Embargo petrolio russo, il nuovo piano Ue (tra deroghe e incertezze) cambia tutto

Condividi su:

“Questo piano mi pare una follia – dichiara il nostro responsabile Nazionale Matteo Castagna – perché, di fatto, è un secondo atto di guerra contro Putin, dopo l’invio di armi ad un Paese straniero, che è parte di una guerra che, al momento, non è ufficialmente nostra. L’Occidente dovrebbe riconoscere che la soluzione del conflitto è il raggiungimento di accordi diplomatici. Non esiste più il mondo governato dagli USA e dai suoi satelliti, come negli anni ’90. La Russia, la Cina e i BRICS in generale, sono altre Superpotenze con cui si dovrebbe concorrere in un mondo multipolare. Non vedo altra possibilità di scelta. Embarghi, sanzioni, minacce, provocazioni e muscoli di catone prolungano la guerra e la generale situazione conflittuale tra Oriente e Occidente”.

di Eugenio Palazzini

Roma, 6 mag – Prendere tempo, concedere deroghe, stabilire un nuovo piano. L’Ue teme rotture interne sull’embargo al petrolio russo e decide ora di cambiare (parzialmente) linea, avanzando una nuova proposta destinata a far discutere ancor di più. Vediamo perché.

La Commissione europea, pur ribadendo la necessità di sanzionare il petrolio di Mosca, prevede adesso una speciale deroga di due anni per Ungheria e Slovacchia. Non più soltanto un anno come inizialmente previsto e annunciato, dunque. Per Budapest e Bratislava, che continuano a mostrarsi fortemente refrattarie al sesto pacchetto di sanzioni europee, il divieto di importare greggio dalla Russia dovrebbe insomma entrerà in vigore a fine 2024.

Petrolio russo, il nuovo piano Ue a suon di deroghe e incertezze

Parliamo quindi, se dovessimo valutare queste misure a partire da oggi, di quasi due anni e mezzo di esenzione. Con tutta evidenza tutto potrebbe cambiare in questo lasso di tempo, sia in meglio che in peggio, nei rapporti tra Europa e Russia. Intanto Bruxelles è orientata a concedere una deroga analoga anche alla Repubblica Ceca, fino a giugno 2024. Ma non è tutto, perché le divisioni in seno all’Ue sono ben più ampie.

A protestare per il taglio repentino al petrolio russo sono anche Grecia, Malta e Cipro. A manifestare altri malumori sono Croazia e Bulgaria. Di conseguenza la Commissione europea valuta una deroga generale per gli altri Stati membri: di tre mesi, relativamente al divieto di trasporto del greggio di Mosca su navi Ue. Come noto, nel pacchetto di nuove sanzioni inizialmente previsto, il divieto sarebbe dovuto entrare in vigore già dal mese prossimo. Confusione, incertezze e disparità rischiano quindi di generare ulteriori frizioni.

Cercasi accordo politico

Nella giornata di oggi gli ambasciatori dei Paesi membri si riuniranno per discutere della questione e tentare un primo accordo politico, con l’obiettivo di giungere all’approvazione formale delle nuove misure contro la Russia entro questo fine settimana. “Stiamo lavorando per arrivare a un accordo tra tutti i Paesi europei, per fermare l’importazione di petrolio dalla Russia. Si farà”, ha detto l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell. “E se non si fa presto, cioè entro questo fine settimana, dovrò far riunire il Consiglio dei ministri degli Affari esteri per avere un accordo politico”, ha aggiunto Borrell. Mission impossible? Tutto dipende, probabilmente, dall’Ungheria. Se cioè Orban accetterà la deroga di due anni oppure la giudicherà insufficiente.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/embargo-petrolio-russo-nuovo-piano-ue-tra-deroghe-incertezze-cambia-tutto-232650/

La roulette russa

Condividi su:

di Fabio Falchi

Fonte: Fabio Falchi

“Non accettiamo i ricatti dei russi” ha affermato  von der Leyen, che evidentemente, come la stragrande dei politici europei (Draghi incluso), non si è ancora resa conto che la Russia è in guerra non solo contro l’Ucraina ma contro la Nato che oltre a consegnare armi di ogni genere all’esercito ucraino che sta combattendo contro l’esercito russo, collabora con lo stato maggiore ucraino, dato che l’apparato militare di Kiev è ormai “integrato” nel sistema di comando, controllo e comunicazioni della Nato.
In gioco quindi per Mosca non c’è soltanto la sicurezza del Donbass ma quella della Russia stessa, tanto più che il ministro della Difesa americano ha dichiarato che lo scopo della Nato è mettere la Russia nelle condizioni di non potere più rappresentare una minaccia per qualsiasi Stato. In altri termini è quello di infliggere una sconfitta alla Russia tale che non possa più muovere guerra a nessun Paese. E questo sarebbe possibile, ovviamente, solo se la Russia non esistesse più o non fosse più uno Stato in grado difendere la propria indipendenza e sovranità.
La guerra, anche mediatica ed economica, che l’Occidente a guida angloamericana di fatto sta combattendo contro la Russia quindi ha scopi ben diversi dalla necessità di garantire l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina, e conferma invece la “percezione della realtà” che hanno i russi (si badi, non solo quella di Putin), vale a dire che la Russia adesso è impegnata in una lotta per la vita o per la morte. Perciò Putin, sapendo di contare sul sostegno del popolo russo, che non ha certo dimenticato la Seconda guerra mondiale, al riguardo è stato chiarassimo: la Russia è disposta ad andare fino in fondo, costi quel che costi.
Non è dunque Putin ad essere prigioniero della propria propaganda come sostengono i media occidentali, ma sono i politici e i media occidentali che rischiano di essere prigionieri della propria propaganda. Manca cioè in Occidente la percezione del pericolo reale che si sta correndo e non si può ritenere che limitarsi ad affermare che si devono muovere mari e monti per aiutare la resistenza ucraina sia una strategia politica razionale, sempre che non si pensi che l’Ucraina possa resistere “da qui all’eternità”.
L’Ucraina e gli angloamericani vogliono cioè “vincere” la guerra contro la Russia. Ma che significa “sconfiggere la Russia”? I successi tattici degli ucraini possono anche essere notevoli ma non possono cambiare i reali rapporti di forza sotto il profilo strategico. O si può forse davvero credere che l’esercito ucraino riconquisti l’intero Donbass e pure la Crimea, e che quindi i russi si arrendano agli ucraini e accettino di subire una sconfitta disastrosa?
La Nato può prolungare questa guerra, ma non all’infinito, e più passa il tempo e peggio diventa la situazione non solo per l’Ucraina ma per l’intera Europa. Trattare del resto, non significa affatto arrendersi. E le condizioni per trattare ci sono, senza che vi sia bisogno di sacrificare “sull’altare” del realismo geopolitico l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina. Casomai, indipendentemente da quelle che possono essere le colpe della Russia, si tratta di non difendere il “narcisismo identitario” degli ucraini e di non condividere l’immagine fasulla della realtà diffusa dai media occidentali e dalla Nato ovvero dagli angloamericani che sembrano disposti a combattere contro la Russia fino all’ultimo ucraino e anche fino all’ultimo europeo.
Washington e Londra stanno cioè giocando alla roulette russa anche con le nostre vite, perché ciò che preme davvero agli angloamericani – che di fatto hanno il controllo del regime ucraino, dato che ormai quest’ultimo dipende militarmente ed economicamente dagli aiuti occidentali – è non certo cercare una soluzione diplomatica di questo conflitto, bensì cercare di “dissanguare” la Russia,  anche a costo di rischiare una guerra nucleare, perché, se non lo si fosse ancora capito, è questo il rischio che si sta correndo. D’altronde, anche la geopolitica ha le sue leggi e solo il realismo geopolitico può evitare che la sua meccanica sia irreversibile.

