Difendere la vita, in Francia e in Spagna, ora sarebbe un crimine

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Ormai è noto, l’Assemblea Nazionale francese lo scorso 30 novembre ha tragicamente esteso il limite per abortire, dalla 12ma alla 14ma settimana. Senza più nemmeno lasciare alla donna il tempo per riflettere: cancellato, infatti, il periodo minimo di almeno 48 ore, prima vigente, tra il colloquio con i consulenti psicosociali e l’appuntamento in sala operatoria. Ed ha consentito anche alle ostetriche di eseguire aborti chirurgici, interventi prima riservati ai soli medici. In seconda lettura è stato approvato il testo, bocciato nel gennaio scorso dal Senato. Intendiamoci, non è ancora detta l’ultima parola, poiché, prima che la legge venga definitivamente approvata, deve passare ancora dal voto del Senato e non è detto che ciò avvenga entro l’attuale legislatura.

La responsabilità principale del voto favorevole in Assemblea va all’assenteismo: in aula, dei 577 deputati, ne erano presenti al voto solo 123. E già questo la dice lunga circa la superficialità con cui i parlamentari d’Oltralpe affrontano temi viceversa estremamente importanti, delicati e tali da poter pregiudicare il futuro del Paese. Alla fine il progetto di legge è passato con soli 79 sì ovvero col voto favorevole del 13,2% degli aventi diritto. Una vergogna. 36 i no ed un’astensione.

Sono rimaste così inascoltate le critiche degli esperti, come quella espressa dal dottor Israel Nisand, ex-presidente del Collegio Nazionale dei Ginecologi e degli Ostetrici, in un’intervista rilasciata al quotidiano Le Figaro: più tardi si esegue l’aborto, ha detto, e peggio è, sia perché maggiore è il pericolo per la salute fisica e psicologica delle donne, sia perché alla 14ma settimana il bambino in grembo è già lungo circa 120 millimetri e la testa è già ossificata, per cui l’estrazione comporta il taglio del feto e lo schiacciamento del cranio, il che «è insopportabile per molti professionisti» o, per meglio dire, per molti uomini davvero degni di questo nome.

Provvidenzialmente, unica nota positiva, l’intervento dei «Républicains» ha permesso di mantenere almeno la possibilità per il personale sanitario dell’obiezione di coscienza, possibilità richiesta a gran voce dagli stessi medici ed in particolare dalle associazioni professionali di categoria, come quella dei Ginecologi e degli Ostetrici. Persino il comitato etico nazionale si era espresso a favore nel dicembre 2020.

Contro questo disegno di legge si erano subito mobilitate le organizzazioni pro-life, da En marche pour la vie alla Fondazione «Jérôme Lejeune», inascoltate. Ma non mancheranno di dire la loro in occasione della prossima Marcia per la Vita nazionale, già in agenda a Parigi per il 16 gennaio. Se la loro voce sarà forte, com’è da auspicarsi che sia, la speranza è che chi siede in Senato ne tenga conto al momento del voto definitivo sullo sciagurato disegno di legge.

Ma c’è anche di peggio ed è quanto sta avvenendo in Spagna, dove il governo socialcomunista al potere – in particolare, nel caso specifico, i partiti alleati Psoe e Podemos – concordano nel prevedere pene addirittura detentive, vale a dire il carcere da tre mesi ad un anno per chiunque cerchi, anche individualmente, di convincere una donna a non abortire, come se salvare il bimbo nel suo grembo, anziché l’opposto, fosse un atto intrinsecamente criminale. Secondo quanto riferito dall’autorevole quotidiano spagnolo Abc, la convergenza sarebbe stata trovata attorno ad un emendamento al progetto di legge presentato dal Partito Socialista Operaio, che si propone di criminalizzare quanti – singoli o gruppi organizzati – svolgano attività pro-life nelle vicinanze delle cliniche abortiste. Un progetto a dir poco diabolico.

Vietato dunque allestire bancarelle per informare le donne, vietato anche offrire loro aiuto, qualsiasi forma di aiuto – morale, economico, tanto meno spirituale –, tutte azioni travisate deliberatamente dalla Sinistra spagnola come se si trattasse di vere e proprie molestie, condotte «per mezzo di atti fastidiosi, offensivi, intimidatori o coercitivi, che minano la libertà» delle donne ovvero «promuovendo, incoraggiando o partecipando a raduni nelle vicinanze di luoghi, in cui le gravidanze possono essere interrotte». E questa rappresenta veramente, concretamente, pienamente lo stravolgimento della realtà, la mistificazione della verità, l’obnubilamento della ragione. Rendiamoci conto: cercare di aiutare una donna che soffre e salvare il figlio che porta in grembo viene presentato dalle forze progressiste iberiche come un gesto compiuto da pericolosi criminali, mentre abbandonare una donna, lasciarla sola con i suoi dubbi, i suoi tormenti, i suoi problemi nella sala operatoria, mentre i freddi strumenti del chirurgo devastano la vita innocente di cui è madre sino a spegnerla, tutto questo sarebbe lecito, anzi giusto, anzi un “diritto”! Appare evidente a chiunque non sia schiavo dell’ideologia come si sia di fronte alla notte dell’umano, all’avanzare di tenebre e tenebre di morte.

