Dietro la lavagna

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FUORI DAL CORO

di Toni Capuozzo

Ieri sera, nel collegamento con Quarta Repubblica, avevo alle spalle una vecchia lavagna, perché stavo in un’aula scolastica. Guardandola, mi tornava alla mente quella della mia classe elementare, e le volte che finivo per punizione nello stretto spazio tra il muro e la lavagna, cancellato al resto della classe. Castighi che non mi hanno indebolito, anzi. Ci finisco quasi sempre, ancora oggi e di nuovo ieri sera, dietro a una lavagna. Come da bambino, non funziona: avrei bisogno di essere convinto, non aggredito. E avrei bisogno di quella lealtà, perfino nella punizione, che alla maestra mancava.

1) Capezzone – fortuna che mi stima, figurarsi se fosse il contrario – mi accusa di aver parlato di “messinscena” sui massacri di Bucha. Sa che non è vero. Io ho posto domande e sollevato perplessità sui morti ripresi per strada, non sulle 300 e più vittime ritrovate nelle fosse comuni. Sa che ho posto delle domande:  forse irriguardose, forse più scomode di quelle che lui pone alla viceministro ucraina. Come mai quei morti, che addirittura sarebbero rimasti sull’asfalto per tre settimane, non erano stati sepolti ? Come mai il Corriere della Sera non aveva rivolto questa domanda al becchino di Bucha ? Come mai nessuno ci aveva detto dell’operazione di bonifica della squadra speciale ucraina chiamata Safari ? Come mai accanto ai poveri corpi mai sangue, né bossoli ? Come mai alcuni corpi avevano accanto razioni alimentari russe, e qualche volta dei bracciali bianchi ?  A queste e molte altre domande non è mai stata data risposta.

2) Matteo Renzi, con più gentilezza di Capezzone, mi attribuisce “neutralità”. Non l’ho mai detto. Ho detto che mi sarebbe piaciuto che  l’Italia si ricavasse un ruolo di mediatore, pur ovviamente condannando l’invasione, ma lasciando che a dare le armi fossero altri, come fanno senza lesinare americani e inglesi. Armi e mediazioni insieme,  è difficile.

3) La viceministra ucraina non ha risposto alle due domande due che le avevo posto, sulla legge di confisca beni e sul monito ai giornalisti che intendessero raccontare l’altra faccia della medaglia.
Detto questo, sto meglio dietro la lavagna che sui banchi di un’informazione che ha impiegato giorni a chiamare “resa” quella dell’Azovstal, perché “evacuazione” suonava meglio agli occhi della propaganda.  Per essere convinto senza insulti, slealtà, castighi, avrei bisogno di risposta ad altre domande, sulla corsa agli armamenti, sulla giustizia di guerra di entrambe le parti, sulle pachidermiche lentezze dell’Unione europea e sulla sveltezza della Nato.

Per essere chiaro amo l’Occidente, e ho sofferto la sconfitta afghana, pagata dalle donne. Ma non riesco a vedere dove ci porta questa nuova avventura, dopo quel disastro e i disastri libici e iracheni, somali e balcanici. Salvata l’Ucraina dalla resa (grazie agli ucraini e alle armi e alla intelligence americane), libera Kiev e libero Zelenskj e i suoi, non sarebbe ora di negoziare? O pensate sia troppo presto, che  Putin non sia abbastanza umiliato e punito ?  Il libro dei sogni prevede che Putin si ravveda, ritiri le truppe alla casella di partenza e l’Ucraina possa liberamente dedicarsi alla guerra civile del Donbass, iniziata nel 2014. Siccome non succede,  quanta guerra ancora ?  Avanti Crimea,  direbbero Capezzone e la viceministra, imbarazzata  dalle feroci domande dell’onorevole.

Azovstal, Capuozzo mostra il video dei miliziani di Azov: “Sapete cosa stanno cantando?”

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QUINTA COLONNA

Si combatte dentro l’acciaieria trasformata in un “inferno”. Asserragliati i soldati del Battaglione Azov

Una combattente di Azov asserragliata all’Azovstal. Il video ripreso da un cellulare. I “resistenti” all’assalto russo che intonano una canzone, l’odierna “Bella Ciao” come scrive qualcuno. È il video, pubblicato sui social e raccontato anche dai media italiani, su cui si sta discutendo in queste ore. Ovvero il canto dei soldati che difendono l’ultima postazione ucraina a Mariupol.

