Governo choc: deposita atto al Senato prevista proroga emergenza dicembre 2022

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Il mondo va verso l’uscita dalla pandemia. Ma il governo Draghi prevede lo stato d’emergenza fino a dicembre 2022. Una scelta ad oggi senza alcun fondamento
di Antonio Amorosi
In Italia si governa a colpi di emergenza. Dove è finita la democrazia? E’ regime?

L’emergenza piace tanto al governo di Mario Draghi al punto che la compagine governativa è capace di atti di preveggenza, oltremodo in contrasto con le tendenze di tutti gli altri governi del mondo che stanno pianificando, dopo l’avanzata della variante Omicron (più infettiva ma meno pericolosa), l’uscita dalla pandemia.
E’ stato depositato tra gli atti del Senato, ed emerge con un documento datato 16 gennaio 2022, un testo che prevede di prorogare lo stato di emergenza in Italia fino a dicembre 2022. E’ il Disegno di legge 2448-quinquies presentato dal ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco, altro banchiere nel governo e fedelissimo di Mario Draghi.
Così recita il Disegno di Legge depositato al Senato. “Art 1. 1 All’articolo 6, comma 6, del decreto-legge 30 aprile 2020, n. 28, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 2020, n. 70, le parole: «e comunque entro il 31 dicembre 2021» sono sostituite dalle seguenti: «e comunque entro il 31 dicembre 2022»”.

L’iniziativa del governo, disegno, “presentato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze (Franco), comunicato alla presidenza l’11 novembre 2021” è stato annunciato “nella seduta n. 379 del 16 novembre 2021” ed è stata classificata nel capitolo “Proroga di termini, malattie infettive e diffusive, informazione, apparecchi telefonici”. Una classificazione provvisoria.
Il Disegno di legge 2448-quinquies di cui parliamo mostra il “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2022 e bilancio pluriennale per il triennio 2022-2024” e per questo giustificherebbe tra le proprie pieghe l’estensione dell’emergenza in Italia, a discapito di quanto si aspettano gli italiani che anche in queste ore leggono della graduale tendenza di tutti gli altri Paesi del mondo a tornare alla normalità.

Più che il virus il problema in Italia sembra la sua gestione che si àncora a uno stato di emergenza permanente come forma di governo ordinario.
Un decreto legislativo del 2008, il numero 1, disciplinava come si attuasse lo stato di emergenza, all’articolo 23, comma 3, recitando: “la durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi”. Ma come abbiamo visto è stato aggirato.

Quali sono i criteri con i quali il governo proroga lo stato di emergenza nel nostro Paese? Con i numeri delle occupazioni delle terapie intensive? Con l’occupazione dei posti letti in ospedale? Con il numero dei morti da Covid? Con i numeri dei contagi? Il governo Draghi non lo ha mai chiarito.
Vedendo la situazione, con lo svuotamento dei poteri del Parlamento, l’inerzia delle forze sociali, ci si chiede che fine abbia fatto la democrazia in Italia.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/politica/governo-choc-deposita-atto-al-senato-prevista-proroga-emergenza-dicembre-2022-775676.html

Due Italie e due mobilitazioni: per la libertà di lavorare e per la libertà di processare le idee

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2021/11/01/due-italie-e-due-mobilitazioni-per-la-liberta-di-lavorare-e-per-la-liberta-di-processare-le-idee/

I POTERI FORTI CONTINUANO IL LORO LAVORO DI PREPARAZIONE DELLA SOCIETÀ CHE VERRÀ, BASATA SU TRE CARDINI: LO SCIENTISMO, LA TECNOCRAZIA E IL GLOBALISMO

In Italia assistiamo a due mobilitazioni differenti: una contro il green pass e l’altra contro la bocciatura del ddl Zan. La prima, capitanata dai portuali di Trieste, rivendica il diritto al lavoro per tutti, senza obblighi di natura sanitaria, quali il vaccino o il tampone. La seconda, capitanata dalle associazioni LGBT, protesta contro il Senato, che ha respinto la votazione su una proposta di legge pansessualista, che mirava a sanzionare duramente i pubblici sostenitori del diritto naturale.

Mentre il popolo viene distratto da queste questioni, i poteri forti continuano il loro lavoro di preparazione della società che verrà, basata su tre cardini: lo scientismo, ovvero la divinizzazione della scienza come bene assoluto e supremo, al posto di Dio; la tecnocrazia, ovvero il primato delle macchine e della tecnologia sull’uomo, in nome del profitto; il globalismo, ovvero il “socialismo della povertà”, in nome di una transumana uguaglianza universale, governata dal primato dell’economia sulla politica, del materialismo sull’etica. “Il potere economico in mano a poche persone”, oggi i padroni delle multinazionali e i grandi speculatori dell’alta finanza internazionale, viene condannato già nell’Enciclica Quadragesimo Anno di S.S. Pio XI, promulgata il 15 maggio 1931, che appartiene alla dottrina sociale della Chiesa, perenne e immutabile.

Troviamo, allora, un nesso comune tra le due mobilitazioni degli italiani: la difesa di una libertà da parte di chi segue l’esempio di Stefano Puzzer e la difesa di una parvenza di libertà da parte degli LGBT e da coloro che sono stati ingannati dalla martellante propaganda arcobaleno. Forse, non è un caso che chi è favorevole al ddl Zan, tendenzialmente, sia anche strenuo sostenitore dell’obbligatorietà vaccinale e del green pass…

Chi ha la consapevolezza di lottare contro un lasciapassare sanitario che potrebbe divenire, già nel 2022, anche uno strumento di controllo fiscale, sostiene il diritto al lavoro, così come lo abbiamo sempre conosciuto e, come garantito dall’art. 1 della Costituzione. Principio sacrosanto di libertà, come diritto e come dovere.

La teologia morale cattolica sta dalla parte di queste persone. Il lavoro “è un diritto di giustizia sociale che ha come corrispettivo il dovere dello Stato di promuovere il bene comune e quindi di combattere la disoccupazione (non di indurla! n.d.r.) aprendo vie al lavoro”, non di chiuderle! (P. Pavan, Libertà di lavoro e diritto al lavoro, in “Atti della XX Settimana Sociale di Venezia”, Roma 1947) Si può obiettare che anche il diritto alla salute vada perseguito dallo Stato, in nome del bene comune. E’ assolutamente vero in via generale, ma vacilla nel caso di specie, perché i vaccini, che vengono proposti, attualmente, come unica forma di cura del Covid-19, non garantiscono l’immunizzazione delle persone, perché chi è vaccinato può prendere e trasmettere il virus, tanto quanto un non vaccinato.

