Green pass e canna libera: ci vogliono rinchiusi e storditi

di Max Del Papa

A questo punto il giornalista coscienzioso non si interroga più sul se ma sul quando o meglio sull’usque tandem. Il green pass, quest’arma di ricatto palese, è allargato come si temeva a qualsiasi attività umana e siccome il green pass è funzione del vaccino, allora si capisce bene la prospettiva di una storia infinita. Marciamo verso l’80% di copertura ma già dicono che non basterà il 90 e forse neppure il 100%, obiettivo peraltro irraggiungibile. Smaltite, chi meglio chi con molti danni, la prima e la seconda dose, ora spingono sulla terza ma già si parla della quarta, la quinta e c’è chi ipotizza somministrazioni cicliche, vita natural durante.

Il lasciapassare per controllarci

Stando così le cose, il green pass che impone il vaccino non finirà mai, diventerà sempre più uno strumento di controllo oltre i fini originari. I segnali ci sono tutti: il ribaltamento della logica per cui la costrizione è libertà, sicuro segno di approccio autoritario; l’accordo pressoché unanime di tutto o quasi il mondo politico; i costituzionalisti di servizio che spiegano come il puntuale tradimento della Costituzione sia perfettamente lecito; gli scienziati da passerella scatenati come ultrà; una informazione camorristica che piglia di punta i contrari e li inchioda alla croce, tutto un movimentismo di opinione trasversale che si esalta ogni giorno di più nell’auspicare cannonate, punizioni corporali, rappresaglie, pistolettate ai contrari. Le trasmissioni televisive sono processi kafkiani, le rare voci critiche vengono umiliate, pressate una dopo l’altra, e si sentono allucinanti trovate come quella di trasformare il QR, il codice identificativo del green pass, in una sorta di tatuaggio indelebile o microchip inestirpabile dalla pelle.

A forza di cianciare della internet delle cose, cose intelligenti come le macchine che vanno per conto loro e travolgono i passanti o le case che si mettono a sragionare come in un film horror, non ci siamo accorti che ci stanno trasformando in umanoidi poco o per niente intelligenti: anche noi cose, elementi artificiali, senza anima.

Chiusi in casa, ma cannabis libera

In questa condizione, non può essere un caso che riprenda la crociata sulla cannabis libera. Rilanciata anzitutto da quel residuo del radicalismo tribunizio che è Emma Bonino, ma con fondamenti assai precisi: la licenza di stordirsi per non pensare, per non avvertire le costrizioni di un regime che ogni giorno di più si svela come tale, con intenti totalitari e duraturi. Come sempre in linea con l’agenda sorosiana che tanto piace a Bonino. La strategia è elementare ma infallibile: noi vi chiudiamo, vi sottoponiamo alle restrizioni di una società concentrazionaria, però con licenza di sballarvi nei vostri loculi; rincoglionitevi in grazia dello Stato e non rompete più i coglioni. Anche questa spacciata per battaglia di libertà, ma è un dibattito folle, condotto da chi non sa di cosa parla.

Se si vuol dire che lo Stato non deve entrare nelle scelte private dei cittadini, non deve decidere la loro salute e il loro stile di vita, allora ci può stare: su questi presupposti un economista liberal-liberista come Milton Friedman voleva legalizzare tutte le sostanze indistintamente. Ma sostenere che la legalizzazione di una droga farebbe crollare il mercato criminale è pura scemenza, come non si stancava di ribadire uno che la materia la conosceva bene, il giudice Paolo Borsellino. Difatti la portano avanti i santini avariati della sinistra gaudente e molliccia come Saviano.

La cannabis da asporto serve solo a svuotare le proteste, a fornire un alibi ludico con parvenza trasgressiva. Più rimbambiti, più assoggettati. Nella Russia del dopoguerra c’era il makorka fumato in striscioline di carta da giornale, roba che spaccava lo stomaco, e c’era la vodka sintetica che dopo due sorsi provocava allucinazioni. Oggi abbiamo la cannabis eurogarantita con le cartine ecosostenibili, così anche Greta è contenta.