Perché se ne discute? Lo spiega Toni Capuozzo, molto critico sulla posizione che i media occidentali hanno preso rispetto al Battaglione (ormai un reggimento) accusato in passato di simpatie neonaziste. “Non so se sia vero che i “resistenti” dell’Azovstal abbiano chiesto una tonnellata di cibo per ogni quindici civili da rilasciare: la fonte è russa, e ovviamente non farebbe loro onore – scrive lo storico inviato di guerra sui suoi canali social – So quel che leggo sul Corriere della Sera di oggi, che li descrive come dei soldati Ryan da salvare, e paragona la loro canzone a Bella Ciao. Peccato che inneggi a Stepan Bandera, eroe del collaborazionismo con i nazisti. Non è l’unico equivoco: il Primo maggio dal concertone di Roma hanno spedito i saluti a Kiev, senza accorgersi che quella festività è abolita in Ucraina dal 2014″. La seconda strofa della canzone infatti dice: “L’Ucraina è la nostra madre e Stepan Bandera è nostro padre”.

Su Stepan Bandera molto si è detto e scritto. Ucciso a Monaco nel 1959, questo nazionalista ucraino divide la società: amato nella parte occidentale, viene considerato un fondamentalista nazista nelle zone ad Est. Quelle a maggioranza russofona. Nel 2018 vi furono non poche polemiche quando il Parlamento di Kiev decise di festeggiare come festa nazionale il compleanno del discusso combattente. Il leader dell’Oun, Organizzazione dei nazionalisti ucraini, è infatti accusato di aver collaborato con Hitler anche se oggi per il Corriere diventa “patriota dell’Ucraina libera, irredenta e democratica”.

Secondo quanto riporta ilGiornale, “a partire dal febbraio del 1943 i nazionalisti ucraini cominciarono ad attaccare la popolazione polacca dell’oblast di Volyn’. L’Upa e l’Oun attaccarono oltre cento villaggi polacchi sterminando oltre centomila persone, in maggioranza donne, bambini e anziani”. Per questo in Polonia viene considerato un criminale, così come le attività dei due movimenti nazionalisti. Non solo. Anche il Parlamento europeo, in una risoluzione approvata il 25 febbraio del 2010, scrisse di “deplorare profondamente la decisione del Presidente uscente dell’Ucraina, Viktor Yushchenko, di attribuire a Stepan Bandera, uno dei leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN), che ha collaborato con la Germania nazista, il titolo postumo di «Eroe nazionale dell’Ucraina»; auspica, a questo proposito, che la nuova dirigenza ucraina riveda tali decisioni e mantenga il suo impegno nei confronti dei valori europei”

Fonte: https://www.nicolaporro.it/azovstal-capuozzo-mostra-il-video-dei-miliziani-di-azov-sapete-cosa-stanno-cantando/

Ormai è ufficiale: la Nato è in guerra con la Russia

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di Giuseppe De Lorenzo

Un gioco che si faceva da ragazzini iniziava così: “Alzo bandiera, dichiaro guerra a…”. E via con la gara di corsa. Nessuno sarebbe partito prima della comunicazione ufficiale, un po’ come si faceva in passato con le guerre di un tempo. Roba da ambasciate.

Ormai purtroppo i processi sono cambiati. Putin per dire ha invaso l’Ucraina comunicandolo in un video. E i conflitti si sono fatti “ibridi”: iniziano all’improvviso e non si sa mai quando finiscono. Basta pensare al Donbass nel 2014, oppure a Libia, Siria o Yemen. Per l’avvio della nuova Guerra (poco) Fredda tra Stati Uniti e Russia non dobbiamo dunque aspettarci una comunicazione formale. Occorre accontentarsi dei segnali. E quelli sono ormai tanti, anche troppi. A tal punto che forse è arrivato il momento di dirlo chiaro e tondo: la Nato è in guerra con la Russia.

Spieghiamo. Dopo l’assurda invasione di Putin, l’Occidente ha reagito come credeva giusto. Ha protestato, e ci mancherebbe. S’è dichiarata solidale con Kiev, e ha fatto bene. Poi ha scelto la strada delle sanzioni, sentiero tortuoso (chiedetelo alle nostre aziende) ma tutto sommato comprensibile. Infine, man mano che la Russia sembrava impantanarsi sul terreno, ha alzato il tiro. Prima la cacciata dallo Swift, poi il blocco delle importazioni del petrolio, infine l’invio massiccio di armi a Kiev: all’inizio solo missili anticarro “difensivi”, poi sempre più “letali” e ora in grado – parola del ministro britannico – di colpire il “al di là del confine”. Kiev dovrebbe farlo, sostiene Londra, è legittimo, la Germania ci mette il carico di 50 carri armati, ma tutto questo dove ci porterà?

