Gli anni della vergogna

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di Franco Maloberti

Mi chiedo se saranno i futuri storici a definire questi anni come “gli anni della vergogna” o molto prima, per nuova consapevolezza, saremo noi stessi a parlare della vergogna di questi tempi. Gli anni in questione sono quelli successivi la Seconda guerra mondiale. I vincitori della guerra, invece di puntare a uno sviluppo armonico, hanno operato per il dominio del mondo, per diventare egemoni e tenere saldo il potere con la forza. Una egemonia che non può che essere instabile e incapace di resistere alla erosione dei tempi. La vergogna è di tutti, noi compresi, che abbiamo assistito, silenti, ai vergognosi comportamenti dei principali attori della involuzione: i cosiddetti scienziati, i giornalisti, e i politici. Sarà la gente comune, quella che proverà la vergogna, per l’essersi sentita inadeguata a porre rimedio ai disastri fatti da altri.

Ho messo al primo posto gli “scienziati”, perché la scienza ha smesso di essere scienza e si è prostituita a interessi militari, al potere e al denaro.

Attorno agli anni 1930 ci furono grandi scoperte nella fisica dell’atomo. Nonostante gli scarsi finanziamenti, i “ragazzi di via Panisperna”, dove era ubicato il Regio Istituto di Fisica dell’Università di Roma, scoprirono le proprietà dei neutroni lenti usando anche, oltre alla paraffina, la vasca dei pesci rossi per usare l’acqua come elemento idrogenato che rallenta i neutroni. A capo dei “ragazzi” c’era Enrico Fermi che per quella scoperta ricevette il premio Nobel nel 1938. In Italia in quel periodo c’era una crescente persecuzione degli ebrei e, immediatamente dopo l’assegnazione del Premio, Fermi e la moglie, di origine ebraica, emigrarono negli USA, partendo direttamente da Stoccolma.

Nello stesso periodo Robert Oppenheimer fece scoperte importanti sull’effetto tunnel, che è la base del funzionamento di vari dispositivi elettronici e di memorie a semiconduttore. Sia Fermi che Oppenheimer ebbero importanti collaborazioni con i fisici dell’epoca e trascorsero un periodo di studi in Germania a Göttingen.

Nel 1939 i fisici Bohr e Rosenfeld portarono negli USA la notizia che in Germania altri fisici avevano ottenuto la fissione dell’uranio bombardandolo con neutroni lenti. La notizia confermò l’idea che una reazione a catena di fissione potesse portare a una superbomba di potenza enorme. Un tale pericolo fu manifestato in una lettera, firmata anche da Einstein, mandata al Presidente Roosevelt.

Dopo l’invasione della Francia da parte della Germania nel 1940 Roosevelt creò il “National Defence Research Committee” per ricerche riguardanti la difesa nazionale e la progettazione di nuove armi. Il progetto specifico riguardante la bomba atomica, chiamato Manhattan, diretto per la parte scientifica da Oppenheimer e sviluppato con un contributo non trascurabile di Fermi, realizzò poi il ben noto risultato. Il progetto avrebbe dovuto costare 133 milioni di dollari ma alla fine del 1945 arrivò a più di due miliardi con più di 130 mila persone impiegate.

Quella sottomissione delle capacità scientifiche di numerosi scienziati a richieste belliche fu il primo caso di profanazione di massa del significato di scienza, come era condiviso fino ad allora da tutti. Furono pochi quelli che si dissociarono. Max Born si disse convinto fin dall’inizio che quella era un’invenzione diabolica. Franco Rasetti, uno dei “ragazzi” emigrato in Canada, criticò duramente i colleghi e, dopo Hiroshima e Nagasaki disse “La fisica non può vendere l’anima al diavolo.” Joseph Rotblat si ritirò dal progetto. Tra le ragioni di quel ritiro c’erano le affermazioni del generale Groves, il comandante del progetto per la parte militare, che diceva che la bomba non era per battere la Germania, ma l’Unione Sovietica, allora alleata degli USA. Alla fine, molti espressero “pentimento”. Oppenheimer giorni prima il lancio di prova “Trinity Test” disse: “Sono diventato Morte. Il distruttore dei mondi“. e, dopo Hiroshima e Nagasaki, “I fisici hanno conosciuto il peccato“. Fermi, invece, diede solo deboli segnali e, quando gli fu richiesto, lavorò per la bomba ad idrogeno.

Recentemente, la prostituzione a interessi mercantili o militari ha ripreso vigore. Per fare ricerca serve denaro: le risorse umane e le attrezzature sono costose. Quello che conta nei tempi moderni è la quantità dei risultati, molto più della qualità. Nelle università si è rispettati e apprezzati solo se si scrivono tanti articoli e, questo è reso possibile da una larga schiera di studenti e ricchi finanziamenti. Non è infrequente trovare ricercatori che sovrintendono una ventina di studenti. Supponendo che la settimana lavorativa sia di quarantotto ore, tenendo conto del tempo per lezioni, riunioni, scrittura di proposte e altre incombenze, si ha che il tempo dedicato a un singolo studente non arriva a un’ora alla settimana. Il ricercatore è quindi un manager alla spasmodica ricerca di denaro. E il denaro raccolto corrisponde spesso a lavori con valenza industriale o militare. Per il denaro, una buona frazione di ricercatori fa di tutto, sviluppa software per controllare le menti, studia sistemi di controllo dei proiettili, favorisce il volo senza pilota di droni assassini, crea virus mortali dispersi casomai da uccelli o da insetti. Molti, troppi, ricercatori sono finanziati da progetti di sviluppo militare, e questo è una vergogna, anche se alcuni usano dire che gli avanzamenti tecnologici sono per il bene dell’umanità.

Nel 1864, a 17 anni, Joseph Pulitzer emigrò dalla nativa Ungheria negli USA. In breve tempo divenne giornalista e poi editore. Il successo di Pulitzer, pur osteggiato da concorrenti, fu dovuto al suo convincimento che la difesa del diritto costituzionale di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e della incorruttibilità della giustizia dipendesse dalla qualità della informazione. Di lui, c’è la seguente riflessione:

La nostra repubblica e la sua stampa progrediscono o cadono assieme. Un capace e disinteressato spirito pubblico di stampa, con intelligenza allenata a conoscere il diritto e con coraggio, può preservare quella pubblica virtù senza la quale il governo popolare è una farsa e un raggiro. Una stampa cinica, mercenaria, demagogica produrrà col tempo un popolo vile quanto lei stessa. Il potere di plasmare il futuro della Repubblica sarà nelle mani dei giornalisti delle generazioni future.

Quello che Pulitzer auspicava si è attuato solo per un periodo breve. Ai tempi di Pulitzer il giornalismo negli USA, come racconta Eric Burns nel suo libro “Scribacchini infami“, era “selvaggio” con i giornali colmi di bugie, di accuse non provate ed esagerazioni. Erano, in pratica, armi partigiane usate per colpire oppositori politici.

Pulitzer fu un giornalista e un editore controverso. Nel tempo la sua linea editoriale mutò da populista e sensazionalista a “dedicata alla causa del popolo anziché a quella dei potenti”. Alla sua morte lasciò alla Columbia University due milioni di dollari per istituire la Scuola di Giornalismo e, dopo sei anni la Columbia istituì i premi in suo onore. Alcuni di questi erano anche per proteggere il giornalismo indipendente e premiare piccole organizzazioni giornalistiche che fanno inchieste e operano come organi di controllo dei governi e dei potenti.

Negli anni successivi molti giornalisti seguirono le raccomandazioni di Pulitzer. Negli USA ci furono clamorose inchieste in opposizione al potere e alle ingiustizie. Agli inizi del 1900 Ida Tarbell denunciò i metodi di spionaggio, ricatti e coercizioni usati da Rockfeller e i suoi collaboratori per sbarazzarsi della concorrenza. Il “Plain Dealer” di Cliveland svelò il massacro di My Lai in Vietnam. Il Washington Post portò alla luce il Watergate.

In Europa la vita del giornalismo fu contrastata, comunque, mostrò coraggio e determinazione come fu per il caso Dreyfus, in Francia, difeso da Émile Zola con il suo articolo “J’accuse“. In Italia ci furono giornalisti di coraggiosi e determinati, come Pier Paolo Pasolini, Giancarlo Siani, Oriana Fallaci, Giorgio Bocca, che si opposero, pur con diverse connotazioni politiche, alle ingiustizie e alle prevaricazioni.

Il giornalismo era effettivamente un “quarto potere”, inteso nella sua forma più positiva del termine, ma poi, quasi bruscamente, è diventato arte da palcoscenico guidata dalla regia degli editori, sempre più sensibili alla influenza politica e del grande capitale. L’inizio del declino iniziò con il caso Monica Lewinsky quando la stampa chiuse gli occhi e balbettò giustificazioni per salvare Clinton. Ora i giornali sono il megafono del potere vengono usati per sostenere l’una o l’altra fazione politica. Non vale più quanto descritto da Davide Caleddu su Huffpost nel 2013,

Per noi italiani è normale che il giornale o telegiornale A la racconti come piace al partito A e che per sapere la versione politica B occorra leggere o ascoltare le notizie del mass media B. È normale che la musica, da una parte e dall’altra, sia sempre la stessa. È normale ragionare di politica in termini sportivi, essere elettori e dunque supporters. È normale aspettarsi la menzogna, la versione dei fatti distorta (talvolta fino al ridicolo), la cosiddetta ‘disonestà intellettuale’. È normale. Così va il mondo.

Quella normalità è abbondantemente superata. Esiste solo “l’opinione A” dato che “quella di B” è definita, casomai dalla “saggia Ursula”, come trita disinformazione e “giustamente” e risolutivamente censurata. Le notizie sono quelle preconfezionate da A e supporter, con grande spreco di ricostruzioni cinematografiche e fantasiose interpretazioni. C’è uno sparuto numero che resiste ma devono limitare la loro attività a battaglie da poco, come scacciare gli occupanti abusivi di case. Chi supera una certa soglia viene censurato e bloccato, come è successo all’americano Eric Zuesse, che è stato bannato da “Modern Diplomacy” diventando una “non person”. Zuesse spiega che, nonostante il primo emendamento americano garantisca la libertà di parola, ma se questa viene espressa su entità private queste possono censurare. Ne consegue che un privato che controlla l’informazione può impunemente infischiarsene di Pulitzer. I Twitter files insegnano.

Il quarto potere è stato poi scalzato dal quinto (informazione via WEB) e dal sesto (pubblicità) che risponde solo a una regola: fare gli interessi degli inserzionisti. Come sottolineato da alcuni conduttori di talk show televisivi, bisogna fare cassa: attendere sessanta secondi, cinquantanove, cinquantotto, …

Tutta la vicenda informazione è deprimente. Sarà nel futuro ritenuta una grande vergogna?

