La vera natura di noi italiani

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di Matteo Brandi 

Fonte: Sfero

Ci fu un periodo storico in Italia, lungo almeno tre secoli, durante il quale vissero personaggi come Leonardo, Michelangelo, Borromini, Raffaello, Bernini, Donatello, Brunelleschi, Caravaggio…
Ora, non stiamo parlando di semplici “esperti di settore”, ma di geni assoluti. Uomini con capacità straordinarie, dal gusto estetico divino e dall’estro unico. Artisti in grado di coniugare lo studio dell’anatomia umana nella pittura a quello dell’armonia nell’architettura, con l’ambizione di lasciare un segno indelebile.
Sono personalmente fiero di essere stato tra i primi ad aver posto con forza l’accento sul problema dell’autorazzismo, ma ciò che a molti non è ancora chiaro è l’aspetto decisamente pratico della faccenda. I momenti in cui l’Italia ha brillato sono stati quelli in cui il genio italico è stato esaltato, non soffocato. L’ultimo di questi periodi lo abbiamo vissuto nel dopoguerra, con il fiorire dei grandi marchi italiani e del Made in Italy nel mondo.
Perché oggi il nostro paese sta vivendo nella decadenza? Perché gli italiani sono umiliati. Perché una vocina sempre accesa sussurra al loro orecchio le parole d’ordine dell’esterofilia e dell’autocommiserazione. Questo getta secchiate d’acqua su ogni fiammella di rinascita, ed è voluto.
Siamo un popolo che non conosce mezze misure: o si esalta o si deprime. Leggete i grandi commentatori e pensatori della nostra Storia, da Machiavelli ai giorni nostri, e troverete sempre la stessa analisi sugli italiani. Siamo la terra dell’io e non del noi. Ma questa caratteristica può essere un punto di forza, se ben indirizzata. Gli evergeti hanno reso immortali le nostre città al pari dei grandi imprenditori e dei sinceri uomini di Stato, coniugando la ricerca della gloria personale a quella della collettività.
Curiosamente, questo sistema fu collaudato anche dall’Antica Roma. Le varie gentes romane, come le famiglie rinascimentali dei secoli successivi, contribuirono al successo di Roma con la propria sete di immortalità. Gli Scipioni come i Colonna, i Fabi come gli Sforza, i Giulio-Claudi come i Medici. Battaglie vinte e palazzi costruiti, province conquistate ed opere compiute.
Ambizioni personali per la grandezza collettiva e nessun sentimento di inferiorità verso il resto del mondo. Questo, in Italia, funziona. E funziona talmente bene dal cambiare ogni volta la Storia del globo.
Forse, prima di chiederci cosa dovremmo fare per risorgere, noi italiani dovremmo iniziare a domandarci chi siamo e cosa, da sempre, ci contraddistingue davvero.

L’autorazzismo e lo scimmiottamento dello straniero sono erbacce che celano la nostra vera natura.

Il vicolo cieco della Repubblica

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QUINTA COLONNA

Analisi completa e magistrale di una delle menti più lucide della destra italiana.

di Marcello Veneziani

Il popolo italiano diserta le urne a larga maggioranza, il governo è nelle mani di un Grande Timoniere che viene dalle banche e non dal voto; l’opposizione, per due terzi al governo, non riesce più a rappresentare largamente la piazza, il dissenso e gli umori popolari. Sia nelle battaglie sociali, civili che sanitarie.

Abbiamo imboccato il vicolo cieco della Repubblica. Che in questa situazione di sospensione della politica e di larga disaffezione degli italiani, il centro-sinistra vinca le competizioni amministrative raccogliendo un elettore su quattro, è logico, comprensibile, conseguente. Senza essere scopritori di nulla e profeti di niente, lo prevedemmo già svariate settimane fa. Il partito-establishment euro-istituzionale, con i suoi candidati d’apparato, vince facilmente se l’avversario si scompone in tre parti: area di governo, area di opposizione e area extra-politica di protesta. Ma la repubblica, o forse la democrazia, ha imboccato un vicolo cielo.

Partiamo dalla gente. La percezione più diffusa, che comunque riguarda una massa considerevole di elettori, è che si va inutilmente a votare, come si va inutilmente in piazza. Non si ottiene nulla. Non si aspettano nulla dalla politica, e da nessun leader. I “populisti” non riescono a intercettare questo stato d’animo e di cose; in primis i grillini affidati a un azzeccagarbugli trasformista che è l’antitesi del ribellismo alternativo dei grillini d’origine. Poi la Lega, al governo con tutti gli avversari, sotto la guida di Draghi. Infine, di riflesso, Fratelli d’Italia che tengono botta ma sul piano delle opinioni non del voto amministrativo. A loro si aggiunge lo scarso peso dei candidati: non riescono a trovare di meglio, e quando ce l’hanno (Albertini a Milano, Bertolaso a Roma) se lo lasciando sfuggire.

