Dove Gesù dice Bianco, Ratzinger dice Nero

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Riportiamo qui questo articolo pubblicato dal blog “Chiesa e post Concilio” il 26/02/2018 perché ci sembra di vivere l’epoca della confusione dottrinale e l’identificazione nelle sciocchezze di alcuni falsi pastori, che si spacciano per conservatori o tradizionalisti, ma che sono o sette di bastian contrari trombati da Bergoglio o personaggi funzionali al sistema di potere che occupa i Sacri Palazzi dal Concilio Vaticano II (1962 – 1965) per contenere entro i loro recinti il legittimo dissenso di fedeli disorientati. Specifichiamo che non c’è assonanza né vicinanza tra le posizioni del succitato sito e viceversa. Dissenso che andrebbe, altresì, sorretto da una buona preparazione dottrinale e teologica, che, però, forse non a caso, è deficitaria o assente. Questo contributo del Prof. Radaelli, discepolo del Prof. Romano Amerio, è autorevole e competente. Ovviamente vi sono molti altri aspetti concretizzatisi durante l’occupazione del Soglio da parte di Ratzinger, come ad esempio le visite amichevoli nei templi delle false religioni (Moschea di Istanbul, scalzo, in preghiera con l’imam per l’unico Dio (sic!), visita alla Sinagoga di Roma nel solco di Wojtyla, tra baci e abbracci coi rabbini, Cortile dei Gentili, in cui atei, agnostici e anticlericali di ogni risma avevano un liberale diritto di parola, visita alle chiese protestanti, riabilitazione di Lutero, abrogazione del Limbo, massima collegialità, l’incontro demonolatrico denominato Assisi III, la parificazione del rito di Montini con la Messa Cattolica di San Pio V e sua sottomissione in nome dell’inesistente ermeneutica della continuità di un’unica Fede, che è falsa e bestemmia, l’ invenzione del “papato emerito” che ha scandalizzato nelle modalità e nella sostanza ma indebolito l’immagine del Primato di Pietro, ecc. ecc.). Ratzinger non è mai stato Papa perché modernista, aderente al Conciliabolo Vaticano II e mente di tutte le riforme ereticali del post-conciliabolo. La sua elezione era invalida perché fatta da altri modernisti (“ipso facto et sine ulla declaratione” decaduti da ogni Autorità nella Chiesa ex can. 188,4 del CDC 1917 per eresia manifesta) così come tutti i suoi predecessori fino a Roncalli. Una crisi senza precedenti, figlia di un castigo per l’umanità incredula e peccatrice, che Dio risolverà quando e come riterrà opportuno. (Il Circolo Christus Rex)

di Enrico Maria Radaelli

1. PREMESSA. DIO (IN SAN PAOLO, GAL 1,8) STABILISCE:
SOLO CIÒ CHE VIENE DA DIO È “SPIRITO”.
TUTTO CIÒ CHE INVECE VIENE DALL’UOMO È “CARNE”.
Tutti noi conosciamo le parole con cui san Paolo mette in guardia gli errabondi cristiani della Galizia (i celebri Gàlati) dall’accogliere una dottrina diversa da quella da lui insegnata: « Se anche noi stessi, o un Angelo del Cielo, venisse ad annunciarvi un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato noi, sia egli anàtema » (Gal 1,8).

Con queste parole l’Apostolo stabilisce un principio potente, diciamo anche il principio dei princìpila Parola divina è da più del parlante umano che la proferisce, fosse pure esso – come nel suo iperbolico paradosso l’Apostolo chiama il più venerabile annunciatore che gli uomini possano aspettarsi – « un Angelo del Cielo »: la Parola divina non può essere cambiata da nessuno: essa è quella che è e tale deve a ogni costo e assolutamente restare e permanere in eterno.
Per san Paolo, ossia per Dio attraverso san Paolo, il Logos, il Verbo rivelato nel Vangelo, va annunciato. Poi non importa chi lo annuncia, ma solo e unicamente la perfetta fedeltà dell’annunciatore al messaggio annunciato: la verità è il primum, poi è l’unicum, e infine è il supremum. Il resto è nulla.
Che è a dire, come si esprime l’Apostolo: solo ciò che viene da Dio è “Spirito”. Ciò che viene dall’uomo è solo “carne”.
Questo principio è potente. E imprescindibile: è il perno solo in base al quale l’Apostolo potrà apostrofare Cefa, Pietro, il suo Superiore, senza contravvenire all’obbedienza e al rispetto dovutigli. Infatti, con i due paradossi più estremi che si possano concepire: « se anche noi stessi » e « o un Angelo del Cielo », egli afferma che non c’è annunciatore che tenga: la Parola divina è una e una sola: quella annunciata da Gesù Cristo, e, a partire da Lui, dai santi Apostoli.
Dunque, per stare a noi, non è importante per un fedele essere “papalino” o non “papalino”, per usare una parola di recente utilizzata da un riverito cardinale da poco scomparso, ma essere cristiano o non cristiano, perché, anche se la Parola di Dio fosse oggi, per assurdo, annunciata da « un Angelo del Cielo », cioè da qualcuno che potrebbe magari anche sembrare un angelo, come di certo lo sembra, p. es., una personalità molto e da tutti apprezzata, amata, venerata per la sua mitezza e bontà, ma tale Parola venisse però annunciata da tale pur amabilissima persona diversamente da quella che è, ossia deviata da qualche cambiamento, ebbene: « egli sia anàtema », ossia venga respinta, venga rigettata, sia quella parola, sia chi la propaga (se pur respinte e rigettate, l’una e l’altro, con somma carità e massima giustizia, naturalmente, come peraltro esorta a fare lo stesso Apostolo in altri testi), perché quella tal parola, in ogni caso in qualche modo variata, non essendo più la Parola divina, ma un’altra purchessia, non salva più nessuno, non serve più a nulla, anzi danna irrimediabilmente: e danna sia chi l’ascolta, sia, e ancor più, chi l’annuncia, perché anche a quest’ultimo non bastano mitezza, bontà, dolcezza e ogni altra virtù, poiché, come dice sant’Ignazio d’Antiochia agli Efesini, « la fede è il principio, la carità il fine », ossia, come spiega san Bonaventura nel Breviloquio, « è per mezzo della fede che Cristo abita nei nostri cuori », ma una fede mal riposta, ossia riposta nella parola sbagliata, non è più riposta in Cristo, e la carità che ne discende non è più la carità di Cristo, divina, ma una semplice carità umana.
Fra poco vedremo poi le conseguenze di tutto ciò fino in fondo. In ogni caso, ora si è ben visto il motivo per cui l’Apostolo è così veemente. E se l’Apostolo fosse presente ora, se fosse presente nella Chiesa di oggi, probabilmente lo sarebbe dieci volte di più.

 

* * *

 

Detto ciò, qui si vogliono offrire ora almeno cinque dei numerosi esempi di totale inconciliabilità, da una parte, degli insegnamenti dati da Sacre Scritture e Dogmi della Chiesa, dall’altra, degli insegnamenti di Joseph Ratzinger, esposti in un suo celebre libro del 1968, quand’era professore di Teologia a Tubinga e ancor oggi vero e unico paradigma del suo pensiero, Introduzione al cristianesimo, venduto da cinquant’anni in tutto il mondo, mai smentito, anzi confermato nel 2000 da un nuovo Saggio introduttivo vergato dal suo stesso Autore, all’epoca Prefetto della sacra Congregazione per la dottrina della fede, e, nella sua linea dorsale, ancora la lui ribadito in un’intervista pubblicata su L’Osservatore Romano il 17-3-16, dunque solo due anni fa, persino dopo tre anni dalla sua Rinuncia al Papato. Libro dunque ancora attualissimo.
Esso costituisce l’oggetto dell’analisi del mio Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondopro manuscripto, Aurea Domus, Milano novembre 2017, pp. 370, disponibile nelle librerie Àncora (Milano e Roma), Coletti (Roma), Hoepli (Milano), Leoniana (Roma), oltre che sul sito Aurea Domus.
Si vuole altresì rassicurare il lettore della più ampia contestualizzazione, in questo mio lavoro, delle citazioni del pensiero ratzingeriano, così da poter garantire allo studioso il più largo aiuto per afferrare, di quelle pagine, oltretutto, il loro non sempre limpido ma piuttosto implesso significato.
Si ritiene urgente la massima diffusione di Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, affinché sia evidente che il sottoscritto, potendo cominciare a lavorarvi solo dal settembre del 2015, ha fatto di tutto per arrivare in tempo a tentare – quantomeno a tentare – di convincere l’esimio e mite Autore di Introduzione al cristianesimo della necessità di riflettere su tutti quei suoi molto pericolosi assunti prima che sia troppo tardi.
In questo mio lavoro ho però anche voluto proporre quattro paragrafi (76-79) in cui espongo all’apprezzamento del lettore anche cinque pregevoli pensieri dell’esimio Teologo, la cui presenza, pur nell’oceano delle più biasimevoli dottrine fuori strada, permette di capire quanto la mia disamina su quel suo scritto sia scevra da ogni apriorismo personale, ma dettata, come si diceva all’inizio, solo dalla divina e a tutti superiore Norma normans del Logos.

