Usa, sentenza storica: la Corte Suprema cancella il diritto all’aborto

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La decisione lascia liberi gli Stati di usare la loro legislazione in materia. Insorgono gli abortisti

 

Da oggi, 24 giugno 2022 il diritto costituzionale all’aborto negli Stati Uniti d’America non esiste più. Da quando a maggio, il giornale americano Politico, in un atto che non ha precedenti nella storia, aveva pubblicato la bozza della sentenza che in qualche modo annunciava quello che solo oggi è certo, negli Usa di Biden si è scatenato l’inferno. Una guerra civile di cui pochissimi hanno raccontato. Non solo, infatti, le abitazioni dei giudici della Corte Suprema coinvolti nella stesura della sentenza, sono state prese d’assalto.

La rivolta abortista

Ma, in queste settimane, i violenti gruppi abortisti hanno incendiato diversi centri pro life in Wisconsin, Alaska, Washington, Oregon e New York; hanno vandalizzato più di una dozzina di chiese e centri di gravidanza; hanno incendiando con bombe molotov un altro centro di aiuto alla gravidanza in Oregon e distruggendone uno in Florida. Ci sono poi le indagini sulle cause dell’incendio che ha distrutto la chiesa cattolica di Nostra Signora del Santo Rosario di Hostyn, in Texas (l’indagine è ancora in corso e non si esclude la causa dolosa).

Il gruppo Jane’s Revenge solo il 15 giugno invitava tutti i suoi adepti ad iniziare, anzi, a proseguire la guerra contro chiese, giudici e centri pro vita del Paese. Lunedì 13 giugno gli stessi terroristi avevano bloccato le vie d’accesso alla Corte Suprema, dopo averlo ampiamente annunciato e solo per la solerzia della polizia, non sono passati all’assalto dei giudici. Per settimane il New York Times ha aizzato le folle e spinto verso l’occupazione permanente di strade e piazze per protestare sine die. Secondo il Guardian, in sintonia con la stampa liberal americana, la possibile decisione della Corte Suprema porterà ad una grande “guerra civile”. Il sindaco di Chicago, Lori Lightfoot, del Partito Democratico, ha chiesto pubblicamente sui social di “imbracciare le armi” per difendere l’aborto contro la Corte Suprema.

Il segretario al Tesoro Janet Yellen, in un’audizione al Senato, a maggio, sulla preoccupante situazione economica e la crescita dell’inflazione nel Paese, si è preoccupata di dilungarsi sulla decisione della Corte sostenendo che “avrebbe portato a una grave crisi economica”. I grandi gruppi editoriali hanno vietato ai propri giornalisti di prendere le distanze dalle manifestazioni pro aborto e introdurre opinioni pro life nei propri articoli. Il Washington Post ha addirittura chiesto ai produttori di videogame di schierarsi chiaramente contro la sentenza attesa.

Sentenza capovolta

Ma cosa è accaduto oggi e perché si parla di un capovolgimento della sentenza Roe v Wade? Sulla scrivania dei giudici della Corte Suprema c’era il caso Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization che vede contrapposto lo Stato del Mississippi alle organizzazioni abortiste. Considerato da subito, dagli addetti ai lavori il più importante fin dai tempi della Casey contro Planned Parenthood, la sentenza del 1992 che confermò il diritto di abortire introdotto dalla Roe nel ’73, è nato in Mississippi.

Il 19 marzo 2018, il governatore repubblicano dello Stato meridionale, Phil Bryant, firmò una legge che dichiarava illegali in Mississippi tutti gli aborti praticati entro le 15 settimane di gravidanza. Si è trattato di un affronto diretto alle sentenze Roe v. Wade e Planned Parenthood v. Casey, nelle quali è stato stabilito principalmente che l’aborto è legittimo in qualunque caso fino a quando il bambino non è in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno. La legge del Mississipi non è mai entrata in vigore, perché l’Organizzazione di Jackson per la salute delle donne, che gestisce l’unica clinica abortista di tutto lo Stato di 3 milioni di abitanti, presentò un esposto alla corte federale distrettuale, che bloccò la legge nel novembre del 2018. Il Mississippi non è il primo Stato ad approvare una legge simile nella speranza di riuscire a portarla davanti alla Corte Suprema. Ma nessuno c’era mai riuscito.

Stati liberi di legiferare

Il ministro della Salute del Mississippi, Thomas Dobbs, che ha dato il nome alla causa, ha chiesto che agli Stati, cioè ai cittadini, sia restituito il diritto di legiferare a piacimento in materia. La clinica, invece, voleva porre la parola fine alla possibilità da parte dei Parlamenti locali di intralciare la libertà delle donne. Ora che la Corte Suprema si è pronunciata a favore della norma del Mississippi le opzioni saranno diverse diverse: ci sarà una revisione della Roe v. Wade che renderebbe liberi gli Stati di vietare l’aborto al primo e secondo trimestre di gestazione, oppure di vietare a tutti gli Stati gli aborti oltre la 15esima settimana. Un passo ulteriore sarebbe invece quello di permettere ai parlamenti locali non solo di limitare l’aborto ma di proibirlo del tutto, con sanzioni e pene per chi vi partecipasse.

I giudici della sentenza Roe legalizzarono l’aborto puntellandosi al principio della privacy che discendeva implicitamente da un altro principio contenuto nel XIV emendamento: il principio di libertà. Con quella sentenza, nel 1973, venne stabilito che il bambino nel grembo materno non fosse, come dicono gli americani, una “persona costituzionale” e che l’aborto potesse rientrare nei diritti costituzionali statunitensi.

La sentenza pubblicata oggi stabilisce, invece, che Roe e Casey debbano essere annullate perché la Costituzione Usa non fa alcun riferimento all’aborto, e nessun diritto del genere è implicitamente tutelato da alcuna disposizione costituzionale. E che la decisione non si basa su alcun giudizio in merito a quando uno Stato dovrebbe considerare la vita prenatale come avente dei diritti o interessi legalmente riconoscibili. La Corte quindi demanda ai singoli Stati tale questione legata all’eventuale soggettività giuridica del nascituro e, a monte, allo status personale dello stesso. Le due sentenze di cui sopra sono illegittime. Ritengono che il Quattordicesimo Emendamento non tuteli il diritto all’aborto, e, soprattutto, hanno confermato quando per decenni, fior fiori di giuristi hanno dimostrato: la struttura della decisione Roe nel 1973 somigliò più che a una sentenza, a un testo di legge, cosa che creò un’anomalia giurisprudenziale enorme.

“Non possiamo permettere che le nostre decisioni siano influenzate da condizionamenti esterni come la preoccupazione per la reazione del pubblico al nostro lavoro. […] Non pretendiamo di sapere come reagirà il nostro sistema politico o la nostra società alla decisione odierna di annullare Roe e Casey. E anche se potessimo prevedere cosa accadrà, non ci potremmo permettere che questa conoscenza influenzi la nostra decisione”, c’era scritto a pagina 63 e 65 della bozza della sentenza trapelata a maggio. I giudici sono stati di parola, ma tutto lascia intende che davvero ci sarà una guerra civile dopo questa sentenza.

Lorenza Formicola, 24 giugno 2022 – https://www.nicolaporro.it/usa-sentenza-storica-la-corte-suprema-cancella-il-diritto-allaborto/

Attenti: la Cina sta preparando una guerra

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Lo avevamo scritto chiaramente su questo sito che l’obiettivo degli USA non è la Russia ma la Cina. Biden vuole regolare i conti con il suo maggior competitor e rischia un nuovo Vietnam…(n.d.r:)

di Matteo Milanesi

Per la prima volta dall’inizio del mandato, il presidente americano, Joe Biden, si è recato in visita al palazzo imperiale di Tokyo, per incontrare il sovrano Naruhito. Tema centrale del vertice è stata la nascita dell’Ipef, il nuovo accordo tra tredici Stati dell’Indo-Pacifico, in una funzione di contenimento del colosso cinese. Traghettatrice della proposta è stata Washington, la quale aveva già saldato la propria influenza, almeno in territorio asiatico, con la stipulazione di un accordo militare con India, Australia ed il Giappone stesso: il famoso Dialogo quadrilaterale di sicurezza del 2017. Proprio lo scorso 6 gennaio, il primo ministro giapponese, Fumio Kishida, e quello australiano, Scott Morrison, hanno stipulato un nuovo trattato, denominato “Reciprocal Access Agreement”, con l’obiettivo di creare una più profonda cooperazione militare, anche con il compimento di esercitazioni congiunte.

