Perché deve farci paura la foto di Draghi coi bimbi festanti

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di Carlo Lottieri

Il pezzo di Matteo Milanesi sul premier Mario Draghi che, visitando una scuola veneta, ha ignorato le sue stesse disposizioni ha evidenziato come il presidente del Consiglio sembri talvolta lasciarsi ispirare dal Marchese del Grillo. Se gli uomini di potere dettano le loro volontà, non è certo perché essi debbano rispettarle.

Le immagini arrivateci da Sommacampagna sono però inquietanti non soltanto perché hanno evidenziato l’alterigia dei governanti e il loro ridicolo senso di superiorità. Esaminare quelle fotografie, infatti, ci costringe pure a ricordare che ancora adesso, quando siamo per lo più tornati a vivere normalmente, i nostri ragazzi sono costretti a portare quella mascherina che si fa sempre più logora, inutile, perfino dannosa. In aula, per ore i giovani respirano la loro anidride carbonica e tutto questo sulla base dell’argomento che in tal modo essi eviterebbero la diffusione di un virus ormai assai poco pericoloso. Senza dimenticare che il Covid-19 non hai rappresentato un serio problema per soggetti molto giovani e in normali condizioni di salute.

Non solo i “signori” del Palazzo fanno una vita e i “plebei” un’altra, ma noi adulti siamo ormai affrancati mentre ai ragazzi si continua a imporre – per giunta in settimane tanto calde e afose! – il supplizio di questo orpello che taluni utilizzano per strada soltanto per esibire il loro presunto civismo: la loro superiorità di cittadini ossequiosi di fronte alle direttive dei governanti.

C’è poi un’altra questione, ancor più inquietante. Quelle fotografie ci mostrano bambini di varie età con un tricolore in mano, chiamati a esibire un entusiasmo non sappiamo quanto sincero. Lo stile ricorda la Corea del Nord oppure, per restare nei nostri lidi, le periodiche visite del Duce nelle scuole del Regno d’Italia durante il Ventennio fascista. Un simile fanatismo ideologico, che forza ognuno di noi a riconoscersi in simboli che legittimamente possono apparire disgustosi, è sullo stesso piano di un fondamentalismo che volesse imporre a chiunque questa o quella pratica religiosa.

È davvero laico uno Stato che pretende che ogni studente debba condividere questo nazionalismo, a dispetto del fatto che esiste un fil rouge che collega il Risorgimento, le conquiste coloniali, le grandi guerre, la Resistenza e quanto è venuto dopo?

Tali tremende fotografie ci ricordano a cosa serve davvero il Ministero dell’Istruzione, che da un secolo e mezzo è lo strumento con cui i ceti dominanti manipolano giorno dopo giorno le menti e i cuori delle nuove generazioni. Quelle bandierine tricolori agitate dagli scolari devono farci paura, perché lo sventolio è parte di un programma di brainwashing volto a costruire sudditi, contribuenti e – naturalmente – anche soldati.

La retorica nazionalista, a base di capi politici e drappi tricolori, ci accompagna da troppo tempo: fin dall’epoca che ha trascinato l’intero paese in sanguinosi e ingiustificabili conflitti mondiali. Oggi l’igienismo di Stato è usato dai governanti per ampliare il loro controllo su di noi, ma chi comanda sa bene come i vecchi drappi che hanno accompagnato la drammatica storia della penisola negli ultimi centocinquant’anni possono servire ancora oggi. Pochi sono consapevoli che la retorica sciovinista ha costruito quelle trincee in cui molti nostri nonni e bisnonni hanno perso la loro vita; e certo questo non lo sanno i bambini, a cui viene insegnato a essere buoni e dunque obbedienti.

Mezzo secolo fa Edoardo Bennato scrisse una canzone, In fila per tre, nella quale sottolineava come la scuola di Stato servisse “ad amare la patria e la bandiera”, raccontandoci che “noi siamo un popolo di eroi e di grandi inventori / e discendiamo dagli antichi Romani”. Il sistema educativo si rivolge in tal modo al giovane: “farò di te un vero uomo / ti insegnerò a sparare, ti insegnerò l’onore / ti insegnerò ad ammazzare i cattivi”. Alla fine di questo processo di manipolazione, ricatti e promesse, l’esito è chiaro: “ora sei un uomo e devi cooperare / mettiti in fila senza protestare / e se fai il bravo ti faremo avere / un posto fisso e la promozione”.

Retorica, violenza, clientelismo e servilismo: quelle bandiere che i bambini sono stati costretti ad agitare simboleggiano tutto questo. E di fronte a un simile spettacolo è più che legittimo avvertire forti conati di vomito.

Carlo Lottieri, 23 maggio 2022

Drago I Re d’Italia

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Viva il Re, è tornato il Regno d’Italia. Dopo settantacinque anni ingloriosi e rissosi di repubblica, l’Italia è tornata allo splendore della Monarchia. Non c’è stato bisogno di un nuovo referendum, è bastato il suo nome, il suo ritorno in Patria, poi l’intrigo di corte del ciambellano fiorentino e l’acclamazione del Parlamento con poche defezioni ha fatto il resto.

Drago I, al secolo Mario Draghi, è ormai il nuovo sovrano d’Italia. Presidente del consiglio a tempo indeterminato, Presidente della Repubblica in pectore, Presidente dell’Europa in fieri. È venuta in Italia perfino Angela Merkel a fare le consegne a lui, prima di andarsene dopo il suo lungo regno germano-europeo.

