Il nuovo sindaco di Verona dovrà usare sgrassante, olio buono e forze fresche

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VERSO LE ELEZIONI COMUNALI DI VERONA

di Matteo Castagna per https://www.veronanews.net/il-nuovo-sindaco-di-verona-dovra-usare-sgrassante-olio-buono-e-forze-fresche/

Mancano poco più di venti giorni alle elezioni amministrative per il Comune di Verona. Sarà un banco di prova importante, forse una prova del nove per ambizioni nazionali da parte di qualcuno. Certamente, una delle città più belle ed importanti del Veneto si appresta a rinnovare il mandato del Sindaco uscente Federico Sboarina, sostenuto dal centro-destra, oppure a voltare pagina, scegliendo l’ex calciatore Damiano Tommasi, che ha unificato tutto il centro-sinistra scaligero. Particolare attenzione, dato il momento storico, meritano ben tre liste civiche della galassia cosiddetta “no vax” o “free vax”, che corrono ciascuna col proprio candidato, soprattutto per sondare il reale pensiero dei veronesi su determinate tematiche sensibili, relative alla restrizione di alcune libertà, alla legittimità del rilascio di un green pass, per condurre una vita normale, tra cui spicca, come coraggiosa outsider, Paola Barollo per la Lista Verona Costituzione libero pensiero.

In riva all’Adige non ci si fa mai mancare nulla, per cui ritorna in pista anche l’ex sindaco Flavio Tosi, sconfitto nel 2017, proprio da Sboarina. Viene sostenuto da alcune liste civiche e Forza Italia, che ha compiuto una scelta di campo diversa da quella degli altri municipi al voto Domenica 12 Giugno, correndo contro il centro-destra e rinunciando a fungere da perno di un progetto d’aggregazione civica inclusivo ed equilibrato, cui molti guardavano con interesse. In politica, comunque: mai dire mai.

La percezione che in città si respiri voglia di vacanze, complice anche il caldo di queste giornate, lo stress da due anni di pandemia non favorisce le 26 liste ammesse alla competizione elettorale. Il partito dell’astensionismo viene sempre sottovalutato perché, comunque, valgono i risultati, a prescindere da quanti aventi diritto si siano recati alle urne. Poi, si dà la colpa a una serie di circostanze, come alibi alla disaffezione generale verso la politica, che viene espressa da molti restando a casa, perché “quando i è là, i fa solo i affari soi e i se ne frega de noaltri” – dice un capannello di persone di mezza età, uscito dal Liston 12.

I candidati hanno il compito di essere convincenti e di saper ascoltare ed amministrare il bene comune come un buon padre di famiglia, attraverso investimenti ed innovazione in tutti gli ambiti, dal turismo al sociale, dallo sport alla valorizzazione delle eccellenze del territorio. Un capitolo importante dovrà essere quello riguardante l’aeroporto Catullo, che merita un rilancio sostanziale attraverso scelte coraggiose di governance, per non lasciare Verona ai margini, nonostante le enormi potenzialità e la posizione geografica  straordinaria. L’ente lirico deve essere all’altezza dell’Arena, tornando a darle quel prestigio e quella ricchezza che sembrerebbero mancare da troppi anni. Progetti faraonici o fantasiose quanto roboanti opere pubbliche non interessano ai veronesi, che sono stanchi di trafori promessi da decenni e mai realizzati, ma richiedono attenzione per l’ambiente e, ancor più, le condizioni minime per condurre una vita normale, quali strade senza trafori (quelli sì!), regolamentazione del traffico, ZTL più elastica, parcheggi e meno stalli blu, abbattimento delle barriere architettoniche, servizi pubblici a misura d’uomo, possibilità di lavorare dignitosamente e incentivi alle famiglie. Verona vuole continuità con i suoi valori e principi tradizionali.

Non è, però, sufficiente. Verona non è più la città ricca dei primi anni del Duemila. I tre principali istituti finanziari presenti nella nostra città, ovvero Cattolica Assicurazioni, Banco Ppm e Fondazione Cariverona che rappresentavano la grande ricchezza della comunità, si sono persi, gradualmente, nell’ultimo ventennio. …“Il patrimonio della Fondazione si è ridotto a poco più di un terzo, e le erogazioni di conseguenza, mentre dalla prima quotazione alla Borsa di Milano l’azione del Banco Popolare e quella di Cattolica hanno subito un vero e proprio crollo. La perdita collettiva è evidente. In questi anni Verona ha perso le sue due banche più antiche e prestigiose, il Banco aggregato a quello milanese in posizione subalterna e la Cassa di Risparmio, fagocitata dal colosso Unicredit, che ha dimostrato, però, di avere spesso i piedi d’argilla. E Cattolica ha visto entrare nel proprio capitale, in posizione dominante, e nella propria struttura, proprio la sua maggior rivale, ossia Generali di Trieste: un’operazione che è stata pienamente avallata, anzi condotta, al proprio gruppo dirigente e che potrebbe preludere, per la città, alla sottrazione anche della gloriosa e antica compagnia assicurativa.(…) Alessandro Mazzucco ha avuto modo di notare come “Verona sia una città tendenzialmente assopita”.” (Schei in fumo, Ivano Palmieri, Cierre Edizioni, 2021)

