Non è Tempo, per ora, di Terze Guerre Mondiali.

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di Matteo Castagna

Nel commentare la rassegna stampa su Canale italia, inerente la possibilità di una reale preoccupazione per una terza guerra mondiale, che si potrebbe scatenare dal conflitto fra Israele e Iran, ho risposto no, perché non ne vedo, almeno per ora, i presupposti.

So di aver colpito più di qualcuno, che ritiene, invece, essere imminente e che si aspettava da me una narrazione apocalittica. Accadde lo stesso nel biennio 2020-2022, quando in piena pandemia, alcuni si attendevano la stessa cosa. Ebbene, pur avendo ampiamente criticato la folle gestione “Conte-Speranza” e, riconoscendo l’evidenza di una grave collusione fra politica UE e multinazionali farmaceutiche, poi suffragata anche dall’indagine scandalosa sui rapporti opachi tra Ursula Von der Leyen e Pfizer, non ho mai creduto alla narrazione complottista

Non ho mai ritenuto che i vaccini servissero a governanti psicopatici per ucciderci tutti, né altre amenità simili. La gente si ammala al cuore o di neoplasie per le più svariate cause, ma i dati non confermano picchi esponenziali nell’aumento di queste malattie, smentendo un certo pensiero, che ha ingrassato alcuni portafogli e preoccupato, oltre misura, diverse persone.

La popolazione mondiale è ancora qui e le vittime di effetti avversi sembrerebbero essere sulla via dei risarcimenti.

Non ho mai creduto che il “green pass” sarebbe diventato uno strumento di controllo perpetuo di ogni nostra azione e, infatti, è morto con la pandemia.

Ho sempre ritenuto più plausibile l’analisi del Prof. Giulio Tremonti, che, sia della pandemia che della guerra ha parlato, utilizzando un nuovo termine: la “policrisi”, ossia “più crisi”, derivanti dal declino della globalizzazione. Scrive acutamente l’attuale Presidente della Commissione Esteri della Camera, noto docente di economia e già Ministro dei governi Berlusconi:

“le piaghe d’Egitto sono state dieci e la salvezza e la salvezza è stata l’Esodo. Finora sette sono state le piaghe della globalizzazione: il disastro ambientale; lo svuotamento della democrazia sversata nella repubblica internazionale del denaro; le società in decomposizione nel vuoto della vita; la spinta verso il transumano; l’apparizione dei giganti della Rete; la pandemia; la guerra. Ma è un numero destinato a salire: inflazione e recessione, crisi finanziarie, carestie, migrazioni, altre guerre. Tutti sconnessi anelli di una stessa catena, perché non è la fine dell’inizio e non è neppure l’inizio della fine” (Globalizzazione. Le piaghe e la cura possibile, edizioni Solferino, Milano, 2022).

Sono realisticamente d’accordo col Prof. Tremonti, quando aggiunge che “se il futuro che verrà non è ancora scritto, non è necessario e non è fatale che questo sia tutto negativo: dipende da noi” (Guerra o Pace, ed. Solferino, Milano, 2025). Infatti, dobbiamo avere sempre molto chiaro che gli errori non possono essere visti come soluzioni e le soluzioni non possono replicare gli errori.

Dunque, tornando alla guerra in corso, iniziata venerdì scorso dal governo Netanyahu contro la Repubblica Islamica dell’ Iran, ritengo che l’accordo sul nucleare possa evitare l’escalation. “In qualche modo, la diplomazia internazionale riprenderà il filo del conflitto Israele-Iran – sostiene Luigi Toninelli, giovane ricercatore di ISPI, specializzato nella politica internazionale di Iran e Libano. Anche le ultime sollecitazioni degli Stati Uniti vanno in questa direzione”.

Mentre la CNN racconta che “Trump teme una crescente ingerenza degli Stati Uniti nell’escalation del conflitto tra Israele e Iran. Gli Stati Uniti hanno privato l’Ucraina dei mezzi per combattere i droni, che sono stati inviati in Medio Oriente. Il Pentagono ha notificato al Congresso degli Stati Uniti il trasferimento di tecnologia anti-UAV, precedentemente destinata alle esigenze delle Forze Armate ucraine, alle forze statunitensi in Medio Oriente.

Questa mossa riflette un cambiamento nelle priorità di difesa degli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump. La decisione è stata presa dopo che l’Ucraina ha condotto un attacco terroristico con l’impiego di droni in Russia e dopo che altri Paesi hanno espresso preoccupazione per l’impiego di tattiche simili in successivi conflitti in tutto il mondo”.

Forse non è un caso che l’attenzione mondiale sia stata dirottata sul Regime degli ayatollah, il giorno successivo al fallimento delle trattative sul nucleare con gli Stati Uniti e, neppure, che due giorni dopo, il più grande alleato degli americani in Medio Oriente abbia sferrato un attacco contro un Paese che, al momento non ha la bomba nucleare e, stando alle fonti AIEA, ossia dell’organismo di controllo, sarebbe ancora lontano da questo obiettivo.

Infatti, il Presidente dell’Iran Pezeshkian ha cercato, subito, di gettare acqua sul fuoco, rassicurando che “l’Iran non intende sviluppare armi nucleari”, anche se, probabilmente, non vede perché Israele, Russia, Cina e USA ce l’hanno, mentre loro, al contrario, non possono averla. Il Presidente iraniano ha proseguito dicendo che il suo Paese “perseguirà il suo diritto all’energia nucleare e alla ricerca”.

Di fronte alla domanda del Quotidiano Nazionale online del 16.06.25, secondo cui l’offensiva israeliana potrà far cadere il regime degli ayatollah, il dott. Toninelli ha risposto: “se la situazione sul campo precipitasse, nulla può essere escluso. Ma non è l’esito su quale scommetterei. L’Iran ha 90 milioni di abitanti e un tessuto sociale complesso. Una transizione al buio sarebbe molto complicata. Nessuno ha interesse a promuoverla, tanto meno adesso, in un momento di grande instabilità internazionale”.

Inoltre, aggiunge, a ragione, come ho avuto modo di dire anche io a Canale Italia di domenica 15 giugno: “è interesse di tutti che l’Iran torni al tavolo dopo i precedenti cinque round negoziali. Anche perché di notizie certe sui danni reali provocati dai bombardamenti israeliani alle centrifughe di arricchimento dell’uranio ancora non ce ne sono”. Siccome non sembrerebbe intenzione di Trump quella di bombardare le centrifughe dell’Iran, che si trovano 80 metri sotto terra, protette da cemento armato, la permanenza dell’Iran dentro al Trattato di non proliferazione nucleare potrebbe rivelarsi la soluzione più pratica.

…”Tutti i principali attori geopolitici hanno interesse a contenere il disordine mediorientale – sostiene oggettivamente Toninelli. Si va da Trump, che pensa a grandi business per gli Stati Uniti in tutta l’area, all’Arabia Saudita, alla Turchia e all’Egitto, Paesi musulmani sunniti che almeno formalmente devono condannare l’unilateralismo israeliano. Allo stesso modo, l’Iran è partner privilegiato di Russia e Cina, con rapporti di reciproca convenienza. E anche l’Unione europea ha un’ambizione esplicita alla chiusura dell’attuale conflitto per poter restare concentrata sul fronte ucraino e sulla nuova Nato”.

Eric Voegelin ha scritto: “se dietro la politica ci sono sempre realtà religiose (legami concettuali, storicità), allora la verità della politica sta nella teologia, non importa quanto brutale sia stata la secolarizzazione” e questo concetto potrebbe essere associato all’Islam di Kahmenei, rendendo l’escaletion una possibilità concreta, che vada oltre i proclami e le minacce. Ma il leader iraniano è anche una persona intelligente, che conosce bene i rapporti di forza e la complessa situazione di quei martoriati territori, per cui una certa dose di pragmatismo potrebbe mitigare e, non poco, la voglia di Sharia.

 

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/06/17/non-e-tempo-per-ora-di-terze-guerre-mondiali-matteo-castagna/

La soluzione dei due stati è un’illusione

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di Matteo Castagna

Rabea Eghbariah è un avvocato per i diritti umani, dottoranda presso la Harvard Law School.

In un interessante editoriale pubblicato il 12 giugno su The Guardian, il più prestigioso giornale britannico, annuncia che “le Nazioni Unite stanno convocando una conferenza di alto livello per discutere la soluzione pacifica della questione palestinese”, pur nel contesto infuocato della guerra in atto tra Israele e Iran.

Si potrebbe supporre che, di fronte alla carestia e carneficina a Gaza, gli Stati si stiano riunendo per organizzare una risposta decisiva e coordinata, per costringere Israele a cessare il fuoco e consentire l’ingresso di aiuti nella Striscia.

Invece, la comunità internazionale si sta riunendo per rilanciare il quadro stanco della soluzione dei due Stati.

Co-presiedute da Francia e Arabia Saudita, le parti convocate riaffermano l’idea che la soluzione dei due Stati è “l’unica strada percorribile per una pace giusta, duratura e globale”.

Ma la Francia stessa si è ritirata dal suo piano di riconoscere uno Stato palestinese ancor prima dell’inizio della conferenza. La soluzione dei due Stati è diventata poco più di un teatro diplomatico, un incantesimo ripetuto senza intenzione, anche secondo i suoi sostenitori più appassionati” – scrive l’avv. Eghbariah.

Mentre i palestinesi stanno subendo un genocidio, la rinascita del linguaggio dei due stati si legge come una cortina fumogena.

L’anno scorso, nel mezzo di un crescendo di richieste per la soluzione dei due Stati, Israele ha approvato il più grande furto di terra degli ultimi trent’anni in Cisgiordania, frammentando ulteriormente i territori occupati e cancellando qualsiasi prospettiva significativa per uno Stato palestinese sovrano in esso.

La soluzione dei due Stati non solo si è distaccata dalla realtà, ma per troppo tempo ha allontanato la discussione dalla realtà stessa.

Dall’avvio del cosiddetto processo di pace a metà degli anni ’90, gli insediamenti israeliani, in continua espansione e sempre con la violenza dei coloni, si sono moltiplicati a una velocità vertiginosa. Proprio il mese scorso, Israele ha approvato un piano per 22 nuovi insediamenti in Cisgiordania.

“La verità è che la soluzione dei due Stati è diventata un’illusione, un mantra ripetuto per mascherare una realtà radicata di uno Stato unico. Dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, Israele controlla la vita di tutti i palestinesi, senza uguali diritti, senza uguale rappresentanza e con un sistema costruito per preservare la supremazia ebraica” – scrive The Guardian.

Questo sistema ha costituito, a lungo, l’apartheid, ora affermato come tale dalla corte internazionale di giustizia per aver violato i divieti di segregazione razziale.

Eppure, l’illusione dei due stati persiste. Questo mantra continua a sostenere l’illusione che l’occupazione israeliana sia sull’orlo della fine – se solo più stati riconoscessero lo stato palestinese e se solo palestinesi e israeliani si parlassero. Ma tre decenni di cosiddetti negoziati di pace non hanno prodotto altro che un più profondo radicamento dell’occupazione israeliana, il furto sistematico di terre e la crescente sottomissione dei palestinesi.

“Nonostante ciò, la maggior parte degli Stati – compresa l’Autorità Palestinese non eletta – si aggrappa all’illusione dei due Stati come se fosse dietro l’angolo, e come se potesse finalmente garantire giustizia e pace. Non lo farà”, dichiara l’articolo.

È tempo che la comunità internazionale affronti la semplice verità: la soluzione dei due Stati non è solo una fantasia, è sempre stata una diagnosi errata. Se i leader mondiali sono seriamente intenzionati a risolvere la questione della Palestina, devono affrontare le cause profonde della crisi.

Secondo l’avvocato, “queste cause iniziano con la Nakba”.

In arabo, “catastrofe”, la Nakba si riferisce al processo culminato nel 1948, quando le milizie sioniste sfollarono più di 750.000 palestinesi dalle loro case e distrussero più di 530 villaggi per insediare lo Stato di Israele.

“Ma 77 anni dopo, è chiaro che la Nakba è stata l’istanza di una nuova struttura” – dichiara l’editoriale inglese.

