Le due vere sfide della coalizione

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale

di Marco Gervasoni

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale: ha mantenuto tre Regioni (di cui una storicamente «sua», la Toscana), ne ha persa una storica, le Marche, e ne conserva solo una quarta, rossissima, l’Emilia-Romagna.

Chiarito questo, il pareggio del centrodestra, sulla base delle aspettative di elettori e di militanti, lo possiamo comunque definire una battuta d’arresto o almeno un segnale d’allarme? Nulla di preoccupante, anzi, come scriveva il teologo seicentesco Fénelon, «spesso è una grande vittoria saper perdere al momento giusto». Cioè, fuor di metafora, il centrodestra può profittare di questa frenata per rivedere due elementi che, secondo l’antico pensiero strategico cinese, sono fondamentali: il proprio nemico e se stessi, perché solo conoscendo entrambi la vittoria futura sarà assicurata. Il proprio nemico: i rossogialli, Pd e 5 stelle. Fino a lunedì il centrodestra ha vissuto del mito della spallata. All’indomani della nascita del governo Conte II, l’opposizione ha creduto (e pure noi, a dire il vero) che l’esperimento raccogliticcio e anche un po’ meschino sarebbe presto stato spazzato via dalle proprie divisioni e dal suo essere minoranza del Paese. E che quindi tutte le tornate elettorali si sarebbero tramutate in una grandiosa cavalcata sull’onda del sentimento popolare della gran maggioranza degli italiani. Ebbene, non è così: complice certamente l’emergenza della pandemia, ma non solo. Il centrodestra è probabilmente ancora maggioranza nel Paese, ma non è un’invincibile armada e l’Italia è spaccata, divisa, disillusa, impaurita e anche un po’ annoiata. Se l’alleanza Pd 5 stelle si fosse tramutata in un accordo elettorale, ad esempio, al Sud i risultati sarebbero stati ancora migliori per i candidati governativi e la vittoria dell’opposizione meno scontata nelle Marche. Riconoscere la forza del nemico non è segno di debolezza, anzi. È semplicemente cambiato il Paese da quando, dopo il 2016, è partita l’avventura di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni. L’Italia uscita dalle urne del 2018 (in cui pure a vincere veramente furono i 5 stelle) e del 2019 in qualche misura non esiste più. Se il centrodestra, e soprattutto Lega e Fratelli d’Italia, erano stati eccellenti nel cogliere la fase precedente, è venuto il momento ora di capire meglio quale sia il profilo del Paese. Al Sud, ad esempio, non è vero che gli italiani sono contro il governo: come dimostra anche il voto per i sindaci di città capoluogo, lo seguono perché questi promette loro risorse (da non sottovalutare la forza «convincitiva» del reddito di cittadinanza) e ancor più ne elargirà con il Recovery fund. Conoscere il proprio nemico ma conoscere anche se stessi. Capire che la sfida richiede un’identità parzialmente nuova, aggiornata, più radicale su alcuni tratti ma più da «forza tranquilla» su altri. In modo da preparare le due grandi sfide che attendono il centrodestra, il voto amministrativo di Roma e di Milano il prossimo anno e la madre di tutte le battaglie: l’elezione del presidente della Repubblica.

Fonte: https://m.ilgiornale.it/news/politica/due-vere-sfide-coalizione-1891932.html

Quei finanziamenti del PD ad un certo mondo “cattolico”

                                                                                                                                         Mezzetti – Zuppi -Mazza – Bonaccini

 

di Matteo Castagna (pubblicato su Informazione Cattolica di oggi)

“Tres organizaciones caritativas de la Compañía de Jesús (jesuitas) han recibido en los últimos años más de un millón y medio de Open Society Foundations, la fundación del magnate pro aborto George Soros”.

La notizia viene data dalla Aci Press di ETWN, che è il maggior circuito internazionale di informazione del mondo cattolico ufficiale.