Max Del Papa, 21 settembre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/green-pass-e-canna-libera-ci-vogliono-rinchiusi-e-storditi/?utm_source=app&utm_medium=link&utm_campaign=telegram

Il pm Greco fa una fine Amara

di Luigi Bisignani

Dal pool al ring. Francesco Cossiga, il Presidente della Repubblica che voleva mandare al Csm persino i carabinieri, diceva: “La riforma della giustizia si farà solo quando i magistrati si arresteranno tra loro e allora si potrà anche stabilire per legge una visita psichiatrica per diventare una toga”. Pare che ci stiamo arrivando.  Non si arrestano tra loro solo perché “cane non mangia cane”, ma si indagano a vicenda in maniera compulsiva e ritorsiva. Procure contro procure, in un perenne derby con capitani-Pm che infiammano le tifoserie tra giustizialisti e garantisti.

Quanto ai test psicologici – che in Germania incidono eccome nel percorso di carriera di un magistrato – ci si arriverà presto, anche a seguito del dibattito accesosi dopo l’aberrante decisione di sottoporre a perizia psichiatrica Silvio Berlusconi. E, come sempre quando la mattanza diventa più sanguinosa, a farne le spese è uno di quei magistrati che, sia pur ideologicamente targato a sinistra, ha sempre messo al primo posto il rispetto verso i suoi ‘clienti’: il procuratore capo di Milano, Francesco Greco. Figlio di ammiraglio, casa e barca a vela, sua grande passione, a La Maddalena in Sardegna, dove spesso ospitava i colleghi, tanto che in certi giorni la Piazza Rossa (meravigliosa coincidenza!) dell’isola sembrava un corridoio del Palazzo di Giustizia. Oggi veste in grigio scuro ma durante Mani Pulite la sua uniforme era un blazer blu, pantaloni chino beige e camicia celeste: in altre parole, uno yacht-man a Palazzo.

Se l’allora procuratore capo Francesco Saverio Borrelli per prepararsi all’assalto contro Fininvest e il Cavaliere, anziché esaltarsi dal protagonismo manettaro dei vari Di Pietro, Davigo e Colombo, avesse lasciato Greco a indagare davvero sui bilanci delle società, la storia di Mani Pulite e di molte altre inchieste a catena sarebbero state differenti. Il giorno che Raul Gardini si sparò fu uno dei più drammatici di quegli anni. Il patron del gruppo Ferruzzi aveva tentato invano di andare a deporre da uomo libero, ma la Procura di Milano voleva interrogarlo solo dopo averlo rinchiuso a San Vittore. Serviva uno scalpo da esibire al popolo e quello di Gardini, “il Pirata”, era l’ideale. Anche perché in questo modo si distoglieva l’attenzione montante su Agnelli, De Benedetti e soprattutto PCI e Cooperative rosse. Greco aveva gli occhi gonfi di lacrime, di dolore ma forse anche di rabbia: senza l’arresto e quel suicidio avrebbe ottenuto risultati ben diversi su tanti filoni aperti all’insegna del suo mantra, ‘meno carcere e più entrate per l’erario, meno burocrazia e più leggi moderne’.

Si bloccò invece così il Paese, in un ricatto permanente tra politica, grandi e piccoli gruppi industriali e magistratura. Con Pm che ai codici preferivano farsi eleggere in Parlamento e i talk-show televisivi. Probabilmente, nella sua visione dell’economia, Greco si è lasciato influenzare dal professor Guido Rossi, in nome di un esasperato libero mercato che ha finito per permettere, soprattutto ai francesi, di far man bassa nel nostro sistema bancario e industriale. Tutto ciò a beneficio delle leggendarie parcelle del professore, il quale fece di tutto perché Greco rimanesse a presidiare quel prezioso avamposto in Procura anziché diventare, ad esempio, un abile e innovativo Presidente della Consob. Così le pubbliche accuse in tutta Italia hanno esorbitato dal proprio ruolo inseguendo teoremi anziché singoli reati.