Non è più possibile transigere, sopportare, mediare, fingere che nulla accada! Combattere la Buona Battaglia per la vita con fede, forza e coraggio oggi significa, dunque, anche questo: arrestare l’incredibile incedere della creatura con la falce. Ed il martello.

 

Apostolato cattolico: Amato in Spagna, Castagna a Telenuovo

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di Lucia Rezzonico

Continua l’apostolato pubblico dei nostri principali punti di riferimento. Da un lato, prosegue il tour spagnolo dell’ Avv. Gianfranco Amato, Presidente dei Giuristi per la Vita e nova Civilitas, che porta in numerose chiese di Madrid, Barcellona e oltre, le sue conferenze sulle radici cristiane dell’Europa in questo periodo difficile dovuto alla pandemia.

Per ulteriori informazioni e foto: https://www.facebook.com/AvvocatoGianfrancoAmatoFanpage/?__cft__[0]=AZW3N9-O0KNaT4Zh4gTp8Ie2zOG14bTRyltApT2F6E2oE8NTn0w_FZ3TkfhEuHluKy-6_Viu-djor1rtT7IVI_fn1eykONW3OThRTDkWQh8jbGKd4T4Wq5wj3GOWHnE8kPE5STbsoT9pcG661di1f70y&__tn__=-UC%2CP-R

 

Dall’altro, il nostro Responsabile Nazionale Christus Rex Matteo Castagna riprende con le partecipazioni televisive e/o radiofoniche:

  • Telenuovo – Rosso&Nero condotto da Mario Zwirner il 03/12/2021 in collegamento Skype dal suo studio di casa, per commentare l’attualità (in studio l’Eurodeputato della Lega Mara Bizzotto e la Consigliere Comunale del Pd di Verona Elisa La Paglia): https://play.telenuovo.it/rosso-e-nero/tit-13154299
  • TelenuovoDestra&Sinistra condotto da Mario Zwirner il 04/12/2021 in studio con Etta Andreella del Partito Democratico, per commentare la posizione di una commissaria europea che avrebbe voluto eliminare gli auguri di Buon Natale, i nomi di Maria e Giuseppe per essere inclusivi verso i non credenti e per parlare di obbligo vaccinale: https://play.telenuovo.it/destra-e-sinistra/tit-13156529

Per ulteriori informazioni e foto: https://www.facebook.com/Traditio.Italia/?__cft__[0]=AZWoAyY8DTUauNEdkRb6epQuFFkLvx64ZHxbX9rGI9js7j6Q0AD91LR7E5cv8TkPwD4EW6fnW3bFUxBkT2Pp7PDZp-MOZHU_IrnpCJgZLTQNcpKBnijPrujzzIbX0UHOic_rwR0dYauq-puLv04Ouc2o3XUqJpX46cJSfKG-X8YABQ&__tn__=-UC%2CP-R

RISCOPRIAMO JOSE’ ANTONIO PRIMO DE RIVERA: El Cid in camicia azzurra

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I caduti per la Tradizione e per la sua Rivoluzione sono molti, e non tutti sono conosciuti. Per questo meritano l’attenzione di noi vivi, per essere riscoperti e cercati affinché questo mondo non perda coraggio e il loro percorso terreno non sia visto come “casuale” per finire disperso, poi, come cenere nell’aria. C’è un disperato bisogno di eroi, è il cielo che con la sua pioggia incessante ce lo urla, è la vita quotidiana che con le continue restrizioni che subisce ce ne sta dando atto, sono le voci di tutti quei caduti, ribelli, rivoluzionari, camerati ed eroi d’altri tempi che ci chiamano silenziosamente ma con forza all’appello. Perché l’antica catena che ci lega ai nostri avi non si interrompa, e questo mondo non sprofondi definitivamente nel baratro dell’anti-tradizione, senza più radici e valori, ma solo con dati digitali e chiacchiere.

Per questo la figura limpida, solare, sconosciuta quanto stupefacente di Josè Antonio Primo de Rivera e del suo movimento – la Falange spagnola – sono per noi figure degne di ricordo e meritevoli di una riscoperta che, siamo certi, possono indicare ancora oggi una strada per una concreta rinascita, oltre la crisi a cui il sistema ci sta imponendo di soccombere.

È il 20 novembre 1936, la guerra civile che dilania le membra della millenaria Spagna e del suo popolo è iniziata solo da 4 mesi, ma i morti e la durezza della guerra sono all’ordine del giorno. Il giovane Josè Antonio Primo de Rivera è stato incarcerato dal governo comunista perché colpevole di essere il capo del movimento che dà più filo da torcere alla dittatura che vorrebbero instaurare in Spagna. La “Falange” infatti è un movimento giovanile e rivoluzionario che, basandosi sulla difesa dell’identità della Spagna Cristiana, raccoglie attorno a sé giovani, uomini e donne, lavoratori, soldati, intellettuali, unendo il popolo sotto i simboli e i valori della Tradizione e sbalordendo così chi vorrebbe fare della Spagna una terra atea e lontana dal suo antico retaggio di cultura e bellezza spirituale per abbracciare la retorica (malata) del comunismo e dell’anarchia. Il popolo è diviso in una guerra che vede contrapposti padri e figli, nonni e nipoti, fratelli e sorelle, fronteggiandosi a vicenda.

