Le glorie di Maria Ausiliatrice

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Maria Ausiliatrice: l’affresco della Basilica
 
Ogni mattone di questo santuario ricorda una grazia della Madonna. La cupola potrebbe rivendicare il primato della serie. Per almeno due motivi.
 
Don Bosco era povero. Lo fu per tutta la vita. Ma la mancanza di mezzi gli provocò giorni di trepidazione e di pena, soprattutto quando, nel corso dei lavori per la costruzione della Basilica di Maria Ausiliatrice, si vide quasi costretto a sospendere l’innalzamento della cupola progettata dall’architetto Spezia. Un giorno, aveva deciso di rinunciare, sostituendola con una semplice volta; ne diede in realtà ordine al suo economo e al capomastro. Questi, dolorosamente sorpresi, disubbidirono. Don Bosco non insistette; taceva e pregava. 

La Madonna intervenne. Un riccone in fin di vita fece chiamare don Bosco per gli ultimi conforti religiosi. Don Bosco andò e, al termine della visita, disse all’infermo: «Che cosa farebbe se Maria Ausiliatrice le ottenesse la grazia di guarire?». «Prometto, rispose l’infermo, di fare per sei mesi consecutivi una generosa offerta per la chiesa in Valdocco». Don Bosco accettò la promessa; pregò, benedisse l’infermo e ritornò al suo Oratorio. Tre giorni dopo, gli fu annunziata la visita d’un vecchio signore. Era il banchiere Antonio Cotta, Senatore del Regno, di anni ottantatré, perfettamente guarito dopo la promessa fatta e la benedizione ricevuta da don Bosco. «Sono qui, disse lieto e sorridente: la Madonna mi ha guarito contro l’aspettazione di tutti, con stupore e gioia della mia famiglia. Ecco la prima offerta per questo mese». 
E la cupola fu innalzata e coronata dalla grande statua di Maria, solennemente benedetta il 21 novembre 1867 dal nuovo Arcivescovo di Torino monsignor Riccardi di Netro, successo a monsignor Fransoni. Don Bosco avrebbe tanto desiderato, prima di morire, vedere decorato tutto il santuario e particolarmente la cupola. Non fu possibile. Ma la Madonna intervenne di nuovo. 

Alla morte di don Bosco, don Michele Rua, vedendo sorgere gravi difficoltà per ottenere dalle autorità civili il permesso di seppellire don Bosco presso qualcuno degli Istituti salesiani, e temendo di vederlo portato nel cimitero comune, promise che se Maria Ausiliatrice avesse concesso la grazia di poter conservare la tomba di don Bosco a Valdocco, o almeno nel vicino Collegio di Valsalice, si sarebbero subito iniziati i lavori di decorazione del santuario, come ringraziamento del favore ottenuto. 
Neanche a farlo apposta era Capo del Governo il ministro Crispi, che, mentre era esule a Torino, era stato aiutato da don Bosco, e la salma poté essere sepolta nel Collegio di Valsalice. I lavori di decorazione furono iniziati l’anno dopo e inaugurati l’8 dicembre 1891, nella ricorrenza del primo cinquantenario dell’Opera salesiana. 

Il grandioso affresco della cupola è opera del pittore Giuseppe Rollini che, da ragazzo, era stato allievo di don Bosco. Egli lasciò nella chiesa dell’Ausiliatrice un artistico e splendido documento della sua riconoscenza verso don Bosco e la gloriosa Regina del Cielo. Ecco una sintesi dell’opera. 
 
