I “grillioti” vorrebbero l’ateismo di Stato?

di Matteo Castagna (pubblicato su Informazione Cattolica e su VoceControcorrente)
Il Cattolicesimo non è mondialista né globalista. Si rivolge a tutti ma, nel concreto, diviene per alcuni che lo professano con serietà, pur da peccatori.
Può essere la base del Sovranismo, se esso accetta la Regalità Sociale di Cristo come principio primo, che deve tradursi in azione. Ovvero, pur nella differenza tra potere spirituale e potere temporale, quest’ultimo deve convincersi di non poter ammettere leggi che contrastino con il diritto naturale.
Perciò, al maldestro e nefasto principio di laicità propugnato da qualche “grilliota”, che vorrebbe riformare l’art. 1 della Costituzione in senso laicista, uno Stato per cui “non possiamo non dirci cristiani” dovrebbe rispondere, con fermezza, la sua argomentata contrarietà.
Sappiamo, come scriveva dom Prosper Gueranger ne “Il senso cristiano della storia”, che esistono tre scuole di pensiero che hanno sfruttato, volta per volta, oppure simultaneamente, il corso della storia: quella fatalista, ovvero atea, che vede solo la specie umana alle prese con una invincibile concatenazione di cause brute cui seguono effetti inevitabili. Quella umanitaria, che si inginocchia davanti al genere umano, di cui proclama lo sviluppo attraverso le rivoluzioni, le filosofie, le religioni, lasciando l’umanità in una marcia totalmente libera ed indipendente. Quella naturalista, che è la più pericolosa delle tre, perché ha la parvenza del cristianesimo ma ne è solo l’inganno buonista.
Questa scuola prescinde, per principio, dall’elemento soprannaturale, per cui, un domani, potrebbe svelarsi qualsiasi forma di dio, che governi il mondo verso un futuro sempre migliore.
Poi c’è la scuola cristiana. Questa non cerca, non inventa, non esita. Il suo metodo è semplice: consiste nel giudicare l’umanità con lo stesso metro con cui giudica l’individuo. La sua filosofia della storia è la fede. Sa che il Figlio di Dio fatto uomo è il re di questo mondo e che “gli è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Matteo, XXVIII,18).
Nonostante la secolarizzazione e le numerose problematiche degli ultimi tre secoli, sono la concezione cristiana della storia e la sua filosofia politica ad avere forgiato la miglior identità del nostro Paese. Piaccia o non piaccia e con buona pace dei “grillioti” in cerca d’autore.
Possiamo affermare che le tre scuole di cui sopra vengono assorbite nel concetto di “Modernismo”, sotto ogni punto di vista. Forse l’autore che colto meglio queste derive, non certo nuove, come scrive il Prof. Danilo Castellano nel suo “De Christiana Republica” è Giovanni Gentile, il quale ritiene che il Modernismo sia caratterizzato dall’immanenza come filosofia: nella storia si manifesterebbe il divino ma il divino è l’uomo, o meglio: il pensiero dell’uomo.
Per la qualcosa, si potrebbe dire anche che il Modernismo si caratterizza per 5 (pseudo)principi:
1) Il soggettivismo. 2) Il primato assoluto della coscienza, che giunge al panteismo. 3) La filosofia che crea dio a sua immagine. 4) La vita come autodeterminazione. 5) la democrazia come autentica autodeterminazione dell’identità storico-sociologica dei popoli e/o degli individui.
Questi sono i principi che, consciamente o inconsciamente, stanno alla base delle affermazioni di coloro che vorrebbero un’Italia definita come atea. Un secolo fa, si sarebbe parlato di “Modernismo sociale”. Ma, oggi, il pensiero è limitato dalla decadenza o dalle “leggi speciali” in preparazione, per cui è opportuno limitarsi a dire che gli anticristiani sono semplicemente degli antitaliani, perché vorrebbero estirpare la primaria identità della Penisola, che è classico-cristiana.
Ad essi risponde, con attualità quasi profetica, Carlo Francesco D’Agostino, l’ “anti-De Gasperi” per antonomasia, quando attacca l’allora Democrazia Cristiana sulla separazione dello Stato dalla Chiesa. Questa separazione che non è – è bene sottolinearlo – distinzione, rappresenta la rivendicazione dell’assoluta autonomia del mondo temporale; meglio: della sua indipendenza.
Indipendenza da chi e da cosa? Indipendenza da Dio e dalla sua legge. Passaggio, cioè, dal cattolicesimo religione di Stato all’ateismo come religione di Stato. Questo comporta indipendenza anche dal diritto naturale, inscritto nell’ordine della creazione.
D’Agostino ha parlato di apostasia dello Stato dalla Fede e ha ricordato che tale autonomia ha portato lo Stato a sostituirsi in tutto alla Chiesa (Cfr. Per un’Italia da ricostruire. Savoia ed il Re! Roma, Ed. L’Alleanza Italiana, 1947, ristampa 1996, p. 38).
Se a noi cattolici è ancora consentito pensare, scrivere e confrontarci, credo che non possiamo tollerare, non solo per motivi storici e di costume, ma anche di tradizione socio-politica che qualcuno voglia prima imbavagliarci e, poi, annullarci. Ci siamo. Siamo un po’ disorganizzati perché in Vaticano ci manca un “quid”, ma la battaglia non ci fa paura.

