Gli Usa: “C’è Kiev dietro l’attentato alla figlia di Dugin”

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Scoop clamoroso del New York Times sull’assassinio dello scorso agosto

di Matteo Milanesi

Dopo l’annessione delle quattro regioni ucraine, con referendum già ratificato dai deputati russi della Duma, arriva un nuovo decreto da parte di Vladimir Putin: la centrale nucleare di Zaporizhzhya è nella lista degli asset federali di Mosca. La città fa parte dell’omonimo oblast – uno dei quattro oblast del referendum di pochi giorni fa – ma ora il Cremlino ne ha ufficializzato la formale nazionalizzazione.

Nel frattempo, sul campo di battaglia, prosegue imperterrita l’offensiva ucraina. Parte delle forze russe avrebbe lasciato la città di Snigur Ivka, snodo ferroviario cruciale circa gli esiti del conflitto locale, nella regione di Mykolaiv, a cui si affianca l’inizio della “liberazione della regione di Lugansk”, così come riferito dal governo di Kiev.

Anche lo scenario internazionale continua a destare numerose preoccupazioni. Il portavoce alla presidenza di Putin, Peskov, ha affermato che gli Stati Uniti sono diventati “parte diretta del conflitto”, specificando la responsabilità della Casa Bianca nell’aver “creato una situazione molto pericolosa nel conflitto”.

Ed è proprio da Oltreoceano che arrivano clamorose notizie. Secondo l’intelligence americana, infatti, dietro all’omicidio di Daria Dugina, la figlia del filosofo nazionalista Aleksandr Dugin, da molti considerato l’ideologo di Putin, avvenuta poche settimane fa, ci sarebbe proprio l’esecutivo di Zelensky. “Parti del governo” di Kiev, stando a quanto riportato dal New York Times, avrebbero autorizzato l’attentato alla trentenne, che il 23 agosto è stata fatta saltare in aria nella sua macchina. Il quotidiano della Grande Mela ha però ribadito la totale estraneità di Washington all’assassinio, condannato anche dal Papa: “Gli Usa non hanno preso parte all’attacco, né fornendo informazioni, né altre forme di assistenza”, ma l’azione sarebbe un’operazione autonoma dei servizi segreti ucraini.

Il Nyt, inoltre, ha specificato come il reale obiettivo fosse il padre di Daria, Aleksandr. Intanto, il consigliere della presidenza ucraina ha ribadito la totale estraneità ai fatti del Paese, affermando: “In tempi di guerra, ogni omicidio deve avere un senso, tattico o strategico. Dugin non era un obiettivo tattico e strategico per l’Ucraina”.

Il giornale americano ha citato fonti dei servizi statunitensi; nei mesi scorsi, in effetti, si sono verificate alcune operazioni di Kiev, che sono state compiute all’oscuro degli alleati americani. A fine aprile, per esempio, Joe Biden contestò al governo Zelensky di non inviare i reali numeri del bollettino di guerra, sottostimando quelli ucraini e facendo il contrario con i feriti ed i decessi delle truppe russe.

Allo stesso tempo, rimane difficile pensare che membri dei servizi ucraini possano essere riusciti a raggiungere Mosca, in tempi di piena guerra, e programmare indisturbati un attentato nel fulcro della Federazione Russa. Sin da subito, il Cremlino ha incolpato il “regime nazista ucraino”; ma se la versione del New York Times fosse confermata, una della poche ipotesi plausibili potrebbe essere quella del tradimento da parte di una talpa russa, subordinata agli ordini del nemico di Kiev.

Il mistero continua a infittirsi. Ma non può essere escluso che la notizia venga poi utilizzata dai russi, come monito per azioni ben più “radioattive” di quelle attuate finora.

Matteo Milanesi, 6 ottobre 2022

Schiaffo dai Sauditi: perché Biden non può che rimproverare se stesso

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Riyad allineata a Mosca? Lettura semplicistica e autoconsolatoria, ecco gli errori Usa: produzione nazionale bloccata da agenda green; sauditi maltrattati; Europa abbandonata

di Federico Punzi

Alla fine è arrivato il sonoro schiaffone dell’Arabia Saudita all’amministrazione Biden. Ieri, a Vienna, l’Opec+, il cartello che riunisce i principali Paesi produttori di petrolio più la Russia, ha deciso un taglio della produzione di ben 2 milioni di barili al giorno. E questo nonostante da mesi Washington chieda a Riyad di aumentare la produzione per raffreddare i prezzi.

Il presidente Joe Biden si era speso in prima persona recandosi in visita nel Regno, nel luglio scorso, e ricevendo critiche in patria per un saluto pugno a pugno ritenuto troppo complice con il principe ereditario Mohammad bin Salman.

Atto ostile: ma di chi?

Qualche ora prima della decisione la Casa Bianca aveva fatto circolare, via Cnnparole durissime sulla prospettiva di un taglio della produzione: “disastro totale”“atto ostile”.

La reazione alla decisione non si è fatta attendere. “Il presidente è deluso dalla miope decisione” e “si consulterà con il Congresso sugli strumenti per ridurre il controllo dell’Opec+ sui prezzi dell’energia”.

Un proposito che suona beffardo, perché Washington avrebbe un modo molto semplice per “ridurre il controllo” dell’Opec: aumentare la sua produzione nazionale, che invece, fin dal primo giorno in cui si è insediata, l’amministrazione Biden ha sistematicamente sabotato.

Ora Biden torna a supplicare l’industria petrolifera Usa, la stessa che in campagna elettorale aveva promesso che avrebbe fatto chiudere (letteralmente: “I guarantee you, we’re going to end fossil fuel”), di abbassare i prezzi dei carburanti.

E apre ad un nuovo rilascio di riserve strategiche per calmierare i prezzi. Di fatto, le sta prosciugando nel tentativo di evitare una sonora sconfitta alle elezioni di midterm, che si terranno tra circa un mese.

Un funzionario dell’amministrazione ha rivelato che la Casa Bianca ha segretamente offerto all’Opec+ di acquistare fino a 200 milioni di barili del suo petrolio a 80 dollari al barile per rimpinguare le riserve strategiche, oggi ai minimi storici, in cambio della rinuncia a tagliare la produzione.

E bisogna ricordare che nel 2020 i Democratici bloccarono la proposta di Trump di riempire le riserve con il petrolio dei produttori Usa, provati dalla pandemia, acquistandolo ad un prezzo di soli 24 dollari al barile.

Il vero atto ostile è quello dell’amministrazione Biden contro l’industria oil & gas Usa, ostacolata con ogni mezzo, fermando progetti infrastrutturali e bloccando nuove concessioni, come abbiamo già raccontato su Atlantico Quotidiano. Oggi la produzione in America, stima Robert Bryce (The Power Hungry podcast), è inferiore del 7 per cento al periodo pre-Covid.

Biden ha pensato di cavarsela ottenendo dall’Opec+ un aumento della produzione, evitando così di dover aumentare la produzione nazionale, e quindi di scontentare i gretini del suo partito. Quello che ha ottenuto, invece, è aver reso l’America più vulnerabile alle decisioni dell’Opec+, aver aiutato Putin e alimentato l’inflazione.

La mossa dell’Opec infatti va anche a contrastare gli sforzi della Fed per raffreddare l’inflazione. Se il rialzo dei tassi diminuisce la domanda di petrolio, abbassandone i prezzi, il taglio della produzione deciso ieri lo compensa almeno in parte, costringendo la Fed ad un ulteriore rialzo, che però spingerà ancor di più l’economia Usa verso la recessione.

Lo ripetiamo: in America, così come in Europa, l’obiettivo della decarbonizzazione, di uscire dalle fonti fossili, è una follia insostenibile. Ma lo è ancor di più in concomitanza con la guerra economica alla Russia.

Riyad si schiera con Mosca?

Fin troppo facile concludere che l’Arabia Saudita ha deciso di schierarsi con la Russia e contro l’Occidente. È proprio così? La realtà è più complessa.

L’Opec+ si mostra “allineata con la Russia“, ha affermato la portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre, e leggerete molte analisi in tal senso. Ma è proprio questo genere di letture a far letteralmente imbufalire Riyad, perché dimostrano come a Washington gli interessi sauditi siano totalmente snobbati.

Per dare la misura dell’irritazione di Riyad su questo tema, proprio ieri, durante la conferenza stampa al termine della riunione dell’Opec+, il ministro dell’energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, si è rifiutato di rispondere ad un giornalista della Reuters, rimproverando all’agenzia di aver pubblicato una falsa storia di collusione tra Arabia Saudita e Russia utilizzando una fonte anonima. Purtroppo ormai certa stampa si è fatta prendere la mano dalle storie di collusione con la Russia…

Alla base della decisione di ieri dell’Opec+ ci sono valutazioni certo economiche e innegabilmente anche di natura politica. Ma non banalmente dettate dalla volontà di “schierarsi” dalla parte di Putin e contro l’Occidente. Questa lettura caricaturale, anzi, rischia di essere un regalo a Mosca.

Una reazione al price cap

Non solo i segnali di recessione globale e l’obiettivo dei Paesi Opec+ di tenere il prezzo del petrolio al di sopra dei 90 dollari (fino a ieri era poco sopra gli 80). Come molti avevano avvertito, questa decisione è una reazione – economica e politica – al price cap sul petrolio russo, esteso anche ai Paesi terzi che volessero rivenderlo.

Se il miglior modo per tagliare gli introiti di Putin è tenere bassi i prezzi di gas e petrolio, la misura ha avuto un effetto contrario, spingendo gli altri Paesi produttori a difendere il prezzo del petrolio, ma soprattutto a sanzionare quello che viene giustamente considerato, dal loro punto di vista, un precedente pericoloso.

Gli interessi sauditi

Questi Paesi, Arabia Saudita in testa, non si sono schierati ideologicamente con Mosca, ma sono stati costretti dalle nostre scelte a difendere il loro interesse nazionale con esiti che li fa apparire vicini alla Russia.

Come ha spiegato Mohammed Alyahyasenior fellow dell’Hudson Institute, questo genere di letture sembra negare a Ryad il suo diritto a considerare i propri interessi e sembra presumere che l’Arabia Saudita sia un attore irrazionale e inaffidabile. Ma questo è un presupposto “falso e pericoloso”.

E ricorda come nell’aprile 2020, in piena pandemia, Riyad abbia combattuto “con le unghie e con i denti” una guerra dei prezzi contro la Russia, vincendola. Non per ragioni politiche, ma per proteggere l’Opec+ e difendere la propria leadership nei mercati energetici, il suo ruolo di gestore e stabilizzatore del mercato.

Nulla è cambiato oggi, si tratta di interessi. L’interesse saudita è anche oggi proteggere l’Opec+ in quanto organizzazione. Ma questo a Washington non sono sembrati in grado di comprenderlo.

Tra l’altro, fa notare lo studioso, il taglio effettivo è di un milione di barili, non due, perché molti Stati membri dell’Opec+ già oggi non riescono a soddisfare le loro attuali quote di produzione, nella misura di un milione di barili.

Con il taglio odierno, sostiene Alyahya, gli Stati del Golfo avranno una maggiore capacità inutilizzata per far fronte alle interruzioni che saranno causate dalle sanzioni Usa-Ue sul petrolio russo. Senza questa ulteriore capacità inutilizzata, non sarebbero in grado di mantenere i mercati in equilibrio.

Un’analisi condivisa da Gregg Carlstrom dell’Economistil mercato petrolifero è un “casino” in questo momento. L’Opec+ ha poca capacità inutilizzata; molti produttori non riescono a rispettare le proprie quote; le sanzioni alla Russia stanno “biforcando” il mercato.

I sauditi hanno “un interesse razionale” a mantenere prezzi alti e stabili, e il settore petrolifero abbastanza redditizio da consentire alle compagnie di investire nella costruzione di nuova capacità – cosa che a quanto pare a noi occidentali non interessa più.

Gli affronti di Biden a Riyad

Detto questo, la decisione dell’Opec+ non può che apparire come un “affronto” dei sauditi a Washington, a soli tre mesi dalla visita del presidente Joe Biden a Jeddah per ricucire i rapporti con Riyad.

Ma secondo Carlstrom si tratta di un problema di aspettative eccessive: i tempi della visita e alcuni messaggi hanno suggerito che Biden si fosse assicurato un aumento della produzione di petrolio. Ma “questo non è mai stato realistico, come ti avrebbe detto chiunque nel Golfo prima della sua visita”.

