Le due vere sfide della coalizione

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale

di Marco Gervasoni

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale: ha mantenuto tre Regioni (di cui una storicamente «sua», la Toscana), ne ha persa una storica, le Marche, e ne conserva solo una quarta, rossissima, l’Emilia-Romagna.

Chiarito questo, il pareggio del centrodestra, sulla base delle aspettative di elettori e di militanti, lo possiamo comunque definire una battuta d’arresto o almeno un segnale d’allarme? Nulla di preoccupante, anzi, come scriveva il teologo seicentesco Fénelon, «spesso è una grande vittoria saper perdere al momento giusto». Cioè, fuor di metafora, il centrodestra può profittare di questa frenata per rivedere due elementi che, secondo l’antico pensiero strategico cinese, sono fondamentali: il proprio nemico e se stessi, perché solo conoscendo entrambi la vittoria futura sarà assicurata. Il proprio nemico: i rossogialli, Pd e 5 stelle. Fino a lunedì il centrodestra ha vissuto del mito della spallata. All’indomani della nascita del governo Conte II, l’opposizione ha creduto (e pure noi, a dire il vero) che l’esperimento raccogliticcio e anche un po’ meschino sarebbe presto stato spazzato via dalle proprie divisioni e dal suo essere minoranza del Paese. E che quindi tutte le tornate elettorali si sarebbero tramutate in una grandiosa cavalcata sull’onda del sentimento popolare della gran maggioranza degli italiani. Ebbene, non è così: complice certamente l’emergenza della pandemia, ma non solo. Il centrodestra è probabilmente ancora maggioranza nel Paese, ma non è un’invincibile armada e l’Italia è spaccata, divisa, disillusa, impaurita e anche un po’ annoiata. Se l’alleanza Pd 5 stelle si fosse tramutata in un accordo elettorale, ad esempio, al Sud i risultati sarebbero stati ancora migliori per i candidati governativi e la vittoria dell’opposizione meno scontata nelle Marche. Riconoscere la forza del nemico non è segno di debolezza, anzi. È semplicemente cambiato il Paese da quando, dopo il 2016, è partita l’avventura di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni. L’Italia uscita dalle urne del 2018 (in cui pure a vincere veramente furono i 5 stelle) e del 2019 in qualche misura non esiste più. Se il centrodestra, e soprattutto Lega e Fratelli d’Italia, erano stati eccellenti nel cogliere la fase precedente, è venuto il momento ora di capire meglio quale sia il profilo del Paese. Al Sud, ad esempio, non è vero che gli italiani sono contro il governo: come dimostra anche il voto per i sindaci di città capoluogo, lo seguono perché questi promette loro risorse (da non sottovalutare la forza «convincitiva» del reddito di cittadinanza) e ancor più ne elargirà con il Recovery fund. Conoscere il proprio nemico ma conoscere anche se stessi. Capire che la sfida richiede un’identità parzialmente nuova, aggiornata, più radicale su alcuni tratti ma più da «forza tranquilla» su altri. In modo da preparare le due grandi sfide che attendono il centrodestra, il voto amministrativo di Roma e di Milano il prossimo anno e la madre di tutte le battaglie: l’elezione del presidente della Repubblica.

Fonte: https://m.ilgiornale.it/news/politica/due-vere-sfide-coalizione-1891932.html

Vaticano verso un settembre molto “caldo”?

Insolitamente, nelle stanze vaticane si parla di “successione”, si fanno strani discorsi, congetture, pare di essere arrivati ad un capolinea. Qualcuno, tra coloro che mormorano ai e tra i potenti prevede un mese di settembre molto caldo Oltretevere, e forse ne avvertiamo le avvisaglie…(n.d.r.)

di Francesco Boezi

In Vaticano ragionano sul futuro della Chiesa. Già da adesso può iniziare la partita per il dopo Bergoglio

Parlare del prossimo Papa con Jorge Mario Bergoglio ancora regnante può essere percepito come un esercizio privo di senso, ma di questi tempi alcune case editrici stanno pubblicando alcuni libri che trattano proprio del “Next Pope”, del consacrato che sarà chiamato a regnare sul soglio di Pietro.