Pertanto appare difficile poterla annoverare come fake new oppure come la sparata dei soliti complottisti. Ulteriore notizia è che il circuito in italiano non ha ripreso la cosa, che, evidentemente risulta almeno imbarazzante.
AciPrensa riassume: «Tre organizzazioni caritative della Compagnia di Gesù negli ultimi anni hanno ricevuto oltre un milione e mezzo (di dollari) dalla Open Society Foundations, la fondazione del magnate abortista George Soros».
Inoltre, nel sito web della Jesuit Worldwide Learning Higher Education at the Margins «riconosce la Open Society come uno dei suoi soci».
L’agenzia di stampa si dilunga poi sui finanziamenti di Soros alle organizzazioni abortiste e genderiste nel mondo (ad es. i 12 milioni di dollari donati alla International Planned Parenthood), aspetti che per i cattolici italiani sono abbastanza noti grazie al lavoro di agenzie di stampa cattoliche e indipendenti. Quel che ACI – e molti altri – ignora è che persone di Soros sono entrate nei gangli del sistema di potere italiano, quali le giunte regionali a guida Partito Democratico.
Una per tutte, Elly Schlein (vedi qui), attuale vice presidente della “Regione rossa” e collegata alla Open Society di Soros quando era eurodeputata (vedi qui).

Sono altresì poco noti i finanziamenti dati dal Partito Democratico ad alcune componenti del mondo cattolico ufficiale.

Basti, come esempio, il milione e mezzo di Euro donati ai dossettiani, portati alla luce dal coraggioso consigliere regionale Daniele Marchetti della Lega (vedi qui). Continua a leggere

Conti correnti. Da oggi li possono “spiare” Comuni, Province e Regioni

di Antonio Amorosi

Meglio della DDR. Col DL Semplificazioni, approvato dal governo M5S, Pd, Leu e Italia Viva la fine dei dati bancari sensibili. Gli enti pubblici “spiano”…

 

Mentre i giullari di corte ci distraggono con quanto è cattivo e illiberale Salvini lo Stato entra pure nelle mutande degli italiani.

Pensare che i dipendenti pubblici del Comune o il sindaco possano conoscere l’attività bancaria e finanziaria dei propri cittadini vi fa orrore? Da oggi sarà possibile con un’opzione stile Germania dell’Est delle Repubbliche socialiste pre Muro di Berlino voluta dal governo a guida M5S, Pd, Leu e Italia Viva che l’ha inserita nel Decreto Semplificazioni approvato da poco, eliminando un altro pezzo delle libertà individuali e della riservatezza bancaria degli Italiani.

Formalmente Comuni e Regioni, come tutti gli altri gli enti locali, potranno “spiare” i dati bancari sensibili dei cittadini allo scopo di facilitare la riscossione di imposte e tasse di loro competenza, anche in maniera coattiva, dovute dal contribuente inadempiente. Attività anche comprensibile ma che nelle modalità di esercizio solleva non pochi interrogativi su come dovrà essere esercitata, con quali limitazioni e vincoli, con quali possibili danni, vista l’estesa mole di violazioni che accadono nei Comuni e soprattutto in quelli più piccoli, dove tutti si conoscono e gli enti pubblici sono determinanti nel definire benefici e concessioni.

Conoscere in modo approfondito i dati finanziari dei propri cittadini non è cosa da poco. Per l’Istat solo il voto di scambio in Italia interessa almeno 1 milione 700.000 persone, ma il dato sembra sottostimato. E sapere che negli ultimi anni è in crescita la mole di reati dei funzionari pubblici nella pubblica amministrazione non fa dormire sonni tranquilli ai più critici col provvedimento del governo. E’ questo un passo verso lo Stato di polizia o verso la Cina comunista? Difficile a dirsi. Continua a leggere

