“Fidati dei professionisti dell’informazione”: ma quali?

Roma, 26 set – “Fidati dei professionisti dell’informazione” è una frase che abbiamo sentito più volte durante il lockdown imposto dall’esecutivo giallofucsia. Tuttavia, proprio da questa frase si ricava la ratio di come in questo momento storico, dal punto di vista dell’attualità politica, ci fa capire come l’informazione mainstream sia strumentalizzata e spesso asservita

Libertà d’informazione?

Se la libertà d’informazione è un diritto riconosciuto dalla nostra Costituzione, allora perché dovremmo affidarci a determinati canali invece che ad altri? Chi sono loro (i “professionisti dell’informazione”, per l’appunto) per decidere quali sono “fake news” e quali no, calcolando tutte le incongruenze emerse fra conflitti d’interesse a livello politico-sanitario e affermazioni provenienti dalla stessa Oms che si sono rivelate del tutto inesatte per quanto perviene il Coronavirus?

Nel 2003 è stata adottata la Dichiarazione dei principi dell’informazione dal World Summit on the Information Society che sostiene la democraticità, l’universalità, le libertà fondamentali anche in materia d’informazione: “Noi riaffermiamo, come fondamento essenziale della società dell’informazione, e come sottolineato nell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che ognuno ha il diritto alla libertà di opinione ed espressione; che questo diritto include la libertà di avere opinioni senza interferenze e di chiedere, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso qualsiasi media e indipendentemente da qualsiasi frontiera. La comunicazione è un processo sociale fondamentale, un bisogno umano primario e il fondamento di tutte le organizzazioni sociali. È centrale nella società dell’informazione. Ognuno dovrebbe avere, ovunque, l’opportunità di partecipare e nessuno dovrebbe essere escluso dai benefici che la società dell’informazione offre”.

Andare contro il mainstream non è “complottismo”

Ancora prima, nel 1999, nacquero i primi gruppi digitali per l’attivismo d’informazione web, considerando il principio di libertà d’espressione anche nel contesto di internet e delle piattaforme in rete. Ma effettivamente coloro che vengono definiti dai media mainstream come “complottisti” poiché osano mettere in dubbio le verità (parziali, invero) esposte da Casalino, Conte e sodali stanno avendo una clamorosa rivincita, in quanto dimostrano la validità dei postulati dei teorici del mediattivismo a partire dagli anni ’70. Proprio in quegli anni era diffusa l’idea che i governi degli Stati nazionali fossero asserviti a cerchie ristrette di tecnocrati, i quali volevano che l’informazione fosse alterata per poter far in modo di manipolare le masse e renderle plagiabili in nome degli ordini filtrati del sistema. I mediattivisti erano spesso accusati di “complottismo” nonostante non vedessero terre piatte o chissà quali altre amenità, ma semplicemente differivano dalle tesi del mainstream di allora.

L’attuale controinformazione rappresenta la modalità più pratica sulla rete della contestazione “no global”, opposta al sistema finanziario ordoliberista. Ricordiamo che i primi giornali di “controinformazione” durante gli anni ’70 furono testate della sinistra radicale e marxista-leninista, mentre su internet fu il controverso garante del M5S Beppe Grillo con il suo blog a denunciare l’informazione mainstream a partire dalla fine del primo decennio del 2000. Ora sono cambiati gli schemi e il ruolo dei “complottisti” anti-mainstream sono i cattivi “fascio-sovranisti” o identificati – spesso e volentieri da gruppi sedicenti indipendenti – come esponenti della destra radicale.

Giulio Romano Carlo

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/fidati-professionisti-informazione-quali-168888/

Manifesto dei Migranti Interni

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Questo appello è rivolto a quanti sono nauseati dalla dominazione politica e governativa, intellettuale e ideologica, sanitaria e giudiziaria del nostro Paese e vogliono marinare il regime, come un tempo si diceva marinare la scuola.