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Il delirio di Henri Lévy: «Vaccino contro il virus grazie agli immigrati». Salvini: «Porta l’Africa a casa tua»

Indigna non poco il “comizio” pro migranti del filosofo francese Bernard-Henri Levy ospite di Quarta Repubblica da Nicola Porro. In contrapposizione a Matteo Salvini il francese si è permesso di dire in piena emergenza sbarchi delle fandonie colossali che neanche Laura Boldrini avrebbe pronunciato con tanta sicumera. Con la prosopopea tipica dei guru della rive gauche. Dopo avere sputato veleno contro i sovranisti italiani , ecco la perla che ha sconcertato e imbufalito gli spettatori collegati sui social: i migranti sarebbero una chiave fondamentale per arrivare al più presto ad un vaccino efficace contro il Coronavirus. Testuale: “Il fatto che troveremo il vaccino in Italia e in Europa lo dobbiamo agli immigrati”, ha a più riprese ribadito”, suscitando lo sconcerto dell’ex vicepremier Salvini. “Siamo su scherzi a parte?”, ha chiesto il leader leghista al conduttore.

Henri Levy peggio della Boldrini

Le scintille si sprecano. ”Aspetta un attimo, con tutto il rispetto, lei dice che se troviamo il vaccino, lo dobbiamo agli immigrati che sbarcano a Lampedusa? – interloquisce Salvini con gran dose di pazienza. – Mi scusi, se troviamo la cura al Covid, non è grazie ai medici italiani e ai ricercatori e scienziati del San Matteo di Mantova ma è grazie agli immigrati che arrivano? Adesso, questa perla mi mancava…E’ colpa di Putin, è colpa di Salvini… Grazie agli immigrati, invece, troveremo il vaccino…”. La replica di Salvini al filosofo francese Bernard-Henri Levy non si fa attendere. La sua espressione è tutta un programma. Ma è un dialogo tra sordi. Lo scrittore e intellettuale transalpino, consulente di Emmanuel Macron, sembra invasato e fuori di sé.

Salvini a Henri Lévy: «Venga alla stazione Termini…»

”Mi arrendo, professore, venga stasera in stazione Termini a Roma o alla Stazione centrale di Milano, così vede quanto è bella l’immigrazione clandestina che a lei piace tanto…”, dice il leader della Lega.”Senza l’immigrazione africana non c’è ricerca in Francia, non si troverà mai una vaccino e una cura contro il Covid. Deve dire grazie ai migranti…”. Salvini non ci sta: ”Vabbè, stiamo su Scherzi a parte…”. Continua a leggere

Stato di emergenza? L’alibi solo italiano per blindare Palazzo Chigi. Buoni a nulla ma capaci di tutto