La pacatezza, la signorilità e la curiosità di Greco si colgono in molti episodi di vita ordinaria in quel Palazzo di Giustizia che nessuno più di lui conosce. Ha iniziato il suo slalom investigativo nel lungo corridoio dove ci sono gli uffici dei Pm e le panche che hanno visto sedere illustri imputati. Alle estremità di quel corridoio, i due bracci più corti: in fondo a destra c’è lo studio del procuratore capo, che al tempo fu di Borrelli, in fondo a sinistra c’era quello di Antonio Di Pietro. Quando nel 1996 si aprì il primo processo contro Berlusconi per tangenti alla Guardia di Finanza, tra i dirigenti delle società del Cavaliere chiamati a testimoniare c’era anche Urbano Cairo il quale, durante una pausa, volle andare a curiosare attorno ai corridoi della Procura dove incontrò casualmente proprio Greco. “Posso avere il piacere di stringerle la mano?” chiese ammiccante al magistrato. Greco gli rispose sorridendo e, senza mollare la mano che stringeva, se lo portò dentro la sua stanza. Indimenticabile lo sguardo di Cairo rivolto ai cronisti, un attimo prima di essere trascinato nell’ufficio del Pm.

Un altro siparietto risale all’interrogatorio di Carlo Sama per Enimont, quando sempre Greco ricevette una telefonata inattesa del solito Guido Rossi, appena diventato presidente della Montedison, che gli chiedeva di sbloccare i crediti IVA della Ferruzzi, a dimostrazione di come il Gruppo fosse ormai eterodiretto dalla Procura. Tuttavia, c’è da rimanere un po’ basiti quando, nell’intervista-testamento a Il Corriere della Sera, Greco quasi si stupisce della fuga di notizie sugli scoppiettanti e fantasiosi verbali dell’avvocato Amara da parte di Davigo, lo stesso inquisitore che oggi, da indagato, si guarda bene dal ripetere che “non esistono innocenti ma solo colpevoli da scoprire”. Come se il Procuratore capo di Milano, all’improvviso avesse dimenticato che la fuga di notizie fu utilizzata spesso – e purtroppo ancora è – come bomba a orologeria da molte procure. Senza forse ricordare che ha concesso quest’ultima chiacchierata prima della pensione a Milena Gabanelli, musa ispiratrice di Report, trasmissione cult di Rai3, Vangelo settimanale dei PM e dei manettari. Sic. In nome del popolo italiano.

Fonte: Il Tempo 19 settembre 2021

La bomba demografica a orologeria è pronta a scoppiare

di Leopoldo Gasbarro

La frase coniata da Walt Kelly attraverso il suo poster creato per la prima Giornata della Terra, il 22 aprile 1970 è detta dal suo personaggio Pogo. Il bambino è in piedi sul bordo di una palude con in mano un bastoncino per raccogliere la spazzatura. Ha in mano un sacco di tela in cui infilarla. Di fronte a lui ci sono tonnellate di rifiuti che gli umani hanno scaricato. Il poster recita:

Il motivo per cui gli umani si stanno estinguendo è semplice e diretto. È riassunto al meglio nella famosa frase del cartone di Pogo: “Abbiamo incontrato il nemico e lui siamo noi”.

Gli umani sono la ragione per cui gli umani si stanno estinguendo. Non facciamo abbastanza bambini. È così semplice.

Il numero chiave è 2.1. 

Si riferisce a 2,1 figli per coppia, noto come tasso di sostituzione. Il tasso di sostituzione è il numero di figli che ogni coppia deve avere in media per mantenere la popolazione mondiale a un livello costante. Un tasso di natalità di 1,8 è inferiore al tasso di sostituzione di 2,1. Ciò significa che  popolazione sta diminuendo.

Perché il tasso di sostituzione non è 2.0? Se due persone hanno due figli, questo non mantiene la popolazione a un livello costante? La risposta è no a causa della mortalità infantile e di altre morti premature. Se una coppia ha due figli e uno muore prima di raggiungere l’età adulta, solo un figlio può contribuire alla futura crescita della popolazione da adulto. Un tasso di natalità di 2,1 compensa questo fattore e contribuisce a due figli adulti ogni due genitori adulti. Ovviamente nessuno ha 2,1 figli. Il tasso di sostituzione è nella media. Se cinque coppie hanno tre figli ciascuna e altre due coppie hanno un figlio ciascuna, la media delle sette coppie è di 2,43 per coppia, ben al di sopra del tasso di sostituzione di 2,1.

Allo stesso modo, non è necessario che ogni coppia abbia un numero uguale di ragazzi e ragazze. Ancora una volta, è tutta una questione di medie. Se una coppia ha tre maschi e un’altra coppia ha tre femmine, la distribuzione complessiva maschi/femmine è 50/50 e il tasso di natalità è 3.0. Funziona bene per far crescere la popolazione.