Nell’Oceano Pacifico, il problema principale non è più Mosca, ma Pechino. Recentemente, il regime comunista di Xi-Jiping ha rafforzato la propria linea di difesa, attraverso il completamento del processo di militarizzazione delle isole artificiali del Mar Cinese meridionale, poche miglia a sud di Taiwan. Il tutto costellato dalle continue rivendicazioni proprio su Taipei, paradossalmente rimasta fuori dall’accordo tra Giappone e Stati Uniti di ieri.

L’avviso di Biden

Nonostante tutto, Biden ha avvisato il nemico: in caso di invasione dell’isola di Formosa, ecco che gli Stati Uniti interverranno militarmente. Non solo, quindi, con un sostegno indiretto, tramite l’invio di armi, come avviene in Ucraina; ma con uno diretto, trovandoci dinanzi ad un’immediata escalation mondiale, che coinvolgerebbe il colosso cinese contro l’alleanza atlantica.

La Cina si è trasformata nell’ago della bilancia geopolitica mondiale. Se, da una parte, cerca di presentarsi come potenza terza, neutrale e mediatrice nel conflitto tra Ucraina e Russia; dall’altra, nell’Indo-Pacifico, mostra la sua immagine contraria, quella più cruda, violenta, aggressiva. Taipei è costantemente violata nel suo spazio aereo, le minacce di Xi continuano a perseguire sia l’Isola di Formosa che Hong Kong, le spese militari del Dragone sono in vertiginoso aumento.

Nel contesto asiatico, Pechino è la nuova Mosca: un regime assetato di espansionismo imperialista, che non ha mai fatto i conti con la storia, con la sovranità di Paesi oggi indipendenti, ma originariamente sotto la sfera d’influenza cinese.

Segnali di guerra

Lo stesso investitore americano, Kyle Bass, ha evidenziato il processo di continua indipendenza, sia economica che militare, della Cina dell’ultimo biennio. In una pluralità di tweet, Bass ha tracciato un profilo inquietante, indicando come l’autarchia di Pechino si stia attestando su precisi piani, programmi, scadenze.

Già nel gennaio 2020, appena prima dello scoppio pandemico, la Cina aggiornava “la sua legge sugli investimenti esteri, che conferisce il potere di nazionalizzare beni ed investimenti esteri, in circostanze speciali, che includono la guerra”. E ancora, prosegue Bass: “Pechino sta accumulando cereali da oltre un anno. Si stanno gettando le basi per il completo sequestro di beni esteri e investimenti in Cina. Se sei un fiduciario istituzionale, è meglio che riconsideri la tua valutazione del rischio di investire in società cinesi pubbliche o private”.

Inoltre, il Dragone sta proseguendo nell’attuazione di una politica di radicale calo delle importazioni, incentivando il mercato interno, formato da oltre un miliardo di cittadini. Il tutto concluso dalla necessità della Russia di affidarsi alle dipendenze di Pechino, da sempre in rapporto di amicizia-conflittualità con Mosca, ma che appare l’unica opzione putiniana per difendersi dalle sanzioni economiche occidentali.

Nel frattempo, i toni di Biden non sembrano tramutare, neanche nei confronti della Cina. Dopo il ventilato auspicio di un “cambio di potere a Mosca”, ecco il nuovo affondo contro il Paese che si avvia a diventare la prima potenza economica mondiale. L’idea di intavolare rapporti diplomatici, facendosi da garanti, guarda caso come avvenne durante la presidenza Trump, non pare piacere all’amministrazione democratica. Speriamo solo che quest’ultima chiamata alle armi non sia quella fatale. Per gli Stati Uniti e per l’Europa.

Matteo Milanesi, 23 maggio 2022

Perché deve farci paura la foto di Draghi coi bimbi festanti

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di Carlo Lottieri

Il pezzo di Matteo Milanesi sul premier Mario Draghi che, visitando una scuola veneta, ha ignorato le sue stesse disposizioni ha evidenziato come il presidente del Consiglio sembri talvolta lasciarsi ispirare dal Marchese del Grillo. Se gli uomini di potere dettano le loro volontà, non è certo perché essi debbano rispettarle.

Le immagini arrivateci da Sommacampagna sono però inquietanti non soltanto perché hanno evidenziato l’alterigia dei governanti e il loro ridicolo senso di superiorità. Esaminare quelle fotografie, infatti, ci costringe pure a ricordare che ancora adesso, quando siamo per lo più tornati a vivere normalmente, i nostri ragazzi sono costretti a portare quella mascherina che si fa sempre più logora, inutile, perfino dannosa. In aula, per ore i giovani respirano la loro anidride carbonica e tutto questo sulla base dell’argomento che in tal modo essi eviterebbero la diffusione di un virus ormai assai poco pericoloso. Senza dimenticare che il Covid-19 non hai rappresentato un serio problema per soggetti molto giovani e in normali condizioni di salute.

Non solo i “signori” del Palazzo fanno una vita e i “plebei” un’altra, ma noi adulti siamo ormai affrancati mentre ai ragazzi si continua a imporre – per giunta in settimane tanto calde e afose! – il supplizio di questo orpello che taluni utilizzano per strada soltanto per esibire il loro presunto civismo: la loro superiorità di cittadini ossequiosi di fronte alle direttive dei governanti.

C’è poi un’altra questione, ancor più inquietante. Quelle fotografie ci mostrano bambini di varie età con un tricolore in mano, chiamati a esibire un entusiasmo non sappiamo quanto sincero. Lo stile ricorda la Corea del Nord oppure, per restare nei nostri lidi, le periodiche visite del Duce nelle scuole del Regno d’Italia durante il Ventennio fascista. Un simile fanatismo ideologico, che forza ognuno di noi a riconoscersi in simboli che legittimamente possono apparire disgustosi, è sullo stesso piano di un fondamentalismo che volesse imporre a chiunque questa o quella pratica religiosa.

È davvero laico uno Stato che pretende che ogni studente debba condividere questo nazionalismo, a dispetto del fatto che esiste un fil rouge che collega il Risorgimento, le conquiste coloniali, le grandi guerre, la Resistenza e quanto è venuto dopo?

Tali tremende fotografie ci ricordano a cosa serve davvero il Ministero dell’Istruzione, che da un secolo e mezzo è lo strumento con cui i ceti dominanti manipolano giorno dopo giorno le menti e i cuori delle nuove generazioni. Quelle bandierine tricolori agitate dagli scolari devono farci paura, perché lo sventolio è parte di un programma di brainwashing volto a costruire sudditi, contribuenti e – naturalmente – anche soldati.

La retorica nazionalista, a base di capi politici e drappi tricolori, ci accompagna da troppo tempo: fin dall’epoca che ha trascinato l’intero paese in sanguinosi e ingiustificabili conflitti mondiali. Oggi l’igienismo di Stato è usato dai governanti per ampliare il loro controllo su di noi, ma chi comanda sa bene come i vecchi drappi che hanno accompagnato la drammatica storia della penisola negli ultimi centocinquant’anni possono servire ancora oggi. Pochi sono consapevoli che la retorica sciovinista ha costruito quelle trincee in cui molti nostri nonni e bisnonni hanno perso la loro vita; e certo questo non lo sanno i bambini, a cui viene insegnato a essere buoni e dunque obbedienti.

Mezzo secolo fa Edoardo Bennato scrisse una canzone, In fila per tre, nella quale sottolineava come la scuola di Stato servisse “ad amare la patria e la bandiera”, raccontandoci che “noi siamo un popolo di eroi e di grandi inventori / e discendiamo dagli antichi Romani”. Il sistema educativo si rivolge in tal modo al giovane: “farò di te un vero uomo / ti insegnerò a sparare, ti insegnerò l’onore / ti insegnerò ad ammazzare i cattivi”. Alla fine di questo processo di manipolazione, ricatti e promesse, l’esito è chiaro: “ora sei un uomo e devi cooperare / mettiti in fila senza protestare / e se fai il bravo ti faremo avere / un posto fisso e la promozione”.

Retorica, violenza, clientelismo e servilismo: quelle bandiere che i bambini sono stati costretti ad agitare simboleggiano tutto questo. E di fronte a un simile spettacolo è più che legittimo avvertire forti conati di vomito.

Carlo Lottieri, 23 maggio 2022

No, la Russia non ha già perso: ecco perché

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Quello che manca in Italia è il dibattito di tesi diverse (a parte le discussioni dei talk show che per forza di cose non consentono di approfondire ed esaminare i dati e i fatti) per cui fa piacere vedere una critica anche dal tono polemico ad uno dei nostri ultimi articoli. (la mancanza di dibattito in Italia è stata denunciata anche dal nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna nell’ Editoriale di lunedì scorso su InFormazione Cattolica, n.d.r.)