Da una parte, dunque, la percezione americana e occidentale che i sauditi non stiano rispettando la loro parte dell’accordo quasi secolare con gli Usa e si stiano schierando con la Russia. Dall’altra, però, va detto che i sauditi hanno buone ragioni per ritenere che l’America non stia rispettando i propri impegni sulla “sicurezza”, a cominciare dalle politiche occidentali che conferiscono potere all’Iran a livello regionale.

Gli errori dell’amministrazione Biden con l’Arabia Saudita risalgono infatti ai primi giorni del suo mandato: la diffusione del rapporto dell’Intelligence che accusava il principe ereditario Mohammed Bin Salman di aver personalmente approvato e ordinato l’omicidio di Jamal Khashoggi; lo stop alla vendita di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti; la revoca della designazione dei ribelli Houthi come organizzazione terroristica; la decisione di riprendere i colloqui con Teheran per un nuovo accordo sul programma nucleare. Quattro veri e propri affronti, tutti all’inizio del mandato.

Già in campagna elettorale, inoltre, Biden aveva avvertito che con lui alla Casa Bianca le cose tra Washington e Riyad sarebbero cambiate, spingendosi fino a definire il Regno “un pariah” della comunità internazionale.

Gestione disastrosa della crisi energetica

Ma ancora peggio, per tutto il 2021 e fino all’inizio del 2022, incredibilmente l’amministrazione Biden non ha fatto nulla per riparare i rapporti con Riyad, nonostante avesse acquisito e diffondesse informazioni sempre più credibili e precise circa le intenzioni e i preparativi di Mosca per invadere l’Ucraina, dunque pur essendo consapevole che ci saremmo potuti trovare presto nel bel mezzo di uno shock energetico e di una guerra economica con la Russia.

Se la gestione del conflitto ucraino da parte dell’amministrazione Biden è stata efficiente dal punto di vista militare e di intelligence (sebbene a nostro avviso poteva essere più coraggiosa nello stabilire linee rosse e più rapida nell’invio di armamenti a Kiev), è stata senza alcun dubbio niente meno che disastrosa sul piano energetico.

Dai già menzionati rapporti con l’Arabia Saudita alla crisi del gas che attanaglia l’Europa, completamente abbandonata, che rischia di sgretolare il supporto europeo alla causa ucraina.

Nel momento in cui i Paesi Ue, a cominciare da Italia e Germania, hanno assunto la decisione di liberarsi dalla dipendenza dal gas russo, sarebbe stata opportuna una iniziativa di Washington per una gestione coordinata e solidale della crisi energetica tra gli alleati Nato (di cui fa parte la Norvegia, importante produttore di gas), in modo da tenere il più possibile sotto controllo i prezzi.

L’alternativa all’hub del gas russo-tedesco

Venendo meno l’hub energetico russo-tedesco per ovvie ragioni, l’amministrazione Biden, piuttosto che fare promesse di forniture LNG impossibili da mantenere, avrebbe dovuto impegnarsi da subito per sostituirlo con un hub di gasdotti italiano, su cui far convergere tutto il gas proveniente dal Mediterraneo e dall’Africa.

Un progetto, però, che non avrebbe fatto piacere a Erdogan, che infatti sembra aver giocato d’anticipo. Proprio ieri è arrivata la notizia che Turchia e Libia – o meglio, il governo libico riconosciuto ma attualmente sfiduciato dal Parlamento di Tripoli – hanno firmato accordi di collaborazione nel settore petrolio e gas, scatenando l’ira sia del Parlamento di Tobruk, che di Grecia ed Egitto.

Ebbene, non solo gli Usa non hanno finora rilanciato il progetto Eastmed, ma non hanno nemmeno mosso un dito per la risoluzione della crisi libica.

Una latitanza di Washington – e di Roma – che denota la miopia sia dell’amministrazione Biden che del governo Draghi, che avrebbero potuto almeno avviare lo sviluppo di alternative in grado nel medio-lungo termine di risolvere il problema dell’approvvigionamento di gas all’Europa.

Indignazione a comando

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di Antonio Catalano

Fonte: Antonio Catalano

Il pensiero neoliberale, nella versione progressista, quello oggi dominante, quello per capirci che esporta la sua democrazia nel mondo, con tutto l’apparato ideologico che l’accompagna, domina/forma la cosiddetta opinione; la quale, guarda caso, ritiene di essere libera, libera cioè di produrre un pensiero che nasce liberamente dal proprio cervello. E guai a far notare che non è proprio così: ma come, non vedi che da noi esiste una tale pluralità di punti di vista che ognuno può scegliere quello che più gli aggrada? un po’ come avere il telecomando e scegliere il programma preferito. E comunque, per quanto possano esserci delle imperfezioni, da noi la democrazia ci permette un grado di libertà che altrove neanche si sognano. E se provi a far capire, come diceva un tale, che l’ideologia dominante è quella della classe dominante, e che la nostra libertà è inscritta in un cerchio ben delimitato, e che se provi a uscirne son cavoli amari, se va bene sei messo ai margini se va male puoi fare la fine di Julian Assange, o addirittura quella di Enrico Mattei, o dei morti per stragi, o dei tanti altri che la lista sarebbe chissà di quante pagine…

La cosiddetta opinione pubblica – cosiddetta perché l’opinione pubblica è un’invenzione, essa è direttamente formata da chi detiene i mezzi del convincimento di massa, dalla tv ai social – emerge a comando, e perché sia stuzzicata bene necessita che vi siano dei “diritti umani” violati (dal bambino spiaggiato alla lapidazione di una donna). Il che non vuol dire che si debba rimanere indifferenti al bambino senza vita spiaggiato o alla donna lapidata, ci mancherebbe altro; no, vuol dire semplicemente che l’opinione pubblica è in balia di operazioni di strumentalizzazioni che filtrano di volta in volta il fatto da esecrare in funzione di quanto sia quel fatto capace di suscitare determinate emozioni, con le quali poi giustificare determinati interventi, che niente hanno a che fare né con i sentimenti né tanto meno con la giustizia.
E così il nostro occidente, tanto sensibile alle sorti dell’umanità, che quando decide che in una parte di essa, da qualche parte del mondo, c’è bisogno di democrazia, subito interviene, naturalmente per esportare i “diritti umani”; e se proprio non è possibile farlo direttamente ecco che scatena una campagna di riprovazione tesa a far capire all’ “opinione pubblica” che non si possono tollerare certe nefandezze. È inutile, il mondo occidentale, quello della democrazia liberale, non può sopportare che nel mondo vi siano aperte violazioni dei diritti… a meno che non sia egli stesso a compierle, ma allora si sa, è solo per il bene delle popolazioni sottoposte a simili attenzioni. Come è successo per le due bombe atomiche sganciate sul Giappone ormai a fine guerra, o per il criminale bombardamento di Dresda… o per il Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan, la Jugoslavia, la Libia, la Siria…

E veniamo all’attualità, a quanto sta accadendo in Iran. Un’opinione pubblica che non sa neanche dove si trovi l’Iran e che lingua si parli, esprime la sua indignazione per i diritti delle donne violate. E nessuno che si domandi perché proprio ora si scatena questa campagna contro l’Iran… che vi sia la volontà di destabilizzare un paese che non ha intenzione di sottomettersi alla geopolitica americana, e che per giunta ha buoni rapporti con la Russia del terribile Putin?
I bravi democratici – quelli in salsa progressista poi sono i migliori – in prima fila a denunciare i diritti delle donne violate in Iran, e se qualcuno mette in evidenza la strumentalità di questa campagna, vai col complottismo. Dimenticando – dimenticando? – costoro che nella stessa area vi sono paesi dove le condizioni delle donne sono le medesime se non peggiori, Arabia Saudita tanto per dire… o in quel Qatar, dove tra un mese si terranno i mondiali di calcio.

Russia e Occidente al bivio, tra virtù e decadenza

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QUINTA COLONNA

L’EDITORIALE

di Matteo Castagna per Informazione Cattolica del 3/10/2022

RUSSIA E OCCIDENTE: SI STANNO SCONTRANDO SUL PIANO NATURALE E SOPRANNATURALE DUE MONDI E CONCEZIONI DELLA VITA E DELLA CIVILTÀ PROFONDAMENTE DIVERSI. ENTRAMBE HANNO PERÒ IN COMUNE IL DESIDERIO SMODATO DI POTERE E DI DENARO…

Non vediamo al momento nessuna minaccia imminente sull’uso di armi nucleari da parte di Mosca ma continuiamo a monitorare la situazione in modo molto serio“. Sono le parole di Jake Sullivan, Consigliere per la sicurezza nazionale americana, nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 30 settembre alla Casa Bianca. Intanto, Mosca ha posto il veto alla risoluzione “ostile” al consiglio di sicurezza dell’ONU.

La Cina, il Gabon, il Brasile e l’India si sono astenuti nella votazione per il riconoscimento di Donetsk, Luhansk, Kerson, Zaporizhzhia che, tramite referendum popolare, hanno deciso di tornare Russia ed abbandonare l’Ucraina. Dieci i voti a favore del rifiuto. Allo stesso tempo, USA e NATO frenano sull’ingresso immediato di Kiev nell’Alleanza atlantica, proseguendo con una politica cerchiobottista. Medvedev: “Zelensky vuole entrare rapidamente a far parte della Nato”.

Grande idea. Sta solo chiedendo all’Alleanza di accelerare l’inizio di una terza guerra mondiale”. Infine, il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin festeggia nella Piazza Rossa, assieme ai leader delle quattro regioni annesse, parlando di “giornata storica”. La risposta della Russia al tentativo USA di utilizzare l’Ucraina come base per laboratori biochimici e per piazzare lanciarazzi a 700 km dal Cremlino, avanzando verso est, è stata scongiurata da Mosca, che si riprende i territori, storicamente suoi.

Al di là delle parole di circostanza e degli allarmismi della propaganda, Putin pare aver già vinto la prima battaglia, respingendo il nemico e annettendo i territori occupati dall’Ucraina. Ora, la posta in gioco è tutta economica ed energetica. Laddove non arriverà la politica, arriverà la guerra. Sul piano naturale e soprannaturale si stanno scontrando due mondi, due concezioni della vita e della civiltà profondamente diversi, che hanno, però, in comune il desiderio di potere e di denaro. Se l’Occidente liberale, decadente e secolarizzato, ha ucciso Dio per abbracciare il materialismo più abietto, la Russia autarchica, sacrale e identitaria, ha mantenuto vivi i principi tradizionali dell’Oriente ortodosso, che, sul piano morale, erano identici a quelli della Civitas Christiana europea, erede della grande civiltà greco-romana. L’impressione, però, che la venialità riferita alla ricchezza ed al primato economico aleggi abbastanza concretamente anche nella steppa ex sovietica, si osserva nell’atteggiamento verso le risorse di cui, forse, la Federazione Russa vorrebbe ottenere, in qualunque modo, il monopolio.

Ma una società non sarà mai multipolare se qualcuno pretende esclusive sul mondo. Vale per gli americani, ma anche per Putin. La prudenza del colosso cinese e dei Paesi emergenti (BRICS) può essere letta anche in quest’ottica, perché essi hanno ingenti affari sia con l’Occidente liberale che con l’Eurasia, e probabilmente, intendono avere garanzie chiare e nette nel mantenimento dell’indipendenza economica concorrenziale.

In realtà, l’aderenza intima, libera e affettiva, di tutta una vita alle norme tradizionali, faceva sì che essa acquistasse un significato superiore: attraverso l’obbedienza e la fedeltà, attraverso l’azione conforme ai principi e ai suoi limiti, una forza invisibile le dava forma e la disponeva sulla stessa direzione di quell’asse soprannaturale, che negli altri – nei pochi al vertice – viveva allo stato di verità, di realizzazione, di luce.

Così si formava un organismo stabile ed animato, costantemente orientato verso il sopramondo, santificato in potenza e in atto secondo i suoi gradi gerarchici, in tutti i domini del pensare, del sentire, dell’agire, del lottare. In tale clima viveva il mondo della Tradizione, prima di essere travolta dalla Sovversione liberale e comunista. “Questi popoli [europei] pensavano santamente, agivano santamente, amavano santamente, odiavano santamente, si uccidevano santamente – essi avevano scolpito un tempio unico in una foresta di templi, attraverso cui il torrente delle acque scrosciava, e questo tempio era il letto del fiume, la verità tradizionale, la sillaba nel cuore del mondo“. Così si esprimeva sulla nostra civiltà classico-cristiana Guido De Giorgio (1890-1957) nel saggio Ritorno allo spirito tradizionale, pubblicato sulla rivista La Torre (n. 2/1930).