L’Italia chiede l’attivazione di un Fondo (il SURE) che non esiste

di Thomas Fazi

Fonte: Thomas Fazi

È dell’ 8 agosto la notizia che il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Nunzia Catalfo hanno inviato a Bruxelles una lettera con cui il governo italiano richiede formalmente l’accesso al programma europeo “anti-disoccupazione” denominato SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency), un fondo con una dotazione «fino a 100 miliardi di euro», istituito lo scorso aprile, finalizzato in teoria ad aiutare i paesi europei a sostenere i costi della cassa integrazione. Nella missiva, indirizzata ai commissari Dombrovskis, Gentiloni, Schmit e Hahn, il governo italiano ha chiesto di poter accedere alle risorse del SURE nella misura di 28,5 miliardi.
Ora, la prima cosa da dire è che il SURE – esattamente come il MES e il (grosso del) Recovery Fund – opera secondo la logica tipicamente europea del debito: essenzialmente la Commissione reperirà fino a 100 miliardi di euro sui mercati finanziari e, a propria volta, li presterà ai singoli Stati (andando a gravare sul debito pubblico di questi), che ovviamente dovranno restituirli.
Come per il MES e il Recovery Fund, dunque, l’unico reale vantaggio dal punto di vista finanziario consisterebbe nello spread tra il tasso di interesse offerto dalla Commissione e il costo che un paese come l’Italia dovrebbe affrontare per reperire gli stessi soldi sui mercati (ed eventualmente sulla durata del prestito). Peccato che il tasso di interesse pagato dai singoli paesi sui loro titoli di Stato dipenda, in ultima analisi, dalla BCE, che se volesse potrebbe tranquillamente portare a zero (o meno di zero), domani stesso, il tasso di interesse sui nostri titoli di Stato a lunga scadenza (quello sui titoli di Stato a due anni o meno è già negativo). La ragione per cui non lo fa è abbastanza scontata: in quel caso verrebbe meno il vantaggio, già piuttosto esiguo, del sistema dei prestiti europei.
La strategia della UE, in ultima analisi, è abbastanza chiara: tenere i tassi di interesse pagati dai singoli Stati abbastanza bassi da garantire la solvibilità degli stessi, ma abbastanza alti da rendere “attrattiva”, soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica, la prospettiva di indebitarsi nei confronti della UE tramite strumenti come il MES, il Recovery Fund e il SURE, favorendo così il trasferimento alla UE di quel brandello di sovranità democratica che ci è rimasta e l’accentramento di ulteriore potere nelle mani di istituzioni anti-democratiche quali la Commissione europea.
Ovviamente tutto questo non sarebbe possibile senza la connivenza di “proconsoli” europei come il nostro ministro dell’Economia Gualtieri, sempre in prima fila nel promuovere la svendita della sovranità nazionale e gli interessi dell’Unione europea. Non sorprende, dunque, che l’Italia sia in prima fila nel richiedere l’accesso ai fondi SURE (ma lo stesso dicasi dell’entusiasmo mostrato dal governo nei confronti del Recovery Fund, che altro non è che un MES all’ennesima potenza). Continua a leggere

Stato di emergenza? L’alibi solo italiano per blindare Palazzo Chigi. Buoni a nulla ma capaci di tutto

