Ecologismo all’Amatriciana

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di Michele Rallo

Ci risiamo: l’ultimo disastro ambientale in ordine di tempo – quello delle Marche – é l’occasione per l’ennesima passerella di una classe politica che non riesce ad andare oltre i ritornelli di un gretinismo di maniera; strumento provvidenziale – questo – per veicolare gli interessi politici (e vorrei sperare che non ve ne fossero di altro tipo) che sono a monte delle bislacche alzate di scudi similecologiste dell’Unione Europea.

Sullo sfondo, tutto l’armamentario della narrazione pseudoambientalista di questi ultimi anni: dalla taumaturgica ascesa di una bimba svedese trasportata miracolosamente dal cortile di scuola fino all’assemblea generale dell’ONU, al proliferare di partiti e movimenti cosiddetti “verdi” che si incaricano di indirizzare la protesta dei giovani piú creduloni verso obiettivi politicamente corretti, fino allo spirito di un PNRR che vuole imporre precise e circostanziate ricette di “transizione ecologica”; ricette che non si possono modificare nemmeno in una virgola – spiegano dai partiti piú sensibili ai “valori dell’Europa” – perché altrimenti si correrebbe il rischio di perdere i soldi (nostri) che l’UE fa finta di regalarci.

Purtroppo, peró, sembra che le cose siano un po’ piú complicate di quanto non traspaia da certo pseudoecologismo da marciapiede. Secondo gli scienziati, infatti, l’uomo puó influire sui cambiamenti climatici solo per un 5%: percentuale corrispondente a quello che é l’inquinamento spicciolo (attivitá estrattive, scarichi, plastiche, eccetera). E – inciso nell’inciso – solo il 10% di quel 5% (quindi lo 0,5% del totale) é prodotto dagli europei. Il 99,5% dei mutamenti climatici non dipende da noi e, conseguentemente, tutte le nostre transizioni del piffero sono assolutamente ininfluenti. In ogni caso, il 95% del “peso” complessivo dei mutamenti climatici dipende dal Sole, dalla sua fotosfera, dalle sue attivitá, dalle sue fasi, dalle sue eruzioni. E il Sole, notamente, é poco incline a modificare i suoi cicli in base al numero di sacchetti di plastica immessi nell’ambiente terrestre.

Lo spiegava, non piú tardi di qualche mese fa, l’illustre scienziato e accademico Antonino Zichichi, direttore del Centro Europeo per la Ricerca Nucleare, noto per una non comune capacitá di produrre spiegazioni di assoluto rigore scientifico con un linguaggio semplice e accessibile a tutti.

È bene precisare – scandiva il fisico trapanese – che cambiamento climatico e inquinamento sono due cose completamente diverse. Legarli vuol dire rimandare la soluzione. E infatti l’inquinamento si può combattere subito senza problemi, proibendo di immettere veleni nell’aria. Il riscaldamento globale è tutt’altra cosa, in quanto dipende dal motore meteorologico dominato dalla potenza del Sole. Le attività umane incidono al livello del 5%; il 95% dipende da fenomeni naturali legati al Sole.

E cosí proseguiva:

L’obiettivo è dare ai governi le informazioni rigorosamente scientifiche sulle emergenze planetarie, affinché si proceda ad affrontarle, evitando che centinaia di miliardi di dollari vengano bruciati nell’illusione di risolvere problemi creandone altri ancora più gravi. Infatti si parla spesso di “misure preventive” da prendere subito. Misure per le quali sono necessari miliardi di dollari, con il rischio di ritrovarci dopo in condizioni peggiori.

Considerazioni che, un paio di mesi piú tardi, erano ribadite da un altro scienziato, forse meno noto di Zichichi ma il cui nome é certamente di grande impatto mediatico. Si trattava del professor Franco Prodi, direttore dell’Istituto per le Scienze del Clima nonché fratello dell’ex premier Romano.

Prodi si é messo alla testa di un gruppo di scienziati e di accademici di chiara fama, con competenze specialistiche indiscutibili, che si richiamano ad un documento del 2019 denominato “Petizione Italiana sul Clima”; documento che affronta con assoluto rigore scientifico le problematiche dei cambiamenti climatici e dei disastri atmosferici che ne sono conseguenza. E non solo, ma il gruppo della Petizione ha ufficialmente sfidato ad un confronto scientifico in sede accademica i sostenitori delle teorie che attribuiscono all’Uomo (e non al Sole) le responsabilitá del cambiamento climatico in atto e delle sue terribili conseguenze. Fino ad oggi – e sono passati ormai un paio di mesi – non risulta che dalla sponda “politicamente corretta” qualcuno si sia sognato di accettare la sfida.

