Attenti: la Cina sta preparando una guerra

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Lo avevamo scritto chiaramente su questo sito che l’obiettivo degli USA non è la Russia ma la Cina. Biden vuole regolare i conti con il suo maggior competitor e rischia un nuovo Vietnam…(n.d.r:)

di Matteo Milanesi

Per la prima volta dall’inizio del mandato, il presidente americano, Joe Biden, si è recato in visita al palazzo imperiale di Tokyo, per incontrare il sovrano Naruhito. Tema centrale del vertice è stata la nascita dell’Ipef, il nuovo accordo tra tredici Stati dell’Indo-Pacifico, in una funzione di contenimento del colosso cinese. Traghettatrice della proposta è stata Washington, la quale aveva già saldato la propria influenza, almeno in territorio asiatico, con la stipulazione di un accordo militare con India, Australia ed il Giappone stesso: il famoso Dialogo quadrilaterale di sicurezza del 2017. Proprio lo scorso 6 gennaio, il primo ministro giapponese, Fumio Kishida, e quello australiano, Scott Morrison, hanno stipulato un nuovo trattato, denominato “Reciprocal Access Agreement”, con l’obiettivo di creare una più profonda cooperazione militare, anche con il compimento di esercitazioni congiunte.

Nell’Oceano Pacifico, il problema principale non è più Mosca, ma Pechino. Recentemente, il regime comunista di Xi-Jiping ha rafforzato la propria linea di difesa, attraverso il completamento del processo di militarizzazione delle isole artificiali del Mar Cinese meridionale, poche miglia a sud di Taiwan. Il tutto costellato dalle continue rivendicazioni proprio su Taipei, paradossalmente rimasta fuori dall’accordo tra Giappone e Stati Uniti di ieri.

L’avviso di Biden

Nonostante tutto, Biden ha avvisato il nemico: in caso di invasione dell’isola di Formosa, ecco che gli Stati Uniti interverranno militarmente. Non solo, quindi, con un sostegno indiretto, tramite l’invio di armi, come avviene in Ucraina; ma con uno diretto, trovandoci dinanzi ad un’immediata escalation mondiale, che coinvolgerebbe il colosso cinese contro l’alleanza atlantica.

La Cina si è trasformata nell’ago della bilancia geopolitica mondiale. Se, da una parte, cerca di presentarsi come potenza terza, neutrale e mediatrice nel conflitto tra Ucraina e Russia; dall’altra, nell’Indo-Pacifico, mostra la sua immagine contraria, quella più cruda, violenta, aggressiva. Taipei è costantemente violata nel suo spazio aereo, le minacce di Xi continuano a perseguire sia l’Isola di Formosa che Hong Kong, le spese militari del Dragone sono in vertiginoso aumento.

Nel contesto asiatico, Pechino è la nuova Mosca: un regime assetato di espansionismo imperialista, che non ha mai fatto i conti con la storia, con la sovranità di Paesi oggi indipendenti, ma originariamente sotto la sfera d’influenza cinese.

Segnali di guerra

Lo stesso investitore americano, Kyle Bass, ha evidenziato il processo di continua indipendenza, sia economica che militare, della Cina dell’ultimo biennio. In una pluralità di tweet, Bass ha tracciato un profilo inquietante, indicando come l’autarchia di Pechino si stia attestando su precisi piani, programmi, scadenze.

Già nel gennaio 2020, appena prima dello scoppio pandemico, la Cina aggiornava “la sua legge sugli investimenti esteri, che conferisce il potere di nazionalizzare beni ed investimenti esteri, in circostanze speciali, che includono la guerra”. E ancora, prosegue Bass: “Pechino sta accumulando cereali da oltre un anno. Si stanno gettando le basi per il completo sequestro di beni esteri e investimenti in Cina. Se sei un fiduciario istituzionale, è meglio che riconsideri la tua valutazione del rischio di investire in società cinesi pubbliche o private”.

Inoltre, il Dragone sta proseguendo nell’attuazione di una politica di radicale calo delle importazioni, incentivando il mercato interno, formato da oltre un miliardo di cittadini. Il tutto concluso dalla necessità della Russia di affidarsi alle dipendenze di Pechino, da sempre in rapporto di amicizia-conflittualità con Mosca, ma che appare l’unica opzione putiniana per difendersi dalle sanzioni economiche occidentali.

Nel frattempo, i toni di Biden non sembrano tramutare, neanche nei confronti della Cina. Dopo il ventilato auspicio di un “cambio di potere a Mosca”, ecco il nuovo affondo contro il Paese che si avvia a diventare la prima potenza economica mondiale. L’idea di intavolare rapporti diplomatici, facendosi da garanti, guarda caso come avvenne durante la presidenza Trump, non pare piacere all’amministrazione democratica. Speriamo solo che quest’ultima chiamata alle armi non sia quella fatale. Per gli Stati Uniti e per l’Europa.

Matteo Milanesi, 23 maggio 2022

Putin criminale di guerra? O Biden criminale della pace?