É un manifesto dedicato a quanti sono insofferenti del potere vigente e dei palloni gonfiati che lo occupano e al loro abuso dell’emergenza; disgustati dalla mafia governativa, giudiziaria e ideologica che ci sovrasta e dall’omertà delle massime istituzioni; soffocati dall’asfissiante cappa di conformismo politically correct e dalla demagogia umanitaria, in aperto dissenso con le leggi che stabiliscono reati d’opinione a tutela di alcune categorie privilegiate; ma al tempo stesso l’appello è rivolto a quanti sono insoddisfatti dall’evanescente pochezza delle opposizioni e dalla loro inefficacia. Come sfuggire alla morsa velenosa del regime di sorveglianza in cui stiamo scivolando?

Nell’attesa sfiduciosa di una svolta, di un salutare cambiamento, ecco una exit strategy, una via di fuga da perseguire seduta stante, senza mobilitazione di piazza né movimenti politici: la chiamiamo migrazione interna o interiore, emigrazione mentale e sentimentale. Scelta singola, individuale o di gruppo, anche se può diventare una tendenza diffusa. Migrare stando a casa o nei paraggi o in un luogo del cuore a cui siamo legati. Ovvero, il contrario dei flussi migratori che hanno perso l’aspetto storico dell’emigrazione e somigliano all’esodo biblico delle migrazioni di popoli.

La migrazione interna non è una fuga dalla terra natia ma all’opposto, il rifugio nei luoghi natii per ripararsi dalla dominazione presente. Nessun barcone, nessun viaggio clandestino, nessuna Ong e nessuna richiesta di asilo ma lo sdegnoso rifiuto della dominazione sotto cui viviamo, per ripararsi ai margini della città e dello Stato; in campagna, in fattoria, nel paesino d’origine o d’elezione, nelle località di mare o di montagna. Scottati e incoraggiati dal lungo lockdown dei mesi scorsi, desiderosi di sottrarsi a nuovi arresti domiciliari in città, ventilati dall’emergenza, impossibilitati dalle proibizioni sanitarie a partire per mete lontane o destinazioni esotiche, l’unica soluzione è la migrazione interna, restando a casa o nella seconda casa, o trasferendosi nel casale abbandonato, dove siano più lontani i clamori molesti del giorno. È il modo per sfuggire al dispotismo dell’emergenza come alla globalizzazione onnipervasiva. Continua a leggere

E finsero felici e contenti: dizionario delle ipocrisie del politicamente corretto

Fonte: La Verità

L’ultimo libro di Giuseppe Culicchia, E finsero felici e contenti. Dizionario delle nostre ipocrisie (Feltrinelli), è un saggio talmente lucido e godibile che andrebbe letto nelle scuole, corso di educazione civica, oppure adottato nelle facoltà di Scienze politiche e Scienze della comunicazione. Cinquantacinque anni, torinese, autore di Tutti giù per terra, da cui è stato tratto l’omonimo film con Valerio Mastandrea, da libraio Culicchia è diventato scrittore, saggista, traduttore dall’inglese e dal francese. La sua satira demolisce uno a uno i luoghi comuni dello storytelling da salotto, non necessariamente televisivo.

Cominciamo da lei, Culicchia: genitori?
«Mio padre, nato a Marsala, arrivò ventenne a Torino nel 1946. Essendosi innamorato della fidanzata di un suo amico, volle allontanarsi da quella storia. Mia madre era un’operaia tessile piemontese, figlia di un’operaia tessile. Si conobbero a metà degli anni Cinquanta e si sposarono».

Infanzia dura?
«Ero il figlio del barbiere meridionale. Diciamo che ho sperimentato sulla mia pelle una forma di razzismo senza peli sulla lingua. Ma ho avuto la possibilità di gustare gli agnolotti e il cous cous».