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E della politica, che dire? Penso che i politici non godano di una grande reputazione. Cosa è successo allora negli anni recenti per provare ulteriore vergogna? Non è certo possibile riferirsi alla visione arcaica della politica, quella che la legava alla religione e all’etica. Ai tempi in cui la giustizia serviva a conseguire, assieme alla politica, il “buon ordine” della città. La cultura politica greca avversava la tirannide, ovvero il dominio di uno sui molti, e fece leggi miranti all’equità sociale e politica, pensate non per i singoli ma per la salvezza e la dignità della città, per sottrarla alla guerra civile e per tenerla lontana dalla tirannide.

Ora la situazione è molto, molto peggio. Nel recente passato, almeno, la politica seguiva una propria “etica” che era di certo rilassata rispetto al senso comune, ma rimaneva entro i limiti di un “onesto banditismo”. Ad esempio, la parola data era sacra, il rispetto dei propri affiliati assoluto. I politici avevano degli uffici nelle zone di loro “protezione” dove i questuanti loro seguaci andavano per essere raccomandati. Per trovare un lavoro o per avere un permesso occorreva fare anticamera in qualcuno di quegli uffici. La cosa aveva però aspetti positivi. Il politico, normalmente più istruito e anziano dei postulanti, riceveva informazioni sulle necessità della gente comune e, a seguito di una subconscia elaborazione, arrivava a decisioni che danneggiavano in misura accettabile i sottoposti. I politici erano un certo riferimento per gli affiliati, grosso modo la stragrande maggioranza della gente, inclusi i molti che “facevano i furbi”. Un vantaggio, pur di un comportamento di “furfante onesto”, era che esisteva il feedback: i “clienti” valutavano in modo positivo o negativo il favore ricevuto. Il costo dei “servizi” era poi modesto: una qualche bottiglia di olio, del vino, un capretto o un maialino o, per le poche politiche femmine, una boccetta di profumo.

Negli ultimi decenni la situazione è grandemente peggiorata. Il campo di azione dei cosiddetti politici si è allontanata dai “clienti”, anche per gli strepiti di chi diceva che la raccomandazione toglie a chi merita per darlo a chi non sa o chi non ha fatto nulla. Tutto vero, ma il risultato è che si sono evitate piccole malefatte, ma si è allontanato dalla vista della gente le grandi malefatte. L’attività del politico, invece che fare favori ai propri associati, è diventata quelli di fare favori a grandi lazzaroni, seguendo le moine (pagate profumatamente) dei cosiddetti lobbisti. Le raccomandazioni sono comunque rimaste, ma solo per delle seggiole importanti, tipo la presidenza di una azienda controllata, una banca o una azienda sanitaria.

Il lobbismo è quella “nobile” attività svolta da individui o gruppi di interesse privati per influenzare le decisioni del governo. Esso è svolto da persone, associazioni e gruppi organizzati, società, o gruppi di difesa di specifici interessi. Dagli anni ’70 il lobbismo è cresciuto enormemente sia negli USA che nella UE. La cultura americana, basata sul denaro, ammette il fenomeno che è alla luce del sole, anche se soggetto a regole facilmente eludibili. Comunque, si stima che negli USA tra lobbisti registrati e clandestini ci siano quasi centomila persone con un giro di denaro di parecchi miliardi di dollari. Si facilitano affari di tutti i tipi, e in particolare, l’acquisto e il consumo di armi sempre più costose e lucrose. Negli organi UE, popolati da “trombati in patria” il fenomeno è cresciuto a dismisura. Ogni decisione, incluse quelle che riguardano le dimensioni delle arance e delle zucchine, è “guidata” da decine di migliaia di lobbisti che guidano amorevolmente quei giovani “troppo intelligenti” che si sono trovati catapultati in una nuova Babilonia.

Per cosa si proverà vergogna, allora? Gli antichi greci erano di gran lunga migliori degli attuali politici per due ragioni: usavano la ragione e avevano vicini gli “utenti”. Ovvero, c’era “feedback”, quel meccanismo che mantiene la stabilità dei sistemi. L’aver lasciato che i centri di potere si allontanassero dagli “utenti” è la ragione principale dell’attuale disastro e vergogna.

Franco Maloberti Professore Emerito presso il Dipartimento di Ingegneria Elettrica, Informatica e Biomedica dell’Università di Pavia; è Professore Onorario all’Università di Macao, Cina.

NOTE

https://www.washingtonpost.com/archive/lifestyle/2006/05/10/the-muck-started-here/0c4d1f4c-edcb-4929-a5e8-8af2fcd2e384/

https://www.ilpost.it/2022/05/09/joseph-pulitzer/

Pubblicato in partnership su ComeDonChisciotte

Foto: Katehon.com

29 gennaio 2023

Fonte: https://www.ideeazione.com/gli-anni-della-vergogna/

Il nuovo sviluppo della Cina offre nuove opportunità al mondo

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di Redazione

Ospitiamo qui di seguito le riflessioni di Liu Kan, Console Generale della Repubblica Popolare Cinese a Milano

Alcuni giorni fa il Presidente Xi Jinping e il nuovo Presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno tenuto un bilaterale ai margini del summit dei leader mondiali del G20 a Bali. Si tratta del primo incontro ufficiale tra i leader dei due Paesi dopo la conclusione del 20° Congresso del Partito Comunista Cinese e l’insediamento del nuovo governo italiano, ed è stato di grande importanza strategica nel quadro dello sviluppo delle relazioni sino-italiane. Tra le due parti è stato raggiunto ampio consenso circa la necessità di rafforzare il coordinamento e la cooperazione ed affrontare congiuntamente le principali sfide globali del momento.

Attualmente, la ripresa economica sta incontrando diverse difficoltà a causa di vari fattori di instabilità; quale corso prenderà e a cosa ci porterà lo sviluppo globale sono gli interrogativi di quest’epoca ai quali ogni Paese al mondo sta cercando di trovare risposta. Pace, progresso, cooperazione, reciproci vantaggi sono storicamente cose a cui tutti aspirano e tendono naturalmente. In tal senso la Cina ha preso l’iniziativa di assumersi le responsabilità in veste di più grande Paese in via di sviluppo, aderendo fermamente e con costanza ad una politica estera rivolta al mantenimento della pace mondiale e alla promozione di uno sviluppo condiviso. Al contempo, si impegna attivamente per lo sviluppo dell’economia e della società del Paese, guidando 1/5 della popolazione mondiale verso una modernizzazione in stile cinese, contribuendo con la propria forza e saggezza a dare un aiuto concreto per risolvere i problemi globali e promuovere il progresso della società umana.

Il nuovo corso di sviluppo della Cina si basa sulla costruzione di una “società moderatamente prospera sotto tutti gli aspetti”, in modo tale da poter guidare i suoi 1.4 miliardi di abitanti (numero che supera la totalità della popolazione dei Paesi sviluppati) verso una società moderna condividendo col resto del mondo i frutti di questa modernizzazione. Inoltre, dopo anni di impegno e duro lavoro, quasi 100 milioni di persone indigenti situate nelle zone rurali sono tutte sollevate dallo stato di povertà, raggiungendo l’obiettivo di riduzione della povertà dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile con 10 anni di anticipo sulla tabella di marcia, dando a livello globale un contributo importante a questa causa.

Attualmente, la Cina sta accelerando sulla costruzione di un modello di sviluppo “a doppio ciclo” a livello nazionale e internazionale per promuovere uno sviluppo di alta qualità. La prossima fase si concentrerà sulla promozione di uno sviluppo regionale coordinato, di una maggiore integrazione tra zone urbane e rurali e sulla costruzione del più grande sistema sanitario, educativo e di sicurezza sociale a livello globale, in modo che i frutti di questo sviluppo nazionale siano equamente condivisi con l’intera popolazione, realizzando un progresso umano a 360 gradi.

Il nuovo sviluppo della Cina inoltre è anche uno sviluppo “verde”, ovvero la convivenza armoniosa tra uomo e natura. Uomo e natura rappresentano una comunità di vita condivisa: lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali e, in alcuni casi, la vera e propria distruzione di esse, avrà inevitabilmente ripercussioni future. La Cina prosegue sulla via di uno sviluppo verde promuovendo un modello di progresso a basse emissioni di CO2,  ha dato vita al più grande mercato di carbone al mondo ed è divenuto il maggior produttore di energia pulita a livello globale; avanza altresì in maniera attiva e risoluta verso gli obiettivi di carbon peaking (raggiungere il picco di emissioni) entro il 2030 e di carbon neutrality entro il 2060, contribuendo con le proprie risorse e la propria forza alla lotta mondiale ai cambiamenti climatici.

Il nuovo sviluppo della Cina è anche uno sviluppo che prosegue sulla strada della pace. Storicamente essa ha sempre avuto a cuore ed amato la pace e ha sperimentato sulla propria pelle le sofferenze causate da guerre, colonizzazioni e saccheggi vari nel corso dei secoli. È di vitale importanza quindi stare della parte giusta della storia e promuovere il progresso della civiltà umana, tenendo alta la bandiera della pace, dello sviluppo, della cooperazione e della strategia win-win, approfondire ed espandere relazioni di partenariato globale nel segno dell’uguaglianza, dell’apertura e dell’uguaglianza per costruire una comunità umana dal futuro condiviso; perseguire quindi un proprio modello di sviluppo inscritto in un quadro di salvaguardia dello sviluppo mondiale pacifico, e al contempo intraprendere questa via di sviluppo autonoma per poter ulteriormente preservare la pace a livello globale.

Il nuovo sviluppo della Cina la vedrà continuare ad aderire ad una politica estera aperta ed a una strategia di apertura che prevede vantaggi reciproci e risultati condivisi: assumere quindi un atteggiamento più aperto in modo tale da poter condividere i frutti dello sviluppo con le popolazioni di tutti i Paesi. Promuovere in tal senso la costruzione di un’economia globale all’insegna dell’apertura ed una maggiore liberalizzazione ed agevolazione degli investimenti: accelerare la costituzione di zone pilota di libero scambio e del porto di libero scambio di Hainan, continuare a lavorare per dar vita a un business environment di primo livello che sia internazionale, orientato al mercato e fondato sul diritto. Sfruttare il grandissimo potenziale di mercato e costruire in tal senso piattaforme di alta qualità come la China International Import Expo, la China International Consumer Products Expo, la China International Fair for Trade in Services (CIFTIS), la Canton Fair e così via. E ancora, a partire dall’adesione di 149 Paesi e 32 organizzazioni internazionali, continuare a lavorare per attirare sempre più nazioni ad entrare nel progetto “Nuova Via della Seta” (Belt and Road Initiative): a tal proposito, la Cina sta prendendo in considerazione la possibilità di organizzare il terzo “Belt and Road Forum for International Cooperation”.