“Perché?”, ci si potrebbe chiedere. Le ragioni possono essere soprattutto due: c’è chi evidenzia che i cardinali non si conoscano tra di loro e quindi abbiano bisogno in anticipo dei profili degli altri porporati per scegliere in futuro, ma c’è anche chi pensa che papa Francesco possa persino dimettersi. Joseph Ratzinger ha aperto una breccia nella storia.

Benedetto XVI ha creato una figura nuova, il pontefice emerito. E nessuno, a ben vedere, può dare per scontato che Joseph Ratzinger rimanga l’unico papa ad optare per quella scelta dopo la rinuncia del 2013.

Quando abbiamo intervistato il vaticanista del National Catholic Register per Inside Over, Edward Pentin ci ha detto che la scelta di lavorare alla sua ultima fatica, “The Next Pope” appunto, è dipesa pure dal fatto che “Ii un conclave, di solito, non è solo il pubblico ad avere poca o nessuna conoscenza del futuro Papa. Forse, sorprendentemente, nemmeno i cardinali che stanno votando per lui. Nell’ultimo conclave del 2013, un cardinale ha dichiarato in modo memorabile di aver trovato confuse le informazioni ricevute e altri si sono lamentati della mancanza di informazioni su chi votavano”. Questa è una delle spiegazioni che riguardano la ratio di una delle pubblicazioni comparse sul prossimo vescovo di Roma. Continua a leggere

La raccolta firme contro Soros: ecco come vogliono cacciarlo

Il Conservative Brazil Movement (Mbc) ha già raccolto più di 25mila firme che saranno consegnate al Congresso. L’obiettivo è quello di istituire una giornata mondiale contro l’influenza del magnate e della sua rete. Manifesti affissi a Brasilia

di Roberto Vivaldelli

In Brasile, un movimento conservatore ha da poco promosso una petizione contro l’influenza nel Paese del finanziere George Soros e della sua rete “filantropica”.

La campagna promossa dal Conservative Brazil Movement (Mbc) conta già il supporto di oltre 25mila firme, che verranno ufficialmente consegnate al Congresso Nazionale, il 13 agosto. Come spiegano i promotori, l’iniziativa mira a frenare l’attività e l’influenza di George Soros, fondatore della Open Society Foundations (Osf), uno dei “principali finanziatori di cliniche abortive nel mondo“.

La mobilitazione, sottolineano i referenti del Conservative Brazil Movement, ha l’obiettivo di diventare una campagna globale al fine di istituire il 12 agosto come la Giornata internazionale contro l’influenza ingombrante del magnate liberal, uno dei più importanti sponsor del Partito democratico Usa e di molte Ong progressiste in tutto il mondo. Per il movimento conservatore brasiliano, “Soros è il piú grande finanziatore della sinistra nel mondo, risponsabile di far cadere governi e rendere le nazioni instabili, con proposte che vanno dalla distruzione della cultura giudaico-cristiana, la legalizzazione dell’aborto, la teoria del gender, fino alla censura di Internet. É arrivato il momento di lottare uniti contro la personificazione del globalismo” sottolineano i promotori. Il titolo della campagna è “Non lasciare che George Soros pensi al posto tuo“. Secondo il movimento conservatore brasiliano, Soros finanzia movimenti come Black Lives Matter, alimentando le divisioni razziali. “Secondo un’analisi del Washington Times, l’Open Society Foundations ha stanziato al movimento almeno 33 milioni di dollari in un anno“. Recentemente, un gruppo di giovani del Conservative Brazil Movement si è incontrato a Brasilia per pubblicizzare la campagna con una serie di manifesti affissi in alcuni punti strategici della capitale. Continua a leggere

“La liberazione di Carola un errore madornale”. La Gip smentita dai capi

Il ricorso in Cassazione contro la scarcerazione. La Procura: senza fondamento, letture sbagliate

La scarcerazione di Carola Rackete? Un errore madornale. L’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, Alessandra Vella, che ha trasformato la capitana della Sea Watch 3 in eroina dei due mondi? Senza fondamento giuridico e basata su interpretazioni o letture sbagliate di sentenze oltre che sulle dichiarazioni della stessa capitana, indagata, prese per oro colato.