La gloria dell’Ausiliatrice in cielo e l’opera di don Bosco in terra
Per osservare le principali figure di questo gran quadro, bisogna collocarsi a giusta distanza, e guardare innanzi tutto la parte della cupola che è verso l’altar maggiore. È tutta una visione luminosa di Paradiso. 
Nel centro, l’Ausiliatrice, Regina del cielo, siede sul suo trono e tiene ritto sulle ginocchia il Bambino che ha le braccia aperte in atto di richiamo. Sopra il capo della Vergine, la figura maestosa dell’Eterno Padre ha sul petto splendente una candida colomba, simbolo dello Spirito Santo. Intorno alla Vergine si librano a volo e fanno corona angeli e arcangeli; Gabriele inginocchiato e chino presso il trono, come lo pensiamo nell’umile casa di Nazareth il giorno memorando dell’Annunciazione quando rivolse alla Vergine il saluto Ave, gratia plena; Michele in alto, sfolgorante con la spada e con la bilancia. In piedi, con il bastone fiorito in mano, san Giuseppe alla destra di Maria. 
Sotto i cumuli delle bianche nubi si apre un lembo di terra, dove la cara e sorridente figura di don Bosco ci appare in mezzo ai suoi figli, con le opere del suo apostolato nei paesi civili e tra i popoli selvaggi. Monsignor G. Cagliero, Vicario Apostolico della Patagonia, presenta a don Bosco un gruppo di Patagoni, alcuni inginocchiati, uno, di statura gigantesca, in piedi con le braccia aperte in atteggiamento di stupore, di gioia, di riconoscenza verso colui che mandò i Missionari per la loro redenzione. Accanto sono due Suore delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che nelle scuole, negli ospizi, negli asili, negli ospedali compiono la loro santa missione fra le povere donne e le fanciulle della Patagonia. 
Più in alto, sopra le Suore, è collocato un gruppo di Santi cari a don Bosco: san Francesco di Sales, san Filippo Neri, san Luigi Gonzaga e dinanzi a loro, inginocchiato, san Carlo Borromeo. Più in alto ancora sono riconoscibili san Giovanni Battista, santa Teresa con la freccia in mano, e, seduti, san Pietro con le chiavi e san Paolo con la spada. 
A destra delle Suore, due Missionari salesiani. A sinistra di don Bosco, sono raffigurati i Salesiani con le loro scuole. 

 
Gli ordini religiosi dei Trinitari e dei Mercedari
Più a sinistra sono raffigurati gli ordini religiosi dei Trinitari e dei Mercedari, che operarono per la liberazione dei cristiani caduti schiavi dei Musulmani. La figura che è più in alto, inginocchiata sulle nubi, con la croce sul petto, le braccia aperte, rapita nella contemplazione della Vergine, è quella di san Giovanni di Matha, che fondò nel 1198 l’Ordine della SS. Trinità, con san Felice di Valois, rappresentato più in basso mentre invita gli schiavi liberati a rivolgere le loro preghiere di ringraziamento alla Madonna. Tra san Giovanni di Matha e san Felice di Valois è collocato san Pietro Nolasco, che nel 1218 fondò l’Ordine dei Mercedari. II personaggio che è più a sinistra, con un povero schiavo inginocchiato ai suoi piedi e nell’atto di pagare la mercede per riscattare alcuni poveri cristiani fatti schiavi e incatenati, è san Raimondo Nonnato, che fu il secondo generale dell’Ordine della Mercede. 
Presso l’Arabo che riceve i soldi, c’è un cartello con la firma del pittore e la data dell’anno in cui fu terminato il lavoro: G. Rollini, 1891. 
 
La battaglia di Lepanto
Nella parte della cupola che è di fronte al trono della Vergine Ausiliatrice, un gruppo di Angeli con le ali spiegate, di mirabile finezza e perfezione, sostiene un grande arazzo sul quale è rappresentata la scena della battaglia di Lepanto, che decise dei destini d’Asia e d’Europa. 
Accanto, a destra, il papa Pio V col braccio teso indica la Vergine Ausiliatrice, per il cui materno intervento fu ottenuta la vittoria. 
A ricordo di questa insigne vittoria, il papa Pio V, fissò nel giorno 7 ottobre la festa del santo Rosario. 
 
I vincitori di Lepanto
A destra della grandiosa rappresentazione della battaglia, il pittore Rollini ritrasse accanto al pontefice san Pio V, i principi cristiani che contribuirono con le loro armate e con il loro braccio, ad ottenere la vittoria di Lepanto. È un gruppo di dieci slanciate figure di cavalieri sfarzosamente vestiti secondo il costume del tempo, raccolti intorno al re di Spagna, Filippo II. 
 