La Cina e l’Italia sono partner strategici onnicomprensivi, con ampie prospettive di cooperazione. Ritengo che ambo le parti possano ulteriormente approfondire i punti di crescita di questa cooperazione, in particolare in settori come quello produttivo-manufatturiero di fascia alta, la conversione energetica, lo sviluppo verde, e più in generale le tecnologie, e concentrandosi sulla collaborazione nel settore degli sport su ghiaccio e neve in occasione dei prossimi Giochi Olimpici Invernali che si terranno a Milano-Cortina nel 2026. La Cina invita un sempre maggior numero di aziende italiane ad investire nel loro Paese e intende aumentare sensibilmente le importazioni di prodotti italiani di alta qualità. La Cina dà inoltre il benvenuto all’Italia come ospite d’onore della China International Consumer Products Expo 2023. Con il graduale aumento del numero di voli di linea tra i due Paesi, invita gli amici italiani di ogni estrazione sociale a visitare la Cina e intensificare gli scambi e la cooperazione; a tal proposito, noi, in qualità di Consolato Generale della Repubblica Popolare Cinese in Milano, saremmo lieti di fornire i nostri servizi e il nostro supporto.

Sono convinto che una Cina impegnata sulla strada di uno sviluppo di alta qualità e di un’apertura ad alto livello possa sicuramente fornire nuove opportunità a tutti i Paesi del mondo, Italia compresa. Lavoriamo assieme per affrontare le sfide globali, per promuovere la pace e lo sviluppo del mondo e per portare benefici all’umanità intera.

Pubblicato su Scenari Internazionali

Foto: Idee&Azione

9 dicembre 2022

L’anti-utopia di Klaus Schwab

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Le idee proposte dal presidente del World Economic Forum, Klaus Schwab, nel suo libro “La quarta rivoluzione industriale” (4IR) sono già state molto criticate per diversi motivi. Eppure, per alcune persone che non si identificano come sostenitori della globalizzazione, sembrano piuttosto attraenti. Dopo tutto, Schwab sostiene che l’innovazione digitale cambierà in meglio la vita, il lavoro e il tempo libero delle persone. Tecnologie come l’intelligenza artificiale e la robotica, il cloud computing quantistico e la blockchain fanno già parte della vita quotidiana. Utilizziamo telefoni cellulari e app, tecnologie intelligenti e l’Internet degli oggetti. Rispetto alle precedenti rivoluzioni industriali, sostiene Klaus, la 4IR si sta evolvendo a un ritmo esponenziale, riorganizzando i sistemi di produzione, gestione e governance in modi senza precedenti.

Tuttavia, un’analisi obiettiva delle ragioni di Klaus Schwab mostra che egli è in parte in errore e che la sua posizione è generalmente guidata dall’interesse di esercitare il controllo sulla società e di gestire il capitale che sta acquisendo nuove proprietà.

Tra i critici del concetto di 4IR c’è Nanjala Nyabola, che nel suo libro Digital Democracy, Analogue Politics analizza la narrazione con cui Schwab ha dato forma alla sua ideologia.

L’autrice sostiene che il concetto di 4IR viene utilizzato dalle élite globali per distogliere l’attenzione dalle cause della disuguaglianza e per facilitare i processi in corso di espropriazione, sfruttamento ed esclusione. Nyabola osserva astutamente che “il vero fascino di questa idea è che è apolitica. Possiamo parlare di sviluppo e progresso senza ricorrere a lotte di potere”.

La controreplica dell’Africa, dove Nyabola vive, non è casuale, dal momento che questa regione, insieme all’Asia e all’America Latina, è vista dai globalisti come favorevole a nuovi interventi sotto le vesti di assistenza tecnologica e 4IR. Dopotutto, l’evidenza suggerisce che la diffusione della tecnologia digitale è stata altamente disomogenea, guidata da innovazioni tecnologiche più antiche e utilizzata per riprodurre piuttosto che trasformare le disuguaglianze sociali.

Lo storico Ian Moll va oltre e si chiede se l’attuale innovazione tecnologica digitale rappresenti la 4IR in quanto tale.

Egli osserva che esiste un’interpretazione egemonica della 4IR che dipinge il rapido sviluppo tecnologico come una nuova e audace rivoluzione industriale. Tuttavia, non c’è alcuna prova di una simile rivoluzione nella totalità delle istituzioni sociali, politiche, culturali ed economiche, sia a livello locale che globale; di conseguenza, occorre prestare attenzione a come questa struttura ideologica funzioni per promuovere gli interessi delle élite sociali ed economiche di tutto il mondo.

Jan Moll sostiene che la cornice della “quarta rivoluzione industriale” rafforza il neoliberismo contingente del periodo successivo al consenso di Washington e serve quindi a nascondere il continuo declino dell’ordine mondiale globalizzato con una narrazione del “nuovo mondo coraggioso”. Schwab ha semplicemente compiuto una sorta di colpo di Stato ideologico con un insieme di metafore che narrano una rivoluzione immaginaria.

Allison Gillwald lo definisce “uno degli strumenti di lobbying e di influenza politica di maggior successo del nostro tempo… Mobilitandosi intorno all’incontro annuale d’élite di Davos, i progetti politici del WEF sulla 4IR colmano un vuoto per molti Paesi che non hanno investito pubblicamente in ciò che desiderano per il proprio futuro… Con visioni di prosperità globale, confezionate con convinzione futurista e previsioni economiche fantastiche di crescita esponenziale e creazione di posti di lavoro, sembrano fornire una tabella di marcia pronta in un futuro incerto. Ma la cautela è d’obbligo. Anche uno sguardo superficiale alle precedenti rivoluzioni industriali mostrerà che non sono state associate agli interessi delle classi lavoratrici o subalterne. Questo nonostante i benefici più ampi che la società ha tratto dall’introduzione del vapore, dell’elettricità e della digitalizzazione. Piuttosto, sono associate al progresso del capitalismo, attraverso la ‘grande’ tecnologia del momento”.

Anche in questo caso le nuove tecnologie lavoreranno per gli interessi dei capitalisti smanettoni, non per le società.

Moll scrive che il concetto di 4IR sembra convincente perché agisce come una sorta di formula:

  1. Elencare da 7 a 15 tecnologie, per lo più digitali, che sembrano intelligenti, ci fanno sentire obsoleti e ci ispirano soggezione per il futuro. Anche se non sono innovazioni del XXI secolo, dichiaratele come tali.
  2. Dichiarate che c’è un’incredibile convergenza senza precedenti tra queste tecnologie.
  3. Assumete che porteranno a cambiamenti che sconvolgeranno e trasformeranno ogni parte della nostra vita.
  4. Fare appello a ciascuna delle precedenti rivoluzioni industriali come modello per quella attuale.
  5. Indicate una o due delle principali tecnologie o fonti di energia delle precedenti rivoluzioni industriali. I suggerimenti provati sono il motore a vapore per la 1IR; il motore a combustione interna e/o l’elettricità per la 2IR; i computer e/o l’energia nucleare per la 3IR (avrete citato Internet al punto I, quindi evitatelo qui).

In questo modo, Schwab inculca in modo discreto la correttezza del concetto generale. Così facendo, “Schwab sfrutta con successo la nostra razionalità tecnologica interna. Proclama la velocità, le dimensioni e la portata senza precedenti della 4IR. Il tasso di cambiamento, dice, è esponenziale piuttosto che lineare; l’integrazione di più tecnologie è più ampia e profonda che mai; e l’impatto sistemico è ora totale, comprendendo tutta la società e l’economia globale. Per questo sostiene che ‘interruzione e innovazione […] si stanno verificando più velocemente che mai’”.

Allo stesso tempo, Schwab rifiuta gran parte della nostra esperienza storica in materia. Scrive di essere “ben consapevole che alcuni studiosi e professionisti considerano gli eventi che sto esaminando semplicemente come parte della terza rivoluzione industriale”.

Ma Moll propone di esaminare alcune delle conoscenze degli esperti che egli ignora. Ecco due esempi. Si tratta dei contributi del sociologo spagnolo Manuel Castells, che ha sottolineato come il ruolo critico delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in rete sia “un’arma a doppio taglio”: alcuni Paesi stanno accelerando la crescita economica adottando sistemi economici digitali, ma quelli che falliscono stanno diventando sempre più marginali: “il loro ritardo sta diventando cumulativo”. Castells scrive ampiamente su quella che chiama “l’altra faccia dell’era dell’informazione: la disuguaglianza, la povertà, la miseria e l’esclusione sociale”, tutte eredità crescenti dell’economia dell’informazione globalizzata.

A differenza di Schwab, Castells non ha cercato di ideologizzare o politicizzare i dati sociologici. E la sua ricerca empirica non suggerisce una fondamentale trasformazione digitale della società nell’era moderna.

Un altro esperto che Schwab ignora è Jeremy Rifkin. Nel 2016, quando Schwab propose il suo concetto di 4IR, Rifkin stava già facendo ricerche sui luoghi di lavoro in cui la robotica aveva assunto ruoli strategici e manageriali nella produzione economica. C’è un notevole divario tra gli autori. Rifkin non crede che i cambiamenti drammatici associati alle tecnologie informatiche costituiscano una 4IR.

Nel 2016, Rifkin ha sostenuto che il WEF ha fatto “cilecca” con il suo intervento sotto l’apparenza di 4IR. Ha contestato l’affermazione di Schwab secondo cui la fusione di sistemi fisici, processi biologici e tecnologie digitali è un fenomeno qualitativamente nuovo:

La natura stessa della digitalizzazione […] sta nella sua capacità di ridurre le comunicazioni, i sistemi visivi, uditivi, fisici e biologici, a pura informazione, che può poi essere riorganizzata in vaste reti interattive che operano in molti modi come ecosistemi complessi. In altre parole, è la natura interconnessa delle tecnologie di digitalizzazione che ci permette di trascendere i confini e di “sfumare le linee tra i regni fisico, digitale e biologico”. Il principio operativo della digitalizzazione è “interconnessione e rete”. Questo è ciò che la digitalizzazione sta facendo con crescente sofisticazione da diversi decenni. È ciò che definisce l’architettura stessa della Terza rivoluzione industriale.

Uno studio delle “tecnologie” spesso annunciate come innovazioni convergenti chiave della 4IR – l’intelligenza artificiale, l’apprendimento automatico, la robotica e l’Internet degli oggetti – dimostra che non sono all’altezza della pretesa di una “rivoluzione” tecnologica moderna.

Moll conclude che la 4IR di Schwab non è altro che un mito. Il contesto sociale del mondo è ancora lo stesso della 3IR e si prevedono pochi cambiamenti. Non c’è nulla di simile a un’altra rivoluzione industriale dopo la terza. Il nuovo mondo di Schwab semplicemente non esiste.