È falso il racconto dominante che la sinistra si sia ripresa l’Italia, come se l’elettorato dopo la sbandata “populista” e “sovranista” sia tornato all’ovile o si sia convertito alla ragione. È vero il contrario: la fetta più dissidente, più ribelle, non si sente più rappresentata dai grillini, dai leghisti e in parte dalla destra. E indebolendo questi, rafforza quelli. La gente entra nel pulviscolo, nella clandestinità molecolare o di gruppo, si sfoga nei social. A volte si ritrova, in ranghi sparsi e conventicole non componibili, in molte battaglie radicali, e sui temi del vaccino/green pass, che riguardano una corposa minoranza. La sconfitta del centro-destra non è la vittoria dei moderati ma la diserzione dal voto dei dissidenti radicali.

In Italia c’è un’area radicale di protesta che si può calcolare del venti-venticinque per cento, ovvero di pari consistenza a quella del centro-sinistra che non si riconosce nei partiti, e che finora in gran parte rifluiva sui 5Stelle e sulla Lega. In minor misura sono ora rifluiti sulla Meloni; in maggior misura si allontanano dalla politica con disgusto e sensazione d’impotenza, si sentono traditi, delusi, qualcuno spera ancora in qualche altro cobas della politica, anzi dell’antipolitica. Insomma, si chiamano fuori.

Serpeggia un sentimento diffuso: la politica non è in grado di fare nulla, di cambiare il corso delle cose, di intervenire sui temi più sensibili, di opporsi ai grandi poteri transnazionali, sanitari, lobbistici, ideologici. È ininfluente, comanda Draghi, comandano le oligarchie tecno-finanziarie, medico-farmaceutiche, ideologico-culturali; non si sgarra, siamo sotto l’Europa, dentro il guscio global.

Sappiamo bene che il voto politico sarebbe un’altra cosa, avrebbe altri esiti; ma non aspettatevi il voto politico come il giudizio di Dio, l’ordalia finale o lo showdown, la resa dei conti e il momento supremo della verità. Primo, perché probabilmente non si andrà a votare nemmeno la prossima primavera, e in caso di fuoruscita della Lega dal governo, probabilmente resterebbe una maggioranza Ursula, estesa a Forza Italia, a sostenere Draghi e a evitare il voto. Secondo, perché questi due anni, in particolare l’ultimo, hanno logorato e sfibrato le appartenenze politiche e le aspettative di cambiamento. Sono rimasti al più i timori, sul piano del fisco, delle pensioni, delle restrizioni, degli sbarchi. Il covid e Draghi si sono mangiati la politica. Terzo, non sottovalutate il fatto che c’è forse una reale maggioranza del paese, trasversale, che alla fine preferisce Draghi o perlomeno preferisce tenersi Draghi anziché correre altre avventure troppo costose.

E se dovesse presentarsi l’occasione del voto, ci sarebbero almeno due ostacoli di partenza per il centro-destra o per i sovranisti, oltre il fuoco di fila della macchina mediatico-giudiziaria-europea: l’incognita su chi potrebbe essere il premier in una loro coalizione. E l’agibilità interna e soprattutto internazionale di un governo del genere; considerando che difficilmente l’Europa garantirà quel che finora ha promesso e in parte garantito circa il Recovery fund. Un conto è avere uno della Casa, Draghi, un altro è avere un “forestiero”. La gente lo ha capito, a naso, e si regola di conseguenza.

Per dirla in breve, l’antipolitica dall’alto (Draghi) e l’antipolitica dal basso (il populismo autarchico, allo stato sfuso), si stanno mangiando la politica (io stesso scrivo di politica assai di malavoglia, e rifiuto interviste e interventi sul tema).

L’ipotesi più ragionevole sarebbe quella di mandare Draghi al Quirinale, come garante del Recovery e della Repubblica agli occhi dell’Europa, e mandare gli italiani alle urne. Ma allo stato attuale non ci pare la cosa più probabile. Si preferisce continuare a percorrere il vicolo cieco, sapendo che a un certo punto finisce la strada.

MV, La Verità (20 ottobre 2021)

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-vicolo-cieco-della-repubblica/ 

Vaccino. Ecco il perché della resistenza dei Sessantenni

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dell’Avv. Gianfranco Amato

Chi ha vissuto la seconda metà del Novecento può riconoscere in quel che sta accadendo gli stessi meccanismi che hanno caratterizzato i regimi del socialismo reale, e le dittature di destra dalla Grecia all’America Latina.

L’onda crescente di odio nei confronti di chi non vuole farsi iniettare il vaccino anticovid, ha preso particolarmente di mira una categoria di refrattari: i sessantenni. Nei confronti di costoro si è scatenata una vera e propria campagna mediatica di aperta ostilità. Sono esposti al pubblico ludibrio come «irresponsabili», «cocciuti», «caparbi», «testoni ostinati che pensano di essere immortali». Molti non comprendono i motivi di questa ostinazione al rifiuto del siero magico. L’età non consente di imputarla a demenza senile, per cui si chiedono stupiti da dove nasca questa loro capricciosa testardaggine.
Siccome anch’io mi trovo ormai in questa categoria anagrafica, provo a spiegarlo a chi fatica a comprenderlo.