I giovani hanno, spesso, modo di notare come sembri addirittura “morta”, in un inutile ed eccessivo rigorismo, a loro scapito e a scapito, così come delle attività commerciali.

Verona è rimasta fuori dalle dieci città finaliste come capitale della cultura. Speriamo nelle Olimpiadi. Sempre Palmieri scrive che “c’è chi suggerisce che la bella addormentata tale sia perché determinate coalizioni di interesse o gli stessi pubblici poteri si dedicano ad addormentarla con tecniche soporifere” così come Paolo Danieli sottolinea  che “Verona è assopita, ferma, non cresce, non ha una visione, non ha un progetto, si limita a gestire il presente, ferma mentre gli altri corrono…E perché questa paralisi? La risposta va ricercata nel sistema di potere che gestisce Verona da troppi anni, a prescindere da chi amministra e costituisce un’incrostazione che impedisce agli ingranaggi della città e del territorio di girare come dovrebbero”. (Lettera Politica n. 159 in “Officina”, 25/03/2019)

Chiunque vinca dovrà usare sgrassante, olio buono e forze fresche, per togliere ruggini e calcare dagli ingranaggi, ripulire dalla polvere, dalla sporcizia e dal marciume il modello Verona, che merita rilancio internazionale, perché è la città più bella del mondo. 

Perché il Politicamente Corretto è un “peccato mortale”

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/05/23/perche-il-politicamente-corretto-e-un-peccato-mortale/

IL “PENSIERO” DEVE ESSERE UNICO (IL LORO) FINO ALL’ASSURDO, OVVERO FINO AL PUNTO CHE DIRE LA VERITÀ È DIVENTATO UN ATTO RIVOLUZIONARIO, COME SOSTENERE CHE LE FOGLIE SONO VERDI D’ESTATE

Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica (II-II, qq. 72-75) tratta delle ingiustizie che si compiono con le parole. Troppo spesso si tratta di peccati mortali che, a torto, non vengono presi particolarmente sul serio, ma possono rivelarsi molto gravi. “Ne uccide più la lingua che la spada” – afferma il detto popolare. E, si sa: vox populi, vox Dei. L’ingiuria verbale lede l’onore, la diffamazione o detrazione lede la buona fama, la mormorazione distrugge l’amicizia, e la derisione toglie il rispetto.

San Tommaso spiega che nei peccati di parola bisogna considerare soprattutto con quali disposizioni d’animo ci si esprime, ossia il fine della contumelia, che è disonorare il prossimo nella sua moralità. Se non vi è l’intenzione di disonorare la persona insultata, perché i fatti si danno per veri ed acclarati, rimane peccato l’insulto, ma non vi è contumelia.

La detrazione (q. 73, a. 1) è una maldicenza o denigrazione della fama altrui, fatta di nascosto. Essa consiste nel «mordere di nascosto la fama (ossia la “stima pubblica o notorietà”, N. Zingarelli) di una persona” come si legge nell’Ecclesiaste (X, 11): “Se il serpente morde in silenzio, non è da meno di esso chi sparla in segreto». Poi l’Angelico spiega che come ci sono due modi di danneggiare il prossimo in azioni: apertamente (p. es. la rapina o le percosse in faccia) o di nascosto (p. es. il furto o una percossa “a tradimento” ossia alle spalle); così vi sono due modi di nuocere con le parole: apertamente (la contumelia in faccia, q. 72) o di nascosto (la maldicenza o detrazione, q. 73). San Paolo: “è degno di morte [spirituale o dell’anima] non solo chi commette il peccato di [detrazione], ma anche chi approva coloro che lo commettono” (Rom., I, 32).

Dall’insegnamento di S. Tommaso si evince: 1) il dovere morale di non insultare, denigrare, calunniare o mormorare e deridere il prossimo, soprattutto se costituito in autorità. 2) di riparare il torto fatto alla sua reputazione 3) di difendere chi è denigrato, senza far finta di non vedere. Certamente davanti agli uomini è più comodo “far finta che va tuto ben”, ma davanti a Dio non ci si trova in regola, anzi si sta in peccato grave, quod est incohatio damnationis.