Dopo tutto, le rivoluzioni non sono caratterizzate solo da cambiamenti tecnologici. Piuttosto, sono guidate da trasformazioni nel processo lavorativo, da cambiamenti fondamentali negli atteggiamenti sul posto di lavoro, da cambiamenti nelle relazioni sociali e da una ristrutturazione socioeconomica globale.

Naturalmente, le innovazioni tecnologiche possono essere positive per i lavoratori e per la società nel suo complesso. Possono ridurre la necessità di svolgere lavori pesanti, migliorare le condizioni e liberare più tempo per le persone che si dedicano ad altre attività significative.

Ma il problema è che i frutti dell’innovazione tecnologica sono monopolizzati da una classe capitalista globalizzata. Le stesse piattaforme di lavoro digitale sono finanziate per lo più da fondi di venture capital nel Nord globale, mentre le imprese vengono create nel Sud globale, senza che i fondi investano in attività, assumano dipendenti o paghino le tasse all’erario pubblico. Questo è solo un altro tentativo di catturare i mercati con una nuova tecnologia, approfittando della trasparenza delle frontiere, per fare profitto e non avere alcuna responsabilità.

Quindi la narrativa 4IR è più un’aspirazione che una realtà. Sono le aspirazioni di una classe ricca che anticipa la crisi del sistema economico occidentale e vuole trovare un porto sicuro in altre regioni. Ecco perché, data l’esperienza storica del capitalismo di tipo occidentale, il resto del mondo vede il 4IR come un’anti-utopia indesiderabile.

Fonte

Traduzione di Costantino Ceoldo

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/lanti-utopia-di-klaus-schwab

Indignazione a comando

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di Antonio Catalano

Fonte: Antonio Catalano

Il pensiero neoliberale, nella versione progressista, quello oggi dominante, quello per capirci che esporta la sua democrazia nel mondo, con tutto l’apparato ideologico che l’accompagna, domina/forma la cosiddetta opinione; la quale, guarda caso, ritiene di essere libera, libera cioè di produrre un pensiero che nasce liberamente dal proprio cervello. E guai a far notare che non è proprio così: ma come, non vedi che da noi esiste una tale pluralità di punti di vista che ognuno può scegliere quello che più gli aggrada? un po’ come avere il telecomando e scegliere il programma preferito. E comunque, per quanto possano esserci delle imperfezioni, da noi la democrazia ci permette un grado di libertà che altrove neanche si sognano. E se provi a far capire, come diceva un tale, che l’ideologia dominante è quella della classe dominante, e che la nostra libertà è inscritta in un cerchio ben delimitato, e che se provi a uscirne son cavoli amari, se va bene sei messo ai margini se va male puoi fare la fine di Julian Assange, o addirittura quella di Enrico Mattei, o dei morti per stragi, o dei tanti altri che la lista sarebbe chissà di quante pagine…

La cosiddetta opinione pubblica – cosiddetta perché l’opinione pubblica è un’invenzione, essa è direttamente formata da chi detiene i mezzi del convincimento di massa, dalla tv ai social – emerge a comando, e perché sia stuzzicata bene necessita che vi siano dei “diritti umani” violati (dal bambino spiaggiato alla lapidazione di una donna). Il che non vuol dire che si debba rimanere indifferenti al bambino senza vita spiaggiato o alla donna lapidata, ci mancherebbe altro; no, vuol dire semplicemente che l’opinione pubblica è in balia di operazioni di strumentalizzazioni che filtrano di volta in volta il fatto da esecrare in funzione di quanto sia quel fatto capace di suscitare determinate emozioni, con le quali poi giustificare determinati interventi, che niente hanno a che fare né con i sentimenti né tanto meno con la giustizia.
E così il nostro occidente, tanto sensibile alle sorti dell’umanità, che quando decide che in una parte di essa, da qualche parte del mondo, c’è bisogno di democrazia, subito interviene, naturalmente per esportare i “diritti umani”; e se proprio non è possibile farlo direttamente ecco che scatena una campagna di riprovazione tesa a far capire all’ “opinione pubblica” che non si possono tollerare certe nefandezze. È inutile, il mondo occidentale, quello della democrazia liberale, non può sopportare che nel mondo vi siano aperte violazioni dei diritti… a meno che non sia egli stesso a compierle, ma allora si sa, è solo per il bene delle popolazioni sottoposte a simili attenzioni. Come è successo per le due bombe atomiche sganciate sul Giappone ormai a fine guerra, o per il criminale bombardamento di Dresda… o per il Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan, la Jugoslavia, la Libia, la Siria…

E veniamo all’attualità, a quanto sta accadendo in Iran. Un’opinione pubblica che non sa neanche dove si trovi l’Iran e che lingua si parli, esprime la sua indignazione per i diritti delle donne violate. E nessuno che si domandi perché proprio ora si scatena questa campagna contro l’Iran… che vi sia la volontà di destabilizzare un paese che non ha intenzione di sottomettersi alla geopolitica americana, e che per giunta ha buoni rapporti con la Russia del terribile Putin?
I bravi democratici – quelli in salsa progressista poi sono i migliori – in prima fila a denunciare i diritti delle donne violate in Iran, e se qualcuno mette in evidenza la strumentalità di questa campagna, vai col complottismo. Dimenticando – dimenticando? – costoro che nella stessa area vi sono paesi dove le condizioni delle donne sono le medesime se non peggiori, Arabia Saudita tanto per dire… o in quel Qatar, dove tra un mese si terranno i mondiali di calcio.

La nuova normalità e il dominio sul mondo

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/04/04/la-nuova-normalita-e-la-sua-propaganda/

pubblicato in una versione similare su “IdeeAzione“: https://www.ideeazione.com/il-dominio-sul-mondo/

SE NON CI IMPEGNIAMO IN POLITICA IL CONTROLLO SOCIALE CHE ABBIAMO FINORA ACCETTATO NON È DESTINATO A FINIRE PERCHÉ FA PARTE DI QUELLA “NUOVA NORMALITÀ” CHE IL SISTEMA GLOBALE HA IN MENTE PER NOI

I Padri della Chiesa, gli antichi e i grandi pensatori ci hanno insegnato ad avere una visione d’insieme e lungimirante dei fatti perché analisi settoriali in epoche di grandi cambiamenti possono portare ad analisi incomplete ed a una certa miopia che conduce nei vicoli ciechi dell’irrealismo, della vacuità dei cronici bastian contrari, del fanatismo apocalittico.

Un virus sconosciuto, scappato da un laboratorio cinese, ha creato una pandemia e prodotto due anni di stato d’emergenza. La vita di ognuno di noi è cambiata. Ci stanno abituando a determinate restrizioni delle libertà personali, al distanziamento sociale, alla mascherina, al tracciamento digitale delle nostre scelte e abitudini. Il controllo sociale, che abbiamo accettato nel corso di questo lungo periodo, non è destinato a finire perché fa parte di quella “nuova normalità” che il Sistema globale ha in mente per noi.

L’esperimento, a parte la reticenza di una minoranza, è perfettamente riuscito. E’ la globalizzazione che si doveva rimodulare, attraverso la digitalizzazione di massa di ogni processo vitale, per l’arricchimento delle solite poche famiglie dell’alta finanza, che hanno preso il sopravvento con la fine della Seconda Guerra Mondiale, nelle plutocrazie occidentali, dominate in modalità unipolare a partire dal crollo del muro di Berlino.

Ecco ergersi, forte e fiero, l’orso russo, che sembra uscito dal letargo pandemico, a lanciare zampate terribili per marcare il territorio e pretendere lo spazio che l’accerchiamento dell’Heartland, teorizzato dal politico britannico Halford Mackinder (1861-1947) è determinato a precludergli.

Assieme alla Cina, divenuta una Superpotenza, costruita in almeno tre decenni di accettazione del capitalismo economico, abbinato alla peggior repressione comunista in ambito sociale, la Russia di Putin, evocando l’epoca imperiale, si è fatta amici l’Oriente e l’America Latina. Noi siamo l’Europa debole del decadentismo, che si trova in mezzo alla contesa per il potere di un mondo multipolare, che lo zar e Xi Jinping vogliono marcare, nell’ambito di quella rimodulazione del globalismo, che, attraverso il Covid, doveva insegnarci a vivere alla cinese, ma da consumatori all’americana. L’identità fluida, importata dal protestantesimo d’Oltreoceano è già sciolta davanti all’identità forte che proviene da Est.

Un parallelismo storico si potrebbe fare tra la guerra in Ucraina e la guerra di Crimea del 1853. Quest’ultima fu un avvenimento e un sintomo inedito: uno scontro tra due monarchie in cui entrambe apparivano come esponenti mercenari della sovversione dell’ordine naturale e divino, portata dalla rivoluzione francese. La guerra del 1853 fu la prima “guerra democratica” della storia, in cui i figli di una stessa famiglia si sono uccisi a vicenda, non per le loro patrie o per i loro Principi, ma perché, dalle due parti, la feccia preparata e sobillata dal fermento liberal potesse passare sui loro corpi. Solo ciò che sardonicamente viene chiamato “libertà” ha potuto far sì che una ironia così feroce, implicante un simile accecamento, fosse, in genere, possibile. Prima, gli uomini si sacrificavano per ciò che amavano. Divenuti “liberi”, sono costretti a farsi uccidere, occorrendo agli interessi del capitalismo globale: pena l’emarginazione, l’accusa di tradimento, l’isolamento e la morte, come se la patria, la massoneria, la democrazia e la plutocrazia fossero una cosa sola.

Le figure rappresentative della democrazia e della “libertà” videro nella guerra di Crimea lo scontro fra due mondi, il duello tra due dogmi fondamentali, “quello del cristianesimo barbaro d’Oriente contro la giovane fede sociale dell’Occidente civilizzato”, secondo le parole testuali dello storico francese Jules Michelet (1798-1874). Ricordiamo che le Logge massoniche, le Borse e le Banche erano i templi futuri dell’Occidente “civilizzato”, mentre Nicola I era un “tiranno”, un “vampiro”, ed anche Metternich lo era stato.

Vi è della gente che non si ha il diritto di molestare senza essere vampiri, ma ve n’è un’altra che si è liberi di massacrare in massa in nome della “libertà”, senza cessare di essere “nobili” e “generosi”, “buoni” e “giusti”. Obiettivo era distruggere il cristianesimo per preparare la via al bolscevismo in Oriente e all’ubiquità capitalista in Occidente. Oggi, l’ubiquità capitalista ha prevalso, ma la globalizzazione imposta dall’Occidente liberale sta crollando a causa delle sue contraddizioni, il cattolicesimo è sempre più marginale e l’Oriente si è ripreso dalla sbornia socialista. Come andrà a finire, lo vedremo nei prossimi anni, tenendo presente che il Cuore Immacolato di Maria trionferà.