I casi Israele e Regno Unito ne sono le prove provate. Perciò, paradossalmente rispetto a quanto sostiene il governo Draghi, l’obbligo del green pass per lavorare (di cui l’Italia è capofila e unico Paese europeo) appare misura eccessiva e sproporzionata, soprattutto perché chi fa il tampone ogni 48 ore dà più garanzie di essere negativo all’infezione rispetto a chi detiene il lasciapassare da vaccinato, che è un potenziale contagiato e trasmettitore del virus, ma non più controllato. Ne deduciamo che il bene comune che lo Stato deve garantire resta il lavoro, ponendo in essere tutte le politiche necessarie per implementarlo, così da consentire una vita normale al maggior numero di persone, nonché la libertà di coscienza in merito all’inoculazione del vaccino.

E’ bene sfatare un’altra sciocchezza, che è quella di sostenere che il vaccino sia gratis mentre il tampone sia a pagamento. Sono entrambi a pagamento, solo che il primo viene saldato, ab origine, con le nostre tasse ed il secondo viene, di fatto, pagato due volte dal lavoratore: con le tasse alla fonte e, poi, con l’esborso in farmacia. Quindi, nessuno grava economicamente sulle spalle di un altro. Anzi, chi si tampona ogni due giorni dà più sicurezze a se stesso e agli altri, nonché paga pure di tasca sua.

La parvenza di libertà è costituita dal ddl Zan, bocciato al Senato, più per le defezioni delle sinistre (Pd e Movimento 5 Stelle) che per una volontà espressa del centrodestra. Il diritto naturale è superiore ad ogni desiderio personale. La confusione tra diritto e desiderio ha portato ad una proposta di legge ideologica che dava piena facoltà ai gruppi LGBT di propagandare la teoria gender nelle scuole (art. 7 ddl Zan) e la totale discrezionalità ai magistrati nell’attribuire pene detentive pesanti nei confronti di coloro che “istigano alla discriminazione per motivi fondati sul sesso, genere, orientamento sessuale…”, estendendo così l’art. 604bis del codice di procedura penale. Vero che Zan prevedeva un “pericolo concreto” di istigazione alla discriminazione e alla violenza, ma chi l’avrebbe deciso e su che base o fatto non ancora compiuto si sarebbe dovuta esprimere oggettivamente la giustizia ordinaria? Ciò che viene fatto passare come una libertà ed una tutela, in realtà è un bavaglio nei confronti del comune buon senso, della nostra cultura, dei cattolici, dei politici che difendono il diritto naturale, di tutti coloro che dicono che i bambini hanno bisogno di mamma e papà.

Fosse passato il ddl Zan, avremmo potuto ancora scrivere, senza rischiare una denuncia, che, come recita il Catechismo di San Pio X, “la sodomia è peccato impuro contro-natura”, iscritto tra quelli che “gridano vendetta al cospetto di Dio”, dalla cui pratica peccaminosa occorre rifuggire, tramite l’astinenza? Oppure, sulla scia di altre opere e statue abbattute dai Black Lives Matter, si sarebbe dovuta sbianchettare la Bibbia, laddove dice: “La sodomia è un peccato abominevole (Gen. 13,13; Lev. 18,22; 20,13; Rom. 1, 26-27; 1 Cor. 6,9; 1 Tim. 1,10); “ripugna intrinsecamente alla natura e al fine primario dell’atto sessuale: è lussuria contro natura (v. Lussuria)” (cfr. Dizionario di Teologia Morale, Card. Roberti – Mons. Palazzini. Vol. II, Ed. Effedieffe, 2019, pag. 709, I edizione Editrice Studium, 1955)?

Ecco, chi crede che il ddl Zan avrebbe difeso dalle discriminazioni le persone con inclinazioni omosessuali, sappia che le leggi esistono già, così come le aggravanti dei “futili motivi”, che vanno a perseguire le violenze, ma non prevedono, grazie a Dio, di processare né i principi morali né coloro che li professano pubblicamente. I talebani del gender hanno sbagliato residenza…almeno per ora.

Stop al ddl Zan, il Senato lo affonda

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ENRICO LETTA E ZAN SBATTONO SUL VOTO SEGRETO. SALVINI: “ARROGANZA PD E M5S”

Bye Bye al Ddl Zan. Enrico Letta ne aveva fatto una bandiera, aveva promesso di arrivare “all’approvazione finale” del testo senza mediazione con Salvini e invece finisce con l’incassare una sonora sconfitta. Dopo una mattinata di dibattiti, al Senato la maggioranza formata da Pd, M5S, Leu e Iv non ha tenuto alla prova del voto segreto: i parlamentari in anonimato hanno infatti approvato gli ordini del giorno, presentati da Lega e Fratelli d’Italia, sul non passaggio all’esame degli articoli. Risultato schiacciante: 154 voti favorevoli, solo 131 i contrari e due astenuti. La “tagliola” è servita, il che di fatto decreta la morte del provvedimento.

Una sconfitta politica, per Letta, che avrebbe potuto portare a casa l’approvazione di una norma sull’omotransfobia accettando la mediazione col Carroccio e invece ha cercato lo scontro ideologico. Troppo tardi è arrivata, la scorsa settimana, la timida apertura alle modifiche. M5S e Liberi Uguali hanno infatti disertato il tavolo politico convocato da Andrea Ostellari. Il Pd ha rifiutato l’idea della Lega di rinviare di una settimana la discussione in Aula. E così eccoci al deragliamento finale.

In fondo Italia Viva proponeva da tempo di trovare un accordo, magari eliminando dal testo i riferimenti all’identità di genere, l’articolo sull’educazione scolastica e quello limitativo della libertà di espressione. Anche Renzi aveva informato l’ex premier del rischio di sbattere il muso contro gli oppositori al ddl Zan nascosti all’interno degli stessi partiti del centrosinistra, ma lui non ha voluto sentire ragioni. “Tutti dicono che lo vogliono la legge ma poi non si comportano di conseguenza – ha detto Davide Faraone (Iv) – alle parole di Letta dovevano seguire comportamenti coerenti. Qualche giorno fa avevamo detto che si apriva il dialogo, abbiamo verificato impossibilità di verificare ragionamento di merito”.