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

La tre giorni di Biden in Europa si è svolta secondo un percorso del tutto prevedibile. Così come ne era scontato l’esito. Biden ha voluto rinsaldare l’Alleanza atlantica in funzione anti – Putin, dato che l’Europa, secondo la vulgata mediatica totalizzante, è pervenuta alla sua unità ed è divenuta un soggetto geopolitico solo nel contesto della Nato. Questo sarebbe dunque il risultato dell’ “effetto Putin”?

In realtà la strategia di Biden è ispirata al multilateralismo americano, inteso dagli USA come coinvolgimento diretto degli alleati – sudditi della Nato nelle iniziative statunitensi tese alla destabilizzazione della Russia (obiettivo già in progetto dal ’91) e il contenimento della Cina nel Pacifico. Ma al di là della conclamata unità del fronte europeo anti – Putin, inquadrato nella Nato, si evidenziano gli effetti di un’altra e ben diversa strategia perseguita dagli USA: quella di smembrare l’Europa, quella cioè di contrapporre, mediante l’innalzamento di una nuova cortina di ferro, una UE incorporata nella Nato alla Russia, che, fino a prova contraria, è parte integrante dell’Europa.

I discorsi di Biden non hanno certo un tenore pacifista e i ripetuti riferimenti alla libertà e alla democrazia, quale patrimonio ideale dell’Occidente, sono del tutto coerenti con la dichiarata volontà del presidente americano pervenire alla defenestrazione di Putin attraverso la guerra o una congiura messa in atto dai militari o dagli oligarchi. L’invettiva di Biden, che ha dichiarato “Putin è un macellaio, non può stare al potere”, rendono del tutto evidente che, secondo la visione ideologica americana, gli USA sono l’unico paese del mondo che può conferire legittimità e sovranità politica agli stati. Inoltre, queste invettive aggressive di Biden, non si configurano come una riproposizione con altri mezzi della strategia di Bush, cioè della esportazione armata della democrazia nel mondo?

Tutti invocano la pace, ma nei fatti nessuno la vuole. Da parte americana, attraverso i rifornimenti di armi all’Ucraina e il rafforzamento della Nato nell’Europa dell’est, si vuole pervenire ad una sorta di “libanizzazione” del conflitto russo – ucraino, magari coinvolgendo nazioni ed etnie interne alla sfera di influenza geopolitica della Russia, allo scopo di logorare militarmente ed economicamente Putin nel tempo.

E’ in atto inoltre una guerra mediatica intrapresa dall’Occidente a livello globale, col sostegno incondizionato a Zelensky, assunto a patriota mediatico universale, con dosi massicce di immagini virtuali e fake news, che hanno comunque l’effetto di generare nell’opinione pubblica mondiale un consenso acritico nei confronti delle strategie americane. I martellanti allarmi riguardo allo scoppio di una terza guerra mondiale alle porte e di possibile conflitto nucleare, sono del tutto funzionali all’idea della indispensabilità del primato statunitense nella geopolitica globale, quale unica potenza in grado di garantire un ordine mondiale che esorcizzi lo spettro di una catastrofe bellica nucleare. La guerra mediatica americana mette in luce anche la sua matrice ideologica, volta a rappresentare l’espansionismo politico e militare USA come una missione universale per estendere diritti umani, libertà, democrazia e libero mercato a tutto il mondo, dato che i valori americani sono identificabili con il migliore dei mondi possibili.

Gli USA sono un impero (e soprattutto un imperialismo). Come affermò Danilo Zolo, l’impero è per sua natura pacifista ed universalista. E l’impero americano ha la sua ragion d’essere nel suo primato mondiale. E’ quindi assai improbabile che gli USA possano accettare un ridimensionamento del loro ruolo nel mondo, ed un ordine mondiale basato sul multilateralismo. Una eventuale rinuncia all’attuale unilateralismo provocherebbe la dissoluzione dell’impero e quindi, anche degli Stati Uniti, dato che gli imperi, per loro natura, non possono trasformarsi in nazioni.

Tali considerazioni valgono anche per la Russia, anche se il suo impero ha dimensioni continentali. Putin non vorrà la pace finché non arrivi a conseguire un successo militare dalla portata più o meno ampia. Una eventuale sconfitta, oltre a determinare la caduta del regime putiniano, darebbe luogo al progressivo sfaldamento interno della struttura politica sovranazionale della Russia, e preluderebbe alla sua dissoluzione. Non a caso Zbigniew Brzezinski ne “La grande scacchiera” affermò: «L’Ucraina, un nuovo e importante spazio sullo scacchiere eurasiatico, è un perno geopolitico perché la sua reale esistenza come paese indipendente contribuisce a trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. Ma se Mosca riottiene il controllo dell’Ucraina […] riconquisterà automaticamente i mezzi per diventare un potente Stato imperiale esteso tra Asia ed Europa».

Non vuole la pace l’Ucraina, che, facendo leva sul sostegno armato e mediatico Dell’Occidente (che tuttavia rifiuta un suo coinvolgimento diretto nel conflitto), aspira ad una vittoria, che comporti l’inserimento dell’Ucraina stessa nell’Occidente atlantico.

