L’On. Zan risponde indirettamente a Castagna: “dire che l’omosessualità è peccato è libertà d’opinione”

APPROFONDIMENTI

Primo maggio e polemiche: Fedez difende Ddl Zan, attacca la Lega e cita il veronese Zelger

Il rapper si è anche detto vittima di un tentativo di censura preventiva, poi smentito dalla Rai

 

«Qualcuno come Ostellari ha detto che ci sono altre priorità in questo momento di pandemia rispetto al Disegno di Legge Zan, e allora vediamole queste priorità: il Senato non ha avuto tempo per il Disegno di Legge Zan perché doveva discutere l’Etichettatura del vino, la riorganizzazione del Coni, l’indennità di bilinguismo ai poliziotti di Bolzano e per non farsi mancare niente il reintegro del vitalizio di Formigoni». Con queste parole il rapper italiano Fedez, dal palco del concertone del primo maggio, ha sostenuto, al contrario, la necessità della discussione sulla proposta di legge a firma del deputato padovano Alessandro Zan, esponente del Pd, che al centro vede le modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere.

Il senatore Andrea Ostellari non è stato l’unico esponente della Lega cui ha più volte fatto riferimento con toni polemici il cantautore Fedez. Al contrario, nel mirino è finito anche il consigliere comunale a Verona Alberto Zelger, in particolare per una sua vecchia frase utilizzata nel corso di un’intervista rilasciata alla trasmissione la Zanzara su Radio 24. Si era nel lontano ottobre 2018 ed il consigliere veronese, rispondendo a una domanda di Cruciani sui «rapporti omosessuali» disse che «sono una sciagura per la riproduzione e la conservazione della specie» (qui sotto il video, al min. 2.05.15).

Le polemiche dopo il concertone del primo maggio non sono così mancate, sostanzanzialmente su due fronti distinti. Il primo:  Fedez vs Rai, con il cantautore che ha accusato il servizio pubblico di volerlo censurare preventivamente e la stessa Rai che ha invece seccamente smentito tale ipotesi. L’altro fronte aperto è ovviamente quello tra favorevoli e contrari alla proposta di legge Zan. La deputata dem veronese Alessia Rotta ha scritto su Facebook: «Sono convinta che il Paese abbia bisogno di voci indipendenti e che Fedez avesse tutto il diritto di pronunciare il suo discorso. Stia solo attento sempre a distinguere bene chi quella legge la sostiene e chi quei diritti li difende ogni giorno da chi fa l’esatto contrario. Avanti con il Disegno di legge Zan per la tutela dei diritti di tutti i cittadini contro ogni discriminazione. L’Italia si colloca 35esima in Europa per accettazione sociale delle persone Lgbtq+. La Polonia, che ha appena vietato l’aborto, è 40esima. Approvare la legge significa fare un passo avanti verso l’Europa dei diritti e delle libertà».

Il leader della Lega Matteo Salvini ha replicato alle accuse di ostruzionismo nei confronti del Ddl Zan mosse da Fedez, sottolineando che una legge per tutelare i diversi orientamenti sessuali e le discriminazioni in Italia già esiste: «Adoro e difendo la libertà di pensare, di scrivere, di parlare, di amare. Ognuno può amare chi vuole, come vuole, quanto vuole. – ha scritto in un post Facebook Matteo Salvini – E chi discrimina o aggredisce va punito, come previsto dalla legge. È già così, per fortuna. Chi aggredisce un omosessuale o un eterosessuale, un bianco o un nero, un cristiano o un buddhista, un giovane o un anziano, rischia fino a 16 anni di carcere. È già così. Reinvito Fedez a bere un caffè, tranquilli, per parlare di libertà e di diritti».