In parole povere, la Nakba non è mai finita. La Nakba del 1948 ha inaugurato un regime che continua a distruggere, frammentare e riconfigurare la vita palestinese. Si tratta di un processo basato sullo sfollamento e l’espropriazione in corso.

“Oggi, quello che può essere definito “il regime della Nakba” non solo sostiene la più lunga crisi di rifugiati al mondo dalla Seconda guerra mondiale, ma stratifica anche i palestinesi in un sistema legale di caste: cittadini di Israele, residenti di Gerusalemme, abitanti della Cisgiordania, abitanti di Gaza e rifugiati, ognuno soggetto a un diverso tipo di violenza, tutti progettati per ostacolare l’autodeterminazione palestinese”.

Essa porta in superficie questioni legali, morali e storiche vitali e irrisolte: lo status delle terre conquistate nel 1948, il diritto al ritorno per i rifugiati, lo status inferiore dei cittadini palestinesi di Israele e il diritto universale dei palestinesi all’autodeterminazione, indipendentemente da dove vivono o dalla categoria giuridica in cui rientrano.

Per decenni, i governi mondiali hanno schivato queste domande a favore delle illusioni dei due stati. “Ma il progresso richiede chiarezza, non solo comodi mantra”.

Durante le manifestazioni di protesta, le persone spesso cantano “No justice, no peace”, per ricordare che questi concetti non sono sinonimi. In Palestina, questo slogan parla di una verità più profonda: con o senza statualità, la causa palestinese continuerà ad essere irrisolvibile, se non si affrontano le sue origini.

Ecco perché l’avv.  Rabea Eghbariah conclude: “fare i conti con la Nakba è un prerequisito per la giustizia, per non parlare della pace. Fino a quando gli Stati non affronteranno questa premessa di base – e non agiranno di conseguenza – la realtà sul terreno continuerà a sfidare qualsiasi riunione diplomatica di alto livello. La soluzione dei due Stati rimarrà quella che è sempre stata: un’illusione”.

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/la-soluzione-dei-due-stati-e-unillusione/

La guerriglia urbana è un pianificato metodo di lotta politica in USA e in Europa?

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di Matteo Castagna

Dietro le proteste radicali negli USA si nasconderebbero strategie organizzate della sinistra estrema e il supporto di potenti gruppi progressisti, con lo scopo di destabilizzare il paese e sfruttare il caos a fini politici

Proteste o strategia sovversiva? Il caos come strumento politico negli USA e in Europa

Il Deep State sta dietro alle rivolte di Los Angeles. I Democratici hanno mutilato la nazione americana, promuovendo peccati, perversioni e abusi fisici su bambini innocenti e ancora immaturi. Hanno scatenato guerre e colpi di Stato ovunque. I Democratici hanno inondato gli Stati Uniti di immigrati clandestini e ora stanno iniziando una ribellione. I Democratici sono una banda criminale”. Così scrive Alexandr Dugin, il filosofo russo considerato molto vicino a Vladimir Putin.

Fox News, in un editoriale di Jason Rantz del 13 giugno, appare sulla stessa lunghezza d’onda. Preparatevi per l’estate dell’amore 2.0. I raduni “No Kings” del 14 giugno potrebbero diventare l’ultimo caso di studio su come la sinistra radicale arma le proteste, manipola le narrazioni dei media e consente il caos organizzato con il pretesto della resistenza pacifica.

Se avete vissuto la “Summer of Love” come l’ho vissuta io a Seattle, guardando la mia città crollare nell’illegalità nel 2020, dovreste già conoscere il progetto. Inizia sempre con una manifestazione di base apparentemente non violenta, ma finisce con Antifà e anarchici mascherati, che brandiscono martelli, lanciano assalti e incendiano proprietà. E i media? Faranno finta che siano solo “per lo più pacifici”.

Le proteste del fine settimana “No Kings” sono state organizzate da “Indivisible” e dalle sue organizzazioni partner, tra cui l’American Federation of TeachersACLUGreenpeace e la Human Rights Campaign.

Indivisible” è un finto gruppo spontaneo, che dal 2016 si presenta come un’organizzazione no-profit amante della democrazia, creato esplicitamente per resistere alla presidenza di Donald Trump. Come molti di questi gruppi di estrema sinistra, è sostenuto da grandi somme di denaro da mega donatori progressisti, tra cui George Soros e la sua Open Society Foundations” – scrive Rantz su Fox.

Indivisible” vuole farvi pensare che i suoi raduni siano solo un gruppo di americani appassionati che si presentano per la giustizia. In realtà, stanno gestendo una rete tentacolare di gruppi di attivisti interconnessi, molti dei quali sono solo bracci rinominati della stessa macchina. Noterete gli stessi messaggi, le stesse insegne, le stesse facce – e sì, le stesse tattiche – che si presentino alle proteste, che la causa sia l’aborto senza restrizioni, il taglio dei finanziamenti da parte della polizia, gli interventi chirurgici di genere per i bambini o l’apertura delle frontiere.

È un tappeto erboso travestito da drag. Ma i gruppi “Indivisible” e che la pensano allo stesso modo non si sporcano le mani. Ecco a cosa servono i loro alleati militanti.

Anche se la maggior parte dei manifestanti questo fine settimana potrebbe non presentarsi con l’intenzione di appiccare incendi o lanciare proiettili contro i poliziotti, forniranno assolutamente copertura a coloro che lo faranno, se scoppierà la violenza. Questa è la strategia. Attivisti professionisti – e intendo letteralmente professionisti, alcuni sul libro paga di attivisti no-profit o comitati di azione politica – organizzano questi eventi sapendo benissimo che gli agitatori radicali sfrutteranno la folla.

“È lo stesso copione che abbiamo visto nel 2020 durante le rivolte di Black Lives Matter e Antifà, qualcosa che ho trattato in dettaglio nel mio libro “What’s Killing America: Inside the Radical Left’s Tragic Destruction of Our Cities“. Sono andato sotto copertura, infiltrandomi tra gli Antifa per esporre ciò che stavano realmente facendo, e ho visto le stesse tattiche dispiegate a Los Angeles e in tutto il paese.

A quel tempo, gli attivisti organizzavano una protesta apparentemente pacifica e riempivano le strade di persone emotive, per lo più ben intenzionate, che credevano alla falsa narrativa dei media sulla brutalità della polizia e l’ingiustizia razziale. Poi gli Antifà e le cellule anarchiche piombavano in picchiata, mascherati, armati e pronti al combattimento. Usavano la folla come scudo umano, aggredivano gli agenti, distruggevano le proprietà e scomparivano di nuovo nella massa. Non si tratta di speculazioni. Questo è quello che fanno” – dice Fox News.

Infatti, proprio lo scorso fine settimana a Los Angeles, la polizia ha arrestato diverse persone che portavano armi in un centro di “protesta”: martelli, torce elettriche e soffiatori di foglie, questi ultimi utilizzati per disperdere gas lacrimogeni durante gli scontri con la polizia. Chi porta questo alle proteste? Rivoltosi. Questi sono gli strumenti dei rivoltosi.

E i media? Non hanno del tutto torto quando riferiscono che la maggior parte delle persone a queste manifestazioni non sono violente. Ma non stanno nemmeno riportando in buona fede. Sanno benissimo cosa sta succedendo e si rifiutano di dirlo. Perché? Perché simpatizzano con gli obiettivi, anche se possono disapprovare le tattiche.

È una relazione simbiotica. La sinistra radicale dà ai media le immagini che desiderano: filmati emotivi di “resistenza”. I media danno alla sinistra radicale la copertura di cui ha bisogno: “la protesta pacifica diventa violenta dopo che Trump ha inviato inutilmente la Guardia Nazionale“. È sempre lo stesso copione.

Il conduttore di KABC-TV Los Angeles Jory Rand ha minimizzato la rivolta, dicendo che la scena “potrebbe diventare molto esplosiva se si spostano le forze dell’ordine nel modo sbagliato e si trasforma quello che è solo un gruppo di persone che si divertono a guardare le auto bruciare in un enorme scontro e alterco tra agenti e manifestanti”.

Nel frattempo, KREM-TV Spokane, Washington ha affermato che la polizia “ha distribuito gas su un gruppo di manifestanti pacifici fuori dall’ufficio ICE di Spokane“, senza notare che quei “manifestanti pacifici” stavano disobbedendo agli ordini di dispersione e bloccando illegalmente il traffico.

I media sembrano incapaci di denunciare direttamente la violenza e l’illegalità. E non fatevi ingannare, la violenza non riguarda nemmeno direttamente Trump. Non si tratta nemmeno dell’ICE o dell’applicazione dell’immigrazione. A questi anarchici e teppisti Antifa non interessa il vero problema. Si preoccupano del caos e hanno obiettivi molto più grandi.

Anche se la maggior parte dei manifestanti questo fine settimana potrebbe non presentarsi con l’intenzione di appiccare incendi o lanciare proiettili contro i poliziotti, forniranno assolutamente copertura a coloro che lo faranno, se scoppierà la violenza. Questa è la strategia, che, peraltro, somiglia molto a quanto avviene in Italia.

Sono rivoluzionari anticapitalisti, anti frontalieri, anti polizieschi e antiamericani che cercano di destabilizzare il paese. Odiano questa nazione, la sua fondazione e i suoi principi. Desiderano ardentemente la distruzione e il collasso – e si nascondono dietro i corpi di ingenui liberali bianchi istruiti all’università e di mamme annoiate di periferia che portano cartelli con la scritta “equità“.

Fa tutto parte del gasdotto dell’azione diretta”: organizzare, radicalizzare e agitare. Ma a breve termine, i legislatori democratici vedono questo come politicamente vantaggioso.

Hanno detto il minimo indispensabile per condannare la violenza, prima passando giorni a fingere che non stesse accadendo prima di cambiare marcia e incolpare l’amministrazione Trump per aver ispirato la violenza. E il loro messaggio? Il modo migliore per fermare la violenza è che l’amministrazione Trump fermi le incursioni della Immigration and Customs Enforcement.

“Questo deve finire. Il presidente deve richiamare questi agenti dell’ICE. Devono ritirarsi in modo che la gente del posto abbia l’opportunità di ristabilire l’ordine, perché questo è ciò che stiamo chiedendo in questo momento”, ha spiegato la rappresentante democratica della California Norma Torres su MSNBC, rivelando la strategia dei democratici di usare la violenza per realizzare la propria agenda politica anti-ICE.

Abbiamo visto cosa succede quando ignoriamo questi segnali di avvertimento. Le aziende sono bruciate. Agenti feriti. Città dirottate da criminali mascherati che svaniscono nella notte, mentre MSNBC la definisce una “protesta per lo più pacifica”. Preparatevi. Perché “No Kings” è solo l’ultima scusa. L’obiettivo è sempre lo stesso: distruggere, distruggere e smantellare tutto ciò che questo paese rappresenta.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/esteri/la-guerriglia-urbana-e-un-pianificato-metodo-di-lotta-politica-in-usa-e-in-europa-973921.html

Il Fardello dell’Uomo Bianco, e la Cancellazione della Cultura Occidentale

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di Matteo Castagna

di Matteo Castagna 
Il Prof. Paul Craig Roberts, noto economista statunitense, pluripremiato docente universitario, insignito anche della Legione d’onore francese, è stato stretto collaboratore dell’amministrazione di Ronald Reagan.
Ha scritto, sul suo sito, un emblematico editoriale, di cui sembrerebbe molto importante leggere i contenuti principali.

“La cancellazione della cultura occidentale sta avvenendo davanti ai nostri occhi. Rimaniamo sbalorditi a guardare le etnie bianche sradicate che si cancellano da sé”.

Roberts continua: “La cultura occidentale ci ha procurato le vittorie dello stato di diritto, il che significa che il governo è ritenuto responsabile nei confronti del popolo. Questa vittoria storica, frutto di secoli di lotte, è andata perduta.

Il 2 settembre 2021 ho pubblicato i collegamenti a due articoli che discutevano della sostituzione dei bianchi nei Paesi in cui sono ancora la maggioranza. L’indifferenza dei bianchi a diventare una minoranza razziale quando, pur essendo ancora maggioranza, subiscono già discriminazioni razziali e culturali, solleva la questione della loro volontà di sopravvivere. Cosa si aspettano i bianchi dal loro futuro quando saranno una minoranza demonizzata, la razza razzista, sfruttatrice e privilegiata contro la quale la politica dell’identità sta unendo la maggioranza?”