Esulta per lo stop al ddz Zan anche Matteo Salvini, che incassa una prima vittoria in Aula. “Sconfitta l’arroganza di Letta e dei 5Stelle – spiega – hanno detto di no a tutte le proposte di mediazione, comprese quelle formulate dal Santo Padre, dalle associazioni e da molte famiglie, e hanno affossato il Ddl Zan. Ora ripartiamo dalla proposte della Lega: combattere le discriminazioni lasciando fuori i bambini, la libertà di educazione, la teoria gender e i reati di opinione”. Chissà se Letta e soci avranno capito che per approvare una legge non basta avere l’appoggio di Fedez con tanto di lezioncine dal palco del Primo Maggio. Servono i voti in parlamento.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/stop-al-ddl-zan-il-senato-lo-affonda/

Simone Pillon: “il ddl Zan è un grimaldello per trasformare le basi stesse della nostra società”

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TESTO INTEGRALE DELL’INTERVENTO DEL SENATORE CRISTIANO DELLA LEGA SIMONE PILLON DEL 14 LUGLIO 2021 IN DISCUSSIONE GENERALE SUL DDL ZAN

Signor Presidente, cari colleghi, questo non è un disegno di legge: questo è un disegno di nuova umanità. Si vuole utilizzare una battaglia giusta e condividibile, quella contro ogni forma di aggressione ingiustificata, facendola diventare un grimaldello per trasformare le basi stesse della nostra società. Vediamo se riesco a dimostrarlo nei minuti che mi sono stati concessi.

È un disegno di uomo che è denunciato già dall’articolo 1. All’articolo 1 si vanno a sostituire parole naturali come «sesso», previste dalla nostra Costituzione e previste semplicemente dalla naturalità dell’essere umano, con «genere», «orientamento sessuale» e «identità di genere». Cos’è l’identità di genere? Io credo che molti in quest’Aula ignorino che cosa sia davvero l’identità di genere. L’identità di genere, attualmente codificata per esempio sul sito Facebook, ammonta a 58 identità differenti che, oltre al maschile e al femminile, includono anche gay, lesbica, bisessuale, transessuale, transgendercisgenderqueer, pansessuale, intersessuale, genere non binario, genderqueer, androgino, asessuale, agenderflux, demisessuale, grey asexual, aromantico. E potrei continuare per ore. Noi siamo davvero convinti che presentare ai nostri figli l’alternativa tra queste identità di genere sia un buon modo per crescerli liberi, sereni ed equilibrati? Io credo che offrire tutte queste identità di genere serva in realtà a togliere l’identità ai nostri ragazzi, serva a togliere l’identità ai nostri figli.

Vorrei leggere le parole di Keira Bell, una ragazza inglese che ha fatto una transizione di genere quando aveva sedici anni. È stata convinta nella sua scuola a fare una transizione e quindi si è fatta amputare il seno e si è fatta trasformare i genitali, dopo un lungo periodo di trattamento con bloccanti della pubertà. Le sue parole, dopo aver vinto la causa contro la clinica Tavistock and Portman di Londra: «Non si possono prendere decisioni simili a sedici anni e così in fretta. I ragazzi a quell’età devono essere ascoltati e non immediatamente assecondati. Io ne ho pagato le conseguenze, con danni gravi fisici. Ma così non va bene, servono cambiamenti seri». Questo sta accadendo non in ignoti Paesi del terzo mondo, ma nella civilissima Londra, nella civilissima Gran Bretagna, dove anni fa è stata approvata una legge, l’Equality Act, che è molto simile al disegno di legge Zan. Grazie all’Equality Act, ogni forma di resistenza da parte dei medici, da parte del personale ospedaliero, da parte degli insegnanti e da parte degli stessi genitori alla transizione di genere dei minorenni è stata etichettata come omofobia.

Siccome non mi credete, vi invito a leggere alcuni libri. Sono in lingua inglese, perché ovviamente non vengono tradotti in italiano.

«Christians in the firing line», per esempio, scritto dal dottor Richard Scott, racconta come, sempre nella civilissima Gran Bretagna, un magistrato abbia perso il lavoro e sia stato licenziato semplicemente per aver scritto in una sentenza che i bambini, in caso di adozione, hanno il diritto ad essere adottati da una coppia con mamma e papà e non da una coppia di persone dello stesso sesso. È stato licenziato e il suo nome è Andrew McClintock. Non solo, c’è un altro caso – potrei andare avanti per ore a leggerveli – di un medico pediatra di comunità, che ha perso la causa contro il servizio sanitario inglese ed è stato licenziato per aver dimostrato scientificamente che i bambini crescono meglio in un contesto in cui la genitorialità è costituita da mamma e papà. Nel libro ci sono molti altri casi e ne ricordo il titolo: «Christians in the firing line».

È singolare che quanto oggi ho sentito in quest’Aula contrasta radicalmente con le evidenze di Paesi in cui testi simili al disegno di legge Zan sono già in vigore. Vi invito anche a leggere «What are they teaching our children», che è un interessantissimo testo in inglese sulle ideologie che vengono utilizzate per indottrinare i ragazzini, fin dall’età più piccola, in cui si va sostanzialmente a insegnare che qualunque tipo di sensazione del bambino deve essere immediatamente assecondata e seguita. Vorrei raccontare in quest’Aula la storia di un papà canadese, che si chiama Robert Hoogland: avete tutti Google e potete cercare il suo nome. Robert Hoogland non si è rassegnato al fatto che la sua bambina, alla scuola superiore, all’età di dodici anni – quelle che da noi sono scuole medie, in Canada sono già scuole superiori – fosse stata convinta nella sua scuola a cominciare la transizione di genere. Egli si è sempre rifiutato di assecondarla, perché riteneva che fosse sbagliato. Il giudice, non più tardi di due mesi fa, lo ha condannato a sei mesi di reclusione e a 30.000 dollari di multa semplicemente per aver usato verso sua figlia il pronome femminile she e aver continuato a chiamarla con il suo nome da bambina. Quella era la sua bambina. Queste non sono invenzioni, ma storie di Paesi che hanno seguito prima di noi questa strada e ora stanno tornando indietro. La clinica Tavistock and Portman di Londra ora è sotto attacco giudiziario. La metà dei medici di quella clinica, che era una delle cattedrali mondiali del gender, si è dimessa. Il segnale che sta arrivando è che la teoria gender va completamente rivisitata, ma noi c’è la troviamo spiattellata nell’articolo 1 del disegno di legge in esame, che definisce la persona indipendentemente dal proprio sesso.