Ben altri toni ed altre preoccupazioni sono invece giunte da Verona, dove il Responsabile Nazionale del Circolo Christus Rex-Traditio Matteo Castagna, citando il caso di Paivi Rasanen (ex ministro dell’Interno in Finlandia che, ricorda Castagna, «è attualmente sotto inchiesta per aver difeso la visione della Bibbia sull’omosessualità»), ha dichiarato apertamente: «Di fatto, si può pensare che l’insegnamento pubblico della Bibbia o del Catechismo in materia di orientamento sessuale potrebbe essere oggetto di sanzione penale o civile. Vogliamo che, anche in Italia, sia così? La domanda che si pone spontanea ai sostenitori del Disegno di Legge Zan, che potrebbe approdare in aula al Senato nel corso del mese di maggio, è questa: chi esprime pubblicamente la bimillenaria dottrina cattolica sull’omosessualità istiga o meno alla discriminazione di genere? Se una persona chiedesse, in televisione, di non compiere “il peccato impuro contro natura”, perché lo insegna San Pio X, nel Catechismo Maggiore, rischierà la galera per “istigazione alla discriminazione”? Qualora la risposta fosse affermativa, i primi discriminati sarebbero i cristiani, – conclude Matteo Castagna – che non potrebbero professare la loro Fede. La libertà religiosa e la libertà di chiunque pensasse che l’omosessualità sia pratica immorale rischiano di essere in serio pericolo». Al momento, invece, non sono note eventuali altre prese di posizione ufficiali da parte degli esponenti veronesi della Lega.

Alle preoccupazioni espresse, tra gli altri, anche da Matteo Castagna, lo stesso promotore del Ddl Alessandro Zan aveva indirettamente già risposto in altra sede, spiegando che la libertà di espressione resterà «garantita purché non sia idonea a creare una condizione di pericolo o violenza. Se io dico che l’omosessualità è un peccato è un’opinione, se dico che la vera famiglia è formata da mamma e papà è un’opinione, – chiarisce il deputato Zan – dire che i gay devono morire tutti, non è più una opinione». Su un altro versante della politica locale veronese è infine intervenuto il consigliere comunale di minoranza a palazzo Barbieri Tommaso Ferrari, capogruppo per il movimento civico Traguardi, il quale ha commentato così la vicenda: «Avrei sognato che la città col più importante teatro all’aperto del mondo venisse citata al concerto del primo maggio come esempio virtuoso di tutela degli artisti e dei lavoratori dello spettacolo. Invece, ancora una volta, agli “onori” della cronaca nazionale Verona finisce per opera del consigliere Zelger e di una sua incommentabile affermazione sugli omosessuali. Non penso che al consigliere e a larga parte dell’attuale maggioranza la citazione di Fedez abbia dato fastidio, anzi. – aggiunge il consigliere Tommaso Ferrari – È da tempo che a Verona l’attività politica si gioca tutta sul tentativo di finire in prima pagina con affermazioni estreme per la gioia di un piccolo gruppo di fan. Ma penso che siano la città, e l’intero Paese, a uscire sconfitti e umiliati da quella lista di citazioni di uomini e donne che pretendono di rappresentare le istituzioni. I temi del Ddl Zan – conclude Tommaso Ferrari – sono una battaglia di civiltà».

Fonte: https://www.veronasera.it/cronaca/fedez-primo-maggio-lega-zelger-omosessualita-ddl-zan-2-maggio-2021.html

La contro-rivoluzione cattolica in un libro: “Le serate di San Pietroburgo, oggi”

FRA GLI “IRREGOLARI” DELLA FILOSOFIA CONTEMPORANEA DOBBIAMO ANNOVERARE SICURAMENTE IL CATTOLICO JOSEPH DE MAISTRE. LA “POLIZIA POLITICA” DELLA CULTURA ILLUMINISTA, PROGRESSISTA E LAICISTA NON L’HA POTUTO CANCELLARE DEL TUTTO PERCHÉ TROPPO FECONDO E PROFONDO NELL’ANALISI, MA HA FATTO DI TUTTO PER IGNORARLO A SCUOLA, ALL’UNIVERSITÀ E NELLE LIBRERIE. A DUE SECOLI DALLA SUA MORTE, PERÒ, L’AUTORE DELL’OPERA INDIMENTICABILE “LE SERATE DI SAN PIETROBURGO” (1821) TORNA ALL’ATTENZIONE E, FRA GLI ALTRI, NE PARLANO ANCHE MATTEO ORLANDO E GIUSEPPE BRIENZA IN UN LIBRO APPENA PUBBLICATO DALLE EDIZIONI SOLFANELLI

