Impero delle menzogne, operazione militare in Ucraina e fine della globalizzazione

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2023/01/23/impero-delle-menzogne-operazione-militare-in-ucraina-e-fine-della-globalizzazione/ pubblicato anche su Stilum Curiae, blog del vaticanista Marco Tosatti, che ringrazio: https://www.marcotosatti.com/2023/01/23/37528/

LA RUSSIA SEMBRA L’UNICO STATO COMPLETAMENTE INDIPENDENTE E SOVRANO IN UN’EUROPA COMPOSTA DI UNA MOLTITUDINE DI STATERELLI AL GUINZAGLIO DI WASHINGTON

Nella presentazione al testo “Contro l’Impero delle Menzogne – L’operazione militare speciale in Ucraina e la fine della globalizzazione nei discorsi di Vladimir Putin” di Paolo Callegari (Ed. Ar, 2022, 17 €) Claudio Mutti ricorda che già un secolo fa esistevano politici attenti e lungimiranti che dicevano: “Se si vuole forgiare l’Europa di domani, la Russia costituisce nella nostra epoca l’unico strumento ancora impiegabile: più potente di quello di cui disposero Napoleone e Hitler. Esclusa tale possibilità, e a meno che non si verifichi un evento quasi miracoloso, per l’Europa è finita. […] Contaminata nel suo sangue da una invasione straniera particolarmente prolifica, […] nel XXI secolo la piccola Europa sarà un cortile d’ospizio di contro ai sette, otto, dieci milioni di asiatici, di africani, di meticci sudamericani”.

Possiamo affermare che in questo momento la Russia sembra l’unico Stato completamente indipendente e sovrano in un’Europa composta di una moltitudine di staterelli al guinzaglio di Washington. Non solo sul suo enorme territorio non ci sono basi americane, ma anche il suo esercito non è integrato in alcuna alleanza con gli americani. Importantissimo il dato di fatto che è costituito dall’indipendenza etico-morale della Federazione guidata da Putin.

Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto, sulla rivista online www.strategika51.org del 30/06/2021 che c’è soltanto la Russia a difendere quei valori che, patrimonio dell’autentica civiltà europea come di ogni civiltà normale, sono oggetto dell’offensiva scatenata dai barbari d’Occidente “contro i fondamenti di tutte le religioni del mondo e contro il codice genetico delle civiltà, con l’obiettivo di abbattere tutti gli ostacoli sulla via del liberalismo. E poi ha proseguito denunciando il pericolo mortale della “guerra in atto contro il genoma umano, contro ogni etica e contro la natura”.

L’Ucraina ha una posizione geografica estremamente favorevole ai disegni egemonici yankee, tanto da divenire il terreno di scontro della strategia americana, sempre utilizzata in tutto il mondo, che è figlia della famosa teoria del geopolitico inglese Sir Halford Jhon Mackinder (1861-1947): “Chi ha il potere sull’Europa orientale domina il Territorio-Cuore (Heartland); chi ha il potere sul Territorio-Cuore domina l’Isola-Mondo (World Island); chi ha il potere sull’Isola-Mondo domina il mondo”.

Il mentore di Barack Obama, già consigliere di Jimmy Carter, dr. Zbigniew Brzezinski, erede della teoria di Mackinder, sarebbe – secondo Lavrov – la mente di un “grande gioco”, basato sulla sceneggiatura promossa proprio da questo geopolitico nell’intera crisi ucraina, che alla strategia di conquista americana serve restare divisa dalla Russia, in vista della conquista dell’Eurasia. Claudio Mutti prosegue la sua interessante analisi ricordando che “in questo contesto strategico – argomentava Brzezinski in The Grand Chessboard (1997, pag. 46) – “l’Ucraina, un nuovo e importante spazio sullo scacchiere eurasiatico, è un perno geopolitico, perché la sua esistenza stessa come paese indipendente aiuta a trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. […]. Se Mosca riprende il controllo sull’Ucraina, coi suoi 52milioni di abitanti e le sue grandi risorse, nonché l’accesso al Mar Nero, la Russia automaticamente ritrova il modo per diventare un potente Stato imperiale, esteso sull’Europa e sull’Asia”.

Il lettore più accorto si starà chiedendo dove sia il Cattolicesimo, in un ambito espressamente ateo, anticristico e, quanto alla Russia, scismatico Ortodosso. La Dottrina Sociale della Chiesa è un tesoro spirituale, morale e pratico che dovrebbe essere materia di studio nelle scuole. San Pio X stroncò il liberalismo con la Notre Charge Apostolique (1910) ma già la meravigliosa Mirari vos di Gregorio XVI (1832), la grande eloquenza del Cardinale Pie, vescovo di Poitiers, le Allocuzioni di Papa Pio IX con la Quanta Cura ed il Sillabo (1864 entrambe) promulgate durante il Concilio Vaticano I furono un trionfo di mirabile saggezza e diffusione della verità, confutando tutti gli errori della peste liberale.

Nel solco dei predecessori andò con particolare decisione Papa Leone XIII, ma anche e in maniera assai determinata Benedetto XV, Pio XI e Pio XII. Il primo punto al quale approdiamo è che il Liberalismo cattolico – che in epoca moderna risale a Lamennais, passa da Maritain e si infiltra lentamente nel pensiero di alcuni cattolici. Possiamo riassumere dicendo che esso consiste in una attitudine di conciliazione della verità cattolica con i dogmi massonici del progressismo o globalismo politici, filosofici, economici, sociali. La grande secolarizzazione, iniziata da circa un secolo, impedisce a molti cattolici di essere scudo, armatura e spada divinamente assistita, per la difesa dal Principe di questo mondo.

Noi che non ci rassegniamo, perché sappiamo che le porte degli Inferi non prevarranno, ci chiediamo se sia possibile una Civiltà cattolica vera ed integralmente vissuta in questo regno dell’immoralità e della menzogna! Ne “La Città di Cristo e la città dell’Anticristo” don Julio Meinvielle, già nel 1945 (riedizione a cura di Effedieffe, 2022) cerca risposte concrete.