Primo de Rivera, consapevole delle sue radici, vuole pacificare il suo popolo e ridargli “Patria, pane e Giustizia” attraverso la lotta che la Falange svolge in tutta la nazione. Ha 33 anni ed è già un avvocato di successo; ma la lotta che ha deciso di intraprendere per la liberazione della Spagna vale più della sua stessa vita. È ispirato dagli eroi nazionali e dai Santi che lo hanno preceduto: è figlio di una visione del mondo solare, non vuole e sente di non poter vedere morire la sua terra, ammalatasi per mano dei pigri e degli indolenti, dei capitalisti e degli approfittatori, nonché di tutti quelli che vedono nel materialismo la sola ragione di vita, ergendo il comunismo a nuovo vangelo e la divisione ideologica come nuovo modo di costruire la società. Primo de Rivera era l’avvocato dei poveri: anche se di buona famiglia non era interessato ad altro che non fosse la crociata per riconnettere spiritualmente la Spagna e le sue popolazioni a quell’antica eredità e missione che l’ha fatta trionfare e splendere.

Con i suoi discorsi ha infuocato gli animi, con gli articoli ha illuminato le menti dei suoi connazionali. I falangisti, lottando nelle strade delle città e dei villaggi, riuscirono a dar vita al solo movimento anti-ideologico, nato per superare le categorie politiche e le loro divisioni, per ridare pace e forza alla terra di Spagna contro gli interessi dei politicanti che stavano giocando sulle vite e le speranze del popolo. Da questo si può capire perché questo giovane spagnolo fosse soprannominato “el Cid in camicia azzurra”: el Cid come il mitico cavaliere e condottiero medievale spagnolo, vissuto tra il 1040 e il 1099, pseudonimo di Rodrigo Díaz de Bivar, nobile castigliano, guerriero e figura leggendaria della Reconquista spagnola, signore di Valencia dal 1094 fino all’anno della sua morte. E “in camicia azzurra” perché quella fu la divisa scelta dai falangisti per identificarsi. Un nuovo eroe era nato e stava vivendo in Spagna. La sua vita era per la lotta e questa era dedicata alla nuova “Riconquista” religiosa ed eroica del paese.

Ma proprio il 20 Novembre del 1936, a soli 33 anni, il fondatore della Falange spagnola baciava col sangue il suolo della sua amata terra, seguendo lo stesso percorso degli eroi nazionali che nei secoli lo hanno preceduto, e che lo hanno ispirato all’azione durante la vita.

«Vogliamo meno chiacchierio liberale e più rispetto per le vere libertà dell’uomo. Perché si rispecchia la libertà dell’uomo solo quando lo si considera, come noi lo consideriamo, il portatore di valori eterni; quando lo si considera come l’involucro corporeo di un’anima che è capace di condannarsi o di salvarsi. Solo quando si considera così l’uomo, si può dire che si rispetta veramente la sua libertà e ancora di più se questa libertà si completa (come noi vogliamo) in un sistema di autorità, di gerarchia e di ordine».

Con queste parole, solo 3 anni prima della sua fucilazione, Primo de Rivera dava vita al movimento Falangista, e anche se la sua giovane vita venne spezzata dalla scarica dei fucili nemici, i suoi camerati non si fermarono.

 

 

Nei tre lunghi anni di guerra civile il vasto lavoro culturale e il martirio di José Antonio e di molti altri suoi legionari non fu vano, infondendo nei falangisti ardore e determinazione che, appunto, permetterà alla parte migliore del popolo spagnolo la tanto profetizzata “Reconquista” contro i barbari nemici al servizio dell’anti-tradizione.

Per questo è giusto ricordare un passo dell’inno della Falange che veniva cantato, liberando dal comunismo le città divenute trincee:

«Se ti dicono che sono caduto,

me ne sono andato al posto che c’è lì per me.»

Ad 85 anni dal sacrificio, la figura di José Antonio Primo de Rivera non può che brillare ed indicarci la strada da seguire, in un mondo così buio.

Altro che “modello Italia”: nel resto d’Europa lo stato di emergenza è finito (o sta per finire)

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QUINTA COLONNA

di Gabriele Costa

Roma, 2 nov – La volontà del governo italiano è chiara: prolungare quanto più possibile lo stato di emergenza. Mario Draghi e il suo fido scudiero Roberto Speranza, infatti, non ne vogliono sapere di rispettare la naturale scadenza del 31 gennaio 2022: l’ipotesi sul tavolo è quella di rinnovare lo stato di emergenza almeno fino a marzo, con l’obbligo di green pass sul luogo di lavoro addirittura fino a giugno.

