Liste di putiniani e veri problemi

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QUINTA COLONNA

di Fulvio Scaglione

Chiedo scusa a tutti quelli coinvolti ma le varie e ormai famose “liste dei putiniani”, al netto delle miserie giornalistiche, sono una vera fregnaccia. Ci sono, per quanto riguarda l’informazione e la propaganda, problemi ben più seri di cui occuparsi. Faccio una premessa personale: ho scritto spesso, fino alla vigilia dell’invasione russa in Ucraina, che non ci sarebbe stata alcuna guerra. Era l’epoca in cui moltissimi, me appunto incluso, pensavano (io ancora lo penso) che una guerra sarebbe stata (anche) contro gli interessi della Russia e che per questo un leader razionale e cinico come Vladimir Putin non l’avrebbe intrapresa.  Lo scrivevo in settimane in cui a dirlo e ripeterlo, oltre a tantissimi ucraini e russi, c’erano anche osservatori più o meno insigni e, per fare solo un paio di nomi, leader politici come Macron (“Non ci sarà alcuna escalation militare”, disse il presidente francese dopo la visita a Mosca) e Volodymyr Zelensky. Previsione sbagliatissima, come si vede.
C’è però un’enorme differenza tra sbagliare una previsione e distorcere i fatti. Perché di questo dovremmo occuparci, altro che delle liste dei putiniani. Per tre mesi il sistema mediatico italiano ci ha raccontato una guerra in cui i russi, crudeli e imbecilli, non ne azzeccavano una e venivano ridicolizzati e massacrati sul campo dagli ucraini. Ci è stato detto e ripetuto che le armi occidentali avrebbero spezzato le reni ai russi. Che Putin sarebbe stato presto spodestato dalle contestazioni, da un golpe o da una malattia. Che Putin non sapeva più quale ministro (Shoigu, quello della Difesa) o comandante (quello di stato maggiore Gerasimov, quello delle operazioni sul campo Dvornikov) silurare. Che le sanzioni avrebbero ridotto la Russia a pezzi. Tutto può ancora succedere. Ma dopo tre mesi la realtà è una sola: la Russia, che PRIMA della guerra controllava (tra Crimea e Repubbliche del Donbass) il 7% del territorio ucraino, OGGI ne controlla più del 20%. Le armi occidentali stanno finendo e quelle russe no. Le sanzioni colpiranno ma per ora non bastano a fermare la Russia. Putin sembra saldo in sella. E per dirla tutta, Zelensky e i suoi sembrano invece sull’orlo della disperazione.
Altro che quattro veri o presunti putiniani. Truppa in cui peraltro ogni tanto gli zeloti in cerca di visibilità e collaborazioni provano ad arruolare a forza e a mettere nelle liste anche rispettabilissimi personaggi come Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, o Lucio Caracciolo, direttore di Limes, colpevoli solo di essere un poco più intelligenti della marmaglia. È di tutto il resto che dovremmo preoccuparci.
Ma se a pontificare su Ucraina e Russia ci sono gli stessi (e con gli stessi argomenti) che nel 2003 pontificavano su quanto fosse bella e buona l’invasione dell’Iraq, un problema ci sarà o no? Se il 95% di quelli che partecipano ai talk show non sono mai stati in Ucraina, un problema ci sarà o no? Se il 99% di quelli che ce la spiegano non sono mai stati in Ucraina negli anni Novanta, e non hanno quindi visto il nazionalismo montante a Ovest e l’eredità sovietica vivissima a Est, un problema ci sarà o no? Se il 90% di quelli che “raccontano” la Russia oggi non sono mai usciti da Mosca, e quando sono a Mosca parlano (quando va bene) solo con i circoli della borghesia liberale e occidentalizzata, è un problema o no? Se la stampa italiana per mesi ha riportato come se nulla fosse le notizie selezionate dalla stampa ucraina, cioè dai media di un Paese che già prima della guerra era al 106° posto (su 180) nella classifica della libertà di stampa, dove le Tv dell’opposizione venivano chiuse per decreto (7 in un anno e mezzo) e dove dall’inizio dell’invasione russa tutti i media (comprensibilmente) sono stati di fatto accorpati in un solo organismo alle dipendenze del Presidente e dei suoi collaboratori, un problema l’abbiamo o no? Se uno che va nel Donbass è ipso facto “putiniano” e uno che che ha passaporto americano, casa e incarichi retribuiti negli Usa è un osservatore obiettivo, un problema ce l’abbiamo o no?
Che il sistema mediatico abbia deciso di schierarsi per la vittima contro l’aggressore, per il piccolo contro il grande, insomma per l’Ucraina contro la Russia, peraltro in perfetta coincidenza con il mandato politico di un premier che fin dal primo discorso disse che l’ancoraggio agli Usa e alla Ue era per l’Italia fondamentale, ci sta pure. Ma che il risultato reale, a prescindere dagli schieramenti, sia un’inaffidabile pseudo-informazione è sotto gli occhi di tutti. Per cui, delle liste dei presunti “putiniani” bisogna altamente fregarsene. Al massimo considerarle per ciò che sotto sotto sono, cioè un modo per buttare la palla in tribuna, per parlar d’altro, per mimetizzare il clamoroso scollamento tra la realtà e la sua narrazione.