Assorbire o tentare di conciliare le regole della Rivoluzione francese, i principi della Massoneria, del liberalismo, del comunismo, dello scientismo, del razionalismo, del socialismo, del consumismo con il Vangelo di Cristo Re è un’opera impossibile. Sarebbe come unire verità ed errore e negare il principio di non contraddizione. Ciascuno nel proprio piccolo cerchi di “instaurare omnia in Christo” (S. Pio X) oltre e contro le tentazioni di questo mondo corrotto dal peccato mortale elevato a virtù teologale.

Conduciamo una vita pienamente cristiana e integralmente unita alla Tradizione della Chiesa Cattolica. Così ci manterremo nel “piccolo gregge rimasto fedele”. Nostro compito è rimanerci con costanza, non ridurlo maggiormente per le nostre miserie umane. “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Cfr. Lc 12,32-40).

L’inizio dell’anno liturgico: il Tempo d’Avvento

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il Tempo d’Avvento segna l’inizio del nuovo anno liturgico, il “capodanno” cattolico: formuliamo quindi i migliori auguri e segnaliamo due testi relativi all’Avvento.
 
CATECHISMO MAGGIORE DI SAN PIO X – DELL’AVVENTO
 
1 D. Perché si chiamano Avvento le quattro settimane che precedono la solennità del santo Natale?
R. Le quattro settimane che precedono la solennità del santo Natale si chiamano Avvento, che vuoi dire venuta, perché in questo tempo la Chiesa ci dispone a celebrare degnamente la memoria della prima venuta di Gesù Cristo in questo mondo colla sua nascita temporale.
2 D. Che cosa ci propone la santa Chiesa a considerare nell’Avvento?
R. La Chiesa nell’Avvento ci propone a considerare quattro cose:
le promesse che Dio aveva fatte di mandarci il Messia per la nostra salute;
le brame degli antichi Padri, che ne sospiravano la venuta;
la predicazione di S. Giovanni Battista, che esortata il popolo a far penitenza per disporlo a ricevere il Messia;
l’ultima venuta di Gesù Cristo nella sua gloria per giudicare i vivi ed i morti.
3 D. Che cosa dobbiamo noi fare nell’Avvento per secondare le intenzioni della Chiesa?
R. Per secondare le intenzioni della Chiesa, nell’Avvento dobbiamo fare cinque cose:
meditare con viva fede e con ardente amore il grande beneficio dell’incarnazione del Figliuolo di Dio;
riconoscere la nostra miseria e il sommo bisogno che abbiamo di Gesù Cristo;
pregarlo istantemente che venga a nascere e crescere spiritualmente in noi colla sua grazia;
preparargli la strada colle opere di penitenza, e specialmente col frequentare i santi sacramenti;
pensar sovente all’ultima terribile sua venuta, e in vista di questa conformare la nostra alla sua santissima vita per poter essere con Lui a parte della sua gloria.
 
LO SPIRITO D’AVVENTO
 
A differenza della Quaresima, in cui predomina il concetto di penitenza e di lutto pel deicidio che va ormai consumandosi in Gerusalemme, lo spirito della sacra liturgia durante l’Avvento, al lieto annunzio della vicina liberazione, Evangelízo vobis gáudium magnum quod erit omni pópulo (Luc., II, 10.), è quello d’un santo entusiasmo, d’una tenera riconoscenza e d’un intenso desiderio della venuta del Verbo di Dio in tutti i cuori dei figli di Adamo. Il nostro cuore, al pari d’Abramo il quale exultávit, dice Gesù Cristo, ut vidéret diem meum, vidit et gavísus est (Joan., VIII, 56.) deve essere compreso di santo entusiasmo pel trionfo definitivo dell’umanità, la quale per mezzo dell’unione ipostatica del Cristo, viene sublimata sino al trono della Divinità.
I canti della messa, i responsori, le antifone del divin Ufficio sono perciò tutti ingemmati di Alleluia; sembra che la natura intera, come la descrive pure l’Apostolo nell’attesa della finale parusia: “expectátio enim créaturæ revelatiónem filiórum Dei expéctat“ (Rom., VIII, 19.) si senta come esaltata dall’incarnazione del Verbo di Dio, il quale, dopo tanti secoli d’attesa, viene finalmente su questa terra a dare l’ultima perfezione al capolavoro delle sue mani, Instauráre ómnia in Christo (Ephes., 1, 10.).
La sacra liturgia durante questo tempo raccoglie dalle Scritture le espressioni più vigorose e meglio atte ad esprimere l’intenso desiderio e la gioia colla quale i santi Patriarchi, i Profeti e i giusti di tutto l’Antico Testamento hanno affrettato coi loro voti la discesa del Figlio di Dio. Noi non possiamo far di meglio che associarci ai loro pii sentimenti, pregando il Verbo umanato che si degni di nascere in tutti i cuori, estendendo altresì il suo regno anche su tante regioni ove finora il suo santo Nome non è stato annunziato, ove gli abitanti dormono tuttavia nelle tenebre ed ombre di morte.
 (Card. A. I. Schuster, osb, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, II, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 109-113).
 

Calendario Sodalitium 2023: Leone XIII e il suo magistero a 120 anni dalla morte

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Segnalazione del Centro Studi Federici

di don Francesco Ricossa

Leone XIII e il suo magistero a 120 anni dalla morte
 
Il 20 luglio 1903, 120 anni fa, moriva in Vaticano Papa Leone XIII; il 4 agosto successivo veniva eletto come suo successore il cardinale Sarto, che prese il nome di Pio X e veneriamo come nostro Santo protettore (assieme alla Madonna del Buon Consiglio, a san Giuseppe e a san Pio V). Nato nel 1810 a Carpineto Romano, e battezzato col nome di Vincenzo Gioachino Pecci, fu ordinato sacerdote nel 1837, nominato vescovo nel 1843 da Papa Gregorio XVI, creato cardinale da Pio IX nel 1853, ed eletto suo successore nel 1878. Prima della sua esaltazione al Sommo Pontificato servì la Santa Sede nella diplomazia (nunzio in Belgio), nell’amministrazione del potere temporale della Chiesa (delegato a Benevento, Spoleto e Perugia) e nel ministero episcopale (arcivescovo di Perugia).
 