Effettivamente, oggi, il mainstream appare particolarmente attivo nel colpevolizzare di ogni turpitudine il bianco, etero e cristiano.

“I bianchi sono stati sottoposti a lavaggio del cervello per decenni sul loro razzismo – continua il Prof. Roberts – sul bisogno di diversità e multiculturalismo, cioè la necessità che il loro Paese diventi una Torre di Babele e molti di loro sono stati convinti dalla propaganda progettata per indebolirli e accecarli, a loro rischio e pericolo, come razza demonizzata e in declino. I bianchi in America, oggi, sono in una posizione molto più vulnerabile di quanto lo fossero gli ebrei nella Germania nazista. Nessuno erigerà musei dell’Olocausto per le etnie bianche cancellate”.

Il sistema educativo svolgerebbe una funzione di sradicamento. Ecco perché Donald Trump sta cercando di fermare questa deriva tagliando i fondi a Harvard e ad altre università, accusate di fungere da indottrinatrici liberal, woke, LGBTQI+ e BLM.

“Ad esempio – prosegue l’insigne economista americano – la Teoria Critica della Razza e il Progetto 1619 del New York Time, insegnano ai neri a odiare i bianchi e ai bianchi a odiare se stessi e a vergognarsi della loro storia.

La Storia viene riscritta e falsificata per sostenere l’accusa di razzismo bianco. Un’operazione simile è stata fatta da Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger nella colpevolizzazione del cattolico, bianco ed europeo del passato, accusato di razzismo, antisemitismo, integralismo e violenza.

Tornando all’attualità il prof. Craig Roberts scrive: “Robert E. Lee è stato trasformato in un simbolo di ingiustizia razziale. Anche il suo stesso stato, che difese con successo per diversi anni contro gli eserciti invasori dell’Unione, ha accettato di rimuovere la sua statua dalla capitale che difese”.

È un esempio eclatante della “cancel culture” che appartiene alla narrazione Dem.

Per aver difeso il suo stato dall’aggressione, Lee è stato trasformato in un razzista. Lo stesso tipo di trattamento è stato riservato nel Vecchio Continente a Dante Alighieri, a Cristoforo Colombo e a Michelangelo.

Mentre coloro che si dichiarano patrioti o sovranisti o, semplicemente chi, con buon senso, ritiene che di fronte all’ ingiustizia si possa e si debba reagire, è un bianco, etero, di cultura cristiana che dovrebbe vergognarsi di se stesso.

Lee è stato sovrintendente di West Point, un virginiano che non possedeva schiavi.

Disse che non poteva portare la guerra alla sua stessa gente. Eppure la calunnia, che si trova ovunque, è che Lee si sia dimesso dalla sua commissione nell’esercito degli Stati Uniti al fine di “combattere per la schiavitù”. I Confederati hanno combattuto perché il Sud è stato invaso.

“Oggi, un secolo e mezzo dopo, un governatore bianco della Virginia e una Corte Suprema della Virginia bianca hanno dato il via libera alla rimozione della statua di Lee perché ai residenti neri è stato insegnato a vedere la statua come “un monumento che glorifica la schiavitù” – racconta Roberts.

E poi chiede: “perché glorifica la schiavitù invece dell’eroismo e dell’indipendenza? Perché i neri arrivano a dettare il significato di un monumento?

Perché le opinioni di una minoranza nera contano più delle opinioni dei bianchi della maggioranza, in una presunta democrazia? Perché i neri possono essere “offesi” da una statua, ma non i bianchi dalla cancellazione della loro Storia?

Perché le opinioni nere disinformate prevalgono sui fatti? Perché i bianchi si sottomettono alla regola della finzione?

Perché i sentimenti basati su una menzogna storica, indottrinata nella testa della minoranza nera hanno la precedenza sui sentimenti dell’anima maggioranza bianca, la cui storia viene prima falsificata e poi cancellata?

Perché l’establishment bianco della Virginia sostiene questa calunnia contro uno dei migliori uomini prodotti dalla Virginia?

“Se questa non è l’autodistruzione di una razza, che cos’è?”

“George Washington, Thomas Jefferson, Robert E. Lee sono demonizzati e vilipesi, ma un criminale tossicodipendente, George Floyd, che si è suicidato con una massiccia overdose di Fentanyl, è un soggetto di culto” – osserva il Prof. Roberts.

Questa trasformazione – da eroe a cattivo, da cattivo a eroe – è stata fatta dai bianchi stessi. Ai neri manca il potere.

“Quando anche i bianchi del sud non possono sollevarsi in difesa di Robert E. Lee, ciò a cui stiamo assistendo è che i bianchi vengono svergognati da altri bianchi in una totale perdita di fiducia”.

Lo scorso dicembre, l’Accademia militare della Virginia, la base del generale Sudista Stonewall Jackson, ha rimosso la sua statua perché era razzista, per Jackson, resistere a un’invasione del Nord.

Il VMI [Virginia Military Institute], una delle istituzioni più Sudiste del sud, ha gettato via il suo membro più famoso.

“L’eroismo di Stonewall Jackson è stato gettato nel buco della memoria dalla sua stessa istituzione e dal suo stesso Stato per il quale ha gloriosamente combattuto.

Il Prof. Roberts prosegue indignato: “non c’è niente di razzista in un professore che difende il suo Paese dall’aggressione militare. Perché i fiduciari hanno disonorato il membro più famoso di VMI? Perché una persona dotata di integrità dovrebbe frequentare il VMI dopo il disconoscimento da parte del college del suo membro più illustre?

Non contenti di rimuovere solo le statue, i bianchi sradicati della Virginia stanno rimuovendo i nomi associati al Sud da scuole, contee e strade. I bianchi svalutati ad Arlington, in Virginia, hanno ribattezzato la Lee Highway.

Ora è Langston Boulevard. A Richmond vengono cambiati i nomi delle strade. Sono stati cancellati i nomi delle scuole superiori associati ai Sudisti che hanno resistito all’invasione di Lincoln. Mi chiedo quando Washington e la Lee University verranno cancellate…”

“Il Southern Poverty Law Center, anti-bianco e anti-americano, ha un elenco di 2.300 strade, scuole e monumenti in 23 Stati che si presume abbiano connotazioni sudiste e quindi razziste. Suppongo che dovremo trovare una nuova parola per la direzione cardinale o il punto cardinale noto come “Sud”.

Poiché un criminale nero è morto per overdose di Fentanyl, il Congresso degli Stati Uniti, in gran parte un gruppo di uomini bianchi, ha votato il per rimuovere tutti i nomi associati ai confederati sconfitti dalla proprietà federale.

Ecco Lee Barracks che prende il nome dal sovrintendente più famoso di West Point. Questa è l’azione di persone che hanno perso ogni fiducia nella loro razza e sono diventate servi di un’ideologia anti-bianca che le demonizza”.

Non è solo il Sud che viene cancellato, ma i bianchi in generale. Ciò che sorprende è che il Sud se ne sta lì e se la prende. I cinema del Sud hanno persino smesso di mostrare “Via col vento” perché “insensibile”:

Che il Sud accetti la sua cancellazione dopo aver subito i crimini di guerra di Lincoln, Grant, Sherman e Sheridan è equivalente ai palestinesi che accettino la loro espropriazione per essere “terroristi”.

Se il film “Via col vento” è insensibile a qualcuno è ai bianchi del Sud che, insieme alla loro cultura, sono stati distrutti dalla guerra di Lincoln e trasformati in yankee che hanno sempre messo i soldi al primo posto. “Non avrò mai più fame”, dichiara Scarlet O’Hara. Ecco una Southern Lady trasformata in un banale Yankee per il quale il denaro è l’unico valore.

“La guerra di Lincoln, come ha affermato più volte, era per preservare l’impero. Non aveva nulla a che fare con la schiavitù. La secessione del Sud non aveva nulla a che fare con la schiavitù. Era per una questione economica. Il Nord intendeva costruire la propria industria sfruttando economicamente il Sud. La reinvenzione di quella che viene erroneamente chiamata “guerra civile” come una questione sulla schiavitù è stata diretta non solo ai bianchi del sud, ma anche contro tutti i bianchi americani. Se ne dubitate, guardatevi attorno. Sono solo i bianchi Sudisti ad essere chiamati “razzisti sistemici” e “suprematisti bianchi”? Se siete troppo stupidi per conoscere la risposta, chiedete a Megan Kelly che ha tirato fuori i suoi figli dalle prestigiose scuole private di New York dove venivano indottrinati che erano razzisti bianchi. Guardate l’insegnamento obbligatorio degli Stati Democratici e dei distretti scolastici sulla Teoria Critica della Razza anche in tutte le scuole pubbliche bianche. Se sei un americano bianco, il governo Democratico ha ufficialmente posto un bersaglio sulla tua schiena e quella dei tuoi figli e nipoti.

L’intero sistema educativo e politico americano è troppo stupido per comprendere che se una civiltà viene decostruita e c’è un collasso della società, non crollerà solo per i bianchi del Sud.

“Tutti i bianchi, i neri, gli ispanici, gli asiatici andranno giù nel crollo. L’unico modo in cui un Paese multirazziale può esistere è se tutti sono inculturati. Altrimenti non c’è unità. Una torre di Babele, la diversità, non è un Paese”.

“Per decenni l’opera di intellettuali liberali ed ebrei, “marxisti culturali”, è stata la decostruzione dell’America” – afferma Roberts.

La decostruzione dell’America è davvero tutto ciò che è un’educazione liberale. Il prodotto dell’educazione americana sono generazioni di americani bianchi senza radici. Se pensate che avere radici non sia importante, ditelo ad Alex Haley. La serie TV basata sul suo “Radici” ha dato radici ai neri mentre intellettuali ebrei marxisti culturali e gentili liberali bianchi hanno cospirato per rendere gli americani bianchi senza radici e sradicati.

Gli americani di oggi sono stati ridotti a un popolo colpevole che non merita nulla ma ha l’obbligo della restituzione.

Restituzione significa farsi da parte e consegnare il potere alle “minoranze oppresse”. Non è altro che l’ideologia di Schlein, Frantoianni, Soumahoro, don Biancalani, Karola Rakete, Casarini, Mimmo Lucano e dell’ eterna “vittima” del “patriarcato” bianco, etero e “razzista”, Ilaria Salis.

In altre parole, le etnie bianche sono così sottoposte a lavaggio del cervello contro sé stesse che le “minoranze preferite” non devono nemmeno fare lo sforzo di rovesciarle. I bianchi indottrinati si stanno rovesciando da soli.

Ecco perché Donald Trump cerca di limitare la diffusione di tutto questo con misure drastiche e viene attaccato da altri bianchi d’essere un suprematista.

Lo stesso vale in tutto il mondo occidentale. Ovunque i bianchi sono sulla difensiva, principalmente a causa di altri “bianchi anti-bianchi”. Sono stati i bianchi ad aprire le frontiere al superamento dei Paesi bianchi con etnie non bianche.

È l’ex presidente degli Stati Uniti, Biden, che si rifiutò di far rispettare le leggi statunitensi sull’immigrazione e consentì di entrare nel Paese a piacimento ad immigrati invasori.

In Europa – Macron, Merz, la UE – è lo stesso.

“La cittadinanza italiana è uno scherzo. Non ha senso. L’Inghilterra non è più l’Inghilterra. È una Torre di Babele. Il sindaco della sua capitale è musulmano. Solo il 40% della popolazione di Londra è britannica” – afferma Roberts.

“Da nessuna parte in Europa si stanno costruendo chiese cristiane, ma ovunque stanno sorgendo moschee”, incalza il grande economista.

Il famoso Gonville and Caius College dell’Università di Cambridge ha rimosso una finestra in memoria di Sir Ronald Fisher, un ex membro del college e fondatore della statistica moderna”.

Sir Ronald era anche interessato alla genetica, all’epoca un legittimo campo di indagine ma oggi demonizzata come razzista. Studenti di minoranze razziali non qualificati per essere a Cambridge, ma lì a causa del “valore della diversità”, hanno protestato che l’interesse di Fisher per la genetica significava che era un razzista e che il college stava sostenendo il razzismo avendo un memoriale per un famoso fondatore della Statistica.