L’Italia è la Bielorussia della Nato

Condividi su:

Come essere intellettualmente onesti e non essere d’accordo con questo pensiero di Pietrangelo Buttafuoco? (n.d.r.)

QUINTA COLONNA

Segnalazione di Arianna Editrice

Fonte: La Verità

di Pietrangelo Buttafuoco 

O con la Nato o con Putin. Se questo è il bivio, lei da che parte va?

«Quando sei di fronte a una guerra, non puoi che andare ai fondamentali nudi e crudi. La situazione è questa: la Russia muove sullo scacchiere e invade l’Ucraina. Ho ben chiaro chi attacca e chi difende, chi è l’aggressore e chi l’aggredito. Ma in Italia la cosa che più mi colpisce è l’assenza di un serio dibattito. Tutto è destinato alla propaganda, alla malafede obbligata».

In che senso obbligata?

«Nel senso che a questa propaganda sei costretto ad adeguarti. L’Italia, rispetto alla Nato, è come la Bielorussia per Putin. Solo l’infinita autorevolezza di Draghi, grazie a Dio, gli impedisce di vestire i panni del Lukashenko occidentale. Per il resto, non abbiamo margini di manovra. Ricordiamoci che tra le potenze sconfitte nella seconda guerra mondiale il nostro Paese è l’unico che non ha potuto imbastire una sua autonomia in assenza di sovranità. La Germania un primato egemonico in economia se l’è costruito, e oggi si avvia al riarmo; lo stesso Giappone ha superato il grande tabù sulle forze armate. L’Italia no».

Dunque non abbiamo la forza per perseguire i nostri interessi nazionali?

«Chi avrebbe mai immaginato che la Turchia sarebbe diventata il protagonista Nato nel continente euroasiatico? Conta molto più dell’Italia e della Francia, è diventato il punto di riferimento degli Stati Uniti. Non avendo problemi di sovranità, i turchi possono fare delle scelte sulla base del loro interesse nazionale, anche assumendo una posizione critica sulle sanzioni. Cosa che a noi è impedito».

Le sanzioni fanno più male a noi che a loro?

«Quando il Fondo Monetario Internazionale dice che l’Italia rischia la recessione senza il gas russo, si incarica, purtroppo, di smentire compassati editorialisti di cui beviamo ogni parola, e autorevoli statisti cui guardiamo sempre con trepidazione e indiscussa fedeltà. Forse seguendo l’esempio di altri con la testa a posto, come Germania e Turchia, cambieremo registro anche noi. A meno che l’ansia di essere la Bielorussia dell’Occidente non ci faccia scantonare».

Anche in passato eravamo definiti un Paese a sovranità limitata. Oggi è peggio di ieri?

«Neppure la democrazia cristiana più cattocomunista dei Dossetti ha mai avuto un atteggiamento di tale sudditanza. Forse anche perché il pontificato dell’Italia di allora aveva un peso che l’attuale non ha. Oggi agli Stati Uniti non importa nulla del Vaticano, sono indifferenti e quasi sprezzanti. Non considerano questo Papa un interlocutore. Purtroppo siamo sempre costretti a ragionare in un ambito angusto: quando alziamo lo sguardo sulla scena internazionale non ci rendiamo conto di come all’estero considerino le vicende italiane».

Parlava della mancanza di dibattito. Intende dire che dinanzi alla linea bellicista dell’appoggio armato agli Ucraini, non è ammesso dissenso?

«Una volta c’era un minimo di confronto. Ma oggi siamo nell’epoca del conformismo compiuto, non ti puoi consentire più margini di discussione eterodossa. Tutto si è trasformato in un immenso bar sport. Hanno passato intere stagioni a inseguire il populismo, quando invece il populismo se lo sono fabbricato nelle cattedrali della rispettabilità istituzionale dell’informazione e della cultura».

La sorprende questo centrosinistra ultra-atlantista?

«Non mi stupisce perché conosco la loro ideologia: quella di avere sempre uno Stato guida cui fare riferimento. È l’ortodossia togliattiana».

E oggi lo Stato guida è l’America di Biden?

«No, è direttamente il «deep state» americano. D’altro canto, in una situazione come questa non possiamo pensare che sia Biden l’eminenza grigia, il cervello fondante. Semmai è la Cia e quelle strutture di sistema che costituiscono l’apparato di potere dell’Occidente».

Il Pd terminale della Cia?

«Intendo dire che, in questa particolare fase della storia, il Pd è il partito unico a tutti gli effetti. Teniamo conto che gli italiani non sono mai stati fascisti, democristiani o comunisti: sono sempre stati italiani. E gli italiani applaudono il re come il presidente della repubblica, erano tutti iscritti al Pnf e poi tranquillamente alla Dc e al Pci. Tutto risponde a un istinto comune, quello del guelfismo nazionale che si identifica con il partito unico delle carriere. In un Paese di uomini o caporali, alla fine i caporali sono sempre loro».

E il Pd dunque rappresenta questo guelfismo?

«Il Pd l’ha perfezionato: oggi è il primo partito di governo, il primo editore, il primo educatore, domina anche mentalmente, è il punto di riferimento dell’alta burocrazia, è il veicolo di carriera dei giovani arrembanti, basta vedere le facce di chi lavora a Palazzo Chigi. Pensa invece al destino da fessacchiotti in cui si ritrovano a vivere quelli di centrodestra nell’attuale maggioranza, dove sui temi fondamentali non vincono mai».

