Variante sudafricana, Italia prima in Ue a chiudere i cieli.

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di Adolfo Spezzaferro

Roma, 26 nov – Variante sudafricana, l’Italia è il primo Paese Ue a chiudere i cieli: Speranza firma l’ordinanza che vieta l’ingresso alle persone che negli ultimi 14 giorni sono state in Sudafrica, Lesotho, Botswana, Zimbabwe, Mozambico, Namibia e Eswatini. Tutti Paesi dai quali non ci sono voli diretti per l’Italia. Intanto in Israele si registra il primo caso di variante sudafricana.

Variante sudafricana, Speranza blocca i voli da sette Paesi

“I nostri scienziati sono al lavoro per studiare la nuova variante B.1.1.529 – spiega il ministro della Salute -. Nel frattempo seguiamo la strada della massima precauzione”. Al momento non sono previste riunioni sulla nuova variante con il premier a Palazzo Chigi. L’Italia è il primo Paese europeo a chiudere i confini. L’Unione europea proporrà l’attivazione del “freno d’emergenza” per “i voli dalla regione sudafricana”. Misure analoghe sono state adottate da Regno Unito e Israele.

Primo caso rilevato in Israele

Proprio nello Stato ebraico è stato rilevato il primo caso di variante sudafricana, la B.1.1.529 (in attesa della lettera greca assegnata dall’Oms). A dare l’annuncio il ministero della Sanità israeliano. Il caso si riferisce ad un israeliano di ritorno dal Malawi. Sempre secondo il ministero ci sono altre due persone sospettate di essere state infettate con la nuova variante ma si stanno aspettando i test finali. Tutti e tre i cittadini coinvolti risultano essere vaccinati.

L’Ue intende interrompere voli dall’Africa meridionale

Per quanto riguarda l’Ue, “la Commissione europea proporrà, in stretto coordinamento con gli Stati membri, di interrompere i voli dalla regione dell’Africa meridionale a causa della variante B.1.1.529″. Ad annunciarlo su Twitter la presidente della Commissione Ue Ursula von del Leyen. Intanto la psicosi da nuova variante – di cui non si sa ancora nulla, sia chiaro – affonda i mercati. Dopo il calo registrato a Tokyo, Hong Kong e Shanghai, le Borse europee in avvio di seduta segnano una flessione. Gli investitori temono un forte impatto negativo sulla ripresa economica. Milano cede il 3,7 per cento, Francoforte il 3,3 per cento, Parigi il 3,6 per cento, Londra il 2,1 per cento.

In Italia – tutti ricordano il catastrofismo per la presunta pericolosità della variante Delta – ora che la copertura vaccinale è altissima, speriamo di non assistere al solito allarmismo. Anche perché per adesso non è chiaro quali siano i rischi della variante sudafricana in termini di contagiosità o di capacità di aggirare la copertura del vaccino.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/variante-sudafricana-italia-prima-in-ue-a-chiudere-i-cieli-speranza-blocca-i-voli-da-sei-paesi-215978/

I migranti al confine polacco e le scelte della Ue: due pesi e due misure?

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di Ferdinando Bergamaschi

Migranti al confine tra Bielorussia e Polonia: chi sono? Probabilmente iracheni e più in generale mediorientali. Ma soprattutto: è questa una migrazione spontanea o indotta? Tutto fa pensare che non vi sia nulla di naturale in questo fenomeno. Dai protagonisti che sono coinvolti in questa situazione, al tempismo degli eventi, alle implicazioni geopolitiche: tutto sembra rimandare a una lettura di una situazione forzata e forse pianificata. 

Partiamo dai fatti: martedì scorso la Polonia ha annunciato di aver arrestato oltre 50 migranti al confine con la Bielorussia, e precisamente vicino a Bialowieza. In  mattinata il ministro della Difesa polacco, Mariusz Baszczak, ha reso noto che erano stati fatti molti tentativi di violare il confine con la Bielorussia nella notte. E ha aggiunto di aver aumentato a 15.000 il numero dei soldati dell’esercito polacco alla frontiera. A pressare sul confine ci sono infatti centinaia di migranti. Uomini e donne che pagano dai 5.000 ai 15.000 dollari per giungere in Europa. E sono stati illusi dal governo di Minsk di poterlo fare.  

Il gioco della Bielorussia 

Secondo il Guardian, i migranti sarebbero stati attirati dalla Bielorussia, che avrebbe concesso il visto e offerto loro voli per raggiungere Minsk, la capitale del Paese, promettendo poi di portarli nell’Unione europea. Una volta raggiunto il confine, però, i migranti non sono riusciti a entrare in Polonia perché il Governo di Varsavia da giorni presidia con le sue truppe le frontiere con la Bielorussia. 

Per questo il presidente polacco Mateusz Morawiecki ha affermato che è necessario bloccare i voli dal Medio Oriente per la Bielorussia e concordare con la Ue nuove sanzioni contro il regime di Aleksandr Lukashenko. Il premier polacco, in conferenza stampa congiunta con il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha parlato di “terrorismo di Stato” da parte di Minsk. 

Due pese e due misure

In questo contesto Michel ha aperto alla possibilità di finanziare muri a protezione dei confini polacchi: “È legalmente possibile nell’ambito del quadro legale attuale, finanziare infrastrutture per la protezione dei confini dell’Ue”. E poi ha insistito proprio sul concetto che difendere i confini polacchi, così come quelli lituani significhi proteggere i confini della Ue. Una posizione che ha spiazzato molti, anche in virtù della forte polemica che lo scorso anno l’Unione Europea aveva portato avanti contro la linea di Donald Trump che voleva proseguire la costruzione del muro al confine col Messico.

In più, la solerzia con cui Bruxelles si è mossa per salvaguardare i confini orientali dell’Unione europea è quantomeno sospetta, guardando all’inerzia con la quale affronta il fenomeno migratorio ai suoi confini meridionali. Come se ci fossero due pesi e due misure: quando la rotta punta alla Germania, l’atteggiamento dell’Europa è ben diverso rispetto a quando punta all’Italia. 

Nuove sanzioni

Intanto l’asse tra Ue e Usa si è mosso prontamente. Al termine dell’incontro a Washington con il presidente americano Joe Biden, la presidente della Commissione Ue  Ursula von der Leyen ha affermato: “Estenderemo le nostre sanzioni contro la Bielorussia all’inizio della prossima settimana; e gli Stati Uniti prepareranno sanzioni che saranno in vigore da inizio dicembre”. Aggiungendo che “con il presidente americano guarderemo alla possibilità di sanzionare quelle compagnie aeree che facilitano il traffico di esseri umani verso Minsk e il confine tra Bielorussia e Ue”. 

Sanzioni di per sé ineccepibili, ma anche in questo caso non si può non notare una grande incongruenza. Infatti quando era Erdogan a minacciare di far entrare in Europa due milioni di profughi siriani, Bruxelles aveva concesso sei miliardi di euro al Governo turco per la gestione della situazione migratoria. 

Il ruolo di Mosca 

Molti analisti sostengono che dietro alla “guerra ibrida” di Lukashenko vi sia la Russia. La Bielorussia infatti è una stretta alleata di Mosca. E non è difficile immaginare che Vladimir Putin abbia tutto l’interesse ad indebolire e dividere l’Unione europea, che tra l’altro ha visto al suo interno uno scontro recente proprio con la Polonia per l’applicazione dei suoi dettami costituzionali rispetto alle norme dell’Unione. La stessa Ue ha poi sanzionato la Russia e recentemente è arrivata ai ferri corti con il Cremlino per l’aumento dei prezzi del gas. 

Mosca comunque ha respinto le accuse di chi, come il premier Morawiecki, ritiene ci sia il Cremlino dietro la crisi migratoria al confine con la Bielorussia. Il portavoce del Governo, Dmitry Peskov, ha affermato di considerare “del tutto irresponsabili e inaccettabili le dichiarazioni del primo ministro polacco secondo cui la Russia è responsabile di questa situazione”. Dal canto suo il presidente Putin ha rincarato la dose puntando il dito su Bruxelles: “Le organizzazioni criminali impegnate nel traffico di esseri umani hanno sede in Europa”, ha detto. “È dunque compito della Ue gestire il problema”. 