Dedicandogli questo calendario, vogliamo rendere omaggio a un grande Pontefice che volle imitare un suo predecessore, l’illustre Innocenzo III, il quale riposò nella sua Perugia e di cui volle portare le spoglie a Roma.
Per ben comprendere il pontificato di Leone XIII e soprattutto il suo magistero, bisogna tener presente la sua fedeltà al Dottore comune, San Tommaso d’Aquino. Suo il grande, grandissimo merito di rimettere in onore la filosofia scolastica ed il pensiero del Dottore Angelico nell’enciclica Æterni Patris: tutto il suo insegnamento deve considerarsi come un’applicazione di questi grandi principi. A torto qualcuno ha visto nel suo pontificato una mano tesa al mondo moderno nato dalla Rivoluzione; al contrario, lo scopo del Pontefice era la restaurazione della Cristianità medioevale così ben rappresentata dal già citato Innocenzo III, erede di quella civiltà cristiana e romana ben incarnata dal patrono di Leone XIII, San Leone Magno. Contro il “diritto nuovo”, egli ricordò i grandi princìpi dello Stato e della Società cristiana, iniziando dal rammentare che la sovranità non viene dal basso, ma dall’alto, ovvero da Dio. Contro il falso concetto di libertà, ricordò, al seguito di San Tommaso, il vero e genuino concetto di libertà, che ha per oggetto il bene, e non il male. Riconobbe nella setta massonica l’opera tenebrosa di Lucifero e il nemico dichiarato della Chiesa: di tutti i Papi fu certamente il più attivo nel combattere il naturalismo massonico che oltraggiava la Chiesa in Roma stessa, col sindaco Nathan e il monumento a Giordano Bruno. Per questo fu convinto assertore dei diritti violati della Santa Sede anche quanto al potere temporale, ben conscio di come la setta massonica, attraverso la secolarizzazione della società laicizzata, l’attacco alla famiglia e l’ostacolo posto alla libertà e indipendenza del Sommo Pontefice, intendesse distruggere lo stesso Papato e con esso la Chiesa di Gesù Cristo, la rivelazione divina, la vita sovrannaturale.
 
Leone XIII ebbe modo anche di avvedersi dei prodromi della crisi che stava per manifestarsi all’interno della Chiesa stessa: per questo diede un duro colpo al movimento ecumenico con la dichiarazione sull’invalidità delle ordinazioni anglicane (Bolla Apostolicæ curaæ, 1896) e con l’enciclica sull’unità della Chiesa Satis cognitum. Diede anche le prime condanne al nascente modernismo, nel campo della spiritualità (condanna dell’americanismo con Testem benevolentiæ, 1899) come nel campo dell’attività politico-sociale (enciclica Graves de communi, 1901). Con l’enciclica Rerum novarum, sulla questione operaia, si opponeva sia al socialismo sia al liberalismo, rinnovando l’alleanza tra la Chiesa e il popolo e ponendo le basi di una società veramente cristiana. Affidò questo grande progetto alla protezione della Santissima Vergine: devotissimo alla Madonna del Buon Consiglio, Leone XIII raccomandò a tutti la recita del Santo Rosario in tante encicliche, ben sapendo come nella meditazione dei misteri dell’Incarnazione, della Passione e della Resurrezione del Signore, con gli occhi e i sentimenti della SS. Vergine, il popolo cristiano avrebbe mantenuto viva la Fede.
 
Durante il suo lungo pontificato non mancarono, è vero, anche gli insuccessi. Vana fu la sua attenzione all’Oriente, nella speranza di ricondurlo all’unità cattolica. Dura fu la persecuzione che dovette subire dai nemici della Chiesa un po’ ovunque durante l’Ottocento anticlericale, dal  tedesco, ai governi massonici in tutto il mondo, specie nelle vicine Italia e Francia. Soprattutto da quel paese vennero cocenti delusioni, e sarà il suo successore, san Pio X, che con coraggio intrepido e distacco da ogni bene terreno, con libertà evangelica, affronterà la separazione tra Stato e Chiesa, la cacciata dei religiosi, la confisca dei beni della Chiesa, facendo rinascere la Chiesa di Francia e condannando le false interpretazioni del magistero leonino (come quella del Sillon). Leone XIII vide anche la stringente necessità di sviluppare e ammodernare gli studi ecclesiastici, un programma pienamente condiviso dal giovane perugino Umberto Benigni; ma sulla fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si faceva già luce il tradimento di questo bel programma da parte dei modernisti: sarà san Pio X (nominato vescovo nel 1884 e creato cardinale nel 1893 proprio da Leone XIII) a dover affrontare il pericolo mortale, per “restaurare ogni cosa in Cristo”.
 
Ogni mese del nuovo anno può essere un’occasione per i nostri lettori di leggere una o più encicliche di questo grande Papa, che abbiamo scelto, in quest’occasione, di onorare.
 
Don Francesco Ricossa
 
 

Mons. Benigni con San Pio X contro il modernismo

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Sono disponibili i filmati della conferenza tenutasi a Roma il 1 Marzo 2014: Mons. Benigni con San Pio X contro il modernismo
relatore: Don Francesco Ricossa

Monsignor Umberto Benigni

Benigni-Umberto-03Nacque a Perugia nel 1862, fu ordinato sacerdote nel 1884 e subito dopo iniziò la collaborazione ad alcuni giornali cattolici locali.

Nel 1892, dopo la promulgazione della Rerum Novarum, insieme a don Cerruti, promotore delle Casse Rurali, fondò la prima rivista cattolica sociale d’Italia, Rassegna Sociale e divenne caporedattore de L’Eco d’Italia di Genova.

Nel 1895 si trasferì a Roma, dove per dieci anni si occupò di storia ecclesiastica, prima come addetto alla Biblioteca Vaticana e poi come professore al Seminario Romano.

Dal 1900 al 1903 fu anche direttore del quotidiano intransigente La Voce della Verità.
Dal 1902 curò la pubblicazione della Miscellanea di storia e cultura ecclesiastica, primo periodico italiano consacrato alla storia ecclesiastica, che uscirà sino al 1907.
È possibile che gli studi pubblicati sulla Miscellanea siano stati alla base della sua monumentale Storia Sociale della Chiesa, in sette volumi, che si interrompe purtroppo all’età medioevale.