Anche gli assistenti si sono svegliati, persone senza capacità e di conseguenza assunta per mostrare “l’inclusione” dell’Università hanno protestato e la facoltà, emotivamente, intellettualmente, moralmente e fisicamente debole, ha ceduto e ha rimosso la memoria del fondatore della statistica moderna.

Mentre l’Università di Cambridge rimuove una finestra commemorativa per il fondatore della Statistica, la Cattedrale di Washington, a D.C. installa un criminale condannato e tossicodipendente, George Floyd, che si è suicidato con un’overdose di droga.

L’Università di Oxford è ancora in tumulto sul fatto che l’Oriel College rimuoverà la statua di Cecil Rhodes che ha dotato le prestigiose borse di studio Rhode di Oxford, una delle quali è stata assegnata all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Rhodes era un colono in Africa e quindi un razzista e la sua “statua e tutto ciò che rappresenta” deve cadere, così dicono i destinatari della quota razziale assegnata alle borse di studio Rhode.

Queste persone sono così insensate che non riescono a capire che se Rhodes è razzista e la sua statua viene rovesciata, anche il prestigio delle loro borse di studio viene rovesciato.

“Sono screditate anche tutte le persone che hanno accettato le borse di studio razziste di Rhodes, incluso Bill Clinton. Sono per sempre etichettati come razzisti a causa della loro associazione con Cecil Rhodes”.

In Gran Bretagna sembra che tutto ciò che fa un bianco sia razzista, persino indossare abiti di seconda mano.

“James Watson, co-scopritore con Francis Crick della struttura a doppia elica del DNA e premio Nobel per la scienza è stato dichiarato razzista ed escluso dal laboratorio di ricerca da lui fondato.

Uno degli scienziati più illustri e importanti del nostro tempo è stato spinto nel buco nero orwelliano da punk da quattro soldi assunti in quote universitarie” – asserisce il prof. Roberts.

“Questo è il mondo occidentale di oggi. È folle. La scienza, i fatti, la verità, non hanno autorità alcuna. La civiltà occidentale è stata svuotata. Non ne rimane nemmeno un sacchetto di carta bagnato. Il mondo occidentale è militarmente impotente, non ha leadership, ed è stato sconfitto in Afghanistan da poche migliaia di talebani armati alla leggera ed è scappato dall’Afghanistan in totale disordine, per mano di una semplice milizia. Come il presidente Eisenhower avvertì il disinvolto popolo americano 60 anni fa, il complesso militare/di sicurezza è alla ricerca della vostra democrazia. Vogliono i vostri soldi che otterranno a tutti i costi e voi, essendo stupidi e disinvolti, glieli darete.

Una previsione corretta.

“Gli Stati Uniti ora hanno un esercito femminizzato, omosessualizzato e transgender che costringe i soldati e gli ufficiali bianchi a seguire un “addestramento sulla sensibilità razziale” e ad imparare che sono razzisti e non sono autorizzati a commettere razzismo, disciplinando le truppe nere. Né possono essere misogini se disciplinano le truppe femminili. Né possono essere transgenderfobici disciplinando uomini che affermano di essere donne o donne che affermano di essere uomini.

Questo è l’esercito americano oggi. Come si può essere orgogliosi di servire in un’organizzazione così incasinata?”

Continua Roberts: “È un esercito inutile, ma costa agli americani 1.000 miliardi di dollari all’anno, una somma enorme che drena risorse disperatamente necessarie a molti usi molto più importanti dei profitti del complesso militare/di sicurezza.

L’inevitabile conclusione è che gli americani siano ostaggio della demonizzazione dell’etnia bianca. Tutti i leader e gli eroi americani, come George Washington e Thomas Jefferson, sono razzisti e uomini malvagi che hanno oppresso i neri e le donne e hanno creato una Nazione basata sulla schiavitù. Se non ci credete, consultate il progetto 1619 del New York Times”.

Roberts incalza: “il mondo occidentale è così impotente nella sua totale mancanza di fiducia in se stesso che si lascia invadere da immigrati-invasori”.

Jean Raspail ha descritto la fine dell’Occidente nel suo libro del 1973 “Il campo dei santi”. Stiamo vivendo la sua descrizione.

“Se ne dubitate, pensate al vostro diritto all’autotutela. A St. Louis, nel Missouri, una coppia che ha difeso la propria casa dall’essere invasa da Antifa e Black Lives Matter brandendo armi da fuoco è stata arrestata e accusata di aver difeso la loro proprietà”.

Il decreto sicurezza, tanto contestato dai sostenitori degli Antifa, colpisce direttamente un dogma della post-modernità quale la lotta contro la difesa di ciò che è nostro, che andremmo puniti perché bianchi, etero, cristiani e non schierati a sinistra.

“Per quanto posso discernere, da nessuna parte in Europa o nel Regno Unito è permesso a una persona di difendersi con un’arma da fuoco. Le pistole sono vietate. Se vieni attaccato da una “minoranza preferita” devi subirne le conseguenze o andare in prigione per un crimine d’odio. Oggi difendersi da un non bianco, se si è bianchi, in Europa è un probabile crimine d’odio” – afferma Roberts.

La rimozione dalle etnie bianche del diritto all’autotutela completa lo sradicamento delle etnie bianche. Privi di fiducia e di fiducia in se stessi, le etnie bianche si sono gettate nel cestino della storia.

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/06/09/il-fardello-delluomo-bianco-e-la-cancellazione-della-cultura-occidentale-matteo-castagna/

Libertà e Verità

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di Matteo Castagna

La rivista Sodalitium n. 43 dell’Aprile-Maggio 1996 ha pubblicato un’omelia dal grande contenuto teologico, di Mons. Michel Guérard de Lauriers, O.P. (1898-1988), il cui contenuto è attualissimo, soprattutto perché una certa predicazione tomista non è facile da ascoltare.

La libertà non esclude forse ogni restrizione? Non è questo un fatto evidente? E, soprattutto, non è alquanto seducente questo modo di vedere? È un fatto che vi sono cristiani oggi che la pensano proprio così e, quel che più conta, conformano la loro vita a questa concezione, anche se a sostegno di essa accampano argomenti apparentemente solidi. “Dove c’è lo Spirito del Signore, là è la libertà” (II Cor. III, 17); “Il vento soffia dove vuole e la sua voce è bene udibile… e così egualmente accade a chiunque è nato nello Spirito” (Gv. III, 8). “Popolo di Dio”, “popolo di profeti”, “popolo di adulti mosso dallo Spirito, per te la libertà non consiste nel togliere di mezzo ogni restrizione e ogni legge?”; “Ama e fa quel che vuoi”; S. Agostino, il Dottore della Grazia non si è forse espresso cosi?

Ma questo è solo il primo aspetto della questione. Ve n’è infatti un secondo: “Voi siete stati chiamati alla libertà cristiana. Ma fate in modo che la libertà non finisca col divenire un pretesto per soddisfare la carne” (Gal. V, 13). E, sempre S. Paolo, raccomanda poi di praticare, attraverso la carità, l’aiuto scambievole che è, inevitabilmente, e per tutti, oneroso e vincolante. Del resto, il comportamento manifestamente pregiudizievole per tutti, di rigettare ogni regola, che si vorrebbe giustificare con il diritto di essere liberi, mostra a sufficienza che questo preteso diritto è fondato sopra una falsa concezione della libertà. “Ama e fa quello che vuoi”;

“Se ami, tu non puoi fare quello che vuoi”. È mai possibile che S. Agostino abbia contraddetto S. Paolo? Chi allora dei due ha ragione? Insomma l’uomo, il cristiano, è libero o non lo è? Esiste oppure no un’altra alternativa fra il dovere e la libertà, fra il conformismo e la contestazione? Prima di tutto cerchiamo di non cadere in uno stato di sovreccitazione. Solo così la Grazia, che non viene negata mai a nessuno, può portare i suoi frutti. “Bisogna imparare direttamente dallo Spirito in che cosa consiste la libertà, che si trova appunto solo dove lo Spirito è presente” (II Cor. III, 17). Lo “Spirito del Signore”, che garantisce “questa libertà della quale gode il cristiano, perché Cristo lo ha affrancato” (Gal. V, 1), è evidentemente lo “Spirito di Gesù Cristo” (Fil. I, 19); è lo “Spirito del Figlio, che grida dentro di noi Abba Pater” (Gal. IV, 6). Si tratta quindi dello “Spirito di Verità” (Gv. XV, 26), poiché procede non soltanto dal Padre, ma anche dal Figlio “che è la Verità” (Gv. XVI, 13). E “lo Spirito della Verità conduce alla pienezza della verità” (Gv. XVI, 13).

La libertà del cristiano, essendo quindi frutto dello Spirito, è regolata dalla Verità per la imperativa ragione che lo Spirito non può essere che Spirito di Verità, dato che Esso procede dal Figlio che è, Lui stesso, la Verità. È necessario insistere su questo punto. Lo Spirito è Verità per sua intima essenza. Procedendo infatti il suo essere “dal Figlio”, come “dal Padre”, niente è a Lui più intrinsecamente proprio che essere la Verità per il fatto stesso che Egli viene “da Colui che è la Verità”.

Se dunque il cristiano è costituito in modo da poter “andare dove vuole, perché egli segue il soffio dello Spirito”, questo può però avvenire alla sola condizione che la libertà di cui gode consiste per lui nell’essere integrato nello Spirito, nello sposare – se è possibile esprimersi così lo Spirito integralmente, sia nella Sua Sorgente, sia nei suoi frutti. E siccome lo Spirito, ovunque ci conduca, non può condurre che alla Verità perché è Spirito di Verità, così la libertà, che risiede nello Spirito, procede dalla Verità.

Questa libertà, proprio in virtù di questa sua permanente genesi, è intimamente conforme alla Verità. Pertanto, a causa di quanto comporta la sua intima essenza, la libertà, in chiunque ne rivendichi il privilegio, deve essere assolutamente conforme alle esigenze della Verità. E se il cristiano (quello cioè) che viene liberato dal Figlio, “è libero nella verità” (Gv. XVI, 39), ciò avviene perché lo Spirito, che dà questa libertà, conduce alla pienezza della Verità (Gv. XVI, 13). La conclusione, di necessità, è una sola: la vera libertà è regolata dalla Verità.

E si tratta – bisogna chiaramente precisarlo – di un principio essenziale: principio incluso – in diritto – nell’essenza stessa della libertà, principio facente parte concreta della natura di questa, e principio che gioca, di conseguenza, un ruolo immanente nell’evolversi stesso della vita. E bisogna denunciare come pernicioso errore l’opinione corrente, seconda la quale la libertà non è ancorata a regole, quando non consisterebbe addirittura, arrivando logicamente al limite, proprio nel fatto di rifiutare ogni regolamentazione.

Queste riflessioni teologiche danno al Cristiano, alla luce della Fede, una profonda convinzione, anzi la convinzione più profonda. Tali riflessioni non contrastano affatto con i cosiddetti “argomenti di ragione”, anche quando questo rapporto fosse sottinteso. È estremamente opportuno ricordare – con S. Tommaso – che la libertà sta nel libero arbitrio soltanto come derivazione. L’atto del libero arbitrio infatti consiste nello scegliere. Ora, appunto l’esercizio di questo atto è fondato sull’affinità che esiste in maniera positiva fra colui che sceglie e la cosa da lui scelta. La cosa scelta viene infatti considerata come “il bene” ed “il fine” mentre ciò che rimane escluso dalla scelta è appunto quello che non viene assimilato alla finalità scelta.

Il “bene” è esattamente l’oggetto della volontà, ed il “fine”, che nel pensiero di ciascuno definisce il “bene”, è, in concreto, la legge immanente della volontà. Ne segue che l’atto del libero arbitrio, lungi dal ridursi ad una pura opzione incondizionata nella quale si vorrebbe far consistere la libertà, è in effetti l’espressione della volontà, la quale è essa stessa, in un giuoco spontaneo, conforme al “bene” ed al “fine”. La libertà sta originariamente nella volontà e vi è regolata dal rapporto fra la stessa volontà e la natura, vale a dire da ciò che fa, della creatura ragionevole e della sua stessa volontà, in maniera divina, una sola cosa.