Comunque stiano le cose, Angela Merkel ha voluto telefonare al presidente russo. Nel colloquio la cancelliera tedesca gli ha chiesto di intervenire ed esercitare la sua influenza su Lukashenko, definendo “disumana e del tutto inaccettabile” la strumentalizzazione dei migranti a cui stiamo assistendo.

Draghi: riforma o dissoluzione dello stato?

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

Con l’avvento di Draghi, l’Italia si è scoperta paese leader in Europa e potenza geopolitica mondiale. Con la fine dell’era Merkel ed un Macron probabilmente prossimo al congedo, emerge Draghi, quale demiurgo mediatico della nuova Europa. Questa immagine virtuale è del tutto falsa e perfino tragicomica, ma è tuttavia idonea a legittimare nella politica italiana il processo riformatore messo in atto da una ristretta cabina di regia presieduta da Draghi, leader di un governo acquiescente, in virtù della espropriazione delle funzioni del Parlamento.

Il G20 di Roma, come tutti quelli che lo hanno preceduto, si è risolto in una scenografia mediatica senza alcuna decisione rilevante tra i grandi della terra. L’unico fatto politico degno di nota emerso dal G20, è la riaffermazione del primato americano sull’Occidente e la ricompattazione degli alleati europei nel contesto del multilateralismo geopolitico a guida americana. Biden ha infatti dichiarato nel suo colloquio con Draghi: “Stai facendo un lavoro straordinario qui! Dobbiamo dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Ci stai riuscendo”.

Draghi è dunque delegato da Biden a realizzare un nuovo modello di sviluppo neoliberista in Italia e in Europa. L’impianto delle riforme da attuare in Italia, in base alle condizionalità poste dalla UE con il varo del NGEU ne è la conferma.

Giustizia: una riforma lesiva dello stato di diritto

La prima riforma messa in atto dal governo Draghi è stata quella della giustizia. Una riforma della giustizia penale destinata ad incidere sulla struttura del sistema giudiziario, che tuttavia non ha suscitato dibattiti e contrapposizioni di rilievo in una politica ufficiale, ormai estranea alla realtà del paese e omologata alle direttive di una elite tecnocratica eurodiretta.

Sono note le inefficienze della giustizia italiana, specie riguardo alla durata dei procedimenti. Pertanto, nell’intento di velocizzare i processi, è stata introdotta come causa di improcedibilità il superamento dei termini di durata massima dei procedimenti penali. L’improcedibilità scatta qualora il giudizio d’appello non si concluda entro 2 anni e quello di cassazione entro 1 anno. Tali termini possono essere prorogati rispettivamente di 1 anno per l’appello e di 6 mesi per la cassazione, per gravi delitti e giudizi complessi. Ulteriori proroghe sono stabilite nei procedimenti per delitti riguardanti il terrorismo, eversione dell’ordinamento costituzionale, associazione mafiosa e altri reati di particolare gravità. Vengono inoltre ampliate le possibilità di accedere a riti alternativi, quali il patteggiamento e il giudizio abbreviato.

Si vuole istituire una giustizia rapida, spesso a discapito dei diritti fondamentali dei cittadini, quali il diritto alla difesa, con rilevanti lesioni ai principi dello stato di diritto.

La riforma Cartabia inoltre delega al Parlamento l’indicazione delle priorità dei reati da perseguire. Questa norma fa venir meno nei fatti l’obbligatorietà dell’azione penale, principio fondamentale nel nostro ordinamento. Vi è la concreta possibilità che l’orientamento politico di un governo possa prevaricare l’indipendenza della magistratura. Nulla esclude poi che in futuro una maggioranza governativa possa servirsi dell’arma giudiziaria a fini repressivi, allo scopo cioè di tacitare, se non di criminalizzare le opposizioni scomode.

Una giustizia rapida, secondo l’orientamento del governo Draghi e conformemente alle direttive della UE, avrebbe l’obiettivo di favorire gli investimenti e la crescita. L’ispirazione ideologica della riforma è evidente: la ragione economica, in un sistema neoliberista, prevale sui principi dello stato di diritto.

Riforma fiscale: verso l’imposizione patrimoniale

La legge di bilancio ha stanziato un fondo di 8 miliardi all’anno per ridurre la pressione fiscale. Sono state messe in campo 3 opzioni: ridurre le aliquote IRPEF relative al “cuneo fiscale nel lavoro e le aliquote marginali effettive”, agire sul sistema delle detrazioni per i redditi di lavoro dipendente, ridurre l’IRAP per i redditi d’impresa.

Secondo l’indirizzo seguito dalla Commissione finanze, la riduzione delle aliquote riguarderebbe il ceto medio, quei redditi cioè che si attestano tra i 28.000 e i 55.000 euro, lo scaglione oggi corrispondente all’aliquota del 38%, che potrebbe essere ridotta fino al 34%. Beneficerebbero quindi del taglio IRPEF i redditi medio – alti che costituiscono il 21,2% della platea dei contribuenti. Resterebbero pertanto esclusi dai benefici i redditi medio – bassi fino a 28.000 euro. L’iniquità di tale misura è evidente, in quanto l’effetto del beneficio sarebbe di maggiore consistenza per i redditi più alti. Infatti, mentre i contribuenti con reddito pari a 41.000 euro usufruirebbero di uno sconto di 500 euro, coloro che si collocano oltre i 75.000 euro godrebbero di una riduzione di 1.000 euro.

E’ stato più volte ribadito che il sistema fiscale debba ispirarsi al principio della progressività. Occorre però rilevare che l’imposta progressiva oggi grava esclusivamente sui redditi da lavoro, sia dipendente che autonomo. Redditi da capitale, imposta societaria (IRES), redditi fondiari, sono invece assoggettati ad imposte proporzionali, che nell’ultimo decennio hanno beneficiato di cospicue riduzioni di aliquote. Pertanto, si deve dedurre che il carico fiscale è stato sopportato in misura sempre più gravosa dai lavoratori, a vantaggio delle classi più abbienti, che hanno usufruito di benefici fiscali assai rilevanti.

Secondo le direttive della riforma Draghi, il governo metterà mano alle imposte sostitutive. E’ quindi prevedibile un aggravio della flat tax sul lavoro autonomo dei contribuenti minimi (5-10%), della cedolare secca sugli affitti (10-21%), dell’imposta sui premi di produttività (10%), dell’imposta sugli interessi sui titoli di stato (12,50%), onde adeguarle al primo scaglione d’imposta del 23%. In coerenza con tale principio, verrebbe però ridotta l’aliquota sui redditi finanziari, oggi al 26%, anche se tale ribasso produrrebbe un minor gettito di 1,4 miliardi. I grandi investitori commossi ringraziano!

Il taglio delle tasse per 8 miliardi, non sarà comunque adeguato per favorire una crescita stabile, né sarà sufficiente a colmare lo squilibrio di 5 punti tra il cuneo fiscale e contributivo che grava sui lavoratori italiani rispetto alla media UE. Non sarà raggiunto nemmeno l’obiettivo del superamento dell’IRAP, che grava sui fatturati delle imprese, il cui gettito è pari a 12 miliardi. E’ prevista solo una riduzione delle aliquote.

Questa manovra è comunque transitoria, in vista di riforme strutturali che coinvolgeranno il fisco italiano nei prossimi anni. La filosofia che informa l’impianto di una riforma imposta dalla UE, prevede il progressivo trasferimento della pressione fiscale dai redditi finanziari e di impresa al patrimonio immobiliare. In questo contesto si inquadra la riforma del catasto patrocinata da Draghi (e che figura tra le condizionalità del NGEU), che comporterà la revisione degli estimi catastali, al fine di adeguarli ai valori di mercato. La riforma del catasto produrrà inevitabilmente rilevanti aggravi delle imposte patrimoniali sugli immobili (IMU), valutabili per oltre il 60%. Draghi ha annunciato che tale riforma non comporterà aggravi fiscali fino al 2026. Si rileva comunque che tale riforma, che prevede l’istituzione di un sistema fiscale improntato alla tassazione patrimoniale, è in coerente continuità con la politica del governo Monti.