Questi i cinque esempi.

2. PRIMO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O Ia INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

Nel 2005, salito da poco al papato col nome di Benedetto XVI, colui che era stato il Professor Joseph Ratzinger insegnava che quella di Dio « rimane l’ipotesi migliore, benché sia un’ipotesi » (Joseph Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena 2005, p. 123).
Ma dire che Dio è « l’ipotesi migliore » significa comunque fondare la fede in Dio – credere Deum – su un’ipotesi, se pur la migliore, ossia su un dubbio, il che però significa fondare la fede su un atto umano: è l’uomo che ipotizza l’esistenza di Dio, è l’uomo che, nella sua mente, “produce Dio”.
Ma la fede è una conoscenza per testimonianza, e la testimonianza è quella del Cristo, che dice, proclama e afferma: « Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato » (Gv 1,18), e infatti san Bonaventura – contro il futuro storicismo –, ancora nel Breviloquio, afferma: « L’origine della Sacra Scrittura non è frutto di ricerca umana, ma di rivelazione divina ». Sicché è Dio che si muove per primo verso l’uomo, e non l’uomo verso Dio.
E dato che san Paolo con i Galàti è andato fino in fondo, questo è il momento per andare fino in fondo anche noi.
Dice l’Apostolo: « Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito, o per aver creduto alla predicazione? » (Gal 3,2). E precisa, affondando il coltello fino all’elsa, senza alcun riguardo: « Siete così privi di intelligenza che, dopo aver cominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? » (Gal 3,3), ossia: Siete così privi di luce spirituale che, dopo aver accolto la mia Parola spirituale, e spirituale perché fondata sulla Rivelazione di Dio compiuta dal Figlio, ora volete basare la vostra ragione per credere sulla base di una tutta umana ‘carne’, ossia sulle opere umane?”
San Paolo chiama ‘carne’, nei Galàti, ciò che essi elaborano a partire dalle opere della Legge, e chiama ‘Spirito’ la Grazia della terza Persona della ss. Trinità che discende nei cuori se essi credono alla Rivelazione data loro da Gesù Cristo e dai suoi Apostoli.
Analogamente, oggi san Paolo chiamerebbe ‘carne’ ‘l’ipotesi Dio’, il percorso compiuto dall’uomo Joseph Ratzinger col metodo storicistico per individuare l’esistenza di Dio.
Nell’uno e nell’altro caso ‘carne’ è infatti tutto ciò che origina dall’uomo. ‘Spirito’ invece è ciò che viene da Dio. Uomo e Dio sono nettamente e irriducibilmente divisi. E la fede – virtù squisitamente soprannaturale, non c’è alcun dubbio – viene da Dio e solo da Dio. Se invece viene dall’uomo non è fede, è ragionamento, è un sillogismo qualsiasi: è carne.
Si noti che questo pensiero ipotetico drammaticamente errante anche del più recente Ratzinger, che conferma come si debba cercare di correggerne il fideismo di fondo, lo si è potuto raccogliere proprio da chi credeva, con l’improvvida citazione di quelle sue parole, di difenderlo dal mio dire (v. http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/01/04/joseph-ratzinger-teologo-non-modernista-ma-moderno).
Nelle prime settantatre pagine del suo libro il Professor Ratzinger, ben trentadue anni prima, aveva già steso il concetto fondante della sua fede “ipotetica”, e l’aveva steso con plurime e sempre molto drammatiche espressioni, di cui qui si riportano solo le tre più esemplari e struggenti: « …il credente può vivere la sua fede unicamente e sempre librandosi sull’oceano del nulla, della tentazione e del dubbiotrovandosi assegnato il mare dell’incertezza come unico luogo possibile della sua fede,… » (Introduzione al cristianesimo, p. 37);
« È la struttura fondamentale del destino umano poter trovare la dimensione definitiva dell’esistenza unicamente in questa interminabile rivalità fra dubbio e fede, fra tentazione e certezza » (Introduzione al cristianesimo, p. 39);
« Il credente sperimenterà sempre l’oscura tenebra in cui lo avvolge la contraddizione dell’incredulità, incatenandolo come in una tetra prigione da cui non è possibile evadere,… » (Introduzione al cristianesimo, p. 73).
Ma Gesù, a proposito di certezza e solidità della fede, ci dice: « …e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli » (Lc 22,32); « Io sono la via, la verità e la vita » (Gv 14,6), e: « beati quelli che pur non avendo visto crederanno » (Gv 20,29).
E san Paolo ricorda che « ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto [è manifesto agli uomini]; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa » (Rm 1,19-22).
Conclusione: « Senza la fede è impossibile piacere a Dio » (Eb 11,6). Su tali inerranti Scritture la Chiesa dogmatizza (con affermazione cui è dovuta obbedienza de fide): « Dio, principio e fine di ogni cosa, può essere conosciuto con certezza mediante la luce naturale della ragione umana a partire dalle cose create » (Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, cap. 2, Denz 3004).
Bisogna qui aprire una parentesi di ordine generale che ci permette di notare come il postulato iniziale generalissimo del Professor Ratzinger, secondo cui: « …il credente può vivere la sua fede unicamente e sempre librandosi sull’oceano del nulla, della tentazione e del dubbio », nullifica tutto il libro nonché se stesso medesimo, in quanto circolarmente contradditorio. Se infatti, per principio, tutto è incerto, allora sarà incerto, per principio, anche il postulato medesimo, che quindi potrebbe essere falso, e saranno comunque incerte, forse false, per principio, tutte le proposizioni del libro e, allora, a che pro non solo scriverlo, ma anche leggerlo? (v., in Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, i §§ 11-21 sul dubbio socratico, giusto, e su quello scettico, da rigettare, pp. 51-82).

3. SECONDO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O IIa INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

In un’intervista del 2016 a Jacques Servais s.j., pubblicata sull’Osservatore Romano, l’augusto Teologo, già Papa, tornato cardinale pur ricusandone la qualifica, riconfermava la dorsale del suo pensiero ribadendo la convinzione che la Redenzione come ‘riparazione dell’« offesa infinita fatta a Dio »’ è solo una dottrina medievale, dovuta, secondo lui, unicamente a un vescovo, peraltro santo, il vescovo Anselmo d’Aosta, la cui « ferrea logica » resta « difficilmente accettabile dall’uomo moderno », così mantenendo inalterato il pensiero formulato cinquant’anni prima in Introduzione al cristianesimo, per il quale essa « ci appare come un crudele meccanismo per noi sempre più inaccettabile » (Introduzione al cristianesimo, p. 221).
Ma Gesù stesso parla di “ira di Dio”: « Chi rifiuta di credere nel Figlio – dice, riferendosi a Sé – non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui » (Gv 3,36). Quale ira? perché ira? L’ira del Creatore per il peccato della sua creatura; e san Paolo chiarisce: « Quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del suo Figlio » (Rm 5,10): nemici per il peccato dell’uomo, che solo la morte per Olocausto cruento di Cristo, Vittima innocente, pienamente riscatta.

Infatti: « Anche noi tutti, … eravamo per natura figli dell’ira » (Ef 2,3); “per natura” a causa del peccato originale trasfuso in noi da Adamo attraverso il seme biologico dei nostri padri.

E l’Apostolo (Dio attraverso l’Apostolo) rincara: « E voi, che già eravate estranei e nemici nella vostra mente e nelle vostre opere malvagie, ora Dio vi ha riconciliati nel corpo di carne di Lui, per mezzo della Sua morte » (Col 1,21-2); cui si aggiunge Giovanni, l’Apostolo prediletto (ossia sempre Dio, stavolta attraverso l’Apostolo prediletto): « In questo si è manifestato l’amore di Dio verso di noi: che Dio [Padre] ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, … In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che Dio ha amato noi e ha inviato il suo Figlio per essere l’espiazione per i nostri peccati » (I Gv 4,9-10).
Su tali inerranti basi scritturali, il dogma ordina (Concilio di Trento, Denz 1743 e 1753) che la Chiesa professi la dottrina della Redenzione come Olocausto di Cristo al Padre, e in Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo (§§ 40-3, pp. 155-72) è percorsa tutta la storia del dogma in proposito, che esige che sia obbedito, accettato, creduto e liturgicamente sempre celebrato proprio ciò che il Professor Ratzinger da sempre rigetta (e che oggi la Chiesa più non celebra).

