Perché l’«eutanasia legale» sarebbe un orrore

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di Giuliano Guzzo

Dato il successo che pare stia avendo la raccolta di firme pro referendum per l’eutanasia legale, desidero brevemente evidenziare perché la «dolce morte» di Stato sarebbe un errore, se non un orrore. Premetto che quanto espongo prescinde da valutazioni di ordine religioso o giuridico, riguardando per lo più le accertate conseguenze che comporta una legislazione come quella che si vorrebbe introdurre, conseguenze che raramente i promotori dell’eutanasia raccontano.

Infatti, uno dei principali argomenti pro «dolce morte» è il seguente: riconoscere il diritto di morire non toglie nulla a nessuno, rende solo tutti più liberi. Sbagliato: l’esperienza internazionale prova che ovunque l’eutanasia sia stata legalizzata, essa ha decretato non una libertà, bensì una tendenza: di morte. Dal 2002 al 2019, in Olanda, le morti assistite sono cresciute del 240%, in Belgio dal 2003 al 2019 di oltre il 1.000%, in Canada in appena quattro anni, dal 2016 al 2020, di oltre il 665%. Ovunque un boom, insomma.

Ora, possiamo escludere che queste impennate di morti, più che a sofferenze dei pazienti, rispecchino una mentalità utilitarista che, in sintesi, va a colpevolizzare il malato facendolo sentire un costo sociale, quindi un peso? Difficile. Si prenda il citato Canada dove, ancora nel 2017, sul Canadian Medical Association Journal si erano stimati in 138 milioni di dollari annui i risparmi per le casse pubbliche del «diritto di morire». Quanto accade (anche) in quel Paese prova che quell’auspicata spending review si sta avverando….

Attenzione, però, perché si è visto pure altro: dove la «dolce morte» è legale, la situazione va fuori controllo ed aumentano anche i suicidi. Parola di Theo Boer, bioeticista, docente presso l’Università di Groningen: «Come molti sostenitori della morte assistita, credevo che fosse possibile regolamentare e limitare l’uccisione agli adulti mentalmente lucidi e malati terminali con meno di sei mesi di vita. Ho anche pensato che regolamentare il suicidio e la morte in questo modo avrebbe ridotto quei tragici casi in cui qualcuno mette fine alla propria vita».

Invece, conclude Boer, che dell’argomento ne capisce essendo stato anche membro della commissione sull’Eutanasia in Olanda, «mi sbagliavo […] Non solo questo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell’aumento del numero di suicidi». Non è finita. La macabra tendenza il «diritto di morire» comporta, oltre che dai numeri, è infatti provata dalle incredibili storie di chi decide di farla finita. Nel maggio 2018, per esempio, uscì notizia che un anziano professore, tal David Goodall, si era fatto uccidere in Svizzera solo perché scontento («non sono felice, voglio morire»).

Ancora, quattro anni prima di Goodall,, sempre in Svizzera, la signora Anne, un’insegnante in pensione, si era fatta uccidere «perché non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food» (Repubblica, 7.4.2014). Un altro caso che fa pensare, e raccontato un paio di anni fa anche da alcune testate italiane, è quello di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, disturbo neurovegetativo che si manifesta nella progressiva scoordinazione motoria di braccia e gambe.

Ebbene, l’uomo si era trovato davanti ad un tragico bivio: pagare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley decise di denunciare l’ospedale ed il governo dell’Ontario, producendo pure due registrazioni audio (una del settembre 2017, l’altra del gennaio 2018) nelle quali il personale dell’ospedale cercava ripetutamente di spingerlo a farsi uccidere. Dunque la domanda è: vogliamo questo? Un Paese si proponga di farla finita anziché curarsi? Oppure dove si possa arrivare, nel giro di poco, a farsi terminare per qualsiasi ragione, anche puramente umorale?