L’imposta patrimoniale è per sua natura una forma di tassazione straordinaria, a cui storicamente si è fatto ricorso in fasi emergenziali. L’imposta patrimoniale è stata introdotta in altre epoche quale strumento di politica fiscale che avesse la finalità di contrastare le concentrazioni di ricchezza nelle mani di pochi e in impieghi spesso improduttivi. Mediante l’imposta patrimoniale si sono infatti realizzate politiche di redistribuzione del reddito e di riequilibrio delle diseguaglianze sociali. Non a caso, l’imposizione patrimoniale era parte integrante dei programmi di politica sociale della sinistra del secolo scorso.

Ma è ormai definitivamente tramontata l’epoca del dominio di classe dei detentori delle rendite fondiarie, dei latifondi, dei padroni delle ferriere. Infatti l’imposizione patrimoniale è oggi parte integrante delle politiche neoliberiste imposte dal FMI, dall’OCSE, dalla UE. Il patrimonio immobiliare in Italia, è in larga parte detenuto dal ceto medio, quale forma di impiego del risparmio, consolidatosi per varie generazioni.

E’ peraltro una pura illusione, l’idea secondo cui con l’imposta patrimoniale e l’imposta di successione si andrebbero a colpire i grandi patrimoni e si possano combattere le diseguaglianze. Le classi dominanti, mediante l’uso e l’abuso dello strumento societario, il trasferimento dei capitali nei paradisi fiscali, il ricorso a pratiche di occultamento dei patrimoni su scala globale, sono del tutto immuni da tali forme di tassazione. La funzione dell’imposta patrimoniale, nel contesto di un sistema neoliberista è quella di trasferire il prelievo sul risparmio e sui patrimoni dei cittadini, al fine di smobilitare i capitali investiti nel comparto immobiliare per farli affluire nei mercati finanziari. La classe dominante persegue dunque una logica di accaparramento selvaggio della ricchezza a danno dei popoli.

Mediante l’imposizione patrimoniale, gli stati dovranno reperire le risorse finanziarie necessarie per realizzare la rivoluzione digitale ed energetica. I relativi costi sono imputati agli stati e quindi ai popoli. Le trasformazioni previste dal Grande Reset, sono state progettate dal World Economic Forum (WEF) di Davos, non dagli stati.

Riforma previdenziale: il ritorno della Fornero

La riforma previdenziale si renderebbe necessaria in base ad un ineludibile imperativo morale. La attuale insostenibilità del sistema previdenziale italiano, finirebbe per penalizzare i “senza quota” (giovani e non con impieghi precari e/o sottopagati), che sarebbero costretti a lavorare fino a 70 anni, con la prospettiva di percepire assegni pari al 50% dello stipendio. Le vecchie generazioni, usufruendo dei “privilegi” del welfare, avrebbero sottratto le risorse a quelle nuove. Al conflitto sociale del ‘900, si vuole sostituire quello generazionale, con l’effetto di istaurare l’ennesima guerra tra poveri. Il governo eurocratico di Draghi, sull’onda dell’emergenza sia sanitaria che previdenziale, vuole ripristinare, dopo l’abolizione di quota 100 e la transizione di quota 102 per il solo 2022, la famigerata legge Fornero.

La riforma pensionistica, prevista tra le condizionalità del NGEU, è stata imposta all’Italia sulla base dei dati OCSE sulla spesa pensionistica italiana che tuttavia si discostano dalla realtà. Il sistema pensionistico italiano è stato già oggetto di progressivi tagli con la riforma Dini, con i correttivi del governo Prodi e infine con la riforma Fornero nel 2011; tutte riforme imposte da direttive europee. Innanzitutto, si rileva che i dati di spesa dell’INPS sono compresivi della spesa per l’assistenza, che invece negli altri paesi è a carico della fiscalità generale. Secondo i dati di Eurostat del 2019, la spesa pensionistica italiana è pari al 16% del Pil, superiore cioè a quella della Germania (12%), della Francia (14,8%), della Spagna (12,7%). Tali dati però sono stati elaborati al lordo della imposizione fiscale sulle pensioni che è assai differenziata tra i paesi. Infatti, ad esempio, su una pensione di 1.500 euro, in Germania il carico fiscale è di 60 euro, mentre in Italia ammonta a 600 euro. Poiché l’imposizione fiscale, in termini di spesa pubblica costituisce una partita di giro, l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil, al netto del fisco (che grava per 1/4 del reddito), è del 12%, in linea quindi con l’Europa.

Nel 2020 la spesa pensionistica è stata di circa 215 miliardi, mentre le entrate contributive sono state di circa 200 miliardi. Il deficit dell’INPS è di circa 15 miliardi. Ma se si tiene conto del fatto che sulle pensioni è stato effettuato un prelievo fiscale di 53 miliardi, è facile comprendere che, con una pressione fiscale più ridotta, la gestione previdenziale sarebbe attiva. L’allarmismo mediatico è quindi infondato.

Non sarà rinnovata quota 100. Si è riscontrato il fallimento di quota 100 riguardo all’obiettivo di creare nuova occupazione. Quota 100 avrebbe solo favorito una riduzione del costo del lavoro delle imprese: a fronte di 3 pensionamenti ha fatto riscontro una assunzione. Il tasso di sostituzione è stato dello 0,40. Il 40% non sembra però una percentuale fallimentare, dato che nella Pubblica Amministrazione è rimasto in vigore il blocco delle assunzioni e non sono stati indetti nuovi concorsi. Nel corso della pandemia sono stati infatti richiamati in servizio medici anziani, data la carenza di personale sanitario dovuta alla mancanza di nuovi assunti. Negli ultimi 10 anni sono emigrati 10.000 giovani medici, data la mancanza di sbocchi professionali in Italia!

L’impatto della legge Fornero, ripristinata dal governo Draghi, si rivela devastante per le nuove generazioni. Il sistema contributivo puro applicabile per gli assunti dal 1996 e la diffusione generalizzata del precariato, con occupazione discontinua e sottopagata, determineranno l’innalzamento dell’età pensionabile a 70 anni, con assegni oltre che dimezzati. Inoltre, l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro è oggi tardivo, il turnover dei lavoratori di età media è sempre più precoce, a causa della rapida obsolescenza di tante figure professionali, dovuta alla continua avanzata del progresso tecnologico.

Da un report pubblicato su “La Repubblica” del 25/10/2021, emergono dati allucinanti circa il futuro dei “quota zero”. Secondo una simulazione che prende come base lavoratori che oggi hanno 25,30,35 e 40 anni, con stipendi con l’incremento annuale dell’1,5% e una crescita del Pil dello 0,3% annuo, emerge che ad una età pensionabile tra i 68 e i 72 anni i futuri pensionati percepirebbero assegni tra 55% e il 64% dell’ultimo stipendio. Tale simulazione è stata però effettuata sulla ipotesi di una carriera continuativa. Se invece la carriera è discontinua o la fuoriuscita è precoce, la pensione si ridurrebbe fino al 45% e sarebbe erogata solo dopo i 70 anni.

Gli effetti della Fornero comporterebbero inoltre ulteriori e progressivi innalzamenti dell’età pensionabile in base al parametro ISTAT sulla speranza di vita, coefficiente destinato ad aumentare. Infine, qualora la pensione non superi la soglia di 2,8 volte l’assegno sociale, non sarà possibile il pensionamento anticipato, mentre nei casi in cui non lo superi di 1,5 volte, non sarà erogato nemmeno l’assegno di vecchiaia e l’età pensionabile sarà innalzata di 4 anni. In conclusione, si andrà in pensione tra i 71 e i 77 anni. Questo sistema imposto dalle direttive europee, può produrre solo giovani precari, lavoratori sottopagati, esodati precoci e grandi masse di pensionati sotto la soglia di povertà.

L’impostazione delle riforme previdenziali susseguitesi fino ad oggi, ha una precisa matrice ideologica. Nell’economia neoliberista infatti, il progressivo smembramento dello stato sociale, si renderebbe necessario al fine di liberare risorse per la crescita. Ma è stata proprio la politica di austerity, in attuazione del patto di stabilità della UE, a determinare, oltre che un incremento della povertà conseguente alla devastante contrazione della spesa pubblica, anche il calo verticale degli investimenti e dei consumi e quindi l’avvento della recessione economica e della deflazione.

In tema di spesa previdenziale, gli squilibri del sistema sono emersi proprio a causa della bassa crescita. La depressione economica è stata inoltre una delle principali cause del calo della natalità nel nostro paese. Dal 2011 il Pil italiano registra una crescita inferiore al 9%, mentre la Germania è cresciuta di quasi il 30%, la Francia del 19%, la Spagna del 16%. Si rileva inoltre che in Italia il tasso di rivalutazione del montante contributivo è agganciato al Pil e quindi, in assenza di crescita, le pensioni hanno registrato ulteriori, rilevanti decurtazioni.