di Sergio Luciano
Fonte: Il Sussidiario
Il Governo intende prorogare lo stato di emergenza di altri 6 mesi.
Dunque saremo in emergenza fino al 31 dicembre? Diciamolo, mai come stavolta si potrebbe dar ragione al premier Giuseppe Conte se solo avesse – anzi, avesse avuto – l’onestà intellettuale di attribuire l’emergenza non già alla pandemia ma alla giustizia civile e penale che non funziona, alla lotta all’evasione che fa ridere, al codice degli appalti che li blocca, alla scuola che viene tenuta chiusa mentre si riaprono discoteche e spiagge, al ponte Morandi che va assegnato in gestione ad Autostrade altrimenti non riapre, ai fondi di liquidità e alla cassa integrazione che ancora non sono arrivati ai destinatari e insomma a tutti gli argomenti di drammatica attualità sui quali il governo, da quel drammatico week-end dell’8 e 9 marzo ad oggi, in quattro mesi, ha fatto solo chiacchiere.
L’emergenza è il governo, non la pandemia che sta regredendo e che comunque, se anche dovesse risvegliarsi – Dio non voglia – troverebbe comunque difese farmacologiche e cliniche assai migliori di quelle di quattro mesi fa. L’emergenza sono alcuni ministri politicamente analfabeti e tecnicamente sprovveduti. L’emergenza è un Parlamento esautorato.
Il tutto – va detto – contro Salvini e grazie a Salvini. Perché è da quando l’ex capitano ha tentato undici mesi fa di far saltare il banco e ottenere le elezioni anticipate fidandosi dell’imbelle Zingaretti e finendo contro un muro, che il governo Conte 2 ingrassa sventolando lo spauracchio della vittoria della Lega. Il movimentismo salviniano – “così non si può andare avanti, si torni al voto” – è stato il miglior alibi per il governo più pazzo del mondo e di sempre, ossia per questo esecutivo attaccato con lo sputo che ci guida.
Adesso, l’ultima trovata è prorogare lo stato d’emergenza fino al 31 dicembre, a 20 giorni dalla scadenza di quello vigente (31 luglio) e senza argomentazioni. In attesa del voto delle Camere che il 14 luglio ascolteranno e si esprimeranno sulle comunicazioni del ministro Roberto Speranza sul nuovo Dpcm, destinato a prorogare le norme anti–contagio in scadenza il 14 luglio. Una prima risposta viene dal vibrato e – va detto – incisivo appello/protesta di Elisabetta Casellati, presidente del Senato, contro il “decretismo” che sta contraddistinguendo quest’esecutivo: “Mi auguro che sia l’inizio di una democrazia compiuta”, ha detto riferendosi appunto al voto assembleare sulle prossime comunicazioni di Speranza – perché alla Camera e al Senato siamo ormai gli invisibili della Costituzione”. Ma ci vuol altro.
Questa democrazia simulata, quest’ennesimo governo guidato da un premier mai eletto dal popolo, stava trascinandosi su un piano di precarietà quotidianamente più grave quando la pandemia è intervenuta inducendo comprensibilmente tutti gli italiani a pendere dalle labbra di Palazzo Chigi. Mai tanta visibilità e notorietà è stata data a un premier per lo meno da quando Silvio Berlusconi ha perso quel ruolo.
Quando l’emergenza del Covid-19 ha costretto il governo a prendere le decisioni – quelle sì di emergenza – che conosciamo, dalle mascherina al distanziamento e al resto, la tenuta dell’esecutivo è parsa a tutti rafforzarsi, perché la figura del premier Conte è diventata improvvisamente popolarissima, con quel suo tono pacato e quasi scivolato di ratificare l’ovvio.
Poi però sono sopravvenuti i decreti dettati da quest’emergenza e una parte di quella fiducia è sfumata, per l’enorme gap che gli italiani hanno in qualche caso drammaticamente misurato con la propria pelle, per esempio non ottenendo gli aiuti per la liquidità o la cassa integrazione per i dipendenti. E poi, ancora, la remissione sostanziale della pandemia nel nostro Paese, che ha di riflesso incastrato Conte e il ministro Speranza nel ruolo – peraltro giusto, secondo chi scrive – di uccelli del malaugurio circa i rischi ancora presenti in circolazione e le pessime prospettive di una seconda ondata autunnale.
I prossimi pochi giorni saranno di fuoco. Perché non aspettare il 20 luglio prima di dichiarare la proroga dell’emergenza? Perché prorogarla addirittura di sei mesi anziché fermarsi a tre?
Epperò, se Nicola Zingaretti dichiara: “Il Pd è pronto a sostenere qualsiasi scelta del Governo utile a contenere la pandemia”, sempre dal Pd, con Stefano Ceccanti, i dem ribadiscono “la necessità della presenza del presidente del Consiglio in Parlamento prima dell’eventuale proroga dello stato di emergenza”. Magari, già martedì, da Speranza, “è lecito attendersi alcuni primi chiarimenti”. Anche Italia Viva sollecita un coinvolgimento delle Camere. I Cinquestelle sembrano meno “appassionati” alla vicenda. La proroga è una “questione prettamente tecnica” ha commentato in prima battuta il capo politico Vito Crimi. Il centrodestra ribadisce la contrarietà: i Dpcm danno troppi poteri al governo e confinano il Parlamento in un angolo. “E lo stato di emergenza blocca l’Italia”, rincara la capogruppo dei senatori di Forza Italia, Anna Maria Bernini, mentre Antonio Tajani chiede al governo di confrontarsi con Camera e Senato.
Insomma, come sempre: buoni a nulla e indecisi a tutto, ma anche capaci di tutto.