Il filosofo Julius Evola (1898-1974), a tal proposito, scrisse citando il conte Arthur De Gobineau (1816-1882) che l’Europa feudale mostrava l’assenza di una organizzazione unica, un deciso pluralismo, nessuna economia o legislazione unitaria, condizioni di sempre risorgenti antagonismi – eppure una unità spirituale, la vita di un’unica tradizione costituivano la causa prima della sua longevità. Evola, nel suo Rivolta contro il mondo moderno scriveva, già nel 1934: “specie la tradizione estremo-orientale ha messo ben in rilievo l’idea che la morale e la legge in genere sorgono là dove la “virtù” e la “Via” non sono più conosciute: perduta la Via, resta la virtù; perduta la virtù resta l’etica; perduta l’etica resta il diritto; perduto il diritto resta il costume. Il costume è solo l’esteriorità dell’etica e segna il principio della decadenza“.

Continua, quasi profeticamente, Evola: “sopravviene l’individualismo, il caos, l’anarchia, l’hybris umanistica, la degenerazione, in tutti i domini. La diga è infranta. Resti pur l’apparenza di una grandezza antica – basta un minimo urto per far crollare uno Stato o un Impero. Ciò che può prenderne il posto avrà la sua inversione… il Leviathan onnipotente, un sistema collettivo meccanizzato e totalitario“.

Probabilmente è per questo che l’Unione europea al soldo di Soros e degli Stati Uniti di Biden e delle sue lobby di potere volte al transumanesimo hanno già perso. I popoli liberi possono ancora svegliarsi dal torpore provocato dal benessere, dai tecnocrati e dal pensiero unico, ripartendo dallo Spirito, recuperando la sana dottrina cattolica cattolica di sempre, vivendo con virtù e seguendo l’esempio di quel Cristo che è la Via, ma anche la Verità e la Vita.

 

Gazprom torna a fornire gas russo all’Italia: cosa è successo

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di Alessandro Della Guglia

Roma, 5 ott – Riprenderanno le forniture di gas dalla Russia all’Italia, attraverso l’Austria. E’ quanto fatto sapere da Gazprom, con un comunicato ripreso dall’agenzia Tass. “Gazprom e gli acquirenti italiani sono riusciti a trovare un accordo sul formato di cooperazione tra i cambiamenti normativi in Austria alla fine di settembre. L’operatore austriaco ha comunicato la sua disponibilità a confermare le nomine di trasporto di Gazprom Export, il che rende possibile la ripresa delle forniture di gas russo attraverso il territorio austriaco”, si legge nella nota del colosso russo del gas.

Gazprom torna a fornire gas all’Italia. I fatti

Il motivo dello stop ai flussi del gasdotto Tag (Trans Austria Gas Pipeline) a Tarvisio, da dove passa la gran parte del gas russo diretto nella nostra nazione, era stato spiegato bene dall’ad di Eni, Claudio Descalzidue giorni fa. “Si sarebbe dovuto dare una garanzia fisica in funzione del passaggio di questo gas al trasportatore che porta il gas dall’Austria all’Italia”, aveva detto Descalzi al termine della cerimonia Eni Award, svoltasi al Quirinale. Il problema è che “Gazprom non ha pagato, quindi diventa difficile pensare che una società che vuole pagare in rubli possa mettere delle garanzie in euro per un passaggio”.

Lo stesso Descalzi aveva poi affermato che Eni sarebbe stata disposta a intervenire per risolvere la situazione, valutando se “subentrare o al trasportatore o a Gazprom. Si parla di 20 milioni di garanzie su miliardi di euro che passano quindi adesso vediamo se riusciamo a subentrare e facciamo questo sforzo”. In parole povere Eni si era detta pronta a pagare per sbloccare i flussi di gas diretti in Italia, auspicando così di risolvere la situazione “entro questa settimana”. Descalzi aveva inoltre specificato che il gas in questione “è già in Austria e Germania in questo momento”, dunque “non è nelle mani di Gazprom”.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/economia/gazprom-torna-a-fornire-gas-russo-italia-cosa-e-successo-245690/

La Germania esporta la sua crisi in una Europa in via di dissoluzione atlantica

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

La retorica dell’Europa unita, delle risposte comuni e della solidarietà europea indispensabile per affrontare le emergenze, si infrange dinanzi al piano di 200 miliardi stanziati dalla Germania per far fronte al caro energia e proteggere quindi famiglie ed imprese tedesche dagli effetti dei rincari energetici. I 200 miliardi di finanziamenti erogati dalla Germania contro il caro energia e l’inflazione (che si aggira attualmente intorno al 10%), costituiscono un programma di aiuti pubblici unilaterali. L’importo di 200 miliardi equivale al totale dei fondi del Pnrr concessi all’Italia in 6 anni e supera del 40% i 140 miliardi di entrate previsti per la tassa sugli extra profitti delle imprese energetiche. Tale manovra sarà finanziata dal Fondo di stabilizzazione dell’economia, ma sarà esclusa dal bilancio ordinario, così come gli investimenti di 100 miliardi stanziati dalla Germania per il riarmo. Pertanto, secondo la prassi tedesca ormai consolidata del ricorso agli artifici contabili, tali finanziamenti non costituiranno nuovo debito pubblico.

Chi sanzionerà la Germania?
Non si comprende tuttavia lo scalpore destato in sede europea dall’unilateralismo prevaricatore tedesco, da sempre praticato nella UE, in aperta violazione delle normative europee e a danno degli altri partner. Il ventennale primato tedesco in Europa si è potuto realizzare infatti solo mediante la sistematica violazione delle norme europee. La UE si è di fatto un’area unitaria di espansione economica tedesca.
L’export tedesco ha invaso l’Europa e destrutturato le economie degli altri paesi membri ignorando i limiti imposti ai surplus commerciali dai trattati europei. Le norme sulla concorrenza e sul divieto di aiuti di stato sono state da sempre eluse dalla Germania che, con il ricorso ai finanziamenti pubblici ha realizzato il salvataggio di un sistema bancario già inondato da titoli spazzatura e prossimo al default a seguito della crisi dei subprime del 2008. La Germania, con larghi sforamenti dei parametri di bilancio della UE, nel 2003 ha erogato sussidi a pioggia per sostenere la sua industria. La stessa Germania, con massicce concessioni di “credito facile” ai paesi del sud europeo ha provocato crisi del debito devastanti, salvo poi imporre alla Grecia politiche di austerity e rigore finanziario con annessa macelleria sociale, al fine di rientrare dei crediti insoluti.
La crescita esponenziale dell’export tedesco è inoltre dovuta alla adozione della moneta unica europea. Dato che la quotazione dell’euro sui mercati dei cambi dipende dall’andamento complessivo delle economie dell’intera Eurozona, l’export tedesco ha potuto giovarsi di un tasso di cambio assai favorevole, dal momento che il valore dell’euro è assai inferiore a quello che avrebbe avuto il marco. Al contrario la moneta unica penalizzato l’export dell’Italia, che con l’euro non ha più potuto giovarsi della flessibilità dei cambi.
La UE non ha prodotto crescita e stabilità in Europa, ma ha generato un trasferimento di ricchezza dal sud al nord dell’Europa e pertanto, alla crescita tedesca ha fatto riscontro il declassamento dei paesi più deboli.
Il primato tedesco è dunque frutto di una politica economica fraudolenta messa in atto dalla Germania. Ma chi, ieri come oggi, è in grado di sanzionare la Germania?

Il rapace nazionalismo tedesco e la dissoluzione prossima della UE
Lo stesso paradigma si ripropone nell’emergenza energetica. Il piano di finanziamenti tedesco di 200 miliardi è palesemente una erogazione di fondi pubblici a sostegno dell’economia tedesca in crisi, falcidiata dal caro energia e dall’inflazione. Si deve considerare che tutti i paesi della UE nelle fasi di crisi (sia pandemica che energetica), hanno fatto ricorso a programmi di sostegni pubblici. Emerge però una scandalosa sproporzione circa l’entità dei finanziamenti pubblici effettuati dai singoli paesi dal settembre 2021 al settembre 2022: la Germania ha stanziato 384,2 miliardi, la Gran Bretagna 238,4, la Francia 81,3, l’Italia 73,2, la Spagna 35,5.
Si rileva quindi che si è instaurata una vera e propria competizione tra gli aiuti di stato erogati dai singoli paesi, in cui gli effetti distorsivi della concorrenza hanno favorito le posizioni economiche dominanti della Germania e dei suoi alleati, a danno comunque dei paesi più deboli. L’Italia infatti ha ristretti spazi di manovra di bilancio a causa dell’elevato debito pubblico. L’economia italiana, inserita nella catena di valore dell’industria tedesca, si rivela particolarmente vulnerabile, dato che sarà penalizzata nella sua competitività, a causa dei più elevati costi energetici a carico delle imprese italiane. La Germania ha giustificato tale misura unilaterale di sostegno all’economia sulla base dei grandi spazi di manovra di bilancio, resi possibili dalla sua proverbiale virtuosità finanziaria rigorista. Ma certo è che la sua potenza finanziaria si è potuta realizzare mediante l’espansione dell’export e quindi in virtù di surplus commerciali prodottisi a discapito dell’Italia e di altri paesi.
La UE è dunque succube degli egoismi prevaricatori dei paesi economicamente più forti. La sua disunione è apparsa evidente nel rifiuto della Germania di aderire alla iniziativa dell’Italia, della Francia e di altri paesi per la fissazione di un tetto europeo al prezzo del gas. La Germania infatti, oltre a sostenere la sua economia con un gigantesco piano di aiuti pubblici, può giovarsi dei contratti a termine tuttora in vigore (ma in scadenza a fine anno), con la Russia per forniture di gas a basso prezzo.
L’Olanda ha espresso il suo rifiuto sia al price cup che alla proposta di disallineamento del prezzo del gas da quello dell’energia elettrica. L’Olanda è ovviamente intransigente, dati gli enormi profitti speculativi realizzati con il rialzo delle quotazioni dei titoli energetici alla borsa di Amsterdam. E la crisi energetica, come si sa, non è dovuta alla guerra ma alla speculazione finanziaria sul prezzo del gas.
La Norvegia, che non è membro della UE ma della Nato, ha innalzato il prezzo dell’esportazione di gas fino al 70% e il suo fondo sovrano ha ricavato profitti per circa 80 miliardi. Nella guerra e nella crisi esiste quindi una parte dell’Europa che si arricchisce a spese dell’altra.
E’ stata spesso esaltata la compattezza unitaria dimostrata dall’Europa dinanzi alla crisi pandemica, con la creazione di un debito comune europeo, con il varo cioè del Recovery fund. Ma sulla politica vaccinale della UE incombono ombre assai oscure. Si è rilevata la scarsa trasparenza delle trattative intercorse tra la Von der Leyen e il presidente della Pfizer Albert Bourla in merito all’acquisto dei vaccini, svoltesi attraverso una corrispondenza avvenuta tramite sms il cui contenuto è stato inspiegabilmente cancellato. Bourla non si è poi presentato per testimoniare dinanzi alla commissione sul Covid del parlamento europeo, che sta svolgendo indagini su tali trattative. E’ emerso altresì un palese conflitto di interessi che investe la Von der Leyen, il cui marito è dirigente della Orgenesis, società del settore biotech controllata dai fondi di investimento Vanguard e Black Rock, che a loro volta controllano anche la Pfizer. Il Recovery fund fu inoltre ostacolato dalla opposizione dell’Olanda e dei paesi frugali, che diedero il loro assenso in cambio della concessione nei loro confronti di sgravi fiscali da parte della UE.
Analoga politica non è stata invece replicata in occasione della crisi energetica. A causa della opposizione tedesca non verrà creato alcun fondo europeo a sostegno dei paesi in difficoltà per il caro energia. Dato che non verrà alla luce alcun fondo comune europeo per l’energia, ogni paese europeo dovrà far fronte alla crisi con le proprie risorse. I paesi della UE non sono produttori di materie prime né potenze finanziarie di rango mondiale. L’Europa ha costruito la sua potenza economica sull’industria manifatturiera. Quindi dovrà affrontare la crisi energetica mediante scostamenti di bilancio e manovre in deficit. Ma è evidente lo squilibrio di risorse finanziarie disponibili da parte della Germania rispetto agli altri paesi per implementare politiche fiscali atte a contrastare efficacemente l’impatto di questa crisi.
E’ dunque lecito definire la politica economica di Scholz come una forma di rapace nazionalismo fiscale che condurrà fatalmente alla dissoluzione di fatto della UE.