È vero che ha fatto il libraio prima di diventare scrittore?
«Per dieci anni. Ho scritto Tutti giù per terra nel 1994, ma fino al ’97 ho continuato a stare in libreria. Non ero sicuro di riuscire a mantenermi con le parole». Continua a leggere

Zalone è razzista: l’ultima del politicamente corretto

Negli ultimi giorni il linguaggio politicamente corretto è tornato a colpire e a far discutere. Al centro della polemica è finito Checco Zalone con il trailer dal titolo “Immigrato” del suo nuovo film Tolo Tolo, definito offensivo nei confronti di tutti gli immigrati presenti in Italia. Di seguito il “video incriminato” e lo scontro nello studio di Quarta Repubblica tra Daniele Capezzone e lo scrittore Giulio Cavalli.

E poi anche il Corriere dello Sport diretto da Ivan Zazzaroni è finito nella bufera per il titolo “Black Friday” fatto alla viglia della partita Inter-Roma, con le foto dei due calciatori Lukaku e Smalling. Questa volta è Luisella Costamagna a contestare la scelta del titolo contro Daniele Capezzone e Hoara Borselli.

Attenti all’odio, anche a quello antifascista

Chi odia non ha argomenti ed è per questo che l’odio è una brutta bestia difficile da estirpare. Il dominio dei social, poi, ha dato vita al fenomeno degli haters, ovvero odiatori che approfittano della visibilità offerta dal web per amplificare gli effetti delle proprie azioni.

Per contrastarli, al di là di leggi e provvedimenti repressivi, sarebbe importante tornare a sentirsi membri di una stessa comunità, di un popolo, al cui interno le differenze (culturali, di sensibilità, ideologiche) sono sacrosante e anzi rappresentano un valore aggiunto e non certo occasioni per alimentare ulteriore odio o realizzare campagne di denigrazione collettiva contro chi la pensa in modo differente.

Questo vale per tutti, perchè – piaccia o no – l’odio non ha colore politico, non è di destra, di sinistra o di centro, ma una modalità che nasce e si sviluppa quando si rifiuta il confronto con l’altro, mettendo avanti l’assunto che “le mie idee sono giuste punto e basta”. Partendo da questo presupposto, ecco che tutti coloro che la pensano in modo diverso possono potenzialmente diventare dei “nemici” da abbattere e debellare dalla società.

Affermare che vi è in Italia un pericolo fascismo, al di là del merito della questione (che, diciamola tutta, non sta né in cielo né in terra), può però rappresentare, oltre che uno specchietto per le allodole per allontanare l’attenzione dalle vere emergenze, una miccia che, se alimentata, rischia di produrre conseguenze gravi. Negli anni settanta, l’estrema sinistra di allora uscì dal cappello magico il cosiddetto “antifascismo militante“, coniando il lugubre slogan “uccidere un fascista non è reato“. Ecco, avvenne che in molti casi non ci si limitò a strillare queste frasi deliranti in piazza, ma ci fu chi – approfittando di quel clima di odio e del sostanziale consenso culturale di molti intellettuali e giornalisti – passò all’azione, ritenendo di doverlo fare quasi come dovere etico, “per continuare e portare a termine la lotta partigiana“.

Pochissimi sanno che la prima azione delittuosa delle Brigate Rosse fu commessa proprio contro persone inermi, additate come fascisti e quindi da eliminare: avvenne a Padova il 17 giugno del 1974, quando un commando di cinque terroristi rossi, pistole in pugno, fece irruzione nella sede del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, facendo fuoco contro chi in quel momento si trovava nei locali del partito e assassinando due persone innocenti (o meglio, colpevoli di essere considerate ‘fasciste’), Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, vittime dimenticate del terrorismo. Da quel duplice omicidio ne seguirono altri, sempre ai danni di altri giovani di destra. Ovviamente si sparò anche dall’altro lato della barricata contro i “rossi”, innescando la triste stagione degli “opposti estremismi“, con ragazzi che in preda all’odio reciproco persero la vita scagliandosi l’uno contro l’altro o uccidendo esponenti delle forze dell’ordine vittime per aver fatto il proprio dovere, mentre i poteri consolidati non venivano scalfiti e poterono superare indenni quella stagione.