Il ricorso in Cassazione della procura di Agrigento demolisce l’ordinanza del 2 luglio, che ha rimesso in libertà la capitana permettendole di tornare in Germania. E chiede alla Suprema corte di annullarla perché risulta «viziata per violazione di legge». Oltre a non avere «provveduto correttamente a valutare gli elementi di fatto e di diritto». E ancora: «L’impostazione offerta dal Gip sembra banalizzare gli interessi giuridici coinvolti nella vicenda e non appare condivisibile la valutazione semplicistica».

Una pietra tombale di 16 pagine, che non servirà a nulla. Il ricorso è apparso ieri su un sito giuridico, una settimana dopo l’invio in Cassazione. Scelta di basso profilo opposta all’exploit mediatico dell’ordinanza considerata totalmente infondata.

A pagina 3 il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio e il sostituto Gloria Andreoli, partono all’attacco: «Si ritiene che (…) il Gip nel pronunciarsi sulla legittimità dell’arresto di Carola abbia travalicato i limiti di approfondimento attenenti a tale fase procedendo a un’autonoma valutazione dei dati in suo possesso e pervenendo a un giudizio sostanziale della gravità indiziaria». Un giudizio che travalica le competenze del giudice ed è comunque sballato. A cominciare dal non avere considerato «nave da guerra», la motovedetta della Guardia di finanza schiacciata dalla capitana contro la banchina per sbarcare i migranti. «È di tutta evidenza – scrive la procura di Agrigento – che l’affermazione del Gip sia stato frutto di autonoma interpretazione che non trova alcun appiglio nella sentenza della Corte costituzionale» citata da Vella. «Al contrario si precisa che la giurisprudenza in più casi ha qualificato le motovedette della Guardia di finanza come navi da guerra» si legge nel ricorso.

Dalla pagina 8 in poi viene smontata, pezzo per pezzo, la tesi del Gip sul «dovere di soccorso e assistenza ai naufraghi», che permetteva a Carola di fare quello che voleva forzando il blocco del Viminale. Innanzitutto «il Gip ha affrontato tutta una serie di valutazioni in ordine alla condotta di Rackete fondando per buona parte le proprie argomentazioni sulle dichiarazioni dell’indagata». Il ricorso sottolinea che il governo stava per risolvere il caso a livello europeo, ma la capitana ha compiuto l’atto di forza senza tenerne conto. I procuratori si chiedono, inoltre, come sia possibile che la Gip si aggrappi alla giustificazione di un «soccorso in mare avvenuto 15 giorni prima dell’arresto». E ribadiscono che davanti a Lampedusa «i migranti non erano più esposti a un pericolo imminente per la loro vita e incolumità». Una serie di «mazzate», che spiegano come «non poteva ragionevolmente ritenersi giustificata l’azione di forza della Rackete, che per attuare nella maniera ottimale un dovere, esponeva con la propria manovra di schiacciamento della motovedetta V.808 verso la banchina, a concreto pericolo sia i migranti, che l’equipaggio della motovedetta».