A proposito, in grandi campioni di popolazione nascono leggermente più maschi che femmine. È perfettamente normale ed è causato da fattori genetici. Non è un problema. Finché ci sono più maschi che femmine, non c’è limite pratico alla capacità di ogni femmina di riprodursi.

Questo è ciò che conta nella demografia.

Questa è la realtà: i dati demografici non sono solo uno dei tanti fattori che influenzano i mercati. La demografia è il fattore dominante con un ampio margine rispetto a tutti gli altri.

Posso elencare tutti i fattori che influenzano i prezzi di mercato. Questi includono tassi di interesse, tassi di cambio, inflazione, deflazione, tassi ufficiali della banca centrale, catene di approvvigionamento, geopolitica, aspettative dei consumatori e molti altri.

Tuttavia, nessuno di questi è importante quanto i dati demografici perché i dati demografici riguardano le persone e le economie non sono altro che la somma totale delle azioni degli individui in quelle economie.

Demograficamente, il Giappone è il canarino nella miniera di carbone. Il Giappone ha avuto più recessioni e nessuna crescita sostenuta per oltre trent’anni. Questa moderna depressione coincide con il fatto che il Giappone ha la società più vecchia di qualsiasi grande economia.

L’età media in Giappone oggi è di 48,6 anni. (L’età media odierna negli Stati Uniti è di 38,5 anni Questi numeri peggioreranno rapidamente.

Nel 2050, l’età media giapponese sarà di 53 anni. La Cina 50 anni e gli Stati Uniti 42 . La vecchiaia è altamente correlata con il morbo di Alzheimer, il morbo di Parkinson e la demenza. Il Giappone è già una società che invecchia e a crescita lenta.

Il resto del mondo sarà presto nelle stesse condizioni del Giappone. La bomba demografica a orologeria è già esplosa.

Coloro che si aspettano che l’Africa subsahariana compensi i bassi tassi di natalità nel mondo sviluppato potrebbero rimanere delusi nello scoprire che i tassi di natalità africani stanno calando bruscamente e potrebbero presto essere bassi come quelli del Nord America e dell’Europa occidentale.

E la Cina e l’India, con le loro enormi popolazioni?

Insieme, questi due paesi hanno una popolazione di circa 2,8 miliardi di persone su una popolazione mondiale totale di circa 7,9 miliardi di persone. In altre parole, Cina e India hanno il 35% di tutte le persone del pianeta. Mentre vanno, così va la popolazione mondiale.

Contrariamente alla percezione popolare, la popolazione cinese sta crollando e l’India non crescerà così velocemente come molti si aspettano e potrebbe presto iniziare il proprio forte declino.

Le tre maggiori cause dell’effetto “bomba demografica” sono l’urbanizzazione, l’istruzione e l’emancipazione delle donne. Tutti e tre hanno un effetto di amplificazione.

Il collasso demografico è inevitabile; è già integrato nei tassi di natalità esistenti e nelle tendenze probabili. Eppure, non è la fine del mondo. Non sarà nemmeno la fine dell’umanità. Ma sarà la fine di un paradigma economico di maggiore crescita, maggiore consumo e maggiore produzione che ha prevalso negli ultimi duecento anni.

Il nuovo paradigma consisterà in un minor numero di persone nelle città più grandi, una forma di urbanizzazione senza precedenti al di là di quanto già sappiamo. Le industrie legacy come le automobili cadranno nel dimenticatoio. L’assistenza sanitaria in generale e l’assistenza agli anziani in particolare esploderanno.

Non mancheranno le opportunità di investimento. Tuttavia, gli investitori dovranno evitare molti investimenti tradizionali che hanno avuto buoni risultati in passato ma avranno poco o nessun ruolo in un futuro che invecchia e fortemente urbanizzato.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/assicurazioni/la-bomba-demografica-a-orologeria-e-pronta-a-scoppiare/?utm_source=nicolaporro.it&utm_medium=link&utm_campaign=economiafinanza

Manca una legge: guai per il Green Pass

di Claudio Romiti

Il pasticciaccio brutto del cosiddetto green pass ci fa scendere parecchi gradini verso l’inferno di una sostanziale abolizione dello Stato di diritto, a vantaggio di un inverosimile regime sanitario che tende quasi per inerzia ad accrescere il proprio asfissiante controllo sulla popolazione. Solo il fatto, ammesso più o meno esplicitamente ai vertici del potere politico-sanitario, di utilizzare questo illiberale salvacondotto come leva per convincere i più riottosi del “gregge” italico a vaccinarsi costituisce un abominio senza precedenti nella storia repubblicana. Un abominio che, insieme a tante altre misure liberticide, viene accettato senza fare una piega anche da chi, qualche lustro addietro, organizzava mastodontiche manifestazioni in piazza contro il presunto rischio eversivo di un premier proprietario di alcuni canali televisivi.