La cosa ancora più divertente (o inquietante) è che queste misure orwelliane vengono spacciate dai media nostrani come una sorta di «modello Italia»: tutto il mondo assiste meravigliato alle prodezze di «Supermario», e anzi starebbe valutando l’opportunità di imitarci. Ovviamente, niente di più falso: la stampa estera, anche quella progressista, ha espresso più di una perplessità sulla natura «democratica» delle misure adottate dal governo italiano. Ma non c’è solo questo: invece di imitarci, le altre nazioni europee stanno remando in direzione opposta. Se guardiamo poco fuori dai nostri confini, infatti, lo stato di emergenza o è finito oppure sta per finire.

Lo stato di emergenza negli altri Paesi

Francia: il caso più simile al nostro è quello francese. Il presidente Macron vorrebbe estendere lo stato di emergenza – e l’obbligo di green pass – quanto più possibile. Il governo transalpino aveva incassato l’approvazione della Camera per la proroga fino al 31 luglio 2022. Ma il Senato ha stoppato tutto: non si andrà oltre il 28 febbraio 2022.

Germania: al momento proseguono le trattative per la formazione del nuovo esecutivo che, salvo sorprese, sarà formato da Spd, Verdi e Fdp. Tutti e tre i partiti hanno già annunciato che intendono allentare le misure restrittive. Lo stato di emergenza scade il prossimo 25 novembre 2021. E tutto fa pensare che non verrà ulteriormente prorogato. Oltre a questo, per marzo 2022 è anche prevista l’abolizione di tutte le altre restrizioni anti-Covid.

Regno Unito: come tutti sanno, Boris Johnson ha decretato la fine dello stato di emergenza lo scorso 19 luglio 2021 (già ribattezzato freedom day). Senza contare che è stato rimosso persino l’obbligo di mascherina in luoghi chiusi come pub, ristoranti e mezzi pubblici, a meno che non siano particolarmente affollati.

Spagna: anche Madrid ha detto addio allo stato di emergenza lo scorso 10 maggio 2021. Solo le Regioni hanno facoltà di introdurre alcune limitazioni, qualora la curva epidemiologica superi il livello di guardia. Di più: la Corte costituzionale spagnola ha dichiarato incostituzionale lo stato d’emergenza, anche per ciò che riguarda il marzo 2020. Di conseguenza, il governo dovrà rimborsare tutte le multe (circa un milione) comminate ai cittadini che avevano violato le restrizioni.

Paesi scandinavi: anche all’estremo Nord le restrizioni non piacciono. A parte il caso Svezia, la nazione con le limitazioni più blande del continente, anche Danimarca e Norvegia hanno deciso di non prolungare lo stato di emergenza, che è scaduto rispettivamente il 10 e il 24 settembre 2021.

Gabriele Costa

 

Colombo, gli indios e gli idiots

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di Marcello Veneziani

Ero ieri a Genova e ho visto rientrare mestamente, dopo alcuni secoli, Cristoforo Colombo con le sue malconce caravelle, le sue tre sorelle molto navigate. È stato espulso dagli Stati Uniti perché considerato ormai persona non gradita, senza permesso di soggiorno, aggressivo, imperialista e colonialista.

Dopo un secolo e mezzo di celebrazioni del Columbus day, c’è qualcosa di nuovo nell’aria. C’erano già state brutte avvisaglie contro di lui negli ultimi anni: contestazioni, cancellazioni, statue di Colombo abbattute e imbrattante; alla furia anticolombiana si era accodato perfino il sindaco di New York, il pessimo Bill De Blasio, pur essendo figlio di emigrati italiani. Ora pure il rintronato Joe Biden, per assecondare i radical, i progressisti e le popolazioni di colore, ha avuto una pensata di quelle memorabili: ha furbescamente anticipato il Colombous day al giorno prima, l’11 ottobre, magari come preludio alla sua soppressione; e ha deciso di sovrapporre a quella ricorrenza la celebrazione dell’ “Indigenous People’s Day”, giorno in cui celebrare i popoli indigeni.

Non dirò che è un affronto alla civiltà occidentale, cristiana, alla storia e alla cultura italiana, europea e statunitense, sarebbe fiato sprecato. E poi so che quella conquista fu una violenza e una violazione di popoli e territori, lo zelo missionario s’intrecciò all’impeto colonialista e dominatore. Ho sempre nutrito rispetto, e anche affetto, per i nativi americani, per la loro fierezza, il loro attaccamento alla terra e alle loro tradizioni, la loro difficoltà di modernizzarsi, la loro refrattarietà al consumismo americano. Magari sarebbe stato saggio rifare i conti con la storia e onorare i nativi con una giornata dedicata a loro. Ma senza cancellare il giorno di Colombo, perché la storia non si cancella, perché se esistono gli Usa lo devono a lui (e magari ad Amerigo Vespucci), perché la civiltà cristiana, con le sue luci e le sue ombre non può essere espettorata come un catarro. E perché in quella festa si ricorda un altro popolo, quello degli europei e in primis degli italiani che andarono a vivere e lavorare negli Usa.