di Angelica La Rosa

Matteo Orlando e Giuseppe Brienza, giornalisti e studiosi di Dottrina sociale della Chiesa rispettivamente condirettore e direttore di inFormazione Cattolica, hanno presentato venerdì pomeriggio, in diretta nazionale su RPL-Radio Padania Libera, il libro “Le serate di San Pietroburgo, oggi. 56 frecce controrivoluzionarie” (pp. 272, euro 15), appena pubblicato dalle Edizioni Solfanelli di Chieti.  L’intervento è andato in onda durante la trasmissione “Potere al Popolo” di Sammy Varin, che può essere ascoltata in tutta Italia sul Canale 740 del digitale terrestre, sulla Radio DAB, in Radiovisione sul sito www.radiorpl.it o anche sul canale YouTube o pagina Facebook dell’emittente vicina alla Lega di Matteo Salvini.

Il dott. Brienza ha introdotto la conversazione sottolineando come, per molti aspetti, la riflessione storica ed il pensiero politico del filosofo cattolico Joseph de Maistre (1753-1821) stiano tornando d’interesse. Dopo due secoli di damnatio memoriae a partire dalla sua morte, infatti, non pochi lo riconoscono ormai come un vero maestro di saggezza intellettuale, di rigore morale e di acume politico. Nel libro “Le Serate di San Pietroburgo, oggi”, appena uscito in un secondo volume (il primo è uscito nel 2014 a cura dello stesso Brienza e di Omar Ebrahime, con una Presentazione di Marcello Veneziani), si riprende nel titolo una delle maggiori opere di de Maistre, pubblicata nel 1821, per attualizzarla con 56 contributi “contro-rivoluzionari”, arricchiti da una originale Presentazione a cura del deputato cattolico e vicesegretario federale della Lega Lorenzo Fontana, che è anche Responsabile del “Dipartimento Famiglia e valori identitari” del partito di Matteo Salvini. Nel suo scritto (pp. 5-6), fra l’altro, l’on. Fontana definisce quello curato da Brienza e Orlando «un testo che nasce nel solco della tradizione e, in un’epoca come quella attuale, rappresenta un’operazione di grande coraggio. Il coraggio sta innanzitutto nei contenuti espressi, decisamente oltre il mainstream, e che sta nell’autorevolezza di firme decisamente e fieramente non-allineate. Una raccolta del pensiero critico, la definirei. Onore al merito» (p. 5). Continua a leggere

La Lega scrive la “carta dei valori europei” con Orban e Morawiecki

di Redazione

Importante viaggio del leader della Lega Matteo Salvini con una delegazione guidata dall’On. Lorenzo Fontana, recentemente nominato capodipartimento Esteri del partito, in Ungheria, ospite del premier Victor Orban e alla presenza del premier polacco Morawiecki.

Il Corriere della Sera dedica al veronese Fontana un’intervista nella giornata di ieri. In serata Salvini dirà: “Dall’incontro di oggi a Budapest con il premier ungherese Victor Orbàn e il premier polacco Mateusz Morawiecki, che ringrazio, parte un progetto di “Rinascimento europeo” dopo il Covid: una nuova idea di Europa, che riconosca le proprie radici, fondata su salute, lavoro, sicurezza e controllo dei confini, comuni valori cristiani, cultura, bellezza, identità e libertà. Una visione alternativa all’europa della finanza e della burocrazia, che rimetta al centro i cittadini e sulla quale coinvolgeremo altri leader politici e di governo e rappresentanti del mondo della cultura, delle professioni e dell’impresa, con l’ambizione di diventare il primo gruppo al Parlamento europeo”.

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Il covid democratico batte il sovranismo?

Il 2020 sarà ricordato come l’anno del Covid ma anche della sconfitta del sovranismo? Le due cose non sono estranee l’una all’altra. È arrivato dalla Cina il Drago che ha sconfitto la Strega populista. È stato il coronavirus, a mettere fuori uso Trump. E per tutto l’anno c’è stata la guerra sulla pandemia contro i paesi sovranisti accusati di sottovalutare il virus – la Gran Bretagna di Johnson, il Brasile di Bolsonaro, l’America di Trump, per molti versi la Russia di Putin e l’Italia di Salvini. E il covid, secondo la narrazione ufficiale planetaria, li aveva presi particolarmente di mira.

Contro il virus non si è vista una vincente strategia sanitaria, sono state finora infruttuose la virologia e la medicina e non è stato approvato alcun protocollo per affrontare nei suoi primi livelli la pandemia, se non le misura arcaiche di nascondersi.