Nel 1904, dopo l’elezione di Pio X, per don Umberto si aprirono le porte dei vertici della Curia vaticana: divenne infatti Sottosegretario degli Affari ecclesiastici straordinari, ritrovandosi ad assumere la quinta carica d’importanza all’interno della Segreteria di Stato.

Si deve al genio di Benigni la paternità della sala stampa vaticana. Per invogliare i quotidiani laici (“indipendenti”) a occuparsi correttamente delle vicende ecclesiastiche, Benigni pensò di ingraziarsi una parte di giornalisti (che oggi chiamiamo “vaticanisti”), riunendoli quotidianamente (ecco la “sala stampa”) e fornendo loro esaurienti (e ben impostate) informazioni, che il giorno seguente erano poi pubblicate su tutti i giornali. La strategia risultò efficace per preparare sulla stampa laica il terreno alla pubblicazione dell’enciclica Pascendi e per neutralizzare, almeno in parte, le successive campagne denigratorie della fazione modernista. Nacque così l’agenzia di stampa Corrispondenza di Roma (il n. 1 uscì il 23/5/1907, il 1282° e ultimo numero il 31/12/1912), che ebbe presto un’edizione francese, Corrispondance de Rome (dall’ottobre 1907). Bollettino “né ufficiale né ufficioso”, rifletteva gli orientamenti della Segreteria di Stato e non tardò a suscitare grandi polemiche negli ambienti cattolici e in quelli politici, come le aspre reazioni del governo massonico della III Repubblica francese.
Dal 1910 al 1912 un settimanale in lingua francese, Cahiers contemporaines, riportava gli articoli più importanti della Corrispondenza.

Nel 1912, pochi mesi prima della chiusura della Corrispondenza, mons. Benigni aprì una seconda agenzia d’informazioni, l’A.I.R. (“Agenzia Internazionale Roma”), col bollettino quotidiano Rome et le monde e il settimanale Quaderni romani, che usciva anche in edizione francese.

Le notevoli capacità organizzative di mons. Benigni diedero vita ad altri organi di stampa, come il Borromeus, per i componenti romani del SP, e il Paulus, indirizzato agli amici giornalisti.
All’estero SP disponeva di alcune pubblicazioni come La Vigie in Francia, la Correspondance Catholique nel Belgio, la Mys Katolycka in Polonia.

Inoltre Benigni era in stretta collaborazione con altre riviste antimoderniste indipendenti da SP, come La Riscossa dei fratelli Scotton e La Critique du libéralisme del sacerdote Barbier, in Francia.

Per dedicarsi maggiormente e più liberamene all’opera intrapresa, don Benigni lasciò l’incarico agli Affari ecclesiastici, sostituito da mons. Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, che nel processo per la canonizzazione di Pio X rimase indifferente alle pressioni di coloro che dipinsero Benigni come l’anima nera di Papa Sarto per impedire che il Pontefice fosse elevato agli altari.

Nel 1911 san Pio X creò per don Umberto un’ottava carica di Protonotario Apostolico Partecipante, il più alto titolo prelatizio, che sino ad allora era limitato a soli sette membri. Il prestigioso titolo fece capire al novello monsignore due cose: innanzitutto la preclusione a una eventuale futura nomina episcopale, ma anche l’incoraggiamento papale a continuare sulla strada intrapresa.
Fin dal 1909 Benigni lasciò l’appartamento in Vaticano e aprì in Via del Corso la “Casa san Pietro”, sede delle sue attività. Qui nacque il Sodalitium Pianum, di cui si è parlato diffusamente nella prima parte di questo numero.
Dopo lo scioglimento definitivo del SP, avvenuto il 25/11/1921, mons. Benigni, seppur amareggiato, seppe trovare la forza d’animo per proseguire le battaglie per l’integralità della Fede. Nel 1923 rilanciò l’AIR con il nome di Agenzia Urbs, che continuò le attività sino al 1928, curando la pubblicazione del bollettino settimanale Veritas e poi del mensile Romana.

Nel 1928 fondò l’Intesa Romana per la Difesa Sociale (IRDS), col motto “Religione, Patria, Famiglia”. È la fase fascistizzante della vita di mons. Benigni, certamente la meno originale e rappresentativa: Benigni cercò di usare il Fascismo in chiave anti-democristiana nello stesso modo in cui il regime usava in modo strumentale la Religione.

Mons. Benigni, calunniato e perseguitato dai suoi nemici, condusse gli ultimi anni della sua vita nella povertà più assoluta. Nella Disquisitio uno dei testimoni, il padre Saubat, intimo collaboratore di Benigni assicurò che Mons. Benigni, pur non avendo la cura delle anime, celebrava ogni giorno la Messa e si confessava ogni settimana nella chiesa di S. Carlo al Corso da un padre mercedario.

Mons. Benigni si spense a Roma il 27 febbraio 1934, “abbandonato e disprezzato dal clero”: al funerale presenziarono “7 o 8 senatori, da 12 a 15 deputati, una legione di giornalisti e persino 12 carabinieri in alta uniforme” ma furono presenti solamente due sacerdoti: il padre Saubat e il padre Jeoffroid.

Quasi 50 anni dopo la sua morte, il pensiero e l’opera di mons. Benigni divennero il punto di riferimento per la nostra rivista Sodalitium (fondata nel 1983).

[Estratto da Sodalitium n. 61]

Fonte: https://www.sodalitium.biz/mons-benigni/

San Pio X il Papa parrocchiano di San Giuseppe al Trionfale

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Auguri per la festa di san Giuseppe, Sposo della B. V. Maria, Padre putativo di Gesù e Patrono della Chiesa universale. Lo festeggiamo con questo articolo relativo al ruolo che ebbe san Pio X nella costruzione della parrocchia di San Giuseppe al Trionfale a Roma.
 