Però, visto che la demenza della cancel culture ha raggiunto pure la Casa Bianca e le istituzioni cittadine, avrei una proposta da farvi. Visto che Colombo vi sta sullo stomaco, restituite l’America agli indios, ai nativi. E voi tornate alle vostre terre d’origine. Il sindaco De Blasio ha da scegliere tra Grassano e Sant’Agata dei goti, da cui proveniva la sua famiglia, e sperare di fare l’assessore in uno di questi due comuni. E Biden può tranquillamente lasciare la Casa Bianca al pronipote di Toro Seduto, e il Pentagono agli Apache o ai Cheyenne.

Nella scoperta dell’America la comunità italiana negli Stati Uniti festeggia l’ardito navigatore genovese che non viaggiò solo dall’Europa all’America, ma dal Medioevo alla modernità e portò a compimento il sogno dell’Ulisse dantesco di varcare le mitiche Colonne d’Ercole, senza naufragare. Il mondo nuovo nacque con lui, pur antico e misterioso navigatore genovese. Quel Colombo fu per milioni di italiani emigrati negli Stati Uniti il loro Patrono, la loro carta di credito, il loro primo vero passaporto per non sentirsi intrusi in America.

Peraltro quest’odio verso Colombo non è coltivato dagli indios ma dagli idiots, i cretini progressisti americani; stanno stracciando simbolicamente i loro certificati di battesimo e le loro origini europee, preferiscono sentirsi figli di nessuno e di madre ignota, che da noi un tempo si scriveva “figli di mignotta”. A loro naturalmente si accodano i corrispettivi italici. “Idioti di tutto il mondo unitevi, contro la vostra storia e la vostra civiltà”.

Al loro fianco, però, si profila un’altra fazione di cretini radical che vorrebbe redimere Colombo considerandolo il primo degli emigrati italiani in America, una specie di Santo Protettore dei migranti. Non si rendono conto, gli uni e gli altri, che Colombo era un esploratore, un navigatore, per conto di un impero e di una regina, non era un emigrato o un rifugiato; non cercava accoglienza e benessere ma portava la civiltà e la cristianità (Cristoforo vuol dire proprio portatore di Cristo); e portava l’impero castigliano, le missioni e il colonialismo. Inclusi i soprusi e i massacri.

Voi che detestate Colombo, pensate come sarebbe stato il mondo se avessero dato all’America non il nome ma il cognome del navigatore fiorentino? Me lo sono sempre chiesto. Pensate, gli Stati Uniti di Vespuccia. Sarebbe mai diventata una superpotenza mondiale, avrebbe mai conquistato la terra e la luna e colonizzato i costumi del pianeta un Paese dedicato al diminutivo di un insetto? A chi avrebbero fatto paura i vespuccini, come avrebbero potuto imporre al mondo il vespuccian way of life? I vespuccini non avrebbero sofferto di gigantismo, come invece gli americani, e nemmeno di obesità; ma di nanismo, anzi di più, di insettismo e sarebbero passati inosservati o al più considerati molesti.

La loro bandiera sarebbe a strisce gialle su fondo nero, perché come spiegano le enciclopedie «i vespidi hanno strisce gialle su corpo bruno» (da cui Bruno Vespa). Il loro ronzio non avrebbe avuto risonanza mondiale, sarebbe bastato un buon insetticida per tenerli lontani dall’Europa; e i pellerossa sarebbero ancora i signori della loro terra. Nei dizionari non starebbero alle prime pagine come impone il loro sontuoso nome America; ma relegati in fondo, tra Vespasiano, l’imperatore dei gabinetti, e la Vispa Teresa, cacciatrice di farfalle. In fondo se lo stanno meritando.

MV, La Verità (12 ottobre 2021)

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/colombo-gli-indiosi-e-gli-idiots/

Un anniversario da non dimenticare: il martirio di Marcantonio Bragadin (1571-2021)

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Nel corso della catechesi del Circolo Christus Rex del primo mercoledì del mese, l’Ing. raffaele Amato ha tenuto una bellissima relazione sull’attualità della battaglia di Lepanto, soffermandosi particolarmente sulla figura ed il martirio di Marcantonio Bragadin, che rifiutò di apostatare dalla fede cattolica. Un esempio ed un monito importante per tutti i cattolici. (n.d.r.)

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Roberto De Mattei

Vi sono molti personaggi storici che attendono di essere elevati agli altari, perché uccisi in odio alla fede e alla Civiltà cristiana: Simone di Montfort (1170-1218), vittima degli eretici Albigesi; la regina di Scozia Maria Stuart, fatta uccidere nel 1587 da Elisabetta I Tudor; i Reali di Francia Luigi XVI e Maria Antonietta, ghigliottinati nel 1793 dai giacobini e, non ultimo, Marcantonio Bragadin, l’eroico difensore di Famagosta scorticato vivo dai Turchi nel 1571. Quest’anno, è il 450° anniversario della vittoria di Lepanto, ma anche del sacrificio di Marcantonio Bragadin. La tragica morte del patrizio veneziano è stata tramandata alla storia da un testimone oculare, Nestore Martinengo (1547- 1598), che nel 1572 presentò al governo della Repubblica di Venezia una celebre relazione su L’assedio et la presa di Famagosta. Chi poi volesse inquadrare questo evento nel suo contesto religioso e politico, potrà approfondirlo nel libro da me dedicato a Pio V. Storia di un Papa santo, pubblicato quest’anno dall’editore Lindau.