Quello che però manca completamente in questo articolo è – a nostro modesto avviso – un fatto fondamentale: in Ucraina orientale e meridionale vivono milioni di russi, persone di lingua e tradizioni russe. Dal 2014 il governo ucraino manda i suoi soldati a combattere contro dei russi all’interno dell’Ucraina, cerca di rioccupare zone dove la gente risente l’imposizione dell’identità ucraina e ci si ammazza da anni tra ucraini e russi all’interno dei confini dell’Ucraina.

I nostri media e anche l’autore che ci critica fingono che non ci siano russi di lingua russa in Ucraina in guerra o in conflitto con gli ultranazionalisti ucraini dal 2014. Come abbiamo provato a spiegare, in pratica i russi combattono i diritti di altri russi all’interno dell’Ucraina. Non cercano di conquistare l’Ucraina, ma sono semmai gli ucraini che cercano di conquistare le zone abitate da russi.

L’economia russa

Detto questo, esaminiamo lo stesso le altre argomentazioni (e approfondiamo al contempo la storia di questo paese). L’orso russo sarebbe fragile e il suo apparato militare pure. 

La Russia sarà più ricca dell’Ucraina ma rimane un paese con un’economia profondamente depressa. Il Pil russo è equivalente a quello della Spagna per una popolazione di 144 milioni di persone (la Spagna 44).

Secondo l’Economist di questa settimana “l’economia russa è di nuovo in piedi”. E l’articolo ammette che “The real economy is surprisingly resilient too” (“anche l’economia reale è sorprendentemente resiliente”). Il rublo ha sorpreso tutti salendo invece di scendere ed è tornato a 65 rubli per un dollaro che è livello più basso dal 2020. Quando è iniziata la guerra in febbraio era sui 75 rubli per un dollaro.  

Se poi lo si confronta con l’euro, che ha perso da 1.14 a 1.05 contro dollaro con le sanzioni e la guerra, il rublo si è apprezzato di oltre il 17%! Il rublo era a 83 rubli per un euro e ora dopo tutte queste sanzioni siamo a 69 rubli per un euro. Ci sono quindi dati economici, sia di PIL, export, import, consumi e tasso di cambio che per ora mostrano come le sanzioni e i riflessi della guerra siano negativi per l’Europa, ma non per la Russia.

L’economia occidentale

Questo perché il PIL è composto di valori monetari, per cui comprende servizi finanziari, bancari, immobiliari, pubblicità, spese mediche, legali e così via e soprattutto spesa per consumi. Quanto tutte queste spese siano finanziate con debito pubblico o debito estero non importa ai fini del calcolo del PIL. Ad esempio, la Spagna citata anni fa faceva quasi il 20% del Pil con la costruzione di case residenziali a valori inflazionati. I paesi occidentali negli ultimi anni, specie con l’emergenza da Covid-19, hanno sostenuto il PIL con enormi debiti, gli Usa hanno aumentato il debito pubblico di 10mila mld in pochi anni portandolo a 30mila mld e hanno un deficit estero ora di 1,300 mld circa l’anno.

L’Italia stessa dal 2020 a quest’anno aumenterà il debito pubblico di circa 400 mld in tre anni. Ci sono paesi come Usa e UK dove la parte manifatturiera è minima e i servizi finanziari, l’immobiliare e il consumo sono quasi l’80% del Pil. In altri paesi il Pil comprende invece una quota maggiore di produzione di beni industriali, di acciaio, alluminio, minerali, gas, petrolio, carbone, cereali e materie prime varie. E il debito pubblico e il debito estero sono minimi. Questo è il caso della Russia dove il surplus con l’estero è ora sui 20 mld (in $) al mese, mentre ad esempio in Usa il deficit estero ultimo è uscito di 110 mld di $ al mese. La Russia ha da anni un enorme surplus con l’estero in % del Pil e non ha quasi debito pubblico ed è il maggiore produttore al mondo di materie prime di ogni genere. Il suo PIL è costituito soprattutto da produzione di beni essenziali come le materie prime e non ha quasi debiti.

Con l’embargo e la guerra il prezzo delle materie prime è salito anche di due o tre volte e il risultato è che il Pil della Russia sta salendo più di prima e il suo surplus estero ha toccato livelli record. Anche i dati di spesa per consumi interni sono positivi a differenza di quelli di quasi tutti i paesi occidentali in aprile ad esempio +2,2% contro dei -3% o anche -5% (vedi UK) che si vedono in Europa. La produzione industriale in Germania, ad esempio, ha perso un 5% circa. Tutto questo non è propaganda filorussa, ma la realtà.  

L’arsenale nucleare

A differenza della Spagna però, la Russia deve mantenere con il suo ridotto Pil un arsenale nucleare da superpotenza e una flotta oceanica, soprattutto sommergibili, di primo livello ma oggi del tutto sproporzionata. Una questione di prestigio piuttosto che di reali necessità militari. Quanto può rimanere per aviazione ed esercito? Molto poco e si è visto in questi giorni.

Il budget militare della Russia è di 65 mld circa su 1,550 mld di Pil, quindi un 4% e rotti, simile in % agli Usa che spendono 770 mld su circa 20 mila mld di Pil. L’Ucraina in % spendeva invece quasi il 5% del PIL, uno delle % più alte al mondo, nonostante sia il paese più povero d’Europa. Nonostante spenda 11 volte di meno degli Usa, l’arsenale atomico della Russia è considerato equivalente in termini di una eventuale guerra nucleare. Se parliamo ad esempio di carri armati, le stime di quelli russi sono da un minimo di 23mila ad un massimo di 32mila e in Ucraina sembra ne abbiano persi finora tra 500 e 700. La superiorità però dei russi si manifesta soprattutto nella missilistica perché ogni giorni si legge di depositi, raffinerie, nodi ferroviari in ogni angolo dell’Ucraina colpiti. Come noto, la Russia fornisce la maggior parte delle armi a Pakistan e India e vende anche alla Cina che è il maggiore cliente. 

L’esercito di Mosca è decimato?

“… i famosi 120 Btg (Battalion Tactical Group, la task force operativa del riformato esercito russo. Circa 800 soldati ciascuno) erano già fin dall’inizio troppo pochi per un boccone come l’Ucraina. E ora la Russia non ha riserve. I filorussi possono vaneggiare sui milioni di soldati pronti a scatenarsi sull’Ucraina e a minacciare la Nato, ma questi contingenti non esistono. Per la famosa offensiva del Donbass, i russi hanno solo potuto contare sulle molto malridotte unità ritirate da Kiev e Kharkov. Queste unità, risistemate alla bell’e meglio, sono state spostate nel Donbass. Risultato: si sono nuovamente impantanate. Anche perché, sorpresa, ritirandosi da Kiev hanno liberato altrettante unità ucraine (tra le migliori dell’esercito ucraino) che sono subito andate, anche loro, nel Donbass ecc…”

Le previsioni sulle battaglie sono molto più difficili di quelle economiche e finanziarie perché entrambe le parti filtrano ogni notizia negativa di perdite che le riguardi ed evidenziano solo quelle positive. I dati dei morti, prigionieri, perdite di materiale e così via differiscono a seconda delle dozzine di esperti militari che si possono leggere. Se si citano fatti molto specifici, come fa qui l’autore, bisognerebbe indicare le fonti. Quello che è certo è che i russi hanno abbandonato l’avanzata verso Kiev e ora avanzano molto lentamente nelle province dell’est e del sud dove hanno occupato una superficie pari all’Italia e stanno ora anche sistematicamente colpendo con missili depositi militari di benzina, nodi ferroviari e altra infrastruttura in tutta l’Ucraina. Un altro dato certo è che mentre l’Ucraina ha richiamato i soldati di leva, la Russia finora non lo ha fatto. La popolazione dell’Ucraina era stimata dalla Ue di 42 milioni Qui si può leggere un impressionante reportage del 2020 dell’importante rivista “Atlantic” sullo svuotamento dell’Ucraina che da venti anni vede la popolazione adulta emigrare ovunque può in Europa.

I riservisti a confronto

Ufficialmente il governo per ragioni politiche non aggiorna dal 2001 il censo fermo a 46 milioni, ma come si può leggere le stime sono che la popolazione sia scesa parecchio, se prendiamo la stima Ue a 42 milioni. Ora 5 milioni sono usciti e tra loro non ci sono solo donne e bambini, ma anche maschi adulti come si può vedere dai filmati. In più la Russia ha occupato zone, di lingua prevalentemente russa, in cui risiedono da 6 a 8 milioni di persone. La popolazione che risiede sotto il governo ucraino di Zelensky può quindi essere ora ridotta a circa 33 o 34 milioni nel caso migliore. La Bielorussia di fatto è alleata alla Russia e assieme hanno 156 milioni di abitanti e poi ci sono appunto forse 6 o 8 milioni di persone di lingua russa in Ucraina che hanno di fatto combattuto dal 2014 per l’autonomia dal governo nazionalista. Se la Russia è alle strette, può dichiarare formalmente guerra e mobilitare, come nella Seconda guerra mondiale. Può attingere però appunto ad un potenziale di forse 160 milioni contro circa 32-34 milioni dell’Ucraina.