Nella Nato si sono creati due schieramenti. Da una parte Usa, Gran Bretagna e paesi dell’Est Europa, pronti ad andare al muro contro muro con Putin. Dall’altra le più concilianti Francia e Germania, uscite però sconfitte da questo duello. Le dichiarazioni degli ultimi due giorni lo dimostrano. E sono un allarme sulla tenuta della pace nel mondo intero, non solo una mannaia sulle speranze di pace in Ucraina (i negoziati, per dire, ormai sono scomparsi dai radar).

Dopo la visita a Zelensky, il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e il capo del Pentagono, Lloyd Austin, hanno per la prima volta ammesso che lo scopo americano non è tanto, o non solo, la pace in Ucraina. Ma “indebolire Mosca a un livello tale” che non possa avviare nuove guerre. Il generale Mark Milley, capo di Stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, oggi ha aggiunto senza troppi fronzoli un dettaglio. “Credo – ha detto – che l’obiettivo di tutto il governo sia quello di vedere un’Ucraina libera e indipendente, con il suo territorio intatto e con il suo governo ancora in piedi. Credo che questo implichi anche una Russia indebolita”. Tradotto: non ci saranno concessioni sul Donbass né sulle condizioni di neutralità o smilitarizzazione (oggi Washington ha riaperto le porte della Nato a Kiev, in teoria cardine dei primi timidi segnali di pace). E senza accordo sulle repubbliche secessioniste, ribatte Putin, “non è possibile firmare garanzie di sicurezza sull’Ucraina”.

Posto che la Crimea è stata annessa otto anni fa, ma Kiev la considera ancora un proprio dominio, quel “territorio intatto” evocato da Milley sembra essere il preludio ad una riconquista. Cioè una guerra in cui la Nato, o almeno gli Stati che stanno inviando armi, aiuta l’Ucraina a riprendersi le regioni perdute tempo fa. Nella speranza, magari, che il piano inclinato porti al “regime change” evocato da Biden. Con tanti saluti alle speranze di pace. Ma col rischio, serio, di ritrovarci davvero a combattere in prima persona contro Mosca.

Forse non avrà ragione Lavrov nel dire che “la Nato è già in guerra per procura con la Russia”. Ma poco ci manca. Capuozzo direbbe: combatteremo fino all’ultimo ucraino. Già, ma fino a dove?

Giuseppe De Lorenzo, 26 aprile 2022

 

“Corpi trascinati coi cavi”: i 12 dubbi su Bucha

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di Toni Capuozzo

Fonte: Toni Capuozzo

Luigi Di Maio: “Chi nega Bucha alimenta la propaganda russa che provoca morte”. Nel suo italiano stentato il ministro degli Esteri vuole essere definitivo. Avrei qualche domanda per lui, come per Giletti, per la veterinaria di “Open” e tanti altri.

Cosa vuol dire negare? Non c’è dubbio alcuno che i russi abbiano commesso crimini durante l’occupazione di Bucha. A testimoniarlo ci sono le fosse comuni scavate dietro alla chiesa. I 350 corpi che contengono raccontano quello che è successo. Le mie perplessità riguardano i morti che dal 3 aprile vengono ritrovati per strada, in quella ormai tristemente famosa via Jablonskaja, la via del Melo. Il mio dubbio è che quei cadaveri non appartenessero all’orrendo capitolo precedente (i russi se n’erano andati il 30 marzo) ma fossero il risultato di un’operazione di un corpo speciale della polizia ucraina (ho riportato l’articolo della stampa ucraina che annunciava la caccia a Bucha di sabotatori e collaborazionisti). Oppure che fossero vittime dei russi recuperati dalle cantine e dai cortili e disposte sulla strada a beneficio delle televisioni. Come ricorderete, a smentire questa ipotesi apparvero subito foto da satellitari e da droni che retrodatavano la presenza di quegli stessi corpi almeno al 19 marzo.

1. Come si sono conservati i corpi nelle strade per due settimane, in un clima freddo ma umido, con animali randagi e selvatici?