La guerra delle agenzie di intelligence per il dominio del mondo

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di Manuel S. Espinosa Harkin

Dalla fine del 2021 a metà gennaio 2022, circa 150.000 truppe russe sono state schierate al confine con l’Ucraina per condurre esercitazioni militari. Gli americani hanno avvertito che lo scopo delle esercitazioni era di preparare un attacco all’Ucraina e che la risposta occidentale sarebbe stata devastante per la Russia.

Perché, anche quando il ritiro delle truppe russe è iniziato dopo la fine delle esercitazioni, i funzionari della Casa Bianca hanno continuato a insistere che un’invasione era imminente? La costante confusione sulla data di inizio dell’invasione ha fatto sorridere analisti e lettori della stampa internazionale.

In effetti, le truppe russe hanno cominciato a tornare ai loro punti di schieramento, ma presto hanno fatto dietrofront e hanno marciato in direzione dell’Ucraina orientale per liberare la popolazione filorussa dell’Ucraina orientale. Gli analisti internazionali e tutti coloro che hanno seguito la situazione, non conoscendo le vere ragioni delle azioni della Russia, hanno lodato la CIA e il Pentagono per le loro accurate previsioni sull’inizio dell’operazione speciale.

Ci sono migliaia di segreti e verità nascoste in questa guerra d’informazione, conosciute solo dai servizi segreti delle parti coinvolte. Secondo alcuni, potrebbe esserci stata una fuga di notizie dal Cremlino dovuta all’azione di agenti della CIA, dell’intelligence britannica MI6, del BND tedesco e del Mossad israeliano.

Altri credono che sia stato un gioco magistrale dell’intelligence russa, che attraverso vari canali segreti ha accennato alla possibilità di tale azione militare a presunti traditori o disertori, che hanno passato queste informazioni all’Occidente. Questa operazione di intelligence psicologica ha avuto luogo sullo sfondo della serie di richieste della Russia del dicembre 2021 alla NATO attraverso i canali diplomatici.

Ci sono altri esempi in cui l’intelligence russa ha agito in modo simile. Basta ricordare il caso di Oleg Penkovsky, un disertore dei servizi segreti militari sovietici GRU. Ha passato informazioni agli americani sul dispiegamento di armi atomiche sovietiche a Cuba nel 1962. Ma grazie a questa operazione, chiamata Anadyr, l’invasione statunitense e il rovesciamento del governo cubano furono evitati.

Per inciso, sia gli Stati Uniti che la Russia avevano piani per cambiare l’ordine mondiale esistente e si stavano preparando di conseguenza. La Russia aveva un piano per combattere un mondo unipolare, mentre gli Stati Uniti avevano un piano per mantenere lo status quo. Questo spiega le azioni di entrambe le parti opposte. A questo proposito, è opportuno citare la frase popolare che il fine giustifica sia i metodi che i mezzi.

Non c’è dubbio che la crisi ucraina è stata istigata dalle strutture di potere occidentali, il cosiddetto Stato profondo, nell’interesse dell’élite economica e oligarchica occidentale, il “Deep Power“. Lo scopo di queste azioni è quello di mantenere la superiorità e l’egemonia acquisita dopo il crollo del sistema socialista 30 anni fa.

Ma il 24 febbraio 2022, il mondo è cambiato per sempre. Tre decenni dopo, l’ordine mondiale post-Guerra Fredda cominciò a cambiare e le crepe cominciarono ad apparire nelle sue fondamenta. Non è stato perché l’Operazione militare speciale in Ucraina della Russia ha colto di sorpresa i paesi occidentali. Questi eventi erano una questione di tempo, di disponibilità dei fondi necessari, di risorse e del successo della macro-pianificazione segreta.

Gli americani non solo si aspettavano la reazione della Russia, ma la stavano preparando: stavano addestrando circa 33.000 soldati ucraini alla sovversione e al sabotaggio nelle basi militari in Florida e nella stessa Ucraina.

Inoltre, la CIA, meglio conosciuta tra gli esperti come i Servizi Segreti, la Divisione delle Operazioni e le sue controparti della Defense Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti, e i Servizi Segreti di Intelligence britannici (MI6) avevano sviluppato innumerevoli operazioni segrete in tutta Europa per oltre un decennio come parte di una missione per contrastare l’Ucraina con la Russia.

Queste operazioni includono la raccolta di informazioni aperte e classificate per scopi operativi e strategici, così come il reclutamento di mercenari i cui compiti includono l’infiltrazione e l’irruzione in istituzioni statali, unità dell’esercito, agenzie di sicurezza, strutture private e civili (istituzioni della società civile e quelle che forniscono servizi di mediazione, organizzazioni politiche).

Il rovesciamento orchestrato dagli Stati Uniti del presidente legittimamente eletto dell’Ucraina Viktor Yanukovych nel 2014 ha dimostrato l’efficacia dei metodi menzionati dei servizi segreti anglosassoni. Le presunte agenzie di cooperazione internazionale allo sviluppo – il National Endowment for Democracy (NED), l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), Freedom HouseOxfam e altre – hanno giocato un ruolo speciale. Tutti loro sono ben noti nel nostro paese.

È ampiamente noto che la forza motrice di qualsiasi operazione è il denaro, e queste istituzioni ne hanno in abbondanza, e le loro fonti di finanziamento sono senza fondo. Solo nei caveau della CIA e dell’Mi-6 residenti in vari paesi, sia nei loro uffici nelle ambasciate che nei centri di intelligence illegali (agenzie segrete la cui ubicazione rimane sconosciuta al controspionaggio), ci sono milioni di dollari in contanti. Questo denaro viene utilizzato per reclutare presidenti, ministri della difesa, deputati, giudici e chiunque altro possa essere pagato per passare informazioni o elaborarle a beneficio dei servizi segreti stranieri.

Non c’è un solo paese che sia stato in grado di proteggersi dalle attività delle reti di agenti che lavorano per realizzare gli obiettivi di politica estera dei rispettivi paesi. Né la Russia, né l’America, né la Gran Bretagna sono riuscite a proteggersi dalle azioni dei servizi segreti degli altri paesi.

Questo è il caso ora in Ucraina, che è diventata un campo di battaglia per le due potenze. Nelle parole di William Casey, ex direttore dell’intelligence centrale e nemico giurato dei sandinisti, l’espressione è “a volte si perde, a volte si vince”. Anche se la CIA e l’Mi-6 sono stati in grado di capitalizzare la rivoluzione colorata (seconda arancione) in Ucraina nel 2014, portando coloro che volevano vedere al potere grazie al sostegno occulto del Dipartimento di Stato, la risposta brutale della Russia non si è fatta attendere.

La CIA è nota per aver pianificato una serie di rapimenti di soldati russi nel sud della Siria. Oggi, le tattiche sopra descritte per la tradizionale guerra dei servizi segreti tra la CIA, l’MI6 e il servizio segreto estero russo (SVR) per il controllo politico ed economico dell’Ucraina sono state sostituite da misure di politica estera come l’annessione della penisola di Crimea alla Federazione Russa e il ritiro dei filorussi Lugansk e Donetsk, che hanno proclamato la loro indipendenza dal controllo ucraino.

Questa non è la prima volta che le agenzie di intelligence e controspionaggio della Russia hanno usato l’Ucraina come esca per la NATO. Dagli anni ’50 in Ucraina è stata usata una tattica di gioco degli scacchi: o si stabilisce il controllo o lo si perde. La Russia è persino riuscita ad approfittare di un colpo di stato mediato dalla CIA nel 2014 per espandere i suoi confini geografici, diventando il bersaglio di nuove sanzioni occidentali, e nel 2015 la Russia ha accettato di aiutare i suoi alleati in Siria, anche se è rimasta fuori dal conflitto in Libia.

Non era una questione di volontà o desiderio russo di intervenire nella guerra in Siria – era una questione di tempo, e il governo siriano era a corto di tempo: il paese stava subendo enormi perdite e il nemico era alla periferia di Damasco. Qualsiasi coinvolgimento in un conflitto armato non solo deve essere pianificato in anticipo, ma anche accompagnato da una giustificazione convincente per tale azione. Questo può preservare le relazioni economiche, commerciali e finanziarie tra i due paesi.

Vorrei anche sottolineare che l’arrivo del corteo di auto del Ministro degli Esteri Sergey Lavrov e del direttore dei servizi segreti esteri (SVR) Mikhail Fradkov alla residenza presidenziale siriana dall’aeroporto nel 2015 è stato un segnale per gli Stati Uniti, la NATO, Israele, Turchia e Arabia Saudita che ciò che è successo in Libia non si sarebbe ripetuto nel paese dove si trova la base navale russa.

La reazione a questo da parte dei servizi segreti anglosassoni è stata lo sviluppo di una colossale operazione di tipo psico-cognitivo volta a diffondere la russofobia (che è odio inculcato) non solo in Ucraina ma anche nei vicini della Russia, Polonia, Romania, Repubblica Ceca e altri, per citare solo alcuni paesi. Negli ultimi otto anni sono stati spesi miliardi di dollari per diffondere la russofobia e il nazismo in tutti i tipi di media (stampa, programmi radio, spettacoli televisivi, social media), nelle ONG e nei partiti politici.

I principali orientamenti della politica estera

Questi obiettivi dei servizi di sicurezza possono sembrare scollegati dalla realtà, insufficientemente convincenti o addirittura incredibili, ma sono in linea con i piani antisovietici di Hitler e della Polonia dal 1934 in poi e durante la guerra fredda. In particolare, il progetto di Harvard, che mira a rompere l’Unione Sovietica fomentando lotte etniche, e il progetto di Houston degli anni ’90 per contrastare la Russia e raggiungere gli stessi obiettivi nel periodo successivo alla guerra fredda sono diventati famosi.

Basta guardare il piano strategico della RAND Corporation per contenere la Russia, introdotto nella Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti il 5 settembre 2019. Delinea una strategia per contrastare la Russia imponendo sanzioni economiche su larga scala.

Come risultato, i servizi segreti occidentali hanno raggiunto i seguenti obiettivi: guerra fratricida della nazione slava, espansione della NATO fino ai confini russi, accettazione dei paesi dell’Europa orientale nell’alleanza, riforme strutturali nel governo russo possibili attraverso la minaccia di un attacco nucleare preventivo nel 1991.

I residenti britannici dell’MI6 in Ucraina hanno tentato, con l’aiuto dell’opposizione, di organizzare un colpo di stato in Kazakistan alla fine del 2021, ma i servizi di sicurezza russi e kazaki sono riusciti a sventare i tentativi il più rapidamente possibile. Inoltre, l’operazione di “cambio di regime” è stata progettata per rinviare uno scenario militare per la liberazione del Donbass.