I sessantenni hanno vissuto con piena maturità gli ultimi scampoli del Novecento, il secolo delle torsioni totalitarie, dei regimi dittatoriali, della scienza al servizio del Potere, del furore ideologico, del sonno della ragione.

I sessantenni di oggi hanno vissuto l’esperienza storica del cosiddetto “socialismo reale”. Hanno conosciuto la grigia cappa oppressiva della Germania di Enrich Honecker, e i nomi degli uomini e delle donne che sono morti nel tentativo di saltare il Muro di Berlino, quello che divideva l’Occidente libero dalla Repubblica Democratica Tedesca. Hanno conosciuto la spietata repressione della dittatura comunista sovietica, e i metodi della propaganda abilmente utilizzati dal Potere attraverso il giornale di regime, la mitica Pravda, e l’occhiuta censura da parte del KGB. Hanno letto Solženicyn e il suo Arcipelago Gulag. Hanno visto come la medicina e la scienza possono mettersi al servizio del Potere, tradendo qualunque giuramento deontologico, attraverso la psichiatria a fini politici. Hanno visto come grazie all’aberrante teoria della “schizofrenia a decorso lento” (patologia creata apposta per i dissidenti) elaborata dal noto psichiatra prof. Andrej Snežnevskij, siano stati dichiarati “malati mentali” da TSO personaggi del calibro di Solženicyn, Sacharov, Medvedev. Esattamente come oggi potrebbe capitare in Italia ad intellettuali come Marcello Veneziani, Giorgio Agamben, Massimo Cacciari.

Hanno visto come il Potere può sopprimere la dissidenza e schiacciare uomini come il Premio Nobel Andrej Sacharov. Hanno anche visto come uomini e donne possano rischiare la vita per difendere la libertà. Hanno letto Il Potere dei senza potere del ceco Vakláv Havel. Hanno conosciuto l’esperienza del Samizdat, delle “polis parallele” di Vakláv Benda, di “Charta 77”, e di cosa significhi combattere il Potere nella clandestinità.

Hanno vissuto l’epopea della Solidarność di Lech Wałęsa e della rivolta cristiana contro il regime comunista in Polonia. Hanno visto in troppi Paesi del mondo cosa significhi sospendere le garanzie costituzionali, lo Stato di diritto, le libertà fondamentali e ricorrere allo stato d’emergenza. Hanno visto imporre la legge marziale nella Grecia dei colonnelli, e hanno visto il film Z – L’orgia del Potere di Costa-Gavras. Hanno conosciuto l’esperienza dei regimi totalitari sudamericani, e soprattutto i danni del peronismo argentino, quel pericoloso cocktail ideologico fatto di populismo, pauperismo e dittatura, ancora oggi in circolo purtroppo.

I sessantenni di oggi hanno visto come il furore ideologico può trasformarsi in odio e violenza tra opposte fazioni. Hanno vissuto i terribili “anni di piombo”, la tragica contrapposizione tra terrorismo rosso e terrorismo nero, e le trame oscure dei cosiddetti “servizi segreti deviati”.
Hanno anche visto come il Potere abbia approfittato, secondo l’antica logica del divide et impera, di questa contrapposizione, fino al punto di emanare una “legislazione d’emergenza” del tutto antidemocratica: le famigerate leggi antiterrorismo. Molte in vigore ancora oggi, nonostante l’emergenza terroristica sia ormai finita da diversi decenni.

Insomma, i sessantenni di oggi hanno vissuto quella Storia che chi è nato dopo gli anni Ottanta ha solo letto sui libri. Proprio per questa esperienza esistenziale, hanno maturato una sorta di difesa immunitaria culturale rispetto ad ogni tentativo di torsione totalitaria da parte del Potere. Hanno gli anticorpi. Il grande filosofo ispano-americano Jorge Santayana diceva che «chi dimentica il passato è destinato a ripeterlo». Ecco, i sessantenni oggi in Italia hanno ancora una buona memoria.

 