La Germania esporta la sua crisi
La guerra tra USA e Russia in Ucraina ha comportato un drastico ridimensionamento sia geopolitico e economico della Germania. La potenza economica tedesca ha potuto svilupparsi mediante la crescita del suo export, le forniture di gas russo a basso prezzo e le delocalizzazioni industriali nell’Europa orientale. La guerra e le successive sanzioni imposte alla Russia stanno determinando progressivamente la fine dei legami economici ed energetici tra la Germania e la Russia stessa. La guerra in Ucraina ha provocato parallelamente l’interruzione della via della seta su rotaia che collega la Cina con l’Europa (traversando l’Ucraina), e pertanto, sia l’export tedesco che le catene di approvvigionamento di semiconduttori, di materiali tecnologici e infrastrutturali per l’industria hanno subito un drastico tracollo. Il modello economico tedesco basato sull’export è in via di dissoluzione.
Questa guerra ha quindi indotto la Germania ad effettuare un suo riposizionamento sia economico che geopolitico nell’ambito della Nato. Scholz, in considerazione della scelta di campo atlantica e del ridimensionamento del ruolo economico e geopolitico della Germania, vuole tuttavia riaffermare il primato tedesco in Europa.
Con la crisi energetica la Germania ha imboccato la via della recessione. A causa dell’aumento dei prezzi del gas, l’inflazione si attesterà all’8,4% nel 2022 e all’8,8% nel 2023. Il Pil tedesco è in calo, la crescita si ridurrà nel 2022 all’1,4%, mentre nel 2023 è previsto un calo dello 0,4%. L’indice della fiducia dei consumatori (Esi), registra un calo di 3,5 punti ed ha raggiunto i minimi storici.
Scholz pertanto, dinanzi alla recessione incombente, al dissenso dilagante nell’opinione pubblica e alle scadenze elettorali prossime in alcuni laender tedeschi, ha varato questo piano di aiuti per 200 miliardi di fondi pubblici destinati alle imprese e ai cittadini onde far fronte al caro energia. Data la sperequazione dei costi energetici che si verificherà tra le imprese tedesche e quelle degli altri paesi della UE, la Germania ha messo in atto una manovra shock che si configura come una gigantesca operazione di dumping industriale e finanziario ai danni del resto dell’Europa. L’intento di Scholz è quello di arginare il declassamento economico della Germania scaturito dalla chiusura dei principali mercati dell’export tedesco e al rilevante calo di competitività subito dall’industria tedesca nei confronti del mercato americano. Il rafforzamento dell’export tedesco in Europa, realizzato manovre atte a produrre rilevanti distorsioni della concorrenza, sarà sufficiente a far fronte alla recessione interna e a colmare le perdite subite dall’export verso la Russia e i mercati asiatici? Certamente no. Il dumping tedesco infatti avrà solo l’effetto di esportare nella UE la sua stessa crisi. La recessione europea produrre solo decrementi della domanda che si ripercuoteranno negativamente anche sull’economia tedesca.
L’Italia è particolarmente esposta alla concorrenza sleale della Germania. In una Italia, già depauperata nella sua struttura industriale da decenni dalle manovre aggressive franco – tedesche, potranno verificarsi con la recessione incombente nuove crisi del debito, a cui faranno seguito rinnovate politiche di austerity. In tale contesto, si riproporranno nuove iniziative aggressive della Germania, da sempre ansiosa di appropriarsi del patrimonio immobiliare e del risparmio italiano, che è tra i più elevati d’Europa.

La strategia americana di aggressione all’Europa
L’Europa non sarà certo smembrata dalla politica di ricatto energetico di Putin, ma da un processo di decomposizione interna già in stato avanzato.
Occorre inoltre rilevare il silenzio doloso della Von der Leyen riguardo alle iniziative di nazionalismo predatorio della Germania. Si è solo limitata a retorici appelli all’unità della UE. Quella stessa Von der Leyen che ha sanzionato il sovranismo dell’Ungheria di Orban e si è resa responsabile di gravi ed indebite ingerenze nelle elezioni italiane affermando che “se le cose andranno in direzione difficoltosa, abbiamo gli strumenti per agire”, ora tace nei confronti del nazionalismo predatorio di Scholz.
In realtà, con la fine della Guerra fredda e l’espansione della Nato nell’est europeo, è venuta meno la rilevanza del ruolo strategico della Germania nel contenimento della Russia. Tale ruolo è oggi ricoperto dalla Polonia e dai paesi baltici che confinano direttamente con la Russia.
La guerra tra USA e Russia in Ucraina ha determinato il riposizionamento geopolitico dell’Europa nell’ambito della Nato in funzione russofobica. Ma, in perfetta coerenza con la strategia geopolitica americana, si sta verificando anche la decomposizione interna della UE. L’Europa, priva di una soggettività geopolitica autonoma nel contesto mondiale, ridimensionata nella sua potenza economica e resa dipendente dagli USA nel campo energetico, non potrà che frantumarsi progressivamente, dilaniata dalle conflittualità interne. Il declino dell’euro ne è una prova evidente. L’euro si sta svalutando nei confronti del dollaro a causa della politica antinflazionistica messa in atto dalla FED che comporta rialzi progressivi dei tassi di interesse. E i rialzi dei tassi deliberati dalla BCE avranno effetti devastanti su una economia europea in fase di recessione. Questa rincorsa della BCE ai rialzi dei tassi americani finirà col dissanguare l’Europa.
La strategia imperialista americana di aggressione all’Eurasia implica la destrutturazione dalla UE. La crisi economica incombente si tramuterà presto in crisi politico – istituzionale che coinvolgerà tutti i paesi europei. Esploderà anche una conflittualità sociale alimentata dall’accentuarsi delle diseguaglianze che si rivelerà insanabile. Emergeranno ben presto le responsabilità delle classi politiche riguardo alle suicide scelte atlantiste dell’Europa. Solo dalla dissoluzione interna della UE e dalla implosione del modello neoliberista potrà emergere la nuova Europa dei popoli e delle patrie europee. E’ questa una utopia? Ebbene, solo questa utopia può salvarci.

Guerra aperta

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di Lorenzo Merlo

Ora che i contendenti non sono più occultabili, e così la posta in gioco – egemonia mondiale americana, sopravvivenza della Russia e suo spazio nel mondo – anche le armi finora tenute a freno potrebbero avere occasione di uscire dal cassetto e far risuonare la loro voce in campo aperto.

Finora era stata una guerra chiusa. Nel senso che, agli angoli del quadrato, c’erano i contendenti chiusi entro il dibattito delle reciproche ragioni. Diritto internazionale, stato sovrano e questione interna per l’Ucraina, Accordi di Kiev, armamenti sul confine e nazismo antirussofono per la Russia.

Tra gli sfidanti, sul tappeto del ring, si sono succeduti diversi arbitri che non sono riusciti a ridurre lo scontro fino ad un accordo di pace.

In platea, a guardare l’incontro, il resto del mondo: inizialmente apparentemente estraneo e poi accalcatosi in curve opposte. Chi dava sostegno all’Ucraina e chi no. Chi si univa intorno all’idea della multipolarità e chi sbraitava per non perdere l’egemonia mondiale che – credeva – gli spettasse di diritto divino.

Agli angoli, la squadra americana sosteneva il proprio combattente, nonostante fosse più volte sembrato sul punto di cedere. Dall’altro lato, sapevano delle sostanze proibite che venivano somministrare all’uomo giallo-azzurro.

Il combattimento procedeva, il sangue versato non contava niente. Fuori dallo stadio, il tifo si diffondeva a macchia d’olio sull’irrefrenabile onda delle emozioni. Gli altoparlanti rivolti al mondo potevano dire qualunque cosa tornasse funzionale ai loro interessi, certi che sarebbero stati ascoltati e creduti. Lo scontro, che era praticamente globale, pareva procedere su un riff nel quale danzava la speranza che qualcuno o qualcosa potesse trovare come ridurre il conflitto, accontentare i contendenti e cessare di temere il peggio per loro e soprattutto per noi.

Alla faccia di quella speranza, neri assi sono usciti dalle maniche e ora sono sul tavolo.

Le corde che contenevano il ring hanno ceduto. Il campo che era chiuso ora è aperto. Le regole che valevano – o, per meglio dire, che erano presenti – non contano più nulla. Vale tutto.

I referendum delle repubbliche russofone – Crimea a parte, in quanto già consumato – e il sabotaggio dei gasdotti sono colpi sotto la cintola di uno scontro senza più spazio per alcun arbitro.

La mossa di Putin impone la legalizzazione del referendum per l’indipendenza del Kosovo del 17 febbraio 2008, finora ritenuto inaccettabile dalla Serbia, dalla Russia, dalla Cina e da molti altri paesi, europei e non (1). Permette, in linea teorica e legittima, un eventuale referendum per l’indipendenza di Taiwan e del Kurdistan, turco e non solo. Praticamente nuovi macelli potrebbero prendere la scena sul palco della storia.

Non a caso, Erdogan ha preso le distanze dalla scelta di Putin e Xin Pi: in stile confuciano, si è astenuto dal proferire parole a sostegno del presidente della Federazione russa.

Chi, a questo punto, volesse riconoscere i nuovi confini stabiliti dai referendum plebiscitari, contemporaneamente accenderebbe una miccia che altri popoli potrebbero raccogliere per dar fuoco alle loro polveri di autodeterminazione.

Dal lato opposto, i sabotaggi dei gasdotti non sono altro che un’azione già messa in conto dagli americani – chi storce il naso, spieghi bene cosa volessero dire le esplicite affermazioni del Sottosegretario di stato per gli affari politici Victoria Nuland e del presidente Biden (2) – per sparigliare la partita.

Questa, come la stampaccia di regime ha sempre negato, lasciando ai “miserabili del web” (3), antesignani inclusi (4), il dovere di farlo presente fin da subito, non è tra Ucraina e Russia. Riguarda l’egemonia sul mondo. Riguarda gli americani che, alla faccia delle critiche morali, hanno saputo elaborare e attuare una strategia di provocazioni a vario livello che, al momento, pare ancora valida.

Chi aveva pensato fin da subito che nei loro progetti, oltre all’indebolimento della Russia, c’era anche quello dell’Europa, forza industriale germanica in primis?

Un’Europa rivolta a Est non era mai stata così sconveniente per quella ontologica lotta egemonica a cui, fin dal Destino manifesto (5), gli americani non potevano rinunciare. Meglio prenderla al lazo.

Rompere i tubi a che altro potrebbe servire?

Note

(1)   Su 193 paesi facenti parte dell’ONU, 98 hanno formalmente riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. A questi si aggiungono Taiwan, le Isole Cook e il Niue, non membri dell’ONU. Hanno, invece, esteso e poi ritirato il loro riconoscimento i seguenti paesi: Suriname, Burundi, Papua Nuova Guinea, Lesotho, Comore, Dominica, Grenada, Isole Salomone, Madagascar, Palau, Togo, Repubblica Centrafricana, Ghana, Nauru, Sierra Leone.

Fra i 27 paesi dell’Unione Europea, 22 hanno riconosciuto l’indipendenza. Vi si oppongono ancora Spagna, Cipro, Grecia, Romania e Slovacchia.

(In caso di referendum che non dovessero ottenere l’indipendenza, il sostegno alla consultazione popolare da parte di stati terzi potrebbe sparigliare comunque il castello di carta dell’equilibrio geopolitico).