2. Come mai molte vittime avevano i fazzoletti bianchi al braccio?

3. Come mai alcune vittime avevano accanto a sé razioni dell’esercito russo?

4. Come mai non c’è quasi mai sangue e mai un solo bossolo accanto ai corpi?

5. Come mai ci sono immagini che ritraggono militari ucraini che trascinano i corpi con cavi, andando oltre la semplice precauzione di spostarli di mezzo metro, rivoltandoli, così da appurare che non siano minati?

6. Come mai un video apparso su Telegram di un certo Boatman, il 1° aprile da Bucha, non dice nulla sui morti per strada. Unico fatto di rilievo l’incontro con un parlamentare del partito di Zelensky (Boatman lo descrive come “scuro di pelle”, nota inevitabile per un suprematista bianco come lui. Russo, Boatman è al secolo Sergey Korotkikh, ricercato per l’omicidio di due immigrati davanti a una bandiera nazista. Ripara in Ucraina e nel ’14 partecipa alla guerra civile antirussa, ricevendo il passaporto ucraino, e la nomina a capo di una squadra speciale della polizia).

7. Come mai in un altro video si vede la squadra di Boatman apprestarsi a operare e uno di loro chiede cosa si debba fare di persone incontrate senza il bracciale blu degli ucraini. “Sparagli, cazzo” è la risposta di Boatman.
8. Come mai si continua caparbiamente a ignorare l’operazione dei corpi speciali della polizia, iniziata il 1° aprile – i russi si sono ritirati il 30 marzo – di bonifica da esplosivi, sabotatori e collaborazionisti? Ne dà notizia, quel giorno, la stampa ucraina. E poi non si sa come si a andata, se abbiano trovato collaborazionisti o meno.

9. Come mai sono apparse su Telegram conversazioni che maledicono Boatman per aver rovinato tutto con i suoi video? “Eravamo d’accordo – lo era, non lo era – gonfiamo per il bene di un pubblico europeo impressionabile, finalmente ci passano armi pesanti e difesa aerea. Cioè, i nostri “alleati” sono tali che non gli bastano gli attacchi missilistici sulle città, per loro. Ok, stiamo lavorando. L’informazione principale è andata, lo straniero l’ha raccolta… e poi la Guardia Nazionale e il Nostromo sono usciti dalla tabacchiera come un coglione con i loro video divertenti sulla pulizia di Bucha…”.

10. Perché, intervistato dalla stampa italiana, al becchino di Bucha non viene fatta la più semplice delle domande: come mai ha rischiato la vita per inumare i morti nella Bucha occupata dai russi e, quando i russi se ne sono andati, li ha lasciati invece per strada?

11. Come mai quelle vittime sono state lasciate per settimane, secondo la foto satellitare, senza un solo gesto di pietà, come se fossero morti altrui, da schivare e basta?

12. Come mai la Croce Rossa Internazionale non è stata convocata subito sul luogo del massacro?

Non devo ripetere a ogni passo che non sono filoputin, né filorusso. Sono solo convinto per esperienza che purtroppo la guerra è il regno dell’odio, delle vendette, delle manipolazioni. In guerra puoi essere disciplinato, se la combatti o te ne fai travolgere. Se sei giornalista, anche quando hai chiaro dove risieda la ragione e dove il torto, dove l’aggressore e dove l’aggredito, sai che le linee nette del Bene e del Male vengono scavalcate con facilità, e resta il dovere di ragionare sui fatti, anche quando non coincidono con la tua visione delle cose, e specie quando fanno fare alla guerra un salto di qualità, come una chiamata alle armi.

Lettera di 10 ex corrispondenti di guerra contro la propaganda dei mezzi di comunicazione

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di Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò

