Gli effetti a cascata della guerra informatica

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di Leonid Savin

In questo articolo, affronteremo gli aspetti attuali della guerra informatica [“cyber”] condotta dagli Stati Uniti e dai Paesi della NATO contro la Russia. Naturalmente, il concetto stesso di “cyber” dovrebbe essere inteso nel senso tradizionale e platonico, dove “cybernet” è il sovrano. Di conseguenza, anche l’applicazione delle moderne tecnologie di comunicazione è una questione di dominio e controllo.

Il 10 marzo 2022 si è tenuta negli Stati Uniti un’altra conferenza giuridica del Cyber Command, per discutere una serie di aspetti legali e questioni di sicurezza nazionale.

Dato che l’operazione della Russia in Ucraina in quel momento era già in corso, il capo del Cyber Command, il generale Nakasone, non ha potuto fare a meno di menzionarla, osservando che:

“Il Cyber Command sta monitorando la prima linea digitale delle azioni russe in Ucraina… Il conflitto ucraino aumenta la probabilità che operazioni russe nel cyberspazio abbiano come obiettivo gli interessi degli Stati Uniti e degli alleati… La situazione in Ucraina ha rinvigorito le nostre alleanze e ha aumentato tra i nostri partner internazionali l’appetito per operazioni congiunte nel cyberspazio.”

Questa è un’ammissione aperta riguardo la struttura d’élite del Pentagono che lavora contro la Russia. Sembra che già dai primi giorni ci siano state, a Washington, alcune conclusioni.

Il tenente generale Charles Moore, che è il vice di Nakasone, ha spiegato che combinare le operazioni di informazione con le misure informatiche potrebbe dare agli Stati Uniti un vantaggio strategico sui futuri avversari:

“Senza dubbio, abbiamo appreso che le operazioni di attacco informatico, se combinate – più che altro un approccio globale – con quelle che tradizionalmente chiamiamo operazioni di informazione, sono uno strumento estremamente potente.”

Moore ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero adottare “una strategia volta a influenzare le percezioni degli avversari”.

Questo è un livello di guerra psicologica, cognitiva o mentale della guerra informatica.

Nel frattempo, Moore ha affermato che il comando ha le autorizzazioni necessarie per condurre operazioni quotidiane volte a impegnarsi continuamente con gli avversari nel cyberspazio per esporre le loro misure informatiche e costringerli a farne le spese:

“Stiamo dimostrando che possiamo operare in questo spazio al di sotto del livello di uso della forza – al di sotto di quello che considereremmo un conflitto armato – e difenderci meglio senza escalation” ha affermato ancora.

In altre parole, questo è il tipo di guerra ibrida a cui gli esperti della NATO hanno sempre fatto riferimento negli ultimi anni, poiché una delle sue caratteristiche è un livello al di sotto della soglia del tradizionale conflitto armato.

Sul lato pratico, bisogna guardare all’esercitazione informatica della NATO chiamata “Locked Shields”, che si è svolta dal 19 al 22 aprile presso il Centro di Sicurezza Informatica di Tallinn.

Secondo i funzionari, questa esercitazione annuale di difesa della rete in tempo reale offre ai partecipanti un’opportunità unica per esercitarsi nella protezione dei sistemi IT civili e militari nazionali e delle infrastrutture critiche e si svolge in un ambiente ad alta pressione, con una serie di sofisticati attacchi informatici a squadre. Le esercitazioni sono un’opportunità per praticare la cooperazione in caso di crisi tra unità civili e militari, nonché tra il settore pubblico e privato, poiché questi decisori tattici e strategici devono collaborare in caso di attacco informatico su larga scala.

Nello scenario di quest’anno, l’immaginaria nazione insulare di Berelia stava vivendo una situazione di sicurezza in deterioramento. Una serie di eventi ostili era coincisa con attacchi informatici coordinati ai principali sistemi informatici militari e civili.

Oltre a proteggere più sistemi cyber-fisici, le squadre coinvolte hanno praticato il processo decisionale tattico e strategico, la cooperazione e la subordinazione in una situazione di crisi in cui dovevano affrontare anche questioni giudiziarie e legali e rispondere alle sfide delle operazioni di informazione.

Le somiglianze con l’Ucraina sono evidenti.

Quest’anno, più di 2.000 partecipanti provenienti da 32 Paesi hanno partecipato a queste esercitazioni. Sono stati coinvolti circa 5.500 sistemi virtualizzati, oggetto di oltre 8.000 attacchi. Oltre a proteggere i sistemi IT complessi, le squadre partecipanti dovevano anche segnalare in modo efficace gli incidenti e occuparsi di operazioni forensi, legali, mediatiche e di guerra dell’informazione.

L’esercitazione è stata organizzata dalla NATO in collaborazione con Siemens, Taltech, Arctic Security e CR14. Il Centro ha riconosciuto anche gli elementi unici aggiunti a Locked Shields 2022 da Microsoft Corporation, Financial Services Information Sharing and Analysis Center (FS ISAC), SpaceIT, Fortinet.

Quindi possiamo vedere che la grande industria occidentale sta aiutando apertamente la NATO nella guerra informatica.

Dovremmo aggiungere che molti esperti di sicurezza informatica occidentali e funzionari ucraini hanno costantemente affermato che la Russia completerebbe le sue operazioni con un potente attacco informatico mirato alle infrastrutture critiche.

In generale, le pubblicazioni incentrate sull’esercito negli Stati Uniti diffondono continuamente informazioni su possibili nuovi attacchi informatici da parte della Russia contro infrastrutture critiche negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali.

Per inciso, alla vigilia dell’esercitazione, il Centro di Tallinn ha pubblicato un’altra monografia collettiva sulla sicurezza informatica, dedicata alle attribuzioni di attacchi informatici. Ha accusato la Russia di aver interferito nelle elezioni statunitensi e di aver lanciato un attacco informatico contro SolarWinds nel 2020.

E il 7 aprile è stata lanciata presso la sede della NATO una nuova iniziativa volta allo sviluppo di tecnologie critiche ed emergenti, il Defense Innovation Accelerator for the North Atlantic – DIANA.

DIANA dovrebbe riunire il personale della difesa con le migliori e più brillanti start-up dell’Alleanza, ricercatori accademici e società tecnologiche per affrontare le sfide critiche sulla difesa e la sicurezza. Gli innovatori che partecipano ai programmi DIANA avranno accesso a una rete di dozzine di siti di accelerazione e centri di test in più di 20 Paesi alleati. I leader della NATO hanno convenuto che DIANA avrà un ufficio regionale in Europa e Nord America. L’ufficio regionale europeo di DIANA è stato selezionato a seguito di un’offerta congiunta di Estonia e Regno Unito e il Canada sta valutando attivamente di ospitare un ufficio regionale nordamericano.

DIANA si concentrerà su tecnologie profonde e rivoluzionarie che la NATO ha identificato come priorità, tra cui: intelligenza artificiale, elaborazione di big data, tecnologie quantistiche, autonomia, biotecnologia, nuovi materiali e spazio.

Gli alleati hanno anche deciso di istituire un Fondo multinazionale per l’innovazione della NATO. Questo è il primo fondo a capitale di rischio multi-sovrano al mondo: investe 1 miliardo di euro in start-up in fase iniziale e altri fondi tecnologici profondi che corrispondono ai suoi obiettivi strategici.

Se guardate la mappa dei centri di questa iniziativa, si vede che sono concentrati nell’Europa orientale, cioè più vicino ai confini di Ucraina e Russia/Bielorussia. Questa posizione è stata chiaramente scelta con una certa intenzione.

Osservando altri aspetti pratici della guerra contro la Russia, è molto importante l’indagine giornalistica sul programma di spionaggio “Zignal Labs”, attraverso il quale gli Stati Uniti hanno seguito il movimento delle truppe russe anche prima dell’operazione in Ucraina e ne hanno identificato i soldati.

Ovviamente, questi dati sono stati trasmessi alla parte ucraina.

Anche la digitalizzazione del Pentagono procede a ritmi accelerati. Il 25 aprile, uno dei dirigenti di Lyft, Craig Martell, è stato nominato capo della trasformazione digitale e dell’intelligenza artificiale al Pentagono.

Martell ha anche lavorato sull’apprendimento automatico presso Dropbox e LinkedIn. È noto che il suo vice sarà Margaret Palmieri, capo della guerra digitale presso la Marina degli Stati Uniti.

Le forze armate statunitensi stanno ora utilizzando l’intelligenza artificiale per analizzare le operazioni di combattimento in Ucraina, il che consente un’elaborazione più rapida di grandi quantità di dati e la simulazione di vari scenari. È probabile che gli Stati Uniti vogliano ricavare una formula generale che consentirà loro di calcolare le vulnerabilità della Russia e di utilizzarle in futuro.