di Sergio Luciano
Fonte: Il Sussidiario
Il Governo intende prorogare lo stato di emergenza di altri 6 mesi.
Dunque saremo in emergenza fino al 31 dicembre? Diciamolo, mai come stavolta si potrebbe dar ragione al premier Giuseppe Conte se solo avesse – anzi, avesse avuto – l’onestà intellettuale di attribuire l’emergenza non già alla pandemia ma alla giustizia civile e penale che non funziona, alla lotta all’evasione che fa ridere, al codice degli appalti che li blocca, alla scuola che viene tenuta chiusa mentre si riaprono discoteche e spiagge, al ponte Morandi che va assegnato in gestione ad Autostrade altrimenti non riapre, ai fondi di liquidità e alla cassa integrazione che ancora non sono arrivati ai destinatari e insomma a tutti gli argomenti di drammatica attualità sui quali il governo, da quel drammatico week-end dell’8 e 9 marzo ad oggi, in quattro mesi, ha fatto solo chiacchiere.
L’emergenza è il governo, non la pandemia che sta regredendo e che comunque, se anche dovesse risvegliarsi – Dio non voglia – troverebbe comunque difese farmacologiche e cliniche assai migliori di quelle di quattro mesi fa. L’emergenza sono alcuni ministri politicamente analfabeti e tecnicamente sprovveduti. L’emergenza è un Parlamento esautorato.
Il tutto – va detto – contro Salvini e grazie a Salvini. Perché è da quando l’ex capitano ha tentato undici mesi fa di far saltare il banco e ottenere le elezioni anticipate fidandosi dell’imbelle Zingaretti e finendo contro un muro, che il governo Conte 2 ingrassa sventolando lo spauracchio della vittoria della Lega. Il movimentismo salviniano – “così non si può andare avanti, si torni al voto” – è stato il miglior alibi per il governo più pazzo del mondo e di sempre, ossia per questo esecutivo attaccato con lo sputo che ci guida.
Adesso, l’ultima trovata è prorogare lo stato d’emergenza fino al 31 dicembre, a 20 giorni dalla scadenza di quello vigente (31 luglio) e senza argomentazioni. In attesa del voto delle Camere che il 14 luglio ascolteranno e si esprimeranno sulle comunicazioni del ministro Roberto Speranza sul nuovo Dpcm, destinato a prorogare le norme anti–contagio in scadenza il 14 luglio. Una prima risposta viene dal vibrato e – va detto – incisivo appello/protesta di Elisabetta Casellati, presidente del Senato, contro il “decretismo” che sta contraddistinguendo quest’esecutivo: “Mi auguro che sia l’inizio di una democrazia compiuta”, ha detto riferendosi appunto al voto assembleare sulle prossime comunicazioni di Speranza – perché alla Camera e al Senato siamo ormai gli invisibili della Costituzione”. Ma ci vuol altro.
Questa democrazia simulata, quest’ennesimo governo guidato da un premier mai eletto dal popolo, stava trascinandosi su un piano di precarietà quotidianamente più grave quando la pandemia è intervenuta inducendo comprensibilmente tutti gli italiani a pendere dalle labbra di Palazzo Chigi. Mai tanta visibilità e notorietà è stata data a un premier per lo meno da quando Silvio Berlusconi ha perso quel ruolo.
Quando l’emergenza del Covid-19 ha costretto il governo a prendere le decisioni – quelle sì di emergenza – che conosciamo, dalle mascherina al distanziamento e al resto, la tenuta dell’esecutivo è parsa a tutti rafforzarsi, perché la figura del premier Conte è diventata improvvisamente popolarissima, con quel suo tono pacato e quasi scivolato di ratificare l’ovvio.
Poi però sono sopravvenuti i decreti dettati da quest’emergenza e una parte di quella fiducia è sfumata, per l’enorme gap che gli italiani hanno in qualche caso drammaticamente misurato con la propria pelle, per esempio non ottenendo gli aiuti per la liquidità o la cassa integrazione per i dipendenti. E poi, ancora, la remissione sostanziale della pandemia nel nostro Paese, che ha di riflesso incastrato Conte e il ministro Speranza nel ruolo – peraltro giusto, secondo chi scrive – di uccelli del malaugurio circa i rischi ancora presenti in circolazione e le pessime prospettive di una seconda ondata autunnale.
I prossimi pochi giorni saranno di fuoco. Perché non aspettare il 20 luglio prima di dichiarare la proroga dell’emergenza? Perché prorogarla addirittura di sei mesi anziché fermarsi a tre?
Epperò, se Nicola Zingaretti dichiara: “Il Pd è pronto a sostenere qualsiasi scelta del Governo utile a contenere la pandemia”, sempre dal Pd, con Stefano Ceccanti, i dem ribadiscono “la necessità della presenza del presidente del Consiglio in Parlamento prima dell’eventuale proroga dello stato di emergenza”. Magari, già martedì, da Speranza, “è lecito attendersi alcuni primi chiarimenti”. Anche Italia Viva sollecita un coinvolgimento delle Camere. I Cinquestelle sembrano meno “appassionati” alla vicenda. La proroga è una “questione prettamente tecnica” ha commentato in prima battuta il capo politico Vito Crimi. Il centrodestra ribadisce la contrarietà: i Dpcm danno troppi poteri al governo e confinano il Parlamento in un angolo. “E lo stato di emergenza blocca l’Italia”, rincara la capogruppo dei senatori di Forza Italia, Anna Maria Bernini, mentre Antonio Tajani chiede al governo di confrontarsi con Camera e Senato.
Insomma, come sempre: buoni a nulla e indecisi a tutto, ma anche capaci di tutto.

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Italia, un paese ostaggio della politica di palazzo

Il 2020 non comincia sotto i migliori auspici con una minoranza che controlla tutto e farà ogni cosa pur di non andare al voto

Per capire come sarà il 2020 della politica e dell’Italia basta vedere cosa sta succedendo oggi, 31 dicembre.

C’è un ex ministro del M5S che si dimette e lascia il suo partito: “Il Movimento 5 Stelle mi ha deluso molto”.

C’è uno dei leader dei partiti di Governo, Matteo Renzi, che chiede la fine delle due principali conquiste del governo gialloverde: Quota 100 e Reddito di Cittadinanza.