La precarietà e la compressione salariale hanno contribuito in misura rilevante a decrementare il montante contributivo. La mancata crescita è da imputarsi anche alla carenza di domanda interna, dovuta al basso livello retributivo dei lavoratori italiani. L’Italia è l’unico paese europeo in cui i lavoratori guadagnano meno di 30 anni fa. Tra il 1990 e il 2020 i salari medi sono aumentati in Germania del 33,7%, in Francia del 31,1%, mentre in Italia il calo è stato del 2,9%. Nel 1990 i salari medi italiani erano al 7° posto in Europa, nel 2020 sono precipitati al 13° posto. Secondo i dati dell’OCSE, nel periodo pandemico tra il 2019 e il 2020, la contrazione salariale, in Francia del 3,2% e in Spagna del 2,9%, in Italia è stata del 6%, dovuta alle ore non lavorate e alla perdita di occupazione.

Il governo Draghi non è davvero innovativo, è solo la reincarnazione del governo Monti .

Verso la dissoluzione dello stato?

Le riforme di Draghi hanno come finalità la trasformazione strutturale dello stato. Si vuole infatti realizzare un processo evolutivo di riforme di stampo neoliberista che comportino la progressiva estraneazione dello stato dalla società civile. Allo stato sovrano subentrerà uno stato di stampo neoliberista, le cui strutture siano funzionali alle strategie di trasformazione messe in atto dalle oligarchie economiche e finanziarie globali. L’azione del governo Draghi non mira alla riforma dello stato ma alla sua dissoluzione.

In tale contesto è del tutto risibile millantare come un successo del G20 di Roma l’aver imposto ai giganti del web e dell’e-commerce una minimum tax del 15% a favore degli stati in cui vengano realizzati i loro profitti. Saranno invece i popoli a sostenere i costi della ristrutturazione economica digitale ed ambientale su scala globale. Afferma a tal riguardo Diego Fusaro: “Mi siano concesse alcune riflessioni rapsodiche intorno al G20 che si è svolto in questi giorni a Roma. A partire dall’essenza stessa del G20, esso è il ritrovo periodico nel quale il padronato cosmopolitico sans frontières e i suoi maggiordomi governativi senza anima si danno convegno in località di volta in volta diverse e con un obiettivo molto chiaro: fare il punto sulla loro agenda e sui loro interessi di classe al di là dell’interesse nazionale dei ceti medi e delle classi lavoratrici, al di là delle specifiche sovranità nazionali. Come sappiamo lo stato nazionale, al tempo della globalizzazione in cui sovrano è soltanto il mercato, diventa semplicemente uno strumento nelle mani dei gruppi dominanti, diventa una nuova forma di gestione dell’economia globale per il mezzo dei governi locali. Vorremmo dirlo con Michel Foucault, lo stato neoliberale è quello che governa non il mercato bensì per il mercato”.

UE vs Polonia: l’oligarchia tecno-finanziaria contro i Popoli

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QUINTA COLONNA

di Antonio Catalano

Fonte: Antonio Catalano

L’Unione europea che accusa la Polonia di non essere uno stato di diritto è un vero ossimoro, visto che la prima non rispetta nessuna distinzione tra potere esecutivo e legislativo. La Commissione europea attacca Varsavia in difesa dei “valori” comuni, come se l’Ue fosse dotata di una Costituzione (bocciata dai francesi nel referendum del 2005) e non fosse soltanto un Trattato. Perché molto spesso gli europeisti tutto d’un pezzo fanno finta di dimenticare che l’Ue non è uno stato federale, ma è un semplice trattato economico tra stati europei (ma non è l’Europa!). Infatti, lo stesso Regolamento Ue 2020/2092 che si fonda sull’interesse finanziario dell’Unione è stato ritagliato su misura per vincolare i trasferimenti finanziari ai desiderata di Bruxelles.

La Commissione europea di Ursula von der Leyen sta facendo opera di “persuasione” per spingere perché si vada a una ulteriore erosione delle prerogative delle singole nazioni. Persuasione democratica per cui o si fa quel che dice l’Unione (che è la logica del Recovery) o ciccia. La Commissione europea non perde tempo: congela l’approvazione dei 36 miliardi del Recovery alla Polonia, sospende i pagamenti del bilancio ordinario, sospende il diritto al voto sull’opzione nucleare dello Stato “colpevole”.

Ma quale atto inaudito ha compiuto la Polonia di Morawiecki? Recentemente il Tribunale costituzionale di Varsavia ha definito non conformi alla Costituzione gli articoli 1 e 19 del Trattato sull’Ue, in soldoni la Polonia non può accettare la supremazia dei Trattati europei sulla propria Costituzione. Apriti cielo! Cosa si mettono in testa questi sovranisti polacchi? Già nel luglio di quest’anno la Corte europea aveva censurato la Sezione suprema disciplinare nazionale polacca, incaricata di indagare sugli errori dei magistrati, affermando che detta sezione non è imparziale e minaccia lo Stato di diritto e l’indipendenza delle doghe. Ma Morawiecki non ci sta a subire la pressione eurocratica: «È inaccettabile imporre la propria decisione ad altri senza alcuna base legale. Ed è tanto più inaccettabile usare il linguaggio del ricatto finanziario per questo scopo e parlare di sanzioni. Non accetto che la Polonia venga ricattata e minacciata dai politici europei».

La Polonia sta dimostrando di avere una tempra di ben altra consistenza degli italiani, che fanno a gara per dimostrare di essere disciplinati scolaretti, specialmente ora che le operazioni sono state affidate all’ ex governatore della Bce. In area global-progressista si sghignazza contro i sovranisti (o presunti tali), «questo grumo ideologico di nazionalismo securitario e xenofobo», come ebbe a dire due anni fa Massimo Giannini. Così che anche la progressista Treccani introduceva nel suo vocabolario una interessante distorsione semantica della parola sovranismo, “sovranismo psichico”, voce elaborata sulla base delle interpretazioni date da Roberto Ciccarelli sul “Manifesto” (il sovranismo «assume i tratti paranoici della caccia al capro espiatorio»). Il sovranismo come patologia psichiatrica quindi, «una nuova malattia, un fatto psichico», come suggellò il maitre a penser della psicanalisi progressista, Massimo Recalcati.

Quindi l’ex ministro piddino della Giustizia Andrea Orlando era ancora affetto da questa malattia psichica quando nel suo intervento alla Festa del FQ del 2016 si lasciò sopraffare dalla sincerità dichiarando che il “pareggio di bilancio” introdotto nella nostra Costituzione era in fondo il risultato di un golpe (notturno) della sua maggioranza? Una riforma «sostanzialmente passata sotto silenzio», per niente il frutto di un dibattito nel Paese. Parole testuali di Orlando: «Oggi noi stiamo vivendo un enorme conflitto tra democrazia ed economia. Oggi sostanzialmente i poteri sovranazionali sono in grado di bypassare completamente le democrazie nazionali. I fatti che si determinano a livello sovranazionale, i soggetti che si sono costituiti a livello sovranazionale, spesso non legittimati democraticamente, sono in grado di mettere le democrazie di fronte al fatto compiuto». La Bce più o meno disse: «O mettete questa clausola nella vostra Costituzione, o altrimenti chiudiamo i rubinetti e non ci sono gli stipendi alla fine del mese». Per poi dire che quella fu una delle scelte «di cui mi vergogno di più, mi vergogno di più di aver fatto».

Ora i suoi sodali di partito affettano scherno, sufficienza, arroganza, sorrisini arroganti (mi viene in mente la faccia beffarda di Matteo Ricci) quando dicono che o si è sovranisti o si sta nell’Europa. Volutamente ignorando, ancora una volta, che Ue e Europa sono due soggetti distinti. Tanto per capirci, nell’Europa ci sta anche la grande Russia. O no, cari traditori dei popoli?