Abbiamo inoltre un problema enorme dal punto di vista della libertà di parola. Ho già raccontato in Commissione e vorrei raccontare anche in Assemblea la storia di un pastore protestante, di nome John Sherwood. Si tratta di un pastore protestante di settantadue anni, che è stato trascinato via in manette, nell’aprile 2021, nella metropolitana di Londra – quindi, anche in questo caso, non in un Paese barbaro, ma in un Paese civilissimo – con l’accusa di omofobia, perché come tutti i venerdì si era recato nella stazione della metropolitana per leggere la parola di Dio. Quella mattina ha letto il brano della Genesi, dove c’è scritto «maschio e femmina li creò». C’era una coppia di lesbiche e si è permesso di aggiungere che per noi cristiani il matrimonio è solo tra uomo e donna. Questa coppia di lesbiche si è sentita discriminata e ha fatto appello all’equality act, chiamando la polizia, che è intervenuta, lo ha arrestato e ammanettato, trascinandolo via in mezzo alla folla. Vi prego di guardare su Internet il video dell’arresto di John Sherwood, che è stato trattenuto per ventiquattro ore alla stazione della polizia e ora è sotto processo per omofobia. Pensate forse che queste cose non accadranno? È chiaro che in questo momento tutti vi raccontano che la libertà non è assolutamente in pericolo e anzi potrete continuare a dire che siete contro l’utero in affitto. Vi dico però che questo non accadrà, perché l’utero in affitto è esattamente il diritto riproduttivo della coppia same-sex. Se qualcuno vi venisse a dire che non vi dovete riprodurre, vi sentireste discriminati? Certamente sì!

Allo stesso modo, nessuno potrà più dire che una coppia same sex deve essere esclusa dal ricorso all’utero in affitto, perché quello significherebbe discriminarla in uno dei suoi diritti, cioè nel suo diritto riproduttivo. Stiamo attenti, perché la propaganda è un discorso, i vari Fedez di turno sono un altro discorso, ma qui dentro le cose dovremmo avere il coraggio di vederle non solo con gli occhi delle ideologie o con gli occhiali del partito politico di appartenenza, ma con la testa di chi sa vedere quali sono conseguenze che in altri Paesi hanno generato ingiustizie inaccettabili. Visto che siamo ancora in tempo, per favore fermiamoci, ragioniamoci. Solo un uomo può essere un padre: questa frase sarà discriminatoria perché ci sono i cosiddetti papà cavalluccio marino, che in realtà sono donne che però hanno fatto la transizione bombardandosi di ormoni e quindi hanno la barba, hanno i peli, hanno tutto quello che serve per essere uomini tranne i genitali, che hanno mantenuto femminili, e a quel punto possono restare gravide, ma vogliono essere chiamati papà”, chiamarli mamme o donne diventerà automaticamente discriminazione. Andate a vedere che cosa è successo alla madrina di Harry Potter, l’autrice inglese Rowling, che si è permessa di scrivere su Internet che la parola «donna» non può essere sostituita dalla definizione «individuo che mestrua», perché quella espressione è discriminatoria verso la donna. Ha osato dire queste parole. Ebbene, è stata bombardata, massacrata sui social media perché si è detto che non rispetta gli uomini che mestruano. Siamo a questo? Siamo al punto di non sapere più distinguere il maschile dal femminile? Guardate che poi queste non saranno bizzarre teorie che il senatore Pillon agita in Aula spaventando la folla degli astanti: queste diventeranno sanzioni penali e io sono pronto a giurare in quest’Aula che un giudice in Italia – ma saranno più di uno – condannerà qualcuno perché ha osato dire che le donne hanno il ciclo mensile e i maschi no. Sarà considerata grave discriminazione.

Ancora, avete letto gli articoli 5 e 6 di questo disegno di legge? Avete letto le pene accessorie folli di chiunque osi discriminare o istigare alla discriminazione sulla base dell’autonomia di pensiero di chi si sente uomo anche se è donna? Ebbene, le pene accessorie, oltre alla galera, sono anche quelle del contrappasso, perché questo povero condannato, perfido omofobo, perderà la patente di guida, perderà il passaporto, perderà i diritti politici, perderà il diritto di fare propaganda politica, perderà ovviamente il diritto alla patente di caccia, ma perderà addirittura la propria dignità, perché sarà costretto a fare lavori socialmente utili presso le associazioni LGBT, con la pena del contrappasso. Questo prevedono gli articoli 5 e 6. Avete letto l’articolo 7? Ho ascoltato attentamente la presidente Malpezzi che ha cercato di raccontarci, a proposito dell’articolo 7, che c’è l’autonomia scolastica; certo che i genitori possono firmare il piano dell’offerta formativa e possono scegliere la scuola in base al POF, ma se tutti i POF conterranno l’ideologia gender – perché questa legge imporrà a tutte le scuole di celebrare la giornata contro omofobia, bifobia, lesbofobia e transfobia – come faranno i genitori? O faranno la scuola a casa, cioè la scuola parentale, o dovranno tenere i figli ignoranti.

Cara senatrice Malpezzi, siamo capaci anche noi di leggere, ci creda sulla parola, ma siamo anche capaci di leggere in inglese e le consiglio caldamente di leggere «What are they teaching the children?». Sono sicuro che lei conosca molto bene l’inglese, ma è un po’ ostico, quindi la invito a leggere un testo italiano, le linee guida della Regione Lazio che sono state precipitosamente ritirate, nelle quali c’era scritto che è buona prassi assecondare i ragazzi nella transizione, ovviamente fin dalla più tenera età, e che è buona prassi addirittura garantire la carriera alias. Non so se sapete in quest’Aula che cosa sia la carriera alias. Ve lo spiego: vuol dire che un bambino di una qualunque età dai due anni in su arriva a scuola e dice di essere Simone ma che oggi si sente Simona. Da quel momento in poi, la maestra, i compagni, la preside, tutti la devono chiamare Simona e devono relazionarsi con lei come se fosse Simona e deve andare nel bagno delle donne.

Questa vi sembra una cosa normale? Vi sembra una cosa giusta?

Giustamente voi ammettete che questa è una cosa giusta e la rivendicate come cosa giusta. Ci sono le pubblicazioni che verranno utilizzate nelle scuole per insegnare il gender; per cui avremo la storia del principe sul pisello, la storia della gatta con gli stivali. È tutto in «Fiabe d’altro genere». Vi invito a leggere questo libricino, che sarà sicuramente utilizzato, insieme a molti altri che non ho portati in Aula. Siccome pensate che sia assolutamente giusto tutto ciò, vi invito a leggere le parole dei genitori tedeschi che sono stati arrestati per aver rifiutato di portare i loro figli a scuola perché quel giorno c’era la lezione di gender. Loro hanno tenuto i figli a casa e sono stati arrestati per questo.

A voi che siete i laicisti e i paladini della laicità dello Stato chiedo una cosa: poiché l’ora di religione è a scelta, mentre l’ora di gender sarà obbligatoria con questo disegno di legge, dov’è la libertà di scelta dei genitori? Dov’è la libertà di educazione prevista dall’articolo 30 della Costituzione? Come sempre, ci sono due pesi e due misure. Quando una cosa fa comodo alla sinistra, allora bisogna imporre al popolo bue e ignorante; quando, invece, una cosa fa comodo a un altro orientamento che non è quello di sinistra, allora diventa assolutamente facoltativa perché dobbiamo rispettare.