Fino a ieri i punti di riferimento a sinistra erano Angela Merkel e il ticket Joe Biden-Kamala Harris. Oggi il pantheon sembra spopolarsi.

«Vuoi che si spaventino per questo? Questi si sono fatti la villa con i rubli e oggi sono i portabandiera della Nato. Avranno sempre e comunque ragione, essendo loro i padroni della parola e della vetrina. Solo per fare un esempio: è stato il governo Letta quello che ha costruito i rapporti più forti con la Federazione Russa. Ma tutto è dimenticato, perché nel cancellare le tracce sono i più bravi di tutti».

Che succederà se Putin uscirà vincitore in Ucraina, o comunque non sconfitto?

«Già mi vedo le prime pagine dei giornali: cercheranno di convincerci che non possiamo fare a meno dello Zar Putin. E già pregusto il Caffè di Gramellini corretto alla vodka».

Trova analogie tra la gestione della pandemia e la gestione della crisi ucraina, con l’aut aut tra pace e aria condizionata?

«Questo governo ha ereditato dal precedente la logica del Cts e dell’escatologia sanificatrice. Passeremo in un niente dalla mascherina obbligatoria al ventaglio obbligatorio. Con lo stesso giudizio morale, e la stessa ansia di scovare il nemico interno. Sono formidabili nel neutralizzare il dissenso: o ti ridicolizzano, o ti criminalizzano. E alla fine sfoceremo nel solito provincialismo: levata la mascherina, sventoliamo la bandierina (ucraina). Insomma, stanno approfittando di una catastrofe mondiale per regolamentare i conti nel proprio cortile. E sa qual è la cosa davvero
straordinaria?».

Quale?

«Che gli artisti, di solito detentori della sovversione, oggi sono i primi guardiani della fureria: passano le giornate a scrivere tweet con il ditino alzato».

Un’eredità del cortigianesimo?

«Peggio. Il cortigiano si riservava uno spiraglio di crudele ironia. Invece gli intellettuali di regime, i comici di regime, i drammaturghi di regime, non sono genuini creatori di rivoluzione, come poteva essere un Majakovskij. No, questi credono davvero a ciò che dicono».

Ha scritto che gli Stati Uniti vogliono trasformare la Russia nell’Unione Europea. Ce la spiega?

«Per l’Occidente la Russia è un nemico più ostile persino dell’Unione Sovietica, perché decenni di materialismo scientifico non sono riusciti a scalfirne l’identità e lo spirito. La Russia è la prima potenza cristiana sul continente europeo, ha solide tradizioni, a Dio i russi ci credono davvero. Tutto ciò appare preoccupante e odioso per chi guarda il mondo con gli occhi del laicismo e dello scientismo occidentale».

Insomma, dietro il conflitto armato si cela uno scontro di civiltà?

«Da un lato c’è «l’imperium», le potenze imperiali, Stati Uniti compresi: come dice Dario Fabbri, sono i popoli che non prendono l’aperitivo, che hanno spirito combattivo e identità plurali. Dall’altro c’è il «dominium» di noi europei, il tentativo di riunire il mondo ad unica identità, ad un unico progetto. Anziché perdere tempo con la propaganda, dovremmo riflettere su una guerra che mette in discussione la globalizzazione. Noi occidentali siamo convinti di avere la parola definitiva sugli eventi della storia, ma esiste un disegno globale dove potenze spiritualmente fortissime si sono incontrate: Cina, Russia, India, Pakistan».

Che effetto le fa vedere l’Europa in ordine sparso, dal Baltico alla Germania al Mediterraneo, senza una guida?

«Come abbiamo detto all’inizio, torniamo ai fondamentali. Chi sono i due soggetti attualmente egemoni nel mediterraneo, con un ruolo attivo? Quando mi affaccio dalla spiaggia iblea, in Sicilia, vedo passare incrociatori battenti bandiera russa e turca. Noi italiani, invece, possiamo fare tutto: tranne quello che non ci consentono di fare».

a cura di Federico Novella

Zelensky amerikano contro l’Europa

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

Volodymyr Zelensky vuol dettare l’agenda politica all’Unione Europea: bacchettata a Macron perché si è permesso di definire totalmente fuori luogo l’affermazione con cui Joe Biden ha definito quanto sta accadendo in Ucraina ad opera dei russi “un genocidio”, sgarbo istituzionale al Presidente della repubblica tedesco Frank Walter Steinmeier definito “persona non gradita” perché considerato in passato, ma ancora oggi, “troppo dialogante con la Russia”. Il segretario del Pd Enrico Letta ha fatto giustamente notare che un Paese come l’Ucraina che vuole entrare nell’UE non può definire “non gradito” il rappresentante di un Paese che nella UE già ci sta.
L’agenda politica che Zelensky vorrebbe imporre alla UE è la stessa degli americani per i quali la questione ucraina è diventata, con tutta evidenza, un pretesto per indebolire il nemico di sempre, “l’orso russo”, e nel contempo rimettere in riga l’Europa che negli ultimi anni, dalla famosa affermazione di Angela Merkel (“gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”) aveva manifestato segni di insofferenza non solo nei confronti della Nato, ma degli Stati Uniti e, in definitiva, dello stesso “atlantismo”. Insomma Zelensky, consapevole o no, è un pupazzo nelle mani degli Stati Uniti.