In compenso si è fronteggiato il virus sul piano morale, ideologico, attraverso l’etica della mascherina e la virtù del distanziamento sociale. Di conseguenza, si può dire al termine di un anno che ha visto il virus protagonista assoluto sul piano mondiale, che sia nato il covid democratico, rappresentato dai governi progressisti, inclusa la futura amministrazione Biden, che come Obama per la Pace, appena insediato, ha preso il suo Nobel preventivo per la lotta al Covid. Con Trump gli Usa sono arrivati a 300mila morti che in rapporto alla popolazione sono di poco sotto i nostri 64mila (Italia leader europea per vittime).

L’avvento del covid democratico ha spazzato via Trump: lui sarebbe stato rieletto nonostante la guerra mondiale permanente contro di lui, per i grandi risultati conseguiti nel rilancio dell’economia, l’occupazione, l’assenza di guerra, i buoni successi internazionali. Ma il covid, e la sua spavalderia nell’affrontarlo, anzi la sua arroganza, come l’ha chiamata il suo precursore italiano Berlusconi, lo hanno sconfitto. È passato il messaggio che ha identificato negli States la catastrofe della pandemia con la sua leadership. E gli americani per chiudere col covid hanno chiuso con lui.

Ma resta un gigantesco interrogativo che sovrasta come una nuvola sospesa sul mondo: ma con Trump è stato sconfitto e debellato il sovranismo, è finita l’era dei sovranismi? Sconfitto può darsi, debellato troppo presto per dirlo. Anche perché Trump è stato solo un veicolo del populismo sovranista, un collettore, ma non è stato né l’inventore né il titolare unico della sua formula politica. Perché si tratta di un fenomeno mondiale con radici profonde e reali, insorto contemporaneamente in diversi paesi, fiorito in Europa, e già imbrigliato alle ultime elezioni europee, ma non per questo debellato.

Il problema è che i disagi, le proteste, le aspettative che hanno generato il sovranismo sono rimaste tutte in piedi. Si può parlare di interpreti inadeguati, a cominciare da Trump. Si può parlare d’insufficiente capacità di affrontare la realtà e le sue articolazioni, o meglio – in tanti casi – di una grande capacità di raccogliere voti ma senza altrettanta perizia poi nel governare e tradurle in una visione compiuta. Ma si deve soprattutto parlare dell’enorme difficoltà di governare avendo contro l’establishment, la macchina mediatica e giudiziaria, le oligarchie finanziarie e intellettuali, le agenzie d’influenza come la Chiesa di Bergoglio.

Ciònonostante la sconfitta di Trump non è la fine del sovranismo, ma indica la sua necessità di ridefinirsi e ridisegnarsi. Trump aveva fatto una scelta precisa e vistosa: non si era posto come leader globale del sovranismo ma come il presidente degli Stati Uniti che intendeva pensare prima di tutto al suo Paese, non al mondo, tutelarlo dagli attacchi e proteggerlo sul piano economico e commerciale. Di conseguenza la sua influenza sugli altri paesi è stata pressoché inesistente; mai Trump ha preteso di dar vita a un’Internazionale sovranista, ma si è posto in concorrenza commerciale e in antagonismo con la Cina, con l’Asia, con l’Europa. La sua parola d’ordine è stata “dazi”, non certo divulgare il sovranismo. Trump ha opposto il protezionismo alla globalizzazione.

Di conseguenza la sua sconfitta non fa saltare nessuna filiera, nessuna internazionale sovranista. Durante i suoi quattro anni, Trump non ha nemmeno tentato di affrontare la battaglia culturale contro il politically correct sul piano globale; non ha contrapposto un modo di pensare e di vedere alternativo a quello dominante. Si è limitato, ed è già tanto, a difendere l’America reale di sempre, sul piano pratico e giuridico. L’unico tentativo vagamente abbozzato è stato quello di Steve Bannon, ed è stato presto sconfessato da Trump.

Insomma, il sovranismo come variante nazionale e decisionista del populismo, è rimasta ancora una scommessa da giocare. Però dopo Trump deve ridefinire i suoi confini, fare un salto di qualità e di visione, non limitarsi a giocare in difensiva col protezionismo e la chiusura nel primato nazionale.