Non vogliono la pace i paesi dell’est europeo che, animati da una secolare russofobia, rappresentano la punta più avanzata dello schieramento atlantico. Pur facendo sfoggio della loro azione umanitaria, nell’accoglienza dei profughi ucraini, il nazionalismo polacco non ha fatto mai mistero delle sue mire imperialistiche nei confronti della Russia, riproponendo il disegno del “Trimarium”, oggi resosi funzionale all’espansionismo della Nato. Polonia e Ungheria inoltre, hanno espresso le loro mire espansionistiche rispettivamente sui territori della Galizia e della Transcarpazia, a discapito però dell’Ucraina.

E’ possibile che questa guerra non abbia lunga durata. I russi infatti non sono in grado di supportare economicamente e militarmente per tempi lunghi l’invasione. Gli ucraini del resto non possono sostenere all’infinito la loro resistenza, considerando che, tra l’altro, gli armamenti loro forniti dal blocco della Nato, sono obsoleti, armi cioè già destinate dai paesi europei alla dismissione. Si pensi che la Germania per sostenere l’Ucraina ha svuotato gli arsenali degli armamenti che erano in dotazione alla DDR. Ma dato l’attuale stato di odio profondo generatosi con questa guerra tra il popolo russo e quello ucraino, tra popoli già affratellati dalla storia, dalla cultura comune, dalla secolare convivenza, chi potrà impedire che l’Ucraina precipiti in uno stato di guerra civile sia latente che effettivo che potrebbe protrarsi per generazioni? Tale prospettiva, del tutto realistica, è peraltro conforme ai progetti americani di “libanizzazione” del conflitto.

Questa guerra, provocata dall’espansionismo ad est della Nato, dal rifiuto perentorio di Biden alla trattativa con Putin, dal mancato rispetto del trattato di Minsk da parte ucraina, dal velleitario e sconsiderato atteggiamento filoamericano di Zelensky, che ha inserito nella costituzione dell’Ucraina la sua adesione alla UE e alla Nato, si è rivelata una trappola per Putin, il cui intervento armato rischia di trasformarsi in una guerra infinita simile all’invasione dell’Afghanistan, il cui epilogo fu devastante per l’URSS. Questi sono gli obiettivi americani, che, così come hanno provocato questa guerra, faranno del tutto per prorogarla all’infinito. Ma mentre Putin è caduto in una trappola la cui fuoriuscita si presenta oggi problematica, nella stessa trappola americana si è gettata volontariamente l’Europa, che invece avrebbe potuto evitare questa guerra tra popoli europei. Riguardo a tale granitico atlantismo dell’Europa, così si esprime Franco Cardini nel saggio “Drole de guerre”: “D’altro canto, Putin può essere stato sorpreso anche dal grado di coesione tra americani ed europei, vale a dire dal livello di subordinazione ormai anche intima e magari compiaciuta, che l’Unione Europea nei suoi quadri politici, militari, mediatici e civili ha dimostrato nei confronti degli USA e della NATO. Forse, dalla prospettiva della lontana Mosca e nonostante il disgelo degli ultimi decenni, i risultati di tre quarti di secolo di americanizzazione a tutti i livelli – dall’America way of life al “Tu’ vuo’fa’ l’ammericano” – hanno alfine dato i loro frutti. “Ribellarsi: ecco la nobiltà dello schiavo”, diceva il vecchio Nietzsche. Gli europei, e soprattutto gli italiani, hanno dimostrato di essere degli schiavi ignobili”.

L’anti  – Putin costituisce quindi il cemento politico ed ideologico della ritrovata unità europea. Stiamo assistendo alla creazione di una unità simbiotica euroamericana. L’americanismo culturale ed economicista è del resto parte integrante del patrimonio genetico della UE (non certo dell’Europa). Qualunque potrà essere l’esito della guerra russo – ucraina, l’Europa ne uscirà devastata nella sua economia, nella sua struttura politica già subalterna agli USA, nella sua dignità etica e culturale.

Il vento della storia ha mutato la sua direzione. Al tramonto dell’unilateralismo americano e alla globalizzazione succederà un mondo multipolare ed una nuova geopolitica dominata dagli stati a livello continentale. Questa guerra rappresenta una svolta decisiva della storia che ha registrato la colpevole assenza dell’Europa.

Nell’Occidente si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà all’Ucraina e le marce della pace in chiave russofobica. Putin, secondo la narrazione occidentale, è un pazzo e un criminale di guerra, ma difficilmente riuscirà a superare il primato di Biden, che così si espresse nel 1999 riguardo alla guerra in Jugoslavia che comportò 2.500 vittime tra cui molti bambini e centinaia di feriti, oltre ai danni materiali incalcolabili: «Sono stato io a suggerire di bombardare Belgrado. Sono stato io a suggerire di inviare piloti statunitensi e far saltare tutti i ponti sul Danubio». 

L’Occidente vuole processare Putin per crimini di guerra ma le conseguenze devastanti sotto il profilo umanitario delle innumerevoli operazioni di peacekeeping in tutto il mondo, non comporterebbero invece la condanna di Biden, quale criminale della Pace?