Il paese è maturo per ricevere ordini e accodarsi con entusiasmo

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di Andrea Zock

Fonte: Andrea Zhok

Sono certo che avete tutti notato l’assiduità con cui il presidente Draghi compare in televisione a spiegare, ad esplicitare al popolo le ragioni del proprio operato.
(Praticamente per quel che ne sappiamo potrebbe essere deceduto da due mesi, tanto mandano sempre in onda filmati di repertorio con Supermario in tre varianti: pensosa, indaffarata e professionale.)
Il punto è che l’uomo è intelligente.
Ha capito perfettamente che tutta la sceneggiata usuale dei politici che fanno la comparsata in TV, fingendo di interessarsi dei cittadini e delle loro opinioni, è una mera perdita di tempo.
Il paese è maturo per ricevere ordini e accodarsi con entusiasmo. Basta avere il coraggio di farlo.
Lo stile è quello che l’uomo conosce bene, tipico degli ambienti che contano, mica di quella buffonata della “politica democratica”.
Ci si incontra in quella manciata di persone che pesano, si stabilisce cosa fare, cosa dare e cosa ricevere, e poi si manda in TV qualcuno che ama il suono della propria voce ad anticipare gli ordini al pueblo.
Così tagli fuori tutta quella roba inutile, ottimizzi i tempi morti e non ti disperdi fingendo di ascoltare i lamenti della plebe.
Passi in ufficio, parlotti con i capibastone, decreti, e poi torni a casa a dar da mangiare agli alani.
Tanto c’è il coro dei santificatori in servizio permanente effettivo che fa il suo ben retribuito dovere, e tanto basta.
—–
E ora abbiamo il piacere di offrire al nostro pubblico un documentario sulla violazione dei diritti umani in Tibet e sull’autoritarismo in Ungheria.

Dell’ignoranza

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QUINTAQ COLONNA

di Andrea Zhok

Fonte: Andrea Zhok

Ieri ho assistito in diretta ad un grande classico dei nostri tempi: la costruzione mediatica in diretta del nemico come ‘subumano’.
A fronte delle svariate proteste contro il Green Pass che si sono svolte in Italia, al telegiornale (La7, Sky, Tg3) i protestatari sono stati tratteggiati come “Assembramento di No Vax, No Mask e vari gruppi negazionisti, accomunati da un sordo rancore verso la scienza”. Un’appropriata selezione delle scene più imbarazzanti e delle interviste più sconclusionate ha perfezionato la confezione mediatica del ‘villain’.
Non mi interessa qui entrare di nuovo nel merito delle ragioni e dei torti sullo specifico provvedimento, di cui il minimo che si dovrebbe ammettere in buona coscienza è che è controverso.
Molto più interessante è la forma della costruzione del ‘nemico interno’ nelle vesti dell’IGNORANTE.
La costruzione di un nemico interno espleta da sempre preziose funzioni per il controllo sociale. Ma qui ad essere decisivo è il tipo di stigma: chi protesta lo fa perché IRRIMEDIABILMENTE IGNORANTE.
Da un lato ci sarebbe la “voce della scienza”, voce che, negli ultimi 2 anni sul tema Covid è cambiata con il ritmo dei cambi di biancheria, e in modalità difformi tra diversi paesi, ma che tuttavia esige di essere di volta in volta accettata senza discussioni perché “democrazia è fidarsi di chi sa” (e tutto il resto è populismo).
Dall’altro lato troviamo invece la calca bruta dei dubitanti, di quelli che non accettano che “la scienza non è democratica”. E dunque, ça va sans dire, non può essere democratica neanche una democrazia che usa una manciata di asserti scientifici da prima serata, senza dibattito scientifico, per giustificare decisioni eminentemente politiche.
Il ruolo della stigmatizzazione del cittadino di seconda classe come “ignorante” è cruciale perché va al cuore del funzionamento delle democrazie.
Qualcuno potrebbe chiedersi se si sia fatto qualcosa per colmare tale “ignoranza”; o se non si sia invece preferito coltivarla accuratamente, smantellando l’informazione e la formazione pubblica per decenni, per poi farsene scudo alla bisogna.
Ma credo che più interessante di questa discussione sia una discussione differente, ovvero l’identificazione dell’ignoranza come male sociale.
Ora, la prima cosa su cui dovremmo riflettere è che in un senso abbastanza rilevante tutti noi siamo drammaticamente ignoranti. Ignoriamo di solito come riparare un’auto, come tradurre un testo, come saldare una lamiera, come rendicontare una paga, e poi ignoriamo di norma come si vive nel paesello accanto, chi ha quali problemi, chi si guadagna da vivere come, e ancora, ignoriamo chi finanzi quali fonti di informazione e perché, ignoriamo se le iniziative prese per l’ambiente siano una sceneggiata o meno, ecc. ecc. Noi tutti, anche chi vive di studio, sguazza necessariamente nell’ignoranza. Lo scienziato che si occupa di sistemi immunitari può non sapere nulla del funzionamento della medicina di base, l’esperto ministeriale può non avere alcuna idea degli impatti sociali ed economici delle sue affermazioni, ecc.
Tuttavia, di per sé questa ignoranza diffusa non è necessariamente destinata ad essere socialmente dannosa, nella misura in cui:
1) esiste una diffusa consapevolezza della propria fallibilità, e
2) esistono meccanismi politici di mediazione tra i vari limiti umani e conoscitivi da cui siamo afflitti (la democrazia ha in ciò le sue caratteristiche idealmente migliori).
Ecco, quello che succede nell’Italia odierna è la costruzione sistematica dell’opposto di queste due istanze.
Si costruisce sistematicamente l’inconsapevolezza della propria fallibilità, che è quanto a dire che si costruisce un sottofondo di arroganza saccente orgogliosa di sé.
E si mettono in campo meccanismi politici che mirano non a mediare, spiegare, educare, convincere, ma a stigmatizzare, disprezzare, denunciare, esacerbare.
A ben vedere esistono due forme di ignoranza socialmente nociva.
La prima è quella che qualunque intellettuale impara a odiare molto presto. È l’ignoranza tronfia tipica dell’anti-intellettualismo militante, di chi ti spiega che l’università della vita basta e avanza, e che irride come astruseria tutto ciò che travalica l’intorno delle proprie esperienze quotidiane. Questo tipo di atteggiamento non è semplicemente ignorante, ma se ne fa vanto. La ragione per cui questo atteggiamento è precocemente odiato dagli intellettuali è facilmente comprensibile: è un ostacolo attivo, anche personale, a tutti i propri sforzi. Questa forma di ignoranza è nota, e abbastanza diffusa, anche se non bisogna credere che sia una disposizione popolare generale, perché non lo è affatto.
La seconda forma di ignoranza è invece di solito completamente dissimulata, pur essendo almeno altrettanto nociva.
Si tratta dell’ignoranza effettuale di quelli che hanno appreso i rudimenti formali di un sapere superiore senza superarne mai la superficie.
Molti, moltissimi tra coloro i quali detengono titoli di studio terziario hanno appreso solo i gesti mentali, le forme espressive, le parole d’ordine per farsi passare come ‘competenti’. Questi maneggiano gli strumenti culturali con la stessa sapienza con cui Stanlio e Ollio maneggiavano la scala da imbianchino e il secchio della vernice nelle comiche.
Hanno imparato faticosamente le parole giuste, gli atteggiamenti che li mettono al riparo da domande che potrebbero mostrare la materia molle sotto la loro impanatura di conoscenza. Gesticolano a fette grosse robe come il libertarismo alla Foucault, il cosmopolitismo alla Kant, la non-violenza alla Gandhi, et similia e si sentono per ciò stesso parte di un’élite, che può guardare dall’alto in basso la plebe.
Questa tipologia di ignoranti trova spesso ospitalità in luoghi deputati alla formazione e informazione, dove si adattano perfettamente, non avendo mai neppure lontanamente capito il potenziale emancipativo di ciò che hanno studiato, e si accomodano dove possono ricevere disposizioni, ordini e veline, che li facciano sentire dalla parte dell’élite dei giusti.
Questi ignoranti rappresentano il perfetto contraltare dell’arroganza anti-intellettuale.
Essi si sentono riconfermati nella propria superiorità dall’esistenza dell’anti-intellettualismo plebeo; e al tempo stesso con la loro esistenza riconfermano nella loro visione i primi, che riconoscono la vuota retorica e la supponenza dogmatica di gente che si barrica dietro ad un titolo con valore legale; e ne traggono conferma dell’inutilità degli studi.
Questa dinamica di rinforzo reciproco delle due forme di ignoranza dovrebbe essere composta, limitata e moderata dalla politica, che dovrebbe idealmente essere rappresentata da soggetti che, proprio perché non appartenenti a nessuna delle due classi di ignoranti, non ha alcun disprezzo per l’ignoranza in sé, ma solo per l’arroganza che vi si può abbinare.
Invece ciò che accade di fatto è che la politica odierna è pervasa di ignoranti, specificamente del secondo tipo, che, convinti come sono di essere parte dell’élite dei giusti, si sentono sempre più a disagio con la democrazia reale, e la riducono a vuoto rituale.
Essi brandeggiano lo stigma dell’“Ignoranza degli sgrammaticati” perché ciò li riconferma nella propria presunzione e gli evita lo sforzo, cui non sono attrezzati, di capire le ragioni altrui, anche quando sgrammaticate.