Quel che manca a questo punto è un audace sovranismo europeo, una specie di gollismo 2.0, riveduto e aggiornato, alternativo rispetto al serpentone atlantico, che si ripresenti come confederazione delle sovranità nazionali. il covid ha confermato un’Europa che procede per ranghi sparsi, tempi sfasati, difese scollate e comunque divergenti, anche quando il problema comune è sanitario e non geopolitico. L’Europa torna ad essere terza forza tra la società americana del politically correct e la dittatura cinese che globalizza prodotti, virus e misure restrittive.

L’anno che sta finendo, uno dei più brutti nella nostra storia e il più brutto per noi contemporanei, dovrebbe essere superato con una nuova visione pubblica, civile e culturale, prima che politica; e con una nuova consapevolezza degli scenari geopolitici. Il nemico non è la Merkel, e nemmeno il pur scarso Macron. Ma è la pandemia ideologica espressa dal cortocircuito cino-americano e dalla loro colonizzazione globale.

MV, Il Borghese dicembre 2020

DA

Il covid democratico batte il sovranismo?

Salvini: “Mes? Anche l’usuraio ti propone soldi comodi”

“Il Mes fa rima con commissariamento”. Lo dice il leader della lega, Matteo Salvini, in un’intervista al Giornale. Secondo Salvini la strada è quella di ”Emettere buoni del tesoro. In questo momento i titoli di Stato italiani vanno a ruba e hanno interessi bassi. Se tu emetti trentasette miliardi di titoli del tesoro, l’equivalente del Mes, da lunedì al venerdì vanno a ruba e sono soldi che devi restituire agli italiani e non a un fondo che ha sede in Lussemburgo che non risponde a niente e a nessuno”.

Per il leader non bisogna lasciarsi abbagliare dai soldi facili: ”Anche l’usuraio ti propone soldi comodi, ma quando entri nel giro dell’usura sei finito. È quello che sta succedendo in questo momento in Italia. Lo Stato non ti aiuta e molti finiscono nelle mani della ‘ndrangheta. Quando torneremo al governo non ci sarà bisogno di alcun Mes né di altre diavolerie. All’opposizione si possono avere idee diverse, anche se dispiace”.

DA

https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2020/07/26/salvini-mes-anche-usuraio-propone-soldi-comodi_JPUmuFbn9fS4eczAkQWFtM.html

Salvini faccia sintesi nel Sovranismo italiano!

di Matteo Castagna (pubblicato su Informazione Cattolica di oggi)

I globalisti, ovvero le sinistre hanno brindato alla vittoria delle elezioni regionali. Eppure, se si vanno a vedere i numeri non sembrerebbe che per i partiti che si riconoscono nel “deep State” la situazione sia propriamente quella prospettata da Di Maio e Zingaretti. Il fronte sovranista, infatti, governa 14 Regioni su 20 e centinaia di comuni, confermandosi largamente maggioritario nel Paese.

Fa tenerezza vedere i grillini esaltarsi della vittoria del “sì” al referendum costituzionale quando il consenso è stato, per loro, impietoso, relegandoli ad avere, quasi sostanzialmente, una rappresentanza parlamentare che, però, risale alle elezioni del 2018.

Mario Mieli, sul Corriere della Sera, ha osservato che la destra in Italia è viva e vegeta nonché che dispone del partito di maggioranza relativa e di un leader che, piaccia o non piaccia, è l’artefice principale di questa fiducia da parte degli italiani. Non possiamo nascondere che vi siano dei problemi, che non vanno osservati ma affrontati. Un grande partito, con degli alleati, deve sapersi assumere l’onere e l’onore dell’esercizio del potere di decidere cosa va e cosa non va, nonché quali persone siano le migliori a dover interpretare il prossimo futuro, sapendo che si vince in squadra.