Se vogliamo questo, affrettiamoci a firmare per l’eutanasia legale. Se però queste storie non ci convincono, abbiamo il dovere non solo di non appoggiare un referendum di morte, ma anche di metter in guarda i nostri conoscenti sulle implicazioni di questa piaga mortifera che è la «dolce morte». Le esperienze di tanti Paesi – qui solo in parte ricordate – e le storie di persone eliminate più dal clima culturale che avevano attorno, che dal dolore che avevano dentro e di cui soffrivano, sono qualcosa di troppo tangibile e reale per essere ignorato. Nessuno potrà dire che non era stato avvertito.

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2021/08/13/perche-leutanasia-legale-sarebbe-un-orrore/

Il pioniere della «cancel culture»? Stalin

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di Giuliano Guzzo

La versione ufficiale è che gli episodi di iconoclastia, finalizzati a rimuovere statue ritenute simboli d’un passato razzista e schiavista, abbiano preso a manifestarsi nell’estate 2020, dopo la morte dell’afroamericano George Floyd a seguito di un pestaggio della polizia di Minneapolis. In realtà, la cosiddetta «cancel culture» ha già una sua storia, le cui radici son facili da rintracciare, in epoca moderna, già nella Rivoluzione Francese, quando i giacobini non si fecero mancare devastazioni a chiese, monumenti, tombe.

Se però si dovesse individuare un padre fondatore di questa brutale tendenza, il nome che su tutti emergerebbe è uno: quello di Iosif Stalin. In effetti, sotto il dittatore sovietico la «cancel culture» colpì duramente. Anzitutto a scapito delle chiese: se in Russia se ne contavano circa 55.000 nel 1917, nel 1939 nell’immenso Paese quelle ancora accessibili erano rimaste appena un centinaio. Non solo. Pur di non contraddire il tiranno, anche la cultura, sotto i sovietici, subì perdite pesantissime. Un esempio è quello che riguarda una delle opere più famose della storia, l’Amleto di William Shakespeare.

Si racconta infatti –  lo riferisce nella sua autobiografia il compositore Dmitri Shostakovich (1906–1975) – che Stalin detestasse profondamente il massimo capolavoro shakespeariano. «Egli non voleva», annota Shostakovich, «che la gente guardasse spettacoli teatrali con trame a lui non gradite». Così una volta, al Moscow Art Theatre, accadde che il dittatore se ne uscì con un: «É proprio necessario, qui, mandare in scena Amleto?». Poche parole che però, per chi aveva orecchi per intendere, bastarono ampiamente. Beninteso: la genesi staliniana della «cancel culture» non spiacerà a tutti.

Di certo non spiacerà al Black Lives Matter, che guarda caso si definisce «movimento rivoluzionario marxista». Tuttavia, chi assiste passivo alle nuove trovate antirazziste – immaginando magari che la «cancel culture» sia novità dei nostri giorni – farebbe bene a sapere che, ecco, queste cose nuove non sono, anzi. Si tratta solo di rimasticature di violenze già viste nel corso della storia, e che hanno nel macellaio sovietico il loro padre nobile, per così dire. Di qui un dubbio: ci potrà esser qualcosa di davvero civile e positivo nel ripercorrere (che lo si faccia senza saperlo, non cambia nulla) le orme staliniane? Meglio chiederselo.

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2021/04/29/il-pioniere-della-cancel-culture-stalin/

Transfobia, il nuovo psicoreato

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di Giuliano Guzzo

Non serve che si arrivi all’approvazione del ddl Zan, il cui destino parlamentare dopo la giornata di ieri – con voci critiche arrivate da Italia Viva – appare incerto, per sapere come funzioni la condanna della discriminazione transfobica: ce lo dice già l’esperienza internazionale, con decine di casi di denunce, censure accademiche, minacce di licenziamento, premi ritirati. Le cose che colpiscono sono soprattutto due: la prima è che l’accusa di transfobia precede una eventuale condanna giudiziaria ma basta – e avanza – a rovinare la reputazione, la seconda è che a farne le spese è, spesso, la libertà di pensiero di figure laiche. Anzi, laicissime.