(2)   Nuland, 27 gennaio 2022: “Vorrei dire francamente: se la Russia invaderà l’Ucraina, in ogni caso, il Nord Stream 2 non funzionerà”. https://piccolenote.ilgiornale.it/mondo/il-sabotaggio-ai-gasdotti-e-la-profezia-della-nuland

https://www.youtube.com/shorts/igAfB8LdZaE

Biden, 7 febbraio 2022: “Se la Russia invade l’Ucraina, stop al gasdotto Nord Stream 2”.

https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/usa-biden-incontra-scholz-se-la-russia-invade-l-ucraina-stop-a-nord-stream-2_45480743-202202k.shtml

https://www.youtube.com/watch?v=b3fUd8hmgy8  https://www.youtube.com/watch?v=-pbMqY8xzfA

(3)   https://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/guerra-di-bombe-e-di-propaganda-otto-e-mezzo-puntata-del-1632022-16-03-2022-429219 min. 5.21.

(4)   Giulietto Chiesa: Telegram, https://t.me/nonsiamoinvisibilicanale, 30/09/2022, h. 12.59.

(5)   Stephanson Anders, Destino manifesto – L’espansionismo americano e l’Impero del Bene, Milano, Feltrinelli, 2004

Il Nemico è Soros!

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sorosLO SPECULATORE ILLUMINATO
Ogni volta che si parla di George Soros si è quasi certi di essere accusati di “paranoie complottiste”; è il modo migliore con cui le anime belle della coscienza democratica, liquidano chiunque provi a spiegare il ruolo dell’élite tecnocratiche nella creazione e nella manipolazione delle crisi internazionali che sconvolgono il mondo.

Di tutti i Maestri del Nuovo Ordine Mondiale che dal Medio Oriente all’Europa, fino all’Asia, si divertono a scatenare rivoluzioni, guerre, crisi economiche e a generare quel caos necessario a dare forma ai loro progetti di dominio, George Soros è il più gettonato anche perché, a differenza di altri, non disdegna di svolgere il suo ruolo in maniera arrogante e vanitosa.

Finanziere di origine ungherese, Soros è lo speculatore “illuminato” che si è arricchito mettendo in ginocchio le economie di mezzo mondo; ne sappiamo qualcosa anche noi italiani che nel 1992 vedemmo bruciate le nostre riserve valutarie a causa di un attacco speculativo da lui orchestrato sulla Lira e sulla Sterlina inglese e che portò noi e la Gran Bretagna fuori dallo Sme.

Soros è il teorico della società globale dove tutti sono uguali tranne quei pochi come lui che essendo più uguali degli altri hanno il diritto di imporre le regole (e l’uguaglianza) a tutti.

IL VIZIETTO DI SOROS
Come ogni mega-miliardario che si rispetti ha anche lui il suo vizietto: non colleziona Ferrari, castelli in Europa, trofei di golf o attrici di Hollywood (o forse si, ma non lo sappiamo), ma di sicuro colleziona Fondazioni, Think tank, Ong con cui destabilizza governi, manipola i media, viola la sovranità degli Stati. Per fare questo si serve ovviamente dei suoi soldi e della Open Society Foundation, l’associazione con la quale smista miliardi di dollari per finanziare partiti di opposizione e movimenti “democratici” in giro per il mondo, o “assoldare” militanti dei diritti umani, intellettuali, giornalisti, tecnocrati e mettere a libro paga leader politici che sono ben felici di accontentare i disegni dell’oligarca amico (ne sa qualcosa Hillary Clinton di cui Soros è uno dei principali finanziatori con 8 milioni di dollari solo nel 2015).

Insomma quella di Soros sembra una vera e propria ragnatela tesa per il mondo che negli anni ha prodotto le rivoluzioni colorate che hanno sconquassato  l’Europa post-sovietica (Serbia, Georgia, Ucraina e Kirghizistan), la Primavera Araba con annessa guerra in Libia e Siria che ci ha regalato l’Isis e la crisi dei migranti (voluta e favorita dallo stesso Soros).

Non solo, ma per rendere questo lavoro il più professionale possibile, Soros ha agevolato anche la nascita di una vera e propria multinazionale per “rivoluzioni a domicilio” (ovviamente non-violente); si chiama CANVAS (Centre for Applied Non-Violent Action and Strategies) ed è la struttura di consulenti rivoluzionari che vengono inviati nei paesi retti da governi non graditi agli Usa e quindi a Soros (o meglio non graditi a Soros e quindi agli Usa) per accendere la miccia delle mobilitazioni democratiche che quasi sempre si trasformano in bagni di sangue e guerre civili. Organizzazione infarcita di dollari provenienti dal governo americano e da diversi Fondazioni tra cui spicca ovviamente quella di Soros, come svelato da Wkileaks.

Shelob2SOROS È SHELOB
Per capire chi è George Soros bisogna leggere Il Signore degli Anelli (o almeno, per i più pigri, vedere il film). L’avete presente? Bene, allora sapete di cosa sto per parlare: George Soros è come Shelob“il malefico essere a forma di ragno” per la quale “ogni essere vivente era il suo cibo e il suo vomito era oscurità”come lei, anche Soros dissemina gigantesche e vischiose ragnatele con le quali imprigiona le sue vittime per poi divorarle. La sua rete di movimenti e associazioni che lui è in grado di mobilitare, forte di un potere economico illimitato, sono le ragnatele di Shelob. Nessuno “può rivaleggiare con Shelob nel tormentare il mondo infelice”.

Ma come può essere sconfitta questa orribile creatura? innanzitutto con la luce: Shelob ama vivere nell’oscurità, la luce l’acceca. La fiala donata da Galadriel che sprigiona la luce della stella di Earendil acceca Shelob e respinge i suoi attacchi.
Fuori di metafora, la luce è la verità; la possibilità di aprire uno squarcio di informazione libera su chi è Soros e cosa realmente fa. Ed è quello che in questi giorni è avvenuto con la pubblicazione dei 2.500 documenti segreti della Open Society ad opera del sito DCLeaks che gettano la luce su come opera la struttura tentacolare di Soros, come manipola e interagisce all’interno delle crisi internazionali, come condiziona le scelte dei governi e dei media.

IL FILANTROPO CHE ODIA PUTIN
Ma tutto questo a Soros/Shelob è perdonato perché lui è anche un filantropo, letteralmente un amico dell’umanità: la sua. E come tutti i filantropi che amano l’umanità (astratta), lui odia gli uomini, soprattutto quelli che non la pensano come lui.

Il suo nemico numero uno è il leader russo Vladimir Putin; contro di lui Soros nutre una vera e propria ossessione: lo vuole distrutto, sconfitto. La colpa di Putin è di non volere sottomettere la Russia ai dettami del Nuovo Ordine Mondiale preconizzato da Soros. E quindi, da oltre 10 anni, Soros prova a fare a casa di Putin quello che gli è riuscito di fare in molti altri paesi; alimentare finte opposizioni democratiche, sobillare piazze, infiltrare Ong finanziate direttamente da lui o da Washington, costruire manipolazioni mediatiche e ingaggiare pressioni internazionali.
Non dimentichiamoci che Soros/Shelob è uno dei finanziatori dell’operazione Panama Papersla più farlocca inchiesta giornalistica della storia dell’informazione occidentale ed è il principale sponsor delle sanzioni a Mosca che, in realtà, stanno mettendo in ginocchio le imprese europee.

Ma spesso succede ai più convinti Illuminati, di rimanere abbagliati della loro stessa luce. Soros si è dimenticato di una basilare lezione di storia: mai andare a rompere le balle ai russi in casa propria; bastava chiedere a Napoleone e a Hitler.
E così, prima Putin ha espulso dalla Russia una serie di Ong occidentali di diretta emanazione di Soros, tra cui la sua Open Society, per attività anti-costituzionali e anti-nazionali.
Poi i russi, primi al mondo nella cyberwar, si sono scatenati. Già un anno fa un gruppo di hacker ucraini filo-Mosca ha reso pubbliche le mail segrete tra Soros e il Presidente ucraino Poroshenko. Noi fummo tra i pochi a parlarne in Italia; è una lettura utile che vi invito a fare (articolo in questo link), perché sono notizie CLAMOROSE che invano troverete nella libera informazione democratica del nostro Paese. Mail che dimostrano chi è il manovratore della crisi in Ucraina, il destabilizzatore di quell’area, il criminale che fomenta una guerra civile che sta causando migliaia di morti e chi sta lavorando per gettare l’Europa in una nuova Guerra Fredda con la Russia che, grazie ai maggiordomi di Washington e di Londra rischia presto di diventare assai calda.

Ora, secondo molti, ci sarebbero settori d’intelligence vicini a Mosca nel “Soros hack” che ha reso pubbliche le migliaia di documenti della Open Society.

IL BURATTINAIO DELL’IMMIGRAZIONE
Dalle prime analisi dei documenti pubblicati emerge come Soros stia cercando di influenzare le politiche d’immigrazione su scala globale manipolando l’opinione pubblica e premendo sui governi occidentali per considerare la “crisi dei rifugiati in Europa una nuova normalità” portatrice di “nuove opportunità”. Più volte abbiamo dimostrato come l’esodo di immigrati (frutto delle guerre e del caos generato dall’Occidente) che sta scardinando il sistema sociale e l’identità dell’Europa, non sia un accidente della storia ma un preciso disegno delle élite mondialiste di costruire un nuovo modello di società funzionale al progetto di dominio economico e finanziario

Ora ne abbiamo ulteriori prove.

LA LUCE DI GALADRIEL?
Dai 2500 documenti trafugati forse c’è materiale che consentirà di scoprire veramente non solo il volto di Soros/Shelob ma anche quello dei suoi innumerevoli fiancheggiatori che risiedono nei media, nei parlamenti, nelle università, nei centri di potere di Europa e Usa.
Il materiale di DCLeaks non è certo la fiala di Galadriel ma almeno uno squarcio di luce su uno dei più oscuri e nefasti sistemi di potere del nostro tempo.

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Il delirio di George Soros … e i veri nemici dell’Europa

george-sorosISIS? NO PUTIN
In un recente editoriale sul Guardian (lo storico quotidiano britannico della sinistra laburista) George Soros, lo speculatore “illuminato”, è tornato a parlare di politica estera; ma, vuoi per l’età ormai avanzata, vuoi per il delirio di onnipotenza tipico di chi è abituato a manipolare impunemente verità e denaro, stavolta sembra aver superato la soglia del ridicolo.

Secondo Soros, la minaccia per l’Europa è Putin, non l’Isis.
E quale sarebbe la ragione di un’affermazione tanto azzardata? Semplice, Putin starebbe orchestrando la distruzione dell’Europa attraverso la crisi dei migranti. Siccome “l’obiettivo di Putin è la disintegrazione dell’Unione Europea –scrive Soros- il modo migliore per realizzarla è quello di inondare l’Europa di profughi siriani”.
I russi, in Siria, ci starebbero per bombardare la popolazione civile così da costringere milioni di disperati a fuggire e invadere il nostro continente.
Quindi l’esodo biblico d’immigrati che sta mettendo a rischio la tenuta sociale ed economica dell’Europa e il suo futuro, sarebbe opera di Putin. I barconi che attraversano il Mediterraneo, i milioni di profughi islamici (di cui più della metà non sono profughi) che premono ai nostri confini, il rischio di trasformarci in Eurabia, tutto questo sarebbe un complotto russo finalizzato a far implodere l’Unione Europea.

INCONGRUENZE
Che l’emergenza profughi sia iniziata molto prima dell’intervento russo in Siria, è una constatazione che non sembra scalfire le certezze di Soros. Così come nelle sue considerazioni, non vi è alcun cenno alle  “guerre umanitarie” che l’Occidente ha condotto in questi anni, destabilizzando l’intera area che va dal nord Africa, al Medio Oriente.
Non rappresenta un elemento di valutazione neppure il fallimento della “Primavera araba” e il disastro libico (altro capolavoro occidentale) che hanno aperto la porta al dilagare dell’integralismo islamico nel Mediterraneo; né il fatto che l’Isis sia un prodotto di laboratorio delle centrali d’intelligence americane e saudite, creato apposta per distruggere la Siria e costruire una entità salafita sul Mediterraneo come ultimo tassello di un effetto domino che avrebbe dovuto portare alla rimozione di tutti i governi dell’area ostili al potere dei regnanti del Golfo.

Ma al di là delle incongruenze storiche, perché la Russia dovrebbe cercare di distruggere l’Europa col rischio di ampliare la minaccia islamica non solo in Asia centrale ma anche ai suoi confini occidentali? Per Soros la risposta è semplice: siccome la Russia sta per finire in default (altra vecchia ossessione del finanziere), “il modo più efficace con cui il regime di Putin può evitare il collasso è causare prima il crollo dell’Unione Europea. Una UE a pezzi non sarà in grado di mantenere le sanzioni inflitte alla Russia dopo la sua incursione in Ucraina”.