C’è il “capo politico” del partito di maggioranza relativa al Governo ed in Parlamento che perde pezzi, uno dopo l’altro e non controlla più nulla.

C’è un Premier che smentisce se stesso e, da autentico Re del trasformismo, annuncia che la sua carriera politica continuerà, magari (aggiungiamo noi) con il Pd che gli ha già aperto braccia e porte. E con buona pace dei grillini che lo hanno trasformato da avvocato qualsiasi a Presidente del Consiglio.

A mettere insieme tutto questo (e, ricordiamo, stiamo raccontando solo le ultime 48 ore) verrebbe da dire che il Governo è alla fine per le troppe divisioni interne e che presto si tornerà al voto. Ma siamo in Italia, dove, su tutto, conta il “Palazzo”, con le sue regole.

Una di queste prevede che al voto anticipato si vada solo se conviene alla maggioranza dei presenti. E non è questo il caso. Metà degli attuali parlamentari sa già che in caso di urne perderebbero il loro prezioso seggio quindi si resta saldi al posto, costi quel che costi.

Ci sono poi le ragioni di partito: Renzi e la sua Italia Viva oggi hanno un peso rilevante a Palazzo Chigi e puntano per questo a conquistare diverse poltrone nelle centinaia di nomine in programma nel 2020. In caso di urne invece con il 5% (dei sondaggi) sarebbero confinati ai margini dell’opposizione nell’inutilità più assoluta. Peggio andrebbe per il M5S o quel che ormai ne resta, che da forza di maggioranza relativa rischierebbe di sparire, per sempre. Il Pd invece non subirebbe grossi scossoni ma sa già che il paese è a maggioranza di centrodestra. Quindi vale tutto pur di non vedere Matteo Salvini a Palazzo Chigi.

A questo aggiungiamo che il Quirinale ha fatto sapere che il voto anticipato oggi sarebbe “inopportuno”.

Il quadro è completo. Il paese è prigioniero di giochi di palazzo, legittimi, ma pur sempre di palazzo. Un paese gestito dalla minoranza. Un paese guidato da un Governo che non ha un progetto univoco, un’idea di paese, che non è d’accordo su nulla (autostrade, Ilva, Alitalia, prescrizione, Reddito di Cittadinanza, tasse). L’unico collante è la poltrona e la certezza della sconfitta elettorale.

Difficile che si torni al voto presto. Servirebbe un miracolo in Emilia…

Da https://www.panorama.it/news/politica/italia-un-paese-ostaggio-della-politica-palazzo/

Il regalo di Conte al Pd: niente ricorso per l’Unità I debiti li paghiamo noi

Palazzo Chigi non si oppone alla sentenza Rimborserà 81 milioni al posto degli ex Ds

Il premier Conte fa un nuovo regalo agli alleati del Pd, di fatto costringendo gli italiani a saldare un debito pregresso dei democratici che ammonta a 81,6 milioni di euro.

Il regalo di Conte al Pd: niente ricorso per l’Unità I debiti li paghiamo noi

Palazzo Chigi non si oppone alla sentenza Rimborserà 81 milioni al posto degli ex Ds

Il premier Conte fa un nuovo regalo agli alleati del Pd, di fatto costringendo gli italiani a saldare un debito pregresso dei democratici che ammonta a 81,6 milioni di euro.

La presidenza del Consiglio dei ministri non ha infatti proposto appello contro le tre sentenze del tribunale di Roma che la condannano a pagare alle banche creditrici i debiti di Unità spa, assunti anni fa dal partito dei Democratici di Sinistra che allora aveva nelle sue file moltissimi dei dirigenti e parlamentari che oggi sono nel Pd. Appello invece promosso dagli attuali dirigenti dei Ds i cui rappresentanti (che non sono quelli di allora) a breve protesteranno per la questione di fronte a Palazzo Chigi. In un altro giudizio ancora in corso, l’onorevole Piero Fassino e l’ex senatore Ugo Sposetti, entrambi nel Pd, continuano a sostenere di essere ancora il segretario e il tesoriere dei Ds, scontrandosi di fatto con gli attuali vertici. Una questione che dovrebbe mettere in imbarazzo anche al segretario del Pd Nicola Zingaretti.