“Ecco perché sull’Ucraina il giornalismo sbaglia. E spinge i lettori verso la corsa al riarmo”: lo sfogo degli ex inviati in una lettera aperta. “Basta con buoni e cattivi, in guerra i dubbi sono preziosi”
Undici storici corrispondenti di grandi media lanciano l’allarme sui rischi della narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto: “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin”. L’ex inviato del Corriere Massimo Alberizzi: “Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni”. Toni Capuozzo (ex TG5): “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori. Trattare così il tema vuol dire non conoscere cos’è la guerra”
“Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male”. Inizia così l’appello pubblico di undici storici inviati di guerra di grandi media nazionali (Corriere, Rai, Ansa, Tg5, Repubblica, Panorama, Sole 24 Ore), che lanciano l’allarme sui rischi di una narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto nel giornalismo italiano (qui il testo integrale sul quotidiano online Africa ExPress). “Noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro: siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti”, esordiscono Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò. “Proprio per questo – spiegano – non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata. Siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi“, notano i firmatari. “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico. La propaganda ha una sola vittima: il giornalismo”.
“L’opinione pubblica spinta verso la corsa al riarmo” – Gli inviati, come ormai d’obbligo, premettono ciò che è persino superfluo: “Qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. Lui è quello che ha lanciato missili provocando dolore e morte. Certo. Ma dobbiamo chiederci: è l’unico responsabile? Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandino perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin“. Mentre, notano, “manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo”. Quegli stessi media che “ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il due per cento del Pil. Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione. L’emergenza guerra – concludono – sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre”.
Alberizzi: “Non è più informazione, è propaganda” – Parole di assoluto buonsenso, che tuttavia nel clima attuale rischiano fortemente di essere considerate estremiste. “Dato che la penso così, in giro mi danno dell’amico di Putin”, dice al fattoquotidiano.it Massimo Alberizzi, per oltre vent’anni corrispondente del Corriere dall’Africa. “Ma a me non frega nulla di Putin: sono preoccupato da giornalista, perché questa guerra sta distruggendo il giornalismo. Nel 1993 raccontai la battaglia del pastificio di Mogadiscio, in cui tre militari italiani in missione furono uccisi dalle milizie somale: il giorno dopo sono andato a parlare con quei miliziani e mi sono fatto spiegare perché, cosa volevano ottenere. E il Corriere ha pubblicato quell’intervista. Oggi sarebbe impossibile“. La narrazione del conflitto sui media italiani, sostiene si fonda su “informazioni a senso unico fornite da fonti considerate “autorevoli” a prescindere. L’esempio più lampante è l’attacco russo al teatro di Mariupol, in cui la narrazione non verificata di una carneficina ha colpito allo stomaco l’opinione pubblica e indirizzandola verso un sostegno acritico al riarmo. Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni e nemmeno chi si informa leggendo più quotidiani al giorno riesce a capirci qualcosa”.
Negri: “Fare spettacolo interessa di più che informare” – “Questa guerra è l’occasione per molti giovani giornalisti di farsi conoscere, e alcuni di loro producono materiali davvero straordinari“, premette invece Alberto Negri, trentennale corrispondente del Sole da Medio Oriente, Africa, Asia e Balcani. “Poi ci sono i commentatori seduti sul sofà, che sentenziano su tutto lo scibile umano e non aiutano a capire nulla, ma confondono solo le acque. Quelli mi fanno un po’ pena. D’altronde la maggior parte dei media è molto più interessata a fare spettacolo che a informare”. La vede così anche Toni Capuozzo, iconico volto del Tg5, già vicedirettore e inviato di guerra – tra l’altro – in Somalia, ex Jugoslavia e Afghanistan: “L’influenza della politica da talk show è stata nefasta”, dice al fattoquotidiano.it. “I talk seguono una logica binaria: o sì o no. Le zone grigie, i dubbi, le sfumature annoiano. Nel raccontare le guerre questa logica è deleteria. Se ci facciamo la domanda banale e brutale “chi ha ragione?”, la risposta è semplice: Putin è l’aggressore, l’Ucraina aggredita. Ma una volta data questa risposta inevitabile servirebbe discutere come si è arrivati fin qui: lì verrebbero fuori altre mille questioni molto meno nette, su cui occorrerebbe esercitare l’intelligenza”.
Capuozzo: “In guerra i dubbi sono preziosi” – “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori”, argomenta Capuozzo. “Invece è proprio in queste circostanze che i dubbi sono preziosi e l’unanimismo pericolosissimo. Credo che questo modo di trattare il tema derivi innanzitutto dalla non conoscenza di cos’è la guerra: la guerra schizza fango dappertutto e nessuno resta innocente, se non i bambini. E ogni guerra è in sè un crimine, come dimostrano la Bosnia, l’Iraq e l’Afghanistan, rassegne di crimini compiute da tutte le parti”. Certo, ci sono le esigenze mediatiche: “È ovvio che non si può fare un telegiornale soltanto con domande senza risposta. Però c’è un minimo sindacale di onestà dovuta agli spettatori: sapere che in guerra tutti fanno propaganda dalla propria parte, e metterlo in chiaro. In situazioni del genere è difficilissimo attenersi ai fatti, perché i fatti non sono quasi mai univoci. Così ad avere la meglio sono simpatie e interpretazioni ideologiche”. Una tendenza che annulla tutte le sfumature anche nel dibattito politico: “La mia sensazione è che una classe dirigente che sente di avere i mesi contati abbia colto l’occasione di scattare sull’attenti nell’ora fatale, tentando di nascondere la propria inadeguatezza. Sentire la parola “eroismo” in bocca a Draghi è straniante, non c’entra niente con il personaggio”, dice. “Siamo diventati tutti tifosi di una parte o dell’altra, mentre dovremmo essere solo tifosi della pace”.