La prima vittima del liberalismo è l’essere umano

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di Karine Bechet Golovko

Fonte: controinformazione

Mentre viviamo in una follia totalitaria globale sullo sfondo di un acuto sanitarismo, ci sono ancora menti annebbiate per continuare a combattere contro il fantasma del comunismo e invocare come mantra tutti i “suoi” crimini. Com’è più comodo lottare contro ciò che non è più, riscriverlo a piacimento, nascondersi da ciò che è! E se spazziamo davanti alla nostra porta? E se parlassimo dei crimini del liberalismo?
Se osassimo guardare in faccia questo mostro che ha partorito, che sta crescendo davanti ai nostri occhi attoniti? Perché questa dittatura globale e disumana è l’essenza del liberalismo.

Mentre in Francia, paese dei diritti umani e di Cartesio, troviamo sempre più politici che chiedono la generalizzazione della tessera sanitaria, cioè la generalizzazione della segregazione sociale; mentre in Russia, paese che è stato distrutto non molto tempo fa in nome del liberalismo e del sacrosanto diritto di andare da McDonald’s, si vaccina a pieno regime, bloccando l’accesso agli ospedali ai non vaccinati e volendo estendere la sorveglianza totale del QR Codice; mentre il nostro mondo è diventato un grande spazio di sperimentazione su popolazioni messe in stato di torpore, una prigione digitale, dove vengono monitorati gli spostamenti di miliardi di individui, nessuno, dico nessuno, vuole interrogarsi sul legame di causa ed effetto tra l’ideologia liberale consegnata a se stessa come preminente e questa distopia globale in cui viviamo.