La libertà è regolamentata dalla verità. È altrettanto necessario in questo tempo di “crisi”, ricordare che la libertà, secondo S. Agostino, consiste nello scegliere quanto non può essere eliminato. La definizione è certamente transrazionale, ma perfettamente rispondente dal punto di vista esistenziale. L’esigenza di libertà, che vibra nell’intimo di ciascuno, deve in effetti essere soddisfatta, perché essa è sanzionata “…dalla nostra santa vocazione, che ha la sua origine non nelle opere nostre ma nel decreto di Dio e nella Sua Grazia” (II Tim. 1, 9). E questa esigenza è così assoluta che essa esclude ogni contrasto esterno.

Ciò comporta, come necessario presupposto, che il desiderio non deve essere frustrato e ciò, a sua volta, presuppone che l’uomo non desideri che quanto non può essere eliminato. S. Agostino ammette dunque chiaramente che la libertà non sopporta costrizioni; ma, d’altra parte, l’assoluto della libertà è, secondo lui innestato in un desiderio che vede solamente beni quei che non possono essere eliminati, e cioè in un desiderio regolato da Leggi superiori.

E siccome i beni che non possono essere eliminati, sono soltanto i veri beni, i beni validi per una creatura dotata dell’immortalità, ne segue ancora che la libertà ha spazio soltanto nella Verità. L’opposizione creata fra il “dovere” e la “libertà”, la necessità di optare che discende da questa opposizione, i comportamenti pratici che esprimono questa opzione e spesso vanno bene al di là di essa, tutto ciò ha per origine una vera confusione: “Parvus error in principio, fit magnus in fine”.

La confusione deriva dal non saper distinguere due tipi di necessità. Una si impone ad un essere autonomo cominciando dal punto in cui lui cessa di essere se stesso, l’altra è immanente alla natura della quale non fa altro che esprimere la determinazione. Correlativamente, per ogni operazione, ci sono due tipi di leggi. Quelle che la circoscrivono dall’esterno e sono sottoposte a restrizioni, e quelle che sono concomitanti al principio stesso dell’operazione e sono, nei confronti di questa, metro di misura.

Se si confondono questi due tipi di legge e di necessità, se si osserva – non senza ragione – che restrizione e libertà sono termini incompatibili, la logica conclusiva non può essere che una sola: la libertà deve essere priva di regolamentazione. La conclusione è giusta, senonché, essendo falsa la prima premessa ne segue che egualmente è falsa la conclusione cui si giunge. La libertà non è priva di regolamentazione; è priva di una regolamentazione esterna, perché ha in se stessa la valida regolamentazione. S. Tommaso esprime magnificamente Mons. Guérard des Lauriers o.p., durante una predica questo concetto, con queste parole: “Lex nova est instinctus Spiritus Sancti”, “la nuova legge è istinto dello Spirito Santo”.

Non crediamo ci sia bisogno di ricordare che per S. Tommaso, come per tutti i cristiani, lo Spirito Santo è lo Spirito di Verità. La libertà dunque, e particolarmente la libertà cristiana, che è “quella della Gerusalemme celeste” (Gal. IV 26 ) e della Nuova Legge, la libertà, dunque, come dicevamo, è regolata dalla Verità, da tutta la Verità.

E tutti quelli che, rifiutando ogni restrizione, rifiutano anche la Verità come regolatrice della libertà, sono nell’errore: essi non sono affatto liberi, dato che come è provato dall’esperienza essi aspirano continuamente a divenire tali. Essi aspirano – inconsciamente senza dubbio – ad essere “liberati dal peccato” (Rom. VI, 22), ad essere “liberati dal male” (Mt. VI, 13 ), da ogni male, ed in particolare dalla “corruzione” (Rom. VIII, 21) mentale che consiste nel misconoscere la natura della creatura spirituale e, di conseguenza, la natura stessa della libertà.

Questi poveri esseri smarriti non potranno essere soddisfatti nel loro legittimo desiderio che convertendosi; non potranno essere soddisfatti se non volgendosi a questo suggerimento che lo Spirito Santo (non si può fare a meno di sperarlo) loro silenziosamente dà” (Giov. 14, 26). Allora “essi conosceranno la Verità e la Verità li farà liberi” (Giov. 8 32). E noi, i cristiani, siamo liberi? Certamente non lo siamo tanto da non doverlo divenire ancora di più. Infatti la libertà, che è “la gloria dei figli di Dio” (Rom. 8 21) è infinita come il desiderio ed assoluta come la Verità. La sua non offuscabile grandezza sta nell’essere regolata dalla Verità ma soltanto dalla Verità e dal non avere altri metri di misura. Doppia esigenza alla quale dobbiamo, per intima vocazione, soddisfare in tutte le circostanze.

In questo tempo di “crisi”, e come in tutti i tempi, essere libero vuol dire essere lo strumento attraverso il quale Dio realizza il suo disegno, vuol dire essersi conformati a questo disegno e pertanto essere regolati dalla Verità: essere liberi, in pratica, vuol dunque dire sottomettersi a tutto ciò che Dio manifesta essere la Sua volontà. In tempo di “crisi”, come sempre e dovunque, ma in maniera tutt’affatto particolare quando questa crisi proviene dal fatto che è l’autorità stessa a non essere più regolata dalla Verità, esser liberi significa non chiedere come un favore ciò che è soltanto un sacro diritto, diritto del quale il principio necessitante è la Verità stessa.

Sarebbe infatti soltanto una adulazione alle Autorità, riconoscerle indirettamente che essa ha il diritto di forgiare leggi false, contrarie alla Verità; in ultima analisi si tratterebbe di riconoscere, come fatto legittimo, che la Verità non è l’unica regolatrice della libertà, ma può essere sostituita da una qualunque costrizione: e questo sarebbe peccato contro la Verità, e rinunciare alla libertà. In tempo di “crisi” e particolarmente nella crisi attuale, è la Verità che rende liberi.

La libertà “di favore” può ingannare la fame di coloro che cenano con “il padre della menzogna” (Giov. VIII, 44); ma non può assolutamente soddisfare tutti coloro che “Dio ha chiamato dalle tenebre per condurli alla Sua impareggiabile Luce” (1 Pt. 2, 9), e che, sotto pena “di essere gettati fuori, debbono rimanere in Colui” (Giov. XV, 6) “che è la Verità” (Giov. XIV, 6).

Non c’è altra Libertà vera da quella di “conoscere la Verità” (Giov. VIII, 3), non c’è altra libertà che quella di far brillare in tutto il suo fulgore la Luce, facendo trionfare la Verità.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/

Ma l’ex Presidente uruguagio comunista “Pepe” Mujica fu davvero un iconico eroe?

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di Matteo Castagna

Il 13 Maggio è deceduto a quasi novant’anni l’ex Presidente uruguayano José Alberto Mujica Cordano, meglio noto col soprannome di “Pepe”. Si era ritirato a vita privata da qualche anno ed era conosciuto come il politico più povero del mondo. Icona della sinistra mondiale, è stato salutato dall’ Eurodeputata di AVS Ilaria Salis con un post celebrativo su X: “Buon riposo, guerriero” […] seguito da una sua fotografia col pugno chiuso alzato.

I grandi media italiani ne hanno parlato con toni enfatici. La Repubblica l’ha definito “faro della sinistra latino-americana”, per Il Post fu “un uomo comune straordinario”. La7 ha scritto del suo funerale: “figura amatissima nel Paese e simbolo mondiale di umiltà e coerenza politica”. Il Fatto Quotidiano ha titolato: “Con la morte di Pepe Mujica finisce un’epoca: testimone e protagonista, ha incarnato un ideale”. Il Corriere della Sera ci ricorda le sue ultime, umili parole: “Tutto è intestato a mia moglie, un essere superiore a cui devo ogni cosa. Sarò sepolto sotto una sequoia che ho piantato io stesso, insieme alla mia adorata cagnolina Manuela”.

Il Manifesto ci informa che è morto l’ “ultimo ideologo del buon senso”. Infine L’Unità: “A dare la notizia [del decesso, n.d.r.] l’attuale presidente dell’Uruguay, Yamandú Orsi. “Con profondo dolore comunichiamo la morte del nostro compagno Pepe Mujica. Presidente, militante, referente e guida. Ci mancherai molto, grazie per tutto quello che ci hai dato e per il profondo amore per il tuo popolo”. Il Giornale, Libero, La Verità danno la notizia in maniera piuttosto asettica.

L’Italia è stata criticata dalla sinistra perché il nostro paese è, per libertà di stampa, al 49esimo posto della classifica mondiale stilata da Reporter senza Frontiere. Sarà, però ciascuno può farsi un’idea dell’orientamento mediatico rispetto alla verità dei fatti ed all’obiettività delle osservazioni, se ha la voglia di scavare più a fondo, ad esempio, su questa figura, tanto celebrata.

Giorgio Bongiovanni è noto per le sue denunce a Cosa Nostra ed è un giornalista eclettico e controverso, fondatore e direttore di Antimafia 2000, che secondo Antonio Ingroia “è un po’ l’organo ufficioso della procura di Palermo” (fonte: Il Foglio). Il 15 gennaio del 2018 pubblicò sulla sua rivista un’intervista che fece a Montevideo (Uruguay) a Gustavo Salle, avvocato penalista uruguagio di nota esperienza, che si candidò nel 2024 con il partito “Identidad Soberana”, contro l’attuale presidente, sostenuto da Pepe Mujica.

In America Latina è un uomo molto conosciuto, a livello mediatico, molto colto e grande conoscitore della politica internazionale. E’ celebre per le sue indagini e denunce contro fatti di corruzione, dentro e fuori lo Stato. Fu promotore dell’indagine che coinvolse l’ex presidente Mujica e il suo partito, colpevoli, secondo l’accusa, di aver raccolto fondi per il finanziamento politico attraverso rapine e atti criminali dopo la dittatura dei militari, cioè in piena democrazia.

“Diverse volte si sono alzate delle voci che contrastavano la grande immagine di Mujica, che la sinistra uruguaiana aveva costruito a livello internazionale” – scrive Antimafia 2000 – e prosegue: “gli incontri tra Mujica e George Soros o David Rockefeller, i permessi di sfruttamento minerario concessi a grandi multinazionali, contratti firmati con loro alle spalle del popolo, leggi create “su misura” a vantaggio dei grandi capitali, l’istallazione di impianti di cellulosa (uno è il più grande al mondo), l’inquinamento delle acque e l’indifferenza e insensibilità, dimostrata in diverse occasioni, per quanto riguarda le indagini sui casi di violazione dei Diritti Umani da parte di militari e polizia e la ricerca di desaparecidos seppelliti in caserme militari, oscurano (e hanno oscurato) gradualmente l’immagine e la gestione del “presidente più povero del mondo” “.

L’Avv. Salle ne ribalta l’immaginario collettivo, dicendo: “Mujica è un delinquente; è stato un delinquente con una determinata posizione ideologica politica e poi, dopo un evento traumatico a livello internazionale inevitabile, come l’implosione del socialismo reale, c’è stato un cambio nella sua posizione ideologica, filosofica e politica. Dal punto di vista pratico, Mujica è stato forse uno dei personaggi più nefasti della storia dell’Uruguay. Se Mujica non fosse nato, l’ Uruguay non avrebbe patito tante sofferenze nel passato e nel presente”.

Parole pesanti, mai smentite, né risultanti oggetto di procedimenti legali, egli continua, sempre in tempi non sospetti: “Dal momento in cui Mujica venne eletto prima senatore e poi presidente della Repubblica iniziò a trasformarsi in un elemento di laboratorio in elaborazione. Era un individuo con un trascorso da guerrigliero, e ciò catturava l’attenzione e la simpatia dei settori di sinistra, che nel paese erano importanti perché quelli tradizionali erano già molto screditati. Allo stesso tempo aveva un apparato militare ed uno economico”.

“Le logge massoniche nel nostro paese, prosegue l’autorevole penalista su Antimafia 2000 del 2018 – hanno una storia di potere incommensurabile. Pertanto, niente di quanto accade a livello politico è estraneo al lavoro surrettizio, confidenziale, segreto, dietro le quinte, della massoneria. Questo ci porta ad una prima conclusione: indubbiamente la massoneria ha messo da parte i partiti tradizionali, che si dimostravano inefficaci nella loro tabella di marcia.