San Pio X il Papa parrocchiano di San Giuseppe al Trionfale
 
Proseguiamo il viaggio nella storia del quartiere romano de Il Trionfale nato e sviluppato intorno alla parrocchia di San Giuseppe.
A sostenere Don Luigi Guanella che si adoperava per i poveri non solo con le opere sociali ma soprattutto con la costruzione di chiese in ogni luogo dove voleva far nascere una comunità fu un “parrocchiano” speciale: il Papa Pio X.
Il Pontefice si definì da subito un “parrocchiano di San Giuseppe”, anche perché dai giardini vaticani agli inizi del ‘900 il cantiere della basilica si vedeva vicina. 
Alejandro Maria Dieguez nel libro pubblicato per i cento anni della parrocchia scrive: “Fin dall’inizio del suo pontificato, Pio X, un Papa pastore vissuto sempre a contatto diretto con la realtà dei fedeli, aveva constatato gli effetti dell’incremento della popolazione di Roma per l’espansione edilizia e quindi la necessità di indirizzare risorse umane e materiali verso la periferia, diventata quasi ‘terra di missione’.
Il Papa inizia rivedendo l’assetto delle parrocchie, le toglie dal centro meno abitato e ne fa nascere nuove in periferia, molte ne fa costruire con quasi 12 milioni da lui faticosamente stanziati. 
Quando don Guanella nel 1908 va in udienza dal Papa per proporre la costruzione di una chiesa per una nuova parrocchia il Papa è entusiasta: “Sento che avete un pensierino lontano di fare una chiesa oltre porta Trionfale. Vi auguro che quel pensiero si faccia vicino e concreto” dice a Don Guanella. Ma non si ferma agli auguri. “Voi – dice – avete sperimentato gli effetti della divina Provvidenza. Non tentate Iddio, ma confidate, confidate ne sarei tanto tanto contento. Dicono che sono ricco e ricevo milioni. Non credetelo perché non è vero! Dalle fonti alle quali vorrebbero alludere non ricevo neppure un centesimo. Tuttavia in quanti posso io vi aiuterò, perché una chiesa in quella località è proprio necessaria”.
Pio X in varie occasioni e momenti arrivò a contribuire con 440 mila lire. Una somma davvero alta a quel tempo. Sarebbe stato un prestito in attesa della vendita dei terreni delle colonìe di Monte Mario, come scritto in una ricevuta firmata da Don Guanella. Ma il Papa sapeva che lo “straccione” come lo chiamava affettuosamente, non gli avrebbe ridato nulla: “pagheranno, non pagheranno, intanto mi hanno fatto una chiesa necessaria”. Il debito alla fine fu del tutto condonato. Ma la chiesa veniva su bene, e al Trionfale tra le baracche, lavoravano le suore che al loro arrivano avevano solo una cappellina proprio in una di quelle baracche. 
Il Papa volle che la nuova chiesa fosse utile e anche bella. Così toglie il ciborio dorato dalla Capella di Santa Matilde e la regala alla chiesa di San Giuseppe. 
Le donazione riguardano poi l’asilo e la mensa, ma soprattutto la cura pastorale. Il Papa sa che la gente deve avere facilità di trovare confessori e sacerdoti disponibili all’ascolto.  I sussidi si moltiplicano in varie forme, una lunga serie di aiuti che arrivano anche tramite i suoi segretari che spesso si univano ai preti della parrocchia per fare apostolato.  San Giuseppe non era solo una parrocchia ma un vero centro di carità e di ascolto. E questo grazie al Papa.
Il Trionfale si trasformava così da zona degradata a luogo di riferimento. 
Don Bacciarini scrive: “Qui il bene bisogna farlo più fuori di chiesa che in chiesa. Qui si indice una prima Comunione? L’avviso in chiesa e sul bollettino è lettera morta: bisogna andare a domicilio e non una ma due e tre volte. Tale è l’indifferenza romana”. 
E aggiunge: “Senza questo metodo noi possiamo star qui a confessare donne e poche anche di quelle e lasciare che la massa del popolo dorma i sonni della sua indifferenza che fa spavento”. 
Parole drammaticamente attuali anche oggi proprio nella città del Papa come in tante altre parti del mondo. 
Quando a marzo del 1912 Don Guanella andò in udienza due volte dal Papa con gruppi di fedeli e sacerdoti la nuova chiesa era stata appena inaugurata, il 19 marzo appunto. Di questo Guanella parla con il Papa. Le sorelle del pontefice avevano partecipato alla messa pontificale.
Sulla facciata della chiesa si legge: “ O Giuseppe- patrono della Chiesa cattolica- in questo tempio- che ricorda il giubileo sacerdotale ed episcopale – di Pio X- benedici al suo zelo – inteso  a restaurare ogni cosa in Cristo”. 
 
 

Torniamo a vivere da cristiani e offriamo le sofferenze in espiazione dei peccati

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per Informazione Cattolica https://www.informazionecattolica.it/2022/01/03/torniamo-a-vivere-da-cristiani-e-offriamo-le-sofferenze-in-espiazione-dei-peccati/