Visto che parliamo di cultura, vi invito anche a leggere il libro «Same-sex parenting research» di Walter Schumm. È una ricerca molto interessante, pubblicata ovviamente in lingua inglese perché in Italia queste cose non circolano e certamente non su Feltrinelli, nella quale si spiega quali sono i risultati quando si fanno crescere i bambini con due mamme o con due papà. La cosa carina che mi vengono a dire è che è meglio, piuttosto che stare in orfanatrofio. I bambini, poveretti, crescono anche in quel modo, ma noi dobbiamo cercare il meglio, soprattutto per quei bambini che sono stati così sfortunati da avere perso la loro mamma e il loro papà.

Il meglio significa costruire le condizioni perché trovino una coppia, mamma e papà, che il più possibile assomigli alla coppia che è stata tolta loro dalla natura, dal caso o da una disgrazia. Noi, invece, andiamo a sostituire e, quindi, aumentiamo il danno e usiamo persone che già sono sfortunate di loro per fare esperimenti sociali e poi scopriamo che questi esperimenti sociali falliscono, ma non si può dire perché chiunque dica che i bambini crescono meglio con la mamma e con il papà piuttosto che con due papà o con due mamme – che, tradotto, vuol dire orfani di mamma o di papà, a seconda del caso – è omofobo e intollerante e gli diamo anche un anno e mezzo di galera per stare sicuri. Non è con la galera che si risolvono queste cose, ma con l’attenzione, la cura, la delicatezza, ma anche con l’onestà intellettuale di dire che il papà è maschio, la mamma è femmina, che genitore uno e genitore due non è giustizia sociale, non è equità, non è rispetto. Prima dobbiamo rispettare i bambini; poi rispettiamo gli adulti. Vengono prima i diritti dei bambini e poi i desideri o i capricci – ci sono anche quelli – degli adulti.

Questa norma di fatto ci pone in una condizione molto pericolosa perché va a costruire una nuova umanità in cui tutto sarà famiglia perché, a quel punto, due uomini saranno famiglia e due donne saranno famiglia. A quel punto, perché tre o quattro persone non sono famiglia? Sarebbe discriminatorio e, quindi, tutto sarà famiglia e niente più sarà famiglia. Non esiste una società che sia sopravvissuta alla distruzione della famiglia.

Non so cosa accadrà in questa Aula. I numeri di oggi fanno molto ben sperare che tanti colleghi abbiano compreso che c’è una preoccupazione che va giustamente assecondata, ma che, d’altro canto, però, non si può ignorare una pericolosa deriva ideologica. Se tutto diventa famiglia e, quindi, niente più è famiglia, la società diventa un coacervo di individui e non più di persone.

Arrivo alla conclusione del mio ragionamento non senza avervi segnalato un ultimo libro.

Questo è un report che è stato presentato al Senato due settimane fa sulle violazioni delle libertà fondamentali causate dalle leggi sulla omotransfobia. Sono tutti casi estremamente concreti, documentati, in cui si evince come il pericolo che leggi simili al disegno di legge Zan si trasformino in un una sorta di boomerang per la libertà civile, per la libertà di educazione, per la libertà di pensiero, per la libertà di parola, per la libertà di culto sia assolutamente concreto.

C’è una simpatica storia, che ho pubblicato anche sul mio canale, che racconta di un signore transessuale, un maschio, che ha chiesto di entrare in un convento di clarisse in Belgio. Sembra una barzelletta, invece è una storia vera. Questo signore si è sentito discriminato e d’altronde l’unico motivo per cui è stata rifiutata la sua iscrizione, la sua adesione a questo convento di clarisse, è che era un maschio; quindi oggettivamente è stato discriminato in base al suo sesso. C’è anche un altro caso di una signora alla quale è stato negato l’ingresso in un seminario cattolico e l’unica ragione per cui è stata esclusa è che era femmina e non c’è un’altra ragione; quindi, è vero, è stata discriminata in base alla sua identità sessuale. Ma siamo convinti che sia tutto uguale, sia tutto identico, sia tutto allo stesso livello, sia tutto possibile? Siamo convinti che qualunque tipo di scelta, sulla base di una visione antropologica fondata sulla naturalità della differenza maschile e femminile o – volendo fare il Pillon a tutti i costi – una visione fondata sulla propria fede religiosa non abbia più libertà di essere definita, raccontata, vissuta e non abbia più la libertà di diventare anche una tradizione, un modo di vivere la società?

Io sono convinto che questo sia il più grande errore che noi possiamo fare. La società non si è costruita ieri e non è che sono arrivati i teorici del gender a scoprire che il maschile e il femminile sono la causa di tutti i disastri, di tutte le ingiustizie del mondo e che quindi vanno spianati per un mondo globalizzato, in cui sia possibile vendere smalto per unghie per maschi e per femmine. No, ci sono delle differenze e, come diceva Churchill, fortuna che ci sono quelle meravigliose differenze, benedette quelle differenze.

Noi, come legislatori, non dobbiamo darci come limite quello di una legge a tutti i costi. Penso che abbiamo una possibilità concreta, che è quella di affrontare il fenomeno, se c’è. Io ho dei dati, non li ho citati fino ad oggi ma oggi li cito. Ho fatto una richiesta ufficiale all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori-OSCAD, che è l’ufficio interforze dedicato alla lotta alle discriminazioni, e mi hanno risposto. Sapete quante segnalazioni (che non vuol dire denunce e neanche condanne) ci sono ogni anno per discriminazioni sulla base del genere? Sono 66 casi in due anni, 33 casi ogni anno. Qui c’è il dato ufficiale, se volete potete chiederlo all’OSCAD.

C’è un fenomeno? Sì, grazie al cielo è molto ridotto. Mi direte che anche un caso è grave. Sono d’accordo con voi: anche un caso è grave. Però non è quell’emergenza, non è quel dramma che si è voluto raccontare. Ci sono casi limitati; a questi casi dobbiamo dare risposte. Come ho già detto, dal mio personale punto di vista (non impegno il mio Gruppo, ma parlo per me), le leggi in vigore sono sufficienti. Trovatemi un caso che sia oggi esente da pena. Chiunque aggredisce, chiunque diffama, chiunque minaccia, chiunque provoca lesioni personali, chiunque attenta alla vita di qualcun altro, chiunque ingiustamente licenzia, chiunque ingiustamente esclude: tutte condotte che hanno sanzioni, in quasi tutti i casi sanzioni penali.

Ci sono condotte che devono essere integrate? Cerchiamole insieme. Ci sono sanzioni che a vostro o a nostro avviso devono essere aggravate? Cerchiamole insieme. Su questo vi garantisco – e lo dice Pillon – che non c’è una preclusione. L’Assemblea non è divisa in due, da una parte gli omofobi e dall’altra le brave persone; non funziona così.