Gli americani erano certamente a conoscenza dei piani per liberare Lugansk e Donetsk, così il direttore della CIA è andato in Russia per incontrare il presidente Putin. Tuttavia, ha dovuto accontentarsi di incontrare i suoi colleghi dell’SVR e del Consiglio di Sicurezza russo, ai quali ha comunicato che l’America era a conoscenza dei piani della Russia e ha avvertito che gli Stati Uniti e i suoi partner occidentali non avrebbero chiuso un occhio sulla realizzazione di uno scenario violento.

Questo era un altro tentativo di ritardare l’operazione russa, perché all’inizio di marzo la NATO aveva intenzione di scatenare la guerra e il genocidio nel Donbass, mettendo fine ai piani di indipendenza di Donetsk e Lugansk. E i russi, consapevoli dei piani di guerra dell’Occidente, li hanno preceduti ancora una volta e sono entrati per primi nel Donbass. Semplicemente non avrebbero potuto fare altrimenti.

Ci sono molte prove che l’Ucraina è stata usata come una pedina dalle élite occidentali, economiche e finanziarie, specialmente quelle anglosassoni: la Russia è stata regolarmente provocata in uno scenario di guerra, e il Cremlino sapeva che la conseguenza di un’operazione speciale forzata sarebbe stata un blocco finanziario ed economico sulla Russia, volto a distruggere l’economia.

Grazie allo stesso famigerato rapporto del 1978 della RAND Corporation sulla situazione in Afghanistan, la CIA fece delle minacce che costrinsero l’Unione Sovietica ad inviare il suo contingente militare lì per i successivi dieci anni. Ora la Russia è stata di nuovo costretta ad andare in guerra per proteggere tutta l’Ucraina e garantire la propria sicurezza.

Tentativi di far diventare l’Ucraina un membro della NATO, esercitazioni militari alle frontiere marittime, terrestri e aeree che minacciano la sicurezza della Russia usando aerei e navi armati con armi nucleari, piani di dispiegare armi nucleari in Europa orientale mirando alla Russia, sostegno al dominio nazista in Ucraina, genocidio della popolazione filorussa nel Donbass condotto negli ultimi 8 anni con il permesso delle autorità ucraine, costruzione da parte del Pentagono di 30 laboratori biologici per la guerra biologica e batteriologica, costruzione sul territorio dello UK.

Queste e altre azioni sono state pianificate dalle agenzie statunitensi sopra descritte, compreso il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. Altre misure includono l’imposizione di 5.500 sanzioni di vario calibro, principalmente nei settori del commercio e della finanza. Secondo il piano della RAND Corporation, l’Occidente mira a colpire l’economia russa, che dipende dalle esportazioni di gas e petrolio, e a ridurre la quota delle importazioni europee di gas russo sostituendolo con il gas naturale liquefatto statunitense.

C’è stato anche un piano simile per condurre una guerra d’informazione prima, che consiste nel molestare impunemente i russi sui social media. Non è quindi sorprendente che i senatori statunitensi stiano facendo richieste per assassinare il presidente russo. Queste misure segnano una grave spaccatura nelle relazioni della Russia con l’Occidente, riportandole al livello del 1946 – l’inizio della guerra fredda.

E l’Occidente è furioso per una buona ragione. Sebbene fosse a conoscenza del modus operandi della Russia in Abkhazia, Ossezia del Sud, la penisola di Crimea e i presunti piani della Russia per Donetsk e Lugansk, l’Occidente aveva una certa fiducia che le conseguenze delle sanzioni economiche avrebbero costretto la Russia ad abbandonare i suoi piani militari.

Sottovalutare lo stato dell’esercito, le reazioni alle sanzioni economiche, finanziarie e commerciali e i piani della Russia per cambiare l’ordine mondiale in modo che sia libero da discriminazioni e minacce è stato un grave errore. In primo luogo, le azioni della Russia sono di natura difensiva – non ha né 800 basi in tutto il mondo né sette flotte che pattugliano l’intero pianeta. In secondo luogo, la Russia non sta conducendo operazioni di cambio di regime in Messico o Canada, né sta minacciando gli Stati Uniti con la distruzione o la creazione di laboratori biologici in altri paesi.

L’inaspettata risposta asimmetrica della Russia

I servizi segreti russi SVR, GRU e FSB, precedentemente noti come KGB, hanno agito nello spirito delle loro controparti occidentali: reclutando tutti coloro che potevano essere reclutati a vari livelli in Europa, Canada e Stati Uniti, ma soprattutto in Polonia e Ucraina, dove sono stati fatti significativi guadagni militari – quasi il 50% delle armi NATO sono già in mani russe.

Questi servizi segreti hanno osservato per anni le azioni dell’altro e hanno analizzato i piani segreti, torcendoli fino al punto in cui il presidente russo ha battuto il pugno sul tavolo ed è passato all’offensiva, senza alcun riguardo per le conseguenze.

L’operazione militare speciale ha portato alla liberazione della parte orientale filorussa dell’Ucraina e all’eliminazione di più di 6.000 mercenari e personale NATO. Se non fosse stato per la tattica di sparare selettivamente sulle infrastrutture militari senza danneggiare quelle civili, la Russia avrebbe liberato l’intero paese settimane fa. Le forze armate russe stanno penetrando in profondità in Ucraina e distruggendo il più possibile le infrastrutture militari che gli Stati Uniti hanno speso miliardi di dollari per costruire per quasi un decennio. L’essenza dell’operazione è anche quella di eliminare finalmente il nazismo e salvare l’Ucraina dai sinistri piani della NATO.

I piani di Biden e dell’Occidente per l’Ucraina sono rovinati. È stato anche rivelato che il Pentagono ha investito milioni nella creazione di 30 laboratori biologici che hanno fatto ricerche su agenti patogeni e hanno piani maligni per scatenare una guerra biologica e batteriologica contro la Russia. Anche le basi navali e di addestramento della NATO stabilite nei porti ucraini sono state distrutte, e molti consiglieri militari e mercenari stranieri sono stati liquidati.

Le ONG putschiste e le odiose organizzazioni politiche e ideologiche e le strutture ucraine russofobe, nelle quali sono stati investiti anche milioni, sono state liquidate. Circa due milioni di rifugiati ucraini sono andati nei paesi russofobi della Polonia e della Germania, il che è destinato a causare gravi problemi economici in quei paesi.

Gli Stati baltici non hanno imparato nulla. Dovrebbe essere chiaro per loro che la NATO li lascerà senza protezione come ha lasciato l’Ucraina. La strategia della NATO di combattere apparentemente il nazismo ucraino, sulla falsariga della lotta al terrorismo, sta fallendo. Sia il nazismo che il terrorismo sono stati creati dall’Alleanza stessa per essere usati come pretesto per invadere altri paesi, svolgendo così un ruolo liberatorio.

Con sorpresa di molti, la reazione alle sanzioni è rimbalzata in Europa e negli Stati Uniti, le cui economie sono state colpite duramente, con l’aumento dei prezzi del gas, dell’elettricità e del petrolio che hanno già un impatto sui risparmi dei consumatori. A lungo termine, questo potrebbe trasformarsi nella tempesta perfetta per l’emergere di sconvolgimenti sociali che minaccerebbero la possibilità di rimanere al potere.

Ironicamente, in Germania, Francia e persino in Italia c’è una tendenza emergente che si allontana dalla politica antirussa degli anglosassoni, permettendo la possibilità di un’alleanza geopolitica euro-asiatica. Nel contesto di un possibile scoppio della terza guerra mondiale, questi piani meritano un’analisi separata.

L’internazionalizzazione della guerra

Molti paesi influenti come Cina, India, Pakistan, Emirati Arabi, Brasile, Messico e Venezuela si sono uniti nel criticare le sanzioni occidentali imposte alla Russia. Le nazioni esportatrici di petrolio hanno rifiutato di organizzare ulteriori forniture di oro nero agli Stati Uniti in mezzo all’embargo petrolifero della Russia. La situazione può essere usata per colpire il dollaro e l’intera struttura finanziaria globale dell’Occidente, e tutti ne sono ben consapevoli.

Il lancio da parte dell’Iran di dodici attacchi missilistici l’11 marzo contro le infrastrutture israeliane e statunitensi situate in Iraq ha aperto un secondo fronte in una guerra non ancora mondiale. Si noti che oltre all’Ucraina, una serie di conflitti si stanno intensificando in tutto il mondo con la prospettiva di una grande guerra in Medio Oriente: scontri tra Arabia Saudita e Yemen, Arabia Saudita e Iran, Israele e Siria, Palestina e Iran, Turchia e Siria.

Benvenuti nella guerra fredda 2.0

Dove ci porterà la nuova crisi in Europa? Tutte le indicazioni sono che il conflitto colpirà il lato economico-finanziario, commerciale, informativo-psicologico della vita e nessuno può rispondere in modo credibile alla domanda di quando e come il conflitto finirà o che tipo di ordine mondiale sostituirà quello attuale e chi sarà al comando.

Il 15 marzo Biden ha firmato un ordine esecutivo per 13,6 miliardi di dollari in aiuti umanitari e militari all’Europa orientale per contenere la Russia. Di questi, 1 miliardo di dollari sarà dato all’Ucraina per l’acquisto di armi antiaeree, missili balistici e droni statunitensi. Biden ha detto: “Questa guerra potrebbe durare a lungo, ma siamo fiduciosi che l’Ucraina non deporrà le armi a Putin.

La cessazione da parte della Russia della sua appartenenza al Consiglio d’Europa il 16 marzo ha dato a tutti carta bianca per azioni future.

Tre mesi fa nessuno poteva vedere il futuro. La verità era nota solo ai servizi di intelligence dei principali paesi e a una cerchia ristretta dei principali analisti del mondo che avevano il compito di conoscere gli scopi e gli obiettivi delle prossime ostilità. Bisogna anche notare che la crescente incertezza nel mondo potrebbe essere usata per ottenere un vantaggio strategico e garantire la vittoria.