In quell’epoca, prima di sparare e di uccidere, ci fu chi seminò il terreno, facilitando l’affermazione di quell’humus culturale e di quel brodo, nel quale ammazzare il nemico divenne pratica abituale. L’auspicio è che la recente storia italiana insegni qualcosa, ma purtroppo le nuove generazioni non hanno memoria, mentre chi dovrebbe più saggiamente isolare gli odiatori di professione e fermare la novella “strategia della tensione“, non fa nulla e anzi spesso plaude a frasi intrise d’odio.

Preoccupano le continue “mobilitazioni antifasciste” e certe parole d’ordine che suonano un po’ da slogan in stile “anni di piombo”, specialmente perchè c’è chi tende a definire fascista chiunque non esalti il pensiero progressista-dem: non soltanto Salvini, Meloni e tutti coloro che li seguono, ma in genere diventa ‘fascista’ chiunque venga solo additato di non pensarla come i campioni di democrazia a senso unico. Il presupposto è sempre lo stesso: da un lato tutto il bene e dall’altro il male assoluto, gettando in quest’ultimo pentolone chiunque risulti scomodo o non allineato al verbo dominante. Al punto che qualcuno ha ben pensato di definire fascista anche il filosofo marxista Diego Fusaro, per il solo fatto di pensarla in modo autonomo e difforme su tanti temi coccolati dai radical chic di casa nostra.

Dispiacciono e sono da condannare senza tentennamenti gli insulti sul web rivolti alla senatrice Liliana Segre, ma dispiace pure la pericolosa cortina di silenzio calata su buste con proiettili recapitate all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini o sulle scritte, ormai sempre più frequenti, con minacce di morte che campeggiano sui muri di tutta Italia. Nessuna mobilitazione all’orizzonte per condannare anche questo odio e questi episodi.

Occorre fermare il clima di odio che incomincia a respirarsi in Italia, alimentato – spesso in modo inconsapevole – da chi rifiuta a priori di ascoltare le ragioni dell’altro, di confrontarsi, di aprirsi a chi la pensa in modo diverso da sé. Occorre fermarsi, prima che possano innescarsi effetti drammatici come quelli di qualche decennio fa, troppo frettolosamente archiviati e rimossi dalla memoria.

‘Non sparare a salve, spara a Salvini’, scritta shock a Lecce

Da https://www.ilsicilia.it/attenti-allodio-anche-a-quello-antifascista/

In 2 anni la galassia Lgbt perde metà dei consensi

Segnalazione di Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Le forti pressioni esercitate dai poteri forti sui livelli istituzionali e mediatici, affinché a colpi di leggi e di spot, si imponga l’ideologia Lgbt, non bastano più: la gente ed, in particolar modo, i giovani, anzi, sono ormai esasperati dalla virulenta propaganda gender, sempre più coercitiva. Secondo un’indagine condotta negli Stati Uniti da Accelerating Acceptance, ad esempio, se nel 2016 il movimento Lgbt veniva “accettato” dal 62% della popolazione di età compresa tra i 18 ed i 34 anni, nel 2018 tale margine si è ridotto al solo 35%. Perdere poco meno della metà dei propri sostenitori in un paio d’anni significa avere una “popolarità” in caduta libera. Anche l’opinione pubblica femminile, in genere più “recettiva” su questi temi, è passata dal 65% dei consensi nel 2016 al 52% nel 2018. Gli attivisti Lgbt hanno subito strillato all’«aumento di una retorica dell’odio nei confronti della nostra cultura», in realtà la gente non ne può veramente più di sopportare le loro pretese. L’indagine di Accelerating Acceptance ha proposto agli intervistati varie situazioni, chiedendo come avrebbero reagito: ad esempio, rendersi conto che ai propri figli è stata impartita a scuola una lezione di storia Lgbt oppure scoprire che un membro della propria famiglia o l’insegnante dei propri figli sono Lgbt. Chi si è dichiarato «a proprio agio» negli scenari proposti, è stato catalogato tra gli «alleati». E proprio qui il crollo è stato verticale, – 27% in un biennio.