Chi ha più chance di vincere

L’autore dell’articolo cita notizie militari su sconfitte ed errori dei russi, non siamo in grado di giudicare, ma anche se fossero tutte vere, la storia militare della Seconda guerra mondiale, insegna che i russi hanno commesso errori e subìto perdite pesanti per poi insistere, attingere a tutte le loro risorse umane e materiali e continuare fino alla sconfitta di un avversario motivato, ma inferiore quantitativamente come i tedeschi. 

L’esercito ucraino è probabilmente però meno motivato, a parte le milizie nazionaliste come il battaglione Azov, a continuare a combattere per occupare le province dell’Est di lingua russa come il Donbass. Perché lo ha già fatto per otto anni! E ora si trova di fronte il terzo esercito al mondo (dopo Usa e Cina), con dietro circa 160 o 170 milioni di russi sparsi dalla Bielorussia, all’Ucraina stessa. I russi al momento combattono in zone russe, all’interno dell’Ucraina, ma dove si parla russo e la maggioranza della popolazione è dalla loro parte. Inoltre, si sentono assediati dalla Nato e vedono che gli Usa e i loro alleati vogliono la loro disfatta. I russi combattono per difendere il futuro della nazione a loro avviso minacciata dalla Nato e dagli Usa. Che sia vero o falso poco importa, ci credono e sono motivati a combattere per la Santa Madre Russia, basta vedere le loro canzoni e manifestazioni patriottiche. I soldati ucraini dell’esercito regolare invece combattono per occupare zone abitate da russi con cui sono in conflitto dal 2014. Per capire questo però bisogna leggere un poco di storia…

L’Ucraina e i filorussi

Abbiamo mostrato mappe storiche e linguistiche dell’Ucraina e nessuno che noi sappiamo ha mai smentito o anche solo voluto discutere questo fatto storico: che l’Ucraina coi confini attuali è una suddivisione inventata dai bolscevichi per ragioni amministrative che contiene sia russi che ucraini. Ma non è mai esistita nella storia moderna o antica un’entità “Ucraina” che comprendesse ad esempio la Crimea, Mariupol, il Donbass, Odessa, e in pratica l’Ucraina orientale meridionale. 

L’unica entità politica che si trovi nei libri di storia è limitata alla regione di Kiev intorno al 1,100, prima che venisse distrutta dai Mongoli. E prima dell’anno 1,000 circa, sia in Russia che in Ucraina le fonti storiche sono minime e molte si riferiscono all’impero dei Khazari (popolazione di etnia turca) che occupava dal 500 all’800 circa quasi tutta l’Ucraina attuale. 

La lingua ucraina, che è parlata nella parte occidentale e solo in parte in quella orientale, oggi è sostanzialmente diversa dal russo e somiglia di più al polacco, dato che tra il 1300 e il 1650 l’Ucraina occidentale ha fatto parte della Polonia. Ma le province a est e sud dalla fine del medioevo hanno fatto parte della Russia.  

Se si legge quindi un poco di storia, si comprende che oggi ci sono milioni di persone di lingua e identità russa in Ucraina.

Questi milioni di persone si sono ritrovate dopo il colpo di stato del 2014 oppresse da un governo ultranazionalista che ad esempio proibiva di usare la loro lingua. Una prova è il massacro di Odessa (ora derubricato da Wikipedia a “incendio”) dove i nazionalisti hanno bruciato vivi una trentina di russi che protestavano. Quello che quasi tutti omettono nei giornali e Tv è che la guerra è in corso dal 2014 e l’esercito ucraino bombarda i russi all’interno dell’Ucraina da anni. L’Onu riporta 14mila morti di cui 4mila civili dal 2014 a quest’anno, ma questo è un fatto che le Tv e i giornali non vogliono mai citare.

Fino a quando si finge che in Ucraina non ci siano (per ragioni legate al crollo dell’Urss) milioni di russi, non si capisce cosa è successo. Anche se è simile a quello che abbiamo visto in Croazia, Bosnia e Kosovo, dove i confini delle repubbliche formatesi dopo il crollo della Jugoslavia non corrispondevano alla presenza dei diversi gruppi etnici.

In conclusione, i russi oltre ad avere dieci volte la produzione e cinque volte la popolazione del governo ucraino di Zelensky sono probabilmente più motivati a vincere. Questo in America e anche sfortunatamente ora in Europa non lo si capisce perché si ignora la storia. I russi possono anche aver fatto più errori militari finora degli ucraini diretti e aiutati dalla Nato, questo non lo sappiamo e forse nessuno che non sia sul campo lo sa.

Ma come abbiamo provato a evidenziare, hanno tutte le risorse necessarie di produzione, di armamenti e personale, sono compatti dietro a Putin e per loro è una guerra per liberare popolazioni russe da un nemico nazionalista diretto da Usa e Nato. Qui in Italia e in Europa non si capisce che per loro è qualcosa di simile alla Seconda guerra mondiale. All’epoca erano alleati dell’impero britannico e degli Stati Uniti e quindi certi della vittoria finale, mentre ora si sentono contro tutti gli alleati degli Usa, messi con le spalle al muro e non possono permettersi di perdere. 

Hanno iniziato come “operazione speciale” sul modello israeliano in Libano diciamo, e ora stanno progressivamente estendendo la guerra portando distruzione nelle infrastrutture e mobilitando man mano più forze. Sentono di non avere altra alternativa, vedono che gli Usa dichiarano di volerli sconfiggere e rovesciare il loro governo.  Questa ormai per certi versi sembra una delle tante guerre angloamericane condotte in Medio Oriente. Qui però ci sono 160 milioni di persone con una motivazione patriottica, le atomiche, le materie prime e un esercito che non ha mai ceduto (se non in Afghanistan dove non c’era la motivazione). Dall’altra parte c’è un regime nazionalista corrotto, che non rappresenta tutto il paese e prima della guerra era impopolare, finanziato e diretto dagli Usa e che combatte per cosa?  Per occupare zone come il Donbass o Mariupol dove la popolazione non lo vuole.

Come si fa a non capire che i russi non cederanno a nessun costo e mobiliteranno tutto quello che hanno? Come si fa realisticamente a non capire che sarebbe meglio per tutti una sconfitta dell’Ucraina, con il riconoscimento dell’indipendenza del Donbass, di  una possibile guerra mondiale?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/no-la-russia-non-ha-gia-perso-ecco-perche/

Unicredit, Enel e tutte le altre: come stanno le aziende italiane? Ecco i loro conti

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di Giulio Visigalli

Unicredit

Ha chiuso i primi tre mesi dell’anno con risultati record per quanto riguarda utile netto, ricavi e costi. Se si esclude l’impatto della Russia, l’istituto di Piazza Gae Aulenti ha registrato un utile netto di 1,2 miliardi. Nel corso del primo trimestre, il gruppo guidato da Andrea Orcel ha contabilizzato rettifiche su crediti per 1,3 miliardi di euro, quasi interamente verso la Russia. Se si considera la Russia l’utile sarebbe pari a 247 milioni, in calo del 62,4% rispetto al trimestre precedente e in ribasso del 70,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Tenaris

Nel primo trimestre 2022 i ricavi di Tenaris si sono attestati a 2,38 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto agli 1,18 miliardi di dollari realizzati nello stesso periodo del 2021. Il principale fattore che ha permesso al fatturato di Tenaris di balzare in avanti a tal punto è da attribuirsi all’aumento dei prezzi delle tubazioni Oil Country Tubular Goods nelle Americhe. Il risultato operativo di Tenaris alla fine del primo trimestre 2022 è stato pari a 484,25 milioni di dollari, nettamente al di sopra dei 51,59 milioni del primo trimestredel 2021. Di conseguenza l’utile di Tenaris si è attestato a 502,77 milioni di dollari, in forte rialzo rispetto ai 106,35 milioni che sono stati contabilizzati nei primi tre mesi del 2021.

Saipem

La società ha chiuso i primi tre mesi con ricavi in aumento del 20% a quota 1,94 miliardi di euro ed un Ebitda che è passato da 88 a 145 milioni di euro. +11,8% nel giorno dopo la pubblicazione conti

Eni

Il Cane a sei zampe ha registrato un forte miglioramento dei ricavi e della redditività. Eni ha chiuso i primi tre mesi del 2022 con ricavi della gestione caratteristica pari a 32,13 miliardi di euro, con un aumento vertiginoso del 122% rispetto ai 14,49 miliardi realizzati nel primo trimestre dell’anno precedente. L’utile operativo adjusted si è attestato a quota 5,19 miliari di euro, in forte aumento rispetto agli 1,32 miliardi ottenuti nei primi tre mesi dell’esercizio precedente. Infine, Il risultato netto è stato positivo per 3,58 miliardi di euro.