Green pass, pastrocchio illiberale

Eppure in meno di due anni, prima che un virus a bassa letalità ci facesse sprofondare in un incubo senza fine, è cambiato tutto: oggi solo per potersi sedere al tavolo di un ristorante al chiuso occorre vaccinarsi, o in subordine sottoporsi ad un tampone, munirsi del citato green pass, portarsi dietro un documento d’identità e indossare la mascherina secondo le regole imposte dall’onnipotente Comitato tecnico-scientifico. Sul tema caldo del documento d’identità poi, il cui controllo ha determinato il solito caos all’Italiana circa chi abbia realmente competenza a realizzarlo, sembra che alla grande informazione sia sfuggito un aspetto giuridicamente assai rilevante. Mi riferisco al piccolo dettaglio, che a quanto pare risulta sconosciuto al nostro fenomenale Garante per la privacy, secondo cui non esiste una legge che imponga ai cittadini italiani di uscire di casa con un qualunque documento d’identità, salvo per ciò che riguarda la patente di guida quando ci si trova al volante di un mezzo di trasporto. Nel caso di un eventuale controllo da parte delle forze dell’ordine, e non certamente di un esercente privato o di un suo dipendente, gli stessi cittadini debbono solo declinare le proprie generalità. Questo almeno fino a quando il nostro ordinamento non è stato letteralmente soppiantato da un informe pastrocchio illiberale in cui tutto si giustifica in nome del bene comune.

Disastro democratico

Naturalmente dopo aver imposto per vie traverse un surrettizio obbligo vaccinale, emarginando di fatto chiunque non ottemperi e costringendo tutti gli altri a circolare con una umiliante certificazione sanitaria, non pare esserci più limite alla fantasia degli artefici di questo disastro democratico. E se tanto mi dà tanto, così come accade per tutti gli altri virus respiratori, quando il Sars-Cov-2 riprenderà a correre nella stagione fredda, seppur in modo assai meno virulento in virtù dei vaccini,  ci dobbiamo aspettare altre abominevoli misure nell’insensato tentativo di eradicare un virus oramai divenuto irrimediabilmente endemico.

D’altro canto il ministro della Salute, l’evanescente Roberto Speranza, lo aveva già annunciato alcune settimane addietro: “Fino a quando non arriverà il giorno in cui ci saranno zero decessi, per me sarà una battaglia da combattere.” E dal momento che nessun vaccino o green pass d’Egitto potranno mai consentire di raggiungere il delirante obiettivo espresso da Speranza, il futuro che ci aspetta appare particolarmente oscuro.

Claudio Romiti, 12 agosto 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/manca-una-legge-guai-per-il-green-pass/

Altri “esperti” sconfitti dalla pandemia: i costituzionalisti

di Corrado Ocone

C’è una categoria di studiosi che più degli altri esce sconfitta dalla gestione della pandemia: i costituzionalisti. Prima di tutto coloro che, per la loro rigidità ideologica, negli anni passati avevamo imparato ad apostrofare, con rispetto ma anche con un non velato sfottò, le “vestali della Costituzione”. Per loro la legge fondamentale andava interpretata alla lettera, non nello spirito, come un testo sacro che non viveva nel tempo ma si sottraeva ad ogni modifica o adattamento. Un totem.

Fu in quest’ottica che essi si opposero alle proposte di riforma e ai referendum prima di Berlusconi e poi di Renzi, e si mobilitarono con appelli gridando all’ “emergenza democratica” ogni qualche volta qualche piccola modifica veniva proposta o avanzata (soprattutto dal centrodestra). D’altronde non era la Costituzione figlia della Resistenza? E, se la Resistenza era stata antifascista, per una sorta di proprietà transitiva “fascista” era anche chiunque volesse modificare in qualche punto la Carta, fosse anche per adattarla a nuove esigenze.