Gli americani prendono di mira soprattutto la Germania e la Francia (il vassallaggio dell’Italia lo considerano assodato) perché sono i due paesi europei che più hanno cercato di dare all’Europa un’identità che non coincidesse con quella degli Stati Uniti. La storia è lunga. Già a metà degli anni Ottanta del secolo scorso tedeschi e francesi cercarono di costituire un primo nucleo di esercito europeo, che avrebbe poi dovuto allargarsi agli altri paesi del Vecchio Continente. Ma gli americani imposero il loro niet: “Che bisogno c’è di un esercito europeo quando esiste già la Nato?”. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. È diventato sempre più evidente che la Nato è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa in tutti i sensi, militare, politico, economico e alla fine anche culturale.
Dopo la caduta del muro di Berlino gli interessi americani e europei non solo non convergono più, ma divergono in modo pesante. Gli americani, col paravento della Nato, approfittando della momentanea scomparsa della Russia dalla scena geopolitica internazionale, ci hanno trascinato in guerre sanguinarie e disastrose non solo, direttamente, per i paesi aggrediti Serbia 1999, Iraq 2003, Libia 2011, ma indirettamente per l’Europa che ne ha subito le conseguenze. Dal punto di vista economico gli americani sono dei competitors sleali e pericolosi. Mentre l’Europa sotto la guida di Angela Merkel praticava una politica di austerità per evitare deflagrazioni inflazionistiche, l’America allargava a dismisura il credito provocando la crisi della Lehman Brothers, 2008, che ha investito in pieno il Vecchio Continente e di cui stiamo pagando ancora le conseguenze e la cosa continua anche oggi. Il debito delle famiglie americane ammonta a 15,5 trilioni di dollari. Come se ciò non bastasse Joe Biden ha immesso sul mercato altri 1200 miliardi “per rifare il Paese”, il suo, perché questa montagna di credito inesigibile finirà per abbattersi, prima o poi, più prima che poi, non solo sugli Stati Uniti ma su tutti i paesi a loro economicamente e finanziariamente legati provocando una crisi rispetto alla quale quella del 2008 sembrerà un sorbetto al limone rispetto a una colata di whiskey. Di passata gli americani hanno proibito all’Italia, e non solo all’Italia, non si capisce sulla base di quale legge internazionale che non sia la prepotenza di una Superpotenza, di avere scambi commerciali con l’Iran. Ora noi con l’Iran degli ayatollah avevamo, attraverso l’Eni, ottimi rapporti. Non si capisce davvero per quale motivo dobbiamo sacrificarli solo perché l’Iran è visto come fumo negli occhi dagli Stati Uniti in funzione del loro grande alleato, ma sarebbe meglio dire quinta colonna, nella regione, Israele. E quando il nostro ministro degli Esteri, ha aperto agli scambi commerciali con la Cina (“la via della seta”), un mercato enorme particolarmente interessante per le nostre imprese, il buon Di Maio è stato sommerso non solo dalla disapprovazione della stampa internazionale, che gli Usa tengono saldamente in mano, ma anche da quella soccombista italiana.

Zelensky sostiene che la vera intenzione di Putin è di cancellare l’Ucraina dalle mappe. Ed è probabilmente vero. Ma ugualmente lo stesso Zelensky sta cercando di cancellare la cultura russa nel Vecchio Continente. Il governo di Kiev ha proibito ai ballerini ucraini di danzare Il lago dei cigni di Chaikowsky al comunale di Como, al comunale di Ferrara, alla Tuscany Hall di Firenze, al teatro Rossini di Trieste, al comunale di Lonigo. Cosa sia successo l’ha spiegato al Corriere del Veneto Natalia Iordanov, la direttrice dell’Ukrainian Classical Ballet: “Uno dopo l’altro i nostri ballerini sono stati contattati dalle direzioni dei rispettivi teatri e si sono sentiti dire: ‘visto che la Russia sta compiendo un vero e proprio massacro, non potete mettere in scena le opere di autori russi, altrimenti saremo costretti a licenziarvi e potreste essere arrestati per tradimento’”. È una direttiva del ministro ucraino Oleksandr Tkachenko che ha affermato: “la Russia usa la sua cultura, anche del passato, balletto compreso, come strumento di propaganda, quindi quella cultura va messa al bando”. Sembrerebbero direttive vagamente naziste. Ma non è così. Quando si è in guerra con un Paese i cittadini non possono collaborare in alcun modo col nemico. Per lo stesso motivo non è condannabile Putin (ora, in stato di guerra, non prima) quando mette la mordacchia a quel che resta dei media indipendenti del suo Paese. In guerra è legittima la censura. Tutto ciò è reso più confuso dal fatto che, a differenza dei vecchi tempi, non c’è oggi una formale dichiarazione di guerra fra Russia e Ucraina. Ai vecchi tempi, cioè fino al secondo conflitto mondiale, si dichiarava guerra al nemico e si davano 48 ore di tempo agli ambasciatori per sloggiare, dopodiché non era più possibile nessun rapporto, né culturale né tantomeno economico, fra i belligeranti (si veda il discorso di Mussolini del 10 giugno del 1940 in cui il Duce dichiarava guerra alla Gran Bretagna e alla Francia). Oggi invece, scomparso dallo scenario qualsiasi jus belli, si vive nella più grande confusione: Zelensky, spalleggiato dagli Stati Uniti, pretende di proibire all’Europa di usufruire del gas russo, ma nello stesso tempo lo stesso Zelensky non rinuncia al gas russo e nemmeno al miliardo e mezzo di euro l’anno di diritti di transito del gasdotto russo-ucraino.

L’enorme enfasi data dai media occidentali e dai soccombisti italiani, in verità più dai giornalisti che dai politici se si eccettua Mario Draghi che, da buon finanziere, è sdraiato come un tappeto ai voleri USA, ha finito per nuocere, in una sorta di eterogenesi dei fini, proprio all’Ucraina e ad avvantaggiare Putin. In quest’orgia di consenso unilaterale, di retorica, di ipocrisia, chi in partenza non era “putiniano” rischia di diventarlo.

 

COLPO DI SCENA: LA GERMANIA SFIDA L’UNIONE EUROPEA E ANNUNCIA CHE CONTINUERÀ AD ACQUISTARE GAS RUSSO

Condividi su:

La Germania, la principale potenza economica europea, ha appena espresso il punto di vista opposto rispetto ai suoi vicini europei rifiutando categoricamente un embargo sul gas.

Le sanzioni imposte alla Russia rischiano di ritorcersi contro l’Occidente? In ogni caso, a un mese e mezzo dall’inizio del conflitto in Ucraina, la domanda si pone. Perché i leader europei sono ancora molto divisi sull’embargo sul gas russo imposto da Washington.

Una settimana fa, Viktor Orban, Primo Ministro ungherese, ha apertamente sfidato l’Unione Europea minacciando di pagare in rubli il suo gas russo. Una settimana dopo, è stato il turno di un colosso europeo di rifiutarsi categoricamente di voltare le spalle a Mosca.

Questo gigante in questione non è altro che la Germania. Questo Paese, la prima potenza economica dell’Unione, di cui oltre il 55% del gas proviene dalla Russia , ha detto niet ai suoi partner europei che hanno preferito seguire le orme di Biden sanzionando severamente Vladimir Putin.

Almeno questo è quanto ci ha detto l’agenzia di stampa Reuters . Infatti, secondo questa fonte, che cita un portavoce del governo tedesco, Berlino rifiuta categoricamente per il momento un embargo sul gas e sul petrolio russi, ma rifiuta ugualmente di pagare in rubli i suoi acquisti di gas russo, come Vladimir Putin ora chiede.

La Germania avrebbe anche interesse a rifiutare categoricamente un embargo sul gas russo. Questo perché, secondo le informazioni fornite dal canale Cnn , che cita 5 istituti tedeschi specializzati in economia, Berlino perderebbe quasi 240 miliardi di dollari se non avesse più accesso al gas russo.