Tutto iniziò la notte tra il 13 e il 14 settembre 1569, quando un tremendo boato scosse Venezia. Era saltato in aria il gigantesco deposito di munizioni dell’arsenale. Il Senato della Repubblica ne attribuì la responsabilità a dei sabotatori assoldati da Josef Nassì, un ricco ebreo di origine portoghese, nemico giurato della Repubblica di Venezia, che viveva a Costantinopoli e spingeva il sultano Selim II alla conquista di tutte le isole dell’Egeo.

Selim II (1524-1574), che era succeduto al padre Solimano il Magnifico come capo dell’Impero Ottomano, decise di rompere la pace conclusa nel 1540 con Venezia, rivendicando presunti diritti sull’isola di Cipro, una colonia veneziana che rivestiva grande importanza strategica e costituiva, con Malta, l’unica enclave cristiana in un mare dominato dai Turchi.

Le autorità della Repubblica di Venezia si trovarono di fronte a un dilemma: abbandonare l’isola di Cipro, oppure sfidare la potenza ottomana, rinunciando alla politica di conciliazione verso i Turchi, tenuta dalla “Serenissima” negli ultimi decenni. Il 28 marzo 1570 Selim inviò a Venezia un suo ambasciatore per consegnare un ultimatum: cedere l’isola di Cipro o subire la guerra. Il colloquio tra l’inviato turco e il doge Pietro Loredan durò pochi minuti. “La Repubblica difenderà sé stessa fidando nell’aiuto di Dio e nella forza delle sue armi”, dichiarò il vecchio doge. Il lunedì di Pasqua nella basilica di San Marco venne consegnato lo stendardo di combattimento al “capitano general da mar” della flotta della Serenissima, Girolamo Zane. Venezia si preparava alla guerra.

Il Papa Pio V (1566-1572), che regnava da quattro anni, si rallegrò della notizia: la guerra sarebbe stata una grande occasione per realizzare l’obiettivo che si era posto fin dall’inizio del suo pontificato: la costituzione di una “Santa Lega” dei principi cristiani contro il nemico secolare della fede cattolica. Egli era convinto che ciò che era in gioco non era solo l’interesse di Venezia, ma quello dell’intera Cristianità.

Intanto, il 3 luglio 1570 le truppe di Lala Mustafà Pascià (1500 circa-1580), inviate da Selim II, sbarcarono a Cipro e posero l’assedio a Nicosia, capitale dell’isola. La guarnigione veneta schierava 6000 uomini contro oltre 100.000 ottomani, muniti di 1.500 cannoni e appoggiati da circa 150 navi, che bloccavano l’afflusso di rifornimenti e rinforzi. Nonostante l’accanita difesa. Nicosia cadde dopo un assedio di due mesi, la guarnigione fu massacrata, più di duemila abitanti catturati e venduti come schiavi. Sotto il controllo dei veneziani rimaneva però Famagosta, la principale piazzaforte dell’isola.

I Turchi inviarono ai difensori di Famagosta la testa mozzata del governatore di Nicosia Niccolò Dandolo, per ammonirli ad arrendersi, ma i veneziani, guidati dal governatore civile Marcantonio Bragadin e dal comandante militare Astorre Baglioni (1526-1571), erano decisi a resistere a oltranza.

Nel gennaio 1571, l’audace comandante veneziano Marco Querini, partendo da Creta forzò il blocco turco con sedici delle sue galee, portò via da Famagosta i civili e rinforzò la piccola guarnigione con munizioni, viveri e 1600 uomini.  Bragadin e Baglioni riuscirono a resistere per tutto l’inverno, grazie all’ottimo sistema fortificato della città e alle incursioni a sorpresa che effettuavano al di fuori delle mura nell’accampamento degli assedianti. I Veneziani avvelenarono anche i pozzi di acqua esterni e fecero credere di aver fatto evacuare la città, spingendo il nemico ad avvicinarsi senza precauzioni e infliggendogli perdite ingentissime

A primavera gli attacchi dei Turchi si rinnovarono con sempre maggior furore, mentre Pio V era riuscito a costituire la sua Santa Lega, con la partecipazione dello Stato Pontificio, della Spagna e della Repubblica di Venezia.

Bragadin contava ormai solo sull’arrivo dei soccorsi cristiano, ma Mustafà che temeva un’altra disastrosa sconfitta, dopo quella subita a Malta cinque anni prima, chiese ulteriori rinforzi e il suo esercito raggiunse le 250.000 unità, contro poco più di 2000 combattenti veneziani. Dopo undici mesi di eroica resistenza, i continui bombardamenti e la fine dei viveri e delle munizioni, costrinsero Bragadin, il 1 agosto 1571, a decretare la resa di Famagosta.