4. IL TERZO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O IIIa INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

Il Professor Ratzinger afferma: « Dio è e sarà sempre per l’uomo l’essenzialmente Invisibile … Dio è essenzialmente invisibile » (Introduzione al cristianesimo, p. 42); e ancora: « nell’Antico Testamento questa affermazione – che “Dio non compare né mai comparirà all’uomo” – assume valore di principioDio non è soltanto colui che è ora effettivamente fuori del nostro campo visivo …; no, egli è invece colui che ne sta fuori per essenza [marcatura dell’Autore], indipendentemente da tutti i possibili e pensabili allargamenti del nostro campo visivo » (Introduzione al cristianesimo, pp. 42-3).
Ma il Cristo di Sé dice: « Chi vede me vede Colui che mi ha inviato » (Gv 12,45); « Chi vede me vede il Padre » (Gv 14,9); e l’Apostolo prediletto afferma (ossia, come sempre, Dio in lui): « [Dio] lo vedremo così come Egli è » (I Gv 3,2).
E san Paolo precisa: « Egli [il Cristo] è immagine del Dio invisibile » (II Cor 4,4, oltre che Col 1,15), e ancora: « Egli [il Cristo] è lo specchio della gloria di Dio e l’impronta della sua sostanza » (Ebr 1,3), il che significa che Dio Padre è perfettamente visibile, e lo è appunto nel Figlio, Dio come il Padre, né più né meno, e ciò basta alla Chiesa per affermare – al contrario di ciò che insegna, p. es., oltre al Professor Ratzinger, la falsissima nozione mussulmana – la perfetta visibilità di Dio ai Beati, così chiamati appunto per il fatto che essi godono perfettamente della visione divina (vedasi, in Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, il § 18, pp. 70-4).

5. QUARTO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O IVa INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

Il Professor Ratzinger sostiene che l’uomo, nella beatitudine del Paradiso, « vivrà nella memoria di Dio » (Introduzione al cristianesimo, p. 343), e precisa che « Paolo insegna … non la risurrezione dei corpi (Körper), bensì delle persone, e questa non nel ritorno dei ‘corpi di carne’, ossia delle strutture biologiche, che egli indica esplicitamente come impossibile » (Introduzione al cristianesimo, p. 347).
Ma i Vangeli, parlando dell’incontro tra Gesù risorto e gli Apostoli, notano invece che: « siccome stentavano a credere ed erano pieni di meraviglia, [Gesù] chiese loro: “Non avete nulla da mangiare?” Gli diedero un pezzo di pesce arrostito e un favo di miele. E dopo aver mangiato davanti a essi, prese gli avanzi e li diede a loro » (Lc 24,41-3).
Per non dire del celebre episodio di Gv 20,27: « Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani! Accosta la tua mano e mettila nel mio costato! », da cui si evince che un corpo glorioso non è per questo meno carnale, biologico, fisico, materiale, di un corpo mortale; e san Paolo, da qui, insegna: « E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi » (Rm 8,10-1).
Anche qui, sulla base di tali chiarissime e univoche risultanze poste dalle Sacre Scritture, la Chiesa così dogmatizza: « Tutti risorgeranno coi corpi di cui ora sono rivestiti » (Concilio Laterano IV, 1215, Definizione contro gli Albigesi e i Catari, Denz 801), (vedasi, in Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, i §§ 50-2, pp. 196-213, in cui l’inconciliabile opposizione tra l’insegnamento della dottrina cattolica e quello del Professor Ratzinger è evidenziata anche da plurime altre argomentazioni e scritturali e dogmatiche).

6. QUINTO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O Va INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

Il Professor Ratzinger sostiene che « la dottrina della divinità di Gesù non verrebbe intaccata qualora Gesù fosse nato da un matrimonio umano » (Introduzione al cristianesimo, p. 265), infatti, a suo avviso, la figliolanza divina di Gesù « non è un processo avvenuto nel tempo, bensì nell’eternità di Dio » (Introduzione al cristianesimo, pp. 265-6).
Ma l’Evangelista (Mt 1,18-26) scrive: « Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe », ‘promessa sposa’, dice, non ‘moglie’: ‘moglie’ è colei che, col coniugio, ha perso la verginità; ‘sposa’ invece è la donna che, unita in matrimonio, non ha ancora compiuto il coniugio; « prima che andassero a vivere insieme »: l’Evangelista segnala che quanto sta per narrare precede il momento in cui la vergine Maria si accaserà con Giuseppe; « si trovò incinta per opera dello Spirito Santo », come riporta san Luca nel suo Vangelo (1,26-38), « Giuseppe, suo sposo », ‘sposo’, anche qui, e non ‘marito’, a confermare lo stato non ancora coniugale dei due nubendi, « che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di ripudiarla in segreto », ossia di non ripudiarla pubblicamente, ossia che avrebbe provveduto a Maria e al nascituro, dando loro cibo, le vesti, un tetto, ma senza coniugarsi a lei; « Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa », “di prendere con te”, dice l’angelo, con espressione casta, invece di dire “di maritarti”, per indicare a Giuseppe come egli avrebbe dovuto condurre l’unione con Maria “sua sposa”: proprio come aveva pensato lui, un “giusto”, che dunque ragiona con giustizia, secondo il cristiano discernimento degli spiriti, come dev’essere chi il Signore ha designato a proteggere la Madre del Suo Figlio e Suo Figlio stesso; « perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo », e non da un uomo, così sospendendo il passaggio degli influssi negativi dovuti al peccato originale; « … Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del Profeta: “Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio” »: si noti bene che san Matteo riconosce nella profezia la causa remota, ma non per questo meno efficace, di ciò che stava santamente avvenendo, così riconoscendo a Dio la Sua potenza: ciò che avviene ora è dovuto alla Parola di Dio data allora; in secondo, ricordando la profezia, ne sottolinea il concetto base: il concepimento del Figlio di Dio è dovuto, per parte di madre, a una miracolosa formazione di un embrione in una donna vergine che resta vergine, per cui il Profeta la chiama “Vergine” in quanto lo è per antonomasia, è “Vergine” ontologicamente; e, per parte di padre, è dovuto allo Spirito Santo, per il motivo sopra detto; poi «… Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù».
Ma tutto ciò è impugnato dal Professore Ratzinger, il quale ritiene invece erroneamente che:
– primo, « la dottrina della divinità di Gesù non verrebbe intaccata qualora Gesù fosse nato da un matrimonio umano »;
– secondo, che, a proposito del Vangelo ora visto e di quello di san Luca segnalato nel testo, « la formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù è quanto mai infelice e ambigua », così accusando la Parola di Dio, e dunque Dio stesso, di essere, qualificandola “infelice”, una Parola inetta, e, con “ambigua”, una Parola falsa, e ciò il Teologo che un giorno sarà persino Papa, senza però purtroppo rigettare nemmeno mezza delle numerose svianti e fuorvianti dottrine insegnate, riesce a fare in un colpo solo, e, quel che è peggio, senza che nessuno se ne accorga (per entrambi i punti si veda, nel mio Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, il § 71, pp. 305-19).

7. CONCLUSIONI:
IERI I GALATI, OGGI IL CARDINALE RATZINGER, ENTRAMBI
DEVONO RESPINGERE LA “CARNE” E TORNARE ALLO “SPIRITO”.

Questi cinque esempi, specie il primo, col quale dal 1968 al 2016 l’Autore di Introduzione al cristianesimo persiste nel dubbio dell’esistenza di Dio, che per lui « rimane l’ipotesi migliore, benché sia un’ipotesi », dimostrano l’impostazione mentale scettica, storicista e fideista che le ha originate e che, mutando uno per uno tutti gli articoli del Credo, come dimostro con ogni evidenza nel mio Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, non conducono affatto alla salvezza, ossia non conducono affatto a Dio: non vi conducono né il loro Autore, né i suoi lettori, discepoli, ammiratori, così come non sarebbero stati condotti alla salvezza, all’epoca, i poco saldi Gàlati da quelle dottrine anatemizzate da san Paolo, fossero pur state annunciate loro da « un Angelo del Cielo », perché, come si è detto, entrambe le dottrine – ieri quelle dei Gàlati, oggi quelle di Ratzinger – e dunque entrambe le fedi in esse mal riposte e che comunque proprio da esse purtroppo ancora germinano, sono “carne”: elucubrazioni umane mal condotte, inferenze che, non poggiando su basi metafisiche, non possono dirsi neanche scientifiche, e che infatti poi, in quanto tali, lasciano titubanti, nel più tragico dei dubbi, chi vi si appende, il loro pur esimio Autore e i suoi miseri lettori, e non può essere che così: solo Dio può portare l’uomo a Sé, e con fede certa, salda, potente e definitiva: ferma come è ferma solo la sua Roccia.
Si spera che questi cinque esempi possano essere utili a far conoscere la mia disamina al più largo pubblico di fedeli possibile, così da metterli in guardia sulle dottrine insegnate in Introduzione, e riescano a sollecitare, come si può riscontrare nelle ultime mie pagine, a trovare presto, e con ogni prudenza, la via per convincere l’illustre Soggetto a ritenere – almeno – che quel suo libro e le dottrine contenute non siano più proponibili alla Chiesa come sue convinzioni profonde, come a suo tempo il cardinale Dal Poggetto riuscì ad avvicinarsi al letto di Papa Giovanni XXII, a parlargli, a convincerlo, così da raggiungere il santo fine di far cadere ogni pericolo che i cancelli aurei gli restassero per sempre sbarrati.

8. PERÒ POTREBBE ESSERE ANCORA JOSEPH RATZINGER,
SE SOLO LO VOLESSE, A ILLUMINARCI LA STRADA VERSO DIO:
SEGUENDO L’ORSO DI SAN CORBINIANO DI CUI RACCONTA,
E L’ANIMALE DA SOMA IN CUI SI DOVETTE TRASFORMARE.