Qui c’è un’Aula che è divisa, perché si è voluta inserire una ideologia inaccettabile in un disegno di legge che aveva un altro scopo. Tutti noi abbiamo esultato per l’Italia che ha vinto la finale degli Europei. È stato interessante vedere qual è stata la prima reazione dei nostri beniamini, dei giocatori. Non hanno telefonato al genitore 1 o al genitore 2. Hanno chiamato la mamma! Hanno chiamato la mamma e le hanno detto: ciao mamma, guarda quanto sono stato bravo. Ho vinto.

Noi italiani abbiamo degli anticorpi preziosi contro queste ideologie che ci vengono da una visione dell’uomo maturata nei college universitari del Nord America. Perché queste ideologie hanno un nome e un cognome: si chiamano Judith Butler, si chiamano Donna Haraway, si chiamano col nome di filosofi e antropologi che sono convinti che solo dal superamento del binarismo sessuale maschile e femminile avremo una società più giusta. Non è così!

Andate, vi prego, a vedere la società svedese e le società del Nord Europa, dove tutto questo è già realtà. Ve lo ripeto. L’ho già detto e lo dico ancora una volta. Abbiamo questa possibilità. Siamo un passo indietro e ancora non siamo caduti nel burrone. Forse ce la facciamo. Forse riusciamo a fare ancora un passo indietro. Per fare questo, però, è necessario che tutti insieme realizziamo il superamento di ogni schema ideologico. Ce la faremo? Francamente, non lo so. Francamente, non sono convinto. La possibilità, però, ce la siamo data.

La discussione continuerà ancora per giorni. Ho messo sul tavolo libri. Ho messo sul tavolo pubblicazioni. Sono a disposizione di tutti i colleghi che vogliano documentarsi anche meglio su questo. Vi prego, non votate questa proposta di legge come la voterebbe un quisque de populo. Approfondite ogni singola norma, anche chi è già convinto, in un senso o nell’altro, vada bene ad approfondire e a valutare ogni singola parola, perché stiamo decidendo di quello che sarà il futuro del nostro Paese.

Marilena Grassadonia, dal palco del Pride, lo ha detto con chiarezza. Ha avuto un pregio, quello della verità, quando ha detto: il disegno di legge Zan è solo l’inizio. Poi vorremo il matrimonio egualitario. Poi vorremo l’utero in affitto. Poi vorremo l’adozione gay e poi vorremo l’insegnamento gender nelle scuole. Tutte cose che sono state dichiarate da un palco, davanti a parlamentari appartenenti a due schieramenti qui presenti che applaudivano. Ditecelo chiaramente, allora. Il progetto che avete in mente è questo? Se questo è il progetto che avete in mente, non vi seguiremo mai e faremo la guerra, qui dentro e là fuori, con tutte le armi che la democrazia ci mette in mano. Perché una società senza famiglia è una società senza futuro; perché una società in cui togliamo i figli ai loro genitori è una società senza futuro ed una società morta. Una società in cui non si può più dire che un uomo è maschio e una donna è femmina è una società che non ha più nulla da dire. Questo è quello che dobbiamo dire ai nostri giovani, questo è quello che dobbiamo dire ai nostri figli!

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/07/15/simone-pillon-il-ddl-zan-e-un-grimaldello-per-trasformare-le-basi-stesse-della-nostra-societa/

“Omofobo” is the new “fascista”. Il pensiero debole ci va giù pesante

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di Alfredo Mantovano

Fonte: Centro studi Livatino

Lo stigma mediatico-culturale incombe già, come dimostra il caso del mio libro bloccato dalla Feltrinelli. Il ddl Zan traduce quel marchio in sanzioni penali.

Un paio di mesi fa Simonetta Matone, un magistrato che ha speso la vita per la tutela dei diritti, soprattutto dei più deboli e dei minori, riceve dalla Rettrice de La Sapienza l’incarico di Consigliera di fiducia dell’Ateneo romano: in base al Codice di condotta nella lotta contro le molestie sessuali del gennaio 2021, questa figura fornisce consulenza e assistenza alle vittime. Le associazioni di area Lgbt+ chiedono pubblicamente il ritiro della nomina perché la cons. Matone sarebbe “nota da sempre per le posizioni omofobe”. Prova certa e unica del crimine di “omofobia” da lei perpetrato è la sua firma – fra circa 400 di giudici, avvocati e docenti – all’appello del gennaio 2016 del Centro studi Livatino, che era critico nei confronto dell’allora ddl Cirinnà, poi diventato legge nel maggio successivo.

Più o meno negli stessi giorni giunge il libreria un volume scritto a più mani con amici del Centro studi, da me curato, di commento articolo per articolo al ddl Zan: il ddl, approvato alla Camera nell’autunno 2020, è attualmente all’esame del Senato. Giunge in libreria? Così dovrebbe avvenire per contratto: l’editore Cantagalli lo aveva consegnato al principale distributore italiano, e questi, a sua volta, lo aveva smistato per le varie reti librarie. Peccato che nelle librerie Feltrinelli il testo non si trovi: dopo varie segnalazioni di persone che vorrebbero acquistarlo, e alle quali vengono date le risposte più improbabili, un accertamento svolto contestualmente in più città italiane fa constatare che è rimasto bloccato. Le proteste ottengono di farlo rimettere in circolazione, con annesse scuse; inutile dire che, come la d.ssa Matone è la persona meno adatta a essere marchiata quale soggetto discriminatorio, così il nostro libro è un testo scientifico privo di offese nei confronti di chiunque.

MA QUALE “PRIORITÀ”

A pandemia non ancora superata, con la devastazione economica a essa seguita, il leader di un importante partito italiano individua quale “priorità” l’approvazione del ddl Zan: perché lo stigma dell’omofobia da mediatico-culturale, quale incombe pesantemente, come dimostrano le due vicende appena riferite, sia tradotto in sanzioni penali; e perché in tal modo passi dal mito della discriminazione omotransfobica alla realtà della discriminazione di chi ritiene che la famiglia sia un dato di natura.

L’omofobia è il marchio di infamia per condurre oggi all’esilio sociale, domani agli arresti chi, non si omologa al verbo dei talk show, delle fiction, delle emergenze che non esistono e egli esperimenti di disaggregazione di quel poco che ha mantenuto un profilo strutturato. Nella metà degli anni 1970, allorché il Partito comunista italiano concludeva il suo percorso di conquista delle istituzioni con l’ingresso nelle maggioranze di solidarietà nazionale, l’indimenticato Augusto Del Noce enucleava la categoria del “mito del fascismo”. Egli distingueva tra il fascismo storico e il fascismo demonologico: il primo, allora un po’ più di oggi, contava su nulla più di un gruppo di nostalgici; il secondo costituiva un’arma di esclusione, poiché sovrapponeva a una persona, a un’associazione, a un gruppo culturale l’etichetta di fascismo, e con questo lo estrometteva da ogni ambito di confronto, di discussione, di semplice ascolto. Arbitro ultimo di chi meritasse o meno quella qualifica esiliante era il PCI, o chi, nei vari ambiti, si esprimeva per conto di quell’area politica.