Ora è il momento di sedersi, rilassarsi e guardare il declino dell’Occidente

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di Pepe Escobar

Fonte: L’Antidiplomatico

A Davos e oltre, la narrativa ottimista della NATO suona come un disco rotto, mentre sul campo la Russia sta accumulando vittorie che potrebbero far crollare l’ordine atlantico.
Tre mesi dopo l’inizio dell’Operazione Z della Russia in Ucraina, la battaglia dell’Occidente (12%) contro il Resto del mondo (88%) continua a creare metastasi.
Eppure, la narrazione – stranamente – rimane la stessa.
Lunedì, da Davos, il presidente esecutivo del World Economic Forum Klaus Schwab ha presentato il comico e presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nell’ultima tappa del suo tour di sollecitazione di invio delle armi, con un caloroso tributo. Herr Schwab ha sottolineato che un attore che impersona un presidente che difende i neonazisti è sostenuto da “tutta l’Europa e l’ordine internazionale”.
Intende, ovviamente, tutti tranne l’88 per cento del pianeta che aderisce allo Stato di diritto – invece del falso costrutto l’Occidente chiama un “ordine internazionale basato su regole”.
Tornata nel mondo reale, la Russia ha lentamente ma inesorabilmente riscritto l’Arte della Guerra Ibrida. Eppure, all’interno del carnevale delle psyops della NATO, dell’aggressiva infiltrazione cognitiva e della sbalorditiva ondata adulatoria dei media, si sta dando molto risalto al nuovo pacchetto di “aiuti” statunitensi da 40 miliardi di dollari all’Ucraina, ritenuto in grado di diventare un punto di svolta nella guerra.
Questa narrativa “rivoluzionaria” viene per gentile concessione delle stesse persone che hanno bruciato trilioni di dollari per proteggere l’Afghanistan e l’Iraq. E abbiamo visto come è andata a finire.
L’Ucraina è il Santo Graal della corruzione internazionale. Quei 40 miliardi di dollari possono cambiare le regole del gioco solo per due classi di persone: in primo luogo, il complesso militare-industriale degli Stati Uniti e, in secondo luogo, un gruppo di oligarchi ucraini e ONG neo colonialisti, che metteranno alle strette il mercato nero delle armi e degli aiuti umanitari , e poi riciclare i profitti nelle Isole Cayman.
Una rapida ripartizione dei 40 miliardi di dollari rivela che 8,7 miliardi di dollari andranno a ricostituire le scorte di armi statunitensi (quindi non andranno affatto in Ucraina); 3,9 miliardi di dollari per USEUCOM (l'”ufficio” che detta le tattiche militari a Kiev); 5 miliardi di dollari per una “filiera alimentare globale” confusa e non specificata; 6 miliardi di dollari per armi reali e “addestramento” in Ucraina; 9 miliardi di dollari in “assistenza economica” (che scomparirà in tasche selezionate); e 0,9 miliardi di dollari per i rifugiati.
Le agenzie di rischio statunitensi hanno declassato Kiev a un cassonetto di entità che non rimborsano i prestiti; quindi, i grandi fondi di investimento americani stanno abbandonando l’Ucraina, lasciando l’Unione Europea (UE) e i suoi stati membri come l’unica opzione del paese.
Pochi di questi paesi, a parte entità russofobe come la Polonia, possono giustificare alle proprie popolazioni l’invio di enormi somme di aiuti diretti a uno stato fallito. Quindi spetterà alla macchina dell’UE con sede a Bruxelles fare quanto basta per mantenere l’Ucraina in coma economico, indipendente da qualsiasi input da parte degli Stati membri e delle istituzioni.
Questi “prestiti” dell’UE, per lo più sotto forma di spedizioni di armi, possono sempre essere rimborsati dalle esportazioni di grano di Kiev. Questo sta già accadendo su piccola scala attraverso il porto di Costanza in Romania, dove il grano ucraino arriva su chiatte sul Danubio e viene caricato ogni giorno su dozzine di navi mercantili. Oppure, tramite convogli di camion che viaggiano con il racket delle armi per il grano. Tuttavia, il grano ucraino continuerà a nutrire il ricco occidente, non gli ucraini impoveriti.
Inoltre, aspettatevi che quest’estate la NATO elabori un altro mostro psyop per difendere il suo diritto divino (non legale) di entrare nel Mar Nero con navi da guerra per scortare le navi ucraine che trasportano grano. I media pro-NATO lo mostreranno come l’Occidente che ha “salvato” dalla crisi alimentare globale, che sembra essere direttamente causata da pacchetti seriali e isterici di sanzioni occidentali.

La Polonia punta all’annessione morbida
La NATO sta infatti aumentando massicciamente il suo “sostegno” all’Ucraina attraverso il confine occidentale con la Polonia. Questo è in sintonia con i due obiettivi generali di Washington: primo, una “guerra lunga”, in stile insurrezione, proprio come l’Afghanistan negli anni ’80, con i jihadisti sostituiti da mercenari e neonazisti. In secondo luogo, le sanzioni strumentalizzate per “indebolire” la Russia, militarmente ed economicamente.
Altri obiettivi rimangono invariati, ma sono subordinati ai primi due: assicurarsi che i Democratici siano rieletti a medio termine (non succederà); irrigare il complesso industriale-militare con fondi che vengono riciclati come tangenti (già in atto); e mantenere l’egemonia del dollaro USA con tutti i mezzi (difficile: il mondo multipolare sta facendo il suo dovere ).
Un obiettivo chiave che viene raggiunto con sorprendente facilità è la distruzione dell’economia tedesca, e di conseguenza dell’UE, con una grande quantità di società sopravvissute che alla fine verranno svendute agli interessi americani.
Prendete, ad esempio, Milan Nedeljkovic, membro del consiglio di amministrazione della BMW, il quale spiega alla Reuters che “la nostra industria rappresenta circa il 37% del consumo di gas naturale in Germania”, che affonderà senza le forniture di gas russe.
Il piano di Washington è di mantenere la nuova “lunga guerra” a un livello non troppo incandescente – si pensi alla Siria negli anni 2010 – alimentata da file di mercenari e caratterizzata da periodiche escalation della NATO da parte di chiunque provenga dalla Polonia e dai nani baltici alla Germania.
La scorsa settimana, Josep Borrell, il pietoso eurocrate che si atteggiava ad Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha dato il via al gioco durante l’anteprima dell’imminente riunione del Consiglio Affari esteri dell’UE.
Borrell ha ammesso che “il conflitto sarà lungo” e “la priorità degli Stati membri dell’UE” in Ucraina “consiste nella fornitura di armi pesanti”.
Poi il presidente polacco Andrzej Duda ha incontrato Zelensky a Kiev. La sfilza di accordi firmati dai due indica che Varsavia intende trarre profitto dalla guerra per rafforzare la sua influenza politico-militare, economica e culturale nell’Ucraina occidentale. I cittadini polacchi potranno essere eletti negli organi del governo ucraino e anche aspirare a diventare giudici costituzionali .
In pratica, ciò significa che Kiev sta trasferendo la gestione dello stato fallito ucraino alla Polonia. Varsavia non dovrà nemmeno inviare truppe. Chiamatela annessione morbida.