Lalà Mustafà aveva promesso, con un documento firmato, di permettere ai superstiti di lasciare l’isola, imbarcandosi sulle loro navi, “a tocco di tamburo, con le insegne spiegate, artiglieria, arme et bagaglio, moglie e figli”, ma si macchiò di un infame tradimento. Il 2 agosto Bragadin, accompagnato da Astorre Baglioni si presentò alla tenda di Lalà Mustafà per consegnargli le chiavi della città, ma i due comandanti veneziani furono coperti di insulti e arrestati. Astorre Baglioni e gli altri rappresentanti della delegazione veneziana vennero decapitati seduta stante, mentre una sorte ben peggiore aspettava Bragadin a cui vennero mozzate le orecchie e il naso e fu rinchiuso per dodici giorni in una gabbia sotto il sole cocente, con pochissima acqua e cibo. Al quarto giorno i turchi gli proposero la libertà se si fosse convertito all’Islam, ma Bragadin rifiutò sdegnosamente.

Il 17 agosto il comandante veneziano fu appeso all’albero della propria nave e massacrato con oltre cento frustate, quindi costretto a portare in spalla per le strade di Famagosta una grande cesta piena di pietre e sabbia, finché non ebbe un collasso. Fu quindi riportato sulla piazza principale della città incatenato a una colonna e qui un rinnegato genovese infisse il coltello sulla spalla sinistra e iniziò a scuoiarlo vivo. Il comandante veneziano sopportò il martirio con eroico coraggio, continuando a recitare il Miserere e ad invocare il nome di Cristo finché, dopo che gli ebbero scorticato il busto e le braccia, urlò: “In manus tuas Domine commendo spirituum meum” e spirò Erano le 15 del 17 agosto 1571. Il corpo di Bragadin fu quindi squartato, e la sua pelle, imbottita di paglia e cotone, e rivestita degli abiti e delle insegne del comando, fu portata in macabro corteo per le vie di Famagosta, e poi appesa all’antenna d’una galea, che la portò a Istanbul come trofeo, insieme con le teste dei capi cristiani.

La risposta cristiana all’eccidio di Famagosta avvenne il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto, dove la flotta turca venne annientata. La pelle di Marcantonio Bragadin, sottratta nel 1580 all’Arsenale di Istanbul, fu portata a Venezia e viene venerata come una reliquia nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, nel retro del monumento dell’eroe veneziano. Marcantonio Bragadin meriterebbe di figurare tra i Beati del V Cielo del Paradiso, descritti da Dante nella Divina Commedia, e di essere ricordato accanto ai grandi combattenti per la fede degli ultimi secoli, dai Vandeani ai Cristeros. Un giorno, forse, la Chiesa lo canonizzerà come martire.

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La denuncia di Vox: come in un sistema totalitario vogliono estendere l’ideologia omosessualista

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L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Matteo Orlando

“Vogliono imporre ai nostri figli un’educazione sessuale ideologica e settaria”. È questo l’allarme lanciato dalla deputata di VOX, il partito di destra spagnolo, Georgina Trías.

La Trías ha spiegato attraverso un appassionato discorso tenuto davanti al Congresso, i motivi per i quali il suo gruppo parlamentare ha presentato un emendamento all’intera legge Celaá, quelle norme sull’educazione, volute dal governo social-comunista spagnolo, per estendere quanto più possibile l’ideologia gender nella società, peraltro già sconquassata, spagnola.

La Trías ha avvertito che il progetto del governo delle sinistre mette in pericolo l’educazione dei bambini spagnoli. “La comunità educativa teme che oltre 8 milioni e mezzo di bambini e ragazzi spagnoli non frequentino la loro scuola da tre mesi e che, nel mezzo dell’estate, siano trascorsi sei mesi senza entrare nei centri. E voi vi preoccupate più di imporre il vostro programma ideologico che di risolvere i problemi reali della comunità educativa. In diverse città spagnole ci sono concentrazioni di cittadini per protestare contro l’elaborazione di questa legge”.

La portavoce di VOX ha affermato che nello Stato spagnolo prevalgono la neutralità e il principio del secolarismo positivo, e non la secolarizzazione promossa dal governo. “Vogliono imporre ai nostri figli, sin da piccoli, una presunta educazione sessuale, che invece è ideologica e settaria. E vogliono farlo in modo organizzato e curriculare, come si addice ad un buon sistema totalitario, con guide oscene che sono già state implementate in numerose comunità autonome”.

Nel suo intervento, di una dozzina di minuti, Georgina Trías ha spiegato i dieci motivi per cui Vox dice di no alla legge omosessualista Celaá. Continua a leggere

Spagna, il governo delle sinistre vuole nove milioni di immigrati

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Sarebbero “necessari nei prossimi tre decenni per mantenere il livello del mercato del lavoro”. La replica del leader di Vox, Santiago Abascal: “Arrivano da Paesi dove maltrattano e lapidano donne”

In Spagna un ministro del neo governo rosso-viola, guidato da Pedro Sanchez, ha chiesto di accogliere nei prossimi anni 8-9 milioni di immigrati.