E’, pertanto, nostro dovere denunciare pubblicamente il politicamente corretto, innanzitutto come difesa della nostra dignità e intelligenza dalla sua volontà dolosa di costringerci ad accettare l’errore, fingendo che sia un bene comune. Scrive Mario Giordano nel suo ultimo libro, appena uscito, dal significativo titolo Tromboni (Edizioni Rizzoli): “Bisogna stare attenti alla lingua” al pari di quelli che predicano contro l’odio e insegnano a odiare. L’ipocrisia di costoro, che si annoverano in larga parte nella categoria dei cosiddetti intellettuali o giornalisti, in ultima analisi coloro che si occupano della diffusione dei messaggi su larga scala, aggrava il peccato di lingua della detrazione di coloro che la pensano diversamente, col falso doloso consapevole e remunerato. L’effetto che molti credano alle loro dicerie è conseguenza ancor peggiore, che ci fa trovare nella situazione di crisi morale, ideale, sociale in cui ci troviamo, andando sempre peggio.

“Tromboni” ricorda come odiano quelli della Commissione anti-odio, creata per fermare l’”intolleranza”, “contrastare il razzismo” e “combattere l’istigazione all’odio”. L’idea è stata partorita dal Ministro dell’Istruzione del “governo dei migliori” Patrizio Bianchi, scopiazzando dal suo illustre predecessor* [metto l’asterisco perché secondo la scrittrice Michela Murgia (da L’Espresso del giugno 2021) potrebbe essere offensivo usare la vocale maschile o femminile per indicare il titolo di una persona, che forse potrebbe non sapere se è uomo o donna] Lucia Azzolina. Nella commissione speciale entra il professore associato all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Simon Levis Sullam che, fresco di nomina, aveva diffuso sui social una foto a testa in giù dell’ultimo libro di Giorgia Meloni. Chiaro riferimento alla macelleria di Piazzale Loreto. «Quasi un invito a impiccare il testo, se non proprio l’autrice, al palo più alto dell’antifascismo militante». Ma, domanda Giordano: «si può combattere l’istigazione all’odio inneggiando a piazzale Loreto? E alludendo all’impiccagione più o meno simbolica, ma sempre a testa in giù, di un leader politico?».

L’ex Presidente della Camera Laura Boldrini, campionessa di buonismo e inginocchiatoi a senso unico, paladina di tolleranza e rispetto, ultras femminista ad oltranza, genderista e vestale di tutti i presunti diritti richiesti dai desideri di chiunque, «è finita sotto inchiesta perché avrebbe licenziato la sua colf, dopo otto anni di fedele servizio, tirando in lungo per non darle la liquidazione (3.000 euro)». Altro maestro di propaganda tollerante è Roberto Saviano, «che in diretta tv ha sentenziato candidamente: “Sì, la mia contro la Meloni è una campagna d’odio“» (M. Giordano, “Tromboni”, 2022).

Potremmo continuare all’infinito perché esempi simili ne esistono quotidianamente. Ultimi, in ordine cronologico sono coloro che hanno imbrattato le mura di un istituto tecnico di Milano con la scritta: «Tutti i fasci come Ramelli, con una chiave inglese fra i capelli». Nessun solone (o trombone) del politicamente corretto ha detto una parola. Muto Paolo Berizzi, il “Simon Wiesenthal” de La Repubblica, per la quale scrive una rubrica contro Verona e i fantasmi di un fascismo che non esiste. Muto Vauro. Muto Travaglio. Muti tutti. Perché il “pensiero” deve essere unico (il loro) fino all’assurdo, ovvero fino al punto che dire la verità è diventato un atto rivoluzionario, come sostenere che le foglie sono verdi d’estate. Noi continueremo in questa “rivoluzione Green” dell’ovvietà e dell’ordine naturale perché non vogliamo peccare di lingua contro il bene comune.

S. Pietro Martire da Verona, l’inquisitore santo ucciso dagli eretici

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Oggi, 29 Aprile, la Chiesa festeggia San Pietro Martire, co-patrono della città di Verona. E’ per noi di Christus Rex motivo speciale per la Sua devozione, soprattutto perché i cattolici fedeli alla Tradizione riuniti nel “Comitato perché la chiesa di San Pietro Martire resti cattolica e contro il relativismo religioso” riuscirono a far cacciare i luterani ivi insediatisi con l’assenso della diocesi alla guida dell’allora “mons.” Flavio Roberto Carraro, il cappuccino ultra-progressista che gliela mise a disposizione. La prima azione riparatrice fu un S. Rosario guidato da don Francesco Ricossa dell’I.M.B.C.