Il Frente Amplio si trasformò nello strumento più efficace della realizzazione dei loro programmi. I partiti tradizionali, invece, non erano mai riusciti a dominare il sindacato, un elemento importante nella tradizione storica di questo paese. Le logge massoniche notarono che, una volta caduta l’Unione Sovietica, una volta che questa gente rimase senza un posto dove poter trarre vantaggio, sarebbero state disposte a rivedere tutto riguardo al potere imperiale anglosassone e occidentale”. “Mujica, tra altre cose, secondo me è un individuo che incoraggia il consumo di droga. Il governo è stato nefasto, il governo di Mujica si è caratterizzato per aver depredato fondi pubblici per distribuirli tra gli amici dell’organizzazione”. Fu il suo governo a legalizzare la droga, prima ancora l’aborto e infine i matrimoni omosessuali.

Infine, conclude: “lui poteva dare anche tutto lo stipendio senza problemi, perché è stato tanto grande il saccheggio e il furto che ha fatto l’organizzazione che lui gestiva e che dietro le quinte poteva ricevere milioni di dollari”. Non parrebbe un santone francescano amico dei poveri e dei lavoratori, anzi un comunista corrotto e senza scrupoli, che ha saputo ingannare il suo popolo, manipolando ad arte l’informazione, che se libera, pur ponendo degli interrogativi su una verità che, forse emergerà o non sapremo mai, ma quantomeno sarebbe da raccontare. Così, per metter tutto sul piatto della bilancia.

Fonte: https://www.marcotosatti.com/

Silvia Sardone, sotto scorta, sconcertata perché “la sinistra è sempre dalla parte sbagliata della storia”

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di Matteo Castagna

Silvia Sardone, milanese doc, ha sempre dimostrato di avere parecchia determinazione in tutte le sue battaglie politiche. Laureata con pieni voti in Giurisprudenza all’università commerciale Luigi Bocconi, successivamente, mentre svolge il praticantato presso uno studio di diritto del lavoro, vince una borsa di studio per un dottorato di ricerca in Relazioni del lavoro presso l’ Università di Modena e Reggio Emilia, che consegue nel marzo 2011. Ottiene in seguito, a pieni voti, anche un master in Business Administration presso il Politecnico di Milano.
Nel giugno 2023 si è sposata con Davide Caparini, leghista della prima ora e amico personale di Umberto Bossi è stato deputato dal 1996 al 2018, mentre dal 2018 al 10 marzo di quest’anno assessore al Bilancio della Regione Lombardia. E’ mamma di due bambini.
 

1. Silvia Sardone, lei è al secondo mandato all’Europarlamento, peraltro con 75.357 preferenze. È la donna italiana più votata e da pochi giorni Vicesegretaria della Lega. Ci parli un po’ di lei e della sua passione per la politica. Come si fa a prendere così tanti voti?

Da eletta, ho iniziato la mia attività politica a 21 anni, in consiglio di zona, ero all’università e già lavoravoNon credo ci sia una ricetta per prendere i voti, se non quella di fare politica per passione in maniera instancabile con grinta e dedizione. Sicuramente la presenza sul territorio è fondamentaleunita anche al lavoro nelle istituzioni e alla comunicazione di quello che si fa. Direi che se dovessi dire una ricetta, questi sarebbero i pilastri per costruire il consenso.

2. Una delle sue battaglie politiche principali è l’immigrazione. Perché è un problema e perché l’Europa è così miope? Cosa può fare in concreto il Parlamento europeo per fermare gli sbarchi e per la sicurezza?

Dobbiamo fare una distinzione tra l’immigrazione regolare e quella irregolare. Le persone che sono sul territorio in maniera regolare, pagano le tasse, rispettano le regole, lavorano e danno il loro contributo non rappresentano un problema, anzi… Il problema è costituito dall’immigrazione irregolare che ha portato solo insicurezza e a dirlo sono anche i tanti stranieri perbene che vivono sul territorio. L’Europa, che anche in occasione delle ultime elezioni ha fatto di tutto per mettere alla porta i cosiddetti partiti sovranisti anti-immigrazione, sembra odiare  stessa: mossa da un desiderio di iper altruismo e buonismo preferisce accogliere indiscriminatamente, anziché rafforzare i propri confini e quindi la propria identità. Innanzitutto l’Ue non dovrebbe mettere i bastoni tra le ruote, con ogni mezzo, ai Paesi che avanzano politiche decise contro l’immigrazione clandestina; dopodiché servirebbe uno snellimento generale delle procedure per l’accoglimento o meno delle domande d’asilo, la creazione di hotspot in Nord Africa, norme più semplici per le espulsioni.

Questo appare un passaggio fondamentale: l’attuale Unione Europea impedisce la re-migrazione in favore di un mondialismo che ha dimostrato di essere un modello socialmente ed economicamente fallimentare. Non è il governo che non vuole espellere, sono le sinistre che sostengono, in Italia e in Europa un terzomondismo business sulla pelle dei popoli.

3. Lei è vittima, spesso, di intimidazioni da parte di odiatori seriali della sinistra. Come reagisce? Avrebbe bisogno della scorta? E il mondo femminile, mi pare stenti a farsi sentire quando la vittima è una donna non di sinistra. Perché? Riceve almeno in privato un po’ di solidarietà da qualche paladina dei diritti violati? Se sì ci fa uno o più nomi?

Sono sotto scorta ormai da oltre un anno per le minacce che ricevo quotidianamente da persone di fede islamica e non solo che non digeriscono il mio essere libera. Di femminista non ne ho vista né sentita mezza darmi supporto, anzi spesso si dice che vado a cercarmele… Il silenzio delle donne del Pd è sconcertante. Battersi per i diritti delle donne velate e sottomesse da genitori, mariti e fratelli significa andare a cercarsele? Stiano tutti tranquilli: continuerò le mie battaglie a testa alta, senza paura di attacchi e minacce. In questo si dimostra la tenace battagliera di sempre.

4. Quanto conta la fede cattolica nel suo vivere la politica? Come vedono a Bruxelles una donna, della Lega, e pure di profonda formazione cattolica?

Io ho fatto la catechista e sono cristiana. A prescindere da questo credo che sia necessario tutelare le nostre tradizioni, i nostri valori. L’Europa o è cristiana, o non è, e non si possono negare le origini spirituali millenarie del nostro continente. Sono anche convinta che tutte le volte che indietreggiamo su ciò che siamo, una cultura più forte ed identitaria come quella musulmana si diffonda e ci sottometta e io non voglio finire sottomessa all’Islam. A Bruxelles c’è un quartiere come Molenbeek, dove non si vedono donne se non con il velo islamico, accompagnate da un uomo per uscire di casa. È questo il futuro che vogliamo per l’Europa?

5. Lei ha scritto un post ricordando che il compare di Ramy è stato arrestato per spaccio. Lo stesso galantuomo che veniva difeso dalla sinistra…non è un po’ politicamente da Tafazzi l’atteggiamento di certa sinistra?

Assolutamente sì. La sinistra sta sempre dalla parte sbagliata e il caso Ramy è stato emblematico di tutto ciò. Carabinieri messi alla gogna senza passare nemmeno dal via e strenua difesa di chi non si era fermato al loro alt mettendo in pericolo la vita di chiunque li incontrasse lungo la loro fuga. Ma alla fine il tempo è sempre galantuomo e ristabilisce verità e giustizia.

6. Temi etici. C’è una confusione voluta tra diritti e desideri? La famiglia cos’ è? Aborto, eutanasia, utero in affitto. Decide l’Europa? Lei come la pensa e cosa farete per contrastare il pensiero unico?

La famiglia è il primo pilastro della civiltà ed è dove c’è amore. Incondizionato. La pratica dell’utero in affitto è ignobile già nel suo stesso nome e il governo di centrodestra l’ha resa giustamente reato universale. Sui temi etici non deve decidere l’Europa, ma i singoli Stati. Il pensiero unico è il pensiero comunista. Lo contrasteremo facendo politica. Fuori dalla mia classe alle elementari c’era scritto “ognuno è unico ed irripetibile”. In alcune scuole c’è scritto “siamo tutti uguali”. Preferisco la mia

7. Geopolitica. Come vede il contesto internazionale? I “volenterosi” sono un aiuto o un ostacolo alla pace? E su Gaza la può spendere una parola? 

I volenterosi con alcune dichiarazioni sembrano di più rappresentare un ostacolo alla pace, anzi con qualche tono sembrano alimentare la prosecuzione della guerra invece di spingere sulla pace. Pensare di inviare truppe dei vari eserciti in Ucraina è pura follia, a meno che non si voglia cominciare il terzo conflitto mondiale. Quanto a Gaza, finché esisterà Hamas la parola pace sarà un’utopia. Israele resta l’unica democrazia del Medio Oriente e ha reagito a un attacco terroristico. Bisogna essere chiari: un conto è la Palestina, un conto è l’organizzazione terroristica di Hamas. Dopo di che è ovvio che bisogna lavorare per la pace perché è inaccettabile anche solo un morto per le guerre. Questo concetto andrebbe indirizzato ai guerrafondai che abbiamo anche in Europa. 

8. È sugli stessi scranni con il gen. Vannacci. Com’ è nel gruppo Lega? Si è ben integrato? Lei ha un buon rapporto, nel senso che ha punti di contatto con il suo pensiero? 

Con Roberto stiamo lavorando bene in Europa e in generale sui territori: è una persona molto intelligente e preparata, non avevo dubbi si sarebbe integrato nella famiglia della Lega. Con lui condivido la lotta all’immigrazione clandestina, la difesa delle nostre tradizioni e l’opposizione all’ideologia woke. Abbiamo storie diverse ma tanti punti in comune: ognuno fa il suo percorso, per il bene degli italiani e della Lega.

9. Pronostici. Cosa si aspetta di portare a casa per i suoi tanti elettori e cosa vorrebbe fare ma la burocrazia di Bruxelles e la UE la fermano?

In Europa sono capogruppo dei Patrioti nella commissione ambiente. Combatto quotidianamente contro l’ideologia green che per esempio su automobili e case da adeguare è letteralmente una bomba a mano che minaccia centinaia di migliaia di famiglie e posti di lavoro. Procedere per rinvii, come si sta facendo, serve solo a posticipare il problema senza risolverlo. Il Green Deal va abbattuto. L’Ue vuole governare il mercato senza capire la portata delle conseguenze per i cittadini: tutto ciò non solo è assurdo ma è anche profondamente antidemocratico. Il rispetto per l’ambiente non si discute ma deve altresì conciliarsi col tessuto economico dei singoli Paesi: se in Europa tutti girano in auto elettrica ma in Cina e in India non riducono le emissioni, a cosa serve essere green se non a essere più poveri?

Fonte: https://www.affaritaliani.it/

Trump, la Dottrina Monroe e le Sfide dell’Unione Europea.

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di Matteo Castagna

E’ necessario fornire un’analisi sull’insediamento di Donald Trump che vada oltre la retorica propagandistica e le opposte tifoserie. E’ un’operazione che non si fa mai a caldo, ma dopo aver riflettuto ed aver osservato le reazioni. Contrappesi, contingenze, contesti possono essere determinanti, in politica, fino a bloccare il potere esecutivo di qualsiasi inquilino della Casa Bianca. L’abbiamo visto con la denuncia degli Stati in mano ai Democratici, che hanno bloccato l’ordine esecutivo contro lo ius soli, portando la questione in tribunale.

Lo vedremo, se il Congresso darà sempre l’assenso, a maggioranza, ai provvedimenti, perché il Presidente non può fare tutto ciò che vuole, in quanto dispone di vincoli costituzionalmente garantiti. Un altro esempio concreto è rappresentato dall’ordine di sospendere i finanziamenti all’estero per 90 giorni, che, però, a quanto sembra dalle fonti documentali e personali del Financial Times, escluderebbe l’Ucraina.

Anche lo sfegatato “no vax” Robert Kennedy jr., nominato ministro della Sanità americana, ha già tirato il freno a mano rispetto alla campagna elettorale, dicendo di non voler più gettare i vaccini nella pattumiera, ma soltanto di dare loro maggiore trasparenza.