Inoltre, a giudicare dal sito web del Dipartimento di Stato americano, l’agenzia si sta ora concentrando sulle attività anti-russe, che non possono che essere allarmanti. Se si va sul sito del Dipartimento di Stato, si potrà vedere le pubblicazioni dedicate alla Russia ed esclusivamente in una luce negativa. Ad aprile sono stati pubblicati tre articoli, sebbene i temi siano del 2017, 2018 e 2020. Chiaramente tutto questo è integrato nella campagna di disinformazione generale contro la Russia. Detto questo, lo stesso sito Web di ShareAmerica è, come indicato, realizzato per coprire la vita e gli eventi negli Stati Uniti.

 

 

Mettendo tutto in un unico enigma e aggiungendo il flusso h24, 7 giorni su 7, di falsità fabbricate e messe in scena per scopi politici, otteniamo una conclusione piuttosto seria con cui bisogna fare i conti e rispondere di conseguenza.

Traduzione a cura di Costantino Ceoldo

Foto: Geopolitika.ru

30 aprile 2022

Fonte: https://www.ideeazione.com/gli-effetti-a-cascata-della-guerra-informatica/

Massoneria ebraica e guerra in Ucraina. Come l’ebraismo massonico ha alimentato il conflitto. Tutta la verità

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di Javier André Ziosi

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’Ucraina è dominata da una potente loggia massonica di matrice ebraica, la B’nai B’rith, che fin dal 2014 ha soffiato sul fuoco della guerra, conducendo all’attuale conflitto

Poche ore dopo l’invasione russa dell’Ucraina (cominciata alle prime ore del 24 febbraio), la sezione inglese della loggia massonica ebraica B’nai B’rith – nota per influenzare la politica e i governi di tutto l’Occidente – ha emanato un significativo, seppur breve, comunicato di denuncia, che rivela le reali posizioni dell’ebraismo massonico e militante nei confronti del conflitto ucraino:

La loggia B’nai B’rith denuncia l’invasione ingiustificata illegale dell’Ucraina da parte delle forze della Federazione Russa. È chiaro che questo attacco è una grave violazione del diritto internazionale e una violazione fondamentale della pace e della sicurezza in Europa. È altrettanto chiaro che le vite e le libertà di molti ucraini innocenti sono ora a rischio, comprese quelle di molti membri B’nai B’rith nel paese. La loggia B’nai B’rith chiede ai leader occidentali di fornire un vasto sostegno al popolo ucraino e di intraprendere tutte le azioni necessarie per contribuire a ripristinare la sovranità e l’integrità territoriale del paese. Senza tali azioni, la libertà di molte nazioni sarà in pericolo dal comportamento degli stati aggressivi [come la Russia].

Anche il governo d’Israele – molto critico nei confronti della Russia di Putin e dell’imperialismo slavo – ha espresso il proprio sostegno al popolo ucraino, condannando fermamente l’invasione. «L’attacco russo all’Ucraina è una grave violazione dell’ordine internazionale», ha dichiarato Yair Lapid, Ministro della Difesa israeliano. «Israele condanna l’attacco ed è pronto a fornire assistenza umanitaria ai cittadini ucraini».

Così, anche il Primo Ministro d’Israele, Naftali Bennet (che, a ottobre 2021, aveva partecipato ad un incontro «caloroso e positivo» con Putin), si è espresso a favore del popolo ucraino e contro l’invasione russa. «Come tutti gli altri, preghiamo per la pace e la calma in Ucraina», ha asserito. «Questi sono momenti difficili tragici, e i nostri cuori sono con i civili, che non per colpa loro sono stati catapultati in questa situazione».

Pertanto, è doveroso domandarsi: che cosa unisce l’ebraismo militante e massonico, e con esso Israele, all’Ucraina e al suo presidente, l’ebreo Volodymyr Zelens’kyj? Esiste un legame occulto fra la B’nai B’rith e la nuova Ucraina europeista e filo-americana emersa dal “golpe” del 2014? Di chi sono le responsabilità del conflitto?

Maidan: progetto sionista?

Per rispondere a tali domande è necessario ritornare a novembre 2013, anno in cui il presidente ucraino filo-russo Viktor Yanukovych – stretto collaboratore di Putin – decise di sospendere l’accordo di libero scambio con l’Unione Europea, provocando forti proteste popolari, che, «appoggiate dal governo americano di Barack Obama e dalle logge massoniche progressiste occidentali», presero il nome di Euromaidan.

Fra le logge occidentali più influenti che hanno supportato finanziariamente e moralmente le proteste, contribuendo – nel febbraio 2014 – allo sviluppo di un vero e proprio colpo di Stato (al quale aderì anche l’ebreo ungherese George Soros), vi è la potentissima B’nai B’rith, loggia pre-sionista «d’ispirazione totalmente massonica, ma con una specificità giudaica», strettamente legata a Israele, ma con sede negli Stati Uniti.

Obiettivo della B’nai B’rith, in sintesi, fu quello di coinvolgere gli ebrei ucraini (e altre minoranze etniche, come i tatari) nelle proteste, convogliando tutte le forze anti-russe – compresa la destra radicale, composta dal partito Svoboda, dal Congresso Nazionalista e dal movimento Pravyj Sektor – in un unico, grande cartello europeista e filo-americano, in grado di condurre ad un radicale cambio di governo e svincolare così l’Ucraina dalle grinfie della Russia. Attraverso ONG e attivisti locali e stranieri, la loggia B’nai B’rith soffiò sul fuoco del malcontento ucraino, portando ad una veloce escalation delle proteste e alla conseguente fuga di Yanukovych (febbraio 2014), che, come previsto, lasciò il paese in mano alla cricca europeista e filo-sionista del nuovo presidente Petro Porošenko, il quale, un anno dopo, è già a Gerusalemme per stringere diversi accordi bilaterali, ammettendo: «L’Ucraina è con lo Stato di Israele».

Guerra in Donbass

Ma non tutti i cittadini ucraini hanno accettato in silenzio la rimozione del presidente Yanukovych e l’instaurazione di un governo europeista e filo-sionista. Difatti, mentre la Crimea, dopo un controverso referendum vinto con oltre il 90% dei voti, viene annessa alla Federazione russa, in Donbass (sud-est dell’Ucraina) esplode un’intensa guerra civile, dalla quale emergono due nuove repubbliche indipendenti anti-sioniste, la Repubblica di Doneck e la Repubblica di Lugansk, i cui leader accusano subito «del conflitto in corso i massoni americani ed europei», dichiarandosi ideologicamente vicini alla Russia di Putin.

«Nessuno è responsabile del fatto che le nostre banche, i negozi, l’aeroporto [di Doneck] siano chiusi, ad eccezione dei fascisti ucraini e dei liberi muratori degli Stati Uniti e dell’Europa», dichiarò Vladimir Antiufeyev, all’epoca vice Primo Ministro della Repubblica di Doneck. «Non siamo consapevoli dell’influenza che esercitano le logge massoniche in Occidente?!».

Volontari ebrei

Per contro, gli attivisti del B’nai B’rith, col supporto dalle logge progressiste e dei gruppi ebraico-sionisti americani, si sono attivati per mobilitare, in ottica anti-russa, gran parte degli ebrei ucraini, la cui comunità costituisce la terza più grande comunità ebraica in Europa e la quinta più grande al mondo. Fin dal 2014, numerosi ebrei vengono così arruolati come volontari, finendo inquadrati persino in reparti dichiaratamente nazionalsocialisti, come il famigerato battaglione Azov (equipaggiato con armi israeliane), il cui fondatore – Andry Bilecky – ha incredibilmente ammesso di essere «un convinto sostenitore di Israele», in quanto «il suo modello di società e di difesa è molto vicino al modello ideale per l’Ucraina». «Diversi ebrei hanno combattuto con noi», ha infine confessato. «Le opinioni personali non contano, conta difendere il Paese».

A conferma di ciò, Josef Zissels, co-presidente dell’Associazione delle organizzazione e delle comunità ebraiche in Ucraina, ha dichiarato che, dopo il golpe del 2014, «l’atteggiamento verso gli ebrei [in Ucraina] è drasticamente migliorato, poiché essi erano attivi durante [le proteste di] Maidan e si sono arruolati per combattere al fronte. Gli ebrei hanno dimostrato che si identificano con lo Stato ucraino, con il suo futuro e le sue sfide, e che sono pronti ad assumersi la loro parte di responsabilità».