Dopo circa 5 anni di militanza pubblica, tra migliaia di volantini distribuiti in ogni luogo visitato da Carraro, Messe e Rosari riparatori, azioni eclatanti davanti alla Curia, una Processione, lettere di protesta, il Comitato di cui faceva parte attiva il nostro gruppo, riuscì a convincere il nuovo “ordinario diocesano” Giuseppe Zenti a non rinnovare la convenzione coi protestanti, che vennero sfrattati tra le proteste dei fedeli, dei loro pastori, ma soprattutto del “clero” diocesano, allora considerato più autorevole a Verona. Correva l’anno 2010…

Foto di una delle tante manifestazioni di protesta del Comitato davanti alla chiesa e casa natale del Santo martire a Verona, con lo striscione realizzato dal nostro Circolo Christus Rex

 

Segnalazione del Centro Studi Federici

San Pietro Martire è il patrono del Seminario dell’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia (TO): http://www.sodalitium.biz/seminario/
 
29 APRILE SAN PIETRO, MARTIRE
 
L’eroe che la Santa Chiesa presenta oggi quale intercessore a Gesù risorto, ha combattuto così valorosamente da ricevere la corona del martirio. Il popolo cristiano lo chiama san Pietro Martire, di modo che il suo nome e la sua vittoria non si separano mai. Immolato da mano eretica, è stato il tributo che la cristianità del secolo XIII offrì al Redentore. Mai nessun trionfo ebbe acclamazioni così solenni. Nel secolo precedente, la palma raccolta da Tommaso di Cantorbery fu salutata con trasporto da quei popoli che allora amavano soprattutto la libertà della Chiesa: quella di Pietro fu oggetto di un’ovazione simile all’altra. La sua festa veniva celebrata con la sospensione del lavoro, come si faceva nelle antiche solennità, ed i fedeli accorrevano nelle chiese dei Frati Predicatori, portando rami, che presentavano per essere benedetti, in ricordo del trionfo di Pietro Martire. Quest’uso si è mantenuto anche ai nostri giorni nell’Europa meridionale, ed i rami, benedetti in quel giorno dai Domenicani, sono considerati una protezione per le case, nelle quali vengono conservati con rispetto.
 
San Pietro e l’Inquisizione.
Qual era il motivo che aveva potuto infiammare lo zelo del popolo cristiano per la memoria di questa vittima di un odioso attentato?
Pietro soccombette mentre lavorava in difesa della fede, ed i popoli a quei tempi non avevano niente di più caro. Egli aveva avuto l’incarico di cercare gli eretici manichei, che da un pezzo infestavano il Milanese con dottrine perverse e costumi altrettanto deprecabili. La sua fermezza, la sua integrità nel compimento di questa missione, lo esposero all’odio dei Patarini; e quando cadde vittima del suo coraggio, un grido di ammirazione e di riconoscenza si levò dalla cristianità. Niente dunque di più lontano dalla verità, che le invettive dei nemici della Chiesa e dei loro imprudenti fautori, contro le persecuzioni che il diritto pubblico delle nazioni cattoliche aveva decretato per sventare e colpire i nemici della fede. In quei secoli, nessun tribunale fu mai più popolare di quello che era incaricato di proteggere la santa fede, e di reprimere coloro che avevano osato attaccarla.
Che l’Ordine dei Frati Predicatori, incaricati principalmente di questa alta magistratura, gioisca dunque senza orgoglio, come senza timore, dell’onore che ebbe di esercitarla così a lungo per la salvezza del popolo cristiano. Quante volte i suoi membri hanno trovato gloriosa morte nell’adempimento del loro austero dovere! San Pietro Martire fu il primo tra quelli dati dall’Ordine per questa causa; ma i fasti domenicani ne produssero un gran numero: eredi della sua dedizione ed emuli della sua corona. La persecuzione degli eretici non è più che un fatto storico; ma a noi cattolici non è permesso considerarla altrimenti di come la considera la Chiesa. Oggi ella ci ordina di onorare come martire uno dei suoi santi che ha incontrato la morte andando incontro ai lupi che minacciavano le pecorelle del Signore; non saremmo noi colpevoli verso la madre nostra, se osassimo giudicare, altrimenti di quanto lo meritano, quelle lotte che hanno valso a Pietro la corona immortale? Lungi dunque dai nostri cuori di cattolici la vigliaccheria che non osa accettare gli sforzi fatti dai nostri padri per conservarci la più preziosa delle eredità! Lungi da noi quella facilità puerile nel credere alle calunnie degli eretici e dei pretesi filosofi, contro una istituzione ch’essi non possono, naturalmente, che detestare!
Lungi da noi quella deplorevole confusione di idee che mette sullo stesso piede la verità e l’errore, e che, visto che questo non può avere diritti, ha osato concludere che la verità non deve reclamarne!
 