Credere, obbedire, combattere

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di Toni Capuozzo

Fonte: Toni Capuozzo

Se provo a distogliermi dalla certezza dell’orrore, la cosa che mi fa male non sono gli insulti, ma certe piccole notizie. A Nikolajevka, oblast russo al confine ucraino, qualcuno ha vergato una Z – simbolo dell’aggressione russa – sul ponte costruito dagli alpini, che ritornano nei luoghi della ritirata facendo del bene. Chi avesse visto lapidi e celebrazioni sa che i russi, parlando dell’invasione subita nella seconda guerra mondiale, scrivono sempre “i tedeschi e i fascisti”, mai gli italiani, come a salvare un affetto che ci assolve. Evidentemente, si avvia a non essere più cosi: risentimenti, sanzioni, espulsioni, la china della guerra. Già, gli insulti di chi combatte da casa.
Il più gentile è Capezzone, e gliene sono grato. Ma c’è anche chi, come un certo Giuliano Cazzola (una vita nella Cgil, poi nel Partito socialista, poi nel Partito della Libertà), dice di provare disprezzo per me. E, per qualcuno che contesta con rispetto, tanti che mi accusano di percepire rubli, o peggio. “Porco”, “servo viscido del Cremlino”: la brigata del Bene è affamata di unanimismo, di conformismo, di silenzio. Bullismo di combattenti da tastiera, e un misto di ingenuità, ignoranza del passato, bisogno di credere qualcosa, qualsiasi cosa,  e paura del dubbio. Non sarà questo a farmi perdere, da vecchio, il vecchio vizio di dire le cose che penso. L’ho fatto in ogni redazione in cui sono stato, in ogni conflitto che ho seguito: difficile reclutarmi. Sono fermo a un giudizio:  la Russia  è l’aggressore, l’Ucraina è l’aggredito. Sul come ci siamo arrivati, ci sarà tempo di discutere. Sono fermo a un obbiettivo: la guerra va fermata, bisogna negoziare. Ero contrario all’invio di armi, ma resto perplesso vedendo i vecchi carri cechi che viaggiano verso l’Ucraina: sono tombe ambulanti.  Sono fedele  a un principio: dubitare sempre, anche quando ti accusano di intelligenza con il nemico, anche quando sei solo: l’ho fatto con i miskitos del Nicaragua, l’ho fatto con i marielitos di Cuba, l’ho fatto con le foibe o con i marò, con Abu Ghraib e Fabrizio Quattrocchi, con i bambini uccisi in Libano e con la Chiesa della Natività. E dovrei adesso fare  meno di chiedere come mai nelle foto satellitari del New York Times, che vogliono essere del 19 marzo, non c’è la neve, che quel giorno a Bucha c’era ?  Dovrei rinunciare a interrogarmi sulla conservazione stupefacente di quei cadaveri per più di venti giorni sull’asfalto ?  Dovrei non meravigliarmi che il 2 aprile l’operazione del battaglione speciale Safari viene presentata come un pulizia di sabotatori e collaborazionisti ?  La scoperta dei morti di Bucha (non quelli delle fosse comuni, note da tempo, e delle vittime dei russi durante gli scontri e l’occupazione, no i morti che hanno sdegnato il mondo, presentati come il sanguinoso ocngedo dei russi in ritirata) incomincia il 3 aprile e diventa globale il 4.
Ieri tgcom24 ha echeggiato una specie di gioco al massacro denunciato dal sindaco di Bucha: hanno fatto un safari con i civili. Paragone strano perché  Safari è il battaglione speciale che come vedete il 2 aprile inizia un’operazione sì, di bonifica esplosivi e quant’altro ma anche di repulisti di sabotatori. Dove sono  finiti i sabotatori ?  Non ne hanno trovato nessuno ?  O forse solo quel cadavere che ieri è apparso sullo schermo alle spalle di Giordano, ma lui non se ne è accorto, che ha ancora il bracciale bianco dei filorussi ? E’ una fonte ucraina, quel giornale, non la Tass.  SE c’erano sabotatori che fine hanno fatto ?
Ho solo un sospetto, e quello, invece, non è dimostrabile.  Che ci stiano reclutando a una guerra lunga e costosa – in termine di vite, innanzitutto, e questo richieda -come dire ? – una spinta su spalle riluttanti. La Gran Bretagna ha rifiutato di discutere Bucha in Consiglio di Sicurezza, come aveva richiesto la Russia. Ho la sensazione che Bucha sia usurata da troppi dubbi, e la stampa inglese già ci abitua al nome di Borodyanka. Ma proprio così vecchi dobbiamo mandarli i carrarmati ?  Ma siamo così insensibili all’orrore ?    La guerra è questo: orrore tirato per la giacca. escalation strappata ai cuori. Ovviamente non posto l’immagine di un uomo riverso con un fazzoletto bianco al braccio, perché non so da dove venga, e  come sia stato ucciso. Né le immagini di una uccisione in punta di coltello di un prigioniero russo o un civile, si capiscono solo le urla. Né i 267 marines ucraini che si sono arresi a Mariupol.  Dove secondo alcuni vi sarebbero ufficiali Nato intrappolati con il battaglione Azov. E l’altra propaganda, in fondo.