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La pandemia colpisce gli scettici e i sovranisti…

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Hanno trasformato la pandemia in pantomima. Una tragedia mutata in pagliacciata globale. Dunque, lo schema della fiaba con intenti moralistici e punitivi è il seguente. La pandemia nata in Cina, cresciuta in Asia, infuria nel mondo ma ci sono tre nazioni carogne guidate da tre canaglie che sono paladini, impresari e veicoli della pandemia. I tre porcellini in questione si chiamano Donald TrumpBoris Johnson e Jair Bolsonaro e guarda caso sono tutti “sovranisti”, conservatori o nazional-populisti. Una mezza scomunica arriva pure all’India dove c’è un mezzo nazionalista, Narendra Modi. E una velenosa maledizione scende sulla Russia del Maledetto Zarista-sovranista Vladmir Putin. Il Covid ha una sua morale progressista, secondo i media, punisce chi dubita della sua virulenza ed è sovranista. Fa eccezione la Svezia dove un governo socialdemocratico ha usato la linea aperta sul Covid ma per questi non vale la punizione divina né l’allarme sui dati.

Sugli altri paesi si dice poco e niente, le stragi del covid in Africa, in Asia o nei Caraibi vengono dimenticate, i contagi tra i migranti passano in sordina, e comunque mai col tono usato per i Tre Porcellini, che è riassunto nell’espressione “ben ti sta”, “te lo sei cercato”. Se Johnson o Bolsonaro risultano positivi al virus è un peana euforico degli umanitari, un inno progressista al Covid, un’ola di liberazione che fa il tifo per la Bestia, che in questo caso è il virus, anche se per loro la Vera bestia è la sua vittima sovranità  È inutile dire che la traduzione dei Tre Porcellini in Italia è Prosciutto & Meloni, ove per Prosciutto s’intende Salvini-Suini e per Meloni s’intende Giorgia regina de’ Coatti.  Avvertenza d’obbligo, anche se più volte espressa: nessuna simpatia per Trump e Bolsonaro (un po’ per Johnson), antipatia per i loro nemici e competitori.

Ogni giorno, a partire da quella cloaca grillo-contina che è il tg1 lo schema è sempre lo stesso: i Buoni sono la Cina e la Contea d’Italia da cui arrivano notizie radiose e profilassi efficaci mentre i cattivi sono gli Usa, il Brasile, la Russia, ecc. da cui arrivano sempre notizie sinistre condite da errori colossali dei leader. L’impressione che lasciano ai cittadini italiani è che quei paesi stiano toccando vertici pazzeschi di contagio e di vittime e siano esposti al male per una scelta ideologica folle prima che sanitaria: sono stati liberisti con il virus, hanno lasciato proseguire l’economia, hanno lasciato a piede libero le popolazioni, dunque vanno puniti e intubati. Continua a leggere

Sergio Sylvestre ha fallito come Balotelli. Il messia nero degli antirazzisti ancora non c’è

di Adriano Scianca

Qui si ride e si scherza, ma quello degli antirazzisti italiani è un dramma lacerante: una pattuglia così agguerrita e motivata che cerca solo un messia, un testimonial all’altezza del suo compito titanico, e invece niente. L’ultima delusione arriva da Sergio Sylvestre, chiamato a trasformare l’inno di Mameli in una sorta di «Motherfucker of Italy» prima della finale di Coppa Italia e franato rovinosamente sull’elmo di Scipio davanti agli sguardi perplessi di mezza Italia (e a quello di Leonardo Bonucci, impietosamente ripreso dalle telecamere mentre alzava il sopracciglio dal disappunto). Una performance degna dell’Enrico Pallazzo di Una pallottola spuntata, che ha bruciato sul nascere questa maldestra marchetta a Black lives matter, brillante capolavoro della Lega calcio, che ha così completato la sua serata di gloria dopo la partita cominciata inspiegabilmente in ritardo e la grottesca coreografia posticcia a coprire gli spalti vuoti. Complimenti vivissimi.