VITA. – San Pietro nacque a Verona nel 1206, da genitori eretici. Prevenuto dalla grazia ed istruito da un sacerdote cattolico, aderì, fin dalla sua giovinezza, alla verità della fede. Studente a Bologna, ben lungi dal lasciarla indebolire, entrò tra i Frati Predicatori, ove si distinse nella pratica delle virtù religiose. Ordinato sacerdote, esercitò il suo ministero nelle province circostanti, vi operò miracoli e numerose conversioni. Nel 1232, Gregorio IX lo nominò Inquisitore generale della Fede. Il suo lavoro per estirpare l’eresia gli procurò l’odio dei manichei. Il 6 aprile 1252, uno di essi lo assassinò mentre si recava a Milano. Il corpo del Martire fu trasportato nella Chiesa dei Domenicani di Milano, e l’anno seguente, Innocenzo IV poteva iscrivere Pietro nell’albo dei santi.
 
Protezione contro l’errore.
Protettore del popolo cristiano, quale altro motivo di quello della carità poteva guidare il tuo lavoro? Sia che la tua parola viva e luminosa riconducesse a verità le anime che erano state ingannate, sia che, affrontando direttamente il nemico, la tua severità lo costringesse a fuggir lontano da quei pascoli che esso veniva ad avvelenare, non avesti che uno scopo: quello di preservare i deboli dalla seduzione. Quante anime semplici avrebbero goduto le delizie della verità divina, che la Santa Chiesa faceva giungere fino ad esse, e che, invece, miseramente ingannate dai propagatori dell’errore, senza difesa contro il sofismo e la menzogna, perdevano il dono della fede e si spegnevano nell’angoscia e nella depravazione!
La società cattolica aveva prevenuto tali pericoli e non sopportava che quell’eredità, conquistata al prezzo del sangue dei martiri, fosse in preda a nemici gelosi, che avevano risolto d’impossessarsene. Ella sapeva che nel fondo del cuore dell’uomo, decaduto per la colpa, spesso si trova un’attrattiva verso l’errore, e che la verità, immutabile in se stessa, ha la sicurezza di rimanere in possesso della nostra intelligenza solo quando è difesa dalla scienza e dalla fede: la scienza, che è retaggio di pochi, e la fede, contro la quale l’errore cospira senza tregua, sotto le apparenze della verità. Nelle epoche cristiane si sarebbe ritenuto tanto colpevole quanto assurdo garantire all’errore la stessa libertà che è dovuta alla verità, ed i pubblici poteri si consideravano investiti del diritto di vegliare sulla salvezza dei deboli, allontanando da essi le occasioni di cadere, come fa un padre di famiglia quando si prende cura di salvaguardare i suoi bambini da quei pericoli che sarebbero tanto più funesti, quanto più la loro inesperienza non glieli farebbe avvertire.
 
Amore della fede.
Ottienici, o Martire santo, una stima sempre più grande di questo dono prezioso della fede, che ci mantiene nella via del cielo. Veglia con sollecitudine, affinché essa venga conservata in noi ed in tutti quelli che sono affidati alle nostre cure. L’amore di questa fede santa è andata in molti affievolendosi; il contatto con chi non crede li ha abituati a compiacenze di pensiero e di parola che li hanno snervati. Richiamali, Pietro, a quello zelo per la verità divina che deve essere la caratteristica principale del cristiano. Se nella società in cui vivono tutto cospira per eguagliare i diritti dell’errore a quelli della verità, che essi si sentano maggiormente obbligati a professare la verità ed a detestare l’errore. Ravviva dunque in tutti noi, o martire santo, l’ardore della fede: “senza la fede è impossibile piacere a Dio” (Ebr 11,6). Rendici delicati su questo punto d’importanza capitale per la nostra salvezza, affinché, accrescendosi sempre più la nostra fede, meritiamo di vedere in cielo, per l’eternità, ciò che fermamente avremo creduto sulla terra.
 
Da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 582-584
 
 

Convegno Foibe a Verona, da vergogna a farsa: Gobetti batte in ritirata e Rete scuola annulla l’evento

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di Cristina Gauri

Ciò che era iniziato come sfregio, finisce come farsa: così Eric Gobetti, messo di fronte all’insormontabile ostacolo di un vero contraddittorio riguardo le proprie teorie minimizzatrici sulle Foibe, ieri sera ha dato pubblicamente forfait al convegno Il confine orientale e le foibe, promosso dalla Rete Scuole e Territorio: Educare insieme di Verona che si sarebbe dovuto tenere oggi 10 febbraio. E cosa fa la Rete scuole? Per non scontentare l’autore di E allora le foibe? cancella la conferenza perché mancano i presupposti per un reale confronto. Ma come: quando l’unico invitato era Gobetti —inizialmente e prima del caos mediatico sollevato dal sindaco Sboarina — dov’era finita tutta questa ansia di confronto?