Nuova Gerusalemme

Nel 2015, la maggior parte del debito sovrano dell’Ucraina viene acquisito dal fondo di investimento statunitense Franklin Templeton, che è di proprietà della famiglia Rothschild. Ma è nell’aprile 2016 che vi è la svolta. Appoggiato dalla B’nai B’rith e dall’ebraismo militante internazionale, il sionista ebreo Volodymyr Grojsman – presidente dal 2014 della Verchovna Rada – diviene Primo Ministro, succedendo ad Arsenij Jacenjuk. Il suo obiettivo, fin da subito, è quello di eseguire – affianco al compare Porošenko – gli ordini più rivoluzionari e ambiziosi della loggia B’nai B’rith, ossia ebraicizzare l’Ucraina, per farla diventare – come auspicava un tempo l’ebraismo “chassidico” dei Chabad Lubavitch – una sorta di nuova Israele.

È il giornale Kremenchug che, per la prima volta, in un articolo del 2017 scritto dal generale ucraino Grigory Omelchenko, svela al mondo il progetto occulto della B’nai B’rith. Secondo Omelchenko, il governo Grojsman-Porošenko avrebbe infatti «sviluppato un piano», per creare una «”nuova Gerusalemme“» in Ucraina, coinvolgendo le città di OdessaZaporizhzhyaDnipropetrovskMykolaïv e Cherson. Questa «nuova repubblica», con «capitale culturale» Odessa, avrebbe dovuto rappresentare, in antitesi alle prerogative di russificazione di Putin, una «”Gerusalemme ucraina“», nella quale reinsediare – secondo le direttive del piano – «circa 5 milioni di ebrei» provenienti da Israele o da altri paesi.

Stando alle parole del generale, furono persino formati i quadri politici (precisamente «dodici leader») di questa nuova repubblica, promettendo ad ogni abitante «una pensione di 500 euro mensili, indipendentemente dall’esperienza lavorativa». Ma, alla fine, a causa del proseguimento del conflitto in Donbass e della forte instabilità del paese, si decise di accantonare il progetto e attendere tempi più favorevoli.

Arriva Zelens’kyj

Dopo tre visite ufficiali del presidente Porošenko a Gerusalemme e la conclusione di vari accordi bilaterali con lo Stato di Israele, nel maggio del 2019 vince le elezione ucraine, con il 73% dei voti, il sionista e uomo della B’nai B’rith Volodymyr Zelens’kyj, divenendo il primo presidente ebreo nella storia dell’Ucraina.

Egli, affascinato dal vecchio progetto della “Gerusalemme ucraina” ideato da Grojsman e Porošenko, rafforza fin da subito i legami fra Ucraina e Israele, arrivando a firmare – nell’agosto del 2019 – un accordo con Netanyahu finalizzato a «promuovere lo studio della lingua ebraica nelle istituzioni educative in Ucraina». In sostanza, si comincia a insegnare l’ebraico nelle scuole. In tutte le scuole.

Ma v’è di più. Una ricerca condotta in quel periodo dal Pew Research Center di Washington, ha concluso che, fra le varie nazioni europee esaminate durante la ricerca, l’Ucraina è «la nazione più amichevole verso gli ebrei». Il generale Omelchenko, che è stato anche deputato della Verkhovna Rada, ha addirittura concluso che «l’Ucraina è il premio principale per il sionismo internazionale» e che essa «si sta trasformando in un “piccolo Israele”».

Biden e la guerra

Tuttavia, fino al 2020 l’Ucraina gode di una relativa pace, con l’insorgere di sporadici episodi di micro-conflitto fra i separatisti del Donbass e le forze nazionali ucraine, nelle quali continuano a combattere numerosi ebrei. Ma, nel gennaio 2021, con l’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden (agente occulto della B’nai B’rith e «uomo di Israele a Washington»), le direttive cambiano radicalmente.

È Biden, infatti, su ordine della massoneria occidentale (tra cui la B’nai B’rith), ad emanare nuove disposizioni al governo e all’esercito ucraino, «in modo da far innervosire Putin e sperare in un suo attacco improvviso contro l’Ucraina, al fine di fare apparire la Federazione Russa, nell’ambito dell’opinione pubblica internazionale, la nazione che ha dato vita al conflitto». L’obiettivo principale della loggia B’nai B’rith, non a caso, è quello di riportare la Crimea e i territori del Donbass all’Ucraina, indebolendo così la Russia e facendo entrare l’Ucraina nella NATO.

«Siamo davanti ad atti provocatori lungo la linea di contatto», ha dichiarato ad aprile 2021 Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino. «Sono le forze armate dell’Ucraina che hanno intrapreso un percorso verso l’escalation di questi atti provocatori, e stanno continuando questa politica. Queste provocazioni tendono a intensificarsi. Tutto questo sta creando una potenziale minaccia per la ripresa di una guerra civile in Ucraina».

Nello stesso mese, anche Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha dichiarato che la situazione in Donbass peggiora di giorno in giorno a causa delle «intenzioni bellicose di Kiev».

«Truppe ed equipaggiamenti militari vengono dispiegati nella regione e i piani di mobilitazione vengono aggiornati», ha concluso Zakharova. «I media ucraini stanno fomentando l’isteria basata sul mito della minaccia russa».

Obiettivo raggiunto

In risposta alle provocazioni ucraino-americane, il 24 febbraio 2022 Vladimir Putin dichiara guerra all’Ucraina, mirando alla capitale Kiev, dove risiede il presidente Volodymyr Zelens’kyj. «Ho preso la decisione di un’operazione militare», ha enunciato il presidente della Federazione russa. «Un ulteriore allargamento della NATO ad est è inaccettabile».

Dunque, l’obiettivo della loggia B’nai B’rith è stato raggiunto: l’Ucraina è in guerra con la Russia. Così, per una seconda volta, gli uomini della B’nai B’rith – capitanati dal presidente della sezione ucraina, il “fratello” Vadim Kolotushkin – chiamano a raccolta l’intera galassia ebraica, che, in Ucraina, è rappresentata da oltre centossessanta comunità, tra cui «duecento famiglie di emissari Chabad Lubavitch», molte delle quali residenti a Kiev.

«Gli ebrei d’Ucraina combatteranno a fianco dei loro vicini contro l’invasione russa», ha dichiarato Meir Stambler, rabbino capo di Kiev vicino alla B’nai B’rith. «È vero, questo Paese è intriso del nostro sangue e la nostra storia, qui, è complessa e dolorosa. Ma gli ultimi anni sono stati buoni, abbiamo un’ottima relazione con i nostri concittadini e condividiamo le sofferenze di questa assurda invasione: fianco a fianco».

A conferma di ciò, l’ebreo italiano Paolo Salom, sul Corriere, ha rammentato che tantissimi ebrei «ora sono in prima linea a difendere quello che considerano il proprio paese [ossia l’Ucraina]. Dunque, ha senso parlare di «denazificazione»?».

«Non credete alla propaganda», ha fatto eco un artista di Kiev. «Giusto per vostra informazione, nel nostro parlamento non c’è un solo deputato nazista, mentre abbiamo eletto un presidente ebreo [Volodymyr Zelens’kyj]».

Appello ebraico

Tuttavia, oltre a supportare lo sforzo bellico delle forze armate ucraine, la B’nai B’rith ha lanciato una campagna di supporto a favore degli ebrei residenti in Ucraina, i quali sarebbero vittima del «nazionalismo antisemita» di Vladimir Putin. Tale campagna, analoga alla campagna di supporto che avviò la B’nai B’rith in epoca sovietica, ha preso il nome di “B’nai B’rith Disaster and Emergency Relief Fund” e opera per ricevere donazioni economiche da tutto il mondo.

«Questa è una crisi alla quale noi ebrei più fortunati non dobbiamo chiudere gli occhi e le orecchie», ha dichiarato Alan Miller, presidente della sezione britannica della B’nai B’rith. «Non possiamo ignorare la situazione. Dovremo aumentare considerevolmente gli aiuti… Tutti noi ci faremo avanti finanziariamente, per aiutare coloro che hanno un così grande bisogno».

De-ebraicizzazione?

Pertanto, sorge spontanea una domanda: è corretto, nel caso dell’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, parlare di «denazificazione», quando invece i cosiddetti “nazisti” ucraini non possiedono alcun seggio in parlamento e il paese è governato da un ebreo massone? «Dobbiamo concentrarci sui fatti», ha dichiarato il reporter Avi Yemini. «I russi hanno invaso perché l’Ucraina è nazista? No. Esiste un problema di estremismo in Ucraina? Sì, ma non è questa la ragione che spiega quello che sta accadendo».