In definitiva «la conclusione a cui è pervenuto il Gip si ritiene contraddittoria, errata e non adeguatamente motivata», ma ha comunque trasformato Carola in eroina con un’aureola innocentista in nome di un superiore diritto umanitario deciso dai talebani dell’accoglienza. «Diritto» sancito di fatto dall’ordinanza, che ha avuto un enorme clamore mediatico. A differenza dal ricorso che la fa a pezzi passato sotto silenzio

FONTE – http://m.ilgiornale.it/news/2019/07/24/la-liberazione-di-carola-un-errore-madornale-la-gip-smentita-dai-capi/1731097/

“Dateci internet”: rivolta al Cpr di Roma

Nel fuggire da fame e guerre…(n.d.r.) 

Pretendono smartphone e cibo più saporito: in dodici scappano dal centro

Roma – Pasti migliori e smartphone gratis per tutti. È rivolta al centro per immigrati clandestini di Ponte Galeria.

Scavalcano la recinzione in trenta, 18 vengono riacciuffati, 12 svaniscono nel nulla (uno di loro è attenzionato dall’antiterrorismo). Sono spariti nelle campagne tra la via Portuense e l’aeroporto di Fiumicino. L’ennesima protesta al Cpr, Centro di Permanenza per il Rimpatrio del litorale romano, scoppia quando la vigilanza si indebolisce e il rapporto «guardie-prigionieri» è uno a 20. Venerdì pomeriggio decine di agenti del reparto mobile, la Celere, vengono inviati al centro di Roma per motivi di ordine pubblico. Alcune Ong, in particolare, manifestano in città e bisogna impedire scontri e disordini. Sono le 19 del 5 luglio: a Ponte Galeria un gruppo di extracomunitari, egiziani, tunisini, marocchini e gambiani dei 142 ospiti fra uomini e donne, comincia a battere sulle sbarre dei fabbricati. Sembra una sommossa all’interno di un penitenziario. Nelle camerate qualcuno appicca il fuoco a materassi e lenzuola, tanto da far intervenire gli addetti alla sicurezza interna per spegnere l’incendio ed evitare il peggio. Altri si tagliano braccia e gambe con delle lamette da barba e distruggono gli armadi. «Abbiamo usato gli estintori – raccontano gli agenti di polizia – ma eravamo troppo pochi per tenerli a bada». Nel parapiglia generale la fuga di una trentina di persone. Qualcuno viene raggiunto e bloccato dopo qualche metro, altri a chilometri di distanza. «Sono fuggiti in mezzo alla campagna. Finché c’era luce siamo riusciti a trovarli. Ma quando è calato il buio…», ammettono i poliziotti. Almeno cinque extracomunitari vengono fermati all’interno di Commercity, la grande area di distribuzione all’ingrosso di prodotti importati per i commercianti di tutta la regione. Altri vengono scovati a ridosso dell’autostrada Roma – Fiumicino, appena fuori dalla zona aeroportuale. Una dozzina si dilegua nella notte. È il Sap, il Sindacato Autonomo di Polizia, a lanciare l’allarme sull’ennesimo episodio di violenza che ha messo a rischio l’incolumità degli stessi poliziotti. «Una situazione paradossale – lamenta Stefano Paoloni, segretario generale del Sap -, il centro di identificazione ed espulsione per i clandestini, non un centro per richiedenti asilo, è a pieno regime. Parliamo di persone che sanno di essere espulse dall’Italia presto o tardi e che non hanno nulla da perdere. In passato è accaduto di tutto al vecchio Cie di Ponte Galeria, dai fenomeni di autolesionismo a violente ribellioni». Gli ospiti lamentano cibo scadente e l’assenza di internet e telefoni cellulari. A farne le spese sono gli agenti dell’Ufficio Immigrazione della questura di Roma, incaricati della sicurezza all’interno dei fabbricati e i loro colleghi del reparto Celere, impegnati fino all’alba alla ricerca dei latitanti. Inutilmente. La struttura, chiusa nel luglio 2015 dopo una sommossa senza precedenti (un immigrato ustionato e un poliziotto ferito) viene ristrutturata e riconsegnata al Ministero degli Interni nell’aprile scorso. Almeno per quanto riguarda l’ala maschile. A gestire il Cpr è la Prefettura mentre l’ordine viene garantito dalla polizia di Stato.