Nel suo La mia vita. Autobiografia, Joseph Ratzinger, a proposito della resa in italiano di Salmo 72,23, che in latino suona: « Ut iumentum factus sum apud te et ego semper tecum », con finezza rileva l’insoddisfazione di sant’Agostino a tradurre semplicemente in “bestia” il latino « iumentum », perché l’espressione, a suo avviso, designerebbe più precisamente, come leggiamo a p. 157, « gli animali da tiro che vengono usati dai contadini per lavorare la terra », ed è questo: un animale da tiro, l’animale in cui si dovette in qualche modo trasformare l’orso in cui si era imbattuto il monaco san Corbiniano secondo le antiche cronache di Frisinga, la città dove il futuro Papa doveva essere ordinato vescovo, orso che aveva sbranato la cavalcatura che stava portando a Roma il santo e il suo bagaglio: per riparare al mal fatto, l’orso, comandato dal monaco, dovette prendere il posto della sua cavalcatura, così « divenendo – contro la sua volontà – animale da soma ».
Il futuro Papa nota che è proprio questa: di andare contro la propria volontà, la differenza di un uomo che si comporta come una bestia selvatica, p. es. come un orso, e un uomo che si comporta come un animale da soma, come un animale aggiogato a una razione superiore alla sua, come è superiore, fuor di metafora, la ragione divina sulla umana.

Ma tale è anche la differenza, si fa notare qui, tra quel teologo che, come un orso tutto attaccato alla terra e a ciò che proviene dalla terra, elabora una fede in Dio su basi naturalistiche, storicistiche, soggettiviste, e il teologo che invece si lascia imbrigliare da Dio, accetta di essere attaccato al suo carro, con le spranghe e le redini di una fede dovuta a una razionalità superiore, a una razionalità « caduta dal cielo » come scrive ancora il Professore di Tubinga a p. 102 di Introduzione al cristianesimo parlando della Rivelazione.

Sicché “l’orso”, ossia la ragione umana, non imbrigliata come dev’essere da quella divina, deve completare anche in lui, nell’antico Teologo, la mutazione richiesta dalla fede per farsi perfetto “animale da tiro”: abbandonarne l’origine storicista e naturalistica, e abbracciarne la discesa dal Cielo, la sorgente divina, sacrificando a ciò, in obbedienza alla Chiesa, anche la propria libertà.
E questo devono fare anche tutti i suoi lettori e ammiratori, perché solo così si compirà in tutta la Chiesa, in tutta la cristianità, oggi, la trasformazione completa dell’ “orso” di una fede ancora troppo attaccata a motivazioni “carnali”: storiciste, come erano “carnali”, nella prospettiva giudaizzante, le motivazioni di fede dei Gàlati, in una fede felicemente tutta e solo aderente allo Spirito, alla grazia, ossia la trasformazione di una fede di “carne” nella fede tutta “a carico”, come quella data da quell’ “animale da tiro” che ha messo la propria libertà tutta a servizio di Dio.

 

Paolo VI, 24 maggio 1976: “Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico”

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Partecipava concelebrante Joseph Ratzinger… (n.d.r.)

Celebriamo oggi la Patrona (insieme ai SS. Pietro e Paolo e a San Pio V) del Sodalitium Pianum, associazione fondata da monsignor Umberto Benigni nel 1909 per contrastare i nemici interni ed esterni della Chiesa, in particolare per applicare il programma antimodernista tracciato da san Pio X (programma del Sodalitium Pianum: http://www.sodalitium.biz/documenti/programma-del-sodalitium-pianum/ ).

In tale occasione il Centro Studi don Paolo de Töth intende rendere gloria alla SS. Madre di Dio, Aiuto dei Cristiani, proponendo la lettura e la riflessione di un Discorso tenuto durante un Concistoro da ‘San Paolo VI’ (per noi card. G.B. Montini) proprio il 24 maggio 1976, nel quale imponeva la ‘Nuova Messa’ e vietava conseguentemente la precedente.

Chi colpevolizza oggi Bergoglio di vietare la Messa ‘in latino’ sappia che ‘Francesco’ è in perfetta continuità ed armonia con un suo Santo predecessore e chi accusa quello accusa anche questo, accusando così un Santo Papa della Chiesa, che avrebbe promulgato una Messa cattiva, insegnato errori, imposto Riti inaccettabili, etc. E l’assurdo è che tutto questo sarebbe affermato da veri Cattolici…

Anche il semplice Sagrestano nella famosa Tosca di pucciniana memoria, affermava più volte, rimbrottando il Cavaradossi, con la sua peculiare voce da basso: “Scherza coi fanti, ma lascia stare i Santi!!”, che sono tali, ovviamente, solo se canonizzati da Legittimi Successori di san Pietro, aggiungiamo noi.

Dal DISCORSO AL CONCISTORO
DEL SANTO PADRE PAOLO VI
(lunedì, 24 maggio 1976):

«…coloro che, col pretesto di una più grande fedeltà alla Chiesa e al Magistero, rifiutano sistematicamente gli insegnamenti del Concilio stesso, la sua applicazione e le riforme che ne derivano, la sua graduale applicazione a opera della Sede Apostolica e delle Conferenze Episcopali, […] si allontanano i fedeli dai legami di obbedienza alla Sede di Pietro come ai loro legittimi Vescovi; si rifiuta l’autorità di oggi, in nome di quella di ieri. E il fatto è tanto più grave, in quanto l’opposizione di cui parliamo non è soltanto incoraggiata da alcuni sacerdoti, ma capeggiata da un Vescovo, da Noi tuttavia sempre venerato, Monsignor Marcel Lefebvre.

È tanto doloroso il notarlo: ma come non vedere in tale atteggiamento – qualunque possano essere le intenzioni di queste persone – porsi fuori dell’obbedienza e della comunione con il Successore di Pietro e quindi della Chiesa? Continua a leggere

“Io, tradizionalista, dico che sulla messa in latino Bergoglio ha ragione”

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Il Circolo Christus Rex si riconosce perfettamente nelle parole di questo articolo dell’amico Mattia Rossi. Bergoglio cerca di troncare con l’ambiguità dei predecessori e di stabilire che la lex orandi della lex credendi prodotta dal Concilio Vaticano II (1962-1965) è espressa nel Novus Ordo e non nella Messa tridentina. I fautori della “terza via” clerical-democristiana, in ambito conservatore e tradizionalista sono disperati per qualcosa che ci auguriamo riescano a comprendere grazie alla coerenza di Francesco, anche se costerà qualcosa in termini di comodità: niente più chiese, altari maestosi, basiliche. Niente più inciuci coi conciliari. Ora la prova è nella sostanza, ovvero nella Fede autentica. Noi ci auguriamo che abbiano, nell’abbracciare la Tradizione cattolica senza compromessi, la coerenza di Bergoglio e il coraggio di Mons. De Castro Mayer. (n.d.r.)

di Mattia Rossi

Al direttore – È curioso doverlo ammettere  – dal momento che, chi scrive, è da annoverarsi nella schiera di quanti vengono, più o meno propriamente, definiti “tradizionalisti” – ma Bergoglio, con Traditionis custodes, ha agito bene. La posizione del Summorum pontificum ratzingeriano del vetus e novus ordo quali “due usi dell’unico rito” era palesemente ossimorica: le due ecclesiologie che soggiacciono alle due messe sono antitetiche e incompatibili. L’ecclesiologia comunitaria veicolata dal Vaticano II, ponendo a fondamento la categoria di “popolo di Dio” e, dunque, esigendo le dimensioni collegiali ed ecumeniche, è chiaramente differente da quella precedente, ovvero di una chiesa nella quale l’autorità viene prima della comunità e la conversione prima del dialogo. E allora, se con la riforma liturgica di Paolo VI la chiesa si è data una nuova lex orandi per una nuova lex credendi, è impossibile che due lex orandi differenti possano rispecchiare un’unica lex credendi. Ecco perché, nel chiedere espressamente ai fedeli che intendano celebrare vetus ordo la chiara accettazione del Concilio, Traditionis custodes, dal suo punto di vista, ne ha pienamente diritto.

Ma le restrizioni per l’uso del vetus ordo all’interno della chiesa postconciliare sono ovvie anche perché se si ritiene che Paolo VI avesse autorità (e io non sono tra quelli) occorre riconoscere che con la costituzione apostolica Missale Romanum ebbe la netta intenzione di abrogare la Quo primum di Pio V: “Quanto abbiamo qui stabilito e ordinato vogliamo che rimanga valido ed efficace, ora e in futuro, nonostante quanto vi possa essere in contrario nelle costituzioni e negli ordinamenti dei Nostri Predecessori”. E nel concistoro del 24 maggio 1976, Montini precisò: “Il nuovo ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio tridentino”. Perché ciò che vale per un papa del ’500 non può valere, se se ne riconosce l’autorità, per un suo successore del ’900? E infatti il Codice di diritto canonico, sia nell’edizione del 1917 che in quella riformata del 1983, precisa che “la legge posteriore abroga la precedente o deroga alla medesima, se lo indica espressamente, o è direttamente contraria a quella, oppure riordina integralmente tutta quanta la materia della legge precedente”.