Gobetti si ritira

Insomma, da bravo fan dei partigiani, Gobetti di ritira sui monti. E in un post pubblicato stamattina su Facebook spiega agli studenti i motivi della sua rinuncia. Lui non è infastidito dal fatto di dover dividere il palcoscenico con tre ospiti molto preparati che gli impedirebbero di trasformare il seminario in una lezioncina di propaganda pro-titini, no, assolutamente. E’ la presenza del giornalista Fausto Biloslavo, «autore di almeno due articoli diffamatori contro di me, pubblicati su Il Giornale (in cui mi definiva, senza alcuna ragione, “negazionista delle foibe”) oltre che di interventi pubblici contro altri storici (ad esempio Raoul Pupo, di cui proprio oggi il Corriere della Sera ripropone un importante saggio sulle foibe)».

E’ colpa di Biloslavo

Gobetti prosegue specificando che «Per spirito di servizio e per rispetto verso di voi studenti e studentesse, avrei accettato di tenere comunque la nostra conferenza, a titolo gratuito». Ma la presenza di Biloslavo, «noto per le sue posizioni radicali, nonché protagonista di campagne denigratorie nei confronti degli studiosi, è davvero inaccettabile. Non avrebbe senso infatti offrire a persone così l’opportunità di presentare le proprie tesi faziose al pari di chi da decenni studia con onestà e rigore la “complessa vicenda del confine orientale”». Gobetti conclude con un pistolotto sulla storia, che «non è un braccio di ferro in cui vince il più forte; non è basata sul contraddittorio fra opposti estremismi; non ci sono storici che fanno propaganda fascista e quelli che la fanno comunista». No, infatti: le sue foto a pugno chiuso di fronte a Che Guevara, Marx e alla bandiera della Jugoslavia titina erano un travestimento di carnevale. Lui è super partes.

La Rete scuola cancella l’evento
Insomma Gobetti si è comportato da Gobetti: ci saremmo enormemente stupiti se non avesse dato forfait. La farsa vera, invece, è ad opera della Rete scuole e territorio, che in seguito alla fuga dello storico si affretta a cancellare l’evento. Questo nonostante la presenza di tre validi relatori. «Dopo una profonda riflessione del Consiglio di Rete e del team di docenti referenti di progetto, è emerso come siano caduti i presupposti metodologici e gli obiettivi fondanti del nostro modus operandi. Pertanto, venuti a mancare tali fondamenti, la Rete intende riappropriarsi dell’identità di agenzia educativa e formativa che la caratterizza da sempre e al contempo desidera uscire dalla logica di scontro tra idee che si è generata, ma che ad essa non è mai appartenuta». In sunto, Rete scuole ci comunica che i «presupposti metodologici» cadono solo se viene a mancare la presenza di Gobetti, nonostante l’ampio parterre di relatori: quando inizialmente era stato contattato come unico ospite per declamare il proprio monologo pro-partigiani ai ragazzini delle superiori, gli «obiettivi fondanti» potevano invece dirsi raggiunti. Narrazione a un senso di marcia sì, ma solo se ha la stella rossa.

 

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/convegno-foibe-verona-gobetti-rete-scuola-annulla-evento-223483/

Verona: il volantino che profuma di Marsiglia…

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Per la cronaca, ieri sono stati rinvenuti in “quartiere Trento” (in realtà si chiama Borgo Trento) a Verona dei volantini come quello che mostriamo qui che sarebbero stati messi in alcune cassette postali. Alla vigilia della Giornata della Memoria e a pochi giorni dal flop della presentazione in fiera del libro di Paolo Berizzi de La Repubblica. La Digos è al lavoro. C‘è molto che non torna…

dell’Avv. Andrea Sartori

Ma l’indirizzo della palestra… non lo si trova…
E guarda caso chi ha scritto un libro sulla “Verona Nera” commenta il fatto.
Non mi sembra un lavoretto fatto bene, sia per lo stile che per i contenuti.
Semmai appare come un nuovo “Caso Marsiglia”, per tornare a parlare di altro, dei fassisti, dei rassissti, invece che di problemi seri come i posti di lavoro i cassaintegrati, i finanziamenti del PNRR…
Dai su, Kompagni, fate i bravi…

 

Il Mattino del Veneto su Matteo Castagna: “non molla l’osso. Sempre in trincea”

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di Redazione

…E il noto giornalista veronese Achille Ottaviani mette il Responsabile di Christus Rex Matteo Castagna sulla sua pagina del “Mattino del Veneto – Verona Gossip” di ieri, con una bella dicitura: “non molla l’osso. Sempre in trincea”. Del resto, chi conosce il nostro Matteo sa che la tenacia è una delle sue principali caratteristiche, sia di uomo pubblico che privato.