Il rullo compressore in movimento
Così com’è, la situazione sul campo di battaglia può essere esaminata in questa mappa . Le comunicazioni intercettate dal comando ucraino rivelano il loro obiettivo di costruire una difesa a più livelli da Poltava attraverso Dnepropetrovsk, Zaporozhia, Krivoy Rog e Nikolaev, che sembra essere uno scudo per la già fortificata Odessa. Niente di tutto ciò garantisce il successo contro l’assalto russo in arrivo.
È sempre importante ricordare che l’operazione Z è iniziata il 24 febbraio con circa 150.000 combattenti, e sicuramente non le forze d’élite russe. Eppure, hanno liberato Mariupol e distrutto il battaglione d’élite neonazista Azov in soli cinquanta giorni, ripulendo una città di 400.000 persone con perdite minime.
Mentre combattevano una vera guerra sul campo – non quei bombardamenti indiscriminati americani dall’aria – in un paese enorme contro un grande esercito, che affronta molteplici sfide tecniche, finanziarie e logistiche, i russi sono anche riusciti a liberare Kherson, Zaporizhia e praticamente l’intera area dei “gemelli”, le repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk.
Il comandante delle forze di terra russe, il generale Aleksandr Dvornikov, ha turbo missili, artiglieria e attacchi aerei a un ritmo cinque volte più veloci rispetto alla prima fase dell’operazione Z, mentre gli ucraini, nel complesso, sono a corto o molto basso di carburante, munizioni per artiglieria, specialisti addestrati, droni e radar.
Ciò che i generali americani della poltrona e della TV semplicemente non riescono a comprendere è che nella visione russa di questa guerra – che l’esperto militare Andrei Martyanov definisce “un’operazione combinata di armi e polizia” – i due obiettivi principali sono la distruzione di tutte le risorse militari del nemico preservando la vita dei suoi stessi soldati.
Quindi, mentre perdere carri armati non è un grosso problema per Mosca, perdere vite lo è. E questo spiega quei massicci bombardamenti russi; ogni obiettivo militare deve essere definitivamente distrutto. I colpi di precisione sono fondamentali.
C’è un acceso dibattito tra gli esperti militari russi sul motivo per cui il Ministero della Difesa non punta a una rapida vittoria strategica. Avrebbero potuto ridurre l’Ucraina in macerie – in stile americano – in pochissimo tempo. Non succederà. I russi preferiscono avanzare lentamente e con sicurezza, in una sorta di rullo compressore. Avanzano solo dopo che i genieri hanno completamente sorvegliato il terreno; dopotutto ci sono mine ovunque.
Lo schema generale è inconfondibile, qualunque sia lo sbarramento di spin della NATO. Le perdite ucraine stanno diventando esponenziali: fino a 1.500 uccisi o feriti ogni giorno, ogni giorno. Se ci sono 50.000 ucraini nei vari calderoni del Donbass, se ne andranno entro la fine di giugno.
L’Ucraina deve aver perso fino a 20.000 soldati nella sola Mariupol e dintorni. Si tratta di una massiccia sconfitta militare, che ha ampiamente superato Debaltsevo nel 2015 e in precedenza Ilovaisk nel 2014. Le perdite vicino a Izyum potrebbero essere anche superiori a quelle di Mariupol. E ora arrivano le sconfitte all’angolo di Severodonetsk.
Stiamo parlando delle migliori forze ucraine. Non importa nemmeno che solo il 70 per cento delle armi occidentali inviate dalla NATO arrivi sul campo di battaglia: il problema principale è che i migliori soldati se ne vanno. Se ne vanno e non verranno rimpiazzati. I neonazisti Azov, la XXIVa brigata, la XXXVI brigata, varie brigate d’assalto aereo: hanno subito perdite superiori al 60% o sono state completamente demolite.
Quindi la domanda chiave, come hanno sottolineato diversi esperti militari russi, non è quando Kiev “perderà” come punto di non ritorno; è  quanti soldati Mosca è disposta a perdere per arrivare a questo punto.
L’intera difesa ucraina è basata sull’artiglieria. Quindi le battaglie chiave che ci attendono coinvolgono l’artiglieria a lungo raggio. Ci saranno problemi, perché gli Stati Uniti stanno per consegnare sistemi M270 MLRS con munizioni a guida di precisione, in grado di colpire bersagli a una distanza fino a 70 chilometri o più.
La Russia, però, ha un contraccolpo: il Piccolo Complesso Operativo-Tattico Hermes, che utilizza munizioni ad alta precisione, possibilità di guida laser e una portata di oltre 100 chilometri. E possono funzionare in combinazione con i sistemi di difesa aerea Pantsir già prodotti in serie.

La nave che affonda

L’Ucraina, entro i suoi attuali confini, è già un ricordo del passato. Georgy Muradov, rappresentante permanente della Crimea presso il presidente della Russia e vice primo ministro del governo di Crimea, è irremovibile: “L’Ucraina nella forma in cui era, credo, non rimarrà più. Questa è già l’ex Ucraina”.
Il Mar d’Azov è ormai diventato un “mare di uso comune” da parte della Russia e della Repubblica popolare di Donetsk (DPR), come confermato da Muradov.
Mariupol sarà ricostruita. La Russia ha avuto molta esperienza in questo settore sia a Grozny che in Crimea. Il corridoio terrestre Russia-Crimea è attivo. Quattro ospedali su cinque a Mariupol hanno già riaperto e sono tornati i mezzi pubblici, oltre a tre distributori di benzina.
L’imminente perdita di Severodonetsk e Lysichansk suonerà seri campanelli d’allarme a Washington e Bruxelles, perché rappresenterà l’inizio della fine dell’attuale regime a Kiev. E questo, per tutti gli scopi pratici – e al di là di tutta l’alta retorica del “l’ovest sta con te” – significa che i giocatori pesanti non saranno esattamente incoraggiati a scommettere su una nave che affonda.
Sul fronte delle sanzioni, Mosca sa esattamente cosa aspettarsi, come ha dettagliato il ministro dello Sviluppo economico Maxim Reshetnikov: “La Russia procede dal fatto che le sanzioni contro di essa sono una tendenza piuttosto a lungo termine, e dal fatto che il perno verso l’Asia, l’accelerazione del riorientamento verso i mercati orientali, verso i mercati asiatici è una direzione strategica per la Russia. Faremo ogni sforzo per integrarci nelle catene del valore proprio insieme ai paesi asiatici, insieme ai paesi arabi, insieme al Sud America”.
Negli sforzi per “intimidire la Russia”, i giocatori farebbero bene ad ascoltare il suono ipersonico di 50 missili all’avanguardia Sarmat pronti per il combattimento questo autunno, come spiegato dal capo di Roscosmos Dmitry Rogozin.