La tesi di fondo della Petizione controbatte frontalmente l’idea-base della “transizione ecologica” cara a Bruxelles e alle lobby della sinistra americana, affermando che

è dannoso, intraprendere, con l’illusoria pretesa di governare il clima, azioni di messa al bando dei combustibili fossili, che forniscono le risorse per l’85% del fabbisogno energetico dell’umanità». E continuando: «É stato grazie alla disponibilità di energia abbondante e a buon mercato che l’umanità gode del benessere materiale oggi raggiunto, e minore disponibilità d’energia significa, di fatto, ridurre quel benessere, cioè impoverirsi.

Secondo Prodi e gli altri scienziati, occorre piuttosto combattere gli effetti del cambiamento climatico con azioni concrete, intervenendo sul territorio e non inseguendo le fole di ideologie ecologiste di dubbia sostanza. Come? Nel modo piú semplice e, tutto sommato, piú economico:

con la cura e la pianificazione del territorio e col governo delle acque

Capito? non servono le costosissime riforme propedeutiche alla transizione ecologica, non serve la messa al bando dei combustibili fossili, non serve condannare all’estinzione interi comparti economici. Serve piuttosto la cura del territorio, nella sua accezione piú vasta, ivi compresa la prevenzione degli incendi estivi. E serve il governo delle acque. Anche qui, in modo ampio e cercando di correggere a monte le cause degli squilibri.

Quindi, combattendo la siccitá con l’ingegneria idraulica, settore in cui siamo i maestri fin dai tempi degli antichi romani. Ci vuol poco, relativamente poco a dissalare ingenti quantitativi di acqua (e anche nella produzione dei dissalatori siamo i primi al mondo) e ad incanalarli verso l’interno; cosí anche salvando – sia detto per inciso – la nostra agricoltura e la nostra zootecnía. Ci vuole poco, relativamente poco a dragare il letto dei fiumi. Ci vuole poco, relativamente poco a mettere in sicurezza gli argini. Cosí come ci vuole poco, relativamente poco, ad acquistare una decina di nuovi Canadair che vadano a rafforzare la nostra esigua flotta aerea antincendio.

Ne discende – scusate la ovvietá – che il malizioso PNRR che ci é stato “concesso”, debba essere rivisto totalmente e radicalmente: via le riforme succhiasoldi, via le invenzioni megagalattiche per cambiare di 180 gradi il nostro approccio alle fonti energetiche, e spendiamo invece quei soldi (che peraltro sono in parte nostri e in parte da restituire) per comprare dissalatori e Canadair, per dragare il letto dei fiumi, per rinforzare i fianchi delle montagne.

Diversamente, finiremo per fare ció che paventava il professor Zichichi: spendere centinaia di miliardi per non fare nulla, o – non vorrei crederlo – soltanto per propiziare gli “affari” di certe lobby. Sulla nostra pelle, naturalmente.

Di Michele Rallo

23.09.2022

Gli Stati Uniti hanno perso la grande guerra globale contro la Russia

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di Michele Rallo

Fonte: Michele Rallo

Mentre la guerricciola in Ucraina – anzi, a spese dell’Ucraina – fa lentamente il suo corso, la grande guerra globale mossa dagli Stati Uniti contro la Russia si è, di fatto, già conclusa. Con la vittoria di Mosca su Washington o – se preferite – di Putin su Sleepy Joe, il bell’addormentato nel bosco della Casa Bianca. Dei volenterosi ausiliari europei (dalla donnetta di Bruxelles al draghetto nostrano e a tutto il resto dell’allegra brigada) non vale neanche la pena di parlare. Intendiamoci: la guerra sul campo continua, e continuerà ancora fino a quando gli ucraini (il popolo ucraino, intendo, non l’inquietante corte di Zelensky) non capiranno di essere soltanto carne da macello delle strategie atlantiste; o fino a quando i russi si stancheranno di questo tira-e-molla e decideranno – come ha minacciato Putin – di “fare sul serio”. Ma la grande guerra, quella che secondo le strategie americane avrebbe dovuto mettere in ginocchio la Russia, è platealmente fallita. Anzi, è rimbalzata come un boomerang sul capo di chi la aveva promossa. E non mi riferisco soltanto agli utili idioti dell’Unione Europea, mandati avanti come carne da cannone nella guerra delle sanzioni decisa a Washington. Mi riferisco soprattutto agli stessi americani. I grandi sconfitti della guerra sono proprio loro, gli inventori della politica delle sanzioni, imposta agli alleati europei come prova di fedeltà alla religione atlantista. È proprio questa politica che è fallita, non riuscendo a “fare del male” alla Russia. Ha invece fatto del male, molto male, proprio all’economia degli sfortunati alleati europei. Ma quella che è entrata in crisi – ancor più clamorosamente – è la dittatura planetaria del dollaro e, con questa, l’egemonia unipolare che Washington voleva imporre al mondo intero.