Campari

Periodo chiuso con ricavi e redditività in forte miglioramento. Campari ha chiuso lo scorso trimestre con ricavi netti per 534,8 milioni di euro, con un incremento del 34,4% rispetto ai 397,9 milioni ottenuti nei primi tre mesi del 2021. In forte rialzo anche il margine operativo lordo rettificato, che è salito da 87,6 milioni a 134,7 milioni di euro (+53,7%). Molto positivo anche l’utile ante imposte che si è attestato a 107 milioni di euro (+65,1%).

Enel

Con la spesa per l’energia in forte rialzo, la trimestrale di Enel non può che essere stata molto robusta. Enel ha chiuso il primo trimestre 2022 con una forte progressione sia dei ricavi che dell’utile. In particolare, il fatturato di Enel al 31 marzo 2022 è salito dai 18,49 miliardi di un anno fa a quota 34,96 miliardi di euro, con un aumento del +89,1%. L’utile netto si è attestato a quota 1,44 miliardi di euro in rialzo rispetto ai 1,21 miliardi di euro dello stesso periodo 2021. La progressione dell’utile netto di Enel su base annua è stata del +18,9%.

Moncler

Ha chiuso il periodo con ricavi pari a 589,86 milioni di euro, con un aumento del +61% rispetto ai 365,46 milioni ottenuti nei primi tre mesi dello scorso anno. I vertici del gruppo hanno precisato che i risultati includono ricavi del marchio Moncler pari a 473,4 milioni di euro e quelli del marchio Stone Island pari a 116,5 milioni. Rispetto al primo trimestre del 2019 il fatturato di Moncler ha registrato (a cambi costanti) un balzo del 58%.

Ferrari

Soddisfano i conti del primo trimestre 2022. La società ha registrato utile e ricavi in crescita, nonostante lo scenario globale incerto. I risultati di inizio 2022 sono stati giudicati “eccellenti” dall’ad Benedetto Vigna. I principali guadagni sono aumentati del 12% nel primo trimestre 2022 poiché la domanda per le sue auto sportive è rimasta forte nonostante le turbolenze politiche globali. L’utile rettificato (EBITDA) è stato di 423 milioni di euro nel periodo gennaio-marzo, aiutato dalla raccolta di anticipi sulla Daytona SP3, uno degli ultimi modelli Ferrari. Crescono del +12% rispetto allo stesso periodo 2021 le consegne di veicoli pari a 3.251 unità. I ricavi netti si sono attestati a 1,186 miliardi di euro, in aumento del +17,3% rispetto al 2021. Bene anche l’utile netto pari a 239 milioni di euro, con una crescita del +16% sul 2021.

STM

Primo periodo del 2022 chiuso con un aumento dei ricavi e della marginalità, con dei risultati migliori rispetto alle stime del management. I ricavi si sono attestati a 3,55 miliardi di dollari, con un aumento del 17,6% rispetto ai 3,02 miliardi realizzati nello stesso periodo del 2021. La crescita dei ricavi si può attribuire alle maggiori vendite nette in tutti i gruppi di prodotto ad eccezione del sotto-gruppo Imaging. L’utile netto si è attestato a 747 milioni di dollari, con un aumento del + 105% rispetto ai 364 milioni dello stesso periodo del 2021.

CNH

Ha chiuso il primo trimestre 2022 con un Ebit adjusted dalla attività industriali in crescita del +9% a quota 429 mln$, battendo le stime degli analisti ferme a 391 mln di dollari. Sale del 15% il fatturato netto delle attività industriali rispetto allo scorso anno ora pari a 4,2 Mld$ grazie ai migliori prezzi di vendita.

Stellantis

Il colosso dell’auto ha chiuso i primi tre mesi del 2022 con ricavi netti per 41,5 miliardi di euro, con un aumento del +12% rispetto ai 37 miliardi realizzati nel primo trimestre del 2021. Le consegne complessive consolidate si sono attestate a 1,37 milioni di unità (-12% rispetto al primo trimestre 2021), questo a causa della mancata evasione di ordini per l’approvvigionamento di semiconduttori. Nel frattempo, le immatricolazioni di nuove auto in Italia sono calate di circa il 33% circa ad aprile con il gruppo Stellantis che ha registrato una flessione del 41% delle immatricolazioni.

Telecom

I ricavi da servizi del Gruppo si sono attestati a 3,4 miliardi di euro (-2,5% YoY), in linea con la guidance, questo per effetto del mutato contesto nel mercato domestico che l’anno scorso beneficiava del piano voucher per le famiglie, oltre che della maggiore richiesta di connettività derivante dalla pandemia. Il primo trimestre, pertanto, pur essendo caratterizzato da un andamento dei risultati e del business in sostanziale continuità con il trend già evidenziato nell’ultima parte 2021, segna un momento di discontinuità nella gestione del Gruppo. Si è registrato un indebitamento finanziario netto pari a 22,6 miliardi di euro, in aumento di 1,5 miliardi di euro YoY e di 0,5 miliardi rispetto al 31 dicembre 2021. L’Equity free cash flow è positivo per 123 milioni di euro su base after lease (301 milioni di euro l’equity free cash flow). Sorprende il Business in Brasile.

Banca MPS

Ha chiuso il primo trimestre del 2022 con un utile di 9,7 milioni di euro, si tratta di una flessione del 91,9% rispetto ai 119,3 milioni del primo trimestre 2021. Monte dei Paschi di Siena non ha esposizioni in Russia e ha confermato le trattative tra il Tesoro (maggiore azionista) con l’Unione europea per la proroga della presenza dello Stato nel suo capitale (ormai scaduta a fine 2021). I ricavi sono stati pari a 783 milioni di euro e si collocano al di sopra delle aspettative per 758 milioni degli analisti, ma sono in calo del 4,6% anno su anno. La banca, in mano allo Stato per il 64%, presenterà il prossimo 23 giugno il nuovo piano industriale, sotto la guida del ceo Luigi Lovaglio.

Banco BPM

Il gruppo guidato da Giuseppe Castagna ha realizzato un utile netto pari a 178 milioni di euro, in crescita del 77,6% su base annua e molto al di sopra delle attese degli analisti. Nei primi tre mesi del 2022 i ricavi si sono attestati a quota 1.186 milioni di euro, con un aumento del +9,1% rispetto all’ultimo trimestre del 2021 e +5,2% su anno. Se il primo trimestre è andato bene, si prevede altrettanto per l’intero 2022 “Salvo ulteriori peggioramenti di scenario”. Gli analisti prevedono qualche problema nel secondo trimestre 2022 per il margine di interesse, questo a causa del minor contributo derivante dalla fine dei prestiti agevolati della Bce, che però potrà avvantaggiarsi del rialzo dei tassi.

Leonardo

Risultato netto di 74 milioni di euro in forte crescita rispetto alla perdita di 2 milioni registrata nell’analogo periodo del 2021. I ricavi si sono attestati a 3.006 milioni di euro, mostrando una crescita di circa l’8% “fortemente influenzata dalla performance degli elicotteri e dai maggiori volumi di produzione della divisione velivoli”. In rialzo sia l’Ebita, pari a 132 milioni (+39%), sia l’Ebit, pari a 123 milioni. Il free operating cash flow (Focf) è stato negativo per 1.080 milioni, ma ha presentato un significativo miglioramento (24%) rispetto al primo trimestre del 2021. Confermata la guidance per l’intero 2022 che prevede ricavi per 14,5-15 miliardi e una redditività in aumento con un Ebita compreso tra 1.180-1.220 milioni a fine esercizio.

Inwit

Forte crescita del +9,1% dei ricavi rispetto all’anno precedente, grazie alla crescita delle ospitalità contrattualizzate nei mesi precedenti. I ricavi si attestano a 207,0 milioni di euro, in aumento del +8,8%.  rispetto allo stesso periodo 2021 quando si erano attestate a 190,2 milioni di euro. L’EBITDA è stato pari a 188,1 milioni di euro, con un aumento del +8,7% rispetto al primo trimestre 2021. L’utile netto è pari a 68,1 milioni di euro, +56,6% rispetto allo stesso periodo 2021, grazie anche al beneficio fiscale derivante dall’operazione di riallineamento fiscale dell’avviamento.