Gli incontri di questa settimana a Davos portano alla luce un altro allineamento che si sta formando nella battaglia mondiale unipolare contro multipolare. La Russia, le repubbliche gemelle, la Cecenia e alleati come la Bielorussia sono ora contrapposti ai “leader di Davos”, in altre parole, l’élite occidentale combinata, con poche eccezioni come il primo ministro ungherese Viktor Orban.
Zelensky starà bene. È protetto dalle forze speciali britanniche e americane . Secondo quanto riferito, la famiglia vive in una villa da 8 milioni di dollari in Israele. Possiede una villa da 34 milioni di dollari a Miami Beach e un’altra in Toscana. Gli ucraini medi sono stati mentiti, derubati e, in molti casi, assassinati dalla banda di Kiev che presiede: oligarchi, fanatici dei servizi di sicurezza (SBU), neonazisti. E gli ucraini rimasti (10 milioni sono già fuggiti) continueranno a essere trattati come sacrificabili.
Nel frattempo, il presidente russo Vladimir “il nuovo Hitler” Putin non ha assolutamente fretta di porre fine a questo dramma più grande della vita che sta rovinando e marcendo l’Occidente già in decomposizione fino al midollo. Perché dovrebbe? Ha provato di tutto, dal 2007, sul fronte del “perché non possiamo andare d’accordo”. Putin è stato totalmente respinto. Quindi ora è il momento di sedersi, rilassarsi e guardare il declino dell’Occidente.

Dietro la lavagna

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FUORI DAL CORO

di Toni Capuozzo

Ieri sera, nel collegamento con Quarta Repubblica, avevo alle spalle una vecchia lavagna, perché stavo in un’aula scolastica. Guardandola, mi tornava alla mente quella della mia classe elementare, e le volte che finivo per punizione nello stretto spazio tra il muro e la lavagna, cancellato al resto della classe. Castighi che non mi hanno indebolito, anzi. Ci finisco quasi sempre, ancora oggi e di nuovo ieri sera, dietro a una lavagna. Come da bambino, non funziona: avrei bisogno di essere convinto, non aggredito. E avrei bisogno di quella lealtà, perfino nella punizione, che alla maestra mancava.

1) Capezzone – fortuna che mi stima, figurarsi se fosse il contrario – mi accusa di aver parlato di “messinscena” sui massacri di Bucha. Sa che non è vero. Io ho posto domande e sollevato perplessità sui morti ripresi per strada, non sulle 300 e più vittime ritrovate nelle fosse comuni. Sa che ho posto delle domande:  forse irriguardose, forse più scomode di quelle che lui pone alla viceministro ucraina. Come mai quei morti, che addirittura sarebbero rimasti sull’asfalto per tre settimane, non erano stati sepolti ? Come mai il Corriere della Sera non aveva rivolto questa domanda al becchino di Bucha ? Come mai nessuno ci aveva detto dell’operazione di bonifica della squadra speciale ucraina chiamata Safari ? Come mai accanto ai poveri corpi mai sangue, né bossoli ? Come mai alcuni corpi avevano accanto razioni alimentari russe, e qualche volta dei bracciali bianchi ?  A queste e molte altre domande non è mai stata data risposta.

2) Matteo Renzi, con più gentilezza di Capezzone, mi attribuisce “neutralità”. Non l’ho mai detto. Ho detto che mi sarebbe piaciuto che  l’Italia si ricavasse un ruolo di mediatore, pur ovviamente condannando l’invasione, ma lasciando che a dare le armi fossero altri, come fanno senza lesinare americani e inglesi. Armi e mediazioni insieme,  è difficile.

3) La viceministra ucraina non ha risposto alle due domande due che le avevo posto, sulla legge di confisca beni e sul monito ai giornalisti che intendessero raccontare l’altra faccia della medaglia.
Detto questo, sto meglio dietro la lavagna che sui banchi di un’informazione che ha impiegato giorni a chiamare “resa” quella dell’Azovstal, perché “evacuazione” suonava meglio agli occhi della propaganda.  Per essere convinto senza insulti, slealtà, castighi, avrei bisogno di risposta ad altre domande, sulla corsa agli armamenti, sulla giustizia di guerra di entrambe le parti, sulle pachidermiche lentezze dell’Unione europea e sulla sveltezza della Nato.

Per essere chiaro amo l’Occidente, e ho sofferto la sconfitta afghana, pagata dalle donne. Ma non riesco a vedere dove ci porta questa nuova avventura, dopo quel disastro e i disastri libici e iracheni, somali e balcanici. Salvata l’Ucraina dalla resa (grazie agli ucraini e alle armi e alla intelligence americane), libera Kiev e libero Zelenskj e i suoi, non sarebbe ora di negoziare? O pensate sia troppo presto, che  Putin non sia abbastanza umiliato e punito ?  Il libro dei sogni prevede che Putin si ravveda, ritiri le truppe alla casella di partenza e l’Ucraina possa liberamente dedicarsi alla guerra civile del Donbass, iniziata nel 2014. Siccome non succede,  quanta guerra ancora ?  Avanti Crimea,  direbbero Capezzone e la viceministra, imbarazzata  dalle feroci domande dell’onorevole.

No, la Russia non ha già perso: ecco perché

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Quello che manca in Italia è il dibattito di tesi diverse (a parte le discussioni dei talk show che per forza di cose non consentono di approfondire ed esaminare i dati e i fatti) per cui fa piacere vedere una critica anche dal tono polemico ad uno dei nostri ultimi articoli. (la mancanza di dibattito in Italia è stata denunciata anche dal nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna nell’ Editoriale di lunedì scorso su InFormazione Cattolica, n.d.r.)

Quello che però manca completamente in questo articolo è – a nostro modesto avviso – un fatto fondamentale: in Ucraina orientale e meridionale vivono milioni di russi, persone di lingua e tradizioni russe. Dal 2014 il governo ucraino manda i suoi soldati a combattere contro dei russi all’interno dell’Ucraina, cerca di rioccupare zone dove la gente risente l’imposizione dell’identità ucraina e ci si ammazza da anni tra ucraini e russi all’interno dei confini dell’Ucraina.

I nostri media e anche l’autore che ci critica fingono che non ci siano russi di lingua russa in Ucraina in guerra o in conflitto con gli ultranazionalisti ucraini dal 2014. Come abbiamo provato a spiegare, in pratica i russi combattono i diritti di altri russi all’interno dell’Ucraina. Non cercano di conquistare l’Ucraina, ma sono semmai gli ucraini che cercano di conquistare le zone abitate da russi.

L’economia russa

Detto questo, esaminiamo lo stesso le altre argomentazioni (e approfondiamo al contempo la storia di questo paese). L’orso russo sarebbe fragile e il suo apparato militare pure. 

La Russia sarà più ricca dell’Ucraina ma rimane un paese con un’economia profondamente depressa. Il Pil russo è equivalente a quello della Spagna per una popolazione di 144 milioni di persone (la Spagna 44).