Ciononostante, la narrativa del presidente nel suo discorso di insediamento del 20 gennaio 2025 ha davvero rivelato molto, sia della volontà, sia della sua impostazione mentale, sia della visione d’insieme, che sarà attribuita alle scelte della nuova amministrazione.

Ciò che ha fatto impazzire molti progressisti è stata la presenza alla cerimonia dei grandi magnati del tecno-capitalismo americano: Mark Zuckerberg (Meta),  Sundar Pichai (Google), Jeff Bezos (Amazon) e Elon Musk (X, SpaceX, Tesla). E’ una dimostrazione di forza di chi promette di rendere il Paese “più grande, più forte, molto più eccezionale” di prima. “Da oggi, il declino dell’America è finito”, ha specificato The Donald.

Brucia ai globalisti che nessuno di questi uomini più potenti della terra fosse presente all’insediamento di Joe Biden, nel 2020, quando l’ospite più importante fu Lady Gaga. Quattro anni fa, non ci furono esponenti politici stranieri. Stavolta, invece, non è passata certo inosservata la presenza, assai eloquente, di Giorgia Meloni per l’Europa e del presidente argentino Javier Milei per l’America Latina.

Il codazzo di pubbliche rosicate si è letto solo da esponenti di centro-sinistra nostrani, che non perdono mai l’occasione di dimostrare totale mancanza di senso delle Istituzioni e invidie personali, ossia di gran provincialismo, il quale è sempre oggetto di scherno, Oltreoceano.

Per non parlare, poi, della ridicola levata di scudi dei soloni del nostro politicamente corretto per il saluto di Musk, così grave da aver meritato la risata dell’autore, l’indifferenza dei media e dei politici americani e, addirittura, parole ampiamente distensive da parte del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che conosce come un po’ eccentrico il miliardario di origine sudafricana, ma non certo come un nazista antisemita. Queste accuse hanno prodotto fiumi d’inchiostro inutile solo qui e perdite di tempo sui social. Un antico proverbio dice che “con l’inchiostro, una mano può innalzare un furfante ed abbassare un galantuomo”, sembrando descrivere alla lettera il modello comunicativo di certa stampa sinistra occidentale.

Sul piano economico, da tempo l’immagine prevalente nei discorsi dei nuovi presidenti è quella di un Paese che deve risollevarsi da una crisi non grave, ma capitale. Lo disse Obama nel 2009, Trump nel 2017, Biden nel 2021, e di nuovo Trump stavolta. Da questo punto di vista, la novità è il tono particolarmente religioso usato da Donald Trump, che assume direttamente su di sé, la capacità di assicurare “il ritorno dell’età dell’oro”. Un po’ come faceva Silvio Berlusconi, quando si riteneva l’ unto dal Signore, in grado di liberare l’Italia dall’egemonia comunista.

“Il proiettile di un assassino mi ha strappato l’orecchio – ha ricordato riferendosi all’attentato subito a Butler, Pennsylvania il 13 luglio durante un comizio – ma Dio mi ha tenuto in vita per riportare l’America alla sua grandezza”. Trump ha, spesso, espresso in passato questo concetto, ma l’ufficialità del discorso d’insediamento ci porta a constatare che il nuovo presidente riconosce il divino come fonte di legittimazione del proprio potere.

Lo stesso George Washington, nel suo discorso di insediamento, nel 1789, davanti al Congresso, parlò di una repubblica che “per meritare il sorriso benevolo del Cielo” avrebbe dovuto seguire “le regole eterne dell’ordine e della legge”. Non il contrario. Ed è in questo solco che si possono mettere gli ordini esecutivi relativi all’etica, ossia l’abrogazione dei “generi” provenienti dall’ideologia gender e woke, per il ritorno agli unici sessi “maschio e femmina”, come Dio li creò.

Nell’ottica di una dimensione religiosa va vista anche la volontà di iniziare le cerimonie d’insediamento in chiesa, sebbene la “vescovessa” evangelica si sia lasciata trasportare in un patetico sermone sui presunti bambini gay e trangender da tutelare. Potrebbe essere motivo di riflessione, da approfondire con il suo amico e collaboratore Mel Gibson, cattolico tradizionalista, per l’inizio di un processo di conversione, a Dio piacendo.

La Costituzione, che spesso è il cuore dei discorsi di inaugurazione dei presidenti, è stata quasi del tutto ignorata da Trump, così come il Congresso (questo, ignorato del tutto). Il presidente ha immediatamente firmato circa cento ordini esecutivi, cioè dei decreti, nonostante disponga della maggioranza sia alla Camera che al Senato, per dimostrare, subito, come un vulcano, che lui è l’uomo del fare, al contrario del predecessore.

Tra di essi, fondamentale perché gli effetti si ripercuoteranno anche in Europa, è la chiusura dei rubinetti all’Organizzazione Mondiale della Sanità e un segnale politico importante è l’uscita dagli Accordi di Parigi sulla lotta al cosiddetto riscaldamento globale, cui Trump non crede. Il concetto è stato ribadito a Davos, al meeting del World Economic Forum, che ha fatto del green Deal la sua bandiera, ma che il tycoon ha subito ammainato, con parole severe e tranchant.

Il Presidente, come altro pilastro della sua legittimazione, ha sottolineato l’ampiezza della sua vittoria elettorale, con un’America “che si unisce sul mio programma”: “abbiamo vinto tutti gli swing States”, “abbiamo guadagnato consensi in tutte le categorie”, “abbiamo vinto il voto popolare di milioni di voti”.

Il 5 novembre Trump si è imposto con il 49,8% e 77 milioni di voti, contro il 48,3% di Kamala Harris e 75 milioni di voti. La vittoria c’è tutta ed è stata riconosciuta dagli avversari, ma i numeri dicono che l’America non è propriamente unita sul suo programma.

Su questo, il neo-eletto presidente dovrà prestare particolare attenzione perché, se da un lato la polarizzazione del voto è una caratteristica che include anche il terzo polo, formato dall’ astensionismo, determinati errori potrebbero essergli fatali per il futuro.

Non perderà consensi sul pugno di ferro verso l’immigrazione clandestina, che vede nei sondaggi un ampio consenso, allargato a moltissimi elettori democratici, ma dovrà tenere presente quanto gli statunitensi desiderino la pace e la tranquillità economica, in un ordinato sistema sociale, che sappia anche creare welfare e andare incontro alle fasce più deboli della popolazione.

Anche individuare una specifica urgenza nazionale è stato tipico degli ultimi discorsi di insediamento. Per Obama fu come far funzionare il mercato e lo stato in maniera più giusta per tutti (si era poco dopo lo scoppio della crisi del 2008), per il Trump del primo mandato fu “restituire il potere al popolo”, per Biden fu la difesa della democrazia (si era poco dopo l’assalto a Capitol Hill).

Trump ha trasformato l’urgenza in “emergenza”: l’immigrazione clandestina, contro la quale verranno utilizzati tutti i mezzi a disposizione, compreso l’abolizione del diritto alla cittadinanza americana per i bambini che nascono da persone che si trovano negli USA irregolarmente. “Milioni di stranieri criminali saranno rimpatriati”, garantisce il Presidente.

Ma c’è una seconda “emergenza nazionale”: quella energetica. Da quasi dieci anni gli Stati Uniti hanno raggiunto l’indipendenza energetica, ossia vendono all’estero molta più energia (gas e petrolio) di quanta ne comprino. Ma con l’espressione Drill, baby, drill (“trivella, baby, trivella”) il nuovo presidente promuove un ulteriore aumento della produzione nazionale di idrocarburi, con l’obiettivo, dice, di abbassare i prezzi. Prezzi che al momento sono determinati dall’intesa sostanziale tra Arabia Saudita e Russia. Presto ci sarà un incontro con Putin, in cui saranno vari i dossier aperti, mentre quello dell’Ucraina di Zelensky non sembrerebbe preoccupare più di tanto. Per alcuni analisti sarebbe forte la tentazione di Trump di lasciare la patata bollente alla UE.

Al contrario di molti altri predecessori, compreso l’ultimo repubblicano, George W. Bush, che nel 2001 si era mantenuto su temi di principio, come la responsabilità individuale e la partecipazione civica, da stimolare durante il suo mandato (sarebbe poi stato ricordato per aver lanciato le disastrose guerre di Afghanistan e Iraq), Trump è sceso molto nel dettaglio. In particolare, ha garantito che l’America ricostruirà la sua potenza industriale, che oggi è doppiata dalla Cina, partendo dalla produzione di automobili, vecchia gloria nazionale, ormai sbiadita.

Per fare questo, gli Stati Uniti “si dis-impegneranno dalle aree di conflitto nel globo”, per concentrarsi sulle proprie esigenze locali. Qui arriva il riferimento a Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo e alleato di Trump, capace di costruire egemonia attraverso i suoi canali comunicativi. Musk “porterà l’America su Marte”. E Musk sarà il titolare del nuovo “ministero dell’Efficienza”, che si occuperà di tagliare la spesa pubblica, con l’obiettivo ideale di diminuirla del 75%.

A questo punto, pare che Trump voglia riprendere ed attualizzare la cosiddetta “dottrina Monroe”, che indica un messaggio ideologico del Presidente degli Stati Uniti James Monroe, contenuto nel discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato innanzi al Congresso, il 2 dicembre 1823, che esprime l’idea della supremazia degli States nel continente americano. Monroe affermò, in quel discorso, che qualsiasi intromissione di potenze straniere negli affari politici del continente americano, sarebbe stata considerata ostile.

Con un linguaggio più moderno ciò significa che la dottrina Monroe annunciava al mondo che gli USA erano decisi a preservare la propria integrità territoriale, soprattutto contro le pretese e le rivendicazioni sulla costa nordoccidentale del Pacifico. Roosevelt adattò questa teoria alla sua politica e Trump sembrerebbe voler riprendere in mano, anche nelle questioni riguardanti il Canada e la Groenlandia, ma soprattutto nell’apparente volontà di rimanere fuori dall’interventismo in Europa, che ha caratterizzato le politiche americane dal 1945 ad oggi.

Sarà pronta l’UE a camminare con le sue gambe? Ecco la sfida che, forse, i burocrati di Bruxelles non hanno ancora colto, ma che sarebbe una grande opportunità di indipendenza e sovranità per costruire un’Europa politica forte, che sappia cooperare con tutto il resto del mondo in un sistema multipolare in cui tutti i Paesi possano fornire il meglio delle loro eccellenze.

Trump dedica la sua conclusione all’America mitica ed eccezionale “che ha superato tutte le sfide che ha incontrato”, “che ha formato i più straordinari cittadini della Terra”, “che tornerà a vincere come mai prima”, “che fermerà tutte le guerre”. Non c’è più notizia dell’impegno di chiudere la guerra in Ucraina “nel primo giorno del mio mandato”, preso in campagna elettorale. Ma c’è la rivendicazione del cessate il fuoco tra Hamas e Israele, concesso dal premier Netanyahu, tre giorni prima del discorso, poco dopo aggirato dall’esercito israeliano con una serie di attacchi micidiali in Cisgiordania.

“La nostra società sarà basata esclusivamente sul merito”, dice riferendosi all’impegno di eliminare tutte le regole in difesa di minoranze e categorie protette. “La libertà di espressione trionferà e non ci sarà più censura”, dice riferendosi alla pratica da imporre non solo sulle reti sociali, ma anche nei media tradizionali, di eliminare il fact-checking, il controllo fattuale, prima della pubblicazione di dichiarazioni pubbliche.

“Da oggi, gli Stati Uniti d’America saranno un Paese libero e indipendente”, chiude Trump. Noi ce lo auguriamo anche per l’Europa.