 

Sergio Sylvestre ha fallito come Balotelli

E quindi niente da fare, il colored italiano destinato a redimere le recalcitranti folle italiche per portarle nell’eden antirazzista e multirazziale ancora ha da venire. Sylvestre, americano di madre messicana e padre haitiano ma italiano di adozione, anche perché la vittoria di Amici di Maria de Filippi dà più punti di italianità del passaporto, ha fallito la grande occasione. Non solo ha violentato l’inno, ma, non contento, si è anche esibito nel pugno chiuso e nello slogan del ghetto, senza riflettere sul fatto che il naufragio canoro avrebbe portato a fondo anche qualsiasi messaggio politico susseguente.

Una brutta botta, per un mondo che non si è ancora ripreso dall’implosione della supernova attorno a cui gravitavano le speranze degli antirazzisti de ‘noantri, ovvero Mario Balotelli. Era lui, l’unto della Costituzione, il prescelto. Ma anche lui ha fallito. Non una volta, sempre. Un fallimento durato anni, recidivo, continuato, ostentato, fino a che il fallimento non ha saturato tutta la bolla mediatica che gli era stata costruita attorno. E non è stato solo un fallimento sportivo o personale, ma la catastrofe di tutta un’operazione culturale. Doveva farci ricredere dai pregiudizi, e invece li ha confermati tutti. Tutti, anche quelli che non sono veri in generale ma che ha inverato lui da solo. E, nel mondo del calcio, ogni altro tentativo di trovare un sostituto è andato a vuoto: i vari Ogbonna o Okaka, pure più simpatici di Mario, non hanno avuto la fortuna sportiva che poteva renderli dei simboli, mentre il predestinato Moise Kean ha per ora dimostrato di essere l’erede di Balotelli solo nel senso deteriore dell’espressione. Continua a leggere

Demonizzare il nemico: manuale di sopravvivenza di una Sinistra al tramonto

di Manuel Massimiliano La Placa

Il ‘’viziaccio” striscia, silenzioso e velenoso, tra le schiere della social-democrazia in salsa italiana ormai  da tempo incalcolabile.

Per rintracciare – in quella zona del campo politico – qualche rantolo di genuinità, l’impeto delle lotte di piazza per proposte concrete, credibili affermazioni ideologiche dei diritti sindacali e collettivi in nome del socialismo bisogna riavvolgere il nastro della storia fino all’epoca del P.C.I. Continua a leggere

Lega verso il 35%, FdI sfiora il 10%: è l’effetto Umbria. Pd e M5s in caduta libera

 

Gli alleati di governo insieme valgono meno del Carroccio

L’effetto Umbria erode gli alleati di governo. “La Lega si conferma il primo partito con il 34,3%, in crescita di 3,5%, seguito dal M5s con il 17,9%, in calo di 2,9%, e dal Pd che arretra di 2,3%, attestandosi al 17,2%. A seguire Fratelli d’Italia (9,8%) che da fine agosto nei sondaggi ha sorpassato Forza Italia, oggi al 6,2% alla pari di Italia viva che fa segnare un aumento dell’1,4%. Da segnalare infine la crescita di Europa Verde che passa dall’1,2% al 2,2% e la flessione delle forze di Sinistra dal 2,8% all’1,7%”. Sono i dati del sondaggio Ipsos che, per il Corriere della Sera, ha analizzato gli orientamenti di voto all’indomani del voto in Umbria. Continua a leggere

Salvini-Segre, duello anche su ​Orwell

Salvini-Segre, duello anche su ​Orwell

C’è anche George Orwell a dividere Liliana Segre da Matteo Salvini. Lui ha detto nella sua polemica contro la commissione anti-odio al Senato: “Non vogliamo bavagli, non vogliamo uno stato di polizia che ci riporti a Orwell”. E la senatrice a vita, Segre, replica adesso: “Salvini lasci stare Orwell, non c’entra proprio niente. È uno degli autori che io più cito nei miei incontri con gli studenti nelle scuole. Parlo loro di 1984 e della Fattoria degli animali. Con la commissione del Senato non c’entra. Salvini mi ha un autore per me fondamentale. Evidentemente l’unico punto di contatto tra me e il capo della Lega è Orwell”.

Fonte: Il Messaggero.it del 1/11/2019 Continua a leggere

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