Secondo l’Economist di questa settimana “l’economia russa è di nuovo in piedi”. E l’articolo ammette che “The real economy is surprisingly resilient too” (“anche l’economia reale è sorprendentemente resiliente”). Il rublo ha sorpreso tutti salendo invece di scendere ed è tornato a 65 rubli per un dollaro che è livello più basso dal 2020. Quando è iniziata la guerra in febbraio era sui 75 rubli per un dollaro.  

Se poi lo si confronta con l’euro, che ha perso da 1.14 a 1.05 contro dollaro con le sanzioni e la guerra, il rublo si è apprezzato di oltre il 17%! Il rublo era a 83 rubli per un euro e ora dopo tutte queste sanzioni siamo a 69 rubli per un euro. Ci sono quindi dati economici, sia di PIL, export, import, consumi e tasso di cambio che per ora mostrano come le sanzioni e i riflessi della guerra siano negativi per l’Europa, ma non per la Russia.

L’economia occidentale

Questo perché il PIL è composto di valori monetari, per cui comprende servizi finanziari, bancari, immobiliari, pubblicità, spese mediche, legali e così via e soprattutto spesa per consumi. Quanto tutte queste spese siano finanziate con debito pubblico o debito estero non importa ai fini del calcolo del PIL. Ad esempio, la Spagna citata anni fa faceva quasi il 20% del Pil con la costruzione di case residenziali a valori inflazionati. I paesi occidentali negli ultimi anni, specie con l’emergenza da Covid-19, hanno sostenuto il PIL con enormi debiti, gli Usa hanno aumentato il debito pubblico di 10mila mld in pochi anni portandolo a 30mila mld e hanno un deficit estero ora di 1,300 mld circa l’anno.

L’Italia stessa dal 2020 a quest’anno aumenterà il debito pubblico di circa 400 mld in tre anni. Ci sono paesi come Usa e UK dove la parte manifatturiera è minima e i servizi finanziari, l’immobiliare e il consumo sono quasi l’80% del Pil. In altri paesi il Pil comprende invece una quota maggiore di produzione di beni industriali, di acciaio, alluminio, minerali, gas, petrolio, carbone, cereali e materie prime varie. E il debito pubblico e il debito estero sono minimi. Questo è il caso della Russia dove il surplus con l’estero è ora sui 20 mld (in $) al mese, mentre ad esempio in Usa il deficit estero ultimo è uscito di 110 mld di $ al mese. La Russia ha da anni un enorme surplus con l’estero in % del Pil e non ha quasi debito pubblico ed è il maggiore produttore al mondo di materie prime di ogni genere. Il suo PIL è costituito soprattutto da produzione di beni essenziali come le materie prime e non ha quasi debiti.

Con l’embargo e la guerra il prezzo delle materie prime è salito anche di due o tre volte e il risultato è che il Pil della Russia sta salendo più di prima e il suo surplus estero ha toccato livelli record. Anche i dati di spesa per consumi interni sono positivi a differenza di quelli di quasi tutti i paesi occidentali in aprile ad esempio +2,2% contro dei -3% o anche -5% (vedi UK) che si vedono in Europa. La produzione industriale in Germania, ad esempio, ha perso un 5% circa. Tutto questo non è propaganda filorussa, ma la realtà.  

L’arsenale nucleare

A differenza della Spagna però, la Russia deve mantenere con il suo ridotto Pil un arsenale nucleare da superpotenza e una flotta oceanica, soprattutto sommergibili, di primo livello ma oggi del tutto sproporzionata. Una questione di prestigio piuttosto che di reali necessità militari. Quanto può rimanere per aviazione ed esercito? Molto poco e si è visto in questi giorni.

Il budget militare della Russia è di 65 mld circa su 1,550 mld di Pil, quindi un 4% e rotti, simile in % agli Usa che spendono 770 mld su circa 20 mila mld di Pil. L’Ucraina in % spendeva invece quasi il 5% del PIL, uno delle % più alte al mondo, nonostante sia il paese più povero d’Europa. Nonostante spenda 11 volte di meno degli Usa, l’arsenale atomico della Russia è considerato equivalente in termini di una eventuale guerra nucleare. Se parliamo ad esempio di carri armati, le stime di quelli russi sono da un minimo di 23mila ad un massimo di 32mila e in Ucraina sembra ne abbiano persi finora tra 500 e 700. La superiorità però dei russi si manifesta soprattutto nella missilistica perché ogni giorni si legge di depositi, raffinerie, nodi ferroviari in ogni angolo dell’Ucraina colpiti. Come noto, la Russia fornisce la maggior parte delle armi a Pakistan e India e vende anche alla Cina che è il maggiore cliente. 

L’esercito di Mosca è decimato?

“… i famosi 120 Btg (Battalion Tactical Group, la task force operativa del riformato esercito russo. Circa 800 soldati ciascuno) erano già fin dall’inizio troppo pochi per un boccone come l’Ucraina. E ora la Russia non ha riserve. I filorussi possono vaneggiare sui milioni di soldati pronti a scatenarsi sull’Ucraina e a minacciare la Nato, ma questi contingenti non esistono. Per la famosa offensiva del Donbass, i russi hanno solo potuto contare sulle molto malridotte unità ritirate da Kiev e Kharkov. Queste unità, risistemate alla bell’e meglio, sono state spostate nel Donbass. Risultato: si sono nuovamente impantanate. Anche perché, sorpresa, ritirandosi da Kiev hanno liberato altrettante unità ucraine (tra le migliori dell’esercito ucraino) che sono subito andate, anche loro, nel Donbass ecc…”

Le previsioni sulle battaglie sono molto più difficili di quelle economiche e finanziarie perché entrambe le parti filtrano ogni notizia negativa di perdite che le riguardi ed evidenziano solo quelle positive. I dati dei morti, prigionieri, perdite di materiale e così via differiscono a seconda delle dozzine di esperti militari che si possono leggere. Se si citano fatti molto specifici, come fa qui l’autore, bisognerebbe indicare le fonti. Quello che è certo è che i russi hanno abbandonato l’avanzata verso Kiev e ora avanzano molto lentamente nelle province dell’est e del sud dove hanno occupato una superficie pari all’Italia e stanno ora anche sistematicamente colpendo con missili depositi militari di benzina, nodi ferroviari e altra infrastruttura in tutta l’Ucraina. Un altro dato certo è che mentre l’Ucraina ha richiamato i soldati di leva, la Russia finora non lo ha fatto. La popolazione dell’Ucraina era stimata dalla Ue di 42 milioni Qui si può leggere un impressionante reportage del 2020 dell’importante rivista “Atlantic” sullo svuotamento dell’Ucraina che da venti anni vede la popolazione adulta emigrare ovunque può in Europa.