“Tecnocrate argine al sovranismo”: Draghi l’atlantista incoronato nuovo leader Ue

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di Adolfo Spazzaferro

Roma, 19 ott – “Tecnocrate argine al sovranismo”: gli Usa incoronano Mario Draghi candidato leader Ue ideale, anche perché l’ex numero uno della Bce è filo americano. E proprio questo potrebbe essere il problema per la Ue, per stessa ammissione dell’agenzia economica Bloomberg. Sì, perché a differenza della Merkel, l’attuale presidente del Consiglio incarna il multilateralismo spudoratamente atlantista. Ciò detto, Draghi incassa il plauso degli States per una serie di ragioni tutt’altro che rassicuranti. Infatti il motivo principale per cui il premier italiano è ben visto come possibile guida della Ue è perché è un argine efficace al sovranismo e ai movimenti di destra. Ma non solo, è l’uomo giusto per gestire i miliardi Ue del Recovery fund in chiave green. Nonché – e questo preoccupa più di tutto – ha dimostrato fermezza contro i no green pass, non cedendo di un millimetro.

Il plauso alla fermezza contro i no green pass

L’esito delle elezioni amministrative in Italia, con la sconfitta dei “sovranisti”, secondo Bloomberg è una ulteriore prova del successo politico del presidente del Consiglio in chiave moderata. Nell’editoriale dedicato a mister “Whatever It Takes”, in cui appunto di lui si dice che “ha salvato l’euro con tre parole”, si fa riferimento alla situazione in Italia. L’agenzia Usa plaude al pugno di ferro di Draghi nei confronti di chi ha manifestato contro l’obbligo del green pass, citando il caso dei portuali di Trieste. Fermezza riverberata anche nell’esito delle amministrative, dove chi strizzava l’occhio alle proteste è stato penalizzato. E dove invece si sono affermati grigi burocrati, una “sorta di esercito di mini Mario”.

La “fedeltà” agli States

Tuttavia, avverte l’editoriale, “sarebbe un errore considerare Draghi una figura intercambiabile a quella di Merkel o di Macron”. Il premier italiano infatti è molto più vicino agli States. A tal proposito, Bloomberg ricorda il passato di Draghi al Massachusetts Institute of Technology, alla Banca mondiale e a Goldman Sachs. Secondo l’editoriale, il presidente del Consiglio italiano esprime la visione di un multilateralismo nel quale “gli Stati Uniti sono i principali azionisti”. Prova ne è la brusca franata che Draghi ha impresso alla politica italiana di appeasement della Cina. Così come il fatto che sia rimasto in silenzio circa la frattura diplomatica tra Stati Uniti e Francia innescata dall’accordo di sicurezza Aukus.

Un tecnocrate con un problema di legittimità

Infine, pone giustamente in risalto l’editoriale, Draghi è un tecnocrate messo alla guida del governo del Paese dal presidente della Repubblica a causa del fallimento della politica. Ma non è stato eletto da nessuno. Quindi gli manca quella legittimità che ha avuto la Merkel per 16 anni di potere. Ciononostante va da sé che gli States Draghi se lo tengono stretto, come alleato e come potenziale successore della Merkel alla guida della Ue.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/tecnocrate-argine-sovranismo-draghi-atlantista-incoronato-nuovo-leader-ue-211269/

Il caso Polonia, tra sovranismo e libertà d’azione: la spina dell’Est nel fianco della Ue

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LETTERE DEL LETTORE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo che si trova anche su: https://www.ilmiogiornale.net/il-caso-polonia-tra-sovranismo-e-liberta-dazione-la-spina-dellest-nel-fianco-della-ue/

di Ferdinando Bergamaschi

La Polonia è uno dei 27 Stati membri dell’Unione europea. Insieme a Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia fa parte del Gruppo di Visegrád. Questo gruppo, come è noto, si è spesso scontrato con l’impostazione giuridica (e in un secondo momento anche finanziaria) dell’Unione europea.

L’ultimo caso riguarda la Polonia. La Corte suprema di Varsavia nei giorni scorsi ha infatti stabilito che alcune parti della legislazione dell’Unione Europea non sono compatibili con la Costituzione della Polonia. In questo modo, com’è evidente, si dice implicitamente che il diritto nazionale prevale su quello europeo. 

Così facendo, Varsavia pone le basi per un possibile scontro con Bruxelles. A questo proposito il giudizio della Corte polacca è chiaro: “Il tentativo della Corte europea di giustizia di essere coinvolta nei meccanismi legislativi polacchi viola le norme che rispettano la sovranità nell’ambito del processo di integrazione europea”. Ce n’è abbastanza perché molti osservatori parlino già di Polexit. 

Muri e dintorni

Quel che è certo è che la reazione dell’Unione europea non si è fatta attendere. È la stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, che risponde seccamente alla Polonia: “Useremo tutti i poteri che abbiamo in base ai trattati per assicurare il primato del diritto Ue su quelli nazionali incluse le disposizioni nazionali. È quello che gli Stati membri hanno sottoscritto, come membri dell’Unione europea”. 

In questo clima, che ha visto scendere in piazza anche i polacchi pro Bruxelles, si inserisce un’altra questione spinosa che riguarda ancora una volta direttamente Varsavia. Infatti il Governo guidato da Mateusz Jakub Morawiecki, insieme con altri 11 Paesi dell’Ue (molti dei quali già satelliti dell’impero sovietico più Danimarca, Grecia e Cipro), nelle scorse settimane ha inviato alla Commissione europea una lettera con la richiesta che Bruxelles finanzi la costruzione di muri anti-migranti.

Lapidaria è stata a questo riguardo la risposta da Bruxelles: fate come volete ma non con i soldi comuni. E su questa linea di difesa dei confini nazionali Varsavia, peraltro, ha deciso di prolungare lo stato d’emergenza alla frontiera con la Bielorussia mobilitando migliaia di militari per frenare il flusso di migranti messi (appositamente o meno) in fuga dal regime di Lukashenko. 

È evidente comunque che il nodo della questione è sempre lo stesso: quale sia la capacità dell’Unione europea di risolvere problemi che pur riguardando singoli Stati nazionali riguardano al tempo stesso il fondamento della sua stessa unità ed esistenza.

Est Europa in mezzo al guado

Da un certo punto di vista si può dire che l’imperialismo sovietico era più “nazionalista” di quanto non lo è stato l’imperialismo occidentale. Se infatti la feroce egemonia dell’Urss si basava sul concetto nazionalista della “grande madre patria russa”, l’egemonia o, per meglio dire, l’influenza occidentale era in gran parte fondata sul concetto, internazionalista per eccellenza, di dominio della finanza; e la finanza, per definizione, non ha né patria, né nazione, né terra d’origine. 

Per quanto, quindi, gli stati dell’Est Europa guardino giustamente con orrore alla passata dominazione sovietica, negli stessi è però rimasta una matrice nazionalista. Questo perché il regime stalinista e post-stalinista non era fondato sulla finanza bensì sulla burocrazia, la quale, rispetto alla finanza, quantomeno riconosce l’appartenenza ad una nazione.   

D’altra parte, però, l’Occidente liberaldemocratico, dopo la caduta del muro di Berlino, poteva garantire a quegli Stati una libertà d’azione per i singoli cittadini enormemente superiore rispetto a quella che garantiva la gabbia sovietica.

Ecco allora che quei popoli – e la Polonia ne è l’esempio più lampante – una volta venuta meno la cortina di ferro, si sono trovati in mezzo a due pulsioni: quella della rivendicazione della loro coscienza nazionale che l’Urss, malgrado tutto, non aveva soppiantato; e quella della libertà d’azione che sarebbe stata garantita prima dalla Nato e poi dall’Europa, e quindi dall’Occidente nel suo complesso.  

Così si spiega la ricerca di mediazione che questi Paesi anelano, tra identitarismo con le proprie radici (sovranismo) e libertà d’azione (occidentalismo): ma questa mediazione, crediamo, sarebbe proprio un sano ed equilibrato europeismo.

Elezioni: astensionismo e voto classista

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Ottima analisi di Luigi Tedeschi, che abbiamo fatto, identica nella sostanza, anche noi di “Christus Rex” (N.d.R.). I grassetti sono nostri.

di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

Qual è il risultato sostanziale delle elezioni del 4/5 ottobre? La vittoria del centrosinistra, esaltata dalla retorica mediatica era scontata, a causa della prevedibile disfatta del M5S. In realtà, è il record delle astensioni il fatto più eclatante di questa tornata elettorale. L’astensionismo ha raggiunto la percentuale del 45,31 quota mai raggiunta nella storia repubblicana. Il record negativo è stato registrato a Milano e Torino, proprio nell’ex cuore pulsante dell’industria italiana, in cui la partecipazione politica di massa era più accentuata.