Un cambio di passo in senso pragmatico verso l’Europa è auspicabile, come auspicato da Giancarlo Giorgetti, laddove questo non significhi mandare a finire in quel che fu Fiuggi per Fini un sovranismo ancora in fase embrionale. Significa, semmai, due cose: andare a definire almeno nei suoi tratti fondamentali, questo benedetto sovranismo e renderlo credibile a governare il Paese, soprattutto attraverso una classe dirigente preparata, nel rispetto delle diverse anime e identità. A Salvini l’arduo compito di fare la sintesi, non certo di farsi da parte, come qualche sprovveduto o rosicone desidererebbe, facendo il gioco, più o meno consapevole, dei globalisti. Sarebbe auspicabile che si comprendesse che il fondamento su cui costruire trova solidità autentica e duratura solo attorno a principi fondamentali e addirittura, ancestrali, post-ideologici che in Occidente, ed in particolare in italia vedono nella cristianità la base di partenza. E’ proprio perché “non possiamo non dirci cristiani” che questa frase è stata fatta propria anche da autorevoli atei ed è la base da riconoscere anche e soprattutto da parte di chi non è cattolico, ma intellettualmente e culturalmente onesto. Le nostre radici classico-cristiane non sono contestabili. Basta guardarsi attorno per capire che sono, oggettivamente, la nostra primaria Identità. Partire da qui sarebbe importante per un processo fondativo da costruire tra uomini e donne che sono certamente peccatori, ma non per forza debbono essere impenitenti. Continua a leggere

Sondaggio, Luca Zaia scrive la storia del Veneto: “Per lui percentuali alla Putin”, dove porta la Lega

di Alessandro Gonzato

Finisse così, Luca Zaia scriverebbe la storia, la Sinistra subirebbe una sconfitta senza precedenti e il Movimento Cinque Stelle, nell’ex Serenissima, sparirebbe. Il sondaggio di Fabbrica Politica, realizzato tra il 3 e il 5 agosto in vista delle elezioni regionali in Veneto (20-21 settembre), riporta numeri impressionanti. E la sensazione, annusando l’aria che tira a Nordest, è che non siano così azzardati, tutt’ altro. Il centrodestra, guidato dal governatore leghista, è dato all’80,7%. Il centrosinistra, il cui candidato è il vicesindaco di Padova Arturo Lorenzoni, al 12,7. I grillini, capitanati da Enrico Cappelletti, agonizzanti all’1,9, il che significherebbe non piazzare nemmeno un consigliere nell’assemblea veneta. Italia Viva non supererebbe lo 0,5, un’umiliazione devastante per Renzi che fino a un mese fa, proprio per evitare un risultato simile, era molto indeciso se presentarsi staccato dalla coalizione.

Che il Pd fosse destinato a non toccare palla era scontato, d’altronde in Veneto non l’ha mai fatto e l’emergenza Covid ha moltiplicato i consensi di cui gode il “doge” Zaia. E però, come sottolinea il fondatore di Fabbrica Politica, Matteo Spigolon, «il governatore va verso percentuali alla Putin». «In alcuni comuni del Trevigiano», fa presente, «Zaia supera il 90%». La vera sfida è tutta interna, tra la Lista Zaia (rilevata al 36,8) e quella della Lega (31,4). Potrebbe essercene anche un’altra, formata dagli amministratori locali, ma ancora non è certa. Cinque anni fa la lista del presidente prese il 23 e quella del Carroccio il 18. La grande novità della tornata elettorale, al di là del margine d’errore dei sondaggi, sarà Fratelli d’Italia: la Meloni è data al 9,7 a fronte del 2,6% ottenuto nel 2015. Forza Italia passerebbe dal 6 al 2,8. Il Pd, con Alessandra Moretti portabandiera, prese il 16,6% e ottenere meno di “Ladylike” – come si soprannominò con conseguenze nefaste l’europarlamentare – sembrava missione per pochi. Oggi il sondaggio dà i Dem al 9,2 e dunque anche Lorenzoni, la cui lista personale è valutata all’1,2, a suo modo scriverebbe una pagina indelebile.

I pentastellati, poi, farebbero un triplo carpiato all’indietro rischiando di rimanerci secchi: dal 12% del 2015 quando per una manciata di voti superarono l’allora sindaco di Verona Flavio Tosi fresco di uscita dalla Lega, a nemmeno il 2. Il Partito dei Veneti, gli indipendentisti, è al 3,8. «Le percentuali», aggiunge Spigolon, «potranno oscillare di qualche punto non appena verranno ufficializzati i nomi presenti nelle liste. È comunque inverosimile che in un mese e mezzo cambino in modo significativo, a meno di fatti clamorosi. Zaia fa da traino a tutta la coalizione: c’è una bella differenza se all’intervistato chiedi se voterà un “partito x” o se voterà il “partito x” che corre a sostegno del governatore». Il Veneto è sempre più Zaiastan.