Sobieski e la liberazione di Vienna dall’assedio dei Turchi
Procedendo sempre verso sinistra si presenta sul bianco destriero, il re di Polonia Giovanni Sobieski che liberò Vienna dall’assedio dei turchi. Al suo fianco un altro cavaliere abbassa a terra, in segno di omaggio alla Vergine, la grande bandiera del profeta, strappata ai Turchi. 

 
Pio VII e la festa di Maria Aiuto dei Cristiani
L’ultimo gruppo che completa la decorazione e chiude l’anello del quadro grandioso dipinto dal Rollini nella cupola, rappresenta il Pontefice Pio VII solennemente vestito degli abiti pontificali e con la tiara in capo. Tiene in mano un foglio che è la Bolla con cui egli istituì la festa di Maria Auxilium Christianorum, nel 1815, proprio l’anno in cui nacque don Bosco. Una colonna tronca gli sta accanto con la data «1815», a ricordo dell’avvenimento; da essa pendono le spezzate catene della tirannide napoleonica. 
Il papa Pio VII istituì la festa di Maria Ausiliatrice da celebrarsi il 24 maggio. 
 
 

Nell’educazione va messo al centro l’aspetto religioso, parola di don Bosco

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Segnalazione di Redazione BastaBugie
La formazione in famiglia e a scuola non è equilibrata se non è percepita come l’unione di corpo e anima
di Teresa Mancini

Abbiamo già sottolineato come i principi ispiratori del Sistema Preventivo di Don Bosco, ampiamente ed efficacemente applicati nel tempo e nello spazio (la famiglia dei Salesiani e l’opera degli oratori sono una realtà diffusa in molti Paesi del mondo, che non smette di dare frutti), trovino completa applicazione ed utilità non solo nel campo dell’azione pastorale a favore dell’educazione dei giovani nelle parrocchie, negli oratori, nell’attività di catechesi, ma come questi “principi cardine” abbiano una indiscussa validità educativa in tutti i contesti educativi, inclusa la famiglia.
È nostra convinzione che gli indirizzi pedagogici del Santo pedagogo non solo sono trasferibili nelle dinamiche relazionali genitori-figli, ma che proprio essi possono costituire quei correttivi così indispensabili nelle nostre, spesso drammatiche, emergenze educative, nell’affrontare i problemi educativi che ci impegnano e spesso ci sconfiggono come genitori. È questa la tesi che ci sta più a cuore: Don Bosco è un faro acceso anche nelle nostre famiglie: egli guida e recupera al bene anche i nostri figli, se comprendiamo, accogliamo e applichiamo il messaggio che ci comunica.

RAGIONE, RELIGIONE, AMOREVOLEZZA
Abbiamo già argomentato “en passant” sulle tre parole chiave che ispirano il suo pensiero: ragione, religione, amorevolezza, e su come questi tre aspetti, se ben coniugati nell’approccio docente-discente, assicurino la fiducia dei nostri ragazzi verso l’educatore realizzando il tanto auspicato “successo educativo”. Mi sono chiesta in quali di questi tre elementi la nostra realtà attuale risulta più carente, più lontana dal modello proposto: nella ragione, nella religione, nell’amorevolezza? Ho cercato di ipotizzare cosa ci direbbe oggi Don Bosco osservando i nostri ragazzi, guardando dentro le nostre famiglie.
Una prima presa di coscienza: forse, nelle nostre esperienze come educatori non manca il richiamo alla “ragione” e all'”amorevolezza”, ma non è più centrale la “religione”. Capita infatti, in modo sempre più convinto e diffuso, che, in nome di un indiscusso principio di laicità del servizio scolastico pubblico, ad esempio, o in nome di una libertà di scelta del proprio credo religioso, dei valori ispiratori fondamentali della propria vita, venga trascurato, addirittura accantonato l’aspetto spirituale della formazione dei nostri bambini, demandando ogni responsabilità alla parrocchia e affidando una delega in bianco ai catechisti che operano nel territorio, o aspettando che i nostri ragazzi, una volta cresciuti, facciano “liberamente” le proprie scelte.
Don Bosco ci insegna che ciò è fallimentare, se da subito, e permeando ogni esperienza, attività e conoscenza, non si realizza un collegamento dialettico tra ciò che è immanente e ciò che è trascendente, se non diamo alle nostre azioni, scelte, progetti la direzione che Dio, nella Sua infinita bontà ci ispira, se nella nostra realtà quotidiana non ci mettiamo in dialogo con Lui. Continua a leggere

