I badogliani

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Inizia oggi una collaborazione col nostro sito il giovanissimo Michele Chcchi di La Spezia

di Michele Cucchi

Il nuovo governo di destra liberale è in carica ormai da nove mesi: tra sbarchi triplicati e promesse mai realizzate (si prenda il caso delle accise mai tagliate e delle varie supercazzole del tipo: “ci stiamo scontrando con la realtà”. Oppure: “mai promesso il taglio delle accise”, nonostante fosse nello stesso programma di Fratelli d’Italia) Giorgia Meloni continua, stando a ciò che riportano i sondaggi, ad accumulare consensi. Ciò è dovuto sicuramente al fatto che gran parte degli elettori di Fratelli d’Italia ha votato per il simbolo, ignorando le dichiarazioni antifasciste della Meloni e tappandosi il naso, convinti di dover scegliere il “meno peggio”, che in molti casi si rivela essere proprio il peggio.
Così i “camerati” hanno permesso a personaggi del calibro di La Russa di ricoprire la seconda carica dello stato. Ex ministro della difesa nel governo Berlusconi nel lontano 2011, La Russa diede l’appoggio dell’Italia al bombardamento della Libia, diventando così uno dei tanti responsabili del disastro migratorio e della sostituzione pianificata dei popoli europei, sostituzione contro la quale si è scagliato, per ironia della sorte, proprio un membro del suo partito, Lollobrigida, il quale, inspiegabilmente, qualche giorno dopo si è pentito pubblicamente delle dichiarazioni da “suprematista bianco” (Schlein dixit) ammettendo la sua ignoranza (sia mai che un politico osi finalmente schierarsi contro i piani della finanza internazionale). A proposito di finanza internazionale, sarebbe bene ricordare ai festanti seguaci della Meloni, che nel suo periodo d’oro fatto di urla e promesse, si era recata presso Vox, in Spagna, scagliandosi proprio contro la famosa finanza internazionale, salvo poi entrare nell’Aspen Institute, organizzazione foraggiata da fondazioni come la Rockefeller Brothers Fund, in qualità di socia. Le varie dichiarazioni antifasciste, l’appoggio incondizionato agli Stati
Uniti e al suo nuovo braccio armato ucraino non sono solo convenzioni dettate dalle necessità, ma segno di totale asservimento dell’Italia agli interessi stranieri. Parlare, come ha fatto Meloni, di storica alleanza tra Italia e Stati Uniti è semplicemente ridicolo: il nostro popolo ha partecipato alla guerra del sangue contro l’oro (1939-1945) combattendo leoninamente dalla parte del sangue. Le dichiarazioni di Meloni sul fantascientifico blocco navale sono inconciliabili con l’implacabile fame di consumatori dell’economia americana, dalla quale deriva il bisogno di sradicare quanti più popoli possibile dalle loro terre d’origine. Probabilmente quando il badogliano Gianfranco Fini, assassino del Movimento Sociale Italiano, aveva apostrofato Meloni con il termine “antifascista nella sostanza” intendeva questo: “camerata” di cartone in campagna elettorale (del tipo: sono Giorgia, sono una donna, sono cristiana), per poi trasformarsi, una volta raggiunto il potere, nella democristiana che siamo abituati a conoscere oggi, oscillante tra hanukkah ed elogi ad Almirante. A questo punto è lecito chiedersi se sarebbe andata diversamente nel caso di vittoria del Partito Democatico: dopo aver assistito al vertiginoso aumento degli sbarchi, ai milioni di euro e alle armi (per la “pace”)inviati all’Ucraina, come può non sorgere il dubbio che il sistema dei partiti non sia composto da facce della stessa medaglia solo all’apparenza il contrasto fra loro? La nuova stella Elly Schlein e Giorgia Meloni condividono infatti l’appoggio incondizionato alla NATO, all’Unione Europea, (e di conseguenza all’usura dell’euro che fino a qualche anno fa era uno dei bersagli prediletti della Meloni) e differiscono su temi come i “diritti” civili, quali ad esempio l’infanticidio, (ora chiamato aborto) o sui diritti, già ampiamente riconosciti, delle coppie omosessuali. Temi dei quali Meloni ha saputo furbescamente approfittare, trasformando le sue invettive a mò di “sì alla famiglia naturale, no alla lobby lgbt” in trappole per sprovveduti. Quando un politico, in campagna elettorale, si scaglia ferocemente contro i migranti (e non contro le guerre dalle quali fuggono, cause dirette della politica estera americana) e una volta raggiunti i gangli del potere afferma che all’Europa e all’Italia serve immigrazione, viene in mente subito la frase del grande poeta Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le proprie idee, o non vale niente lui, o non valgono niente le sue idee”. Nel suo caso i rischi corsi furono: trascorrere 25 giorni rinchiuso come un animale all’interno di una gabbia di rete metallica e l’internamento in un ospedale psichiatrico criminale. Ma nonostante ciò, preferì rimanere Ezra Pound, e non trasformarsi in Badoglio.