E ancora, per quale motivo Wojtyla, nel concedere limitatamente l’uso del messale del ’62, utilizzò lo strumento dell’indulto, che giuridicamente è l’esenzione dalla potenziale pena? Significa, evidentemente, che il messale precedente non era più “legale”. Quando Bergoglio pone restrizioni sulla “messa in latino” lo fa con coerenza e incarnando l’ecclesiologia del Vaticano II dalla quale, seppur dissimulando, neppure Ratzinger, riconoscendo il “valore e la santità” del nuovo rito, ovviamente mai si distaccò salvo promulgare un motu proprio illusorio. Con Francesco è tutto più chiaro: o di qua o di là senza un piede nel vetus e uno nel novus.

Fonte: https://www.ilfoglio.it/chiesa/2021/10/02/news/-io-tradizionalista-dico-che-sulla-messa-in-latino-papa-francesco-ha-ragione–3063112/

Il Sedevacantismo è l’unica posizione logica, prevista dal Magistero della Chiesa

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di Matteo Castagna

Noi sedevacantisti siamo i più papisti di tutti, perché per amore del papato romano siamo costretti a constatare la Vacanza della Sede Apostolica per onorare la figura del Vicario di Cristo.

Chi, dopo sessant’anni di “chiesa conciliare” non vuole constatare la sede vacante, o è ignorante in materia teologica o è in mala fede. Oppure, entrambe messe assieme. L’animo candido e puro, che conosce le verità e non ha freni mondani di qualsiasi tipo è sedevacantista, anche solo nell’approccio e nell’atteggiamento, senza affermare pubblicamente di esserlo. Infatti, chi critica il Vicario di Cristo in materia di Fede e/o Morale, contravviene al dogma dell’infallibilità pontificia, si erge al disopra del Papa, con atteggiamento fallibilista e gallicano.

Al fine di una comprensione che vada oltre gli slogan dei difensori dell’eresia vaticano secondista e, quindi, dei loro massimi pastori, ritengo molto utile comprendere il Magistero ecclesiastico in materia di legittimità del Sommo sovrano Pontefice. Così si arriverà a comprendere che, nella situazione attuale, il cattolico papista è paradossalmente il sedevacantista, mentre il cattolico con approssimazione, che giunge all’eresia, è il papolatra, che, generalmente per motivi di comodo, diffonde una dottrina erronea sul papato romano, creando confusione e pericolo per le anime.

Il canone 188,4 del Codice di Diritto Canonico del 1917 è chiarissimo: “Esistono certe cause che influiscono sulla tacita dimissione di un ufficio, la quale dimissione è accettata in anteprima mediante un’operazione della legge, essendo dunque effettiva senza alcuna dichiarazione. Queste cause sono… 4) ove l’eretico fosse caduto pubblicamente lontano dalla Fede.” [124]

Papa Vigilio, Concilio di Costantinopoli II, 553 DC: “… Noi teniamo a mente ciò che fu promesso circa la Santa Chiesa e Colui Che affermò: ‘I cancelli dell’Inferno non prevarranno contro di essa.’, per essi noi comprendiamo le lingue trattanti di morte degli eretici, … ” [1]  L’indefettibilità non significa che la Chiesa Cattolica non venga ridotta ad un rimanente, siccome accaduto durante la crisi Ariana, e siccome predetto accadere alla fine. Essa non significa che degli Antipapi non regnino da Roma, Italia, siccome accaduto, o che non esista un periodo senza un Papa. Gli eretici sono definiti essere dai Papi i cancelli dell’Inferno. Sono coloro i quali asseriscono che gli eretici possono essere Papi a proclamare che i cancelli dell’Inferno sono prevalsi sulla Chiesa Cattolica. Esiste nessun singolo dogma citabile contraddicente la situazione di una Chiesa Cattolica contraffatta, capeggiata da Antipapi, opponentesi alla vera Chiesa Cattolica ridotta ad un rimanente

L’autorità è il dogma Cattolico. Asserire che l’utilizzo di un dogma sia un’interpretazione privata è un’azione condannata da Papa San Pio X. Il Concilio di Trento insegna che i dogmi sono regole infallibili di Fede Universale intese per tutti i fedeli, onde distinguere la verità dall’errore ed i Cattolici dagli eretici. La Chiesa Cattolica esistette centinaia di volte senza un Papa, per anni. La risposta include una citazione proveniente da un teologo risaputo, avente scritto dopo il Concilio Vaticano I, il quale affermò che la Chiesa Cattolica può esistere per decenni senza un Papa. Le definizioni del Concilio Vaticano I non contraddicono in modo alcuno la posizione di coloro rigettanti gli Antipapi del Vaticano II; sono offerte delle risposte alle citazioni di passaggi specifici. Infatti, solamente coloro rigettanti Antipapa Francesco possono professare fedelmente i dogmi del Concilio Vaticano I, giacché egli li rigetta completamente. È precisamente perciocché si crede nel Concilio Vaticano I e nelle di esso definizioni circa l’Ufficio Papale che occorre rigettare gli Antipapi del Vaticano II, i quali le reputavano e reputano insignificanti.

La Santa Sede ha scandito che nessun eretico può occuparla. Negare ciò equivale a giudicare la Santa Sede. Il significato originale della frase si riferisce al rendere soggetto un vero Vescovo di Roma ad un processo, avente nulla a che vedere con il riconoscere che un eretico manifesto non può essere Papa. Papa Paolo IV distrusse tale obiezione citando tale esatto insegnamento nell’esatta bolla Papale Cum ex Apostolatus Officio dichiarante l’impossibilità di accettare un eretico come il Papa. San Roberto Bellarmino detta che un eretico manifesto non può essere il Papa. Nel passaggio reso dall’obiezione egli discute di un Papa malvagio, non di un eretico manifesto. Inoltre, i sedevacantisti non depongono un Papa. Essi riconoscono che un eretico manifesto si è deposto da solo.

È un fatto dogmatico che un eretico non può essere il capo della Chiesa Cattolica, giacché è un dogma che un eretico non è un membro della stessa. Un “cardinale sotto scomunica” presuppone che la scomunica non sia avvenuta per eresia, dacché un eretico non è più un cardinale. Vi sono numerose motivazioni per cui un cardinale venga scomunicato e rimanga un cardinale Cattolico: la distinzione tra scomuniche maggiori e minori. Ciò è reso chiaro dal fatto per cui Papa Pio XII discute di punizioni Ecclesiastiche. Gli eretici sono sbarrati dal Papato non meramente per legge Ecclesiastica bensì per Legge Divina. Papa Pio XII discute di Cattolici sotto impedimenti Ecclesiastici, non di eretici. Anche se si concedesse, per scopi argomentativi, che Papa Pio XII avesse legiferato che gli eretici possano essere eletti, cosa che egli non fece, egli affermò che la scomunica di un cardinale viene sospesa solamente per lo scopo dell’elezione, tornando in vigore subito dopo. Ciò significherebbe, quando anche si concedesse per scopi argomentativi che l’obiezione sia corretta, che l’eletto eretico perderebbe il suo ufficio immediatamente dopo l’elezione.

Se la questione non importasse allora la “nuova” messa non importerebbe, l’acattolicesimo della setta del Vaticano II non importerebbe e così via. In aggiunta, se si accettassero Antipapa Francesco, Antipapa Benedetto XVI, Antipapa Giovanni Paolo II e così via come validi Papi allora si potrebbe neanche presentare la Fede Cattolica come vincolante ad un Protestante. Ciò è illustrato nel Dilemma devastante.

Il dilemma devastante dimostra che si potrebbe neppure tentare di convertire in maniera consistente un Protestante qualora si accettassero i “Papi” del Vaticano II !!!!!

Papa Paolo IV insegnò esplicitamente che non è possibile accettare come valida l’elezione di un eretico come Papa, anche se essa accadesse con il consenso di tutti i presunti cardinali, dimostrando che ciò sia una possibilità. All’inizio del Grande Scisma di Occidente tutti gli apparenti cardinali rigettarono Papa Urbano VI ed accettarono Antipapa Clemente VII.

La gente male interpreta in che cosa consista la visibilità della Chiesa Cattolica. Essa non esclude la possibilità donde la Chiesa Cattolica venga ridotta ad un piccolo rimanente alla fine, essente precisamente ciò che è predetto accadere dalla profezia Cattolica e dalla Sacra Scrittura e ciò che fu osservato durante la fase dell’eresia Ariana. La gerarchia permane assieme al minuto clero rimanente fedele alla pienezza della Fede Cattolica. La setta del Vaticano II non può essere la visibile Chiesa Universale del Cristo; infatti, una delle sue eresie è la di essa negazione della visibilità della Chiesa Cattolica. Importante, dunque, è ricordare bene che l’eresia pubblica depone un chierico dall’ufficio senza alcuna dichiarazione ex Codex 1917.

Fonte: Libro completo: La verità su ciò che è realmente accaduto alla Chiesa Cattolica dopo il Vaticano II [PDF] redatto da Fratello Michele Dimond, O.S.B., e Fratello Pietro Dimond, O.S.B.

