo-europeo; dopo un periodo di interregno, allora come ora, il potere torna sempre nelle mani della sinistra. Qualche gita fuori porta e poi si torna là.

C’è qualcosa di malato nel nostro sistema di potere e nella nostra democrazia, c’è una vistosa anomalia italiana che alla fine della fiera lascia il pallino del comando sempre alla sinistra. E il premier, chiamato alla guida del governo da un’intesa tra grillini e leghisti, si trova con un’altra piroetta, senza passare dal giudizio dei cittadini, a essere espressione della sinistra di governo. Ma è normale tutto questo, dovremmo accettarlo senza batter ciglio, come un verdetto degli astri e degli dei, oppure frutto di ordinaria amministrazione?

Può sopravvivere un governo al tracollo del partito di maggioranza che lo sostiene e alla mistificazione di un voto amministrativo mutato in un voto di fiducia al governo dopo che è stato volutamente nascosto nella sfida elettorale? Tuttora Bonaccini avverte che il voto in Emilia non è stato certo un voto in favore del governo centrale e dunque del Pd.

Pensate al paradosso che ci troviamo a subire. Il governo giallorosso nacque da una beffa e una giravolta: la beffa di Matteo Renzi che mandò al governo la sinistra e subito dopo la mandò al diavolo, mettendosi in proprio e la giravolta dei grillini e di Conte che per non perdere il potere ed evitare il voto, si allearono al Pd dopo aver vomitato veleno sul partito di Bibbiano, ricevendo pari insulti dalla sinistra. Poi in Emilia, Bonaccini per non perdere il governo della regione ha finto di non aver nulla a che fare con la sinistra e con il governo; e le sardine per non perdere forza attrattiva hanno finto di non aver nulla a che fare con il Pd. Risultato di questo triplo salto mortale con gioco di prestigio: la sinistra è il partito di riferimento del governo in carica. Ce l’hanno sbolognata anche questa volta, è sbolognare è il verbo, giusto considerando il riferimento al capoluogo emiliano.

Che dire? Cascano le braccia agli elettori, avvertono tutta l’inutilità di esprimere il loro voto e il loro giudizio, si stancano. Anche perché si trovano a subire una campagna permanente di rieducazione di massa, dei media e delle istituzioni, che tirano la volata alla sinistra. Siamo alla vigilanza democratica e antifascista, coi suoi picchetti d’ordine ideologico e le commissioni ad hoc per punire i dissidenti.

Il sottinteso è sempre uno: tutto pur di non mandare al governo questa destra. Ieri era Berlusconi, oggi è Salvini, l’altro ieri era Almirante, domani magari sarà la Meloni; ma “questa destra”, comunque sia, non deve avere spazio, è “imbarazzante”. Perché invece questa sinistra, questa sottospecie di partito con un leader d’imbarazzante inconsistenza, non lo è? E’ forse più affidabile, più credibile? Come ben capite non credo affatto che dall’altra parte ci siano giganti politici e fior di statisti, ma non capisco perché la pregiudiziale di credibilità debba interdire solo quel versante. Con Conte premier, Di Maio agli esteri, Zingaretti regista e quel circo barnum di ministri, chi può permettersi di condannare a priori il centro-destra come impresentabile?

E poi, lasciatemelo dire: ma non sente imbarazzo, non prova schifo, non si vergogna questa sinistra così moralista, a stringersi intorno a un presidente del consiglio mai eletto da nessuno, mandato al governo dall’intesa Lega-Grillini, protagonista di un testacoda ripugnante che neanche Scilipoti, Razzi e chi volete voi ha mai fatto? Non prova ripugnanza la cupola di sinistra verso questi comportamenti e i loro autori, con che stomaco può coabitare, accettare e perfino elogiare un premier del genere? Ma dove è finita la loro superiorità etica, il loro moralismo politico, il loro continuo veto per indegnità, rivolto a chiunque non abbia il marchio sinistro? Ah, se esistesse almeno la dignità delle istituzioni, se i Massimi Garanti costituzionali tutelassero il decoro dello Stato…

Infine uno sfogo personale: che pena e che disagio doversi occupare di queste miserie, dover ripetere cose di assoluta, banale ovvietà con totale disgusto. Poi vi chiedete perché scrivo manuali di consolazione ed esorto a ben disperare. Sogno un’Italexit dal governo in carica; non ci sarebbe bisogno di complesse procedure, come per i britannici; basterebbe tirare lo sciacquone…

MV, La Verità 2 febbraio 2020

 

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/cosa-ci-sbologna-la-sinistra/

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