La democrazia italiana, già in stato comatoso, probabilmente morirà a causa del dissanguamento del corpo elettorale. Va estinguendosi cioè la partecipazione popolare alla politica, dato la divaricazione sempre più marcata creatasi sia nella società civile che nelle istituzioni politiche tra classi dirigenti elitarie e masse di cittadini emarginate ed escluse dai centri decisionali della politica.

La politica mediatica si pone l’irrisorio problema se questo risultato elettorale possa rafforzare o indebolire il governo Draghi. Ma per Draghi è del tutto indifferente l’esito di questa competizione elettorale, dato che il suo governo non si è insediato in virtù di una maggioranza emersa dal consenso popolare. E’ nella sostanza un governo tecnico (e governo del Presidente), camuffato politicamente dal sostegno di quasi tutto il parlamento, che impone l’attuazione delle direttive europee, a prescindere dagli orientamenti politici dei partiti.

Con il governo Draghi si è imposta una cabina di regia di stampo oligarchico e tecnocratico che di fatto ha esautorato il potere legislativo del parlamento. I partiti della compagine governativa rivestono una funzione notarile, quella cioè di legittimare politicamente decisioni ed indirizzi già concordati e, nella sostanza, imposti dagli organismi della UE (vedi riforme e condizionalità del NGEU). In questo contesto, le elezioni quindi di tramutano in acclamazioni, in un assenso formale simile a quello vigente dei regimi totalitari.

Gli stessi partiti di governo hanno accettato questo ruolo subalterno, con l’intento di deresponsabilizzarsi politicamente: non vogliono cioè assumersi la paternità di leggi e riforme impopolari. A tal fine hanno investito Draghi del potere decisionale, un uomo che vanta un grande prestigio nella UE e non necessita di consensi elettorali. Draghi è pertanto quotidianamente acclamato ed esaltato dalla politica ufficiale e dal circo mediatico, al punto di invocare una sua permanenza al governo illimitata, un premierato simile alla presidenza a vita conferita a Xi Jinping in Cina. Ma è certo che i partiti di governo pagheranno assai duramente questa svolta “draghista” in termini di consenso e credibilità.

La crisi della democrazia in Occidente è da imputare proprio alla formazione dei governi di unità nazionale scaturita da stati di emergenza, ma poi divenuta governance ordinaria e permanente. Con l’unità nazionale viene meno la dialettica democratica degli schieramenti contrapposti, del necessario confronto tra maggioranza e opposizione. La tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra (ridotta ormai ad un talk show permanente), nell’unità nazionale si dissolve in un centrismo asettico conformista, privo di idee e contenuti politici, limitato alla gestione dell’esistente.

La politica si è convertita in antipolitica istituzionale. I poteri decisionali sono stati devoluti ad organismi sovranazionali: l’antipolitica ha soppiantato dal democrazia.

Quali le ragioni di questo astensionismo di massa? Esse sono molteplici. Ha certo influito l’emergenza pandemica, che ha prodotto uno stato di angoscia collettiva per la propria sopravvivenza. Si è quindi affermato un regime terapeutico, cui ha fatto riscontro una totale soggezione delle masse ai provvedimenti governativi emergenziali e alle autorità sanitarie. Si è generato un clima di accettazione acritica della politica dell’emergenza.

La pandemia ha inoltre determinato il fenomeno del riflusso nella sfera privata dell’esistenza e quindi un atteggiamento di indifferenza nei confronti di una politica divenuta estranea alle problematiche individuali.

Ma soprattutto ad incidere sulla diserzione dalle urne è stata la delusione derivante dal tradimento delle aspettative di cambiamento che il popolo italiano aveva riposto nel M5S, che, grazie al successo elettorale nelle elezioni politiche del 2018, era diventato partito di maggioranza relativa.

Il M5S, che formò con la Lega il governo gialloverde Conte 1, rappresentava il superamento della dicotomia destra / sinistra, adottò un atteggiamento critico verso la UE in difesa della sovranità nazionale, istituì il reddito di cittadinanza e approvò in tema previdenziale quota 100 (un parziale superamento della legge Fornero). Ma poi, sia il M5S che la Lega vennero meno alle promesse di cambiamento. Il M5S diede vita al governo giallorosso con il PD (aveva giurato “mai col PD”) e insieme alla Lega ha aderito al governo Draghi.

L’astensionismo di massa è quindi interpretabile come la manifestazione di netto dissenso verso la classe politica nella sua generalità, specie nei confronti di quei partiti che hanno tradito le istanze di cambiamento sistemico emerse dalla società civile. E’ stato ripetutamente affermato che il successo del PD sia frutto di una scelta dell’elettorato per i partiti tradizionali, in quanto “usato sicuro”, preferibile al velleitarismo confuso dei partiti populisti del cambiamento. Ma l’astensionismo dilagante dimostra invece che il PD, unitamente ai partiti ascari di Draghi, rappresentano invece un “usato da destinare allo smaltimento dei rifiuti urbani”. Infatti sia il centrodestra che il centrosinistra non sono riusciti a riconquistare le periferie.

L’astensione non è affatto un sintomo di qualunquismo e / o indifferenza, ma semmai della impotenza della politica a contrastare un modello neoliberista, la cui governance è appannaggio di una classe dominante finanziaria – tecnocratica, che ha determinato la destrutturazione delle istituzioni democratiche.

Non esiste oggi un partito anti – Draghi. Non esiste dunque una opposizione credibile e rappresentativa delle masse emarginate. Il popolo subisce gli effetti devastanti di un incombente processo di ristrutturazione del capitalismo, quale si rivela essere la quarta rivoluzione industriale. Si moltiplicano le crisi industriali, aumentano le diseguaglianze sociali e la disoccupazione. E non sarà certo Draghi ad affrontare questo dissesto sociale ed economico accentuatosi con la pandemia, dal momento che egli stesso ha dichiarato come non sia opportuno sostenere imprese non adeguate alla innovazione e alla competitività del mercato, vale a dire la piccola e media impresa.

Questa tornata elettorale ha evidenziato la stratificazione classista di questa società. Infatti, mentre la percentuale dei votanti è risultata elevata nelle aree residenziali delle classi più elevate, l’astensionismo è stato invece dilagante nelle periferie. Sono state le classi dominanti a determinare il successo del PD, quale  sostenitore talebano di Draghi, premier di un governo di esperti, liberali e convinti europeisti, soprattutto in avversione al populismo sovranista diffuso tra le classi popolari. Il PD è il partito della sinistra classista. Ma il suo classismo è capovolto, in favore delle elite. Le classi dominanti progressiste e liberiste, ostentano uno sdegnoso disprezzo, un quasi – razzismo nei confronti delle classi subalterne. Sostengono Draghi perché privo di una linea politica: sono infatti i meccanismi finanziari della UE e del libero mercato globale a determinare gli orientamenti della politica.

La borghesia che conta non ha partiti di riferimento, le sue scelte consistono nell’adeguamento dei propri interessi all’andamento della politica corrente. Non a caso, la Milano – bene, che per un ventennio circa aveva sostenuto Forza Italia, ha trasferito i suoi voti in massa in area PD. Tra l’altro, nelle stesse zone, anche Scelta Civica di Mario Monti aveva trionfato.

La nuova borghesia ha fatto propria l’ideologia neoliberista della global class, da cui tuttavia, presto o tardi sarà fagocitata e proletarizzata.

In realtà, nel sistema liberaldemocratico attuale, i voti non hanno soltanto una valenza numerica, ma hanno anche un peso politico differenziato. Tutti i voti rappresentativi di interessi consolidati nella società vengono ritenuti meritevoli di tutela politica e, oltre ad essere rappresentati nei parlamenti e nei governi, hanno il potere si influenzare l’indirizzo politico dei governi. Al contrario, i voti delle classi inferiori, non sono rappresentativi di interessi dotati di valenza politica. Anzi, il popolo necessita invece di tutele sociali e politiche occupazionali e assistenziali. Pertanto, alle esigenze delle classi popolari non è riservata una adeguata rappresentanza politica.