Com’è comoda questa cecità morale e intellettuale! Continuiamo improvvisamente a fare grandi dichiarazioni che non costano nulla per gridare i “milioni di vittime” del comunismo, se una fonte è necessaria, resta Wikipedia, la nuova biblioteca-palinsesto del mondo globale. Che questo regime fosse restrittivo, che fosse disumano… che oggi siamo felici, quindi. Parliamo d’altro, soprattutto per non parlare di noi stessi.

Siamo felici di non fare domande. Che dire di tutti questi paesi destabilizzati in nome della democrazia – per l’uso delle risorse naturali? Che dire dell’offshoring, dove è possibile lavorare senza vincoli sociali? Che dire di tutte queste guerre, rivoluzioni, colpi di stato contro leader che non sono sufficientemente compiacenti? Quante società distrutte, famiglie distrutte, vite distrutte a causa di questi stupri democratici? Quanti “milioni”?

Se fermiamo la fantasmagorica statistica dei “milioni”, la morte ingiusta di un solo uomo essendo una tragedia perché ogni scomparsa porta con sé una parte di umanità, diventa urgente interrogarsi sulle matrici di queste due visioni del mondo, comunismo e liberalismo. Sto parlando della loro realizzazione, perché in teoria tutte le ideologie sono meravigliose, altrimenti la gente non ci crederebbe.

L’errore più grande del comunismo è stato scommettere sulla capacità dell’uomo di evolversi, di sforzarsi, di migliorarsi – generalizzazione dell’insegnamento, salto scientifico, buon industriale… Ma tutto ciò richiede sforzi e di fronte si presenta Cannes e la Croisette , le sfilate, il piccolo caffè con terrazza a Parigi, il jazz a New York. E dimentica che sta anche facendo festa, che ha amici, vacanze, un lavoro. Non vede cosa si nasconde dietro il velo – queste persone che, come lui, lavorano, che non hanno tutti i soldi per andare all’estero anche se ne hanno il diritto, tutti questi prodotti nei negozi che si differenziano principalmente per etichette a colori, tutto un mondo reale che non viene proposto.

Dal canto suo, le società liberali, tinte di sociale fin da quando è esistito il comunismo, hanno scommesso sulla debolezza dell’uomo, sulla sua naturale tendenza all’agio, sul suo egocentrismo, sul suo materialismo. E hanno vinto. Il liberalismo fu poi ridotto al materialismo, la libertà al possesso. L’uomo ha perso la sua complessità e la sua ricchezza per diventare nient’altro che un individuo, ciascuno credendosi non solo il centro del suo mondo, ma il centro del mondo che può afferrare solo attraverso il suo ombelico – un mondo a misura.

Con la caduta del comunismo, gli equilibri di potere furono sconvolti e l’orgia fu totale. Vediamo il risultato. Gli esseri viventi sono stati ridotti alle loro funzioni più basse: consumare, produrre, riprodursi, distruggersi. Il declino dell’istruzione ha permesso di ottenere l’accettazione per un mondo così primario. Insensati e aggrappati ai loro schermi, gli esseri viventi non sono altro che ammassi di cellule, più o meno produttive, con qualche scatto più disordinato.
La vita ridotta alla sua concezione biologica permette l’affermazione di una dittatura utilizzando l’argomento della salute.

Parteciparvi è un atto di patriottismo, rifiutarlo sarà presto considerato terrorismo. Come ha detto Biden , siate patrioti, vaccinatevi!

“ Fallo ora per te e per i tuoi cari, per il tuo quartiere, per il tuo paese. Può sembrare banale, ma è una cosa patriottica da fare ”.

E gli esseri umani sono pronti a farsi vaccinare per qualsiasi motivo diverso dalla salute – soprattutto per essere lasciati soli, ma anche per andare in vacanza, per andare al ristorante, per andare a teatro, per prendere i mezzi pubblici, per poter continuare a lavorare . Insomma, per far parte di questo nuovo mondo, che non vuole lasciare spazio all’uomo.

Perché il vaccino permette il QR Code o il social pass e il QR Code o il social pass è una fonte di informazioni, le cui chiavi sono negli Stati Uniti come per qualsiasi database e sembra che nel nostro mondo l’informazione sia potere . Quindi, comprendiamo meglio il patriottismo. Negli USA. Lo capiamo meno in Francia o in Russia, ma essendo il progetto globale…

Anche se questo emerge da una fantasmagoria ben descritta durante l’ultima Davos, i leader sono sempre stati inclini a queste derive di un governo totale e liberati dalla costrizione del popolo. Solo gli uomini possono fermarli. Ma dove sono gli uomini? Questo è ciò che mi preoccupa molto di più delle attuali delusioni.