Si prenda Richard Dawkins, celebre ateo autore di saggi stampo evoluzionistico. A lui l’Associazione Atei Americani h revocato il premio «Ateo dell’Anno» – assegnatogli nel 1996 – perché su Twitter ha scritto che, biologicamente, la donna trans non è tale, e che impiega il pronome femminile per mera «cortesia». Rischia di andar peggio a Donna M. Hughes, nome storico del femminismo Usa, la cui cattedra alla University of Rhode Island è in bilico dopo che, sul sito femminista 4W, lo scorso 28 febbraio, ha criticato «la fantasia transessuale, ossia la convinzione che una persona possa cambiare il proprio sesso, da maschio a femmina o da femmina a maschio».

Nonostante sia un mito del femminismo, l’ateneo, pur non licenziandola, ha scaricato la Hughes con una nota secca: «L’Università non supporta dichiarazioni e pubblicazioni della professoressa Donna Hughes che sposano prospettive anti-transgender». Non si può definire un bigotto neppure lo psicologo gay James Caspian. Eppure Caspian è arrivato a ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dopo che la Bath Spa University – con la scusa che ciò sarebbe andato «a scapito della reputazione dell’Istituzione» – gli ha impedito di portare a termine uno studio sui casi di transgender pentiti, decisi a tornare al sesso originario. Una denuncia non l’ha fatta ma subita, invece, una politica norvegese rea di aver detto l’ovvio.

Sì, perché la parlamentare Jenny Klinge ha semplicemente affermato che «solo le donne possono partorire», e per questo è stata segnalata alle autorità. Alla base della denuncia, ha spiegato la femminista Marina Terragni, una nuova legge che, riconoscendo l’identità di genere, fa sì che si possa essere nate donne ma percepirsi maschi; ne consegue come l’affermazione della Klinge ricada nella casistica del misgendering, configurandosi come crimine d’odio. Un crimine che si supponga abbia commesso anche l’americano Jack Phillips, che non è un picchiatore neonazista ma un semplice pasticciere del Colorado che impasta i suoi dolci con l’etica.

Per questo, dopo che nel 2012, s’era rifiutato di preparare una torta per un matrimonio gay – quello di Charlie Craig e David Mullins – è stato denunciato. Il suo caso è finito alla Corte Suprema che, nel 2018, gli ha dato ragione. Solo che Phillips, non ha ancora terminato la sua odissea, dato che è stato nuovamente denunciato. Stavolta tutto è iniziato, o meglio ricominciato, dopo che nel giugno 2017 un avvocato, Autumn Scardina, aveva ordinato una torta con interni rosa e esterni blu per celebrare il suo compleanno e il settimo anniversario della sua transizione da maschio a femmina. Phillips si è rifiutato di preparare il dolce trans ed è partita la nuova causa. La sua libertà di lavorare conformemente a dei valori, evidentemente, dà fastidio.

La sorte peggiore, però, è probabilmente quella toccata a Rob Hoogland, padre «transfobico» che in Canada è finito addirittura dietro le sbarre per aver «offeso» la figlia adolescente appellandola col pronome «lei», incurante del fatto che l’interessata si consideri, appunto, transgender. Riepilogando, una volta che in un Paese la «transfobia» diventa un canone morale oltre che giuridico, non si salva nessuno. Che si sia semplici pasticcieri e padri di famiglia, oppure femministe, scrittori atei e perfino studiosi gay, non fa differenza: se sostieni la differenza tra maschi e femmine, sei finito. Sarebbe bello sapere da Luciana Littizzero, Fedez e vip vari pro ddl Zan che ne pensano, di questa spaventosa lista di vittime del bavaglio transofilo.

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2021/04/22/transfobia-il-nuovo-psicoreato/