 

 

Tabella dei contenuti

Glossario di termini e principii

PARTE I

1. La grande apostasia ed una Chiesa Cattolica contraffatta predette nel Nuovo Testamento e nelle profezie Cattoliche

2. L’orazione originale di Papa Leone XIII a San Michele: una profezia circa la futura apostasia a Roma, Italia

3. Il messaggio di Fatima, Portogallo: un segno Celeste marcante l’inizio degli ultimi tempi ed una predizione dell’apostasia dalla Chiesa Cattolica

4. Una lista completa degli Antipapi nella storia

5. Il Grande Scisma di Occidente (1378-1417) e ciò che esso insegna circa l’apostasia post-Vaticano II

6. La Chiesa Cattolica insegna che un eretico cesserebbe di essere il Papa e che un eretico non potrebbe essere una Papa validamente eletto

7. I nemici della Chiesa Cattolica, i comunisti ed i frammassoni, operarono uno sforzo organizzato di infiltrazione nella Chiesa Cattolica

8. La rivoluzione del Vaticano II (1962-1965)

9. La rivoluzione “liturgica”: una nuova “messa”

10. Il nuovo rito di “ordinazione”

11. Il nuovo rito di “consacrazione episcopale”

12. I nuovi “Sacramenti”: i tentati cambiamenti agli altri Sacramenti

13. Gli scandali e le eresie di Antipapa Giovanni XXIII

14. Le eresie di Antipapa Paolo VI (1963-1978), l’uomo il quale diede al mondo la nuova “messa” e gli insegnamenti del Vaticano II

15. Gli scandali e le eresie di Antipapa Giovanni Paolo I

16. Le eresie di Antipapa Giovanni Paolo II, l’uomo più viaggiante della storia e forse il più eretico

17. La rivoluzione Protestante della setta del Vaticano II: la dichiarazione congiunta del 1999 con i Luterani sulla giustificazione

18. La setta del Vaticano II contro la Chiesa Cattolica sulla partecipazione all’adorazione acattolica

19. La setta del Vaticano II contro la Chiesa Cattolica sulla ricezione della Santa Comunione da parte degli acattolici

20. Le eresie di Antipapa Benedetto XVI (2005-2013)

20 bis. Le eresie di Antipapa Francesco (2013-   )

Per concludere, è necessario e indispensabile chiarire che l’unica Messa Cattolica è stata codificata da S. Pio V e dispone di indulto perpetuo, ex Bolla Quo Primum Tempore, che infligge l’anatema a chiunque intenda modificarne anche un solo iota. Il Novus Ordo Missae, già ampiamente criticato dai cardinali Ottaviani e Bacci nel “Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae” (1969) non è cattolico ma figlio delle eresie ecumeniste conciliari.

Veniamo, infine, all’ “una cum”. 

del Rev. Abbé Hervé Belmont

Nel canone della Santa Messa, nella prima preghiera Te Igitur, il sacerdote celebrante, parlando del Sacrificio di cui è in corso l’offerta, pronuncia le seguenti parole:

… in primis, quæ tibi offérimus pro Ecclésia tua sancta catholica : quam pacifiquere, custodíre, adunáre et régere dignéris toto orbe terrárum : una cum fámulo tuo Papa nostro N. et Antístite nostro N. et ómnibus orthodóxis…

La lettera N. significa nomen e quindi indica che va sostituita con il nome del Sommo Pontefice, poi quello del Vescovo diocesano.

Il Ritus servandus in Celebratione Missæ posto all’inizio del Messale Romano detta (VIII, 2): «Ubi dicit : una cum famulo tuo Papa nostro N., exprimit nomen Papae : Sede autem vacante verba prædicta omittuntur».

In caso di posto vacante nella Santa Sede, le prime parole devono essere omesse (che sono ovviamente le sei parole che il Ritus servandus ha stampato in rosso): di queste parole soppresse, dunque, appartiene la frase una cum. È, quindi, che una cum si riferisce solo al nome del Papa, e non si riferisce al vescovo del luogo, né eventualmente al Re, né ad altri (vescovi) di buona dottrina e di unità cattolica.

Ciò non dovrebbe sorprendere, poiché qui è in questione la Chiesa militante nella sua interezza (… catholica… toto orbe terrarum…).

Una cum significa quindi in comunione con il Sommo Pontefice.

2. Fin dall’antichità la menzione del Papa nei dittici è stata considerata come appartenente all’unità della Chiesa e condizionante l’appartenenza alla Chiesa; ci troviamo nell’ordine teologico (e non solo morale e tanto meno amministrativo). Questa menzione non è una semplice intenzione di preghiera, comporta fedeltà e una certa collaborazione da parte dei presenti.

Quando, nell’anno 449, il Patriarca di Alessandria Dioscoro osò togliere il nome di San Leone papa dai dittici delle messe, la sua audacia suscitò la generale disapprovazione.

Iceforo riferisce che nel V secolo il Patriarca di Costantinopoli Acacio († 489) escluse dai dittici il nome di papa Felice II († 492). L’imperatore Costantino Pogonat andò immediatamente dal Papa per spiegare la sua resistenza a questo istigatore dello scisma. Più tardi, quando il Patriarca di Costantinopoli Fozio provocò il dissenso della Chiesa greca (858), i nomi dei Papi furono cancellati dalla liturgia scismatica.

In Occidente, il Concilio di Vaison (529), convocato da San Cesareo d’Arles, prescriveva di citare nella Messa il nome del Papa che presiede la Sede Apostolica: «Et hoc nobis justum visum est ut nomen domini Papae quicumque Sedi apostolicæ præfuerit in nostris ecclesiis recitetur” (canone 4). E ci è sembrato giusto che nelle nostre chiese si recitasse il nome del Signor Papa che sarà stato a capo della Sede Apostolica.

Papa Pelagio II (579–590) ha insegnato che omettere il nome del Papa dal canone della Messa significa separarsi dalla Chiesa universale.

Quindi non ci sono dubbi: si tratta di una cosa seria che ha conseguenze importanti che non possono essere ignorate subito.

3. Una cum Papa nostro è per il celebrante edificazione ed espressione della comunione con il Sommo Pontefice. In questo caso non si tratta di una comunione qualsiasi, ma della comunione più profonda.

Ecco l’insegnamento di Papa Benedetto XIV: «La commemorazione del Romano Pontefice durante la Messa, così come le preghiere da lui offerte durante il Sacrificio, sono — nella testimonianza e nella realtà — un segno sicuro con il quale si dichiara di riconoscere questo stesso Pontefice come Capo della Chiesa, Vicario di Gesù Cristo e Successore di San Pietro; così si fa professione di spirito e di cuore aderendo fermamente all’unità cattolica; come ben indica anche Christian Lupus, scrivendo sui Concili (volume IV, edizione Bruxelles, p. 422): Questa commemorazione è la più alta e onorevole forma di comunione». (Lettre Ex quo primum tempore, 1 er mars 1756, § 12. Benedicti Papae XIV Bullarium, Malines 1827, tomo iv, vol. 11, p. 299)

Questa effettiva dichiarazione di comunione non è fatta a beneficio di alcun membro della Chiesa; è indirizzata a colui che è riconosciuto come sommo Pontefice, Vicario di Gesù Cristo, come regola vivente della fede, come titolare della giurisdizione sovrana e immediata su ciascuno dei cattolici, come punto di riferimento per l’unità dei la Chiesa. È, quindi, una comunione di fedeltà e di subordinazione: una comunione di intelligenza e di intenti.

4. Per la Chiesa cattolica, l’espressione una cum assume una nuova gravità. Questo perché, come avremo notato, queste due parole e ciò che esse comandano (la menzione del Papa) si riferiscono direttamente alla Santa Chiesa. È lei che, in sacrificio, si unisce a quella nominata. Ora la Chiesa è doppiamente coinvolta nel Santo Sacrificio della Messa:

A. Come beneficiario. Questo è ciò che esprime la preghiera del Te Igitur. La Messa vivifica la Chiesa: pacifica, custodisce, unifica e guida; la Messa fa tutto questo perché la Chiesa sia una e perché la Chiesa è una con il Sommo Pontefice qui nominato; la Messa lo fa in e mediante la sua unione con il Capo visibile della Chiesa, Vicario di Gesù Cristo e Sovrano dei suoi membri.

L’unità della Chiesa è il fine proprio e primario del sacramento dell’Eucaristia. Questo è l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino: “La grazia prodotta da questo sacramento è l’unità del Corpo mistico, senza la quale non può esserci salvezza”. [Suma Theologica, IIIa, q. LXIII,a.3]

Questa è anche la dottrina del Concilio di Trento: «[Gesù Cristo, nell’istituire il sacramento della Santissima Eucaristia] volle che fosse garanzia della nostra gloria futura e della nostra felicità eterna, insieme simbolo di questa singolare Corpo di cui egli stesso è il capo e al quale ha voluto che noi, come sue membra, fossimo legati dai più stretti vincoli di fede, speranza e carità, perché tutti professiamo la stessa cosa e non ci siano fra noi scismi. ” (Sessione XIII, De Eucharistia, c. 2, Denzinger 875)

B. Come offerente. La presenza e il primato della Chiesa come beneficiaria dell’offerta della Messa hanno un significato che ci spiega san Tommaso d’Aquino (Suma teologica, IIIa, q. XLVIII, a.3) facendo proprio un testo di sant’Agostino: “ L’unico e vero mediatore [Gesù Cristo] che ci riconcilia con Dio mediante il sacrificio della pace deve rimanere uno con colui al quale ha offerto questo sacrificio, per rendere uno in lui coloro per i quali l’ha offerto (unum in se faceret pro quibus offerebat ), per essere tutt’uno ciò che ha offerto e ciò che ha offerto”.