Fonte: Russie Politics Blogspot

Traduzione: Luciano Lago

Un popolo senza Dio non si governa, bisogna mitragliarlo!

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Segnalazione di Sursum Corda

Sul sito è disponibile il numero 234 del giorno 20 giugno 2021. Il settimanale si può scaricare gratuitamente nella sezione download dedicata ai soli Associati e Sostenitori. Per destinare il 5×1000 a Sursum Corda cliccare qui.

– Comunicato numero 234. Un popolo senza Dio non si governa, bisogna mitragliarlo;
– Ai Santi Martiri Basilide, Cirino, Nabore e Nazario (12.6);
– Atto di riparazione al Sacro Cuore di Gesù;
– Consacrazione al Sacro Cuore di Gesù (di Santa Margherita Maria Alacoque);
– Il Sacro Cuore di Gesù (di dom Prosper Guéranger);
– Mese di giugno. Litanie del Sacro Cuore di Gesù;
– Novena a Sant’Antonio di Padova (dal 4.6 al 12.6);
– Novena alla Santa Vergine Consolata (dal 11.6 al 19.6);
– Orazione ai Santi Martiri Vito, Modesto e Crescenzia (15.6);
– Orazione per la Spagna a San Giovanni Facondo (12.6);
– Preghiera a San Barnaba, Apostolo (11.6);
– Preghiera a San Basilio Magno: Colonna mistica della Chiesa (1.1 e 14.6);
– Preghiera a San Montano soldato, Martire (17.6);
– Preghiera a San Silverio, Papa e Martire (20.6);
– Preghiera a San Vito, Martire (15.6);
– Preghiera a Sant’Antonio Maria Gianelli, Vescovo (7.6);
– Preghiera a Sant’Antonio martello degli eretici (13.6);
– Preghiera a Sant’Efrem per la conversione degli scismatici “Ortodossi” (18.6);
– Preghiera a Sant’Efrem, Confessore e Dottore (18.6);
– Preghiera a Santa Giuliana Falconieri, Vergine (19.6);
– Preghiera ai Santi fratelli Martiri Gervasio e Protasio (19.6);
– Preghiera ai Santi Martiri Primo e Feliciano (9.6);
– Preghiera ai Santi Martiri Quirico e Giulitta (16.6);
– Preghiera alla Madonna della Consolata (20.6);
– Preghiere di dom Guéranger a San Basilio Magno (14.6).

Realismo cattolico e rivoluzionari da tastiera, in tempi di Covid

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L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

Scrive Simone Torresani su “Il Giornale del Ribelle” del 6/12/2020 che “è appena uscito il 54.mo rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese. È un rapporto tanto cupo, angosciante e tremendo che in certi punti si fa persino fatica a leggerlo: vien voglia di vendere tutto e una volta riaperte le frontiere rifarsi una vita alle “Isole Fortunate” (così chiamavano gli antichi le Canarie) o tra i colori variopinti del Messico. Verrebbe voglia, ma non lo si fa: accettare e rispettare e dare un senso al proprio luogo e condizione è forse “Il” senso della vita (e non “un senso della vita”) e chiunque abbia perizia di comando non deve abbandonare la nave in tempesta. (dalla bellezza del creato, al Creatore – insegnerebbe S. Ignazio).

Qualche cifra del disastro: frustrazione, mancanza di visione del futuro, inasprimento dei rapporti sociali e ostilità verso il prossimo abbondano nelle cifre.

Si pensi solo che per un concetto illusorio, aleatorio e astratto come la “sicurezza” gli italiani sono pronti per il 39% a limitare il diritto di sciopero, tanto faticosamente conquistato dalle generazioni precedente dopo lotte aspre. E non solo lo sciopero: anche le libertà di opinione e di associazione. Oltre il 77% sono favorevoli a più restrizioni (a parole), salvo poi lamentarsi in privato e a calpestarle: segno di schizofrenia e non indice di salute. Per 3 su 10 chi non ha rispettato le regole non deve essere curato. Il 43,5% -una cifra sorprendente- chiede la pena di morte nell’ordinamento giuridico. E ancora: solo il 13% pensa sia buona cosa tentare un lavoro autonomo imprenditoriale; il 54% e il 29% rispettivamente della piccola -media e grande impresa teme per il proprio lavoro, il 77% di autonomi e partite iva ha guadagnato molto meno rispetto al 2019; solo il 20% scarso pensa che “andrà tutto bene”, per l’ 80% andrà tutto male con varie gradazioni di pessimismo e il futuro fa paura. Non parliamo delle cifre sulla didattica a distanza, un flop assoluto che ha aumentato solo il divario tra gli studenti e non ha fatto imparare un bel nulla.