Cani e gatti, sinistra e lega, renziani, berlusconiani e grillini si sono stretti intorno a lui. E lui è disceso tra i sudditi, si è fatto premier, ha concesso la sua augusta persona alle sorti del suo paese d’origine. È stato incoronato in Quirinale dalla Queen Mother, Mattarella, sempre più confinato nel ruolo di Regina Madre, in attesa di quiescenza.

Prima di lui eravamo passati da una fase di transizione, che potrebbe definirsi la Contea, dal suo predecessore il Conte Giuseppi II, successore di se stesso, in versione progressista, dopo il suo primo mandato da Giuseppi I in versione populista. Ma non c’è stato il tradizionale rito di passaggio della campanella, perché con Draghi abbiamo fatto un salto di grado e di status. Draghi è stato incoronato e da allora regna, come i Savoia, per grazia di Dio e volontà della nazione. Però trattandosi di un’epoca atea e apatriottica, regna per grazia dell’Europa e volontà delle fazioni.

Sua Maestà Drago Draghi ha il carisma della sovranità, è super partes, si esprime con grazia regale e stile sobrio,  è autorevole e clemente, essenziale ed elegante nella comunicazione, e tratta i partiti come baronie bizzose ma prone alla Corona.

Nessuno osa contestare il suo Regno, perfino l’opposizione lo invoca al Quirinale, implorando che lui conceda poi la grazia del voto. Acclamato come Re Covery, dal cospicuo fondo che dovrà gestire, Sua Maestà Draghi è riuscito a immunizzare un paese riottoso servendosi di un Generale di sua Fiducia, Figliuolo, come ha voluto graziosamente battezzarlo. Il vaccino susciterà  dubbi di durata ed efficacia ma di sicuro ha inoculato nel paese la fiducia nella monarchia draghiana. Ora l’Italia attende che il Sovrano dispensi ai sudditi, tramite il suddetto Recovery, i benefici necessari per risollevarsi e riprendere il cammino.

Di Draghi non oseremo dire nulla, lungi da noi l’idea di oltraggiare la Corona e vilipendere il Sovrano. Ci limitiamo perciò a esercitare la nostra critica su due aspetti riflessi che ci sembrano rilevanti.

Il primo riguarda il governo della Corona. Nonostante sia guidato dal Sovrano Eccellentissimo in persona, al di sopra di ogni critica e di ogni dubbio, quello che fu presentato come il Governo dei Migliori, in realtà è un governuzzo di cabotaggio medio, come se ne videro già tanti ai tempi delle repubbliche. A una più attenta analisi e valutazione, possiamo dire che i suoi ministri si dividono in tre fasce: Abili, Inabili e Mediocri. Gli abili, naturalmente, sono nei dicasteri più prossimi alla Corona, in particolare nei dicasteri economici. Gli inabili sono purtroppo in alcuni dicasteri chiave, come gli Interni, gli Esteri, la Salute. I restanti sono Mediocri. Ma la media dei ministeri è nella media dei precedenti, e il risultato generale è la mediocrità.

L’altro aspetto, forse più grave, riguarda l’intera politica che col Regno di Drago I è passata alla semiclandestinità, a un’ingloriosa irrilevanza e marginalità. Sarà per lo splendore regale di Drago I, ma i partiti sono oscurati, a volte oscurantisti, e si bisticciano tra loro per guadagnare briciole di visibilità, mossi da capricci infantili.

I partiti sono ormai ridotti a feudi, signorie, ducati senza giurisdizione né sovranità, ormai esautorati dal regno unito draghiano. E i loro rappresentanti al governo trovano visibilità solo se accettano un ruolo alla corte di Re Draghi: vedi il Marchese del Grillo, al secolo Di Maio, il Visconte demizzato Franceschini, il Duca della Lega Giorgetti, il Baronetto del Cavaliere, Sir Brunetta, il Camerlengo della Sinistra ospedaliera, Speranza, più altri nobili e cortigiane delle varie conventicole.

Non potendo decidere, la politica bamboleggia tra temi falsi o secondari: le leggi in materia sessuale e omosessuale, le scomuniche sul fascismo e ai no vax, le proroghe dei pass o dei tamponi, il voto ai sedicenni, i redditi di parassitanza, più vari ius, eccetto lo ius primae noctis, riservato alla Corona. Non incide più, e perciò si limita ai giochi, ai trastulli, ai vizi di corte.

Ma tutti tengono a far sapere che sono con il Re e per il Re, più realisti del Re e più draghisti del Drago. Europeisti, governisti, lealisti. Siamo entrati ormai nella dragosfera, da qualunque parte voi entriate.

C’è chi ipotizza di attribuire al Re il potere assoluto, ovvero l’assommarsi di tutti i poteri: Capo dello Stato e a interim capo del governo, e a interim Capo della Commissione europea. Senza limiti temporali, settoriali o territoriali. Un impero. Sempre sperando che lui non si annoi e non se ne vada di nuovo fuori dall’Italia. Acclamato ormai come Sovrano del Regno Unito, non resta che alzarsi in piedi e intonare God save the King. E Dio salvi gli italiani dal ridicolo servilismo, maschera antica dei cinici più infidi.

MV, Panorama (n.43)

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/drago-i-re-ditalia/