I riservisti a confronto

Ufficialmente il governo per ragioni politiche non aggiorna dal 2001 il censo fermo a 46 milioni, ma come si può leggere le stime sono che la popolazione sia scesa parecchio, se prendiamo la stima Ue a 42 milioni. Ora 5 milioni sono usciti e tra loro non ci sono solo donne e bambini, ma anche maschi adulti come si può vedere dai filmati. In più la Russia ha occupato zone, di lingua prevalentemente russa, in cui risiedono da 6 a 8 milioni di persone. La popolazione che risiede sotto il governo ucraino di Zelensky può quindi essere ora ridotta a circa 33 o 34 milioni nel caso migliore. La Bielorussia di fatto è alleata alla Russia e assieme hanno 156 milioni di abitanti e poi ci sono appunto forse 6 o 8 milioni di persone di lingua russa in Ucraina che hanno di fatto combattuto dal 2014 per l’autonomia dal governo nazionalista. Se la Russia è alle strette, può dichiarare formalmente guerra e mobilitare, come nella Seconda guerra mondiale. Può attingere però appunto ad un potenziale di forse 160 milioni contro circa 32-34 milioni dell’Ucraina.

Chi ha più chance di vincere

L’autore dell’articolo cita notizie militari su sconfitte ed errori dei russi, non siamo in grado di giudicare, ma anche se fossero tutte vere, la storia militare della Seconda guerra mondiale, insegna che i russi hanno commesso errori e subìto perdite pesanti per poi insistere, attingere a tutte le loro risorse umane e materiali e continuare fino alla sconfitta di un avversario motivato, ma inferiore quantitativamente come i tedeschi. 

L’esercito ucraino è probabilmente però meno motivato, a parte le milizie nazionaliste come il battaglione Azov, a continuare a combattere per occupare le province dell’Est di lingua russa come il Donbass. Perché lo ha già fatto per otto anni! E ora si trova di fronte il terzo esercito al mondo (dopo Usa e Cina), con dietro circa 160 o 170 milioni di russi sparsi dalla Bielorussia, all’Ucraina stessa. I russi al momento combattono in zone russe, all’interno dell’Ucraina, ma dove si parla russo e la maggioranza della popolazione è dalla loro parte. Inoltre, si sentono assediati dalla Nato e vedono che gli Usa e i loro alleati vogliono la loro disfatta. I russi combattono per difendere il futuro della nazione a loro avviso minacciata dalla Nato e dagli Usa. Che sia vero o falso poco importa, ci credono e sono motivati a combattere per la Santa Madre Russia, basta vedere le loro canzoni e manifestazioni patriottiche. I soldati ucraini dell’esercito regolare invece combattono per occupare zone abitate da russi con cui sono in conflitto dal 2014. Per capire questo però bisogna leggere un poco di storia…

L’Ucraina e i filorussi

Abbiamo mostrato mappe storiche e linguistiche dell’Ucraina e nessuno che noi sappiamo ha mai smentito o anche solo voluto discutere questo fatto storico: che l’Ucraina coi confini attuali è una suddivisione inventata dai bolscevichi per ragioni amministrative che contiene sia russi che ucraini. Ma non è mai esistita nella storia moderna o antica un’entità “Ucraina” che comprendesse ad esempio la Crimea, Mariupol, il Donbass, Odessa, e in pratica l’Ucraina orientale meridionale. 

L’unica entità politica che si trovi nei libri di storia è limitata alla regione di Kiev intorno al 1,100, prima che venisse distrutta dai Mongoli. E prima dell’anno 1,000 circa, sia in Russia che in Ucraina le fonti storiche sono minime e molte si riferiscono all’impero dei Khazari (popolazione di etnia turca) che occupava dal 500 all’800 circa quasi tutta l’Ucraina attuale. 

La lingua ucraina, che è parlata nella parte occidentale e solo in parte in quella orientale, oggi è sostanzialmente diversa dal russo e somiglia di più al polacco, dato che tra il 1300 e il 1650 l’Ucraina occidentale ha fatto parte della Polonia. Ma le province a est e sud dalla fine del medioevo hanno fatto parte della Russia.  

Se si legge quindi un poco di storia, si comprende che oggi ci sono milioni di persone di lingua e identità russa in Ucraina.

Questi milioni di persone si sono ritrovate dopo il colpo di stato del 2014 oppresse da un governo ultranazionalista che ad esempio proibiva di usare la loro lingua. Una prova è il massacro di Odessa (ora derubricato da Wikipedia a “incendio”) dove i nazionalisti hanno bruciato vivi una trentina di russi che protestavano. Quello che quasi tutti omettono nei giornali e Tv è che la guerra è in corso dal 2014 e l’esercito ucraino bombarda i russi all’interno dell’Ucraina da anni. L’Onu riporta 14mila morti di cui 4mila civili dal 2014 a quest’anno, ma questo è un fatto che le Tv e i giornali non vogliono mai citare.

Fino a quando si finge che in Ucraina non ci siano (per ragioni legate al crollo dell’Urss) milioni di russi, non si capisce cosa è successo. Anche se è simile a quello che abbiamo visto in Croazia, Bosnia e Kosovo, dove i confini delle repubbliche formatesi dopo il crollo della Jugoslavia non corrispondevano alla presenza dei diversi gruppi etnici.

In conclusione, i russi oltre ad avere dieci volte la produzione e cinque volte la popolazione del governo ucraino di Zelensky sono probabilmente più motivati a vincere. Questo in America e anche sfortunatamente ora in Europa non lo si capisce perché si ignora la storia. I russi possono anche aver fatto più errori militari finora degli ucraini diretti e aiutati dalla Nato, questo non lo sappiamo e forse nessuno che non sia sul campo lo sa.

Ma come abbiamo provato a evidenziare, hanno tutte le risorse necessarie di produzione, di armamenti e personale, sono compatti dietro a Putin e per loro è una guerra per liberare popolazioni russe da un nemico nazionalista diretto da Usa e Nato. Qui in Italia e in Europa non si capisce che per loro è qualcosa di simile alla Seconda guerra mondiale. All’epoca erano alleati dell’impero britannico e degli Stati Uniti e quindi certi della vittoria finale, mentre ora si sentono contro tutti gli alleati degli Usa, messi con le spalle al muro e non possono permettersi di perdere. 