Arrivata la pandemia, e con il governo più a sinistra della storia, le “vestali” di colpo tacquero. E non solo loro: furono pochissime le voci fra i costituzionalisti che mossero appunti, sotto il governo Conte, ai famigerati dpcm, alla sistematica messa da parte del Parlamento e delle opposizioni, alla assoluta leggerezza con cui venivano limitate le libertà fondamentali, alla segretezza con cui fu tenuta nascosta la promulgazione di uno stato d’emergenza che, lungi dall’essere provvisorio, sembrò a un certo punto dovesse continuare all’infinito. Ci fu addirittura qualcuno, ad esempio l’insigne Zagrebelsky, che si prodigò in vere e proprie capriole mentali e verbali per giustificare tale modus operandi.

Perché ciò avveniva può essere spiegato in due modi, soprattutto: 1. la militanza a sinistra della più parte dei costituzionalisti, che quindi si affidavano toto corde al premier del governo fondato sull’asse Zingaretti-Speranza; 2. l’aspettativa di prebende e consulenze da parte di un governo non certo parco su questo fronte verso tecnici e esperti Un governo che a un certo punto cadde e fu sostituito dall’attuale di Mario Draghi. Il quale è sicuramente più rispettoso del Parlamento e delle forme della democrazia ma è pure lui costretto spesso a non seguire la Costituzione: vuoi perché pressato dall’ala sinistra del suo esecutivo (che è in perfetta continuità con la maggioranza del governo precedente); vuoi perché effettivamente in punti importanti la Costituzione italiana ha grossi limiti, storici e culturali (fu pur sempre scritta anche da un ampio fronte socialcomunista e in genere non liberale), che non permettono più di rispondere alle esigenze del presente.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/gli-altri-esperti-sconfitti-dalla-pandemia/

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Recovery plan: i 142 pasticci di Conte

di Andrea Bollino

Sembra di rivedere il personaggio del Manzoni che diceva “Adelante Pedro con judicio”, ricordate quando ce lo spiegavano i professori: vai avanti però non troppo veloce perché non si sa mai. Ecco, se c’è un’idea di un’Italia che non deve correre, che deve essere impastoiata nelle prebende dell’assistenzialismo spicciolo, questa è l’immagine che viene fuori dall’ultimo piano del Recovery fund. Ci sono 142 microprogrammi che poi devono essere declinati in ulteriori rivoli. Quindi praticamente una pioggerellina, neanche una pioggia, ma una pioggerellina tardo autunnale veramente fastidiosa e niente che possa far riprendere l’Italia. Ecco alcune chicche.

Se parliamo di riforma della giustizia, il programma prevede interventi per ridurre il carico di lavoro che grava su ogni singolo magistrato, quasi come se fosse un lavoro usurante da metalmeccanico. Mettiamo la pressa per sostituire la fatica di utilizzare il martello.

Se parliamo di cultura per i nostri giovani, al capitolo dedicato al contrasto dell’abbandono scolastico viene dedicata la bella cifra di 90 milioni di euro. È un mistero come si si possa contrastare il fenomeno dell’abbandono scolastico, di migliaia di giovani emarginati nelle periferie, senza collegamento al computer, con la farsa della didattica a distanza con quattro spiccioli. Magari saranno utilizzati per organizzare lezioni di recupero?

Se parliamo di risistemazione delle infrastrutture, ecco che parliamo di “messa in sicurezza delle strade con progetti digitali”. Quindi non riempiamo le buche nell’asfalto delle nostre strade, casomai l’asfalto fosse troppo inquinante, ma facciamo collegamenti informatici in maniera tale che l’assessore di turno possa avere un sms in tempo reale quando cade il ponte. Magari, così, non deve aspettare la notizia portata dalla protezione civile Continua a leggere

Crisi di governo: Renzi stacca la spina (domani…)

di Max Del Papa

Scintille nella maggioranza, ma sono petardi di carta. Vuoi perché la maggioranza non c’è, c’è una faida interna che manco ai tempi della vecchia Balena Bianca; vuoi perché nessuno si sogna di staccare la spina, come ammette Renzi, il Signore dei garbugli: il Parlamento pieno di verginelle incinte ma appena appena, come l’ineffabile senatore Faraone che, a parole, striglia il governo, che come parlamentare Italovivo sostiene, con accenti che manco un Salvini in astinenza da Nutella.