LA CALAMITÀ, LA PANDEMIA, LE DISGRAZIE, GLI INCIDENTI NON SONO MAI “COLPA DI DIO

 Il 31 dicembre abbiamo cantato il te Deum in ringraziamento al Signore per l’anno trascorso. Il 1° gennaio abbiamo festeggiato la Circoncisione di Gesù, che scelse di versare, fin da subito, un po’ del Suo sangue per noi miseri peccatori e ieri il Santissimo Nome di Gesù, che significa Salvatore, attribuito al Messia, al Figlio del Dio vivente, su indicazione dell’Arcangelo Gabriele alla Santa Vergine Maria, nel giorno dell’annunciazione. Tre grandi misteri, da meditare e contemplare in questo inizio dell’anno liturgico, soprattutto attraverso la preghiera.
Ci sono cristiani che si chiedono cosa mai vi sia da ringraziare per un anno difficile, se non addirittura tragico per molti, come quello trascorso. Non è facile, umanamente parlando, dare una risposta ragionevole e convincente. Sul piano meramente naturale, verrebbe da dire che c’è ben poco da ringraziare. Sul piano soprannaturale, invece, pur apparendo ad occhio superficiale o indifferente alla Fede un assunto assurdo, dobbiamo ringraziare anche per il dolore e per le sofferenze. Partendo dal presupposto che Dio, Somma Potenza, Giustizia e Misericordia, trae sempre un bene anche dal male, del quale, nella nostra limitatezza e finitezza, ci accorgeremo a tempo debito, ogni pena che patiamo in questa valle di lacrime va in espiazione dei peccati personali e del prossimo. Diviene, dunque, una enorme Grazia, se pensiamo che attraverso la sofferenza alleggeriamo il peso delle nostre miserie agli occhi di Dio.
La calamità, la pandemia, le disgrazie, gli incidenti non sono mai colpa di Dio, che non può volere il male per le Sue creature. Altresì lo permette, perché ci ha voluti liberi e noi, troppo spesso, abusiamo di tale facoltà per fare ciò che piace a noi, non ciò che si deve per piacere a Lui. Ci facciamo leggi contro la natura creata da Lui, ci creiamo regole in contrasto con le Sue Leggi ed i Suoi Comandamenti, oltraggiamo la Chiesa, Suo Corpo Mistico, creandoci una religione di comodo, tramite un “fai-da-te” che significa sostituirsi a Dio, decidendo a prescindere da Lui, dal Suo insegnamento e dai Suoi precetti. Dopo il peccato originale, abbiamo continuato a peccare e oggi, a distanza di XXI secoli dall’Incarnazione del Verbo, abbiamo addirittura rinnegato l’essenziale per la salvezza dell’anima, e nella secolarizzazione ci stiamo comportando da pagani. Molti adorano il loro Vitello d’Oro e vivono solo per questo. Siamo nella grande apostasia, foriera di caos, disordine e morte, in ogni ambito della vita. Qualcuno ha forse l’ardire di chiedere un premio per tutto questo? Non sappiamo utilizzare il libero arbitrio indirizzandolo, con un semplice esercizio della volontà, in una vita integralmente cristiana. Quindi offriamo le nostre sofferenze, soprattutto le peggiori, ai piedi di Gesù Bambino perché abbia pietà di noi!
Apriamo questo nuovo anno, accettando ciò che verrà, riscoprendo il significato della preghiera, quotidiana e costante. S. Giovanni Damasceno, nel suo trattato De Fide Orthodoxa, ci ha dato due definizioni della preghiera: “Elevazione della mente a Dio”, oppure “petizione a Dio di cose oneste” (c. 24).

La prima cosa da notare del trattato di Tommaso d’Aquino sulla preghiera è la sua adozione della definizione propria della preghiera: la preghiera è la petizione a Dio di cose oneste. La preghiera per antonomasia per S. Tommaso non è una cosa complicata, ma sommamente semplice: è la preghiera di una madre che accende una candela davanti ad un crocifisso per la salute dei suoi figli; è la preghiera di un eremita nella sua solitudine per la salvezza del mondo; è la preghiera di un drogato che chiede di poter uscire dal ciclo vizioso in cui si è intrappolato: è la preghiera di tutti. Disse Padre Garrigou-Lagrange: «Il più miserabile, dal fondo dell’abisso in cui è caduto, può alzare un grido verso la misericordia, e questo grido è la preghiera».

Dio, nella sua somma sapienza, ha deciso fin dall’eternità che le preghiere degli uomini saranno indispensabili per l’ordine dell’universo, e per ottenere certi effetti. La nostra preghiera, quindi, non ha lo scopo di cambiare le disposizioni divine, ma di impetrare quanto Dio ha disposto di compiere mediante la preghiera (S. Th. II-II, q. 83, a. 2). Pertanto, secondo la disposizione di Dio, la preghiera ha una vera causalità ed efficacia indispensabile, in tal modo che è vano pensare a ricevere alcuni benefici da Dio senza chiederli a Lui nella preghiera.

Perché Dio ha voluto che dobbiamo pregare per ottenere certi benefici? Anzitutto, in senso generale, Dio, nella sua somma Bontà, ha voluto associare a sé l’uomo nel suo governo dell’universo, e così conferire a lui la dignità di causa (S. Th. I, q. 22, a. 3). Poi, l’atto stesso di pregare porta numerosi benefici all’uomo.
Per esempio, pregando per certi bisogni, ricordiamo esplicitamente che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Questo atteggiamento, non solo ci insegna l’umiltà (S. Th. II-II, q. 83, a. 2, ad 1), ma la preghiera stessa diventa una forma di culto a Dio: nella preghiera, Dio è glorificato ed è riconosciuto come fonte di bontà, onnipotente e misericordioso (cfr. S. Th. II-II, q. 83, a. 3). Essendo un atto di riverenza a Dio, essa ci fa tornare anche alla definizione generica della preghiera, in quanto elevazione: «La preghiera è l’elevazione a Dio, come a un superiore, come al supremo superiore, al di sopra del quale non c’è nulla; è l’atteggiamento di venerazione e riverenza, che non può già prescindere dall’umiltà».

Al centro della riflessione sulla preghiera, S. Tommaso inserisce la preghiera del Padre Nostro. Questa preghiera, semplice e conosciuta da qualsiasi buon cristiano, è il modello di tutte le preghiere, in primo luogo, perché è la preghiera che Gesù Cristo, Dio-Uomo, ci ha insegnato. La sua eccellenza si trova, inoltre, nel fatto che «non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell’ordine in cui devono essere desiderate: cosicché questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma tutti i nostri affetti.» (S Th. q. 83, a. 9). Iniziando con le parole Padre nostro che sei nei cieli, ci ricordiamo della sua cura per noi e la sua onnipotenza: quindi, vengono suscitati in noi sentimenti di fiducia e di speranza. Poi, il Padre Nostro ci insegna tutto ciò che possiamo onestamente desiderare nella vita.

Ri-impariamo a vivere da cristiani e ad instaurare omnia in Christo – come insegna S. Pio X – perché la Sua Gloria sia la nostra prima felicità e la nostra salvezza eterna sia l’unico Fine e obiettivo della vita, da ottenere con le buone opere.

 

Hodie Christus natus est

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Auguri a tutti i lettori per la festa della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo.
 