Da notare come nel 2016, data del precedente rilevamento, fosse trascorso soltanto un anno da quel 26 giugno 2015, in cui con un solo voto di scarto (5 contro 4) la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America definì le “nozze” gay un «diritto garantito dalla Costituzione», imponendo ai 50 Paesi dell’Unione di adeguarsi, come voluto con forza dall’allora presidente Obama. All’epoca la lobby Lgbt investì massicciamente denaro e risorse nella propaganda a favore dell’«inclusione transgender», rispolverando i vecchi slogan sulla «parità dei diritti» e scandendone uno nuovo, «Transwomen are Women», rivelatosi, col senno di poi, per nulla efficace. Tali pressioni, tanto insistenti, infatti, hanno ottenuto l’effetto contrario ed hanno cominciato a far aprire gli occhi all’opinione pubblica, sempre più convinta d’esser vittima di un tentativo di manipolazione ideologica. Continua a leggere

Siete visionari

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Ogni civiltà è animata e sorretta da una visione del mondo. I tedeschi la chiamano Weltanschauung, è una concezione della vita in relazione al cosmo e alle cose visibili e invisibili, concrete e spirituali. Proviene dalla religione, attinge dall’arte e dal pensiero, si lega ai caratteri, i costumi e le tradizioni, si riconosce in una storia. Una visione del mondo funge da modello e da idea fondativa, da riferimento comunitario e da orientamento per la vita; è stato il punto di coesione di ogni civiltà. Per la prima volta nella storia la nostra società si connota invece per l’assenza di una visione del mondo, anzi per il suo rovesciamento: la globalizzazione è infatti il mondo come fatto, senza visione. Il suo principio metafisico è la libertà da ogni visione, il suo orizzonte è la tecnica, il suo paradigma è l’economia, la sua sovranità è l’individuo, a prescindere dalla comunità in cui è situato. Tutto è revocabile rispetto alla natura, tutto è inarrestabile rispetto alla tecnica. Questa è la prima società che rifiuta di riconoscersi in una visione del mondo; la prima senza un modello di riferimento. Volta le spalle a Platone, respinge un’idea del mondo che vede destituito d’ogni fondamento; o se preferite, rigetta un pater, cioè un paradigma di riferimento. Il pater, o il canone, puoi anche confutarlo e perfino ribellarti, ma è necessario.

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Se aboliamo il Sacro, non vale la pena vivere

Segnalazione di Redazione BastaBugie

Sto per fondare la brigata ”due più due fa quattro”, dove combatteremo fino alla morte per difendere l’ovvio (VIDEO: due più due fa quattro)

di Silvana De Mari

(LETTURA AUTOMATICA)

Tra i doni chiesti otto mesi fa a Natale a Gesù Bambino: la pace per i cristiani perseguitati, una casa per i terremotati nel gelo, nel gelo più totale, più assoluto, nel gelo di governo che di certo non li ha amati, e per noi il coraggio, un coraggio infinito, perché è quello che adesso ci vuole per non essere travolti.
Molti pastori hanno abbandonato, hanno tradito, si sono venduti, le pecore sono sole davanti ai lupi.
Chiediamo il coraggio a Cristo di diventare i cani da pastore, quelli che difendono il gregge dalle menzogne più totali, la prima delle quali è la perdita del sacro, la perdita dello sguardo di Dio, la riduzione del messaggio di Cristo a un molto selettivo pauperismo.
Perso il senso del sacro si spampana la distinzione tra bene e male, giusto e sbagliato, vero e falso. La perdita del sacro è la perdita della via che Cristo è venuto ad aprire.
Il senso del sacro vuol dire svegliarsi e sapere che Dio sa che ci sei, camminare, scrivere, mettere in ordine la cucina e sapere che sei nello sguardo di Dio. Continua a leggere