COME SI ROMPE L’INCANTESIMO

Quarant’anni dopo ‘omofobo’ sostituisce ‘fascista’, e titolato ad adoperarlo nei confronti del nemico di volta in volta preso di mira è il mainstream anni 2020, meno strutturato rispetto all’antico PCI: una galassia che conosce punti di forza nelle redazioni dei media più diffusi, e individua nella giurisdizione lo strumento attraverso cui stroncare, se necessario col carcere, non già chi in qualsiasi modo offende una persona perché omo o transessuale, bensì chi esprime riserve e perplessità per i c.d. nuovi diritti. Il pensiero debole, che ruota attorno alla fluidità del gender, ha necessità di sanzioni forti, con le quali impedire il dissenso, pur se civile e ragionato, per l’equiparazione delle unioni same sex alla famiglia fondata sul matrimonio, per l’adozione omogenitoriale, per la maternità surrogata.

È una pesante cappa su un corpo sociale che non cessa di soffrire le ferite della pandemia: quelle fisiche, i contraccolpi psicologici, le ricadute economiche. Così pesante che in occasione della Festa dei lavoratori il tema dominante, invece delle morti sul lavoro, o della tragica dilatazione della disoccupazione, o della rimozione degli ostacoli fiscali e burocratici a rendere effettiva la ripresa, è stata l’intimazione ad approvare il ddl Zan il prima possibile!

L’incantesimo si rompe se si apre la finestra e si guarda alla realtà, mettendo da parte i consiglieri fraudolenti. Per svegliare il debole Theoden e ricordargli la sua missione di re non serve tentare la mediazione con Saruman, che non ha nessuna intenzione di venire a patti: è sufficiente smascherare la schiera dei Vermilinguo oggi presenti ovunque; è raccontare che col testo Zan la posta in gioco è la libertà, di formazione, di istruzione, scientifica e di opinione; è convincersi che va fatto adesso e senza complessi.

Il DDL Zan mette in pericolo la libertà

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Rilanciamo lo scritto pubblicato ieri da “Verona News” del nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna, che sta avendo un gran successo e molta condivisione, in vari ambienti, sia cattolici che politici. In serata è giunta la notizia che il capogruppo al Senato della Lega Sen. Massimiliano Romeo ha preparato una nuova proposta di legge in materia…

LETTERE ALLA REDAZIONE

di Matteo Castagna

Paivi Rasanen è stata ministro dell’Interno in Finlandia dal 2011 al 2015. E’, attualmente sotto inchiesta per aver difeso la visione della Bibbia sull’omosessualità.
La polizia sta conducendo quattro diverse indagini penali contro di lei. In tutte è accusata di “agitazione criminale contro un gruppo minoritario”.

Il 20 dicembre dello scorso anno a “YlePuhe” le è stato chiesto cosa penserebbe Gesù degli omosessuali. “Ho sottolineato che tutti gli uomini, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, sono sullo stesso piano di fronte a Dio. Sono tutti preziosi, seppur peccatori e bisognosi dell’opera redentrice di Gesù per ottenere la vita eterna”, ha detto Rasanen a LifeSiteNews.

Secondo il Codice penale della Finlandia, l’ex ministra rischia una condanna ad una multa o alla reclusione in carcere per un massimo di due anni.

Di fatto, si può pensare che l’insegnamento pubblico della Bibbia o del Catechismo in materia di orientamento sessuale potrebbe essere oggetto di sanzione penale o civile. Vogliamo che, anche in Italia, sia così?

La domanda che si pone spontanea ai sostenitori del DDL Zan, che potrebbe approdare in aula al Senato nel corso del mese di Maggio, è questa: “chi esprime pubblicamente la bimillenaria dottrina cattolica sull’omosessualità istiga o meno alla discriminazione di genere?”

Se una persona chiedesse, in televisione, di non compiere “il peccato impuro contro natura”, perché lo insegna San Pio X, nel Catechismo Maggiore, rischierà la galera per “istigazione alla discriminazione”?

Qualora la risposta fosse affermativa, i primi discriminati sarebbero i cristiani, che non potrebbero professare la loro Fede. La libertà religiosa e la libertà di chiunque pensasse che l’omosessualità sia pratica immorale rischiano di essere in serio pericolo.

La legge non può lasciare le risposte alla discrezionalità dei magistrati.

Ne tenga conto il legislatore, di ogni colore politico.

Fonte: https://www.veronanews.net/il-ddl-zan-mette-in-pericolo-la-liberta/

 

A cosa mira la legge Zan

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La sinistra ha cercato la zampata per calendarizzare al Senato il ddl Zan. C’era da aspettarselo, così come le barricate alzate dalla Lega, che, capitanata dal Sen. Simone Pillon l’ha ragionevolmente derubricata tra le discussioni non prioritarie. “Mi si chiede un commento da più parti – dice il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna: fosse stato per qualche fenomeno, più o meno accademico, che si sente sproloquiare sui social, ora il ddl Zan sarebbe legge dello Stato e avremmo un Conte III tra banchi a rotelle, DaD e nessuno spiraglio di uscita dall’emergenza sanitaria, che, invece, si prospetta tra aprile e maggio. Stare in trincea è sempre stata la nostra missione. Con intelligenza, però, che in politica, di questi tempi, è merce rara”.   

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di Andrea Colombo

Fonte: Andrea Colombo

La legge Zan, come tutte quelle simili e precedenti, non mira a punire comportamenti: per quello ci sono già la il codice penale e la legislazione normale. Mira a educare “sanzionando e punendo”. Vuole intervenire sulle mentalità, non sulle azioni: per questo il legislatore ha aggirato le raccomandazioni della Corte costituzionale sul rischio di lesione della libertà d’espressione limitandosi a riprodurre più o meno alla lettera il dettato costituzionale in materia.
L’impatto sulla libertà d’espressione non è un possibile “effetto collaterale” ma l’obiettivo primario. Le storture conseguenti, come il folle dibattito anglo-sassone sulla possibilità di definire donna una donna senza offendere le trans e per ciò stesso discriminarle, sono la ragion stessa d’essere della legge. Dunque non “possibili” ma inevitabili.
Essendo la sinistra in quasi tutte le sue diverse sfumature da sempre convinta che procedere a colpi di proibizioni e sanzioni sia il modo migliore per educare un popolo, e che il suo compito sia precisamente educare il popolo, non stupisce che sbavi per leggi simili.