Dunque, non sarebbe forse più giusto parlare di de-ebraicizzazione? In ogni modo, la giornalista ebrea Anne Applebaum, domandandosi: «Perchè l’Ucraina è diventata l’ossessione di Putin?», ha risposto: «È una democrazia, e questo per [Putin] è un pericolo. Putin è spaventato all’idea che a Mosca possa ripetersi quello che è accaduto a Kiev nel 2014. Lo considera una minaccia personale. Ho sempre pensato che Putin fosse razionale, a modo suo. Non ha mai preso grossi rischi, in fondo. Era brutale, magari, ma non si è mai buttato in sfide che non potesse vincere. Oggi è diverso. L’invasione sembra un azzardo. […] Non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere».

Fonte: https://www.ardire.org/2022/03/02/massoneria-ebraica-e-guerra-in-ucraina-come-lebraismo-massonico-ha-alimentato-il-conflitto-tutta-la-verita/

La roulette russa

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di Fabio Falchi

Fonte: Fabio Falchi

“Non accettiamo i ricatti dei russi” ha affermato  von der Leyen, che evidentemente, come la stragrande dei politici europei (Draghi incluso), non si è ancora resa conto che la Russia è in guerra non solo contro l’Ucraina ma contro la Nato che oltre a consegnare armi di ogni genere all’esercito ucraino che sta combattendo contro l’esercito russo, collabora con lo stato maggiore ucraino, dato che l’apparato militare di Kiev è ormai “integrato” nel sistema di comando, controllo e comunicazioni della Nato.
In gioco quindi per Mosca non c’è soltanto la sicurezza del Donbass ma quella della Russia stessa, tanto più che il ministro della Difesa americano ha dichiarato che lo scopo della Nato è mettere la Russia nelle condizioni di non potere più rappresentare una minaccia per qualsiasi Stato. In altri termini è quello di infliggere una sconfitta alla Russia tale che non possa più muovere guerra a nessun Paese. E questo sarebbe possibile, ovviamente, solo se la Russia non esistesse più o non fosse più uno Stato in grado difendere la propria indipendenza e sovranità.
La guerra, anche mediatica ed economica, che l’Occidente a guida angloamericana di fatto sta combattendo contro la Russia quindi ha scopi ben diversi dalla necessità di garantire l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina, e conferma invece la “percezione della realtà” che hanno i russi (si badi, non solo quella di Putin), vale a dire che la Russia adesso è impegnata in una lotta per la vita o per la morte. Perciò Putin, sapendo di contare sul sostegno del popolo russo, che non ha certo dimenticato la Seconda guerra mondiale, al riguardo è stato chiarassimo: la Russia è disposta ad andare fino in fondo, costi quel che costi.
Non è dunque Putin ad essere prigioniero della propria propaganda come sostengono i media occidentali, ma sono i politici e i media occidentali che rischiano di essere prigionieri della propria propaganda. Manca cioè in Occidente la percezione del pericolo reale che si sta correndo e non si può ritenere che limitarsi ad affermare che si devono muovere mari e monti per aiutare la resistenza ucraina sia una strategia politica razionale, sempre che non si pensi che l’Ucraina possa resistere “da qui all’eternità”.
L’Ucraina e gli angloamericani vogliono cioè “vincere” la guerra contro la Russia. Ma che significa “sconfiggere la Russia”? I successi tattici degli ucraini possono anche essere notevoli ma non possono cambiare i reali rapporti di forza sotto il profilo strategico. O si può forse davvero credere che l’esercito ucraino riconquisti l’intero Donbass e pure la Crimea, e che quindi i russi si arrendano agli ucraini e accettino di subire una sconfitta disastrosa?
La Nato può prolungare questa guerra, ma non all’infinito, e più passa il tempo e peggio diventa la situazione non solo per l’Ucraina ma per l’intera Europa. Trattare del resto, non significa affatto arrendersi. E le condizioni per trattare ci sono, senza che vi sia bisogno di sacrificare “sull’altare” del realismo geopolitico l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina. Casomai, indipendentemente da quelle che possono essere le colpe della Russia, si tratta di non difendere il “narcisismo identitario” degli ucraini e di non condividere l’immagine fasulla della realtà diffusa dai media occidentali e dalla Nato ovvero dagli angloamericani che sembrano disposti a combattere contro la Russia fino all’ultimo ucraino e anche fino all’ultimo europeo.
Washington e Londra stanno cioè giocando alla roulette russa anche con le nostre vite, perché ciò che preme davvero agli angloamericani – che di fatto hanno il controllo del regime ucraino, dato che ormai quest’ultimo dipende militarmente ed economicamente dagli aiuti occidentali – è non certo cercare una soluzione diplomatica di questo conflitto, bensì cercare di “dissanguare” la Russia,  anche a costo di rischiare una guerra nucleare, perché, se non lo si fosse ancora capito, è questo il rischio che si sta correndo. D’altronde, anche la geopolitica ha le sue leggi e solo il realismo geopolitico può evitare che la sua meccanica sia irreversibile.

L’Italia è la Bielorussia della Nato

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Come essere intellettualmente onesti e non essere d’accordo con questo pensiero di Pietrangelo Buttafuoco? (n.d.r.)

QUINTA COLONNA

Segnalazione di Arianna Editrice

Fonte: La Verità

di Pietrangelo Buttafuoco 

O con la Nato o con Putin. Se questo è il bivio, lei da che parte va?

«Quando sei di fronte a una guerra, non puoi che andare ai fondamentali nudi e crudi. La situazione è questa: la Russia muove sullo scacchiere e invade l’Ucraina. Ho ben chiaro chi attacca e chi difende, chi è l’aggressore e chi l’aggredito. Ma in Italia la cosa che più mi colpisce è l’assenza di un serio dibattito. Tutto è destinato alla propaganda, alla malafede obbligata».

In che senso obbligata?

«Nel senso che a questa propaganda sei costretto ad adeguarti. L’Italia, rispetto alla Nato, è come la Bielorussia per Putin. Solo l’infinita autorevolezza di Draghi, grazie a Dio, gli impedisce di vestire i panni del Lukashenko occidentale. Per il resto, non abbiamo margini di manovra. Ricordiamoci che tra le potenze sconfitte nella seconda guerra mondiale il nostro Paese è l’unico che non ha potuto imbastire una sua autonomia in assenza di sovranità. La Germania un primato egemonico in economia se l’è costruito, e oggi si avvia al riarmo; lo stesso Giappone ha superato il grande tabù sulle forze armate. L’Italia no».

Dunque non abbiamo la forza per perseguire i nostri interessi nazionali?

«Chi avrebbe mai immaginato che la Turchia sarebbe diventata il protagonista Nato nel continente euroasiatico? Conta molto più dell’Italia e della Francia, è diventato il punto di riferimento degli Stati Uniti. Non avendo problemi di sovranità, i turchi possono fare delle scelte sulla base del loro interesse nazionale, anche assumendo una posizione critica sulle sanzioni. Cosa che a noi è impedito».

Le sanzioni fanno più male a noi che a loro?

«Quando il Fondo Monetario Internazionale dice che l’Italia rischia la recessione senza il gas russo, si incarica, purtroppo, di smentire compassati editorialisti di cui beviamo ogni parola, e autorevoli statisti cui guardiamo sempre con trepidazione e indiscussa fedeltà. Forse seguendo l’esempio di altri con la testa a posto, come Germania e Turchia, cambieremo registro anche noi. A meno che l’ansia di essere la Bielorussia dell’Occidente non ci faccia scantonare».

Anche in passato eravamo definiti un Paese a sovranità limitata. Oggi è peggio di ieri?

«Neppure la democrazia cristiana più cattocomunista dei Dossetti ha mai avuto un atteggiamento di tale sudditanza. Forse anche perché il pontificato dell’Italia di allora aveva un peso che l’attuale non ha. Oggi agli Stati Uniti non importa nulla del Vaticano, sono indifferenti e quasi sprezzanti. Non considerano questo Papa un interlocutore. Purtroppo siamo sempre costretti a ragionare in un ambito angusto: quando alziamo lo sguardo sulla scena internazionale non ci rendiamo conto di come all’estero considerino le vicende italiane».

Parlava della mancanza di dibattito. Intende dire che dinanzi alla linea bellicista dell’appoggio armato agli Ucraini, non è ammesso dissenso?

«Una volta c’era un minimo di confronto. Ma oggi siamo nell’epoca del conformismo compiuto, non ti puoi consentire più margini di discussione eterodossa. Tutto si è trasformato in un immenso bar sport. Hanno passato intere stagioni a inseguire il populismo, quando invece il populismo se lo sono fabbricato nelle cattedrali della rispettabilità istituzionale dell’informazione e della cultura».

La sorprende questo centrosinistra ultra-atlantista?

«Non mi stupisce perché conosco la loro ideologia: quella di avere sempre uno Stato guida cui fare riferimento. È l’ortodossia togliattiana».