Coloro per i quali Gesù Cristo offre il suo Sacrificio, beneficiando della virtù santificante del sacrificio, diventano tutt’uno con il sacerdote nell’atto stesso dell’offerta. Per questo il Concilio di Trento afferma che è la Chiesa che offre la Santa Messa: “Dio, Nostro Signore […], per mezzo dei sacerdoti) sotto segni visibili” (Sess. XXII, c. 1).

Non solo il Papa è associato come capo all’essere della Chiesa, ma è associato al fine del sacrificio (che è l’unità della Chiesa) e anche all’offerta sacrificale stessa, che è offerta dalla Chiesa, dice il Concilio di Trento. È difficile diventare più intimi, più coinvolti.

5. Il canone della Messa è immacolato: tale è l’insegnamento del Concilio di Trento nella sua XXII sessione, rafforzato da un canone che rifiuta chi professa diversamente.

“La Chiesa cattolica ha istituito, molti secoli fa, il santo canone così puro da ogni errore, che non vi è nulla in esso che non respiri grande santità e pietà, e non elevi lo spirito di coloro che lo offrono a Dio”. (Denzinger 942)

“Se qualcuno dice che il Canone della Messa contiene errori e va revocato: sia anatema”. (Denzinger 953)

Coinvolgere il nome di Jorge-Bergoglio-Francesco-I non significa negare in un atto solenne questo solenne insegnamento del Concilio di Trento?

L’erede e l’aggravante del Vaticano II, assumendo e prolungando la diffusa distruzione della fede teologale che vi ebbe luogo, hanno il loro posto nel cuore del Mysterium fidei?

È possibile allearsi con lui – partecipando attivamente all’efficienza sacramentale – quando è necessario sottrarsi alla sua giurisdizione (al suo governo) se si vuole conservare la fede e salvare la propria anima?

Il nome di un profeta dell’ecumenismo, che promuove il dissenso nella fede e cerca di dissolvere l’unità della Chiesa, non deflora un’azione così santa il cui scopo è proprio l’unità della Chiesa?

Chi è intrappolato in un “sistema sacramentale” ispirato al protestantesimo, il cui fiore all’occhiello (!) è la “Messa di Lutero”, può essere nominato capo e identificatore della Chiesa cattolica che offre il Sacrificio di Gesù Cristo?

Porsi queste domande significa rispondere. Se, come abbiamo visto, è difficile fare di più intimo e più coinvolgente dell’unione di Chiesa e Papa nel Santo Sacrificio della Messa, sarebbe difficile fare di più empio e di più oltraggioso alla Chiesa di Gesù Cristo, se fosse nominato un falso papa, falsa regola di fede, e quel che è peggio, regola di falsa fede.

Si noti bene che non si tratta qui della scienza, della virtù o dello zelo di coloro che occupano la Sede Apostolica. Se gravi colpe in queste materie hanno conseguenze disastrose per il bene della Chiesa, esse non sono in alcun modo incompatibili né con l’autorità apostolica né con la loro menzione nel canone della Messa.

Dopo i disastrosi proclami e le riforme del Vaticano II, ci troviamo in presenza di carenze fondamentali, ufficiali, permanenti: riguardano la regola della fede, l’ordine sacramentale, l’offerta del Sacrificio, l’unità della Chiesa. Riguardano sia la Messa che la Chiesa, che, insegna san Tommaso d’Aquino, è costituita dalla fede e dai sacramenti della fede (IIIa, q. LIV, a. 2, ad 3).

Non è quindi per leggerezza o per spirito di opposizione all’unità della Chiesa che rifiutiamo di nominare Jorge-Bergoglio-Francisco-I nel Te Igitur: è testimonianza della fede cattolica, è richiesta di la dottrina e l’unità della Chiesa. Perché nominarlo implica necessariamente — pena la negazione della dottrina più certa — accogliere il suo insegnamento senza finzioni, sottomettersi alla sua regola senza vacillare, dare e ricevere i sacramenti sotto la sua egida… in altri errori è separarsi altrimenti dall’unità della Chiesa.

6. Anche per gli assistenti (fedeli) si pone il problema. Sono membri della Chiesa, battezzati e cresimati, deputati ad offrire con il sacerdote per il loro carattere sacramentale che è “partecipazione al sacerdozio di Cristo, derivato da Cristo stesso” (San Tommaso, Summa Theologica, IIIa, q. LXIII , a .5, c). Già san Pietro diceva: “Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale” (I Pietro II, 9).

Solo il sacerdote offre sacramentalmente, ma i fedeli si uniscono a Gesù Cristo in questo stesso sacrificio, per offrire il sacrificio della Chiesa. «Questa oblazione che viene dalla consacrazione è una certa affermazione (testificatio) che tutta la Chiesa concorda (consentiat), concorda con l’oblazione fatta da Cristo e la offre insieme con lui» (San Roberto Bellarmino, De missa, II, v. 4, citato da Pio XII, Mediator Dei, 20 novembre 1947).

Sebbene i fedeli stessi non pronuncino questa una cum così ferita dalla santità della Messa, vi sono comunque associati. Con la loro presenza, con la loro azione, portano collaborazione al meum ac vestrum sacrificium che il sacerdote celebra all’altare. Per discernere la moralità di questa presenza, dobbiamo fare riferimento ai principi che regolano la cooperazione al male.

Qualsiasi cooperazione formale deve essere respinta senza esitazione. Chi deliberatamente sceglie di assistere alla Messa una cum, coopera formalmente alla grave distorsione che essa comporta in relazione alla santità della Messa, in relazione all’unità della fede e della Chiesa. E abbiamo scelto ogni volta che potevamo fare diversamente, anche se dovevamo fare uno sforzo significativo (distanza, tempo, ecc.).

È anche impossibile realizzare un’immediata cooperazione materiale, come sarebbe realizzata dall’ufficio di diacono o suddiacono.

È vietata anche la collaborazione materiale, stretta oa distanza, a meno che non sussista un grave motivo per annullarla: a meno che, quindi, non sia possibile fare diversamente. Questa grave ragione deve essere proporzionata; è necessario evitare lo scandalo e combattere gli effetti negativi su di sé — perché non ci devono essere illusioni: la fedeltà, anche indiretta e odiata, a Francesco Bergoglio, a cui ci si abitua, lascia tracce profonde nell’anima e nell’integrità della fede cattolica , pur avendolo. Inoltre, se si assiste a una Messa “falsata”, si deve protestare interiormente contro la distorsione per evitare una collaborazione formale.

Quanto più stretta e abituale è la collaborazione, tanto più grave deve essere il motivo. Ci possono essere differenze di apprezzamento in questa materia, e ognuno deve decidere davanti a Dio per se stesso e per coloro di cui ha la responsabilità con molta purezza di intenzione e fede illuminata. Quanto più stretta e abituale è la cooperazione, tanto più sarà necessario cercare di sottrarsi ad essa. Quanto più stretta e abituale è la cooperazione, tanto più necessario è odiare interiormente e, di tanto in tanto, assistere esteriormente a questo disaccordo. Quanto prima e abituale sarà la cooperazione, tanto più bisognerà fare di tutto per non abituarsi ad essa (perché l’abitudine modifica il giudizio), tanto più sarà necessario educarsi a non lasciarsi trascinare in le false dottrine alla base dell’una cum Francesco.

7. La posta in gioco in una cum consiste anche in questo: la menzione di Francesco Bergoglio nel canone della Santa Messa è un male, ma è ben lungi dall’essere l’unico male esistente o possibile; non risolviamo tutto una volta che lo omettiamo. Sarebbe una grave illusione immaginare di poterci poi liberare dall’osservanza della giustizia e della carità verso il prossimo, dalla prudenza e dalla fermezza nel fare il bene, dalla lotta contro il peccato e contro l’occasione del peccato.

Sarebbe ancora e sempre un’illusione mortale credersi esenti dall’amore della verità; lo studio della dottrina cattolica in tutta la sua ampiezza; l’acquisizione e il mantenimento della naturale rettitudine dell’intelligenza, rettitudine di giudizio; doveri verso il bene comune della Città e delle diverse società di cui essa fa parte.

Peggio ancora sarebbe trovare nel rifiuto dell’una cum un pretesto per ricorrere, direttamente o indirettamente, a consacrazioni episcopali senza mandato apostolico, ovvero a quanto segue: sarebbe cercare di combattere il male con il male, sarebbe voler evitare una ferita profonda all’unità della Chiesa ricorrendo ad un attacco all’unità della Chiesa (e, in questo caso, ad un’azione più abbondante e più direttamente condannata dall’autorità della Santa Chiesa).

