Transfobia, il nuovo psicoreato

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di Giuliano Guzzo

Non serve che si arrivi all’approvazione del ddl Zan, il cui destino parlamentare dopo la giornata di ieri – con voci critiche arrivate da Italia Viva – appare incerto, per sapere come funzioni la condanna della discriminazione transfobica: ce lo dice già l’esperienza internazionale, con decine di casi di denunce, censure accademiche, minacce di licenziamento, premi ritirati. Le cose che colpiscono sono soprattutto due: la prima è che l’accusa di transfobia precede una eventuale condanna giudiziaria ma basta – e avanza – a rovinare la reputazione, la seconda è che a farne le spese è, spesso, la libertà di pensiero di figure laiche. Anzi, laicissime.

Si prenda Richard Dawkins, celebre ateo autore di saggi stampo evoluzionistico. A lui l’Associazione Atei Americani h revocato il premio «Ateo dell’Anno» – assegnatogli nel 1996 – perché su Twitter ha scritto che, biologicamente, la donna trans non è tale, e che impiega il pronome femminile per mera «cortesia». Rischia di andar peggio a Donna M. Hughes, nome storico del femminismo Usa, la cui cattedra alla University of Rhode Island è in bilico dopo che, sul sito femminista 4W, lo scorso 28 febbraio, ha criticato «la fantasia transessuale, ossia la convinzione che una persona possa cambiare il proprio sesso, da maschio a femmina o da femmina a maschio».

Nonostante sia un mito del femminismo, l’ateneo, pur non licenziandola, ha scaricato la Hughes con una nota secca: «L’Università non supporta dichiarazioni e pubblicazioni della professoressa Donna Hughes che sposano prospettive anti-transgender». Non si può definire un bigotto neppure lo psicologo gay James Caspian. Eppure Caspian è arrivato a ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dopo che la Bath Spa University – con la scusa che ciò sarebbe andato «a scapito della reputazione dell’Istituzione» – gli ha impedito di portare a termine uno studio sui casi di transgender pentiti, decisi a tornare al sesso originario. Una denuncia non l’ha fatta ma subita, invece, una politica norvegese rea di aver detto l’ovvio.

Sì, perché la parlamentare Jenny Klinge ha semplicemente affermato che «solo le donne possono partorire», e per questo è stata segnalata alle autorità. Alla base della denuncia, ha spiegato la femminista Marina Terragni, una nuova legge che, riconoscendo l’identità di genere, fa sì che si possa essere nate donne ma percepirsi maschi; ne consegue come l’affermazione della Klinge ricada nella casistica del misgendering, configurandosi come crimine d’odio. Un crimine che si supponga abbia commesso anche l’americano Jack Phillips, che non è un picchiatore neonazista ma un semplice pasticciere del Colorado che impasta i suoi dolci con l’etica.

Per questo, dopo che nel 2012, s’era rifiutato di preparare una torta per un matrimonio gay – quello di Charlie Craig e David Mullins – è stato denunciato. Il suo caso è finito alla Corte Suprema che, nel 2018, gli ha dato ragione. Solo che Phillips, non ha ancora terminato la sua odissea, dato che è stato nuovamente denunciato. Stavolta tutto è iniziato, o meglio ricominciato, dopo che nel giugno 2017 un avvocato, Autumn Scardina, aveva ordinato una torta con interni rosa e esterni blu per celebrare il suo compleanno e il settimo anniversario della sua transizione da maschio a femmina. Phillips si è rifiutato di preparare il dolce trans ed è partita la nuova causa. La sua libertà di lavorare conformemente a dei valori, evidentemente, dà fastidio.

La sorte peggiore, però, è probabilmente quella toccata a Rob Hoogland, padre «transfobico» che in Canada è finito addirittura dietro le sbarre per aver «offeso» la figlia adolescente appellandola col pronome «lei», incurante del fatto che l’interessata si consideri, appunto, transgender. Riepilogando, una volta che in un Paese la «transfobia» diventa un canone morale oltre che giuridico, non si salva nessuno. Che si sia semplici pasticcieri e padri di famiglia, oppure femministe, scrittori atei e perfino studiosi gay, non fa differenza: se sostieni la differenza tra maschi e femmine, sei finito. Sarebbe bello sapere da Luciana Littizzero, Fedez e vip vari pro ddl Zan che ne pensano, di questa spaventosa lista di vittime del bavaglio transofilo.

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2021/04/22/transfobia-il-nuovo-psicoreato/

Psicoreato, ci siamo. Ecco il programma per individuare gli “estremisti”. In base a “sensazioni”

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di Aldo Maria Valli

Signore e signori, lo psicoreato, previsto da George Orwell nel suo romanzo distopico 1984, sta diventando realtà.