Dietro la “nuova” Schlein i padrini Soros e Prodi

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Segnalazione di Federico Prati

L‘anti Meloni non ha un padrino. Bensì due: Romano Prodi e George Soros. La rete di lobby che strizza l’occhio alla scalata politica della giovane Elly Schlein, la parlamentare indipendente dal volto pulito, va dalla Cina alla Francia. Passando per l’Emilia rossa, terra del professore Prodi e del movimento delle Sardine.

La novità rischia già di essere chiusa in una gabbia. Alle spalle di Elly, che promette aria fresca, si muovono, nell’ombra, gruppi di potere, circoli finanziari e organizzazioni politiche straniere che puntano tutte le fiches sulla «figura nuova» per imporre anche in Italia un modello politico alternativo a quello del premier Giorgia Meloni. Lo sponsor numero uno della candidatura di Elly Schlein alle primarie del Pd, che in Parlamento non ha votato l’emendamento per il ripristino di Italia Sicura, proprio come i grillini, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. L’endorsement di Prodi, avvenuto nelle settimane scorse – pare dopo il faccia a faccia con l’ex vicepresidente della Regione Emilia Romagna – avrebbe sbloccato la trattativa. Ma soprattutto l’intervento del professore sarebbe stato decisivo per spostare su Schlein pezzi di nomenclatura di sinistra, inizialmente orientati ad appoggiare Andrea Orlando. Due nomi su tutti: Enrico Letta e Nicola Zingaretti. Prodi si è portato dietro il movimento delle Sardine. Non è un mistero che l’ex fondatore dell’Ulivo sia il loro padre nobile. Con Prodi c’è un pezzo di Cina che guarda di buon occhio l’ascesa di Schlein a capo della sinistra italiana. L’ex premier di centro-sinistra negli anni ha costruito una rete di rapporti stabili con Pechino. I libri e le lezioni di Prodi spopolano nelle università cinesi. Ma non solo: negli anni l’ex leader dell’Unione è stato uno dei più convinti sostenitori dell’espansione commerciale e finanziaria della Cina in Italia e in Europa. Mentre nell’aprile scorso La Verità ha svelato la spinta di Prodi per la produzione in Emilia di auto di lusso made in China.

C’è un dettaglio da segnalare. Nel suo primo discorso, da candidata alla segreteria del Pd, Schlein ha fissato la priorità della sua agenda politica: le energie alternative. Un assist alla Cina che domina il mercato mondiale per la produzione dei pannelli solari fotovoltaici. L’altro grande padrino-sponsor della giovane candidata alla segreteria del Pd è il finanziere ungherese naturalizzato statunitense George Soros. Le idee di Soros su immigrazione e globalizzazione sono notoriamente in contrasto con il modello meloniano. Idee incarnate da Elly Schlein. Al punto da meritarsi tra il 2014 e il 2019 l’inserimento nella lista degli eurodeputati «amici» del finanziare. La lista fu compilata dall’organizzazione «filantropica» Open Society Foundations, che opera come lobby politica per conto del miliardario, ed è tuttora reperibile sul web.

Con l’endorsement di Letta a Schlein esultano Parigi e Pechino. Il segretario dimissionario del Pd, che ora si schiera al fianco della giovane deputata, ha avuto negli anni una fittissima rete di relazioni con gruppi finanziari cinesi e parigini. Per due anni Letta è stato in Publicis, colosso pubblicitario francese criticato per i rapporti con i sauditi. E poi è stato anche vicepresidente per l’Europa occidentale del veicolo di investimento cinese ToJoy. Tutte lobby e gruppi di interesse che cercano una sponda nei leader e partiti politici italiani. Sponda che sperano di trovare in Schlein grazie al ponte dei suoi padrini politici.

La lobby scende in campo in prima persona, perché ormai non si fida più dei fedeli sudditi e vuole accelerare i due obiettivi principali : da una parta la scomparsa del popolo italiano attraverso l’immigrazione incontrollata e la trasformazione del Paese in coacervo di minoranze in lotta tra di loro per una torta di welfare che si fa ogni anno più piccola, dall’altra assicurarsi una politica estera filo israeliana e filo americana. Senza dimenticare la svendita di quel che resta dell’industria nostrana alla Cina. Poteva qui mancare lo ‘svenditore’ Prodi? Notare, inoltre, gli agganci internazionali della Schlein e, sul piano interno, i possibili (diciamo certi) finanziamenti di Soros per le eventuali campagne elettorali. Per non parlare del pompaggio mediatico che già si annuncia tambureggiante.
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Dietro la “nuova” Schlein i padrini Soros e Prod