Hanno iniziato come “operazione speciale” sul modello israeliano in Libano diciamo, e ora stanno progressivamente estendendo la guerra portando distruzione nelle infrastrutture e mobilitando man mano più forze. Sentono di non avere altra alternativa, vedono che gli Usa dichiarano di volerli sconfiggere e rovesciare il loro governo.  Questa ormai per certi versi sembra una delle tante guerre angloamericane condotte in Medio Oriente. Qui però ci sono 160 milioni di persone con una motivazione patriottica, le atomiche, le materie prime e un esercito che non ha mai ceduto (se non in Afghanistan dove non c’era la motivazione). Dall’altra parte c’è un regime nazionalista corrotto, che non rappresenta tutto il paese e prima della guerra era impopolare, finanziato e diretto dagli Usa e che combatte per cosa?  Per occupare zone come il Donbass o Mariupol dove la popolazione non lo vuole.

Come si fa a non capire che i russi non cederanno a nessun costo e mobiliteranno tutto quello che hanno? Come si fa realisticamente a non capire che sarebbe meglio per tutti una sconfitta dell’Ucraina, con il riconoscimento dell’indipendenza del Donbass, di  una possibile guerra mondiale?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/no-la-russia-non-ha-gia-perso-ecco-perche/

Mariupol, la verità dei civili: “Il battaglione Azov ci sparava contro”

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di Bianca Leonardi

Siamo ufficialmente nella seconda fase della guerra, come lo stesso presidente Zelensky ha affermato: una guerra combattuta nella parte meridionale del paese, una guerra che non trova fine e che vede al centro dei bombardamenti la regione del Donbass, con le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. È qui che il battaglione Azov – quello che ormai è rimasto – si è asserragliato nell’acciaieria di Azovstal a Mariupol, teatro ormai della spietata guerra.

Se da una parte gli Azov sono a tutti gli effetti militari ucraini e quindi vittime di quell’invasione russa che sta sconvolgendo il mondo, è, però, infantile e poco producente ai fini dell’informazione catalogare i buoni a prescindere e i cattivi a prescindere. Nei conflitti non ci sono gironi speciali, ci sono solo uomini, con i propri errori e le proprie glorie.

A tal proposito, il servizio fatto da Report, realizzato da Manuele Bonaccorsi tra Mariupol e Donetsk, ha mostrato un lato sconosciuto, o nascosto, che la stampa occidentale e italiana ha sempre preferito non approfondire. “Il battaglione Azov, con i suoi carrarmati, ha sparato su casa mia”, racconta una giovane abitante di Mariupol confermando che si trattava di milizie ucraine, in quanto avevano la bandiera del paese sulla divisa.

Le condizioni di vita dei civili di Mariupol, da più di un mese, versano infatti in una situazione drammatica: tra l’impossibilità di uscire dai rifugi e le abitazioni bombardate, e tutto per mano dei nazionalisti ucraini, raccontano. “Senza luce, senza acqua, senza cibo: abbiamo vissuto come i ratti”, spiega una coppia di anziani ormai rimasta senza niente.

E ancora: “I militari ucraini mettevano davanti ai portoni dei barattoli rossi, segnalando alle truppe i punti di fuoco: noi li abbiamo fatti sparire e così abbiamo salvato nostra casa, altrimenti saremmo morti. Quelli del palazzo davanti non l’hanno fatto e lì hanno messo un obice sul tetto da cui sparavano a ripetizione: ora di quel palazzo non resta niente, è stato completamente distrutto”. Un vero tiro al bersaglio da parte del battaglione Azov sui civili di Mariupol: così racconterebbero gli abitanti della città che, stremati, cercano ora una via di fuga verso Donetsk.

“Il 24 febbraio Mariupol è stata chiusa, eravamo in gabbia: non c’è mai stato un corridoio verde per portare via bambini e anziani. Hanno fatto saltare le rotaie del treno ed era impossibile uscire dalla città”. Smontata quindi, stando agli abitanti della città presa di mira, anche tutta l’organizzazione legata alla creazione di corridoi umanitari per far evacuare almeno le persone più fragili, come ha sempre riportato la stampa ucraina.

Anzi, dalle loro parole, sembrerebbe proprio che i civili siano stati tenuti con la forza nei confini della città: “Fin dall’inizio della guerra non è stato possibile lasciare Mariupol, i soldati avevano messo carrarmati in mezzo alle strade e ci dicevano che c’erano i ponti minati. Dopo era troppo tardi per fuggire. Solo quando la Russia ha conquistato tutta la costa orientale siamo riusciti a scappare”, spiega un ragazzo padre di due bambini che ha vissuto per almeno un mese in uno scantinato ed è stato costretto a rubare per dare cibo ai suoi figli.

E per quanto riguarda il fiume di persone che solo adesso si sta spostando nella capitale della repubblica indipendente separatista di Donetsk, l’Ucraina ha parlato di vere e proprie “deportazioni” russe. “Nessuno ci ha deportato: stiamo solo fuggendo all’inferno. Abbiamo persone sepolte sotto ogni casa, ci sono croci ovunque e hanno messo l’artiglieria tra gli edifici residenziali anche se c’era la scritta “bambini”: ci hanno usato come scudi umani”, prosegue un’altra donna raccontando come il battaglione Azov non abbia avuto pietà nemmeno dei più piccoli.

La città di Mariupol è infatti abitata, per la maggior parte, da persone di lingua russa e gli occupanti – cioè le milizie di Putin – vengono chiamati “liberatori” essendo – come riferiscono gli intervistati – gli unici ad aver permesso ai civili di salvarsi e scappare dalla furia Azov. “Noi ci sentiamo russi – racconta un uomo – È stata l’Ucraina che ci ha bombardato, non la Russia: tutto questo lo hanno fatto i neonazisti dell’Azov”.

E stando a quanto dichiarato dai civili è inevitabile tornare a riflettere su quei famosi uomini e donne rinchiusi nell’acciaieria e che, stando alle fonti ucraine, insieme ai nazionalisti non riescano a liberarsi a causa dell’avanzata russa. Torniamo a domandarci: come mai durante il cessate il fuoco, che le truppe del Cremlino ormai fanno quasi regolarmente, quei civili in Azovstal non riescono ad uscire?

Bianca Leonardi, 6 maggio 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/mariupol-la-verita-dei-civili-il-battaglione-azov-ci-sparava-contro/

Mercenari israeliani combattono per l’Ucraina contro la Russia

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di Luciano Lago

Mosca afferma che mercenari israeliani hanno combattuto a fianco delle truppe ucraine contro le forze russe negli ultimi mesi di conflitto. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha detto mercoledì alla radio Sputnik in un’intervista che i militanti israeliani erano attivi sul campo insieme al reggimento di estrema destra Azov, che opera sotto il comando dell’esercito ucraino dal 2014. I mercenari israeliani sono praticamente spalla a spalla con i militanti Azov in Ucraina.