E oggi lo Stato guida è l’America di Biden?

«No, è direttamente il «deep state» americano. D’altro canto, in una situazione come questa non possiamo pensare che sia Biden l’eminenza grigia, il cervello fondante. Semmai è la Cia e quelle strutture di sistema che costituiscono l’apparato di potere dell’Occidente».

Il Pd terminale della Cia?

«Intendo dire che, in questa particolare fase della storia, il Pd è il partito unico a tutti gli effetti. Teniamo conto che gli italiani non sono mai stati fascisti, democristiani o comunisti: sono sempre stati italiani. E gli italiani applaudono il re come il presidente della repubblica, erano tutti iscritti al Pnf e poi tranquillamente alla Dc e al Pci. Tutto risponde a un istinto comune, quello del guelfismo nazionale che si identifica con il partito unico delle carriere. In un Paese di uomini o caporali, alla fine i caporali sono sempre loro».

E il Pd dunque rappresenta questo guelfismo?

«Il Pd l’ha perfezionato: oggi è il primo partito di governo, il primo editore, il primo educatore, domina anche mentalmente, è il punto di riferimento dell’alta burocrazia, è il veicolo di carriera dei giovani arrembanti, basta vedere le facce di chi lavora a Palazzo Chigi. Pensa invece al destino da fessacchiotti in cui si ritrovano a vivere quelli di centrodestra nell’attuale maggioranza, dove sui temi fondamentali non vincono mai».

Fino a ieri i punti di riferimento a sinistra erano Angela Merkel e il ticket Joe Biden-Kamala Harris. Oggi il pantheon sembra spopolarsi.

«Vuoi che si spaventino per questo? Questi si sono fatti la villa con i rubli e oggi sono i portabandiera della Nato. Avranno sempre e comunque ragione, essendo loro i padroni della parola e della vetrina. Solo per fare un esempio: è stato il governo Letta quello che ha costruito i rapporti più forti con la Federazione Russa. Ma tutto è dimenticato, perché nel cancellare le tracce sono i più bravi di tutti».

Che succederà se Putin uscirà vincitore in Ucraina, o comunque non sconfitto?

«Già mi vedo le prime pagine dei giornali: cercheranno di convincerci che non possiamo fare a meno dello Zar Putin. E già pregusto il Caffè di Gramellini corretto alla vodka».

Trova analogie tra la gestione della pandemia e la gestione della crisi ucraina, con l’aut aut tra pace e aria condizionata?

«Questo governo ha ereditato dal precedente la logica del Cts e dell’escatologia sanificatrice. Passeremo in un niente dalla mascherina obbligatoria al ventaglio obbligatorio. Con lo stesso giudizio morale, e la stessa ansia di scovare il nemico interno. Sono formidabili nel neutralizzare il dissenso: o ti ridicolizzano, o ti criminalizzano. E alla fine sfoceremo nel solito provincialismo: levata la mascherina, sventoliamo la bandierina (ucraina). Insomma, stanno approfittando di una catastrofe mondiale per regolamentare i conti nel proprio cortile. E sa qual è la cosa davvero
straordinaria?».

Quale?

«Che gli artisti, di solito detentori della sovversione, oggi sono i primi guardiani della fureria: passano le giornate a scrivere tweet con il ditino alzato».

Un’eredità del cortigianesimo?

«Peggio. Il cortigiano si riservava uno spiraglio di crudele ironia. Invece gli intellettuali di regime, i comici di regime, i drammaturghi di regime, non sono genuini creatori di rivoluzione, come poteva essere un Majakovskij. No, questi credono davvero a ciò che dicono».

Ha scritto che gli Stati Uniti vogliono trasformare la Russia nell’Unione Europea. Ce la spiega?

«Per l’Occidente la Russia è un nemico più ostile persino dell’Unione Sovietica, perché decenni di materialismo scientifico non sono riusciti a scalfirne l’identità e lo spirito. La Russia è la prima potenza cristiana sul continente europeo, ha solide tradizioni, a Dio i russi ci credono davvero. Tutto ciò appare preoccupante e odioso per chi guarda il mondo con gli occhi del laicismo e dello scientismo occidentale».

Insomma, dietro il conflitto armato si cela uno scontro di civiltà?

«Da un lato c’è «l’imperium», le potenze imperiali, Stati Uniti compresi: come dice Dario Fabbri, sono i popoli che non prendono l’aperitivo, che hanno spirito combattivo e identità plurali. Dall’altro c’è il «dominium» di noi europei, il tentativo di riunire il mondo ad unica identità, ad un unico progetto. Anziché perdere tempo con la propaganda, dovremmo riflettere su una guerra che mette in discussione la globalizzazione. Noi occidentali siamo convinti di avere la parola definitiva sugli eventi della storia, ma esiste un disegno globale dove potenze spiritualmente fortissime si sono incontrate: Cina, Russia, India, Pakistan».

Che effetto le fa vedere l’Europa in ordine sparso, dal Baltico alla Germania al Mediterraneo, senza una guida?

«Come abbiamo detto all’inizio, torniamo ai fondamentali. Chi sono i due soggetti attualmente egemoni nel mediterraneo, con un ruolo attivo? Quando mi affaccio dalla spiaggia iblea, in Sicilia, vedo passare incrociatori battenti bandiera russa e turca. Noi italiani, invece, possiamo fare tutto: tranne quello che non ci consentono di fare».

a cura di Federico Novella

Perchè l’occidente odia la Russia e Putin

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di Fabrizio Marchi

Fonte: Fabrizio Marchi

Anche se può sembrare fantapolitico, specie per chi non si occupa di politica internazionale, è importante sottolineare che l’obiettivo strategico dell’offensiva globale americana (leggi, fra le altre cose, l’espansione della NATO ad est), è la Cina, non la Russia.
L’indebolimento o addirittura la destabilizzazione della Russia sul medio-lungo periodo è “solo” (con molte virgolette…) un passaggio intermedio, anche se di enorme importanza, al fine di isolare la Cina, il vero e più importante competitor degli americani. Che ciò sia possibile è tutto da verificare, naturalmente, ma a mio parere questa è l’intenzione.
Gli Stati Uniti puntano a prolungare quanto più possibile il conflitto in Ucraina se non a renderlo permanente. In questo modo sperano di dissanguare la Russia sia dal punto di vista militare che soprattutto economico, e di logorarla con il tempo anche sul piano psicologico, minando la coesione interna. Sul medio periodo la guerra potrebbe rafforzare e sta già rafforzando molto la leadership di Putin ma sul lungo potrebbe, forse, indebolirla. Del resto, restare impantanati in una guerra di lungo periodo può essere ed è stato destabilizzante per tutti. Pensiamo al Vietnam per gli USA e all’Afghanistan sia per l’America che per l’Unione Sovietica, solo per portare alcuni esempi noti. E per quanto la leadership di Putin sia molto solida, non possiamo escludere a priori nel tempo un suo indebolimento interno. Quanto e se ciò sia possibile, come dicevo, è altro discorso ma io credo che la strategia del Pentagono sia questa.

Subito dopo il crollo dell’URSS (ma il disfacimento era iniziato già da tempo) la Russia era ridotta ad una colonia, un paese con un enorme serbatoio di materie prime da saccheggiare e una grande massa di manodopera a bassissimo costo a disposizione per le multinazionali e le aziende occidentali, più un governo di affaristi senza scrupoli in combutta con la mafia e guidato da un fantoccio ubriacone al servizio degli USA. I quali erano ormai convinti di avere il mondo in pugno. E questo è stato il loro più grave errore. Un errore che per la verità hanno commesso spesso negli ultimi trent’anni. Sono rimasti letteralmente spiazzati dalla crescita economica impetuosa, se non portentosa, della Cina e non pensavano che la Russia potesse risollevarsi e ritrovare la sua forza, il suo baricentro, la sua identità, che è quella di un grande paese, con una grande storia, una grande cultura e un grande popolo che non può accettare di essere ridotto ad una colonia dell’Occidente.
Che ci piaccia o no (questo è del tutto indifferente al fine della comprensione delle cose) Putin è stato l’uomo che ha incarnato questa rinascita. Ed è proprio questo che l’Occidente non gli perdona. Perché gli ha tolto quel grande giocattolo che pensavano di avere ormai tra le mani e così facendo gli ha tolto il sogno – che sembrava ormai raggiunto – di poter dominare sull’intero pianeta.