Fonte: https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/24139123/sondaggio-fabbrica-politica-luca-zaia-veneto-regionali-lega-percentuali-vladimir-putin.html

 

 

 

Il Conte Tacchia è tornato

del Prof. Augusto Sinagra

Il Conte Tacchia è tornato trionfante da Bruxelles con squilli di tromba come il “Toreador”.
Vediamo come stanno le cose. Il successo di Conte consiste nell’aver ottenuto 175 miliardi a titolo di prestito, ovviamente da restituire con gli interessi; 82 miliardi a “fondo perduto” ma spendibili anch’essi, mano a mano, previa autorizzazione della UE. Questi fondi che verranno elargiti sull’arco di quattro anni e a cominciare non prima del secondo trimestre 2021, sono soggetti a revoca se non si eseguono gli ordini di Bruxelles su come spenderli.
L’Italia dunque è stata commissariata e il Conte Tacchia ha stretto ancor più al collo degli italiani il cappio dell’euro, consegnando lo Stato legato mani e piedi alla UE, alle banche, agli speculatori monetari e alla finanza senza volto. I poveri e i lavoratori possono tranquillamente morire come oggi la “sinistra” auspica. Le indicazioni obbligatorie di spesa di questi soldi da Bruxelles riguarderanno la riduzione dei salari e il taglio delle pensioni, possibilmente ulteriori tagli alla sanità pubblica e l’accantonamento delle necessarie riforme in Italia.
Il Conte Tacchia è stato bravissimo: ha contratto 175 miliardi di debito con aumento esponenziale del debito pubblico è in più va aggiunto che l’Italia, in quanto contributrice netta al bilancio della UE, dovrà continuare a versare la sua quota. La prossima rata è di 19 miliardi.
Il Conte Tacchia spieghi la ragione per la quale ha preferito la definitiva devastazione economica della Nazione alla possibilità di emissione di BTP pluriennali riservati agli investitori privati italiani. Sarebbe aumentato il debito privato non il debito pubblico e lo Stato si sarebbe indebitato con sé stesso. Oppure perché non ha preferito lui e quegli altri geni del suo governo, l’introduzione della moneta fiscale. In sintesi: ha preferito la definitiva devastazione sociale ed economica quando potevamo e possiamo farcela benissimo da soli. E di questo è ben consapevole.
Praticamente il Conte Tacchia si è presentato a Bruxelles con il deretano di fuori e qualcuno ne ha approfittato. Bastava che avesse annunciato queste diverse misure monetarie e avrebbe fatto impallidire tutti. Continua a leggere

Stato di emergenza? L’alibi solo italiano per blindare Palazzo Chigi. Buoni a nulla ma capaci di tutto