Gli stessi partiti, al di là delle percentuali di consenso popolare, hanno un peso specifico diverso. Solo quei partiti che rappresentano gli interessi delle classi dominanti nella società civile sono in grado di incidere nel governo del paese. Al contrario, qualsiasi partito populista, dinanzi ai rapporti di forza consolidati nella società civile, è totalmente disarmato, quand’anche esso disponga della maggioranza dei consensi elettorali.

Del resto, sono oggi i mercati a legittimare e orientare la linea politica dei governi abrogando, nei fatti, la democrazia e la sovranità popolare. Infatti, il commissario UE Oettinger, giudicando l’operato del governo gialloverde non compatibile con le direttive europee, ebbe ad affermare: “I mercati insegneranno agli italiani a votare in modo giusto”. La liberaldemocrazia è tornata alle proprie origini: nei fatti si sta tornando alla democrazia censitaria del secolo XIX°. Un sistema elitario cioè in cui il voto è divenuto un privilegio riservato alle classi abbienti e non un diritto politico universale ed indisponibile come nelle democrazie moderne.

Questa esplosione assenteista è l’espressione di una presa di coscienza generale delle masse della irrilevanza politica delle classi subalterne e quindi del voto popolare.         

La Costituzione sopra la legge UE: la decisione della Corte Costituzionale di Varsavia definisce nuovi limiti legali per la UE

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Colpo di scena da Varsavia. La Corte Costituzionale polacca ha stabilito che la costituzione del paese ha la precedenza su alcune leggi dell’UE.

Lo sforzo della Corte di giustizia dell’Unione europea di interferire nel sistema giudiziario polacco viola il principio dello stato di diritto, il principio del primato della costituzione polacca nonché il principio del mantenimento della sovranità nel processo di integrazione europea ”, ha stabilito il tribunale. Questo porta lo scontro fra la Polonia e la commissione a un livello superiore, perché contesta l’applicabilità delle leggi di Bruxelles nel Paese, e dato che, per ora, la Commissione non ha una forza armata per applicarle, si rischia di arrivare a uno stallo.

Come riporta DW, la corte ha esaminato specificamente la compatibilità delle disposizioni dei trattati dell’UE, che vengono utilizzate dalla Commissione europea per giustificare l’opinione in merito allo stato di diritto negli Stati membri, con la costituzione polacca.

Una sentenza della Corte di giustizia europea di marzo ha affermato che l’UE può obbligare gli Stati membri a ignorare alcune disposizioni del diritto nazionale, compreso il diritto costituzionale. La Corte di giustizia europea afferma che la procedura recentemente implementata dalla Polonia per la nomina dei membri della sua Corte suprema costituisce una violazione del diritto dell’UE. La sentenza della Corte di giustizia europea potrebbe potenzialmente costringere la Polonia ad abrogare parti di una controversa riforma giudiziaria legata alla nomina dell’equivalente del CSM. Con la propria  decisione la Corte Costituzionale polacca viene a disapplicare, a sua volta, la decisione della Corte di Giustizia. Ricordiamo che il concetto di applicazione della “Rule of law”, fortemente voluto dal centro sinistra nel parlamento europeo, viene a imporre una serie di regole, teoricamente basate sul diritto europeo, che sono indigeste a paesi tradizionalisti come la Polonia,

Il partito di governo PiS ha accolto positivamente la decisione, che fornisce un ulteriore strumento a suo favore, e sicuramente lo utilizzerà a fini politici. “Il primato del diritto costituzionale su altre fonti di diritto deriva direttamente dalla Costituzione della Repubblica di Polonia”, ha scritto su Twitter il portavoce del governo PiS Piotr Muller dopo la decisione della corte. “Oggi (ancora una volta) questo è stato chiaramente confermato dalla Corte Costituzionale”.

Nello stesso tempo Varsavia è il maggio percettore di fondi europei dal 2004, percettore netto, mica come l’Italia che paga più di quanto riceva. Quindi la Commissione ha un forte strumento di pressione verso Varsavia. Nello stesso tempo però Berlino ha delocalizzato nel vicino una parte consistente delle proprie produzioni industriali più scomode e non può permettersi uno scontro economico permanente senza delle ricadute negativa. la Polonia è un importante membro della Nato che poi confida direttamente sull’aiuto di Washington nei confronti dei vicini russi e bielorussi. Si è aperta una partita molto complessa. La Commissione per ora si riserva di studiare la sentenza prima di reagire, ma reagirà, e il rischio è di giungere al Polexit, all’uscita della Polonia dalla UE

Ora un  semplice pensiero: alla fine Bruxelles può solo ricattare con i soldi Varsavia per contrastare questa sentenza. Però nei confronti dell’Italia, datore, netto, cosa potrebbe fare, nel caso di una sentenza sulla superiorità del diritto italiano su quello europeo? Niente, perché noi paghiamo più di quanto prendiamo…

Fonte: https://scenarieconomici.it/la-costituzione-sopra-la-legge-ue-la-decisione-della-corte-costituzionale-di-varsavia-definisce-nuovi-limiti-legali-per-la-ue/

 

 

Pandora Papers: ecco perché tolleriamo paradisi fiscali ed evasori

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di Alberto Negri

Fonte: Quotidiano del sud

Fa parte del gioco: dall’Unione europea alla Gran Bretagna si fa finta di non vedere quello che è sotto gli occhi di tutti. Il caso Blair
Cose nuove e cose risapute ma soprattutto una domanda: perché il dossier “Pandora Papers” sui conti nei paradisi fiscali è un’inchiesta giornalistica e non un’indagine della finanza e delle autorità competenti dei vari Paesi? La risposta è semplice: c’è una larga connivenza a livello internazionale che lascia prosperare i paradisi fiscali e i metodi illegali travestiti da legalità. L’ipocrisia fiscale è il vero male da combattere: i ricchi evadono, i poveri pagano.
Dopo di che possiamo anche divertirci con i nomi contenuti nell’inchiesta che è destinata a restare un gossip giornalistico, sia pure ben documentato, se non ci saranno conseguenze e indagini della magistratura e della polizia internazionale. E’ chiaro che per avere indagini serve una decisione politica ben chiara che è quella di farla finita con i paradisi fiscali mentre la gente comune paga regolarmente le tasse e i servizi che usano anche questi delinquenti in giacca e cravatta, in diversi casi non solo politici ma anche uomini dello spettacolo, dello sport, ovvero idoli delle folle e dei social. Non si tratta di fare una caccia alle streghe ma di avviare indagini delle autorità competenti serie su evasori fiscali e paradisi fiscali.
“Pandora Papers” è un’inchiesta coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists, che svela le operazioni off-shore di decine di figure di spicco di oltre 90 stati, arriva fino in Italia. E’ basata su circa 12 milioni di documenti relativi a oltre 25 anni di attività, l’indagine è frutto delle rivelazioni di una fonte interna allo studio legale Alemán, Cordero, Galindo & Lee e testimonia l’esistenza di oltre 29 mila beneficiari di società offshore, intenzionati a occultare in paradisi fiscali parte delle loro ingenti ricchezze per sfuggire aPandora Papers, tolleriamo, paradisi fiscali, evasoril fisco. L’inchiesta, come i “Panama Files”, mette in fila operazioni, in alcuni casi al limite della legalità, messe in atto da 14 società internazionali incaricate da clienti facoltosi nel gestire capitali miliardari. Nella maggior parte dei casi l’attività principale è stata creare strutture “offshore” e “trust” in paradisi fiscali come Panama, Dubai, Isole Cayman e in paesi deve la riservatezza mette al riparo da controlli fiscali, come Monaco e Svizzera.
E non c’è forse neppure bisogno di andare troppo sull’esotico per rincorrere i paradisi fiscali: alcuni come l’Olanda li abbiamo nel cuore dell’Europa magari non  riguardano singole persone ma ancora peggio intere multinazionali. Da tempo abbiamo scoperto che l’Olanda è un paradiso fiscale di cui hanno approfittato le multinazionali e anche tante aziende italiane famose come Luxottica, Ferrero Campari, Exor, holding della famiglia Agnelli, e Mediaset.
Sono cose davanti agli occhi di tutti ma che l’Unione europea tollera, come tollera che la “frugale” Olanda faccia la morale ai Paesi europei come l’Italia che non hanno i conti in ordine. Non è un caso che nell’elenco degli azionisti schermati dal velo delle società offshore ci sia anche il ministro olandese dell’Economia, oltre al premier della Repubblica Ceca, l’ex capo del governo britannico Tony Blair, il Re di Giordania e presidenti in carica di Paesi come Ucraina, Kenya, Cile, Ecuador. Nella lista spiccano i nomi di molte celebrità dello sport, della moda e dello spettacolo. Ma ci sono anche criminali. Ex terroristi. Bancarottieri. Trafficanti di droga. E boss mafiosi, anche italiani, con i loro tesorieri.
Insomma c’è un’ipocrisia ai massimi livelli istituzionali internazionali che poi è anche quella che consente di prosperare ai paradisi fiscali fuori dell’Europa. Va bene  indagare sui paradisi fiscali ma prima ancora l’Unione europea deve fare pulizia dentro casa.
Facciamo qualche esempio che forse non è contemplato nei Panama Papers. La Gran Bretagna  custodisce da anni, cioè da quando era ancora membro dell’Unione europea, il tesoro di Gheddafi, ovvero un patrimonio di beni e partecipazioni societarie stimato in 12 miliardi di dollari, dove dentro ci sono sicuramente società offshore nei paradisi fiscali. I governi di Londra, negli ultimi anni, avrebbero ricavato dal patrimonio dell’ex Raìs libico, tra tasse, dividendi e interessi, oltre 17 milioni di sterline, soltanto nel periodo dal 2015 al 2018. In parte questi soldi sono stati destinati ai famigliari delle vittime dell’Ira, il terrorismo nord-irlandese. Ora non si capisce perché la Gran Bretagna, che nel 2011 insieme a Francia e Usa ha bombardato Gheddafi gettando poi il Paese nel caos, debba gestire questi soldi che dovrebbero essere restituiti al popolo libico. A Londra Gheddafi i soldi ce li metteva, finanziando persino università come la London School of Ecomomics, perchè gli inglesi gli garantivano un regime fiscale favorevole.
Insomma Londra è un paradiso fiscale gestito come una bisca e all’occorrenza sostenuto dalle armi quando si vuole far fuori qualche dittatore scomodo.
Se noi accettiamo questo accettiamo tutto, anche i paradisi fiscali. Il nome di Tony Blair è emblematico. Questo signore è un mascalzone che con Bush junior sostenne che l’Iraq di Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa pur di bombardare l’Iraq aprendo il vero vaso di Pandora del disastro mediorientale con cui facciamo i conti ancora adesso. Il suo nome compare da anni nei peggiori affari internazionali _ vendeva armi anche a Gheddafi _ e ha persino ricoperto la carica di inviato per la pace in Medio Oriente, un ruolo che gli ha consentito di riscuotere cospicue consulenze da numerosi governi. Blair è uno dei diversi esempi di leader politici che non solo dovrebbero rispondere di evasione fiscale ma anche di crimini di guerra e contro l’umanità. Che il suo nome e quello di altri dittatori e cacicchi compaia anche nei Pandora Papers non stupisce. Stupisce che tutti questi siano ancora a piede libero e prosperino ai danni di tutti.