E si capisce: tutti sono terrorizzati all’idea che la legislatura naufraghi prima di maturare la pensione a vita. Vanno capiti, è gente che ha sbancato al Jackpot della vita, non sanno fare niente e niente torneranno a fare, il loro slogan è: “È tanto che aspettavo un’occasione così”. Quindi farciscono i media di interviste stentoree in cui, in particolare i renziboys & girls, minacciano di ritirarsi come non ci fosse un domani: però domani, sempre domani. Domani è un altro giorno, si medierà. Tanto c’è il lockdown a ore, a fasi, a strisce che provvidenzialmente blocca tutto, in politica perdere tempo è guadagnare tempo, poi se il paese affoga nella morta gora, peggio per il paese: un modo per scaricare il barile della colpa si trova, si trova, sui governi di prima, sul riscaldamento globale, su Trump, sui sovranisti, sulle scie chimiche, sulle macchie solari, sul destino cinico e baro.

Indietro, Savoia! Tra i più angosciati, quelli di Leu, formazione che aveva annunciato la propria autodissoluzione, ma sono i misteri del Palazzo, nella persona massiccia di questo Fornaro che un giorno sì e l’altro pure, con l’orrore negli occhi, scandisce vista telecamere: “Una crisi oggi sarebbe un atto di irresponsabilità verso il popolo”. Sempre loro, questi compagni: si preoccupano per il popolo, cioè il popolo sono loro.

Responsabili alla buona, anch’essi tengono famiglia, prole, sono proletari non per niente, del resto il vecchio Carlo Marx l’aveva detto: “Da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno”. Capacità in senso spaziale, come stoccaggio, ma questo si son sempre dimenticati di precisarlo. Se son primule fioriranno, se son Draghi soffieranno, se son vaccini immunizzeranno ma scordatevi il futuro, sarà come il passato.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/crisi-di-governo-renzi-stacca-la-spina-domani/

Perché la crisi di governo si decide (anche) a Washington

di Antonio Pilati

La crisi del governo e della sua maggioranza è rappresentata da media e analisti come una faccenda tutta italiana, anzi romana, con partiti, fazioni, leader, figuranti, primo ministro che si battono aspramente per spuntare con la rissa qualche porzione di potere in più. In realtà c’è anche un altro piano, probabilmente essenziale, che si sviluppa lontano da Roma, nelle capitali dei nostri principali alleati.

Fattore Biden

Come la nascita del secondo Governo Conte fu decisa in ambito europeo, così oggi è plausibile che, aiutando il caos sanitario e il prevedibile sperpero dei fondi comunitari fatti balenare a nostra disposizione, le opinioni che circolano oltralpe abbiano un peso determinante.

Tuttavia, rispetto all’estate 2019, è in gioco un fattore in più, il nuovo presidente americano. Biden deve ridisegnare, o almeno riassestare, la politica estera e, come segnalava qualche giorno fa questo sito, la sua azione parte con qualche handicap: in Estremo Oriente come in Europa, gli Stati alleati, forse memori della confusione e delle giravolte fatte dall’amministrazione Obama (Biden vicepresidente) in giro per il mondo, hanno tutelato i propri interessi commerciali chiudendo accordi con la Cina appena dopo l’annuncio della sconfitta di Trump.

Le due iniziative hanno un po’ l’aria di mosse negoziali: intanto mettiamo un punto fermo e poi vediamo che cosa di concreto gli Stati Uniti, in passato così volatili, portano al tavolo delle trattative. La Germania è per gli americani il primo interlocutore in Europa e un negoziato forse si è già avviata: l’Italia, che rappresenta pur sempre la terza economia della zona euro, potrebbe esserne parte.

Renzi mosso da Joe

Se si guardano i tempi della crisi, Renzi, che ambisce a essere il principale riferimento americano nell’attuale fase politica, ha cominciato a bombardare Conte appena si è saputo della vittoria di Biden, quasi mosso dall’intento (o dal suggerimento) di proclamare urbi et orbi l’inadeguatezza di Giuseppi: se l’ipotesi di un livello internazionale della crisi avesse qualche fondamento, è evidente che la soluzione Draghi ne sarebbe l’esito naturale.