 

Verona, Maria «barbuta»: i tradizionalisti denunciano l’influencer

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Il sito di Aldo Maria Valli, il sito di Maurizio Blondet e altri organi di informazione hanno ripreso e diffuso il nostro comunicato che precede la querela a Simonetti.

L’articolo che più ci ha colpiti, in positivo, è stato quello del Corriere di Verona, inserto del Corriere della Sera, a firma di Angiola Petronio. Il taglio è chiaramente contrario all’iniziativa blasfema dell’influencer.

«Natività blasfema» dell’italo-tedesco Riccardo Simonetti, il circolo Christus Rex: «È vilipendio della religione, lo porteremo in tribunale»

Il Babbo Natale gay? Già visto. Gesù omosessuale? Già sfilato in vari Pride. Ma la «Natività» Lgbtq+, è una novità. La Madonna c’è. Ance San Giuseppe. E pure il Bambin Gesù. A mettere in scena il presepe in questione, un attivista e influencer italo-tedesco. Presepe, per molti, a dir poco «blasfemo». Se non altro perché la madonna, dallo stesso Simonetti rappresentata, ha un barba alquanto folta. E Giuseppe indossa un caftano rosa. Natività ai tempi dei diritti Lgbtq+, per chi l’ha pensata. Puro sacrilegio per molti che l’hanno vista. Tanto che quel «presepe» finirà per essere «esorcizzato» da un laicissimo tribunale.

Continua la lettura su: https://www.google.com/url?rct=j&sa=t&url=https://corrieredelveneto.corriere.it/verona/cronaca/21_dicembre_09/verona-maria-barbuta-tradizionalisti-denunciano-l-influencer-b055b0e6-5867-11ec-9b1c-c3a4331976aa.shtml&ct=ga&cd=CAEYACoTOTQxNDM4NTQ2NDIzMDE1NzA4NDIZNGVlYTFkNmIzZjM2MmY0YTppdDppdDpJVA&usg=AFQjCNFH7MUCYELMh3BvKzJMygKBurw3WA

Mussolini in Giappone?

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PUBBLICHIAMO QUESTA RECENSIONE DI AMBROGIO BIANCHI. 

Angelo Paratico, storico e romanziere, nei prossimi giorni presenterà il suo ultimo libro, pubblicato dalla Gingko Edizioni e intitolato “Mussolini in Giappone”. Si tratta di un romanzo breve, contenente una notevole quantità di riferimenti storici. Viene così esposta, per la prima volta la possibilità, secondo noi non del tutto peregrina, che l’uomo ucciso a Giulino di Mezzegra, il 28 aprile 1945, non fu Benito Mussolini, ma un sosia.

Questo spiegherebbe l’incoerenza di certi suoi comportamenti, nei suoi ultimi giorni e tutti i misteri che ancora circondano le circostanze della sua fine. Pare inspiegabile la sua scarsa lucidità nel prendere decisioni dopo Como, e il fatto che il suo viso apparve sfigurato già all’arrivo a Piazzale Loreto. E non si capisce perché venne fucilato di nascosto e non portato sul lungolago di Dongo, distante solo pochi chilometri e lì giustiziato, in bella vista, assieme agli altri gerarchi e a uno sfortunato autostoppista.

A Milano, il 25 aprile 1945, Mussolini ebbe varie opportunità per mettersi in salvo, ma non volle coglierle. Prima fra tutte quella di chiudersi nel Castello Sforzesco e attendere l’arrivo degli Alleati. I partigiani non disponevano di armi pesanti e non sarebbero mai riusciti a espugnarlo. Un’altra via di fuga, caldeggiata da Vittorio Mussolini, fu una corsa sino all’aeroporto di Ghedi, per salire su di un SM79 che lo avrebbe portato in Spagna. La Svizzera, contrariamente a ciò che si crede, non fu mai un’opzione, Mussolini sapeva che non lo avrebbero mai lasciato passare.

Sul tavolo stava anche un’altra via di fuga, assai più complessa e per la quale la segretezza più assoluta era una condizione indispensabile. Questa prevedeva l’utilizzo di un sommergibile. Tale piano era stato approntato da Enzo Grossi (1908 -1960), un abilissimo e pluridecorato sommergibilista, che in Francia era stato a capo della base di Betasom. A tali preparativi accennò lo stesso comandante Grossi nelle sue memorie, ormai introvabili, intitolate “Dal Barbarigo a Dongo”.  Grossi fu un coraggioso uomo di mare che morì giovane, consumato dall’amarezza per essere stato ingiustamente accusato di aver imbrogliato le carte in cambio di due medaglie d’oro, una d’argento e due croci di guerra tedesche. Lo accusarono di aver mentito sull’affondamento di due corazzate americane, con il sommergibile Barbarigo da lui comandato, il 20 maggio 1942, al largo delle coste brasiliane.