Stato di emergenza? L’alibi solo italiano per blindare Palazzo Chigi. Buoni a nulla ma capaci di tutto

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di Sergio Luciano
Fonte: Il Sussidiario
Il Governo intende prorogare lo stato di emergenza di altri 6 mesi.
Dunque saremo in emergenza fino al 31 dicembre? Diciamolo, mai come stavolta si potrebbe dar ragione al premier Giuseppe Conte se solo avesse – anzi, avesse avuto – l’onestà intellettuale di attribuire l’emergenza non già alla pandemia ma alla giustizia civile e penale che non funziona, alla lotta all’evasione che fa ridere, al codice degli appalti che li blocca, alla scuola che viene tenuta chiusa mentre si riaprono discoteche e spiagge, al ponte Morandi che va assegnato in gestione ad Autostrade altrimenti non riapre, ai fondi di liquidità e alla cassa integrazione che ancora non sono arrivati ai destinatari e insomma a tutti gli argomenti di drammatica attualità sui quali il governo, da quel drammatico week-end dell’8 e 9 marzo ad oggi, in quattro mesi, ha fatto solo chiacchiere.
L’emergenza è il governo, non la pandemia che sta regredendo e che comunque, se anche dovesse risvegliarsi – Dio non voglia – troverebbe comunque difese farmacologiche e cliniche assai migliori di quelle di quattro mesi fa. L’emergenza sono alcuni ministri politicamente analfabeti e tecnicamente sprovveduti. L’emergenza è un Parlamento esautorato.
Il tutto – va detto – contro Salvini e grazie a Salvini. Perché è da quando l’ex capitano ha tentato undici mesi fa di far saltare il banco e ottenere le elezioni anticipate fidandosi dell’imbelle Zingaretti e finendo contro un muro, che il governo Conte 2 ingrassa sventolando lo spauracchio della vittoria della Lega. Il movimentismo salviniano – “così non si può andare avanti, si torni al voto” – è stato il miglior alibi per il governo più pazzo del mondo e di sempre, ossia per questo esecutivo attaccato con lo sputo che ci guida.
Adesso, l’ultima trovata è prorogare lo stato d’emergenza fino al 31 dicembre, a 20 giorni dalla scadenza di quello vigente (31 luglio) e senza argomentazioni. In attesa del voto delle Camere che il 14 luglio ascolteranno e si esprimeranno sulle comunicazioni del ministro Roberto Speranza sul nuovo Dpcm, destinato a prorogare le norme anti–contagio in scadenza il 14 luglio. Una prima risposta viene dal vibrato e – va detto – incisivo appello/protesta di Elisabetta Casellati, presidente del Senato, contro il “decretismo” che sta contraddistinguendo quest’esecutivo: “Mi auguro che sia l’inizio di una democrazia compiuta”, ha detto riferendosi appunto al voto assembleare sulle prossime comunicazioni di Speranza – perché alla Camera e al Senato siamo ormai gli invisibili della Costituzione”. Ma ci vuol altro.
Questa democrazia simulata, quest’ennesimo governo guidato da un premier mai eletto dal popolo, stava trascinandosi su un piano di precarietà quotidianamente più grave quando la pandemia è intervenuta inducendo comprensibilmente tutti gli italiani a pendere dalle labbra di Palazzo Chigi. Mai tanta visibilità e notorietà è stata data a un premier per lo meno da quando Silvio Berlusconi ha perso quel ruolo.
Quando l’emergenza del Covid-19 ha costretto il governo a prendere le decisioni – quelle sì di emergenza – che conosciamo, dalle mascherina al distanziamento e al resto, la tenuta dell’esecutivo è parsa a tutti rafforzarsi, perché la figura del premier Conte è diventata improvvisamente popolarissima, con quel suo tono pacato e quasi scivolato di ratificare l’ovvio.
Poi però sono sopravvenuti i decreti dettati da quest’emergenza e una parte di quella fiducia è sfumata, per l’enorme gap che gli italiani hanno in qualche caso drammaticamente misurato con la propria pelle, per esempio non ottenendo gli aiuti per la liquidità o la cassa integrazione per i dipendenti. E poi, ancora, la remissione sostanziale della pandemia nel nostro Paese, che ha di riflesso incastrato Conte e il ministro Speranza nel ruolo – peraltro giusto, secondo chi scrive – di uccelli del malaugurio circa i rischi ancora presenti in circolazione e le pessime prospettive di una seconda ondata autunnale.
I prossimi pochi giorni saranno di fuoco. Perché non aspettare il 20 luglio prima di dichiarare la proroga dell’emergenza? Perché prorogarla addirittura di sei mesi anziché fermarsi a tre?
Epperò, se Nicola Zingaretti dichiara: “Il Pd è pronto a sostenere qualsiasi scelta del Governo utile a contenere la pandemia”, sempre dal Pd, con Stefano Ceccanti, i dem ribadiscono “la necessità della presenza del presidente del Consiglio in Parlamento prima dell’eventuale proroga dello stato di emergenza”. Magari, già martedì, da Speranza, “è lecito attendersi alcuni primi chiarimenti”. Anche Italia Viva sollecita un coinvolgimento delle Camere. I Cinquestelle sembrano meno “appassionati” alla vicenda. La proroga è una “questione prettamente tecnica” ha commentato in prima battuta il capo politico Vito Crimi. Il centrodestra ribadisce la contrarietà: i Dpcm danno troppi poteri al governo e confinano il Parlamento in un angolo. “E lo stato di emergenza blocca l’Italia”, rincara la capogruppo dei senatori di Forza Italia, Anna Maria Bernini, mentre Antonio Tajani chiede al governo di confrontarsi con Camera e Senato.
Insomma, come sempre: buoni a nulla e indecisi a tutto, ma anche capaci di tutto.

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Salvini-Segre, duello anche su ​Orwell

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Salvini-Segre, duello anche su ​Orwell

C’è anche George Orwell a dividere Liliana Segre da Matteo Salvini. Lui ha detto nella sua polemica contro la commissione anti-odio al Senato: “Non vogliamo bavagli, non vogliamo uno stato di polizia che ci riporti a Orwell”. E la senatrice a vita, Segre, replica adesso: “Salvini lasci stare Orwell, non c’entra proprio niente. È uno degli autori che io più cito nei miei incontri con gli studenti nelle scuole. Parlo loro di 1984 e della Fattoria degli animali. Con la commissione del Senato non c’entra. Salvini mi ha un autore per me fondamentale. Evidentemente l’unico punto di contatto tra me e il capo della Lega è Orwell”.

Fonte: Il Messaggero.it del 1/11/2019 Continua a leggere

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