Ecco che nello schemino semplice di Soros, tutto viene riportato al suo maggiore interesse: l’Ucraina e il governo fantoccio di Kiev ennesimo prodotto delle rivoluzioni democratiche costruite a tavolino nei think tank d’oltreoceano e nei consigli d’amministrazione delle banche d’affari e dei fondi d’investmento degli amici di Soros che poi lui fa nominare ministri anche se sono cittadini stranieri (le collusioni scandalose tra Soros e il governo ucraino le abbiamo rivelate in questo articolo del Luglio scorso).

Questa mescolanza tra delirio e ossessione, tra interessi e manipolazione della verità attraverso i media di sistema, porta Soros a negare persino l’evidenza: e cioè che l’Isis ha fermato la sua avanzata solo dopo che la Russia è entrata in campo.

UN AVVERTIMENTO ALL’EUROPA
Quello di Soros è in realtà un avvertimento agli europei: “lasciate perdere l’Isis che tanto l’abbiamo creato noi e quindi lo distruggiamo quando non ci servirà più. Voi occupatevi della Russia, e non sognatevi di decidere liberamente quali sono i vostri interessi strategici”.

L’articolo di Soros non va relegato nel capitolo “disturbi senili” perché è lo specchio di cosa passa nella testa dell’élite tecnocratica che domina l’Occidente, la cui folle ideologia mischiata ad un’aggressività senza scrupoli, ci sta spingendo verso la guerra globale.
Questa élite che è finanziaria e tecno-militare, contamina i governi occidentali, controlla la Nato, domina Wall Street e condiziona l’informazione globale; ha bisogno di allargare la propria sfera d’influenza nella ricerca compulsiva di dominio.

PERCHÈ L’EUROPA MUORE
A differenza di ciò che dice Soros, l’Europa sta morendo non per colpa di Putin ma a causa della perdita di sovranità (monetaria, democratica e militare) che sta distruggendo le economie, la coesione sociale e l’identità delle nostre nazioni. Passo dopo passo gli spazi di libertà si stanno chiudendo ed una élite di tecnocrati senza volto, alchimisti della moneta, burocrati e politici scodinzolanti sta prendendo il potere sulle nostre vite e sul nostro destino.
Sono questi i veri nemici dell’Europa.

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Lo “schema Soros” e l’immigrazione indotta

george-soros-640x4801, 2, 3… TANA PER SOROS!
Per carità, sarà solo un caso, una coincidenza di quelle che servono agli scettici per dimostrare che non c’è un senso nelle cose. Fatto sta che ogni volta che la società civile, gli umanitaristi della domenica, le sentinelle democratiche scendono in piazza contro il cattivo di turno (che si chiami Putin, Trump o Marine Le Pen), dietro a loro fa capolino la faccia di Soros o meglio, il suo portafoglio.

Anche nell’ultimo caso, quello del Decreto esecutivo sull’immigrazione voluto da Trump, le proteste inscenate in tutta America sono state organizzate da gruppi mantenuti con i soldi del filantropo miliardario.
Come ha evidenziato Aaron Klein su Breitbart, gli avvocati che hanno messo in piedi le azioni legali contro il Decreto Trump, appartengono a tre associazioni per i diritti degli immigrati: la ACLU (American Civil Liberties Union), il National Immigration Law Center e l’Urban Justice Center. Tutte e tre sono finanziate, per milioni di dollari, dalla Open Society di Soros (la ACLU addirittura ha ricevuto 50 milioni solo nel 2014).
Una delle avvocatesse in prima linea nella battaglia legale, Taryn Higashi, è componente dell’Advisory Board dell’Inziativa per l’Immigrazione Internazionale della Open Society.

Dopo le manifestazioni di protesta all’indomani del voto e la Marcia delle Donne, questa è la terza iniziativa anti-Trump che vede la ragnatela di Shelob/Soros dispiegarsi contro quella parte dell’America colpevole di non aver votato la sua candidata in busta paga, Hillary Clinton.
Come direbbe Poirot: “una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze sono una prova”; e se ci aggiungiamo anche la famosa battaglia contro le “fake-news” che inquinano la purezza dell’informazione mainstream (salvo poi scoprire che a produrre fake news è proprio il mainstream), diciamo che abbiamo la quasi certezza che a Soros non è andata molto giù l’elezione di Trump.

Soros-Obama-ClintonSOROS E L’IMMIGRAZIONE ILLEGALE
Tra tutte le cause “progressiste” che Soros finanzia, quella per agevolare l’immigrazione clandestina è forse la più curiosa (ed anche la più rivelatrice).

Nel 2014 il New York Times rivelò che la decisione di Obama di modificare la legge sull’immigrazione per facilitare il riconoscimento degli irregolari, fu spinta dalla campagna delle associazioni pro-immigrati divenute una “forza nazionale” grazie all’enorme quantità di denaro versato nelle loro casse dalle ricchissime fondazioni di sinistra tra cui, appunto, la Open Society di Soros (oltre alla sempre presente Ford Foundation); “Negli ultimi dieci anni – scrive il NYT – questi donatori hanno investito più di 300 milioni di dollari nelle organizzazioni di immigrati” che lottano “per riconoscere la cittadinanza a quelli entrati illegalmente”.

Ora, Soros, che di mestiere fa lo speculatore finanziario, è uno che con i soldi non produce ricchezza ma povertà. Il suo lavoro è, di fatto, scommettere sulla perdita degli altri; lui vince se il mondo perde.
Soros appartiene a quella aristocrazia del denaro per la quale, crisi economiche guerre, sono linfa vitale per il proprio portafoglio (e per il proprio potere).
E infatti i suoi miliardi li ha fatti (e continua a farli) mettendo in ginocchio le economie di mezzo mondo; ne sappiamo qualcosa anche noi italiani che nel 1992, subimmo l’attacco speculativo orchestrato dal suo fondo “Quantum” che bruciò il corrispettivo di 48 miliardi di dollari delle nostre riserve valutarie, costringendo la Lira ad uscire dallo Sme (insieme alla sterlina inglese).

E se “destabilizzare le economie” è il suo lavoro, destabilizzare i governi è il suo hobby; e così Soros finanzia da anni rivoluzioni colorate (dall’est Europa alle Primavere Arabe) che altro non sono che guerre civili all’interno di Stati sovrani per sostituire governi legittimi con replicanti a lui rispondenti; e adotta (finanziando campagne elettorali) candidati particolarmente inclini a fare le “guerre umanitarie” con cui stravolgere intere aree del mondo.

soros-quoteLO SCHEMA SOROS: POVERI-PROFUGHI-IMMIGRATI
Per semplificare (anche troppo) lo chiameremo “SCHEMA SOROS” anche se in realtà è un preciso disegno dell’élite tecno-finanziaria per costruire il proprio sistema di potere globale.

Lo “Schema Soros” funziona così: l’élite prima produce i poveri, poi trasforma alcuni di loro in profughi attraverso una bella guerra umanitaria o una colorata rivoluzione (in realtà i profughi sono meno della metà degli immigrati) e poi li spinge ad entrare illegalmente in Europa e in Usa grazie alle sue associazioni umanitarie, ricattando i governi occidentali e i leader che essa stessa finanzia affinché approvino legislazioni che di fatto eliminano il reato di immigrazione clandestina. Il tutto, ovviamente, per amore dell’Umanità.
In questo schema un ruolo centrale ce l’ha il sistema dei media e della cultura nel manipolare l’immaginario simbolico e costruire il “pericolo xenofobo e populista” contro chiunque provi ad opporsi a questo processo.

E francamente fa uno strano effetto vedere la sinistra americana di Obama e della Clinton solidarizzare con i profughi dopo aver lanciato sulla loro testa 26.000 bombe solo nel 2016 (quasi 50.000 in due anni) e venduto ai loro governi più armi di qualsiasi amministrazione americana, nel rumorosissimo silenzio di Soros e dei benpensanti che oggi scendono in piazza contro Trump.

A COSA SERVE L’IMMIGRAZIONE INDOTTA?
L’immigrazione in atto non è un processo naturale ma indotto per consolidare un modello incentrato non sulla ricchezza reale (produzione di beni e consumo) a vantaggio di tutti, ma su quella “irreale” del debito e dell’usura, a vantaggio di pochi.
La globalizzazione non è altro che il processo di concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone (quel famoso 1% che detiene il 50% della ricchezza globale).

Per l’Occidente il vero sconvolgimento è la dissoluzione della classe media, l’erosione ormai costante di quella che è stata il motore trainante dello sviluppo economico e civile dell’ultimo secolo e mezzo.
Non è un caso che “l’abbattimento della borghesia” (sogno di ogni ideologia totalitaria di destra e di sinistra) va di pari passo con i tentativi di smantellamento delle democrazie in atto in Occidente attraverso l’ascesa di governi tecnocratici e revisioni costituzionali scritte direttamente dai banchieri.
Per Soros e per l’élite tecno-finanziaria, “la democrazia è un lusso antiquato” (come scrisse il Financial Times, la Bibbia del gotha finanziario); e i meccanismi di sovranità popolare e rappresentanza parlamentare sono un intralcio alla gestione diretta del potere.

Il processo d’immigrazione indotta serve proprio a questo: disarticolare l’ordine sociale e culturale, generare conflitti endemici (guerra tra poveri), imporre legislazioni più autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un’appiattimento della stratificazione sociale per ridurre il peso di quella classe media, elemento da sempre in conflitto con le élite.

Per Soros e i suoi amici è molto più funzionale una società a due livelli: una élite con in mano grande potere economico (e decisionale) in grado di gestire anche i flussi informativi (e formativi) e una massa sempre più povera, dipendente da questa élite e dall’immaginario che essa costruisce; e nel progetto globalista, le identità nazionali e religiose (proprio perché pericolose costruttrici di senso) devono essere annullate all’interno di una massa indistinta e perfettamente funzionale al sistema di dominio.

Il sogno di un mondo governato da pochi plutocrati passa per la dissoluzione dell’Occidente come lo conosciamo e l’immigrazione di massa costruita a tavolino e legittimata persino nelle dichiarazioni ufficiali dei tecnorati sulla “Migrazione Sostitutiva”serve a trasformare il loro sogno nel nostro incubo.

BIDEN ERA STATO CHIARO: “TOGLIEREMO DI MEZZO IL GASDOTTO NORD STREAM 2”

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Su segnalazione di alcuni lettori ed amici, ci sembra opportuno pubblicare questo articolo, molto interessante. Ovviamente non troverete traccia di tutto questo sui media mainstream. Per ascoltare e vedere i video, cliccare sul link della fonte a fine articolo.  (n.d.r.)

SULL’EUROPA SI STRINGE IL CAPPIO TRANSATLANTICO

Sull’attualità pesano come macigni gli equilibri scaturiti dalla seconda guerra mondiale. Lo scorso gennaio anche la diplomatica Victoria Nuland aveva dichiarato: “Se la Russia invaderà l’Ucraina, in ogni caso, il Nord Stream 2 non funzionerà”

di Jacopo Borgi per ComeDonChisciotte.org

Scrive ai suoi lettori la portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova:

Stai ancora cercando una risposta alla domanda, chi c’è dietro l’intero sanguinoso scenario ucraino, la distruzione della cooperazione europea e la crisi mondiale globale?

E sul suo canale Telegram allega un estratto video che ritrae la vice segretario di Stato Usa Victoria Nuland in una dichiarazione pubblica durante un briefing del 27 gennaio scorso (1):

Vorrei dire francamente: se la Russia invaderà l’Ucraina, in ogni caso, il Nord Stream 2 non funzionerà

27.01.2022. Il vice segretario di Stato Usa Victoria Nuland durante un briefing

Quando si sveglierà Bruxelles?” si chiede Zakharova, il giorno dopo che i gasdotti Nord Stream sono stati sabotati: un chiaro attacco al continente europeo, Germania in primis.