Poco da commentare: ne esce un quadro desolante d’un Paese vecchio ancor più nell’anima che nel fisico, perché l’ostinazione attaccata alla salute, alla vita e il rinunciare alle libertà nella speranza aleatoria e fallace di non ammalarsi è sintomo di un corpo sociale vecchio e ammuffito. La gioventù è anzitutto ribellione, sfida, temerarietà: l’evoluzione verso un atteggiamento maturo e consapevole deve passare attraverso queste esperienze di vita. Con queste risposte e il loro atteggiamento i giovani italiani sono i nonni di se stessi. Ci stupisce come nessuno degli intervistati, nessuna quota del campione statistico abbia incitato a una cosa rivoluzionaria se non ribelle: fare più figli per colmare i vuoti falcidiati dal coronavirus e colmare l’unico gap che ha davvero importanza, il passaggio di testimoni fra le generazioni, la continuità, in una parola il trionfo della Vita sulla Morte. Abbiamo perso noi, ha vinto il virus. Sars Cov 2 ci ha disumanizzati, resi sudditi, invecchiati e imbolsiti: ha vinto il virus, ha perso la società, ha perso la comunità. In tal quadro desolante spicca solo una luce e come disse Confucio ” è meglio una singola candela nel buio che camminare nelle tenebre”: il 25% della popolazione, incluse badate bene le fasce giovanili, iniziano a provare “stanchezza” per la comunicazione digitale. È da segnarlo e cerchiarlo in rosso: il digitale sta stancando 1 su 4 nei rapporti interpersonali. Continua a leggere

Media contro popolo

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Media contro popolo

Fonte: Marcello Veneziani

Cara Lilli Gruber, ma come possono fidarsi gli italiani di lei se scrive suSette un commento con un titolo così: “Tutti i populisti mentono. Sono pericolosi e opportunisti”? E il titolo risponde fedelmente allo svolgimento. Sa che sta offendendo i tre quarti dei suoi spettatori?

Come il 60% degli italiani mi sento in questo momento, con tutte le riserve critiche che non nascondo, più dalla parte dei populisti che dei loro nemici. E non mi sento solo offeso dalla sua definizione, quanto ferito da italiano, da giornalista e da libero pensatore. Non userei mai un’affermazione del genere nemmeno per i peggiori nemici; distinguerei, non mi sentirei in possesso della verità. Non scommetto sulla riuscita di questo governo, lo dico ogni giorno. E mi sorprende che ad attaccare in quel modo sia proprio lei che è stata generosa coi grillini e i loro sponsor, al punto che spesso – anche l’altro giorno con l’imbarazzante, sconclusionato, sproloquio di Dibba – ha dato l’impressione di essere Grilli Uber. Non le rinfaccio l’incoerenza, sono fatti suoi, so che a lei i grillini vanno bene se pendono a sinistra, se invece si alleano a Salvini diventano cattivi. C’è gente che divide ancora l’umanità in fascisti e antifascisti, e si perde la realtà, il presente, il mondo, 70 anni di storia, comunismo incluso.

Tramite lei, in realtà, me la prendo coi Media, la Stampa e la Tv che stanno offrendo uno spettacolo disgustoso e desolante: gli italiani da una parte e loro compatti dalla parte dell’establishment. Non mi sarei aspettato il contrario ma almeno una varietà di posizioni e la capacità di distinguere e analizzare; qualcuno equidistante, qualche altro che comprende le ragioni della gente, qualcuno che riconosce pezzi di verità nell’avversario. No, niente, un esercito cinese, monolitico, monotono. Come in guerra. Continua a leggere

Se anche la sinistra se ne accorge: “Il popolo si rivolta contro le élite”

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di Matteo Carnieletto

Se anche la sinistra se ne accorge:  “Il popolo si rivolta contro le élite”

Fonte: Gli occhi della guerra

Si fa presto a dire che il populismo è il male assoluto. Una sorta di fascismo del nuovo millennio da estirpare. Certo, nei movimenti populisti di oggi ci sono punte di estremismo, a volte perfino di razzismo. Ma non si può comprendere come questi movimenti stiano avendo successo in tutto il mondo senza comprenderne le cause. Quelle più profonde e che hanno creato il malcontento nel popolo che poi va alle urne e decide chi premiare (o castigare).
In un’intervista a Il Manifesto, il noto attivista Noam Chomsky ha detto la sua, non risparmiando nessuno, soprattutto la sinistra americana: “Negli Usa molti lavoratori hanno votato per Obama, credendo nel suo messaggio di speranza e cambiamento, e quando sono stati rapidamente disillusi, hanno cercato qualcosa’altro. Questo è terreno fertile per demagoghi come Trump, che fine di essere la voce dei lavoratori mentre li indebolisce di volta in volta attraverso politiche antisindacali della sua amministrazione, che rappresenta l’ala più selvaggia del Partito Repubblicano”. Qui Chomsky ha ragione sulla prima parte, ma torto sulla seconda, dato che con Trump si è registrato il tasso più basso di disoccupati dal 2000.  Continua a leggere

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