Giulio Visigalli, 6 maggio 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/economia/unicredit-enel-e-tutte-le-altre-come-stanno-le-aziende-italiane-ecco-i-loro-conti/

Mariupol, la verità dei civili: “Il battaglione Azov ci sparava contro”

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di Bianca Leonardi

Siamo ufficialmente nella seconda fase della guerra, come lo stesso presidente Zelensky ha affermato: una guerra combattuta nella parte meridionale del paese, una guerra che non trova fine e che vede al centro dei bombardamenti la regione del Donbass, con le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. È qui che il battaglione Azov – quello che ormai è rimasto – si è asserragliato nell’acciaieria di Azovstal a Mariupol, teatro ormai della spietata guerra.

Se da una parte gli Azov sono a tutti gli effetti militari ucraini e quindi vittime di quell’invasione russa che sta sconvolgendo il mondo, è, però, infantile e poco producente ai fini dell’informazione catalogare i buoni a prescindere e i cattivi a prescindere. Nei conflitti non ci sono gironi speciali, ci sono solo uomini, con i propri errori e le proprie glorie.

A tal proposito, il servizio fatto da Report, realizzato da Manuele Bonaccorsi tra Mariupol e Donetsk, ha mostrato un lato sconosciuto, o nascosto, che la stampa occidentale e italiana ha sempre preferito non approfondire. “Il battaglione Azov, con i suoi carrarmati, ha sparato su casa mia”, racconta una giovane abitante di Mariupol confermando che si trattava di milizie ucraine, in quanto avevano la bandiera del paese sulla divisa.

Le condizioni di vita dei civili di Mariupol, da più di un mese, versano infatti in una situazione drammatica: tra l’impossibilità di uscire dai rifugi e le abitazioni bombardate, e tutto per mano dei nazionalisti ucraini, raccontano. “Senza luce, senza acqua, senza cibo: abbiamo vissuto come i ratti”, spiega una coppia di anziani ormai rimasta senza niente.

E ancora: “I militari ucraini mettevano davanti ai portoni dei barattoli rossi, segnalando alle truppe i punti di fuoco: noi li abbiamo fatti sparire e così abbiamo salvato nostra casa, altrimenti saremmo morti. Quelli del palazzo davanti non l’hanno fatto e lì hanno messo un obice sul tetto da cui sparavano a ripetizione: ora di quel palazzo non resta niente, è stato completamente distrutto”. Un vero tiro al bersaglio da parte del battaglione Azov sui civili di Mariupol: così racconterebbero gli abitanti della città che, stremati, cercano ora una via di fuga verso Donetsk.

“Il 24 febbraio Mariupol è stata chiusa, eravamo in gabbia: non c’è mai stato un corridoio verde per portare via bambini e anziani. Hanno fatto saltare le rotaie del treno ed era impossibile uscire dalla città”. Smontata quindi, stando agli abitanti della città presa di mira, anche tutta l’organizzazione legata alla creazione di corridoi umanitari per far evacuare almeno le persone più fragili, come ha sempre riportato la stampa ucraina.

Anzi, dalle loro parole, sembrerebbe proprio che i civili siano stati tenuti con la forza nei confini della città: “Fin dall’inizio della guerra non è stato possibile lasciare Mariupol, i soldati avevano messo carrarmati in mezzo alle strade e ci dicevano che c’erano i ponti minati. Dopo era troppo tardi per fuggire. Solo quando la Russia ha conquistato tutta la costa orientale siamo riusciti a scappare”, spiega un ragazzo padre di due bambini che ha vissuto per almeno un mese in uno scantinato ed è stato costretto a rubare per dare cibo ai suoi figli.

E per quanto riguarda il fiume di persone che solo adesso si sta spostando nella capitale della repubblica indipendente separatista di Donetsk, l’Ucraina ha parlato di vere e proprie “deportazioni” russe. “Nessuno ci ha deportato: stiamo solo fuggendo all’inferno. Abbiamo persone sepolte sotto ogni casa, ci sono croci ovunque e hanno messo l’artiglieria tra gli edifici residenziali anche se c’era la scritta “bambini”: ci hanno usato come scudi umani”, prosegue un’altra donna raccontando come il battaglione Azov non abbia avuto pietà nemmeno dei più piccoli.

La città di Mariupol è infatti abitata, per la maggior parte, da persone di lingua russa e gli occupanti – cioè le milizie di Putin – vengono chiamati “liberatori” essendo – come riferiscono gli intervistati – gli unici ad aver permesso ai civili di salvarsi e scappare dalla furia Azov. “Noi ci sentiamo russi – racconta un uomo – È stata l’Ucraina che ci ha bombardato, non la Russia: tutto questo lo hanno fatto i neonazisti dell’Azov”.

E stando a quanto dichiarato dai civili è inevitabile tornare a riflettere su quei famosi uomini e donne rinchiusi nell’acciaieria e che, stando alle fonti ucraine, insieme ai nazionalisti non riescano a liberarsi a causa dell’avanzata russa. Torniamo a domandarci: come mai durante il cessate il fuoco, che le truppe del Cremlino ormai fanno quasi regolarmente, quei civili in Azovstal non riescono ad uscire?

Bianca Leonardi, 6 maggio 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/mariupol-la-verita-dei-civili-il-battaglione-azov-ci-sparava-contro/

Azovstal, Capuozzo mostra il video dei miliziani di Azov: “Sapete cosa stanno cantando?”

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QUINTA COLONNA

Si combatte dentro l’acciaieria trasformata in un “inferno”. Asserragliati i soldati del Battaglione Azov

Una combattente di Azov asserragliata all’Azovstal. Il video ripreso da un cellulare. I “resistenti” all’assalto russo che intonano una canzone, l’odierna “Bella Ciao” come scrive qualcuno. È il video, pubblicato sui social e raccontato anche dai media italiani, su cui si sta discutendo in queste ore. Ovvero il canto dei soldati che difendono l’ultima postazione ucraina a Mariupol.

Perché se ne discute? Lo spiega Toni Capuozzo, molto critico sulla posizione che i media occidentali hanno preso rispetto al Battaglione (ormai un reggimento) accusato in passato di simpatie neonaziste. “Non so se sia vero che i “resistenti” dell’Azovstal abbiano chiesto una tonnellata di cibo per ogni quindici civili da rilasciare: la fonte è russa, e ovviamente non farebbe loro onore – scrive lo storico inviato di guerra sui suoi canali social – So quel che leggo sul Corriere della Sera di oggi, che li descrive come dei soldati Ryan da salvare, e paragona la loro canzone a Bella Ciao. Peccato che inneggi a Stepan Bandera, eroe del collaborazionismo con i nazisti. Non è l’unico equivoco: il Primo maggio dal concertone di Roma hanno spedito i saluti a Kiev, senza accorgersi che quella festività è abolita in Ucraina dal 2014″. La seconda strofa della canzone infatti dice: “L’Ucraina è la nostra madre e Stepan Bandera è nostro padre”.

Su Stepan Bandera molto si è detto e scritto. Ucciso a Monaco nel 1959, questo nazionalista ucraino divide la società: amato nella parte occidentale, viene considerato un fondamentalista nazista nelle zone ad Est. Quelle a maggioranza russofona. Nel 2018 vi furono non poche polemiche quando il Parlamento di Kiev decise di festeggiare come festa nazionale il compleanno del discusso combattente. Il leader dell’Oun, Organizzazione dei nazionalisti ucraini, è infatti accusato di aver collaborato con Hitler anche se oggi per il Corriere diventa “patriota dell’Ucraina libera, irredenta e democratica”.

Secondo quanto riporta ilGiornale, “a partire dal febbraio del 1943 i nazionalisti ucraini cominciarono ad attaccare la popolazione polacca dell’oblast di Volyn’. L’Upa e l’Oun attaccarono oltre cento villaggi polacchi sterminando oltre centomila persone, in maggioranza donne, bambini e anziani”. Per questo in Polonia viene considerato un criminale, così come le attività dei due movimenti nazionalisti. Non solo. Anche il Parlamento europeo, in una risoluzione approvata il 25 febbraio del 2010, scrisse di “deplorare profondamente la decisione del Presidente uscente dell’Ucraina, Viktor Yushchenko, di attribuire a Stepan Bandera, uno dei leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN), che ha collaborato con la Germania nazista, il titolo postumo di «Eroe nazionale dell’Ucraina»; auspica, a questo proposito, che la nuova dirigenza ucraina riveda tali decisioni e mantenga il suo impegno nei confronti dei valori europei”

Fonte: https://www.nicolaporro.it/azovstal-capuozzo-mostra-il-video-dei-miliziani-di-azov-sapete-cosa-stanno-cantando/

Cognome della madre, tutti i motivi per cui è una sciocchezza

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La sentenza “rivoluzionaria”

Ci mancava solo il doppio cognome inclusivo: e tutti vissero felici e contenti. Sicuro?

di Max Del Papa

Le Marche sono una piccola povera regione Calimero che sta evaporando, piegata da: un doppio terremoto, sei anni di ricostruzione fantasma, una pandemia, innumerevoli zone rosse, arancio, gialle, acrobaleno, lockdown a profusione, spopolamento dell’entroterra e spappolamento della costa: però sulle cose essenziali tiene duro: è tutto marchigiano infatti il record della prima sentenza di un tribunale, quello di Pesaro, che sancisce il già leggendario doppio cognome: oggi siamo tutti più felici, più ricchi e guardiamo con rinnovata fiducia al futuro, certi dell’immancabile vittoria finale, contro cosa non si sa.