Separare la Germania dalla Russia e quindi l’Europa dal gigante eurasiatico, è sempre stato l’obiettivo primario degli Stati Uniti (e della Gran Bretagna), come confessò nel 2015, al Chicago Council on Global Affairs, il presidente della Stratfor George Friedman:

Il principale interesse per gli Stati Uniti, per cui per un secolo abbiamo combattuto le
guerre, Prima e Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, consiste nella relazione
fra Germania e Russia, perché unite sono l’unica forza che ci possa minacciare e
dobbiamo assicurarci che questo non accada. (2)

Tramite le sanzioni contro Mosca e l’interruzione dei gasdotti che collegano direttamente la Germania alla Russia, si sta lavorando per l’isolamento dell’Europa e l’annientamento della sua industria: Germania e Italia su tutte.

A vantaggio di chi?

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden deve rispondere alla domanda se gli Stati Uniti abbiano messo in atto la loro minaccia il 25 e 26 settembre quando è stata segnalata un’emergenza su tre linee del Nord Stream 1 e del Nord Stream 2. (3)

La portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova ha chiesto quindi conto al presidente americano delle sue parole risalenti al 7 febbraio scorso, a pochi giorni di distanza dal discorso della Nuland. Quali?

Biden: “Se la Russia invade di nuovo l’Ucraina con truppe, carri armati, non esisterà più un Nord Stream 2. Lo toglieremo di mezzo per sempre“.

Giornalista: “Ma, esattamente, come farete, considerato che il progetto è sotto il controllo tedesco?”

Biden: “Le garantisco che siamo in grado di farlo”.

La sua dichiarazione di intenti era supportata da una promessa. Bisogna essere responsabili delle proprie parole. La mancata comprensione di ciò che si dice non esonera nessuno dalla responsabilità. L’Europa deve conoscere la verità!“. Ha concluso la portavoce del ministero degli esteri russo.

Già prima dell’attacco ai gasdotti, il capo della diplomazia di Mosca aveva rilasciato dichiarazioni di fuoco, proprio dalla sede Onu, a New York:

Adesso gli Stati Uniti sono parte del conflitto”. Quello che gli occidentali vogliono fare ”non è sconfiggerci. Vogliono toglierci dalle cartine, cancellarci dalle mappe”. ”Gli Stati Uniti e i loro alleati sono dei dittatori“. Quella di Washington ”è una dittatura pura o un tentativo di imporla”. (4)

Sergej Lavrov, 24 settembre 2022

Le ultime notizie riportano fonti governative tedesche che parlerebbero di “Nord Stream forse inutilizzabile per sempre” (5) dopo i danni che ha subìto nel tratto di mar Baltico tra Danimarca e Svezia.

Mentre il gigante eurasiatico ha avviato un’inchiesta per “terrorismo internazionale” e ottenuto per venerdì una riunione del Consiglio di sicurezza Onu in merito ai gravissimi fatti accaduti, ormai tutti parlano di sabotaggio. Ma il punto è: chi è stato?

Mosca e Washington si accusano a vicenda, mentre la Ue guidata dalla tedesca Ursula Van der Leyen supera ogni immaginazione: “La Russia deve pagare per questa ulteriore escalation“, dichiara mentre presenta l’ottavo pacchetto di sanzioni che rimbalzeranno contro gli europei. E mai verranno riconosciuti i “falsi” referendum organizzati nel Donbass (6).

La formazione di un oceanico mercato Usa/Ue è sempre stato l’orizzonte della costruzione europea, fortemente voluta da Washington (e Londra), formalizzato alla fine della Guerra Fredda con la Dichiarazione transatlantica del 22 novembre 1990.

Non solo interessi economici e valutari (l’euro è nato anche per fare da sparring partner al dollaro) ma anche una conformazione politica e militare – tramite la NATO – da sviluppare, perfezionare e mettere in comune.

Nel tempo, i tentativi per finalizzare sono stati tanti, in ultimo il famigerato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)  voluto da Obama e fermato da Trump nel 2018, anche se era stato avversato sia dalla Germania che dalla Francia. Di fatto, il trattato avrebbe significato fare del Vecchio Continente terra di deregolamentazione e business selvaggio modello Far West. Chi ha le multinazionali più potenti si sarebbe preso terre vergini e inesplorate attraverso la deregolamentazione della finanza, dell’alimentazione, dell’industria, dei servizi, che avrebbe ridotto le imprese ed i lavoratori europei alla stregua degli indiani d’America: vittime della conquista e dei voleri del più forte. Coi singoli Stati costretti ad arbitrati internazionali, portati in giudizio dalle Corporation, se non avessero provveduto opportunamente ad aprire le proprie economie secondo gli accordi sottoscritti in sede internazionale.

Di pari passo al governo Usa, il cui Segretario al Tesoro Janet Yellen ha molto di recente svelato i piani per la creazione di una CBDC (valuta digitale emessa da Banca Centrale), il potente think tank di Washington DC, Atlantic Council ha proposto “una nuova agenda transatlantica per il coordinamento economico” (27 settembre 2022), che non esclude scenari valutari comuni:

Stati Uniti e UE dovrebbero collaborare per creare un contesto normativo che consenta CBDC transfrontalieri che preservano la privacy. Washington e Bruxelles dovrebbero cogliere questa opportunità per stabilire finalmente un quadro transatlantico sulla privacy e chiarire come può consentire la prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il lavoro transatlantico sulle CBDC, proprio come sulle sanzioni e sul commercio, dovrebbe sfruttare lo slancio dietro le risposte politiche immediate a grandi shock al fine di costruire una strategia a medio e lungo termine. Questa strategia non deve ignorare le sfide reali dell’inflazione e delle prospettive di bassa crescita; deve anche costruire ponti con le economie non allineate, piuttosto che costringerle a scegliere tra Cina e Occidente (7)

La CBDC ha lo scopo ultimo far aprire al cittadino il proprio conto corrente direttamente presso la Banca Centrale: diverrebbe così cliente di un sistema centralizzato “dove tutta la valuta emessa è disponibile soltanto attraverso flussi digitali su conti giacenti presso un’unica banca“, senza intermediari; ciò eliminerebbe quindi gli istituti di credito commerciali ordinari, e affiderebbe il controllo pressochè assoluto –  di quel conto corrente e quindi del denaro –  ad un’unica autorità.

L’attuale crisi europea scatenata dalle sanzioni anti russe, dall’aver liberalizzato il mercato dell’energia agganciandolo alle speculazioni di borsa, il recente sabotaggio ai gasdotti Nord Stream, stanno portando sempre più l’Europa ad aver bisogno degli Stati Uniti d’America, in termini di energia e di economia: magari non tardissimo ci proporranno un trattato. E stavolta, forse, non avremo alternative alla firma.

Formuliamo nuovamente al lettore il quesito iniziale, facendolo nostro:

“Stai ancora cercando una risposta alla domanda, chi c’è dietro l’intero sanguinoso scenario ucraino, la distruzione della cooperazione europea e la crisi mondiale globale?”

Se il contenitore geopolitico Ue era stato costruito principalmente in funzione antisovietica per tenere separate la Germania e l’Europa (dell’ovest) dalla Russia, oltrechè per favorire l’apertura dei mercati e l’atlantismo globalizzante e finanziarizzato, oggi – al solito – la Storia si ripete. Ma stavolta la Guerra sembra proprio più calda che mai.

Il sogno europeo e le missioni di pace sono i prodotti dell’Impero del Bene; per fortuna i cattivi stanno sempre e soltanto dall’altra parte.

Intanto l’Europa rischia di diventare l’altro giardino di casa degli Stati Uniti, una copia – un pò più sofisticata e attempata, ma non meno sofferente e saccheggiata – dell’America Latina.

Di Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

29.09.2022

NOTE

(1) = https://t.me/MariaVladimirovnaZakharova/3820

(2) = https://www.youtube.com/watch?v=QeLu_yyz3tc

(3) = https://t.me/MariaVladimirovnaZakharova/3818

(4) = https://www.adnkronos.com/ucraina-lavrov-russofobia-grottesca_6FiQVMP8euMwfln1kaRf2n?refresh_ce

(5) = https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/09/28/berlino-nord-stream-forse-inutilizzabile-per-sempre_a71a0f13-897c-4f0c-8429-70380da6f6bf.html

(6) = Ibidem

(7) = https://www.atlanticcouncil.org/blogs/new-atlanticist/from-sanctions-to-digital-currencies-heres-a-new-transatlantic-agenda-for-economic-coordination/

 

 

Fonte: Biden era stato chiaro: “Toglieremo di mezzo il gasdotto Nord Stream 2”. Sull’Europa si stringe il cappio transatlantico – Come Don Chisciotte

LA GUERRA INUTILE DI WASHINGTON PER CONTO DI UNA FALSA NAZIONE

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QUINTA COLONNA

di David Stockman – AntiWar.com – 28 settembre 2022

I messaggi arrivano forti e chiari oggi: dal crollo della sterlina, al ripudio dei governi di establishment in Italia, Svezia e altri ancora, fino all’appello del Primo Ministro ungherese Orban a porre fine alla guerra delle sanzioni e a farlo subito.

Quindi, parliamoci chiaro: l’insensato intervento di Washington nella disputa intestina tra Russia e Ucraina e la guerra delle sanzioni globale che l’accompagna è sicuramente il progetto più stupido e distruttivo che sia nato sulle rive del Potomac nei tempi moderni. E gli architetti di questa perfida follia – Biden, Blinken, Sullivan, Nuland e altri – non possono essere condannati abbastanza duramente.

Dopo tutto, questa follia viene perseguita in nome di norme politiche astratte – lo Stato di diritto e la santità dei confini – che rendono Washington uno zimbello. Più di ogni altra nazione sul pianeta (e di gran lunga), negli ultimi decenni ha violato questi standard in modo grave e palese per decine di volte.

Tra le altre azioni, gli interventi di Washington in Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, Siria, Somalia, ecc. non sono stati solo inutili, ma anche un’evidente violazione dello stesso Stato di diritto e della sacralità dei confini su cui Washington si batte sempre più strenuamente.

Inoltre, crogiolandosi in questa sguaiata ipocrisia, Washington ha abbandonato ogni parvenza di buon senso sul perché questo conflitto sia avvenuto e sul perché sia del tutto irrilevante per la sicurezza nazionale della nazione americana o, se vogliamo, anche dell’Europa.

Il fatto fondamentale è che, a parte il periodo storicamente breve del ferreo dominio comunista durante l’era sovietica, l’Ucraina non è mai stata uno Stato nazionale all’interno dei suoi confini post-1991. Infatti, per oltre 275 anni prima del 1918, gran parte dei suoi territori erano terre di confine, vassalli e vere e proprie province della Russia zarista.

Non abbiamo quindi a che fare con l’invasione di uno Stato di lunga data, etnicamente e linguisticamente coerente, da parte del suo aggressivo vicino, ma con il pot-pourri di lingue, territori, economie e storie separate che sono state tritate insieme da brutali governanti comunisti tra il 1918 e il 1991.

Di conseguenza, l’inverno buio e freddo del collasso stagflazionistico in Europa, che si avvicina rapidamente, non è fatto in eroica difesa dei grandi principi proposti da Washington e dalla NATO. Al contrario, si tratta di un’inutile e sporca attività di conservazione di un ignobile status quo ante che è stato creato nelle terre a nord del Mar Nero, non dal normale corso dell’evoluzione storica e dell’accrescimento degli Stati nazionali, ma dalle mani sanguinarie di Lenin, Stalin e Kruscev.

In ogni caso, i costi economici impressionanti per la gente comune d’Europa nel perseguire uno scopo così inconsistente ed illegittimo stanno iniziando ad essere avvertiti dalle vittime a lungo sofferenti dei governanti elitari di Bruxelles. Da qui il tuono delle elezioni italiane di questo fine settimana e l’appello parallelo di Viktor Orbán all’Unione Europea affinché elimini le sanzioni e quindi potenzialmente riduca i prezzi dell’energia della metà in un colpo solo.

Orbán non è nemmeno l’unico a chiedere la fine delle sanzioni: anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotaki ha chiesto l’abrogazione delle sanzioni russe. Altri leader politici, come Matteo Salvini, che guida il partito conservatore della Lega e sarà una forza importante nel nuovo governo italiano, affermano che l’Europa ha bisogno di un “ripensamento” sulle sanzioni alla Russia a causa delle pesantissime ricadute economiche.

Allo stesso modo, anche il partito conservatore Alternativa per la Germania (AfD) spinge per la fine delle sanzioni e per la riapertura dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 (ma che strano, i gasdotti sono saltati, N.d.T.) a causa dell’aumento dei costi energetici in Germania. Il membro dell’AfD al Bundestag, Mariana Harder-Kühnel, ad esempio, ha recentemente fatto eco all’appello di Orbán.