In definitiva, questi eventi dovrebbero essere una lezione per il nostro paese. Non possiamo permettere un cambio di regime attraverso i metodi della CIA e delle sue agenzie ausiliarie, come quelli sviluppati nel 2014 e testati in Nicaragua nel 2018. Tutti i guai dell’Ucraina sono dovuti a una cosa: il desiderio degli Stati Uniti di dominare il mondo.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

31 marzo 2022

Fonte: https://www.ideeazione.com/la-guerra-delle-agenzie-di-intelligence-per-il-dominio-del-mondo/

Ecco come sta cambiando il mondo

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di Giulio Tremonti

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

Una visione preveggente sul mondo che sta cambiando in fretta, fuori dai dogmi globalisti, emerge dal dialogo con Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia e presidente dell’Aspen Institute Italia, che sulla prospettiva di «un patto nazionale» anti-inflazione è perplesso, ritenendolo difficilmente irrealizzabile. Sullo sfondo risalta la visione dell’“europeismo della realtà” che l’accademico ha perseguito sul piano politico e culturale, osteggiato dai tecnocrati del sovrastato Ue. Il suo ultimo saggio è Le tre profezie (Solferino).
Prof. Tremonti, alle difficoltà del post Covid ora si aggiunge la crisi economica per l’Ucraina. Dall’inflazione al caro energia, famiglie e imprese sono allo stremo. Che strumenti ha la politica per fronteggiare questa fase?
«Evocare un “patto nazionale” come ai tempi di Ciampi non tiene conto del fatto che la storia non si può ripetere per identità perfette. E in questo caso neppure ripetere per analogie. A quel tempo, nei primi anni novanta, non c’era la globalizzazione, non c’era la Cina, non c’era l’euro, non c’era la sovranità di Bruxelles. E quindi, se a quell’altezza di tempo fu fatto un esercizio politico virtuoso, oggi sarebbe un servizio politico non virtuoso e molto difficile tentarne la replica. Non ci sono i presupposti, il mondo è radicalmente cambiato».
Quali i cambiamenti più rilevanti rispetto al passato?
«L’Italia aveva una forte sovranità economica nazionale, e anche per questo era più facile combinarla con la responsabilità sociale. Tra l’altro la forza delle parti sociali era anche superiore a quella attuale».
Pesano meno?
«Ricordo il “Tavolo Verde” a Palazzo Chigi: da un lato il governo, dall’altro lato un impressionante schieramento di forze sociali economiche e sindacali. Credo che ora sia difficile rifare il tavolo in quella composizione, di massa e di forza».
Prima della pandemia c’era una ossessione per il rigore e l’austerità. Ora è tutto rimosso…
«Nelle considerazioni conclusive del governatore Draghi, Banca d’Italia maggio 2011, c’era scritto: “La gestione del pubblico Bilancio è stata prudente. Le correzioni necessarie in Italia inferiori a quelle necessarie in altri paesi europei”. Poi la stessa mano ha firmato l’opposto con la lettera della Bce… La pandemia in ogni caso ha segnato una rottura della storia politica dell’Italia e non solo».
Sono cambiati anche gli equilibri istituzionali?
«La pandemia ha avuto effetti politici e non solo sanitari. Ha spostato l’asse del potere verso il governo, ha liberato l’esecutivo dai vincoli finanziari. C’è una immagine che rende l’idea di quello che è successo».
Prego.
«La pandemia ricorda il mito della torre di Babele: l’uomo sfida la divinità erigendo verso il cielo la torre. La divinità reagisce privando l’umanità della lingua unica. Con la pandemia è stato lo stesso: è stato tolto il pensiero unico, spezzato il software della globalizzazione, si è persa la fiducia nel paradiso terrestre. Il mondo che riappare adesso è un mondo diverso da quello globale, oggi carico di tensioni, di torsioni, che si vedono sulle linee di produzione e sul prezzo delle materie prime: dal legno alla ghisa, dal petrolio al gas. Un mondo in cui l’uomo registra i suoi limiti, e i limiti del suo mondo. E questi sono evidenti per esempio nell’inquinamento ambientale creato dall’industria globale».
E i cittadini registrano l’arretramento del proprio potere d’acquisto.
«Erano già iper-evidenti tutte le tensioni di inflazione, prima della guerra. L’inflazione c’era già nelle bollette, nel carrello della spesa, sul pieno di benzina. E questo ci poneva il problema fondamentale».
Quale?
«Siamo tutti uguali davanti alle bollette, al carrello e alla pompa o sta peggio chi ha di meno?».
C’è un rischio gilet gialli sullo schema delle proteste francesi?
«Più che un rischio futuro, vedo già attuale la sofferenza di chi ha meno risorse economiche».
Non ricordavamo più gli effetti dell’inflazione…
«E’ una orrenda tassa regressiva. Fino all’ultima Finanziaria, davanti a questa realtà già evidente, l’azione del governo è stata strampalata, con politiche espansive, prevedendo sgravi fiscali per il ceto medio, e solo alla fine la tardiva scoperta del caro-bollette. Adesso il governo è mezzo salvato dalla guerra, ma lo vedo in difficoltà nel continuare le politiche di spesa pubblica espansiva, come sarebbe necessario a fronte dell’inflazione».
La realtà, se ci fosse chi la registra, scombina i piani dei governanti?
«Il malessere sociale è un dato di fatto. L’altro giorno scorreva sul display di un treno dell’Alta velocità, uno spot del governo sul Pnrr. Nel video risaltavano uomini e donne bellissimi, tipo attori americani. Ecco, la réclame del governo è oltre Hollywood: dà l’idea della distopia tra governo e Paese. Chi lo ha commissionato dovrebbe rimborsare di tasca sua il costo dello spot e destinare l’importo alla Caritas… Ho l’impressione che l’alta velocità si confonda con l’altra stupidità…».
La crisi energetica: c’è chi quasi scarica la responsabilità sugli italiani stessi…
«Il governo ha accusato il Paese per non aver capito l’emergenza energetica addossando le colpe agli italiani e agli anni passati. Ma se emergenza energetica fosse stata prevedibile, Draghi avrebbe dovuta metterla nel suo programma già l’anno scorso. In realtà non se ne parla neppure nel Pnrr. Aggiungo che fino al 2011, l’Italia, con l’Eni, aveva la piena proprietà dei campi petroliferi in Libia, non i diritti di concessione. E quindi una prospettiva di sviluppo incredibile. Qualcuno, che forse chi è al governo conosce, ha deciso di privarcene. Ottima dunque la prospettiva di ricerca di fonti alternative, ma come diceva quel tale…».
Diamogli un nome.
«Un economista di rango secondario rispetto ai giganti attuali, John Maynard Keynes, (Tremonti sorride, ndr), diceva che “nel lungo periodo siamo tutti morti”. Non dico che Gheddafi fosse simpatico, ma il petrolio libico era utile».
I dem, intanto sono innamorati del governo di emergenza e del mantra “ci vuole più Europa”. E’ la posizione di chi ha combattuto gli eurobond e portato il vincolo esterno…
«Quando è caduto il Muro, pochi sono rimasti sotto le macerie. Tutti hanno compiuto il salto. Molti hanno portato i loro “Penati ideologici”, nei templi dell’Occidente: dalla City di Londra a Bruxelles. Il comunismo ha perso perché ha perso, il mondo occidentale si è successivamente perso nel mercatismo e in varie successive ideologie».
L’europeismo come coperta di Linus?
«L’idea di Europa è fuori da tutto questo. Nel 2003, nel semestre di presidenza italiana Ue, il governo italiano propose gli eurobond per finanziare infrastrutture e industria militare. Il no fu totale. Solo nel 2020 – con 17 anni di ritardo – l’Ue emette eurobond. Solo nel 2022 in questi giorni si comincia a parlare di Difesa europea. Con questo ritardo sulla storia, è almeno il caso di rinunciare a dare lezioni».
Il mercatismo come era, non ci sarà più. Verrà maggiore spazio per i diritti dei popoli?
«Non c’è più l’ideologia globalista, riemerge “nella sinistra” la retorica europeista. Tanto per tentare di pareggiare il pensiero di questi giganti, le citerò una frase sull’Europa di Konrad Adenauer, pronunciata dopo il trattato di Roma del 1957: “Che la foresta non sia tanto fitta da impedire la visione dell’albero”. Parlava del rapporto tra Bruxelles e gli stati».
Che lettura non conformista consiglierebbe ai governati italiani in questi giorni…
«Mi faccia un’altra domanda…».

A cura di Michele de Feudis

Governo choc: deposita atto al Senato prevista proroga emergenza dicembre 2022

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Il mondo va verso l’uscita dalla pandemia. Ma il governo Draghi prevede lo stato d’emergenza fino a dicembre 2022. Una scelta ad oggi senza alcun fondamento
di Antonio Amorosi
In Italia si governa a colpi di emergenza. Dove è finita la democrazia? E’ regime?

L’emergenza piace tanto al governo di Mario Draghi al punto che la compagine governativa è capace di atti di preveggenza, oltremodo in contrasto con le tendenze di tutti gli altri governi del mondo che stanno pianificando, dopo l’avanzata della variante Omicron (più infettiva ma meno pericolosa), l’uscita dalla pandemia.
E’ stato depositato tra gli atti del Senato, ed emerge con un documento datato 16 gennaio 2022, un testo che prevede di prorogare lo stato di emergenza in Italia fino a dicembre 2022. E’ il Disegno di legge 2448-quinquies presentato dal ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco, altro banchiere nel governo e fedelissimo di Mario Draghi.
Così recita il Disegno di Legge depositato al Senato. “Art 1. 1 All’articolo 6, comma 6, del decreto-legge 30 aprile 2020, n. 28, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 2020, n. 70, le parole: «e comunque entro il 31 dicembre 2021» sono sostituite dalle seguenti: «e comunque entro il 31 dicembre 2022»”.

L’iniziativa del governo, disegno, “presentato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze (Franco), comunicato alla presidenza l’11 novembre 2021” è stato annunciato “nella seduta n. 379 del 16 novembre 2021” ed è stata classificata nel capitolo “Proroga di termini, malattie infettive e diffusive, informazione, apparecchi telefonici”. Una classificazione provvisoria.
Il Disegno di legge 2448-quinquies di cui parliamo mostra il “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2022 e bilancio pluriennale per il triennio 2022-2024” e per questo giustificherebbe tra le proprie pieghe l’estensione dell’emergenza in Italia, a discapito di quanto si aspettano gli italiani che anche in queste ore leggono della graduale tendenza di tutti gli altri Paesi del mondo a tornare alla normalità.

Più che il virus il problema in Italia sembra la sua gestione che si àncora a uno stato di emergenza permanente come forma di governo ordinario.
Un decreto legislativo del 2008, il numero 1, disciplinava come si attuasse lo stato di emergenza, all’articolo 23, comma 3, recitando: “la durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi”. Ma come abbiamo visto è stato aggirato.

Quali sono i criteri con i quali il governo proroga lo stato di emergenza nel nostro Paese? Con i numeri delle occupazioni delle terapie intensive? Con l’occupazione dei posti letti in ospedale? Con il numero dei morti da Covid? Con i numeri dei contagi? Il governo Draghi non lo ha mai chiarito.
Vedendo la situazione, con lo svuotamento dei poteri del Parlamento, l’inerzia delle forze sociali, ci si chiede che fine abbia fatto la democrazia in Italia.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/politica/governo-choc-deposita-atto-al-senato-prevista-proroga-emergenza-dicembre-2022-775676.html

Covid19: una nuova inchiesta fa rabbrividire il mondo

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A cura della Redazione di www.nicolaporro.it

Origine animale oppure artificiale? È questa la grande domanda che da mesi ci si sta ponendo riguardo all’origine del Covid19. La maggior parte degli scienziati sostiene con forza la prima ipotesi dato che le precedenti epidemie di coronavirus, come la SARS, erano state veicolate all’essere umano attraverso gli animali. Eppure, sono tante le voci che esprimono un parere contrario, non solo fra gli esperti, ma anche a livello giornalistico. Ultima in ordine di tempo una clamorosa inchiesta dell’inglese “The Telegraph” che, qualora confermata, getterebbe un alone inquietante non solo sull’ormai celebre laboratorio di Wuhan ma anche sui possibili rapporti che questa realtà intratteneva a livello internazionale. Questa indagine, che si basa su dei documenti diffusi da Drastic, un team investigativo costituto da diversi scienziati per indagare sulle origini del Covid19, rivelerebbe principalmente tre cose.