Che poi la crociata antirussa sia all’insegna della difesa dei valori occidentali, della libertà, dei diritti civili e della democrazia, è ovviamente scontato, ma sono chiacchiere, propaganda delle più scontate, minestrine per ingenui (non voglio infierire…). L’Occidente fa e ha fatto affari, appoggiato, finanziato, armato e spesso creato di sana pianta le più feroci dittature in tutto il mondo (così come non esita oggi a nobilitare la peggiore feccia nazifascista mai vista in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale in poi), figuriamoci se il problema possono essere i diritti e la democrazia. Se Putin fosse al suo servizio potrebbe pure mangiarsi letteralmente i bambini a colazione che non gliene importerebbe assolutamente nulla e troverebbero anche il modo di occultarlo.
Indebolire, ridimensionare drasticamente o addirittura destabilizzare la Russia e insediare un governo compiacente, significherebbe, come dicevo, isolare la Cina. Pensiamo oggi all’India, un paese formalmente collocato nella sfera di influenza occidentale ma di fatto non ad esso omogeneo, per ovvie ragioni geografiche e quindi economiche e commerciali. Venendo meno la Russia, cioè l’altro principale bastione, oltre alla Cina, del blocco (euro)asiatico, l’India verrebbe inevitabilmente risucchiata nella sfera occidentale e forse anche il Pakistan, alleato fino a poco più di un anno o due anni fa degli Stati Uniti.

Si tratta ovviamente di una strategia e di un progetto ambiziosissimi che gli americani potrebbero giocarsi sul medio e lungo periodo. Del resto, se non riescono a spezzare in qualche modo il legame fra Russia e Cina, cioè l’asse centrale del (possibile ma non ancora del tutto omogeneo) blocco asiatico, per gli Stati Uniti e per il blocco occidentale le cose si potrebbero mettere molto male.
E’ per questo che la crisi in corso è sicuramente la più grave e inquietante dal termine della seconda guerra mondiale ad oggi. Una crisi di cui obiettivamente non siamo in grado di prevedere gli sviluppi e soprattutto gli esiti, potenzialmente drammatici.

Ormai è ufficiale: la Nato è in guerra con la Russia

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di Giuseppe De Lorenzo

Un gioco che si faceva da ragazzini iniziava così: “Alzo bandiera, dichiaro guerra a…”. E via con la gara di corsa. Nessuno sarebbe partito prima della comunicazione ufficiale, un po’ come si faceva in passato con le guerre di un tempo. Roba da ambasciate.

Ormai purtroppo i processi sono cambiati. Putin per dire ha invaso l’Ucraina comunicandolo in un video. E i conflitti si sono fatti “ibridi”: iniziano all’improvviso e non si sa mai quando finiscono. Basta pensare al Donbass nel 2014, oppure a Libia, Siria o Yemen. Per l’avvio della nuova Guerra (poco) Fredda tra Stati Uniti e Russia non dobbiamo dunque aspettarci una comunicazione formale. Occorre accontentarsi dei segnali. E quelli sono ormai tanti, anche troppi. A tal punto che forse è arrivato il momento di dirlo chiaro e tondo: la Nato è in guerra con la Russia.

Spieghiamo. Dopo l’assurda invasione di Putin, l’Occidente ha reagito come credeva giusto. Ha protestato, e ci mancherebbe. S’è dichiarata solidale con Kiev, e ha fatto bene. Poi ha scelto la strada delle sanzioni, sentiero tortuoso (chiedetelo alle nostre aziende) ma tutto sommato comprensibile. Infine, man mano che la Russia sembrava impantanarsi sul terreno, ha alzato il tiro. Prima la cacciata dallo Swift, poi il blocco delle importazioni del petrolio, infine l’invio massiccio di armi a Kiev: all’inizio solo missili anticarro “difensivi”, poi sempre più “letali” e ora in grado – parola del ministro britannico – di colpire il “al di là del confine”. Kiev dovrebbe farlo, sostiene Londra, è legittimo, la Germania ci mette il carico di 50 carri armati, ma tutto questo dove ci porterà?

Nella Nato si sono creati due schieramenti. Da una parte Usa, Gran Bretagna e paesi dell’Est Europa, pronti ad andare al muro contro muro con Putin. Dall’altra le più concilianti Francia e Germania, uscite però sconfitte da questo duello. Le dichiarazioni degli ultimi due giorni lo dimostrano. E sono un allarme sulla tenuta della pace nel mondo intero, non solo una mannaia sulle speranze di pace in Ucraina (i negoziati, per dire, ormai sono scomparsi dai radar).

Dopo la visita a Zelensky, il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e il capo del Pentagono, Lloyd Austin, hanno per la prima volta ammesso che lo scopo americano non è tanto, o non solo, la pace in Ucraina. Ma “indebolire Mosca a un livello tale” che non possa avviare nuove guerre. Il generale Mark Milley, capo di Stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, oggi ha aggiunto senza troppi fronzoli un dettaglio. “Credo – ha detto – che l’obiettivo di tutto il governo sia quello di vedere un’Ucraina libera e indipendente, con il suo territorio intatto e con il suo governo ancora in piedi. Credo che questo implichi anche una Russia indebolita”. Tradotto: non ci saranno concessioni sul Donbass né sulle condizioni di neutralità o smilitarizzazione (oggi Washington ha riaperto le porte della Nato a Kiev, in teoria cardine dei primi timidi segnali di pace). E senza accordo sulle repubbliche secessioniste, ribatte Putin, “non è possibile firmare garanzie di sicurezza sull’Ucraina”.

Posto che la Crimea è stata annessa otto anni fa, ma Kiev la considera ancora un proprio dominio, quel “territorio intatto” evocato da Milley sembra essere il preludio ad una riconquista. Cioè una guerra in cui la Nato, o almeno gli Stati che stanno inviando armi, aiuta l’Ucraina a riprendersi le regioni perdute tempo fa. Nella speranza, magari, che il piano inclinato porti al “regime change” evocato da Biden. Con tanti saluti alle speranze di pace. Ma col rischio, serio, di ritrovarci davvero a combattere in prima persona contro Mosca.

Forse non avrà ragione Lavrov nel dire che “la Nato è già in guerra per procura con la Russia”. Ma poco ci manca. Capuozzo direbbe: combatteremo fino all’ultimo ucraino. Già, ma fino a dove?

Giuseppe De Lorenzo, 26 aprile 2022

 

Un 25 Aprile di liberazione dalle bugie e dalla retorica

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI – BUON 25 APRILE,  FESTA DI SAN MARCO EVANGELISTA A TUTTI I LETTORI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/04/25/un-25-aprile-di-liberazione-dalle-menzogne-e-dalla-retorica/

L’AGGRESSIVITÀ BELLICA ANDREBBE FERMATA INVIANDO ARMI TENUTE SOTTO SEGRETEZZA? ARMANDO SEMPRE DI PIÙ I CIVILI, I MERCENARI, I COSIDDETTI NEONAZISTI? RINUNCIANDO AL GAS RUSSO, FACENDO SCHIZZARE ALLE STELLE IL COSTO DELLE BOLLETTE E CHIUDENDO TUTTE LE NOSTRE AZIENDE, PERALTRO DA DUE ANNI IN CRISI A CAUSA DELLA PANDEMIA?

Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha annunciato che le armi richieste all’Occidente sono arrivate. Ciascun Paese ha fatto la sua parte: Joe Biden ha rifornito di droni, obici, veicoli corazzati, munizioni per un ammontare di 800 milioni di dollari.

La Germania aveva annunciato l’invio di 1.000 armi anticarro, 500 missili terra-aria Stinger, circa 2.700 missili antiaerei Strela e munizioni. Secondo i media, avrebbe inviato anche circa 100 mitragliatrici, 100.000 granate, 2.000 mine, 15 bombe demolitrici, detonatori e cariche esplosive. Spagna, Francia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Polonia hanno mandato in Ucraina missili antiaerei Mistral di fabbricazione francese, armi anticarro M72, equipaggiamento militare e pezzi di artiglieria pesante. Il Regno Unito afferma di aver distribuito più di 200.000 pezzi, inclusi 4.800 missili anticarro NLAW, 120 veicoli corazzati Mastiff, Wolfhound e Husky nonché un nuovo sistema missilistico antinave.