Una commissione di ammiragli, dopo la guerra, discusse il suo caso, accusandolo di frode ma dimenticando di tenere conto dei diversi fusi orari. Come dimostrò Antonino Trizzino nel suo libro “Navi e poltrone” uscito nel 1952, Grossi affondò due grandi navi nemiche, ma non erano quelle che lui pensava. Viste dal periscopio d’un sommergibile, nel mezzo di una rischiosa azione e con il mare mosso, tutte le navi sono difficili da identificare.

Un decreto del Presidente della Repubblica lo privò delle sue decorazioni. Lui protestò con veemenza e, nell’ottobre del 1954, a causa di una sua lettera indirizzata al Presidente, fu condannato a  5 mesi e 10 giorni di reclusione per ‘vilipendio del capo dello Stato’.  Grossi aveva militato nella RSI, pur non avendo mai accettato la tessera del partito fascista ed era sposato con una donna ebrea, che non smise di praticare la propria religione. Riuscì a stento a sottrarla alle SS, che la rilasciarono, permettendole di tornare a casa dai loro bambini.

Nel capitolo XI del suo libro, intitolato “Un sommergibile per Mussolini”, Grossi racconta che Tullio Tamburini gli rivelò di essersi accordato con gli alleati giapponesi per approntare un grosso sommergibile, al fine di metterlo in salvo, e nei suoi piani sarebbe stato proprio lui a comandarlo, portandolo nel Pacifico. Tamburini accennò a Mussolini di quel piano, ma gli rispose che non ne voleva sapere. Questo fu confermato da Mussolini stesso quando incontrò Grossi, nel febbraio 1945 e lo ringraziò per i suoi sforzi. Poi aggiunse: “Non sono interessato a vivere come un uomo qualunque. Vedo che la mia stella è al tramonto e che la mia missione è conclusa…”.

L’esistenza di questi piani fu confermata anche dal vicesegretario del Partito fascista repubblicano ed ex federale di Verona, Antonio Bonino, nelle sue memorie, intitolate “Mussolini mi ha detto” uscito in Argentina nel 1950.

Questo è quanto se ne sa ma, secondo Paratico, il meccanismo continuò a muoversi, indipendentemente dalla volontà degli  ideatori e fu adattato, affidando  il comando del sommergibile oceanico Luigi Torelli a un tedesco. Dunque, Mussolini, nel primo pomeriggio del 25 aprile 1945, sarebbe stato prelevato da un’auto guidata da un diplomatico giapponese che lo portò a Trieste, dove s’imbarcò sul sommergibile Torelli, che lo attendeva nel porto, dopo che era stato fatto rientrare dal Giappone, dove si trovava e dove effettivamente ritornò. Tale sommergibile fu affondato dagli americani nel settembre 1945, davanti alla baia di Tokyo. dove ancora si trova.

Mettendo da parte la storia alternativa e passando al romanzo, dobbiamo dire che questo libro si legge bene e  me ne ha ricordato un altro, avente un tema e uno sviluppo simile, che lessi alcuni anni fa. L’autore fu il grande scrittore e sinologo belga, Simon Leys (Pierre Ryckmans), ed era intitolato: “La morte di Napoleone”. Il Leys immaginava la sostituzione con un sosia al Napoleone confinato a Sant’Elena e un suo ritorno, in incognito, in Francia. Dopo varie peripezie, Napoleone è costretto a una vita da “uomo qualunque” dividendo il letto con una ortolana parigina. E, intanto, fra i cavoli e gli ortaggi, lavorava segretamente per compiere le sue vendette, ma infine s’ammalò e morì. Tutti coloro che hanno studiano l’epopea napoleonica restano colpiti da questa bizzarra fantasia del Leys, che ha il merito di aggiunge una nuova sfaccettatura, un nuovo punto di meditazione, su questa figura storica.

Il Mussolini che l’autore descrive è segnato dal lutto e dai sensi di colpa, ha frequenti crisi di pianto. Ripensando alla sua giovinezza da anarchico e squattrinato socialista, pensa che avrebbe dovuto salire sulle montagne come partigiano e poi lottare contro al tedesco invasore, invece di assecondarlo. La sua sofferenza e i suoi rimpianti vengono solo parzialmente leniti fra le mura di un antico tempio buddista, a Nikko.

L’idea dell’autore è assai originale e mai prima esplorata. E con questo scarno libro mostra di possedere una profonda  conoscenza non solo di quell’uomo, ma anche dell’uomo.

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