 

 

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/01/27/trump-la-dottrina-monroe-e-le-sfide-dellunione-europea-matteo-castagna/

Perché la Cina è, in Realtà, il Miglior Amico degli Stati Uniti

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di Matteo Castagna
Il 21 ottobre 2024, nell’ambito di alcuni incontri sull’economia internazionale presso il Council on Foreign Relations, l’Amministratore Delegato di MCC Production e membro del CFR, Michelle Caruso-Cabrera ha intervistato il principale analista del Financial Times, l’ottantenne Martin Wolf.
Egli dichiara che l’elezione di Donald Trump del 5 Novembre 2024 farà prendere al mondo una direzione che non si sarebbe mai aspettato, nel corso della sua lunga carriera.
Gli USA del tycoon vogliono recedere dalla globalizzazione. Sul piano mondiale, The Donald vorrebbe porre fine a quel ruolo messianico di “gendarmi del mondo” che gli americani si sono dati, almeno a partire dal 1945. L’idea che il compito dell’America fosse quello di andare ovunque a importare il suo modello di democrazia, per rendere “un posto migliore” questo e quell’altro Stato, si è dimostrata fallimentare, producendo nel corso degli anni, più malcontento internazionale, contro la una certa sua smania “egemonico-coloniale”, che effettivi benefici.
Per questo motivo, Trump vorrebbe distruggere il modello di Occidente, finora conosciuto, in cui gli USA hanno un ruolo primario e protettivo degli altri alleati – sostiene Martin Wolf – a favore di una loro maggiore autonomia e sovranità, che consenta al nuovo Presidente ed al suo governo di concentrarsi su quell’”America First”, di cui si fa da tempo portavoce. “Dati il suo ruolo e la sua potenza, l’idea che l’America possa ritirarsi dal mondo non arride a nessuno. Persino ai cinesi, questa prospettiva crea problemi”. Su questo torneremo dopo.
Secondo Wolf, “i cinesi si stanno impegnando con zelo a rovinarsi da soli”, di fronte al fatto che la loro paranoia stia nel fatto che il reale obiettivo degli americani sia quello di distruggere la Cina e non di contenerla, mentre secondo il noto economista “dovremo, in un modo o nell’altro, convivere con la potenza cinese”.
“Dobbiamo cercare di cooperare in maniera pacifica con la Cina, quale superpotenza militare, al fine di garantire la nostra sicurezza nazionale”. Per far questo ed evitare che la competizione militare vada fuori controllo, sarà necessario uno sforzo imponente a livello politico-diplomatico, precisa Wolf.
Storicamente, egli è contrario ad implementare una politica industriale interna, come parrebbe voler fare Trump, in particolare su quella manifatturiera. “Il fatto è che in futuro – puntualizza Wolf – non ci sarà nessuno a lavorare in fabbrica: fra trent’anni faranno tutto le macchine e i robot. Dunque il tentativo di ricreare la vecchia classe degli operai è destinato a fallire”.
Perciò, la soluzione di Wolf sarebbe quella di investire nell’innovazione, “creando nuove industrie, e di punta, competitive a livello globale, che concorrano a rendere il mondo un posto migliore”. Sebbene egli ammetta che, per il momento, non vede qualcuno capace di realizzarlo, né in UE, né in USA. Ma auspica che gli USA riescano in fretta, perché la Ue è molto più indietro rispetto a loro in termini di PIL pro capite e totale, nonché la dinamica demografica è nettamente in favore degli Stati Uniti.
Investire nei settori tecnologici ed informatici è stata una carta vincente, sia per l’America, che per la Cina. L’Europa viene molto dopo e “sta affrontando una crisi economica molto, molto seria, con la diminuzione della produttività e della natalità, riducendo considerevolmente la sua competitività sui mercati globali”. Secondo Wolf, il rapporto Draghi sugli ultimi cinquant’anni, dimostra che l’Europa non è riuscita nell’intento di diventare una leader nelle tecnologie informatiche, soprattutto, attraverso il mercato unico europeo, che non ha funzionato.
Infine, l’economista del Financial Times, conclude con una battuta sulla Cina, che potenzialmente potrebbe rilanciare un modello economico prospero e vincente, mentre si limita e forse si limiterà alla vecchia politica industriale dirigista.
“Non credo che i leader cinesi abbiano intenzione di introdurre le innovazioni necessarie. Quindi il problema, risolvibile in teoria, resterà irrisolto. Ecco il senso di quanto ho detto prima: nel conflitto con la Cina, il migliore amico dell’America è, in realtà, la dirigenza cinese”.
Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/01/11/perche-la-cina-e-in-realta-il-miglior-amico-degli-stati-uniti-matteo-castagna/

Radici fascistissime della nostra Repubblica Anti-Fascista. Sofri elogia il perdonismo di Bergoglio

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EDITORIALE

di Matteo Castagna per https://www.marcotosatti.com/2024/12/30/radici-fascistissime-della-repubblica-anti-fascista-sofri-elogia-il-perdonismo-di-bergoglio-matteo-castagna/  Stilum Curiae è il sito del vaticanista Marco Tosatti per cui Castagna scrive con cadenza settimanale (Matteo Castagna, Comunicatore Pubblico, tessera n. 2343 ex L.4/2013, fa parte della Redazioni di: Stilum Curiae, Affaritaliani.it, InFormazioneCattolica.it e Il2diPicche.news)

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulle radici fascistissime della nostra Repubblica antifascista, Sofri e Bergoglio. Buona lettura e diffusione.

di Matteo Castagna
 
Viviamo in un’Italia che non vuole fare i conti col suo passato. O, almeno, che continua a considerare la storia come una lotta tra chi è stato dalla parte giusta e da chi dalla sbagliata. Lo sforzo di grandi scrittori e docenti, come Renzo De Felice, Indro Montanelli, Marcello Veneziani, Giampaolo Pansa, e altri coraggiosi, mirato a descrivere la verità dei fatti del dopoguerra, ma anche della guerra civile 43′-45′, e le ragioni dei vinti, è stato censurato dai soloni del pensiero unico, in una maniera, a mio avviso, brutale, irrispettosa, isterica, manichea e intollerante.
Già leggendo il testo del 1976 “Camerata, dove sei?”, ristampato da pochi anni, da Angelo Paratico, della Gingko Edizioni di Verona, vide nella democratica, pluralista e difficile repubblica democristiana, una censura tale da indurre lo scrivente a usare lo pseudonimo di “Anonimo Nero” e a celare la casa editrice, per timor di ritorsioni. Perché lungi dalla probabile ideologia dell’autore, ciò che vi era scritto era vero e ben documentato, al punto da mettere in serio imbarazzo l’establishment dell’epoca.
La tristezza è che la nostra Costituzione e la nostra Repubblica arrivano dalle mani di molti voltagabbana. Un Benigno Zaccagnini, con l’aspetto “benigno” del curato di campagna, ma che scriveva di razza e di sangue, come fosse l’Himmler de noantri? No, non lo credevo possibile. Un Davide Lajolo che gioiva  per l’entrata in guerra. Un Aldo Moro che poneva la razza prima e la religione cattolica quarta nella scala delle priorità. Un Giovanni Spadolini che gioiva per le uscite aggressive del Duce, perché ci teneva al proprio posto di lavoro…
Tutti i celebri personaggi che vengono passati in rassegna, devoti e fidati fascisti durante il ventennio, erano ancora in posizioni apicali di potere nel 1976 e dunque ben in grado di reagire con violenza al disvelamento dei propri trascorsi.
Giulio Andreotti, Michelangelo Antonioni, Domenico Bartoli, Arrigo BenedettiRosario Bentivegna, Carlo Bernari, Libero Bigiaretti, Giacinto Bosco, Paolo Bufalini, Felice Chilanti, Danilo De’ Cocci, Galvano Della Volpe, Antigono Donati, Amintore Fanfani, Mario Ferrari Aggradi, Massimo Franciosa, Fidia Gambetti, Alfonso Gatto, Giovanni Battista Gianquinto, Vittorio Gorresio, Luigi Gui, Renato Guttuso, Ugo Indrio, Pietro Ingrao, Davide Lajolo, Carlo Lizzani, Carlo Mazzarella, Milena Milani, Alberto MondadoriElsa MoranteAldo Moro, Pietro Nenni, Ruggero Orlando, Ferruccio ParriPier Paolo Pasolini, Mariano Pintus, Luigi Preti, Giorgio Prosperi, Ludovico Quaroni Tullia Romagnoli Carettoni, Edilio RusconiEugenio Scalfari, Giovanni Spadolini, Gaetano Stammati, Paolo Sylos Labini, Paolo Emilio Taviani, Arturo Tofanelli, Palmiro Togliatti, Marcello Venturoli, Benigno ZaccagniniCesare Zavattini erano tutti riusciti a passare indenni attraverso la guerra, che loro stessi avevano provocato (ciascuno per la sua parte) evocato e applaudito, ma poi si erano riciclati a sinistra e al centro, dando spesso contro ai vecchi camerati e negando di esserlo mai stati.
A loro aggiungiamo i fascistissimi Cesare PaveseGiorgio BoccaGiaime Pintor e l’ex presidente del Tribunale della Razza, poi diventato ministro e assistente di Togliatti, Gaetano Azzariti. Il loro problema fu che scrissero su giornali e riviste, usando il proprio nome, per questo motivo la loro militanza fascista resta innegabile.
In fondo, tutti quanti avrebbero dovuto essere esclusi da cariche pubbliche nella Repubblica Italiana, in quanto profittatori del regime, ma le cose sono andate altrimenti, come ben sappiamo. E proprio per questo peccato originale stiamo ancora scontando il prezzo.
Oltre ai voltagabbana, l’Italia si distingue per aver messo in cattedra i “cattivi maestri” quali Renato Curcio e Adriano Sofri, che negli anni hanno spiegato ai giovani la politica e scritto editoriali sui giornali, anche stavolta coi loro nomi e cognomi, mentre altri, d’opposta fazione, hanno trovato minimo spazio su qualche quotidiano, sotto pseudonimo.
Ebbene, il 27 dicembre, Il Foglio, che non è certo nuovo a certe firme, offre ai lettori una perla di Adriano Sofri, ex leader del movimento extraparlamentare marxista armato Lotta Continua, condannato a ventidue anni di carcere quale mandante, assieme a Giorgio Pietrostefani dell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972, mentre come esecutori materiali furono condannati i due militanti di Lotta Continua Leonardo Marino e Ovidio Bompressi.

Arrestato nel 1988 e poco dopo rinviato a giudizio, fu condannato e incarcerato per il reato di concorso morale in omicidio, dapprima nel 1990 e poi in via definitiva nel gennaio 1997. Scontò la pena dal 2005 in regime di semilibertà e dal 2006 di detenzione domiciliare, a causa di problemi di salute, venendo scarcerato nel gennaio 2012 per decorrenza della pena, che era stata ridotta a 15 anni per effetto dei benefici di legge. 

Eppure, Sofri scrisse in un editoriale del 18/05/1972, che non fu sufficiente ad un ergastolo da scontare in galera: «L’omicidio politico non è l’arma decisiva per l’emancipazione delle masse, anche se questo non può indurci a deplorare l’uccisione di Calabresi, atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia».

La perla de Il Foglio, a firma Sofri, si intitola: “Le parole di un Papa con cui simpatizzo perché dice tutto e il contrario di tutto”.  L’ex terrorista rosso scrive che “all’Angelus, ha detto con un estremo vigore che Dio “perdona tutto, perdona a tutti”. Non è vero, perdona ai puri di cuore, sinceramente pentiti e ravveduti, che hanno riparato al mal fatto. Ma a Sofri piace il buonismo perché, probabilmente, gli dà una speranza che va oltre il pentimento e lo conferma nell’errore.

“E’ andato ad aprire “la basilica di Rebibbia”, ci è entrato tirandosi su in piedi, ha esortato a spalancare porte e braccia e cuori, il senso del Giubileo, e all’uscita, dal finestrino aperto della sua utilitaria, ha detto che in galera ci sono i pesci piccoli, soprattutto i pesci piccoli, e che i pesci grossi hanno l’astuzia di rimanerne fuori, che è una bella idea a Buenos Aires e nel resto del mondo, e avrà fatto bestemmiare qualche grosso peccatore dentro e fuori. Ha detto: “Dobbiamo accompagnare i detenuti e Gesù dice che il giorno del giudizio saremo giudicati su questo: ero in carcere e mi hai visitato”. 

Che poi, non vengano proposti il totale pentimento, la necessità della contrizione, il ravvedimento, poco importa a Bergoglio e pure a Sofri, che ne approfitta. Ma che entrambi siano sostanzialmente d’accordo sul perdono universale senza merito dovrebbe preoccupare più di qualcuno…

 

 

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