Orwell immagina che il thoughtcrime (crimethink nella neolingua) sia il reato che consente di applicare lo strumento repressivo per eccellenza nel sistema totalitario descritto nel libro. In 1984 commette infatti psicoreato chiunque osi anche solo pensare qualcosa che non sia in linea con le teorie del Grande Fratello. A tal scopo il Partito ha istituito un apposito reparto di controllo e repressione, la Psicopolizia. In genere lo psicoreato è segnalato alla Psicopolizia dagli onnipresenti teleschermi, ma si può anche essere scoperti direttamente da un agente della Psicopolizia in incognito oppure essere traditi da colleghi, amici e perfino parenti. I responsabili, una volta individuati e arrestati, vengono condotti nel ministero dell’Amore, dove, dopo apposito trattamento (torture, umiliazioni) il cervello viene ripulito, in modo che al posto di strane idee contenga solo amore incondizionato: ovviamente per il Partito e per il Grande Fratello.

Ebbene, oggi, nella realtà, la polizia britannica ha lanciato un programma, già operativo, per denunciare persone (anche conoscenti, amici e parenti) colpevoli di “visioni estremiste”, così che possano essere opportunamente rieducate.

Il programma si chiama Prevent e viene presentato così: “Può essere difficile sapere che fare se sei preoccupato che qualcuno vicino a te stia esprimendo opinioni estremiste o odio estremo, qualcosa che potrebbe portare queste persone a danneggiare loro stesse e gli altri”. Pertanto, ecco che “la polizia protegge le persone vulnerabili dallo sfruttamento da parte degli estremisti”. Lo fa, appunto, mediante Prevent, programma del ministero degli Interni, dove si possono leggere esortazioni di questo tipo: “Agisci presto e comunicaci le tue preoccupazioni in confidenza. Non sprecherai il nostro tempo e non rovinerai vite, ma potresti salvarle”.

Non troppo diversamente dalla Psicopolizia orwelliana, Prevent “aiuta” le persone che coltivano idee strane. Per dimostrarlo, il sito propone alcune storie che descrivono interventi di correzione di cittadini “affetti” da visioni vagamente definite di “estrema destra” e da altre caratterizzate da estremismo islamico. Curiosamente, non è descritto nemmeno un caso di persone “affette” da idee di estrema sinistra.

La prima storia descritta parla di uno studente di nome John che “ha iniziato a condividere post di estrema destra sui social media e a partecipare a manifestazioni”. Proprio “dopo aver invitato un insegnante a una manifestazione estremista, John è stato indirizzato al programma Prevent dal suo college”. Continua a leggere

Fake News e verità indotte

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di Enrica Perucchietti

Fake News e verità indotte

Fonte: Italicum

Intervista a Enrica Perucchietti, autrice del libro “Fake News”, Arianna Editrice 2018, a cura di Luigi Tedeschi 

  1. Secondo il pensiero di Walter Lippmann, la nostra percezione della realtà è condizionata da immagini, concetti, valori morali non acquisiti direttamente, ma trasmessici da altri. Pertanto, la narrazione dei fatti è necessariamente soggettiva, una rappresentazione della realtà formatasi attraverso stereotipi, assunti quali canoni interpretativi della realtà stessa. Nella fluidità della odierna comunicazione telematica quindi nuovi stereotipi si sostituiscono a vecchie forme di manipolazione della realtà. Occorre allora concludere che se la percezione della realtà è sempre mediata dal succedersi ininterrotto di stereotipi culturali nel tempo, ogni verità scaturisce da parametri selettivi di interpretazione della realtà stessa. In tal caso le post – verità virtuali della tecnologia mediatica, non finiscono per essere equiparate alle concezioni metafisiche del sapere filosofico e/o alle verità trascendenti proprie delle fedi religiose?

Il rischio esiste. Eppure la verità è una, con le sue infinite sfumature, al di là degli stereotipi o degli archetipi culturali che ognuno di noi ha ereditato o in cui è stato indottrinato. Concordo con il filosofo Alain De Benoist secondo cui l’intento della post-verità sarebbe quello di screditare la verità presentandola come un “grande racconto” al quale non si può più credere proprio perché ognuno si è costruito la propria verità soggettiva. Sarebbe il trionfo relativismo: tutto diventa “relativo”, virtuale e pertanto caotico. A questo punto di spaesamento collettivo ecco che il Potere garantisce l’esistenza della propria verità tramite l’azione di vigilanza dei media mainstream e delle leggi introdotte per garantire l’ordine. Si vuole cioè che ognuno di noi diffidi sempre più delle notizie che può trovare sul web anche qualora siano documentate e vere e più in generale dell’informazione alternativa per fare esclusivo riferimento alle notizie “certificate”: ci si deve affidare solo a quello che il Partito dice e ha deciso per tutti. Gli altri saranno complottisti, webeti e avvelenatori di pozzi. Continua a leggere