Il Canada, che finanzia l’Ucraina dal 2015 per un ammontare di 141 milioni di dollari canadesi (112,6 milioni di dollari) ha annunciato l’invio di aiuti militari difensivi, armi e munizioni, bombe a mano, lanciarazzi, apparecchiature di sorveglianza e rilevamento, nonché obici M777 e munizioni. Il Giappone ha annunciato che invierà generatori elettrici e droni, mentre hanno contribuito anche la Grecia con 400 kalashnikov, i Paesi Bassi con 200 missili Stinger. il Belgio, la Slovenia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Estonia, la Lituania, la Lituania e la Romania hanno provveduto agli approvvigionamenti militari per milioni di euro.L’Italia, al contrario degli altri Paesi, mantiene le sue consegne di armi all’Ucraina sotto segretezza. Però, il Presidente della Repubblica nata dalla Resistenza, all’incontro con i rappresentanti delle associazioni combattentistiche d’arma, in vista del 25 Aprile, ha detto che “forse serviranno sacrifici per l’Ucraina, ma saranno comunque inferiori ai rischi di subire questa aggressività bellica”. Quindi, rischiamo l’invasione da parte della Russia? Continua Mattarella: «Ci si dimentica dei valori del 25 aprile e della Resistenza. L’attacco violento della Federazione Russa al popolo ucraino non ha giustificazione alcuna» ha detto Mattarella. “Il 25 aprile ci ricorda anche «un popolo in armi per affermare il proprio diritto alla pace dopo la guerra voluta dal regime fascista». Fu «un’esperienza terribile; che sembra dimenticata, in queste settimane, da chi manifesta disinteresse per le sorti e la libertà delle persone, accantonando valori comuni su cui si era faticosamente costruita, negli ultimi decenni, la convivenza pacifica tra i popoli». Dunque, l’aggressività bellica andrebbe fermata inviando armi tenute sotto segretezza? Armando sempre di più i civili, i mercenari, i cosiddetti neonazisti? Rinunciando al gas russo, facendo schizzare alle stelle il costo delle bollette e chiudendo tutte le nostre aziende, peraltro da due anni in crisi a causa della pandemia?

Da Mariupol le persone, intanto, iniziano a raccontare delle atrocità e dei crimini compiuti dal battaglione Azov, che dovranno essere oggetto di una commissione speciale d’inchiesta, il più possibile imparziale, assieme a tutte le azioni di guerra compiute in Ucraina, fin dal 2014 in Donbass. Ma, di questo, Mattarella non ha parlato. Nessuno ne parla. Si continua nella narrazione tra opposte tifoserie, ove l’occidentale è obbligato a prendere la parte atlantica da un’arroganza sistemica simil totalitaria, che mai avrei pensato di vivere nel nostro Paese. Si cerca di silenziare la ricerca della verità dei fatti, che vede enormi responsabilità da parte degli USA e della NATO, si impone la propaganda, si cancella incredibilmente la diplomazia, al punto che ci si può legittimamente chiedere chi sia a volere che la guerra continui?

Chiunque voglia approfondire, porre dubbi, viene etichettato come un collaborazionista del nemico russo, un po’ come chi si chiedeva se la gestione del green pass fosse davvero efficace e non riceveva risposte, ma il marchio a fuoco di “no vax”, da esporre al pubblico ludibrio. C’è qualcosa di enorme che non va, quindi, nelle democrazie (o plutocrazie?) occidentali che turba la maggior parte delle persone che credono di poter avere un’opinione circostanziata, non conforme alla narrativa corrente, senza aver mai visto un rublo né conoscere agenti del Cremlino. Gli Stati hanno già inviato un arsenale bellico in Ucraina, la cui portata avrebbe dovuto far ritirare i russi, ma questo non accade. Semmai è Putin che sta prendendo l’Ucraina.

C’è, dunque, un chiaro cortocircuito nel mainstream, che pare un disco rotto nel raccontare verità parziali o evidenti bugie. Che sia un 25 Aprile di liberazione dalle menzogne e dalla retorica, in onore di san Marco Evangelista. L’uomo ricordi che può ingannare gli uomini, e fino ad un certo punto. Ma non potrà mai prendersi gioco di Dio. Quando si troverà davanti al Suo giudizio, tenga presente che “Egli è misericordioso, ma anche giusto, e perciò è obbligato a castigare chi l’offende . Egli usa misericordia, ma a chi? A chi lo teme” (S. Alfonso Maria de’ Liguori, Apparecchio alla morte, Cons. XXIII, p. 2).

Come si svolgerà la Fase 3 della guerra in Ucraina?

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di Roberto Buffagni

Boris Johnson al “Financial Times”: “La Russia può vincere, mandiamo tank in Polonia”.

In vista del probabile successo della prossima offensiva russa e della conseguente neutralizzazione delle FFAA ucraine, i britannici, che hanno un ruolo di primissimo piano nella gestione delle ostilità, preparano la fase tre della guerra: finiti gli ucraini, facciamo entrare in campo i polacchi e i baltici.

La fase tre della guerra in Ucraina tra Russia, USA e NATO, si svolgerebbe così.

1. La prossima offensiva, in cui la Russia impiega la sua superiore potenza di fuoco, neutralizza il grosso delle FFAA ucraine oggi fortificate nel Donbass. L’Ucraina non è più in grado di resistere efficacemente. Termina la fase due delle ostilità.

2. Inizio della fase tre. Su richiesta di aiuto militare del governo ucraino (eventualmente rifugiato in esilio) al governo polacco e ai governi baltici, entrano in Ucraina truppe regolari polacche e baltiche, e un contingente di mercenari finti e veri. I mercenari veri sono forniti dalle aziende che forniscono contractors. I mercenari finti sono militari di paesi NATO che si dimettono dalle loro FFAA per non coinvolgere giuridicamente come belligeranti i propri paesi, e vanno a combattere senza mostrine. In Polonia si sta già raccogliendo un contingente che da quanto mi risulta conta già circa 120.000 uomini. Ingenti aiuti finanziari e materiali stanno affluendo in Polonia da USA e NATO.

3. Il contingente polacco-baltico combatte i russi in Ucraina. I russi possono rispondere sul territorio ucraino, ma non possono colpire i centri di comando e logistici del contingente, situati in Polonia e nei paesi baltici, per non entrare in un conflitto diretto con la NATO.

4. Le ostilità in Ucraina tra USA, NATO e Russia, combattute tra FFAA polacche e baltiche e FFAA russe, diverrebbero così interminabili, perché l’afflusso di truppe in Ucraina potrebbe continuare per anni, e la Russia non potrebbe colpirne la sorgente senza entrare in conflitto diretto con l’intera NATO.

5. Lo scopo della fase tre delle ostilità sarebbe: aprire una ferita immedicabile nel fianco della Russia + isolarla politicamente + sfinirla economicamente con il costo delle ostilità che si aggiunge alle sanzioni. In sintesi: dissanguamento della Russia in vista della sua disgregazione politica.

La strategia occidentale sarebbe dunque provocare in Russia:

a) Sfiducia della popolazione nei suoi governanti per l’alto costo umano e materiale della guerra, e l’assenza di una prospettiva credibile di sua conclusione favorevole.

b) Crescenti dissensi all’interno del ceto dirigente russo, cristallizzarsi di una fazione capace di rovesciare l’attuale governo

c) Risveglio e attivazione di forze centrifughe nelle repubbliche che costituiscono lo Stato federale russo, forze sempre latenti in una compagine multietnica, multireligiosa, multiculturale come la Federazione russa.

d) “Regime change”. Rovesciamento del governo attuale, sostituito da un governo debole, incapace di opporsi con fermezza al processo di caotica disgregazione politica della Federazione russa, arrestandolo (v. punti precedenti).

e) Disgregazione politica della Russia, che cessa di essere una grande potenza e viene così neutralizzata come nemico dell’Occidente.

Mi limito a sottolineare i più evidenti rischi di un eventuale SUCCESSO di questa strategia di frammentazione politica della Russia: chi si impadronirebbe dell’arsenale nucleare strategico russo? Quali paesi entrerebbero a occupare l’enorme vuoto geopolitico che si creerebbe? La Cina, per esempio, avrebbe l’assoluta necessità di garantire la sicurezza dei 4.500 km di frontiera con la Russia, e l’evidente interesse di appropriarsi delle ricchezze siberiane.

Ovviamente, l’attuazione di questa strategia, coronata o meno da successo, implicherebbe la riduzione dell’Ucraina a campo di battaglia permanente, con l’annichilimento della sua economia, il dilagare dell’anarchia e della criminalità, e un deflusso imponente di milioni di profughi. L’Ucraina diverrebbe una espressione geografica abitata dal caos.

Da quel che sono riuscito a capire dalle varie fonti primarie e secondarie consultate, il governo russo è persuaso che la strategia politico-militare occidentale sia questa che ho appena delineato: in sostanza, la replica ai danni della Russia del processo che condusse alla disgregazione politica della Jugoslavia. Penso che anche la popolazione russa se ne stia persuadendo, sia per l’effetto della propaganda governativa russa, sia, soprattutto, per la sconsiderata demonizzazione del popolo e dell’intera cultura russa messa in atto dai paesi occidentali, il cui evidente sottotesto è “voi russi siete disumani e meritate solo di essere distrutti e rieducati”.