Un embargo sulle risorse energetiche russe porterebbe la Germania in una crisi di produzione a causa di un ridimensionamento su larga scala dell’industria, hanno affermato i rappresentanti del colosso chimico europeo BASF.

Come riferiscono fonti specializzate, con riferimento al capo dell’Agenzia federale tedesca delle reti, Klaus Müller, già all’inizio dell’autunno le riserve di gas erano completamente esaurite. Ad oggi il grado di riempimento degli impianti di stoccaggio del gas è stimato al 29%.
La Russia fornisce tra il 30% e il 40% del gas importato all’UE e il 50% alla Germania. E questi volumi al momento non possono essere sostituiti”, ha affermato il servizio stampa di BASF.
Le autorità tedesche stanno valutando la possibilità di introdurre risparmi sui consumi. Tuttavia, non tutte le aziende sono preparate a questo, che inevitabilmente influirà sulla produttività.
Questo spiega il rifiuto di Berlino di adeguarsi alle direttive della UE sull’embargo al gas russo.

Fonti: Es.News Front – Agenzie

Saviano ha sempre ragione. Anche se usa il bimbo sbagliato

Condividi su:
Lo scrittore ha postato sui social un’immagine per condannare Putin. Peccato che lo scatto sia del 2015

di Max Del Papa

Frank Zappa è stato un compositore totale del Novecento ma era anche uno che in faccia non guardava nessuno. Una volta fece una canzone, carognissima, in cui raccontava che l’attivista nero Jessie Jackson si intingeva le mani nel sangue di Martin Luther King e poi se le passava in faccia per passare lui da vittima. Ecco, per un tipo come Saviano ci vorrebbe Frank Zappa. Perché il soggetto, a forza di tirarsela da martire, ha perso il senso delle proporzioni, del reale e pure del ridicolo. Spara la foto di un povero bambino mutilato, la attribuisce all’invasione dell’Ucraina, poi, quando viene fuori che la foto è di sette anni fa, figlia di tutt’altra situazione (Canada, non esattamente una zona di guerra), si gonfia come la rana di Esopo: “Nulla cambia nel testo che ho scritto e che ribadisco con ancora più forza”. Tradotto: io ho sempre ragione. Come Mussolini, solo che glielo diceva Longanesi, per amabilmente percularlo.

Ora, siamo onesti, a chi non scappa di tanto in tanto una topica, praticando questo mestiere? Il fatto è che Saviano questo mestiere non pare averlo nelle corde, a dispetto della quantità prodotta che mai si trasforma in qualità: lui è un pubblicitario di se stesso e lo è da sempre, da quando Gian Arturo Ferrari, dominus in Mondadori, lo strappò ai vapori da centro sociale di Nazione Indiana, robetta da borghesi con troppi soldini e troppe seghe filoterroriste, e lo costruì come fenomeno editoriale.

Il resto venne da sé, con il ragazzino, era il 2006, che dopo una trombonata su un palco rossofuoco cominciò a definirsi da solo nel mirino della camorra. Diventando il giovane dalla testa a ogiva una azienda, parve conveniente dotarlo di scorta extralarge e cavalcare un pericolo sul quale, in verità, nessuno trovava fondamenti; anzi, più lo ribadivano e meno le pistole fumanti saltavano fuori. In compenso, uscivano parecchi pistola pronti a giurare sulla santità del martire di Chiaia. Finché un giorno il capo della Squadra Mobile del capoluogo campano, Vittorio Pisani, esasperato da quella sceneggiata si azzardò a dichiarare che “a noi non risultano particolari minacce in merito a Saviano”: le minacce che gli arrivarono dagli anticamorra avrebbero fatto impallidire Cutolo, per poco non gli recapitavano una testa di cavallo dritta nel letto.

Per dire che Saviano avrà pure avuto l’astio dei Casalesi, di Sandokan Schiavone che, giurano, lo voleva schiattato, però intanto diventava intoccabile, impronunciabile come il Dio della Bibbia, e, al limite, letto nelle chiese, come faceva, tra gli altri Carlo Lucarelli, quello di “paura, eh?”. Una agiografia ossessiva, dai tratti demenziali, che non s’è arrestata neanche davanti alle condanne per plagio, a una condanna per diffamazione (contro l’imprenditore Vincenzo Boccolato), al rinvio a giudizio per diffamazione nei confronti di Giorgia Meloni, definita “bastarda” in televisione, alle polemiche con una erede di Benedetto Croce, che lo accusò di avere inventato e trascritto un episodio riguardante il filosofo (ricevendo una querela dal martire presuntuoso). Siamo al punto che rifiutarsi di seguire le sue omelie piombate da Fazio fa guadagnare immantinente una accusa di capoparanza.

In realtà, la prosa di Saviano è insostenibile, una raffica di banalità, un colpo di maglio in nuca: scrive, scrive, ma non è cosa e l’indigestibile Gomorra, che non va giù neanche a overdose di digestivo Antonetto, è il classico libro da comodino che tutti presero ma pochi hanno letto e quei pochi al prezzo di abuso prolungato di pantoprazolo; sugli altri tomi, peggio ci si sente. La cifra letteraria di Saviano è quella di Cesare Battisti, il terrorista dei due mondi: quello dei poveri cristi e quello dei poveri lettori. Non a caso, il ragazzo Saviano fu il primo firmatario di una lista vergognosa, promossa dal collettivo comico-maoista Wu Ming, oggi ufficialmente disperso, insieme ai parigrado Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna: “Corri, Cesare, corri”, che sei una vittima. Poi, quando il balordo ha ammesso tutto con gli interessi, i cialtroni firmaioli sono corsi loro, per non farsi più ricordare. Ma Saviano aveva fatto per tempo, ritirando il suo appoggio con la squisita motivazione: “Adesso i miei libri li leggono tutti”. Sempre patologicamente presuntuoso.

L’approccio orale è se possibile ancora più immangiabile, con quei prediconi strampalati di rosso vestiti, quelle omelie trinariciute senza capo né coda. Hanno voglia a millantare le strazianti emozioni che regalerebbe a suon di pipponi, la verità è che appena Roby lo senti dormi seduto con gli occhiali. Con quel ditino sempre in punta di narice, a posare un pen(s)oso atteggiamento morale. L’uomo più tamponato del mondo, al posto del cotton fioc usa l’indice (noi il medio, verso di lui). Saviano è “uno che vive di parole”, nell’immortale definizione di Aldo Grasso, ma è pure uno che vive di pose, un influencer dell’antimafia. Perché per lui, cioè per la Saviano inc., tutto è mafia, cioè business: la guerra, la politica, il riscaldamento globale, i terremoti, la crisi energetica, l’invasione russa, Berlusconi-Salvini-Meloni, la destra, buona parte della sinistra, l’America, il Covid, le carestie, le disuguaglianze, le mezze stagioni che non ci sono più.