I crediti sono quelli vantati da alcune banche nei confronti del partito dei Democratici di Sinistra, per 13.097.893,25 euro (Intesa), 22.123.363,63 euro (UniCredit e Carisbo), 14.086.943,36 euro (BNL) e 23.459.238,43 euro (Efibanca spa). Crediti garantiti dalla presidenza del Consiglio dei ministri e che sarebbero dovuti agli istituti bancari in forza dell’«atto aggiuntivo a contratto di finanziamento», rogato per atto pubblico il 3 agosto 2000.

L’obbligo della presidenza del Consiglio dei ministri si fonda sul preteso diritto delle banche di escutere la «garanzia primaria e solidale» prestata dallo Stato. Le banche nel 2014 chiesero al tribunale di Roma l’emissione dei relativi decreti ingiuntivi a carico della presidenza del Consiglio, oltre interessi di mora nella misura convenzionale, a decorrere dall’11 ottobre 2011 fino al momento del pagamento, nonché le spese e i compensi del procedimento, sostenendo che l’amministrazione fosse obbligata alla restituzione degli importi a titolo di garanzia. Gli istituti di credito hanno chiarito che i «crediti residui» ingiunti sono il rimanente derivante dalla somma «ristrutturata» e «accollata» dai suddetti «partiti», dedotte le somme nel frattempo incassate e derivanti dai ratei di finanziamento pubblico ai partiti spettanti allo stesso partito dei Ds.

L’escussione della garanzia dello Stato è stata quindi determinata dall’inadempimento dei Ds in ordine al puntuale pagamento delle rate dovute alle banche che, visto l’inadempimento del debitore principale, si sono avvalse del «diritto di ritenere insoluti i finanziamenti erogati».

La presidenza del Consiglio ha proposto opposizione sul presupposto che il partito dei Ds non è affatto incapiente in quanto possiede migliaia di immobili, fittiziamente intestati con atti di donazione a decine di fondazioni sparse per l’Italia. Gli immobili dati in garanzia su richiesta, allora, della presidenza del Consiglio, corrispondono in molti casi alle sedi del Pd. Il giudice di Roma ha affermato che il comportamento dei Ds rivela «condotte elusive (e forse fraudolente)» e che «delineano un quadro di particolare responsabilità del debitore principale» ovvero il partito dei Democratici di Sinistra. In particolare, dalla relazione tecnica del tribunale è emerso che l’elenco di immobili consegnato dai Ds alla presidenza del Consiglio, all’atto del trasferimento della garanzia, coincideva esattamente con quello dei beni ceduti dall’Unità alla società Beta immobiliare e non ai Ds.

In conclusione, la garanzia è stata illegittimamente trasferita sulla base di informazioni false fornite alla presidenza del Consiglio dai dirigenti dell’epoca del partito.

Secondo il tribunale di Roma spetta alla presidenza del Consiglio far dichiarare nulli tutti gli atti di donazione in favore delle fondazioni. Conte lo farà o pagherà e basta? Nel frattempo, nel tentativo di poter recuperare il patrimonio del partito e per pagare le banche, le sentenze sono state impugnate dal nuovo tesoriere del partito dei Democratici di sinistra Carlo D’Aprile.

Da http://www.ilgiornale.it/news/politica/regalo-conte-pd-niente-ricorso-lunit-i-debiti-li-paghiamo-1797336.html

Lega verso il 35%, FdI sfiora il 10%: è l’effetto Umbria. Pd e M5s in caduta libera

 

Gli alleati di governo insieme valgono meno del Carroccio

L’effetto Umbria erode gli alleati di governo. “La Lega si conferma il primo partito con il 34,3%, in crescita di 3,5%, seguito dal M5s con il 17,9%, in calo di 2,9%, e dal Pd che arretra di 2,3%, attestandosi al 17,2%. A seguire Fratelli d’Italia (9,8%) che da fine agosto nei sondaggi ha sorpassato Forza Italia, oggi al 6,2% alla pari di Italia viva che fa segnare un aumento dell’1,4%. Da segnalare infine la crescita di Europa Verde che passa dall’1,2% al 2,2% e la flessione delle forze di Sinistra dal 2,8% all’1,7%”. Sono i dati del sondaggio Ipsos che, per il Corriere della Sera, ha analizzato gli orientamenti di voto all’indomani del voto in Umbria. Continua a leggere

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