Fontana: ‘Abolire la legge Mancino’

‘Legge usata da globalisti per coprire loro razzismo anti- Italia’. Marcucci (PD) : ‘Governo sempre più nero’

“Abroghiamo la legge Mancino, che in questi anni strani si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano”. Lo propone il Ministro per la Famiglia, Lorenzo Fontana, in un post su Facebook.

“I fatti degli ultimi giorni – scrive il ministro Lorenzo Fontana su Facebook – rendono sempre più chiaro come il razzismo sia diventato l’arma ideologica dei globalisti e dei suoi schiavi (alcuni giornalisti e commentatori mainstream, certi partiti) per puntare il dito contro il popolo italiano, accusarlo falsamente di ogni nefandezza, far sentire la maggioranza dei cittadini in colpa per il voto espresso e per l’intollerabile lontananza dalla retorica del pensiero unico. Una sottile e pericolosa arma ideologica studiata per orientare le opinioni. Tutte le prime pagine dei giornali, montando il caso ad arte, hanno puntato il dito contro la preoccupante ondata di razzismo, per scoprire, in una tragica parodia, che non ce n’era neanche l’ombra. Se c’è quindi un razzismo, oggi, è in primis quello utilizzato dal circuito mainstream contro gli italiani. La ragione? Un popolo – aggiunge il ministro leghista – che non la pensa tutto alla stessa maniera e che è consapevole e cosciente della propria identità e della propria storia fa paura ai globalisti, perché non è strumentalizzabile. Abroghiamo la legge Mancino, che in questi anni strani si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano. I burattinai della retorica del pensiero unico – conclude – se ne facciano una ragione: il loro grande inganno è stato svelato”.

“E’ un governo sempre più nero. Il ministro della Famiglia (sic) Fontana ora propone di abolire la legge #Mancino che vieta l’apologia di fascismo. La cosa grave è che non si tratta di un colpo di sole di un ministro un po’ strambo”. Così su twitter il capogruppo del Pd a Palazzo Madama Andrea Marcucci

ANSA | 03-08-2018 12:29

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La sinistra ridotta a pensiero unico delle élites

di Carlo Freccero

La sinistra ridotta a pensiero unico delle élites

L’AUTOCRITICA DI CERTA SINISTRA (N.D.R.)

Fonte: Il Manifesto

La sinistra è oggi in crisi e si chiede come potrebbe parlare ai nuovi populismi per ricondurli nei binari di una democrazia elitaria che assomiglia più ad un’oligarchia che ad una democrazia in senso proprio.

Viceversa, anche quando dice di voler ascoltare il malessere di cui i populismi sono espressione, la sinistra si trincera nei luoghi comuni del politicamente corretto. Mentre, secondo me, basterebbe un’autoanalisi oggettiva per capire le cose da un’altra angolazione. La domanda è cos’è oggi la sinistra e cos’era una volta la sinistra? Perché c’è stato un così radicale cambiamento? So già la risposta. Ci sbagliavamo. E se ci sbagliassimo adesso?

In ogni caso riflettere su cosa sia stata la sinistra alle sue origini, contiene già la risposta al problema del populismo oggi.

Prima il populismo di destra non c’era perché molte delle istanze del populismo di oggi erano a sinistra. E la crescita dei diritti del popolo non era considerata reazionaria, ma progressista.

La grande frattura a sinistra inizia con la cosiddetta terza via e la resa completa dai progressisti nei confronti del neoliberismo. Da allora siamo immersi nel pensiero unico tanto da aver perso la memoria di noi stessi. Continua a leggere

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