Lasciamo a Gesù Cristo ciò che è oggetto di una sua solenne promessa, e che quindi è sua esclusiva competenza: la perpetuazione della sua Chiesa militante fino al suo ritorno nella gloria. Intanto: «Gli uomini ci considerino ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora ciò che si richiede agli amministratori è che siano trovati fedeli”. (I Cor. IV, 1-2)

Fonte: https://medium.com/@veritatis_catholicus/lenjeu-de-l-una-cum-o-problema-da-una-cum-a436579c2c0e

 

 

Quando la DC tradì Pio XII e l’Italia (Vietato dimenticare…)

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Tra le molteplici cause del processo di secolarizzazione della società italiana, non va dimenticato il fallimento della cosiddetta “operazione Sturzo”, concepita sessant’anni fa da Luigi Gedda, con l’avallo di Pio XII. La guerra si era appena conclusa e Pio XII proponeva un progetto di restaurazione della società cristiana sulla stessa linea del programma di san Pio X: “tutto restaurare e riordinare in Cristo”. Papa Pacelli voleva realizzare l’unità dei cattolici non attorno ad un partito, ma a un programma, come era accaduto nelle elezioni del 1913, con il Patto Gentiloni approvato da san Pio X. Luigi Gedda, l’artefice della schiacciante vittoria elettorale del 18 aprile 1948, sembrava l’uomo più adatto a realizzare il piano del Pontefice. Il primo banco di prova sarebbero state le elezioni amministrative del maggio 1952, che precedevano di un anno quelle politiche. Continua a leggere

“Cattolici tra europeismo e populismo. La sfida al nichilismo”, il libro di Matteo Castagna | lafedequotidiana.it

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LA RECENSIONE

di Michele M. Ippolito, direttore de “La Fede quotidiana”

“Cattolici tra europeismo e populismo. La sfida al nichilismo” è il nuovo libro di Matteo Castagna (Edizioni Solfanelli, pagine 248, € 17).

Sebbene l’autore non sia uno storico di professione, Castagna avvalendosi del confronto con la migliore produzione teorica contemporanea, cerca di comprendere la storia italiana, occidentale e cattolica ridimensionando le interpretazioni unilaterali e fuorvianti di quanti tendono a smussare il grande conflitto tra cattolicesimo integrale e modernismo, divampato a fine Ottocento, “che è proseguito poi nella contrapposizione finale tra il fronte pacelliano e quello democristiano di Montini, grande politico ma debole teologo, discepolo dell’ecumenismo laicista e mondialista di Maritain”.

Veronese, sposato, classe 1976, collaboratore di Veronanews, Vvox e La Verità, Matteo Castagna, si definisce uno dei cattolici fedele alla Tradizione che ha iniziato ad interessarsi di politica a 14 anni (fino ad essere eletto, nel 1998, a consigliere della III circoscrizione di Verona risultando il più giovane della città).

In questo suo primo libro come singolo autore, che contiene una postazione di Giacomo Bergamaschi e un apparato di citazioni notevoli, la proposta finale la ricorda lo stesso Castagna: “i modelli del Fascismo italiano e di quello portoghese intesero contrapporsi ad un modello di civilizzazione modernista e rivoluzionaria attraverso una chiara controrivoluzione, con l’affermazione di una cultura politica e sociale controriformista moderna, non teocratica o meramente neo medievale, volta alla moderna instaurazione di uno Stato corporativista cattolico”.

Castagna definisce questi due fascismi come non reazionari né conservatori ma regimi tradizionalisti e controrivoluzionari “vale a dire ortodossamente controriformistici poiché pur riconoscendosi nei valori della tradizione non ritenevano però adeguato al contesto restaurare sic et simpliciter l’antico regime”. Continua a leggere

I “Santi” del Concilio, Milano 17 Novembre

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I “SANTI” DEL CONCILIO, MILANO 17 NOVEMBRE

“Tutti Santi… Da “san” Giovanni XXIII a “san” Paolo VI, ovvero la canonizzazione del Concilio Vaticano II 1º intervento. La canonizzazione dei santi secondo la dottrina tradizionale della Chiesa 2º intervento. “Il fumo di satana nella Chiesa”: la “canonizzazione” di G.B. Montini e la ­situazione attuale della Chiesa   relatore don Francesco Ricossa Milano, Sabato 17 novembre 2018, ore 15,00 presso Andreola

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Paolo VI: santo del Cielo o collaboratore dell’Inferno?

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Editoriale del numero 3348 di Rivarol – 17 ottobre 2018

di Jérôme Bourbon 

Ha osato!
Dopo aver “canonizzato”, il 27 aprile 2014, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, Francesco-Bergoglio ci ritorna con la “canonizzazione”, il 14 ottobre scorso, di Paolo VI.
I modernisti che occupano la sede di Pietro da sessant’anni non usano neanche più i guanti, non esitano davanti ad alcuna provocazione: si “beatificano” e si “canonizzano” gli uni gli altri in tutta fretta. Fu infatti Giovanni Paolo II che inaugurò tale andazzo, “beatificando”, il 3 settembre del 2000, Giovanni XXIII; e per fare ingoiare la pillola lo stesso giorno “beatificò” Pio IX.
Un farsi beffa del mondo intero: onorare contemporaneamente il Papa del Syllabus e l’organizzatore del Vaticano II… il Pontefice dell’intransigenza cattolica in un mondo rivoltatosi contro Dio, e il propagatore della libertà religiosa e del culto dell’uomo.
Naturalmente, alla “canonizzazione” di Pio IX non è mai seguita la sua canonizzazione, contrariamente a quanto avvenuto con Giovanni XXIII. Si trattò semplicemente di un sotterfugio per evitare che i tradizionalisti si mettessero a gridare.
D’altronde, è impensabile per gli apostati oggi in Vaticano “canonizzare” il Papa di Quanta Cura, che si opponeva energicamente al mondo e alla civiltà moderna.
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don Ricossa (IMBC): L’invalidità della “canonizzazione” di Paolo VI (Montini)

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Risultati immagini per don Francesco RicossaAbbiamo letto il comunicato della Fraternità San Pio X in cui noi poveri mortali non siamo stati in grado di comprendere se la “canonizzazione” di Montini sia valida oppure no. Abbiamo ascoltato questa omelia e l’invalidità appare lapalissiana nella chiara esposizione dell’argomentare cattolico. Restiamo convinti che la soluzione non potrà essere la Tesi di Cassiciacum, ma in questa omelia troviamo l’immutabile Magistero della Chiesa.

Segnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo l’omelia di don Francesco Ricossa sulla cosiddetta “canonizzazione” di Paolo VI, tenuta nella chiesa di San Luigi Gonzaga ad Albarea (FE) il 14 ottobre 2018:

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E allora, da che parte stanno i cattolici?

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RECENSIONE DEL LIBRO DI MATTEO CASTAGNA

di Mattia Rossi per Il Giornale OFF de Il Giornale

Ha fatto scalpore, qualche tempo fa, la copertina di Famiglia Cristiana contro il Ministro degli Interni Matteo Salvini («Vade retro Salvini», campeggiava in copertina sotto la fotografia del leader leghista). Poco dopo, però, il sondaggio del quotidiano Libero: l’85% dei cattolici sarebbe favorevole alle politiche del Ministro

E allora, da che parte stanno (o devono stare) i cattolici? Con quello che, comunemente, viene definito il populismo o con il mondialismo europeista? E sul fascismo? Dove posizionarsi per quanti si professano cattolici? Ma poi, quali cattolici? Quelli delle gerarchie ufficiali moderniste o quelli “integrali” e fedeli al Magistero cattolico di sempre?

Le risposte le prova a dare Matteo Castagna, giornalista e cattolico militante (responsabile del Circolo “Christus Rex – Traditio” di orientamento sedevacantista) nel suo Cattolici tra europeismo e populismo. La sfida al nichilismo (Solfanelli, pagg. 248, euro 17) da poco in libreria.

Appurato subito, da parte di Castagna, che «non può esistere un “cattolicesimo progressista”» e che «l’unico cattolicesimo possibile è quello “integrale”», sono numerose le dottrine che il giornalista veronese passa in rassegna (il savonarolismo, il contro-riformismo, il secondo franchismo, il neo-luteranesimo del nazismo) per poi spostarsi sul versante cattolico nel capitolo Cattolici integrali, gesuiti, modernisti, clerico-fascisti.

L’integrismo cattolico, spiega Castagna, «percepisce nell’internazionalismo bianco-gesuitico, democristiano-modernista lo strumento politico e teologico mediante il quale si va manifestando il più grande attacco, mai concepito, alla cristianità». Ne deriva che, secondo l’autore, «il pericolo fondamentale del connubio gesuitico-modernista sarebbe rappresentato, per mons. Benigni, dal fine della disgregazione sociale della Tradizione costantiniana e gregoriana occidentale; dall’antifascismo assoluto e dogmatico; dal democristianismo di sinistra; dall’antropocentrismo fanatico e relativistico tecnico-pragmatico e politicistico; dal rigetto delle XXIV tesi del tomismo; tutto ciò, se realizzato con la vittoria dell’antifascismo internazionale, avrebbe condotto al nichilismo neo-modernista e alla secolarizzazione”. Continua a leggere

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