I macellai di Bucha? “Noi mai stati in Ucraina”

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LA GUERRA (DI FAKE) IN UCRAINA

La fotografia dei “killer di Bucha” fa il giro del mondo. Un fake? “Lo scatto è vecchio”

Alla fine torniamo sempre lì. Alla voglia giornalistica di indossare l’elmetto. Al vizio, comprensibile forse, ma errato, di prendere per buono tutto quello che arriva da fonti governative ucraine. Ricordate gli aerei che sorvolano le città carichi di bombe, spacciati per veri e invece simulazione da videogioco? Oppure i martiri dell’isola dei serpenti, che martiri non sono visto che alla fine sono tornati sani e salvi in Patria? Ecco. Qualcosa di simile potrebbe essere accaduto per la strage di Bucha.

Toni Capuozzo da giorni predica calma, o meglio il sano esercizio del dubbio. Mentre ci si indigna per i cadaveri di Bucha, per le orribili storie di sevizie, per i racconti dei testimoni, ci si può anche porre alcune domande sulle strane date di quei corpi lasciati per strada, sul nastro bianco al braccio dei cadaveri, sulla caccia ai disertori sponsorizzata da Kiev. Ma soprattutto, bisognerebbe andarci coi piedi di piombo quando chissà chi spiattella la fotografia dei “colpevoli” del massacro senza che vi sia stata alcuna sicura indagine internazionale.

Ricorderete forse che il giorno successivo alla pubblicazione delle prime immagini di Bucha, i giornali occidentali – italiani in primis – hanno mostrato al mondo la foto di una unità dell’esercito russo proveniente dalla Siberia e indicata come il covo di macellai che avrebbero seminato morte nella cittadina alle porte di Kiev. Articoli su articoli sul comandante della 64esima brigata di yakuti. La loro fotografia che fa il giro del mondo. Commenti sulle atrocità su Asanbekovich e l’unità 51460. Titoli ad effetto tipo “killer di Bucha” e “ultimo mostro del putinismo”. Piccolo problema: con ogni probabilità, quelli nella famosa fotografia non sono gli autori della strage.

Luigi De Biase, giornalista del Tg5, è riuscito a parlare con alcuni di loro. Due vivono in Yakutia, hanno lasciato l’esercito da mesi e non hanno mai prestato servizio militare in Ucraina. Per la verità non sanno praticamente neppure dove sia, visto che – dicono – non ci sono stati neppure da civili. La famosa fotografia sarebbe stata scattata a Khabarovsk nel 2019, all’inizio della leva. Poi Vladimir Osipov è stato congedato a dicembre ed è tornato a casa. Lo stesso anche Andrey, un altro dei soldati immortalati, secondo cui tutti i suoi compagni nello scatto hanno lasciato l’esercito da tempo.