di Sergio Luciano
Fonte: Il Sussidiario
Il Governo intende prorogare lo stato di emergenza di altri 6 mesi.
Dunque saremo in emergenza fino al 31 dicembre? Diciamolo, mai come stavolta si potrebbe dar ragione al premier Giuseppe Conte se solo avesse – anzi, avesse avuto – l’onestà intellettuale di attribuire l’emergenza non già alla pandemia ma alla giustizia civile e penale che non funziona, alla lotta all’evasione che fa ridere, al codice degli appalti che li blocca, alla scuola che viene tenuta chiusa mentre si riaprono discoteche e spiagge, al ponte Morandi che va assegnato in gestione ad Autostrade altrimenti non riapre, ai fondi di liquidità e alla cassa integrazione che ancora non sono arrivati ai destinatari e insomma a tutti gli argomenti di drammatica attualità sui quali il governo, da quel drammatico week-end dell’8 e 9 marzo ad oggi, in quattro mesi, ha fatto solo chiacchiere.
L’emergenza è il governo, non la pandemia che sta regredendo e che comunque, se anche dovesse risvegliarsi – Dio non voglia – troverebbe comunque difese farmacologiche e cliniche assai migliori di quelle di quattro mesi fa. L’emergenza sono alcuni ministri politicamente analfabeti e tecnicamente sprovveduti. L’emergenza è un Parlamento esautorato.
Il tutto – va detto – contro Salvini e grazie a Salvini. Perché è da quando l’ex capitano ha tentato undici mesi fa di far saltare il banco e ottenere le elezioni anticipate fidandosi dell’imbelle Zingaretti e finendo contro un muro, che il governo Conte 2 ingrassa sventolando lo spauracchio della vittoria della Lega. Il movimentismo salviniano – “così non si può andare avanti, si torni al voto” – è stato il miglior alibi per il governo più pazzo del mondo e di sempre, ossia per questo esecutivo attaccato con lo sputo che ci guida.
Adesso, l’ultima trovata è prorogare lo stato d’emergenza fino al 31 dicembre, a 20 giorni dalla scadenza di quello vigente (31 luglio) e senza argomentazioni. In attesa del voto delle Camere che il 14 luglio ascolteranno e si esprimeranno sulle comunicazioni del ministro Roberto Speranza sul nuovo Dpcm, destinato a prorogare le norme anti–contagio in scadenza il 14 luglio. Una prima risposta viene dal vibrato e – va detto – incisivo appello/protesta di Elisabetta Casellati, presidente del Senato, contro il “decretismo” che sta contraddistinguendo quest’esecutivo: “Mi auguro che sia l’inizio di una democrazia compiuta”, ha detto riferendosi appunto al voto assembleare sulle prossime comunicazioni di Speranza – perché alla Camera e al Senato siamo ormai gli invisibili della Costituzione”. Ma ci vuol altro.
Questa democrazia simulata, quest’ennesimo governo guidato da un premier mai eletto dal popolo, stava trascinandosi su un piano di precarietà quotidianamente più grave quando la pandemia è intervenuta inducendo comprensibilmente tutti gli italiani a pendere dalle labbra di Palazzo Chigi. Mai tanta visibilità e notorietà è stata data a un premier per lo meno da quando Silvio Berlusconi ha perso quel ruolo.
Quando l’emergenza del Covid-19 ha costretto il governo a prendere le decisioni – quelle sì di emergenza – che conosciamo, dalle mascherina al distanziamento e al resto, la tenuta dell’esecutivo è parsa a tutti rafforzarsi, perché la figura del premier Conte è diventata improvvisamente popolarissima, con quel suo tono pacato e quasi scivolato di ratificare l’ovvio.
Poi però sono sopravvenuti i decreti dettati da quest’emergenza e una parte di quella fiducia è sfumata, per l’enorme gap che gli italiani hanno in qualche caso drammaticamente misurato con la propria pelle, per esempio non ottenendo gli aiuti per la liquidità o la cassa integrazione per i dipendenti. E poi, ancora, la remissione sostanziale della pandemia nel nostro Paese, che ha di riflesso incastrato Conte e il ministro Speranza nel ruolo – peraltro giusto, secondo chi scrive – di uccelli del malaugurio circa i rischi ancora presenti in circolazione e le pessime prospettive di una seconda ondata autunnale.
I prossimi pochi giorni saranno di fuoco. Perché non aspettare il 20 luglio prima di dichiarare la proroga dell’emergenza? Perché prorogarla addirittura di sei mesi anziché fermarsi a tre?
Epperò, se Nicola Zingaretti dichiara: “Il Pd è pronto a sostenere qualsiasi scelta del Governo utile a contenere la pandemia”, sempre dal Pd, con Stefano Ceccanti, i dem ribadiscono “la necessità della presenza del presidente del Consiglio in Parlamento prima dell’eventuale proroga dello stato di emergenza”. Magari, già martedì, da Speranza, “è lecito attendersi alcuni primi chiarimenti”. Anche Italia Viva sollecita un coinvolgimento delle Camere. I Cinquestelle sembrano meno “appassionati” alla vicenda. La proroga è una “questione prettamente tecnica” ha commentato in prima battuta il capo politico Vito Crimi. Il centrodestra ribadisce la contrarietà: i Dpcm danno troppi poteri al governo e confinano il Parlamento in un angolo. “E lo stato di emergenza blocca l’Italia”, rincara la capogruppo dei senatori di Forza Italia, Anna Maria Bernini, mentre Antonio Tajani chiede al governo di confrontarsi con Camera e Senato.
Insomma, come sempre: buoni a nulla e indecisi a tutto, ma anche capaci di tutto.

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