Un percorso epocale, tipo Anabasi, partito, riferiscono le cronache, più di vent’anni fa e finalmente approdato alla recente pronuncia della Corte Costituzionale il cui nuovo presidente Giuliano Amato ha subito impresso il suo stile: tanta roba, altro che l’esordio in bianco e nero di De Nicola nel ’56. Una marcia trionfale, un piccolo passo per l’uomo anagrafico ma un grande balzo per l’umanità. Sì, il balzo in avanti. Finalmente siamo più europei, del resto era proprio l’Europa, tanto per cambiare, che ce lo chiedeva di sanare questo vulnus barbarico e infine sanato dalla Consulta che ha recepito la condanna, nel 2014, del Tribunale di Strasburgo, indignato per l’orientamento criminalmente omertoso del Parlamento italiano. Adesso, come dice il segretario piddino Letta, l’Italia è un Paese più giusto e meno maschilista: l’intendenza seguirà.

Tu chiamale, se vuoi, battaglie di civiltà: dopo la “e” capovolta, detta “shwa”, dopo la nevicata di asterischi politicamente corretti, dopo le reprimende della paziente Boldrini che apostrofa l’ingrato medico che l’ha appena operata (ingrato lui, capite?), un fascistone capace di entrare in reparto e salutare “Buongiorno a tutti”, dimenticando le tutte, dopo le favolette riscritte, i libri all’indice gender, i film cassati, le canzoni silenziate, dopo l’abolizione di parole cariche di storia e di musica, come “negro”, come “zingaro”, mancava il doppio cognome inclusivo, mica pizza e fichi. Perché il doppio cognome è di sinistra, come le Ong, l’Anpi, il sessantottismo proustiano, l’ambientalismo gretino, l’anticapitalismo sostenibile, la pace che è bella, il pianeta che respira, senza sfruttati né sfruttatori, né padroni né servi, né individui con un solo cognome.

Dio, volendo si potrebbe osservare che la storica pronuncia del tribunale di Pesaro trae origine da una banalissima meschinissima squallidissima faida matrimoniale, cioè mami e papi a un certo punto si odiano, si fanno i dispetti, se ne combinano di tutti i colori, tipo guerra dei Roses, ovviamente sulla pelle del figlio, sino all’ultima fermata: voglio che porti pure il mio cognome, sibila lei; non se ne parla, bofonchia lui; lei va per avvocati e alla fine, essendo mamma, ma soprattutto donna, giustamente la spunta. La cosa appena un po’ grottesca è che alla fine di tutto questo casino il doppio cognome della prole viene occultato, in omaggio alla privacy: si discute di qualcosa di cui non si può discutere, ma insomma noi sappiamo che c’è, che è andata così, e tutti vissero felici e contenti.

Chissà se il ragazzo doppio avrà una doppia vita o, speriamolo, una vita doppiamente bella. Di sicuro ce l’avrà doppiamente stressante, perché se c’è una cosa che in Italia, isole comprese, non fa che crescere rigogliosa, questa è la dannatissima burocrazia, per cui lo sventurato dovrà raddoppiare le firme in cartaceo e pure in digitale. Ma forse sarà doppiamente appagato, vergandosi con moltiplicata decisione, sentendosi più figlio dei tempi, più cittadino, più emblema vivente del Progresso Civile, Sociale e Sindacale. Solo che, a questo punto, non si capisce perché, per quale motivo, limitarsi solo al doppio cognome e non anche al nome; e poi, perché solo il cognome dei genitori e non anche quello dei nonni, i trisavoli, gli antenati, su per li rami dell’albero genealogico?

Ormai è ufficiale: la Nato è in guerra con la Russia

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di Giuseppe De Lorenzo

Un gioco che si faceva da ragazzini iniziava così: “Alzo bandiera, dichiaro guerra a…”. E via con la gara di corsa. Nessuno sarebbe partito prima della comunicazione ufficiale, un po’ come si faceva in passato con le guerre di un tempo. Roba da ambasciate.

Ormai purtroppo i processi sono cambiati. Putin per dire ha invaso l’Ucraina comunicandolo in un video. E i conflitti si sono fatti “ibridi”: iniziano all’improvviso e non si sa mai quando finiscono. Basta pensare al Donbass nel 2014, oppure a Libia, Siria o Yemen. Per l’avvio della nuova Guerra (poco) Fredda tra Stati Uniti e Russia non dobbiamo dunque aspettarci una comunicazione formale. Occorre accontentarsi dei segnali. E quelli sono ormai tanti, anche troppi. A tal punto che forse è arrivato il momento di dirlo chiaro e tondo: la Nato è in guerra con la Russia.

Spieghiamo. Dopo l’assurda invasione di Putin, l’Occidente ha reagito come credeva giusto. Ha protestato, e ci mancherebbe. S’è dichiarata solidale con Kiev, e ha fatto bene. Poi ha scelto la strada delle sanzioni, sentiero tortuoso (chiedetelo alle nostre aziende) ma tutto sommato comprensibile. Infine, man mano che la Russia sembrava impantanarsi sul terreno, ha alzato il tiro. Prima la cacciata dallo Swift, poi il blocco delle importazioni del petrolio, infine l’invio massiccio di armi a Kiev: all’inizio solo missili anticarro “difensivi”, poi sempre più “letali” e ora in grado – parola del ministro britannico – di colpire il “al di là del confine”. Kiev dovrebbe farlo, sostiene Londra, è legittimo, la Germania ci mette il carico di 50 carri armati, ma tutto questo dove ci porterà?

Nella Nato si sono creati due schieramenti. Da una parte Usa, Gran Bretagna e paesi dell’Est Europa, pronti ad andare al muro contro muro con Putin. Dall’altra le più concilianti Francia e Germania, uscite però sconfitte da questo duello. Le dichiarazioni degli ultimi due giorni lo dimostrano. E sono un allarme sulla tenuta della pace nel mondo intero, non solo una mannaia sulle speranze di pace in Ucraina (i negoziati, per dire, ormai sono scomparsi dai radar).

Dopo la visita a Zelensky, il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e il capo del Pentagono, Lloyd Austin, hanno per la prima volta ammesso che lo scopo americano non è tanto, o non solo, la pace in Ucraina. Ma “indebolire Mosca a un livello tale” che non possa avviare nuove guerre. Il generale Mark Milley, capo di Stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, oggi ha aggiunto senza troppi fronzoli un dettaglio. “Credo – ha detto – che l’obiettivo di tutto il governo sia quello di vedere un’Ucraina libera e indipendente, con il suo territorio intatto e con il suo governo ancora in piedi. Credo che questo implichi anche una Russia indebolita”. Tradotto: non ci saranno concessioni sul Donbass né sulle condizioni di neutralità o smilitarizzazione (oggi Washington ha riaperto le porte della Nato a Kiev, in teoria cardine dei primi timidi segnali di pace). E senza accordo sulle repubbliche secessioniste, ribatte Putin, “non è possibile firmare garanzie di sicurezza sull’Ucraina”.

Posto che la Crimea è stata annessa otto anni fa, ma Kiev la considera ancora un proprio dominio, quel “territorio intatto” evocato da Milley sembra essere il preludio ad una riconquista. Cioè una guerra in cui la Nato, o almeno gli Stati che stanno inviando armi, aiuta l’Ucraina a riprendersi le regioni perdute tempo fa. Nella speranza, magari, che il piano inclinato porti al “regime change” evocato da Biden. Con tanti saluti alle speranze di pace. Ma col rischio, serio, di ritrovarci davvero a combattere in prima persona contro Mosca.

Forse non avrà ragione Lavrov nel dire che “la Nato è già in guerra per procura con la Russia”. Ma poco ci manca. Capuozzo direbbe: combatteremo fino all’ultimo ucraino. Già, ma fino a dove?