fonte – http://www.ilgiornale.it/news/politica/dateci-internet-rivolta-cpr-roma-1722581.html?mobile_detect=false

25 aprile, lo strappo di Salvini: “Non sfilo coi fazzoletti rossi”

Il ministro dell’Interno non andrà alle celebrazioni per la Liberazione: “Vado dai poliziotti a Corleone”. Ira dell’Anpi

Il 25 aprile Matteo Salvini non ci sarà. La sua assenza farà discutere, inutile illudersi.

Mancano più di 20 giorni alla Festa della Liberazione e già s’infiammano le polemiche politiche. Nessuno prima d’ora si era mai esposto così tanto: il giorno sacro per i partigiani il ministro dell’Interno non sarà a “sfilare qua o là” per celebrare la Resistenza. Andrà invece a Corleone, tra “le forze dell’ordine” che combattono ogni giorno la mafia.

Lo strappo è crudo. Forse inatteso. Salvini a quanto pare non andrà all’Altare della Patria, forse non accompagnerà il Capo dello Stato all’apertura delle celebrazioni e chissà se non parteciperà neppure ad una delle tante iniziative organizzate (dall’Anpi e non solo) in tutta la penisola. “La lotta a camorra, ‘ndrangheta e mafia è la nostra ragione di vita – ha detto il ministro leghista a margine della festa della polizia – Vado a Corleone a sostenere le forze dell’ordine nel cuore della Sicilia”. Alla faccia dei partigiani.

Non sarà solo la sua assenza a pesare. A colpire il segno sono anche e soprattutto le parole. Salvini non intende “sfilare qua e là” con “fazzoletti rossi, fazzoletti verdi, neri, gialli e bianchi”. Insomma: non vuole associare la sua immagine a quella di chi colora i cortei partigiani nelle cittadine italiane. Uno strappo col passato importante. Legittimo, per carità. Ma è pur sempre una rottura. Continua a leggere

Nordio contro i trafficanti del mare: “Giocano sulla nostra emotività”

L’accusa dell’ex pm: «Imbarcano bambini solo per muovere l’Europa a compassione». E su Salvini: «Che regalo dai giudici»

Abano Terme (Pd) Silenzio. Parla Nordio. Grandi applausi venerdì sera all’hotel Mioni Pezzato di Abano Terme dove oggi si conclude la nona edizione della settimana dei Lettori del Giornale.

Il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, ospite de “L’intervista”

Una serata viva e densa di approfondimenti moderata dall’inviato speciale del nostro quotidiano, Stefano Zurlo che poco prima aveva presentato il suo ultimo libro Quattro colpi per Togliatti. Continua a leggere

Il Nobel Watson: “Neri meno intelligenti dei bianchi. Lo dice il Dna”

Diverse istituzioni di ricerca hanno reagito alle affermazioni di James Watson annunciando “l’immediata revoca” delle onorificenze accordategli in passato

James Watson, lo scopritore del Dna, è divenuto in questi giorni bersaglio di feroci critiche a causa di alcune sue affermazioni sul fatto che vi sarebbero “prove scientifiche” di una “differenza di intelligenza” tra bianchi e neri.

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“Mer…” e sbatte il microfono. Insulti tra Salvini e Asselborn

Segnalazione di F.F.

Lite a Vienna all’incontro tra i ministri dell’Interno. “Basta importare migranti”. E il responsabile degli Esteri Ue sbotta

di Matteo Cartaldo

Matteo Salvini stava parlando delle sue politiche sull’immigrazione quando il responsabile lussemburghese degli Esteri e degli Affari europei, Jean Asselborn, lo ha interrotto, dando vita ad uno scambio duro di parole di fronte agli altri colleghi europei.