Il Quirinale sembra il Bar Sport

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di Max Del Papa per https://www.nicolaporro.it/il-quirinale-sembra-il-bar-sport/

Ormai il Quirinale sembra una specie di Bar Sport, lussuoso ma Bar Sport. In questa estate felice, felice per molti ma non per tutti, atleti di tutte le discipline e di tutte le taglie vincono le Olimpiadi, i Campionati Europei poi vanno al Quirinale recando, come Re Magi muscolosi, la maglia n. 1 con su scritto: “Mattarella”. E tu ti immagini il Presidente che salta con l’asta o corre i centro metri o para i rigori, non tutti. Sempre che non sia occupato con le Frecce Tricolori o a inaugurare qualche scuola, qualche iniziativa benefica o culturale con le soavi banalità che corredano il rito: “La scuola in presenza è il simbolo di un nuovo risorgimento”. Povero Cavour!

Il silenzio di Mattarella sulla scuola

Veramente la scuola in presenza è già sconfessata dalle decine di casi di singoli contagiati che obbligano allo stop e alla dad intere classi, scolaresche al completo. Ma sono i contraccolpi della improvvisazione e della impreparazione, di cui il nostro Mattarella Number One si disinteressa. Nessuna messa in regola, nessun adeguamento strutturale, nessun potenziamento dei pubblici trasporti e lui non fiata: solo vaccini vaccini vaccini, per tutti anche per i feti e allora il Capo dello Stato sorride, un po’ sfingeo, perché è certo che questa non è la strada migliore ma proprio l’unica per uscire dalla pandemia. Quanto a dire l’immunità di gregge al 100%, improponibile in natura.

Il ritornello del Colle: “Ci vuole più Ue”

Un’altra cosa che il nostro “Notaio di tutti gli italiani” ripete sempre è che ci vuole più Europa, per dire più integrazione. Cioè precisamente quello che è mancato, totalmente, pervicacemente, nei 30 anni di vita dei falansteri di Bruxelles e di Strasburgo. Nessun coordinamento su niente, come dimostrano le mille emergenze che non sono più tali, sono come quelle febbriciattole croniche che non ci si dà più la briga di curare, tanto è inutile. Dai clandestini alla sicurezza, dall’approvvigionamento energetico ai relativi costi e speculazioni, dalla pubblica salute alla tutela dei prodotti nazionali: Parmesan e Prosek confusi con Parmigiano e Prosecco, e sono meraviglie che conquistano il mondo, ma per la UE va tutto bene. Va tutto bene, anche la colossale speculazione in atto sul grano, anche lo scempio che si fa dell’aceto balsamico, squisita alchimia modenese, ed è fin troppo chiaro che ciò a cui punta l’Europa è la distruzione delle quote di mercato, l’indebolimento progressivo del sistema Italia. Ma che dovrebbe fare una superburocrazia inefficiente e sprecona sensibile ai voleri e alle lusinghe di quelli come Bill Gates, che dopo i computer e i vaccini si è infilato nel megabusiness della carne sintetica, un affare da 25 miliardi di dollari? La UE che si vuole “sempre più integrata” prende nota e spinge per dannare la vita per allevatori, casari, vinicoli e tutto quello che può mantenere in vita un residuo orgoglio patrio e una economia dell’eccellenza.

Anche sul disastro umanitario dell’Afghanistan, l’ineffabile Europa si è distinta per una serie di incontri, di pranzi, di brindisi, di dichiarazioni roboanti, di assicurazioni retoriche, “non lasceremo solo il popolo afghano” e poi si è eclissata. Ma niente paura, basterà integrarci di più, come, dove poi ce lo spiegherà il Presidente che viaggia, inaugura, sorride e colleziona magliette. L’importante è che ci si vaccini ogni sei mesi, che tutti siano felici col greenpass e che non si voti, operazione del resto inutile visto che al governo ci sono praticamente tutti e vivono felici così. Anche dell’Italia la signora Ursula Von Der Leyen, con quella pettinatura da Eurofestival e l’aria perversa di Charlotte Rampling nel “Portiere di notte”, ripete che non va lasciata sola; e più lo ripete e meno l’Italia viene considerata, se non per farne la pattumiera dei problemi continentali, delle emergenze che non sono più emergenze.

Da cui si evince il vero ruolo di un Presidente da noi: ruolo gattopardesco, operare in sordina, felpato, sottotraccia, purché nulla cambi. La chiamano moral suasion, è attivitàr nacolettica ma efficace in modo micidiale come lo sono i barbiturici. Questo sarebbe precisamente il deep state nelle sue articolazione burocratiche da piovra. Lo Stato evidente, invece, quello per così dire alla luce del sole si salva con le commemorazioni, i ricevimenti, le cerimonie da Bar Sport, le banalità esatte dal rito, a volte innocenti altre volte francamente insopportabili o impuni. Ma coraggio, siamo nel semestre bianco e ci si interroga sul successore. Il governo dell’ammucchiata partitocratica, si interroga, cioè si ricatta e si mette d’accordo in maniera brigantesca. Da noi un Presidente eletto dai cittadini non è ammissibile, perché niente deve cambiare e tutto sommato forse è meglio così, vai a capire chi rischieremmo di ritrovarci con questi chiari di luna.

 

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