Lui la mafia la mette su tutto, se va in pizzeria al cameriere dice (col dito sulla narice): uhè, guagliò, mi raccomando che la mozzarella non venga da allevamenti della camorra. Se va dal gommista, lo ammonisce: statt’ accuort che le gomme non vengano dalla terra dei fuochi. Una mania, ma tutta orientata a fare soldi per fare soldi per fare soldi. Perché Bob Saviano, detto ‘O Martirone, da bravo bottegaio “’e’ sorde” non l’ha mai schifati fin da quando, all’insegna del vittimismo outsider, faceva da cinghia di trasmissione tra Mondadori dell’esecrato Berlusconi e Repubblica-Espresso dell’adorato De Benedetti, le due maggiori corazzate editoriali del Paese. Del resto, uno che ha avuto il coraggio di subentrare a Giorgio Bocca nella rubrica “L’antitaliano” proprio sull’Espresso, non può tenere vergogna. Bocca è stato uno degli ultimi immensi di una stagione giornalistica irripetibile, dopo di lui avrebbero dovuto ritirare quella rubrica: l’hanno data a un presuntuoso che più sfondoni piglia e più fa la ruota del pavone. Aveva ragione Giorgio nel dire: “A me questo Saviano mi sta sui coglioni”.

A tutta Italia, in realtà: anche a chi non lo ammette e segue “Che tempo che fa” come atto militante. Il programma dei ricchi sfondati: a forza di pose, di scorte, di pipponi di “aver ragione” sballandole tutte, Bob Saviano ha messo insieme un capitale che solo un anticapitalista di parole (ma non di parola) come lui poteva raggranellare, compreso un bell’attichetto a New York con vista su Central Park: la causa dell’antimafia lo esige. La sua compagna, in tutti i sensi, la Meg ex cantante del gruppo sovversivo napoletano 99 Posse, quello di ‘O Zulu, lo zapatista che vedeva fascisti da sterminare ovunque, così come Saviano i mafiosi, da brava comunista fanatica che voleva sradicare dal mondo la proprietà privata, risulta risidere in un appartamento da 120 metriquadri a Napoli, naturalmente blindato e munito di telecamere di sorveglianza. E va in giro, per non esser da meno del compagno, scortata da sbirri non più “nemici da abbattere”.

Una bella coppietta di paraculi tricolore, non c’è che dire: con compagni come questi, chi ha bisogno dei liberisti? E chi ha bisogno di giornalisti, con bufale tipo quella del piccolo mutilato di Mariupol? Ma, ancora una volta, a Bob l’americano hanno fatto lo sconto: Puente, il “debbunker” de Mentana, quello di Open cui è stato appaltato il controllo delle fonti su Facebook (con risultati che farebbero la delizia dell’impero sovietico o maoista), ha minimizzato lo scivolone a “notizia priva di contesto”. Di chiunque altro a destra avrebbe detto: cialtrone, mascalzone, fregnacciaro, grand. Ladr. Farabutt. Matricolat. Ma non del compagno martire scortato emarginato censurato vittima dei poteri forti più rompiballe che c’è. Saviano, invecchiando, si fa crescere il barbone, dopo averlo fatto crescere per 16 anni a tutti, e somiglia sempre più a Giobbe Covatta. Solo che fa più ridere.

Max Del Papa, 18 aprile 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/saviano-ha-sempre-ragione-anche-se-usa-il-bimbo-sbagliato/

Credere, obbedire, combattere

Condividi su:

di Toni Capuozzo

Fonte: Toni Capuozzo

Se provo a distogliermi dalla certezza dell’orrore, la cosa che mi fa male non sono gli insulti, ma certe piccole notizie. A Nikolajevka, oblast russo al confine ucraino, qualcuno ha vergato una Z – simbolo dell’aggressione russa – sul ponte costruito dagli alpini, che ritornano nei luoghi della ritirata facendo del bene. Chi avesse visto lapidi e celebrazioni sa che i russi, parlando dell’invasione subita nella seconda guerra mondiale, scrivono sempre “i tedeschi e i fascisti”, mai gli italiani, come a salvare un affetto che ci assolve. Evidentemente, si avvia a non essere più cosi: risentimenti, sanzioni, espulsioni, la china della guerra. Già, gli insulti di chi combatte da casa.
Il più gentile è Capezzone, e gliene sono grato. Ma c’è anche chi, come un certo Giuliano Cazzola (una vita nella Cgil, poi nel Partito socialista, poi nel Partito della Libertà), dice di provare disprezzo per me. E, per qualcuno che contesta con rispetto, tanti che mi accusano di percepire rubli, o peggio. “Porco”, “servo viscido del Cremlino”: la brigata del Bene è affamata di unanimismo, di conformismo, di silenzio. Bullismo di combattenti da tastiera, e un misto di ingenuità, ignoranza del passato, bisogno di credere qualcosa, qualsiasi cosa,  e paura del dubbio. Non sarà questo a farmi perdere, da vecchio, il vecchio vizio di dire le cose che penso. L’ho fatto in ogni redazione in cui sono stato, in ogni conflitto che ho seguito: difficile reclutarmi. Sono fermo a un giudizio:  la Russia  è l’aggressore, l’Ucraina è l’aggredito. Sul come ci siamo arrivati, ci sarà tempo di discutere. Sono fermo a un obbiettivo: la guerra va fermata, bisogna negoziare. Ero contrario all’invio di armi, ma resto perplesso vedendo i vecchi carri cechi che viaggiano verso l’Ucraina: sono tombe ambulanti.  Sono fedele  a un principio: dubitare sempre, anche quando ti accusano di intelligenza con il nemico, anche quando sei solo: l’ho fatto con i miskitos del Nicaragua, l’ho fatto con i marielitos di Cuba, l’ho fatto con le foibe o con i marò, con Abu Ghraib e Fabrizio Quattrocchi, con i bambini uccisi in Libano e con la Chiesa della Natività. E dovrei adesso fare  meno di chiedere come mai nelle foto satellitari del New York Times, che vogliono essere del 19 marzo, non c’è la neve, che quel giorno a Bucha c’era ?  Dovrei rinunciare a interrogarmi sulla conservazione stupefacente di quei cadaveri per più di venti giorni sull’asfalto ?  Dovrei non meravigliarmi che il 2 aprile l’operazione del battaglione speciale Safari viene presentata come un pulizia di sabotatori e collaborazionisti ?  La scoperta dei morti di Bucha (non quelli delle fosse comuni, note da tempo, e delle vittime dei russi durante gli scontri e l’occupazione, no i morti che hanno sdegnato il mondo, presentati come il sanguinoso ocngedo dei russi in ritirata) incomincia il 3 aprile e diventa globale il 4.
Ieri tgcom24 ha echeggiato una specie di gioco al massacro denunciato dal sindaco di Bucha: hanno fatto un safari con i civili. Paragone strano perché  Safari è il battaglione speciale che come vedete il 2 aprile inizia un’operazione sì, di bonifica esplosivi e quant’altro ma anche di repulisti di sabotatori. Dove sono  finiti i sabotatori ?  Non ne hanno trovato nessuno ?  O forse solo quel cadavere che ieri è apparso sullo schermo alle spalle di Giordano, ma lui non se ne è accorto, che ha ancora il bracciale bianco dei filorussi ? E’ una fonte ucraina, quel giornale, non la Tass.  SE c’erano sabotatori che fine hanno fatto ?
Ho solo un sospetto, e quello, invece, non è dimostrabile.  Che ci stiano reclutando a una guerra lunga e costosa – in termine di vite, innanzitutto, e questo richieda -come dire ? – una spinta su spalle riluttanti. La Gran Bretagna ha rifiutato di discutere Bucha in Consiglio di Sicurezza, come aveva richiesto la Russia. Ho la sensazione che Bucha sia usurata da troppi dubbi, e la stampa inglese già ci abitua al nome di Borodyanka. Ma proprio così vecchi dobbiamo mandarli i carrarmati ?  Ma siamo così insensibili all’orrore ?    La guerra è questo: orrore tirato per la giacca. escalation strappata ai cuori. Ovviamente non posto l’immagine di un uomo riverso con un fazzoletto bianco al braccio, perché non so da dove venga, e  come sia stato ucciso. Né le immagini di una uccisione in punta di coltello di un prigioniero russo o un civile, si capiscono solo le urla. Né i 267 marines ucraini che si sono arresi a Mariupol.  Dove secondo alcuni vi sarebbero ufficiali Nato intrappolati con il battaglione Azov. E l’altra propaganda, in fondo.