Se questo è vero come credo, per la Russia la posta in gioco è letteralmente la sopravvivenza. Sopravvivenza dell’integrità politica e territoriale della Federazione russa, sopravvivenza della continuità storica e culturale della Russia, e, per finire, sopravvivenza personale dei componenti l’attuale governo e dei suoi sostenitori che non lo tradiscano. Ne consegue che la Russia si difenderà impiegando tutte le sue risorse materiali e morali: dichiarazione formale di guerra all’Ucraina, legge marziale, mobilitazione dei riservisti e coscrizione di massa, economia di guerra, se necessario impiego dell’arsenale atomico tattico e strategico; disponibilità a rispondere a un allargamento del conflitto alla NATO e agli Stati Uniti, eventualmente a provocarlo se costrettivi dalle necessità militari.

La prospettiva che ho delineato non è una certezza: è una possibilità, ma una possibilità nient’affatto improbabile coeteris paribus, ossia se non intervengono fattori di mutamento significativi nella situazione politico-militare: ad esempio, un fallimento dell’offensiva russa così completo da indurre il governo russo a cessare le ostilità, o una rottura del fonte politico occidentale.

Ritengo estremamente improbabile che la Russia incontri un fallimento militare così catastrofico da indurla a cessare le ostilità: sia per le risorse di cui dispone, sia per l’entità della posta politica in gioco: la cessazione delle ostilità in seguito a sconfitta sul campo destabilizzerebbe il governo russo, probabilmente provocandone la sostituzione con un governo revanscista.

Il fronte politico occidentale può essere rotto solo da un paese europeo importante, come Francia, Germania o Italia. Se uno di questi paesi adottasse, nel proprio interesse nazionale e nell’interesse dell’Europa tutta, la linea scelta dall’Ungheria di Orbàn, sarebbe estremamente difficile, per non dire impossibile, attuare la strategia di destabilizzazione e disgregazione politica della Russia.

Avverrà?

Le probabilità sono scarse, ma la possibilità c’è. Già ora Francia e Germania cominciano ad accorgersi del danno devastante che subirebbero applicando alla lettera le sanzioni che hanno pur votato. La Germania si rifiuta di inviare “armi offensive” all’Ucraina, per evitare la classificazione di “cobelligerante” (il diritto internazionale permette di inviare “armi difensive” senza divenire cobelligeranti del paese destinatario). Nelle Cancellerie europee, insomma, qualcuno comincia a riflettere sulle decisioni sconsideratamente prese nell’immediato, senza valutarne le gravi e anche gravissime conseguenze, sotto la pressione americana e per un riflesso condizionato del moralismo ideologico ufficiale condiviso dalle classi dirigenti UE.

Speriamo.

https://t.me/intelslava/26477

 

Riti magici, streghe e sortilegi: spunta pure una guerra “esoterica” tra Russia e Ucraina

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IN UCRAINA E IN RUSSIA

Accanto allo scontro armato, tra Russia e Ucraina si combatte una guerra occulta fatta di riti e invocazioni per sostenere gli eserciti in campo. A Mosca il raduno delle streghe pro-Putin

di Marco Leardi

Riti propiziatori, formule magiche, incantesimi e sortilegi. Inni intonati all’unisono per invocare la vittoria. Talismani e amuleti agitati contro il nemico. Tra Russia e Ucraina si sta combattendo una guerra occulta, parallela a quella sostenuta con le armi e le operazioni militari. Un conflitto esoterico nel quale alle forze dispiegate sul campo si aggiungo quelle immateriali e misteriose evocate dall’aldilà. E non si tratta di dicerie o pittoresche leggende: nelle ultime settimane, a Mosca e Kiev, alcune streghe “accreditate” avrebbero iniziato a praticare rituali con il solo obiettivo di sostenere gli eserciti dei rispettivi paesi, nonché l’azione dei loro leader. Lo documentano, con tanto di immagini, alcuni media stranieri.

Così, dalla capitale della Russia arrivano notizie di raduni esoterici per supportare Vladimir Putin. Come riportato da Asianews, decine di donne vestite con un saio nero si sono radunate a Mosca per espimere solidarietà allo Zar e invocare per lui l’ausilio delle forze occulte. A guidare il rito popiziatorio Aljona Polin, considerata la principale fattucchiera russa, nonché fondatrice dell’associazione delle “Grandi streghe di Russia”. Già lo scorso 12 marzo, come testimoniato da alcuni video, la donna aveva convocato un consiglio generale delle streghe a sostegno di Putin. In quell’occasione erano stati pronunciati inni e formule magiche in favore del presidente, la cui immagine era stata posta al centro di un “cerchio del potere” formato dalle partecipanti al rituale.

Che si manifesti la grande forza della Russia!“, aveva ripetuto la chiromante, chiedendo agli spiriti di “dare forza e potere alla Russia e guidare correttamente il percorso del presidente Putin“. Durante il rito venivano anche intonate maledizioni contro i nemici dello Zar. Chi pretende di passare in mezzo a noi, chi ha deciso di andarsene da noi, chi mente in ogni cosa che dice, per i secoli dei secoli questi nemici saranno maledetti!“.

Intanto, anche sul fronte ucraino si praticano analoghi rituali con l’opposto scopo di fermare l’avanzata russa. Secondo quanto riferito dall’agenzia Unian, infatti, le streghe di Kiev starebbero mettendo a punto un “rituale” in tre fasi per estromettere Putin dal teatro di guerra. Il cerimoniale esoterico – a quanto si apprende – si dovrebbe svolgere in quello che è considerato un “luogo del potere” ammantato di mistero, ovvero il Monte Calvo, vicino alla capitale dell’Ucraina. Di questi rituali si dice al corrente anche padre Taras Zephlinsky, attivista della chiesa greco-ortodossa di Kiev, il quale all’AdnKronos non ha nascosto la propria preoccupazione per chi vuole “giocare con il maligno”.

Tra riti magici e spiriti invocati, la drammatica attualità si fonde a superstizioni e ancestrali credenze. Le dottrine esoteriche affiancano i piani di guerra.

VIDEO NEL LINK SOTTOSTANTE:

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/cronache/riti-magici-streghe-e-sortilegi-guerra-esoterica-russia-e-2028544.html

Sempre meno persone preoccupate per il clima. Lo schiaffo dell’Istat a Greta Thunberg

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di Michele Iozzino

Roma, 22 apr – Sempre meno persone sono preoccupate per il clima, almeno stando a dati Istat. Una notizia che forse farà piangere Greta Thumberg. Ma si sa, in quello show business che è oggi l’informazione, le mode vanno e vengono.

Il rapporto Bes dell’Istat: “Nel biennio 2020-21 persone meno preoccupate per il clima”

Secondo il Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat, nel biennio 2020-2021 si è registrata in tuta Italia un’inversione di tendenza rispetto alla preoccupazione riguardante i cambiamenti climatici. Fino al 2019 la percentuale di persone, in un’età compresa dai 14 anni in su, che riteneva che i cambiamenti climatici e l’aumento dell’effetto serra fossero i principali problemi ambientali, era in crescita. Negli ultimi anni questa percentuale è passata dal 71% al 66,5% del 2021.

Se da una parte questi numeri rimangono comunque rilevanti, dall’altra una simile diminuzione non può passare inosservata. Tanto più che negli ultimi anni la propaganda su questo tema è stata a dir poco martellante. Simbolo dell’attenzione mainstream e un po’ facilona alle questioni ambientali è stata sicuramente Greta Thumberg. La piccola attivista svedese era diventata un fenomeno mediatico globale, mentre oggi sembra scomparsa dalla scena.

La spettacolarizzazione dell’ambientalismo e il suo declino

In questi tempi di spettacolarizzazione della politica e delle informazioni, anche le notizie hanno il loro ciclo vitale. Le battaglie di opinione che prima sembravano importantissime lasciano in fretta lo spazio a qualcos’altro. Un susseguirsi di ondate, in cui un singolo argomento tiranneggia e cannibalizza l’attenzione di tutti per poi finire nel dimenticatoio. Così l’ambientalismo ha dovuto cedere il passo a temi via via più scottanti. Prima il Covid, oggi la guerra in Ucraina, domani chissà.

Un doccia gelata per tutti quelli che credevano che la green economy fosse la battaglia del futuro o per quelli che avevano il poster di Greta Thumberg in camera. Anzi, di tutta una stagione ambientalista rimangono più che altro i tentativi più o meno riusciti del cosiddetto green wasching, ovvero tutti quei modi da parte delle aziende per accaparrarsi nuove fette di mercato dandosi un’immagine più ecologica.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/sempre-meno-persone-preoccupate-per-il-clima-231293/

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