Appare altrettanto evidente che molte fazioni e cricche farebbero di tutto per evitare un tale sbocco, Légion d’honneur e sinofili in prima fila. Il risultato dello scontro dipende in gran parte, ci sembra, dalla chiarezza di idee e dalle priorità della nuova leadership americana.

Fonte https://www.nicolaporro.it/perche-la-crisi-di-governo-si-decide-anche-a-washington/

Vaccini: la vera emergenza è che abbiamo Arcuri

di Andrea Amata

Ormai siamo in una condizione kafkiana in cui la principale emergenza non è dettata dal Covid, ma da chi ha ricevuto il mandato di attutirne l’impatto devastante fallendo nell’incarico. Tant’è che la struttura commissariale rincorre l’emergenza sanitaria, anziché anticiparsi il lavoro con una programmazione di interventi che sono prevedibili in un quadro pandemico.

Commissario inadeguato

Essere impreparati al piano vaccinale, sia con la carenza del personale sanitario preposto alla somministrazione delle dosi sia con l’inadempiente dotazione di una logistica operativa, conferma l’inadeguatezza dell’ineffabile Domenico Arcuri. Siamo in presenza di una struttura che, piuttosto di onorare la sua missione orientata a placare l’urgenza scatenata dal virus, sta fomentando l’emergenza e, così, risultando parte del problema anziché della soluzione. Non abbiamo ancora gli operatori sanitari idonei a soddisfare il fabbisogno del personale addetto alla massiccia campagna di vaccinazioni. Mancano i centri dove eseguire materialmente l’inoculazione dell’antidoto, i cosiddetti hub di vaccinazione, ma possiamo consolarci soltanto con l’idea architettonica, a sagoma floreale, partorita da Stefano Boeri.

Ci siamo vincolati al piano europeo per la distribuzione, proporzionale alla popolazione di ciascun paese, del vaccino senza esplorare canali di approvvigionamento alternativi, limitandoci nella disponibilità del siero anti-Covid. Ci siamo lasciati sedurre dalla strategia comune sui vaccini presentata dalla Commissione europea lo scorso 17 giugno. L’unità e la solidarietà erano il mantra della burocrazia europea e negli accordi sottoscritti si sanciva «l’obbligo di non fare trattative separate». Continua a leggere

Perché la mafia nigeriana prospera in Italia

di Lorenza Formicola

Le due maxi operazioni di queste settimane della Polizia di Stato tra Marche, Abruzzo e Sicilia sono l’ennesima prova che questo Paese ha un problema serissimo con la mafia nigeriana. I 47 fermati per associazione mafiosa, riciclaggio, tratta di esseri umani, droga, reati violenti o punitivi, sfruttamento alla prostituzione ed illecita intermediazione finanziaria, hanno scoperchiato l’ennesimo vaso di Pandora sulla criminalità organizzata nigeriana in Italia. Le confraternite Eiye e Mephite radicate in Nigeria, ma diffuse in molti Stati europei ed extraeuropei, non hanno niente da invidiare per struttura e forza intimidatoria alle mafie tradizionali. Anzi. L’Italia è il principale porto per la mafia africana. Addirittura un rapporto Iom-Onu del 2017 indicava un incremento del 600% del numero di potenziali vittime di traffico sessuale arrivate in Italia via mare e la maggior parte provenienti dalla Nigeria.

La mafia nigeriana è strettamente legata all’immigrazione clandestina e le accuse legate alla contraffazione e alterazioni di documenti per la permanenza clandestina sul territorio italiano lasciano ancora una volta poco spazio alle teorie di chi prova a sostenere il contrario.
Le due operazioni hanno reso possibile ricostruire l’anima profonda di queste cellule criminali. I nigeriani venivano identificati come membri della cellula “Family Light House of Sicily”, a sua volta collegata alla confraternita criminale “Mephite”, attiva nel catanese, ma anche a Palermo, Messina e Caltanissetta, da dove operava Ede Osagiede. A Catania invece il boss era Godwin Evbobuin. I soggetti arrestati tra Ancona, Ascoli Piceno e Teramo erano tutti membri di un “Nest” (nido), una delle tante cellule attive nel cosiddetto “Aviary” italiano della “Supreme Eiye Confraternity” che si contende il territorio con altre confraternite come la “Black Axe”, i “Viking” e, appunto, i “Maphite”. Continua a leggere

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