L’Ue se ne faccia una ragione: gli ungheresi vogliono Orban

Condividi su:

di Francesco Giubilei

Il premier magiaro eletto di nuovo con un’ampia maggioranza: “Vittoria che si vede da Bruxelles”

Viktor Orban riconfermato primo ministro dell’Ungheria con oltre il 50% dei voti. Nulla da fare per la grande coalizione contro il premier magiaro, il quale ieri ha parlato di una “vittoria così grande che si può vedere dalla Luna” e soprattutto da Bruxelles.

Ci sono alcune cose da notare sull’esito di questa tornata elettorale.

  1. Primo, l’opposizione già prima dell’apertura delle urne parlava di possibili brogli, denunce rilanciate anche dai media italiani. Il castello (di carta) viene giù però nel momento in cui la vittoria di Orban è così schiacciante che renderebbe addirittura superflui eventuali tentativi di truccare il voto.
  2. Secondo, ieri si sono svolte anche le elezioni in Serbia dove è uscito vincitore Vicic, un dettaglio che rinsalda il legame tra Budapest e Belgrado: un blocco geopolitico che potrebbe diventare alternativo all’interno dell’Unione Europea.
  3. Terzo, bisogna ammettere che la linea portata avanti da Orban è quella più vicina alle sensibilità e alle esigenze del popolo ungherese, anche se è diversa da quella che sognano gli intellettuali italiani.

In questo video vi racconto cosa è successo in Ungheria nel giorno della riconferma di Orban a primo ministro.

Francesco Giubilei, 4 aprile 2022

La politica economica non può servire due padroni

Condividi su:

Questo articolo, scritto nel 2017, è ancora attualissimo, tanto da sembrare scritto in questi giorni… (n.d.r.)

di Paolo Savona

In Germania l’inflazione ha raggiunto la soglia del 2% fissata come obiettivo della politica monetaria europea e il nervosismo dei tedeschi nei confronti della BCE va crescendo. Essi scoprono, invero con troppo ritardo, che una moneta unica tra paesi che presentano profonde diversità economiche non può funzionare, perché la stessa politica monetaria non può servire due padroni: se è accondiscendente per fronteggiare le difficoltà dei paesi a minor crescita e minore inflazione, danneggia i paesi che crescono di più e con essa i prezzi. Se la politica monetaria sceglie una via intermedia, come accadrà per salvare capre e cavoli, scontenterà entrambi. Nell’Euroarea il problema andava affrontato fin dall’inizio con politiche volte a rimuovere i divari di produttività, come ha fatto la Germania all’atto della riunificazione tra Ovest ed Est; essa ha però negato che la stessa politica fosse necessaria per tutti i paesi aderenti all’euro, per propiziare la coesione dell’area. Per colmare il vuoto ha sostenuto e ottenuto una politica centrata sulle limitazioni all’uso della politica fiscale, restata di competenza dei singoli paesi, e sulle “riforme”, che nel breve periodo hanno effetti deflazionistici aggiuntivi rispetto a quelli dovuti alle diverse condizioni socio-politiche esistenti tra paesi. Se la logica di un accordo internazionale è che il più debole soccombe al più forte, essa comporta l’accettazione di politiche di foggia coloniale o, prima o dopo, la sua disintegrazione. Gli Stati Uniti nel dopoguerra lo avevano capito e avevano agito di conseguenza.

Poiché i Trattati dell’Unione Europea non prevedono come regolare la fattispecie della colonia o della dissoluzione – ossia non hanno un Piano B, né intendono approntarlo – le conseguenze saranno disastrose, come testimoniano nel loro piccolo le difficoltà che incontra l’attuazione della Brexit. Immaginate che cosa succederebbe per la dissoluzione dell’euro, i cui meccanismi di debito e credito sono studiati per essere irreversibili, pur non potendolo essere.
Come i gruppi dirigenti intendano affrontare le drammatiche lacune dei trattati europei resta un mistero. Un pericoloso mistero. Si moltiplicano i suggerimenti di stare o uscire dall’euro, non solo da parte dei leader dei partiti che campano su questa ipotesi senza alcuna idea di ciò che possa accadere se si verificasse; come pure vengono avanzati calcoli parziali di quanto si guadagna o si perde considerando un aspetto del più vasto problema di quale economia e quale società si intende rispristinare in alternativa a quella che abbiamo: il debito pubblico e il saldo del Target 2 (il sistema dei debiti e crediti tra Stati) da pagare, la svalutazione del cambio che risulterebbe, gli effetti sull’inflazione e sulla crescita. Tutto viene presentato con argomenti non per indicare una soluzione, ma per seminare terrore tra i cittadini elettori, trovandoli indifferenti, se non proprio rafforzando la loro sfiducia nei confronti dell’euro e dell’Europa.