Il leghista è oggi a Vienna per il summit con i ministri dell’Ue e tra una stoccata e l’altra contro l’Onu ha dovuto pure far fronte ai borbotti dell’omologo lussemburghese.

Nel video (guarda) della relazione di Salvini, si sente il ministro dire che “ho sentito qualche collega dire che abbiamo bisogno di immigrati perché stiamo invecchiando. Ma io ho una prospettiva completamente diversa”. Il discorso del leghista è stato chiaro: “Io penso di essere al gtvoerno e pagato dai miei cittadini per aiutare i giovani per tornarli a fargli fare figli. E non per espiantare il meglio dei giovani africani e rimpiazzare i giovani eurpei”.

Le parole del vicepremier italiano però non sono piaciute al ministro lussemburghese che era seduto al suo fianco. “Non so se in Lussemburgo ci sono queste esigenze, noi in Italia aiutiamo i nostri figli ad avere altri figli. Non ad avere nuovi schiavi per soppiantare i figli che non facciamo più”. A quel punto, tolti qualche secondo di differita per via della traduzione, si sente Asselborn borbottare al microfono “Ale ale alè”, facendo il verso a Salvini: “bla, bla, bla…”

Nell’immediato Salvini si è limitato a rispondere che quelle sono le sue posizioni, legittime. Poi però è iniziato lo scontro verbale vero e proprio. “Io non l’ho interrotta cortesemente”, dice Salvini. Ma Asselborn perde la pazienza e sbotta: “In Lussemburgo, caro signore, avevamo migliaia di italiani che sono venuti a lavorare da noi, dei migranti, affinché voi in Italia poteste avere i soldi per i vostri figli”. E poi conclude con una espressione colorita: “Merde, alors”.

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Il retroscena sulla morte di Luciani: “Voleva denunciare i gesuiti”

Luciani avrebbe voluto denunciare l’ala più a sinistra dei gesuiti. La stessa corrente ecclesiastica, oggi, sarebbe arrivata ai vertici del Vaticano

di Francesco Boezi

Denunciare “l’ala deviata” dei gesuiti: questa sarebbe stata l’intenzione di Papa Luciani.

Una tra le ultime, stando a quanto raccontato dal professor Francesco Agnoli sulle pagine de La Verità, espressa prima di morire.

La narrazione è stata in qualche modo correlata al cosiddetto “dossier Viganò”, quello nel quale l’ex nunzio apostolico degli Stati Uniti ha accusato Papa Francesco di non aver fatto nulla nei confronti di Thedore McCarrick, nonostante fosse a conoscenza dei suoi comportamenti e abusi. Il documento, tuttavia, presenterebbe delle incogruenze e il cardinale statunitense, come i lettori ricorderanno, è stato però ‘scardinalato’ proprio da Bergoglio.

Fatto sta che il giornalista, collegando questa vicenda ad alcune presunte rivelazioni contenute nel memoriale composto da undici pagine, ha ricordato come Giovanni Paolo I, l’ultimo papa italiano, avesse espresso la volontà di porre un freno alle novità dottrinali apportate dai gesuiti in materia di dottrina morale. Specie quelle promosse da quel correntone che ha svolto un ruolo di sdoganamento tematico all’interno della Chiesa cattolica durante il 68′.

Il punto, sottolineato anche da monsignor Viganò, è questo: molti ecclesiastici appartenenti a quell’ala, che è considerata ultraprogressista, durante i giorni nostri, sono stati creati cardinali. Elevazioni avvenute durante il pontificato di Papa Francesco. Come se una certa sinistra, insomma, avesse preso il sopravvento successivamente all’ultimo Conclave. Il primo nome citato, però, è quello di Vincent O’Keefe: “Un gesuita, morto il 22 luglio del 2012, la cui storia è importantissima per collegare passato e presente…”. Lo stesso Thedore McCarrick avrebbe partecipato all’operazione culturale aperturista promossa da questa “ala deviata” negli anni della ribellione giovanile. Continua a leggere

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