Giuseppe De Lorenzo, 26 aprile 2022

 

Saviano ha sempre ragione. Anche se usa il bimbo sbagliato

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Lo scrittore ha postato sui social un’immagine per condannare Putin. Peccato che lo scatto sia del 2015

di Max Del Papa

Frank Zappa è stato un compositore totale del Novecento ma era anche uno che in faccia non guardava nessuno. Una volta fece una canzone, carognissima, in cui raccontava che l’attivista nero Jessie Jackson si intingeva le mani nel sangue di Martin Luther King e poi se le passava in faccia per passare lui da vittima. Ecco, per un tipo come Saviano ci vorrebbe Frank Zappa. Perché il soggetto, a forza di tirarsela da martire, ha perso il senso delle proporzioni, del reale e pure del ridicolo. Spara la foto di un povero bambino mutilato, la attribuisce all’invasione dell’Ucraina, poi, quando viene fuori che la foto è di sette anni fa, figlia di tutt’altra situazione (Canada, non esattamente una zona di guerra), si gonfia come la rana di Esopo: “Nulla cambia nel testo che ho scritto e che ribadisco con ancora più forza”. Tradotto: io ho sempre ragione. Come Mussolini, solo che glielo diceva Longanesi, per amabilmente percularlo.

Ora, siamo onesti, a chi non scappa di tanto in tanto una topica, praticando questo mestiere? Il fatto è che Saviano questo mestiere non pare averlo nelle corde, a dispetto della quantità prodotta che mai si trasforma in qualità: lui è un pubblicitario di se stesso e lo è da sempre, da quando Gian Arturo Ferrari, dominus in Mondadori, lo strappò ai vapori da centro sociale di Nazione Indiana, robetta da borghesi con troppi soldini e troppe seghe filoterroriste, e lo costruì come fenomeno editoriale.

Il resto venne da sé, con il ragazzino, era il 2006, che dopo una trombonata su un palco rossofuoco cominciò a definirsi da solo nel mirino della camorra. Diventando il giovane dalla testa a ogiva una azienda, parve conveniente dotarlo di scorta extralarge e cavalcare un pericolo sul quale, in verità, nessuno trovava fondamenti; anzi, più lo ribadivano e meno le pistole fumanti saltavano fuori. In compenso, uscivano parecchi pistola pronti a giurare sulla santità del martire di Chiaia. Finché un giorno il capo della Squadra Mobile del capoluogo campano, Vittorio Pisani, esasperato da quella sceneggiata si azzardò a dichiarare che “a noi non risultano particolari minacce in merito a Saviano”: le minacce che gli arrivarono dagli anticamorra avrebbero fatto impallidire Cutolo, per poco non gli recapitavano una testa di cavallo dritta nel letto.

Per dire che Saviano avrà pure avuto l’astio dei Casalesi, di Sandokan Schiavone che, giurano, lo voleva schiattato, però intanto diventava intoccabile, impronunciabile come il Dio della Bibbia, e, al limite, letto nelle chiese, come faceva, tra gli altri Carlo Lucarelli, quello di “paura, eh?”. Una agiografia ossessiva, dai tratti demenziali, che non s’è arrestata neanche davanti alle condanne per plagio, a una condanna per diffamazione (contro l’imprenditore Vincenzo Boccolato), al rinvio a giudizio per diffamazione nei confronti di Giorgia Meloni, definita “bastarda” in televisione, alle polemiche con una erede di Benedetto Croce, che lo accusò di avere inventato e trascritto un episodio riguardante il filosofo (ricevendo una querela dal martire presuntuoso). Siamo al punto che rifiutarsi di seguire le sue omelie piombate da Fazio fa guadagnare immantinente una accusa di capoparanza.

In realtà, la prosa di Saviano è insostenibile, una raffica di banalità, un colpo di maglio in nuca: scrive, scrive, ma non è cosa e l’indigestibile Gomorra, che non va giù neanche a overdose di digestivo Antonetto, è il classico libro da comodino che tutti presero ma pochi hanno letto e quei pochi al prezzo di abuso prolungato di pantoprazolo; sugli altri tomi, peggio ci si sente. La cifra letteraria di Saviano è quella di Cesare Battisti, il terrorista dei due mondi: quello dei poveri cristi e quello dei poveri lettori. Non a caso, il ragazzo Saviano fu il primo firmatario di una lista vergognosa, promossa dal collettivo comico-maoista Wu Ming, oggi ufficialmente disperso, insieme ai parigrado Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna: “Corri, Cesare, corri”, che sei una vittima. Poi, quando il balordo ha ammesso tutto con gli interessi, i cialtroni firmaioli sono corsi loro, per non farsi più ricordare. Ma Saviano aveva fatto per tempo, ritirando il suo appoggio con la squisita motivazione: “Adesso i miei libri li leggono tutti”. Sempre patologicamente presuntuoso.

L’approccio orale è se possibile ancora più immangiabile, con quei prediconi strampalati di rosso vestiti, quelle omelie trinariciute senza capo né coda. Hanno voglia a millantare le strazianti emozioni che regalerebbe a suon di pipponi, la verità è che appena Roby lo senti dormi seduto con gli occhiali. Con quel ditino sempre in punta di narice, a posare un pen(s)oso atteggiamento morale. L’uomo più tamponato del mondo, al posto del cotton fioc usa l’indice (noi il medio, verso di lui). Saviano è “uno che vive di parole”, nell’immortale definizione di Aldo Grasso, ma è pure uno che vive di pose, un influencer dell’antimafia. Perché per lui, cioè per la Saviano inc., tutto è mafia, cioè business: la guerra, la politica, il riscaldamento globale, i terremoti, la crisi energetica, l’invasione russa, Berlusconi-Salvini-Meloni, la destra, buona parte della sinistra, l’America, il Covid, le carestie, le disuguaglianze, le mezze stagioni che non ci sono più.

Lui la mafia la mette su tutto, se va in pizzeria al cameriere dice (col dito sulla narice): uhè, guagliò, mi raccomando che la mozzarella non venga da allevamenti della camorra. Se va dal gommista, lo ammonisce: statt’ accuort che le gomme non vengano dalla terra dei fuochi. Una mania, ma tutta orientata a fare soldi per fare soldi per fare soldi. Perché Bob Saviano, detto ‘O Martirone, da bravo bottegaio “’e’ sorde” non l’ha mai schifati fin da quando, all’insegna del vittimismo outsider, faceva da cinghia di trasmissione tra Mondadori dell’esecrato Berlusconi e Repubblica-Espresso dell’adorato De Benedetti, le due maggiori corazzate editoriali del Paese. Del resto, uno che ha avuto il coraggio di subentrare a Giorgio Bocca nella rubrica “L’antitaliano” proprio sull’Espresso, non può tenere vergogna. Bocca è stato uno degli ultimi immensi di una stagione giornalistica irripetibile, dopo di lui avrebbero dovuto ritirare quella rubrica: l’hanno data a un presuntuoso che più sfondoni piglia e più fa la ruota del pavone. Aveva ragione Giorgio nel dire: “A me questo Saviano mi sta sui coglioni”.

A tutta Italia, in realtà: anche a chi non lo ammette e segue “Che tempo che fa” come atto militante. Il programma dei ricchi sfondati: a forza di pose, di scorte, di pipponi di “aver ragione” sballandole tutte, Bob Saviano ha messo insieme un capitale che solo un anticapitalista di parole (ma non di parola) come lui poteva raggranellare, compreso un bell’attichetto a New York con vista su Central Park: la causa dell’antimafia lo esige. La sua compagna, in tutti i sensi, la Meg ex cantante del gruppo sovversivo napoletano 99 Posse, quello di ‘O Zulu, lo zapatista che vedeva fascisti da sterminare ovunque, così come Saviano i mafiosi, da brava comunista fanatica che voleva sradicare dal mondo la proprietà privata, risulta risidere in un appartamento da 120 metriquadri a Napoli, naturalmente blindato e munito di telecamere di sorveglianza. E va in giro, per non esser da meno del compagno, scortata da sbirri non più “nemici da abbattere”.

Una bella coppietta di paraculi tricolore, non c’è che dire: con compagni come questi, chi ha bisogno dei liberisti? E chi ha bisogno di giornalisti, con bufale tipo quella del piccolo mutilato di Mariupol? Ma, ancora una volta, a Bob l’americano hanno fatto lo sconto: Puente, il “debbunker” de Mentana, quello di Open cui è stato appaltato il controllo delle fonti su Facebook (con risultati che farebbero la delizia dell’impero sovietico o maoista), ha minimizzato lo scivolone a “notizia priva di contesto”. Di chiunque altro a destra avrebbe detto: cialtrone, mascalzone, fregnacciaro, grand. Ladr. Farabutt. Matricolat. Ma non del compagno martire scortato emarginato censurato vittima dei poteri forti più rompiballe che c’è. Saviano, invecchiando, si fa crescere il barbone, dopo averlo fatto crescere per 16 anni a tutti, e somiglia sempre più a Giobbe Covatta. Solo che fa più ridere.

Max Del Papa, 18 aprile 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/saviano-ha-sempre-ragione-anche-se-usa-il-bimbo-sbagliato/

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