La loro foto era finita sui giornali attraverso quello strano percorso che si chiama rimbalzo delle notizie: prima il governo ucraino ha diffuso le sigle delle compagnie che avrebbero occupato Bucha, poi il sito InformNapalm ha diffuso i dati di migliaia di soldati che hanno prestato servizio al loro interno, l’informazione è stata ripresa di giornale in giornale e così è diventata di dominio pubblico. Come i nomi e gli indirizzi dei presunti boia. Va detto che sui canali Telegram russi da giorni si sosteneva che i protagonisti di quella foto non avessero mai prestato servizio in ucraina. Ma ovviamente nessuno ci ha creduto. Propaganda.

Possibile che i due soldati sentiti da De Biase e intervistati dal Manifesto stiano mentendo? Certo, tutto è possibile. “Il servizio è durato due anni e l’ho svolto con la 64esima brigata, a Khabarovsk, nella base di Knyaze Volkonskoye – dice però Osipov – La leva è finita a dicembre e io da allora ho sempre vissuto qui con la mia famiglia“. Gli fa eco Andrey: “Assieme a quella fotografia, giorni fa, sono stati resi pubblici i miei dati personali. I primi ad accorgersene sono stati alcuni amici. Mi hanno avvertito. Mi hanno chiesto che cosa stesse succedendo. Ho ricevuto messaggi con insulti e minacce. Ero sotto shock. Come potete capire è una brutta situazione”.

 

Capuozzo: “Ecco perché Stati Uniti e Regno Unito non vogliono la fine della guerra”

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Roma, 8 apr – Stati Uniti e Regno Unito “sembrano volere fortemente la continuazione del conflitto fino a quando Putin non ci lascia le penne: vogliono la fine dello zar russo, non la fine della guerra”. Toni Capuozzo, storico reporter di guerra, sospetta che nei piani di Washington e Londra il conflitto in Ucraina deve durare ancora a lungo.

Capuozzo: “Fine della guerra? Non per la Nato”

Intervistato da Il Sussidiario, Capuozzo spiega perché a suo avviso questa terribile prospettiva va considerata attentamente: “Una guerra lunga è proprio quello che vuole la Nato e lo scenario è plausibile se tutti gli alleati si comporteranno come soldatini ordinati. Lo stesso Stoltenberg ha riportato le sorti della guerra alla casella iniziale: riproponendo le porte aperte all’adesione di Kiev alla Nato, non fa altro che rilanciare l’invito a continuare il conflitto. Il mio auspicio è che l’Europa ritrovi un po’ di buon senso”.

Lo spazio per i negoziati sembra però sempre più ridotto, anche alla luce della mancata volontà dei principali attori internazionali di sedersi al tavolo per trattare un immediato cessate il fuoco. A perseguire davvero la via diplomatica, nonostante tutto, pare siano rimaste soltanto Turchia e Ungheria. “Chiunque tenti qualcosa è benvenuto, anche se Erdogan e Orban non mi sembrano campioni della democrazia. Anche perché i campioni della democrazia sono impegnati a comminare sanzioni e a mandare armi…”, afferma Capuozzo.

“C’è più spazio per le trattative da parte russa, se son vere le bastonate che hanno preso e visto che ormai controllano tutta la costa del Mar d’Azov in continuità con la Crimea. È una situazione che potrebbe assomigliare a qualcosa di soddisfacente per Mosca”, dice Capuozzo. “Ma temo che a Zelensky non vada bene, per lui l’integrità territoriale dell’Ucraina non può essere minimamente messa in dubbio”, specifica l’inviato di guerra.

Le sanzioni? “Fanno più male ai sanzionatori”

Poi Capuozzo spiega anche perché, dal suo punto di vista, le sanzioni imposte alla Russia rischiano di trasformarsi in un boomerang. “Credo che queste sanzioni siano un caso piuttosto raro: fanno più male ai sanzionatori che ai sanzionati. Oltre tutto la Russia è un paese pachidermico, ha la capacità di affrontare le restrizioni molto più di noi, abituati al felice consumismo occidentale. I russi campano su un’economia chiusa, stagnante, di sussistenza. Noi soffriremo per le carenze di grano o dei fertilizzanti, loro sono più autarchici e per certi aspetti più invulnerabili alle sanzioni”.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/capuozzo-ecco-perche-stati-uniti-e-regno-unito-non-vogliono-la-fine-della-guerra-229756/