“La burocrazia dell’UE ha tirato fuori le sanzioni e ora siamo noi a pagare il conto”, ha dichiarato.

In questo contesto, il crollo della sterlina inglese, che si è verificato da venerdì sul mercato ForEx parla più di ogni altra cosa.

La sterlina britannica è rapidamente precipitata al livello più basso di sempre all’inizio di questa mattina, toccando 1,0349 dollari durante le ore di negoziazione asiatiche, superando il precedente minimo storico del 1985. Inoltre, il crollo odierno ha fatto seguito a quello del 3% di venerdì scorso, dopo che il nuovo governo Truss aveva annunciato ampi tagli alle tasse e un massiccio salvataggio energetico per imprese e privati.

Allo stesso modo, il prezzo del debito pubblico britannico è sceso di pari passo con la sterlina, con rendimenti in forte aumento anche oggi. Il titolo di Stato a 10 anni rendeva il 4,11%, con un aumento di 28 punti base rispetto a venerdì e uno sbalorditivo 342% rispetto al rendimento dello 0,93% di un anno fa.

uk_10_y_bondRendimento titolo di stato decennale britannico

A scanso di equivoci, ecco l’andamento della sterlina negli ultimi dodici mesi. Questo è un enorme “pollice verso” da parte dei mercati ForEx, se mai ce n’è stato uno.

uk_10_y_poundAndamento della sterlina inglese negli ultimi dodici mesi

Ma il punto rilevante non sono tutte le chiacchiere keynesiane “sull’errore” di abbassare l’aliquota fiscale massima del 45% e di eliminare altri disincentivi al lavoro e agli investimenti che portano le aliquote marginali britanniche al 60%. Queste riduzioni delle schiaccianti aliquote fiscali che i governi conservatori e laburisti hanno eretto in cima allo sfarzoso Welfare State del Regno Unito erano attese da tempo e, di fatto, stimoleranno un’attività economica compensativa.

Ciò che in realtà distruggerà i resti della sostenibilità fiscale del Regno Unito è il piano assolutamente folle della Truss di congelare tutti i prezzi dell’energia per tutti i cittadini e le imprese, con un costo di oltre 200 miliardi di dollari all’anno o del 5% del PIL.  Ma questa è una follia neocon galoppante.

Se Londra vuole alleviare ai propri consumatori i prezzi esorbitanti dell’energia e delle altre bollette, deve solo seguire il consiglio di Orban e porre fine alla sua guerra di sanzioni contro le esportazioni russe di energia, cibo e altre materie prime. E non costerebbe un centesimo all’erario.

In altre parole, il crollo della sterlina dovrebbe essere un campanello d’allarme generale per l’Europa e anche per Washington. Dichiarando guerra al commercio produttivo e pacifico con la Russia che prevaleva in precedenza, i leader europei – soprattutto il nuovo governo del Regno Unito – hanno sacrificato la propria prosperità e il tenore di vita dei loro cittadini a favore di un regime prodigiosamente corrotto e antidemocratico a Kiev, dedito a preservare intatto nulla di più nobile della mano morta del vecchio Presidium sovietico.

O come ha giustamente riassunto il nostro amico James Howard Kunstler:

“Accettiamo il fatto che il luogo chiamato Ucraina non è mai stato affare dell’America. Per secoli l’abbiamo ignorata, attraverso tutte le colorate cariche di cavalleria di turchi e tartari, il regno degli audaci cosacchi zaporoziani, i crudeli abusi di Stalin, poi di Hitler, e gli anni grigi e spenti da Krusciov a Eltsin. Ma poi, dopo aver distrutto l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, la Somalia e vari altri luoghi per un grande gioco egemonico, i guerrafondai professionisti della nostra terra e i loro catamiti a Washington hanno fatto dell’Ucraina il loro prossimo progetto speciale. Hanno architettato il colpo di Stato del 2014 a Kiev, che ha spodestato il presidente regolarmente eletto, Yanyukovich, per creare un gigantesco supermercato di truffe e di riciclaggio internazionale. L’altro obiettivo strategico era quello di preparare l’Ucraina all’adesione alla NATO, che l’avrebbe resa, di fatto, una base missilistica avanzata proprio contro il confine con la Russia. Perché, beh, Russia, Russia, Russia!”

Torniamo quindi alla questione in oggetto: ogni elezione presidenziale ucraina dal 1991 ha rivelato una nazione radicalmente divisa tra popolazioni filorusse a Est e a Sud e nazionalisti antirussi al centro e a Ovest. Quando il pugno di ferro del regime comunista è stato rimosso, infatti, l’Ucraina è diventata un territorio che anelava a essere suddiviso in giurisdizioni di governo più facilmente accessibili.

Per esempio, ecco i risultati delle elezioni del 2010 che hanno portato un politico filo-russo alla presidenza e che hanno dato origine al putsch di Washington durante la rivolta di Piazza Maidan che ha presto portato il Paese alla guerra civile.

2010_vote_ukraineRisultati delle elezioni del 2010 in Ucraina

La mappa sopra riportata rende a malapena giustizia alle cifre reali. In molte delle aree gialle, che sostenevano Julia Tymoshenko, il voto era stato dell’80% o più a favore della candidatura nazionalista di quest’ultima, mentre in gran parte dell’area blu la vittoria del filo-russo Viktor Yanukovych aveva le stesse percentuali.

Ma non si è trattato di un caso isolato di politica elettorale a breve termine: si tratta in realtà della recrudescenza del modo in cui la finta nazione ucraina è stata messa insieme negli ultimi tre secoli.

Prima della fine della prima guerra mondiale, non esisteva uno Stato ucraino. Come le politiche artificiali e insostenibili della Cecoslovacchia e della Jugoslavia, create a Versailles da politici che servivano i propri interessi (in particolare da Woodrow Wilson, in cerca di voti a casa propria), l’Ucraina era un prodotto dell’ingegneria geopolitica, in questo caso dei nuovi governanti dell’Unione Sovietica.

In effetti, la provenienza storica “dell’Ucraina” può essere descritta in poche parole. Quella che sarebbe diventata l’Ucraina si unì alla Russia nel 1654, quando Bohdan Khmelnitsky, un atamano dell’Armata Zaporozhiana (traduzione forzata dell’originale Zaporozhian Host, N.d.T.), presentò una petizione allo zar russo Alessio affinché accettasse l’Armata Zaporozhiana nella Russia. In altre parole, la Russia imperiale diede origine all’odierna aggregazione dell’Ucraina annettendo al suo servizio i temibili guerrieri cosacchi che abitavano la sua regione centrale.

L’esercito e il piccolo territorio allora sotto il controllo dell’atamano furono chiamati “u kraine”, che in russo significa “ai margini”, un termine che era nato nel XII secolo per descrivere le terre al confine con la Russia.

Nei 250 anni successivi, l’espansionismo degli zar aggiunse sempre più territori adiacenti, designando le regioni orientali e meridionali come “Novorussiya” (Nuova Russia), territori che includevano la Crimea che Caterina la Grande acquistò dagli Ottomani nel 1783.

In altre parole, all’epoca dell’indipendenza dell’America, il cuore dell’odierna Ucraina era governato dal lungo braccio dell’autocrazia zarista.

Dopo la rivoluzione bolscevica, naturalmente, la mappa cambiò radicalmente. Nel 1919 Lenin creò lo Stato socialista dell’Ucraina su parte del territorio dell’ex Impero russo. L’Ucraina divenne ufficialmente la Repubblica Popolare Ucraina con capitale Kharkov nel 1922 (spostata a Kiev nel 1934).

Di conseguenza, il nuovo Stato comunista fagocitò la Novorussiya per le porzioni orientali e meridionali dell’area verde nella mappa mostrata più sotto, comprese le regioni di Donetsk e Lugansk, nonché le regioni di Kherson e Zaporizhzhia che si affacciano sul Mar d’Azov e sul Mar Nero e che sono i luoghi degli odierni referendum di secessione sponsorizzati dalla Russia.

Successivamente, nel 1939, in seguito al famigerato Patto nazi-sovietico, Stalin poté annettere i territori orientali della Polonia, come indicato dalle aree gialle della mappa. In questo modo, il territorio storico della Galizia e la città polacca di Lvov furono incorporati nell’Ucraina con un decreto congiunto di Stalin e Hitler.

Nel giugno del 1940 la Romania ottenne da Stalin l’annessione della Bucovina settentrionale (area marrone). Infine, alla conferenza di Yalta del 1945, su insistenza di Stalin presso Churchill e Roosevelt, anche la Rutenia ungherese dei Carpazi fu incorporata nell’Unione Sovietica e aggiunta all’Ucraina.

L’insieme di queste confische staliniane è oggi noto come Ucraina occidentale, la cui popolazione comprensibilmente non va d’accordo con i russi. Allo stesso tempo, l’85% della popolazione di lingua russa che abita la zona viola (Crimea) fu regalata all’Ucraina da Kruscev nel 1954 proprio per prolungare la sua adesione alla dittatura comunista.

Ciò nonostante, dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, l’Ucraina ha ereditato questi confini confezionati dal comunismo, all’interno dei quali si trovavano circa 40 milioni di russi, polacchi, ungheresi, rumeni, tartari e innumerevoli altre nazionalità minori, tutti intrappolati in un Paese appena dichiarato in cui non desideravano particolarmente risiedere.

ukraine_territoryEvoluzione territoriale dell’Ucraina

In effetti, il motivo per cui lo sfortunato Stato “dell’Ucraina” ha bisogno di un aiuto nella divisione, non di una guerra per preservare il lavoro di zar e commissari, è stato ben riassunto da Alexander G. Markovsky su American Thinker:

“L’odierna guerra civile ucraina è quindi notevolmente aggravata dal fatto che, a differenza di società pluralistiche come gli Stati Uniti, il Canada, la Svizzera e la Russia, che sono tolleranti nei confronti di culture, religioni e lingue diverse, l’Ucraina non lo è. Non sorprende che la devozione al pluralismo non sia il suo forte. Anche se il regime di Kiev non aveva radici storiche nel territorio in cui si trovava, dopo aver dichiarato l’indipendenza ha imposto le regole ucraine e la lingua ucraina ai non ucraini.

Di conseguenza, i sentimenti filorussi – che vanno dal riconoscimento dello status ufficiale della lingua russa alla vera e propria secessione – sono sempre stati prevalenti in Crimea e nell’Ucraina orientale. L’Ucraina occidentale ha sempre gravitato verso le sue radici polacche, rumene e ungheresi. Enfaticamente anti-russa, la Polonia potrebbe non perdere questa opportunità strategica per riacquistare il proprio territorio e vendicare l’umiliazione inflitta dalla Conferenza di Yalta.

L’insistenza dell’Occidente nel mantenere lo status quo dei confini ucraini stabiliti da Lenin, Stalin e Hitler mette in luce lo scollamento tra dottrina strategica e principi morali. 

I polacchi non fanno mistero delle loro ambizioni. Il presidente polacco Andrzej Duda ha recentemente dichiarato: “Per decenni, e forse, Dio non voglia, per secoli, non ci saranno più confini tra i nostri Paesi – Polonia e Ucraina. Non ci saranno confini!”.

Neppure la Romania resta molto indietro, soprattutto alla luce del fatto che molti abitanti dell’ex Bucovina settentrionale hanno già il passaporto rumeno.

Il territorio dell’Ucraina è un mosaico di terre altrui. Se vogliamo fermare questa guerra folle e garantire la pace in Europa, invece di definire una farsa il referendum sponsorizzato dalla Russia nell’Ucraina orientale, dovremmo condurre un referendum onesto in tutti i territori contesi sotto l’egida delle Nazioni Unite e lasciare che il popolo decida quale governo vuole.”

Inutile dire che la spartizione del falso Stato ucraino non è neanche lontanamente nei pensieri di Washington. Dopo tutto, eliminerebbe l’ultima ragione neocon per diffondere la benedizione della guerra perenne alle zone più belle del pianeta.

dave_stockman David Stockman è stato per due mandati deputato del Michigan. È stato anche direttore dell’Ufficio di gestione e bilancio sotto il presidente Ronald Reagan. Dopo aver lasciato la Casa Bianca, Stockman ha avuto una carriera ventennale a Wall Street.

 

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