Nonostante ciò cresce l’avversione a chiamare il popolo ad assumersi le responsabilità delle scelte invece di affidarle a menti elette, che non hanno mostrato d’essere tali. Come fatto da Tsipras in Grecia, mentre in Italia si continua a ritenere inutile e pericoloso indire le elezioni. Non c’è dubbio che il popolo abbia le sue ignoranze e i suoi difetti, ma che essi siano rafforzati dai comportamenti dei gruppi dirigenti ovunque siano situati lo è altrettanto. Pigliamo come esempio, in quanto facile da comprendere, quello del nostro bilancio pubblico 2017. Esso è stato confezionato in vista del referendum con piccole concessioni a destra e a manca, più per raccogliere consensi che per stimolare l’economia, che avrebbe bisogno di ben altri trattamenti. Visto che chiedevamo flessibilità e poiché comprendevano le motivazioni politiche, la Commissione non si è opposta, ma aveva avvertito che avrebbe fatto una verifica a marzo. Il referendum non è andato come avevano sperato a Roma e a Bruxelles e quello era il momento per correggere gli squilibri di bilancio. Invece il Presidente della Repubblica ha pregato il Presidente del Consiglio di stare in carica fino all’approvazione del bilancio che la Commissione aveva avvertito non andasse bene, giusto o sbagliato che fosse, e il Parlamento l’ha affrettatamente approvato. Subito dopo la Commissione ha chiesto all’Italia un aggiustamento del deficit pubblico di 3,4 mld di euro, lo 0,2% del PIL, ed è in corso una negoziazione per correggere gli errori precedenti, ormai divenuti legge. Il risultato è che verranno aumentate le tasse dopo avere aumentato le spese, rafforzando la disistima dei cittadini verso le istituzioni europee e italiane, nonché le spinte deflazionistiche; queste sono dovute più alla sfiducia di come si governa che alla realtà delle cose, pur sempre in movimento negativo.

Le complicazioni internazionali infatti aumentano, l’economia e la sicurezza ne patiscono. Occorre maggiore cautela. Una riposta chiara su che cosa si intenda fare diviene indispensabile. Chiunque voglia darla. Purché sia diversa da quella che quotidianamente ci viene propinata. Se si parla chiaramente ai cittadini elettori di fronte a quali problemi ci troviamo e che cosa si intende fare per risolverli, essi capiranno. Affinché però questa comunicazione abbia un senso, i primi a capire devono essere i gruppi dirigenti interni, europei ed esteri, che ci sembra l’anello mancante per il recupero delle speranze che stanno alla base del consenso. Altrimenti l’arancia meccanica non invertirà il moto intrapreso.

Fonte: https://scenarieconomici.it/la-politica-economica-non-puo-servire-due-padroni-%EF%BB%BFdi-paolo-savona/

La guerra in Ucraina lo dimostra: l’Italia non conta nulla

Condividi su:
L’Ue si è dimostrata totalmente ininfluente sullo scacchiere internazionale. E l’Italia ha fatto peggio

di Salvatore Di Bartolo

L’escalation militare tra Russia e Ucraina ha contribuito esponenzialmente a far emergere tutte le fragilità dell’Unione europea. In queste ultime settimane, infatti, l’Ue si è dimostrata totalmente ininfluente sia nella fase in cui si sarebbe ancora potuto operare per scongiurare lo scoppio del conflitto, che nella fase immediatamente successiva all’invasione dell’Ucraina.

Il fallimento dell’Europa

Invero, l’inconsistenza politica dell’Unione non rappresenta affatto una novità: già con l’Afghanistan, ed ancor prima nel caso della guerra in Siria e delle primavere arabe, Bruxelles era risultata incapace di far sentire la propria voce e di interpretare il ruolo da protagonista che le sarebbe spettato di diritto. Il medesimo copione si sta adesso riproponendo con l’Ucraina, con un’Unione che continua a confermare uno scarso peso specifico ed una preoccupante subalternità politica agli Usa, anche in presenza di un conflitto che interessa così da vicino i territori e gli interessi dei Paesi del vecchio continente.

Un’Europa, che ha quindi colpevolmente scelto di abdicare al proprio ruolo, lasciando peraltro campo libero a paesi come Cina e Turchia, la cui sfera d’influenza continua espandersi a macchia d’olio, soprattutto nel Mediterraneo, con tutto ciò che ne consegue per gli interessi strategici europei.

Italia marginale nel mondo

L’inconsistenza dell’Unione europea, tuttavia, non rappresenta politicamente l’unica nota stonata evidenziata dal conflitto russo-ucraino. Ciò che di preoccupante è emerso in questi ultimi concitati giorni è, infatti, l’assoluta marginalità dell’Italia nello scacchiere geopolitico internazionale (ed anche in tal caso non si tratta certamente di una novità, bensì di un’amara realtà ormai tristemente accettata).

Un Paese, il nostro, dimostratosi sinora inadeguato ad interpretare il ruolo di mediatore tra gli interessi russi e quelli ucraini, che si sta esclusivamente limitando ad agire per delega commissionando la tutela degli interessi nazionali a francesi e tedeschi. E ciò, nonostante l’autorevolezza ed il prestigio internazionale di cui gode Mario Draghi.

A ciò, vanno poi a sommarsi, come se il quadro appena descritto non fosse già abbastanza sconfortante, le magre figure rimediate dai leader politici italiani in trasferta nell’est europeo. Da Matteo Salvini, partito dell’Italia con tutte le migliori intenzioni del caso, ma costretto ad incassare un imbarazzante sgarbo istituzionale da Wojciech Bakun, sindaco nazionalista di Przemysl, cittadina polacca vicina al confine ucraino, fino al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che di certo è riuscito a fare molto peggio di Salvini.

Dopo essere stato letteralmente ridicolizzato dal suo omologo russo Sergej Lavrov, che dopo averlo incontrato ebbe a dire di lui: “Ha una strana idea di diplomazia”, per giungere ad altri poco gratificanti episodi, che hanno contribuito a mettere in luce (qualora ve ne fosse il bisogno) la scarsa vena diplomatica del titolare della Farnesina, che nelle occasioni in cui è stato sinora chiamato in causa si è dimostrato essere tutt’altro che autorevole.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/la-guerra-in-ucraina-lo-dimostra-litalia-non-conta-nulla/

1 2 3 4 12