Filmato: Natale a Betlemme (1954)
 
Catechismo Maggiore di San Pio X – Del santo Natale
 
Sante Messe (Missale Romanum di San Pio V) dell’IMBC
 

Un grande movimento conservatore da contrapporre al globalismo progressista

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EDITORIALE DEL LUNEDI per https://www.informazionecattolica.it/2021/11/22/un-grande-movimento-conservatore-da-contrapporre-al-globalismo-progressista/

di Matteo Castagna

L’APPELLO DI MARCELLO VENEZIANI ALL’UNITÀ DELLA “MAGGIORANZA SILENZIOSA” IN UN GRANDE MOVIMENTO CONSERVATORE

L’astensionismo come diffidenza o addirittura repulsione verso la politica, da parte di molte persone, costituisce il grande partito di massa di tutti i periodi decadenti. L’Italia non fa eccezione. Persino nei sondaggi vediamo ridursi drasticamente la disponibilità a rispondere, tanto la gente è stufa.

Alle ultime elezioni amministrative, si è presentata alle urne la metà degli aventi diritto. Il nostro è, fondamentalmente, un Paese conservatore, ove oggi la maggioranza fatica a trovare chi lo rappresenti. Il grillismo, col suo abbondante ed ipocrita decennio di antipolitica ha implementato, in maniera decisiva, questa tendenza alla disaffezione verso la cosa pubblica.

L’appello all’unità in un grande movimento conservatore, proposto da Marcello Veneziani in una recente intervista a Destra.it, ove l’orizzonte valoriale sia sempre chiaro e ben definito, ancorato nella tradizione e nell’identità classico-cristiana dell’Europa, nella difesa e nella riappropriazione del diritto naturale e negli intenti comuni su principi morali, non in contrasto con la Dottrina sociale della Chiesa, è da guardare con grande interesse. Soprattutto perché, sul fronte progressista e globalista, si stanno muovendo in nome del mero diritto positivo per un transumanesimo sistemico cui va assolutamente contrapposto un forte blocco che non sia mai subalterno né culturalmente, né idealmente, né politicamente e neppure economicamente. Altrimenti, vinceranno sempre loro.

Oggi si tende a confondere “politica” con “partitica” o “parlamentarismo”. La metafisica classica greca (Socrate, Platone, Aristotele), la filosofia morale e il diritto romano (Cicerone e Seneca) vengono perfezionati dalla patristica (da S. Agostino a S. Bernardo di Chiaravalle), dalla metafisica dell’essere scolastica e particolarmente tomistica (da S. Tommaso d’Aquino a Cornelio Fabro) e dal Diritto Pubblico Ecclesiastico (da Papa Gelasio I a Pio XII) costituiscono la “filosofia perenne” che definisce le radici dell’Europa come greco-romane e, poi, cattolico-romane.

Da essa traiamo la linfa vitale per depurarci degli errori della modernità e della post-modernità. Il vero inquinamento, quello da combattere con una vera politica green, è il veleno del “politicamente corretto”, che fa risalire tutto alla Rivoluzione francese, a Machiavelli, al luteranesimo, all’umanesimo ed al rinascimento.

Il catto-liberalismo ed il modernismo-democristiano ci presentano un’ immagine deformata della Dottrina politica cattolico-romana. “La Civiltà Cristiana è esistita. Non occorre inventarla, ma bisogna instaurarla e continuamente restaurarla contro gli assalti dell’utopia malsana” (San Pio X, Notre charge apostolique, 25/12/1910).

Quando Veneziani parla di un ritorno alle origini, vuol dire che non dobbiamo essere passatisti, ma imparando dal nostro glorioso passato, pensare il presente e guardare al futuro in linea di continuità. Per cui, l’uomo deve vivere coi piedi per terra, con la mente e il cuore rivolti al Cielo e con l’azione a fianco dei propri simili, ovvero la “comunità di destino”, di cui parla Gustave Thibon, in Diagnosi (1940).

Per S. Tommaso d’Aquino la politica o “morale sociale” è la scienza di ciò che l’uomo, come animale socievole, deve fare, orientandosi verso un determinato fine (De Regimine Principum, lib. I, cap. 1 e In Ethicorum, lib. I, lect. 1, n.3) che è il benessere comune materiale subordinato al fine ultimo spirituale.

Per S. Tommaso la Politica è la parte sociale della filosofia morale. La filosofia politica è una scienza pratica, che dà i principi per agire al cittadino che vive in una Società e che deve operare da uomo sociale. In breve, essa è riflessione razionale, seguita da azione concreta, sulla e nella vita sociale. La morale sociale o politica si fonda sulla metafisica, che ci fa conoscere: a) la vera natura dell’uomo, creatura immortale, e quindi il Fine ultimo al quale è destinato, che è Dio, per rapporto al quale gli atti umani sono moralmente buoni o cattivi, secondo che vi conducano o no (Summa contra Gentiles, lib. III, cap. 25); b) l’esistenza di un Dio personale e trascendente il mondo, maestro. legislatore e giudice dell’umanità, autore della legge morale, naturale e rivelata, oggettiva ed obbligatoria per tutti. (liberamente tratto da “La Sintesi del Tomismo”, Ed. Effedieffe, 2017).

Leggendo l’Etica Nicomachea (I, 1106b 36; ivi, I, 1099a, ivi, II, 1107a22-23; ivi, X, 1174a2-8) comprendiamo che da Aristotele in poi si parla di di politica come di una scienza architettonica, che regge, coordina e dirige tutte le altre scienze pratiche, quali il diritto, l’economia, la medicina, l’edilizia, ecc., che essa applica per regolamentare l’effettiva convivenza della comunità. Per Aristotele il fine dell’uomo è nella felicità che non consiste nei piaceri dei sensi, “che rendono l’uomo simile alle bestie” (G. Reale, Introduzione a Aristotele, cit., p. 129), né nell’onore fine a se stesso, né nell’accumulo di ricchezze ma nella vita virtuosa che il Cristianesimo ha portato a compimento con il rispetto dei Comandamenti e dei precetti della Chiesa Cattolica, che è Una, Santa, Apostolica e Romana.

La Regalità Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo è la sublimazione del ritorno alla Civitas Christiana, che è l’unica risposta metafisica e pratica alle crisi contemporanee.