Le rivelazioni dell’inchiesta

1) Ben 18 mesi prima dello scoppio della pandemia, i ricercatori cinesi avrebbero presentato un piano per infettare artificialmente i pipistrelli delle caverne dello Yunnan con un virus “potenziato” con l’obiettivo di “vaccinarli” contro malattie che avrebbero potuto effettuare il salto di specie e passare agli esseri umani. Come lo avrebbero fatto? Rilasciando nelle caverne dello Yunnan delle nanoparticelle contenenti «nuove proteinechimeriche» (ossia prodotte dalla fusione di sequenze di DNA appartenenti a più geni) di coronavirus di pipistrello che sarebbero dovute penetrare nella pelle degli stessi pipistrelli per via aerea. 

2) Questo progetto, secondo le indiscrezioni, includeva anche dei piani per mescolare ceppi di coronavirus naturali ad alto rischio con varietà meno pericolose ma più infettive.

3) Gli scienziati cinesi, per portare avanti questi esperimenti, avrebbero chiesto un finanziamento di 14 milioni di dollari alla Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa, un’agenzia governativa del Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti che sviluppa nuove tecnologie per uso militare) che avrebbe rifiutato di farlo perché “il progetto avrebbe potuto mettere a rischio le comunità locali”. Non solo: l’ente americano avrebbe anche messo in guardia il team sul fatto che non fossero stati considerati pienamente i pericoli del potenziamento del virus o del rilascio di un vaccino per via aerea. Secondo l’inchiesta, la candidatura per il finanziamento sarebbe stata presentata dallo zoologo britannico Peter Daszak di EcoHealth Alliance (EHA), l’organizzazione statunitense che ha lavorato a stretto contatto con il Wuhan Institute of Virology (WIV) sui virus dei pipistrelli.

I timori però a quanto pare erano presenti anche fra gli stessi scienziati di Wuhan. Il team, infatti, era preoccupato per il programma vaccinale e voleva quindi portare avanti una serie di attività di sensibilizzazione in modo che vi fosse una comprensione pubblica di ciò che stavano facendo e del motivo per il quale si stava procedendo, in particolar modo a causa dell’elevato consumo alimentare di pipistrelli nella regione.

La Cina ha fatto da sola?

Lo spettro che si agita intorno a questa inchiesta è ovviamente la possibilità che questi esperimenti siano andati avanti anche senza il sopracitato finanziamento e che il denaro sia stato trovato in altro modo permettendo agli scienziati di Wuhan di proseguire nei loro propositi.

Matthew Ridley, coautore di un libro sull’origine del Covid-19, in uscita a novembre, e che ha spesso chiesto alla Camera dei Lord un’ulteriore indagine sulle cause della pandemia, ha commentato: “Per più di un anno ho provato ripetutamente a fare domande a Peter Daszak senza ottenere risposta. Ora si scopre che è stato l’autore di questa informazione vitale del lavoro sui virus a Wuhan, ma si è rifiutato di condividerla con il mondo. Sono furioso”.

Un ricercatore dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), che ha preferito restare anonimo, ha affermato di essere rimasto senza parole. “La parte spaventosa – ha spiegato – è che stavano producendo virus Mers chimerici infettivi. Questi virus hanno un tasso di mortalità superiore al 30%, che è almeno un ordine di grandezza più letale di Sars-CoV-2. Così questa pandemia sarebbe potuta diventare quasi apocalittica”.

Insomma, la sensazione è che di polvere sotto il tappeto possa essercene molta e che questo possa essere solo l’inizio di un processo di scoperta della verità. Non ci sono ancora certezze riguardo a presunti coinvolgimenti o finanziamenti occidentali, il che però non può essere escluso a priori. L’altra ipotesi è che la Cina abbia proseguito in autonomia. E che le sia andata male. Molto male. 

Questo quadro spaventoso ci costringe quasi a sperare nell’origine animale. Ma si fa largo sempre di più la pista che ci porta dritti diritti al laboratorio di Wuhan.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/covid19-una-nuova-inchiesta-fa-rabbrividire-il-mondo/

Covid, il dato del Regno Unito spaventa il mondo: nei vaccinati il tasso di letalità è più alto che nei non vaccinati

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Fonte: Fabrizio Fratus

Covid, nel Regno Unito il tasso di letalità è più alto tra i vaccinati che tra i non vaccinati: i dati che spaventano il mondo
Il Regno Unito è uno dei Paesi al mondo che ha completato per primo, insieme a Israele, la campagna vaccinale raggiungendo numeri elevatissimi di popolazione vaccinata (oltre il 70% dell’intera cittadinanza, più del 90% dei maggiorenni con più di 18 anni) già la scorsa primavera. Tuttavia la vaccinazione di massa non è bastata ad evitare la nuova ondata estiva provocata dalla variante Delta, che ha nuovamente riempito gli ospedali britannici di malati e portato la media dei morti giornalieri nelle ultime due settimane ad oltre 110 vittime ogni 24 ore.
Nei giorni scorsi il governo britannico ha pubblicato il consueto bollettino mensile con l’analisi dettagliata dell’andamento epidemiologico. Il documento originale è il seguente:

https://assets.publishing.service.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/1012644/Technical_Briefing_21.pdf se

Nel bollettino vengono fornite le analisi degli gli effetti delle varie varianti del virus nel Regno Unito in un sottoinsieme di pazienti covid in cui il genoma è stato identificato. La tabella 5 (pagina 22 e 23) si riferisce alla variante delta che ora è dominante. La tabella fornisce i dati di contagi, ricoveri e decessi per stato vaccinale e riporta quanto segue:

Non vaccinati: 183.133
Vaccinati con ciclo completo: 73.372
Totale morti dal 15 Febbraio al 15 Agosto:

Non vaccinati: 390
Vaccinati con ciclo completo: 679
Tasso di letalità (percentuale di morti tra i contagiati):

Non vaccinati: 0,21%
Vaccinati con ciclo completo: 0,92%
Quindi, visti così i dati, sembrerebbe che i vaccinati hanno una più alta probabilità di morire in caso di contagio rispetto ai non vaccinati. Ma il dato potrebbe essere fortemente condizionato dall’età dei contagiati, perchè sappiamo che i giovani non hanno gravi conseguenze dal Covid e quindi un alto numero di contagi tra i giovani non vaccinati potrebbe condizionare il tasso di positività. Fortunatamente nella tabella fornita nel documento del governo britannico i dati sono anche differenziati per due fasce d’età: under 50 e over 50. E allora possiamo approfondire meglio:

Totale contagiati dal 15 Febbraio al 15 Agosto:

Non vaccinati under 50: 178.280
Non vaccinati over 50: 4.891
Vaccinati con ciclo completo under 50: 40.544
Vaccinati con ciclo completo over 50: 32.828
Totale morti dal 15 Febbraio al 15 Agosto:

Non vaccinati under 50: 72
Non vaccinati over 50: 318
Vaccinati con ciclo completo under 50: 27
Vaccinati con ciclo completo over 50: 652
Tasso di letalità (percentuale di morti tra i contagiati):

Non vaccinati under 50: 0,04%
Non vaccinati over 50: 6,5%
Vaccinati con ciclo completo under 50: 0,06%
Vaccinati con ciclo completo over 50: 1,99%
Questo dato è molto importante perchè da un lato documenta l’efficacia dei vaccini per la riduzione del rischio da Covid nelle persone con più di 50 anni, seppur non in modo trascendentale, mentre dall’altro certifica come i giovani abbiano addirittura un aumento del rischio di morte da Covid nel caso in cui siano vaccinati.
L’efficacia dei vaccini è messa fortemente in discussione da questi dati: se vi dicessero che in caso di contagio potreste ridurre il rischio di morte dal sei al due per cento, cambierebbe significativamente la vostra preoccupazione nei confronti del virus? Ebbene, il risultato delle vaccinazioni di massa è nel Regno Unito la riduzione del rischio di morte in caso di contagio da Covid proprio dal 6,5% all’1,99% per gli adulti e anziani (over 50 anni). Una riduzione del rischio, seppur minima.
Al contrario, nel caso dei giovani (under 50 anni) il tasso di letalità (percentuale di morti sui contagiati) aumenta per chi ha ricevuto il vaccino (0,06%) rispetto a chi non ha ricevuto il vaccino (0,04%).
Molti esperti, come Peter McCullough, avevano già annunciato uno scenario di questo tipo argomentando già dai mesi scorsi come i vaccini sperimentali stessero danneggiando in generale la salute delle persone e anche se efficaci per la protezione dalla prima variante del virus (che adesso non circola più), non lo sarebbero stati altrettanto per le altre varianti con il rischio che se infettati da queste ultime sarebbe stato più difficile sopravvivere all’infezione perché nel frattempo il sistema immunitario era stato danneggiato dal vaccino.
La cosa più allarmante è che adesso i vaccini, con il passare dei mesi, perdono ulteriore efficacia proprio rispetto al contagio: ecco perchè la terza dose si rende necessaria per le persone fragili e debilitate (come accade da sempre, ogni anno, per l’influenza stagionale) mentre sarebbe opportuno evitare di continuare a vaccinare i giovani sani che già di base non hanno rischi dal Covid. Già in Italia avevamo documentato un sensibile aumento del tasso di letalità tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati negli over 80. Questi numerosi segnali d’allarme che arrivano dal mondo basteranno per aprire gli occhi ai governi?
https://www.meteoweb.eu/2021/08/regno-unito-tasso-di-letalita-vaccinati-non-vaccinati/1717671/

PS
SARS-CoV-2, identificata una nuova variante in Sudafrica: “ha maggiore trasmissibilità e maggiore capacità di eludere gli anticorpi”
Identificata in Sudafrica, una nuova variante di SARS-CoV-2 che ha un preoccupante numero di mutazioni: ha “una maggiore trasmissibilità” e una maggiore abilità di eludere gli anticorpi
Allora prenotiamo scorte  la 4 dose!
l’Italia è ancora oggi il paese con il più alto tasso di morti per milione di abitanti.
SPERANZA CON I SUOI ESPERTI HANNO FALLITO E NON È UNA QUESTIONE POLITICA MA DI VITA O MORTE

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