Secondo José Luis Escrivá Belmonte, il 59enne ministro per la Sicurezza sociale, inclusione e migranti, la Spagna deve attrarre “milioni e milioni di immigrati”, lavoratori stranieri che sarebbero “necessari nei prossimi tre decenni per mantenere il livello del mercato del lavoro”. Per Escrivá, in carica dal 13 gennaio, solo così si eviterà la “giapponesizzazione” dell’economia spagnola ma, ha aggiunto, “dovremo spiegarlo alla società”.

José Luis Escrivá, un economista indipendente indicato dal Psoe, uno dei partiti della coalizione di sinistra al governo – insieme a Podemos, al Partit dels Socialistes de Catalunya e alla sinistra radicale di Izquierda Unida – ha affrontato l’argomento nel corso di un forum ministeriale sulla migrazione e l’integrazione, curato dall’Ocse e tenutosi a Parigi, durante il quale ha incontrato governanti del Canada (la viceministro all’immigrazione Catrina Tapley), della Costa Rica (la viceministro al lavoro e alla previdenza sociale Natalia Álvarez), della Svezia (la ministro all’Occupazione Eva Nordmark) e la commissaria agli affari interni della commissione Von der Leyen, la svedese Ylva Johannsson.

Secondo l’economista-ministro Escrivá, la Spagna non può permettersi l’accettazione passiva dell’invecchiamento demografico, come fatto dal Giappone, senza l’adozione di misure che aprano all’immigrazione o a politiche di promozione della nascita. Alla domanda se ciò non implica un rischio di squilibrio per il mercato del lavoro stesso, Escrivà ha risposto che dipende dall’orizzonte che verrà considerato. “Ciò che è necessaria è una prospettiva a medio termine e una pedagogia adeguata”, mentre a breve termine la cosa più importante nella politica di immigrazione, secondo Escrivá, è “cooperare con i paesi di origine”.

Ad Escrivá, che ha lavorato a lungo presso la Banca di Spagna e, in Europa, da consulente, ha partecipato in prima persona al processo di integrazione monetaria(arrivando a ricoprire la carica di capo della divisione politica monetaria della Banca centrale europea), ha risposto immediatamente Santiago Abascal, il leader del partito di destra Vox.

Su Twitter il quarantatreenne Abascal ha scritto: “mi chiedo quanto sia compatibile portare ‘milioni e milioni’ di immigrati da paesi in cui le donne vengono maltrattate e lapidate, con la sinistra che pontifica sugli spagnoli dicendo: ‘se un uomo non riceve educazione femminista dall’infanzia è un potenziale stupratore’”.

Il leader di Vox, che più volte ha spiegato di volere difendere il patrimonio cattolicospagnolo dal laicismo, era stato critico contro il governo Sanchez 2 già nel corso del suo intervento in occasione della sessione di investitura del nuovo governo. La preoccupazione di Abascal, ma anche di una parte dei vescovi cattolici, e del Partito Popolare di Pablo Casado Blanco, è legata alle probabili prossime aperture del governo delle sinistre spagnole a numerose modifiche che apriranno ulteriormente le maglie dell’aborto, del suicidio assistito e dell’eutanasia, della fecondazione artificiale e dell’adozione per le coppie dello stesso sesso e per i single, del riconoscimento dei diritti “umani” agli animali, e dell’accettazione integrale delle “agende” del femminismo radicale, dei gruppi Lgbtq+ (che premono per la diffusione dell’ideologia gender nelle scuole) e dei “potentati” che anche in Spagna condizionano l’economia.

Da http://www.ilgiornale.it/news/mondo/spagna-governo-delle-sinistre-vuole-8-9-milioni-immigrati-1813553.html

Spagna, secolarizzazione e mancata istruzione religiosa stanno causando un crollo della fede

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di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT

La Spagna sta cessando sempre più d’esser cattolica.
Quella che per molti anni è stata l’ottava nazione per numero di cattolici, dopo Brasile, Messico, Filippine, Stati Uniti d’America, Italia, Francia e Colombia, si sta riscoprendo sempre più atea.
La Fondazione Ferrer i Guàrdia ha pubblicato il suo rapporto annuale, che mostra un progressivo aumento della secolarizzazione della società spagnola.
Il rapporto rivela che otto matrimoni su dieci in Spagna sono già civili, che il numero di credenti praticanti è sceso al 26,6% e che le persone che contrassegnano l’equivalente del nostro 8permille destinandolo alla chiesa cattolica sono solo il 14,2%.
Nell’ottava edizione di questo studio, che fa “una

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Spagna, in Andalusia sfonda l’estrema destra. Batosta per gli “euroinomani”

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Alle elezioni regionali i nazionalisti di Vox volano al 12%. La sinistra per la prima volta non governerà a Siviglia. Più vicine le elezioni anticipate
francesco olivo

Per anni si è detto che la Spagna era immune dall’irruzione dell’estrema destra, dilagante in tutta Europa. Una realtà che trova le sue prime smentite: in Andalusia, la Comunità autonoma più popolata del Paese, bastione della sinistra, il partito nazionalista Vox è entrato nel parlamento regionale per la prima volta con un risultato intorno all’11%, l’equivalente di 12 seggi. Un boom atteso, anche se non in queste proporzioni, per un movimento che non ha mai avuto rappresentanti nelle assemblee locali, né nazionali.

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