La massa appare anestetizzata, materialista, priva di un fine ultraterreno da raggiungere

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TRE SECOLI DI CULTURA LIBERALE – OVVERO L’APOGEO DEL SOGGETTIVISMO E DEL RELATIVISMO, CHE NON AMMETTONO VERITÀ OGGETTIVE – HANNO PORTATO A VIVERE COME SE DIO NON ESISTESSE

La massa del XXI secolo appare anestetizzata, materialista, priva di un fine ultraterreno da raggiungere. Si osservano persone vivere alla giornata, non in funzione di un Aldilà, come era proprio delle generazioni passate, quando l’Italia era profondamente cattolica.

Oggi, ciascuno per sè, senza più alcun senso comunitario, sceglie di sopravvivere come un pagano, senza prospettive trascendenti, come se Dio non esistesse. L’hanno ucciso le ideologie intrinsecamente perverse e oltre tre secoli di cultura liberale, ovvero l’apogeo del soggettivismo e del relativismo, che non ammettono verità oggettive.

Nel nichilismo che ne deriva, ogni forma di pensiero non ha cittadinanza e la religione diviene come un insieme di norme sulla carta o un’ ipocrita abitudine. I media plasmano le coscienze con un’informazione viziata all’origine dal cosiddetto mainstream per annichilire ogni libera espressione di un giudizio critico e circostanziato. Siamo ridotti a degli automi del pensiero o della prassi altrui.

La filosofia, salvo rare eccezioni, è considerata una materia inutile. La teologia è una cosa imperscrutabile, da preti intellettuali. L’esempio evangelico e la Tradizione cattolica sono costantemente irrisi, laddove non palesemente occultati, per non urtare la suscettibilità di altri credi. Gesù non si pose mai questo problema, predicando a tutti e pagando gli strali lanciati ai sacerdoti del Suo tempo, con la morte infame di croce, vinta con la Resurrezione e la redenzione del mondo dal peccato.

Oggi, chi vive in funzione della vita eterna, con le buone opere? Siamo uomini razionali diretti dalla fede, oppure consumatori che hanno accettato la fine di tutto con la morte? Ammettiamo che siamo sempre meno. Il gregge rimasto fedele è ampiamente ridotto.

Il disaccordo delle opinioni sulla persona di Gesù Cristo e sul suo insegnamento, che erano già diffuse quando Egli era su questa terra, fa del mondo una specie di Babele. La gente, oramai, ritiene illusoria la Rivelazione cristiana oppure c’è chi pensa di dover interpretarla a piacimento. Ma non può essere così perché Dio ha parlato chiaramente. Ad un’anima di buona volontà, ad un’anima che cerca la verità con desiderio di trovarla e senza essere schiava di istinti malvagi… ad un’anima che creda ancora alla possibilità per l’intelligenza di trovare la verità…è possibile, con la grazia di Dio, conoscere con certezza la divinità di Gesù Cristo, uniformando, per diretta conseguenza, la propria volontà alla Sua, guardando all’unico fine che non è di questo mondo ma in Paradiso, alla Sua destra, per sempre.

Gesù stesso ci ha avvertiti: “Io sono la via, la verità, la vita, e nessuno può venire al Padre mio se non per mezzo di me” (Gv. XIV,6). San Pietro in Atti IV davanti al Sinedrio ha proclamato che “non c’è salvezza in alcun altro”. San Giovanni Apostolo ci avverte nell’Apocalisse: “per gli schiavi del rispetto umano, per gli increduli, per gli uomini di cattivi costumi, …la loro sorte sarà lo stagno ardente di fuoco e di zolfo” (Ap. XXI,8).

Papa Leone XIII estende la conversione personale alla società: “o il mondo ritornerà alle istituzioni cristiane, o il mondo non si rialzerà” (Rerum novarum). il Santo Padre fu così profetico da rispondere a coloro che perdono tempo nel cercare risposte meramente umane come la creazione del partito dei cattolici o altre simili amenità, scrivendo: “ce ne sono e in gran numero, che spinti dall’amore della pace, vale a dire la tranquillità dell’ordine, si associano e si raggruppano per formare ciò che essi chiamano il partito dell’ordine.

Oh! Vane speranze, fatiche sprecate! Di partiti d’ordine capaci di ristabilire la tranquillità in mezzo alla perturbazione delle cose ce n’è uno solo: il partito di Dio…Tuttavia, venerabili fratelli, questo ritorno delle nazioni al rispetto della maestà e della sovranità divina, non avverrà che mediante Gesù Cristo. L’Apostolo in effetti ci avverte che “nessuno può porre altro fondamento al di fuori di quello che è stato posto e che è Gesù Cristo” “. (1 Cor. III; San Pio X, E supremi apostolatus)

Non vi potrebbe essere vera pace – questa pace di Cristo così desiderata – intanto che non seguiremo fedelmente i principi e gli esempi di Cristo, nell’ordine della vita pubblica come della vita privata” (Pio XI, Ubi arcano).

Pio XII fu realmente profetico nel messaggio di Natale del 1956: “i Cristiani sono sicuri che la contraddizione di cui soffriamo oggi (da una parte: progresso tecnico inebriante, e dall’altra parte: insicurezza) costituisce la prova di una grande rottura tra la vita e la Fede cristiana e che è questo male che bisogna innanzitutto guarire“.

L’unione tra la piena conversione personale alla Regalità Sociale di Gesù Cristo costruisce il motto di San Pio X: “Instaurare omnia in Christo“. Non possono esserci compromessi con l’errore e col peccato, come prevedrebbe la politica politicante. Perché la Verità ha plasmato il mondo, prima d’essere rifiutata, bestemmiata e detronizzata.

Come diceva S. Agostino: “delle due l’una: o il mondo è stato convertito dai miracoli che noi reclamiamo esser stati fatti in favore della Religione Cristiana, ed allora Essa è divina; o il mondo è stato convertito senza miracoli: in questo caso l’insediamento del cristianesimo è per se stesso il più grande dei miracoli“.

La nostra soluzione a tutti i guai del momento presente sta qui: “io credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio“, come predicava con ardente fervore padre Ludovic Marie Barrielle (1897-1983).

La vittoriosa battaglia di Vienna del 1683

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo alcuni comunicati del nostro centro studi sulla battaglia di Vienna del 1683.
 
11-12 settembre 1683: la battaglia di Vienna
 
Vienna, 12 settembre 1683
 
Padre Marco d’Aviano e san Pio X
 
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