Disponibile il numero 118 di Sursum Corda

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Sul sito è disponibile il numero 118 (del giorno 24 giugno 2018) di Sursum Corda®. Il settimanale si può scaricare gratuitamente nella sezione download dedicata ai soli Associati e Sostenitori.

Clicca qui per gli ultimi articoli leggibili gratuitamente sul sito:

– Comunicato numero 118. Il tramonto di Giovanni Battista;

– Preghiera alla Madonna della Consolata;

– Anteprima «Storia d’Italia» di San Giovanni Bosco;

– Dizionario biblico. Giovanni detto il battezzatore;

– Preghiera a San Luigi Gonzaga, Confessore;

– Dizionario biblico. Il Battesimo;

– Preghiera a San Giuseppe Cafasso, Confessore;

– Gli anatemi del Concilio di Costantinopoli II, numeri 13 e 14;

– Preghiera a Sant’Efrem, Dottore;

– San Tommaso: il Re ed il Governante devono attendere al culto divino; Continua a leggere

Il pittore dell’Ausiliatrice

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Segnalazione del Centro Studi Federici

La vediamo con i suoi occhi. Tommaso Lorenzone, il pittore dell’Ausiliatrice
«Osservi com’è bella! Non è opera mia, no. Non sono io che dipingo. C’è un’altra mano che guida la mia. Dica a don Bosco che il quadro sarà bellissimo».
 
Nei primi mesi del 1865, il pensiero di don Bosco è assorbito dal grande quadro di Maria Ausiliatrice che dovrà campeggiare nel santuario. Ne affida l’esecuzione al pittore Lorenzone, e cerca di comunicargli tutto ciò che «vuole vedere» in quel quadro: 
«In alto Maria SS. tra gli Angeli, intorno a lei gli apostoli, i profeti, le vergini, i confessori. Nella parte inferiore i popoli delle varie parti del mondo che tendono le mani verso di lei e chiedono aiuto». 
Lorenzone lo lascia finire, poi: «E questo quadro dove vuole metterlo?» 
«Nella nuova chiesa». 
«E crede che ci starà? E dove trovare la sala per dipingerlo? Per trovare uno spazio adatto alle dimensioni che lei si immagina, ci vorrebbe piazza Castello!» 
Don Bosco dovette riconoscere che il pittore aveva ragione. Fu quindi deciso che attorno alla Madonna si sarebbero dipinti soltanto gli apostoli e gli evangelisti. Ai piedi del quadro sarebbe stato raffigurato l’oratorio. 

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Don Bosco: buono, non buonista

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Un interessante caso giudiziario a Valdocco
Una lettera al pretore della città di Torino del 18 aprile 1865 apre un interessante ed inedito spiraglio sulla vita quotidiana della Valdocco dell’epoca. Siamo forse abituati a pensare che a Valdocco, con la presenza di don Bosco, le cose andassero sempre bene, soprattutto negli anni cinquanta e primi anni sessanta quando l’opera salesiana non si era ancora diffusa e don Bosco viveva a contatto diretto e costante con i ragazzi. Invece successivamente, con una grande massa eterogenea di giovani, educatori, apprendisti artigiani, giovani studenti, novizi, studenti di filosofia e di teologia, allievi delle scuole serali, lavoratori “esterni”, sarebbero potute sorgere delle difficoltà nella gestione disciplinare della comunità di Valdocco.
 
Un fatto piuttosto grave 
Una lettera al pretore della città di Torino del 18 aprile 1865 apre un interessante ed inedito spiraglio sulla vita quotidiana della Valdocco dell’epoca. La riproduciamo e poi la commentiamo.

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