Azov è salito alla ribalta nel 2014, quando i suoi attivisti di estrema destra hanno preso le armi per combattere i separatisti filo-russi nella regione orientale del Donbass, in Ucraina. I suoi membri fanno ora parte delle forze ucraine nella città portuale di Mariupol, rintanata all’interno dell’acciaieria Azovstal, contro la quale martedì le forze russe hanno lanciato un grande attacco.

La Russia vede i membri dell’Azov come “fascisti” e “nazisti”. (Per l’Occidente i militanti di Azov sono “bravi ragazzi”). Il 1° maggio, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha affermato che Adolf Hitler aveva “sangue ebreo”. Questo ha alimentato il già ardente fuoco della guerra. Il principale diplomatico russo, parlando al canale Rete 4 di Mediaset, ha affermato che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “avanza un argomento su che tipo di nazismo possono avere se lui stesso è ebreo”.

Martedì, il ministero degli Esteri russo ha affermato che “le origini ebraiche del presidente (Zelensky) non sono una garanzia di protezione contro il neonazismo dilagante nel Paese”. Il regime israeliano aveva convocato lunedì l’ambasciatore russo per “chiarimenti”. Il Cremlino ha criticato il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid per aver accusato Mosca di aver commesso crimini di guerra in Ucraina. Ad aprile, il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid ha accusato la Russia di aver commesso crimini di guerra in Ucraina. Mosca ha risposto, accusando Israele di usare l’Ucraina per “distogliere” l’attenzione globale dalla sua aggressione contro i palestinesi.

Il 24 febbraio il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato l’operazione in Ucraina. Il conflitto ha provocato una risposta unanime da parte dei paesi occidentali, che hanno imposto una lunga serie di sanzioni a Mosca. La Russia afferma che interromperà immediatamente l’operazione se Kiev soddisferà l’elenco di richieste di Mosca, inclusa la non domanda di adesione alla NATO.

Israele ha espresso solidarietà all’Ucraina ma, a differenza dei suoi alleati occidentali, si è astenuto dall’imporre sanzioni formali alla Russia.

Foto: Controinformazione.info

6 maggio 2022

Fonte: https://www.ideeazione.com/mercenari-israeliani-combattono-per-lucraina-contro-la-russia/

Come si svolgerà la Fase 3 della guerra in Ucraina?

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di Roberto Buffagni

Boris Johnson al “Financial Times”: “La Russia può vincere, mandiamo tank in Polonia”.

In vista del probabile successo della prossima offensiva russa e della conseguente neutralizzazione delle FFAA ucraine, i britannici, che hanno un ruolo di primissimo piano nella gestione delle ostilità, preparano la fase tre della guerra: finiti gli ucraini, facciamo entrare in campo i polacchi e i baltici.

La fase tre della guerra in Ucraina tra Russia, USA e NATO, si svolgerebbe così.

1. La prossima offensiva, in cui la Russia impiega la sua superiore potenza di fuoco, neutralizza il grosso delle FFAA ucraine oggi fortificate nel Donbass. L’Ucraina non è più in grado di resistere efficacemente. Termina la fase due delle ostilità.

2. Inizio della fase tre. Su richiesta di aiuto militare del governo ucraino (eventualmente rifugiato in esilio) al governo polacco e ai governi baltici, entrano in Ucraina truppe regolari polacche e baltiche, e un contingente di mercenari finti e veri. I mercenari veri sono forniti dalle aziende che forniscono contractors. I mercenari finti sono militari di paesi NATO che si dimettono dalle loro FFAA per non coinvolgere giuridicamente come belligeranti i propri paesi, e vanno a combattere senza mostrine. In Polonia si sta già raccogliendo un contingente che da quanto mi risulta conta già circa 120.000 uomini. Ingenti aiuti finanziari e materiali stanno affluendo in Polonia da USA e NATO.

3. Il contingente polacco-baltico combatte i russi in Ucraina. I russi possono rispondere sul territorio ucraino, ma non possono colpire i centri di comando e logistici del contingente, situati in Polonia e nei paesi baltici, per non entrare in un conflitto diretto con la NATO.

4. Le ostilità in Ucraina tra USA, NATO e Russia, combattute tra FFAA polacche e baltiche e FFAA russe, diverrebbero così interminabili, perché l’afflusso di truppe in Ucraina potrebbe continuare per anni, e la Russia non potrebbe colpirne la sorgente senza entrare in conflitto diretto con l’intera NATO.

5. Lo scopo della fase tre delle ostilità sarebbe: aprire una ferita immedicabile nel fianco della Russia + isolarla politicamente + sfinirla economicamente con il costo delle ostilità che si aggiunge alle sanzioni. In sintesi: dissanguamento della Russia in vista della sua disgregazione politica.

La strategia occidentale sarebbe dunque provocare in Russia:

a) Sfiducia della popolazione nei suoi governanti per l’alto costo umano e materiale della guerra, e l’assenza di una prospettiva credibile di sua conclusione favorevole.

b) Crescenti dissensi all’interno del ceto dirigente russo, cristallizzarsi di una fazione capace di rovesciare l’attuale governo

c) Risveglio e attivazione di forze centrifughe nelle repubbliche che costituiscono lo Stato federale russo, forze sempre latenti in una compagine multietnica, multireligiosa, multiculturale come la Federazione russa.

d) “Regime change”. Rovesciamento del governo attuale, sostituito da un governo debole, incapace di opporsi con fermezza al processo di caotica disgregazione politica della Federazione russa, arrestandolo (v. punti precedenti).

e) Disgregazione politica della Russia, che cessa di essere una grande potenza e viene così neutralizzata come nemico dell’Occidente.

Mi limito a sottolineare i più evidenti rischi di un eventuale SUCCESSO di questa strategia di frammentazione politica della Russia: chi si impadronirebbe dell’arsenale nucleare strategico russo? Quali paesi entrerebbero a occupare l’enorme vuoto geopolitico che si creerebbe? La Cina, per esempio, avrebbe l’assoluta necessità di garantire la sicurezza dei 4.500 km di frontiera con la Russia, e l’evidente interesse di appropriarsi delle ricchezze siberiane.

Ovviamente, l’attuazione di questa strategia, coronata o meno da successo, implicherebbe la riduzione dell’Ucraina a campo di battaglia permanente, con l’annichilimento della sua economia, il dilagare dell’anarchia e della criminalità, e un deflusso imponente di milioni di profughi. L’Ucraina diverrebbe una espressione geografica abitata dal caos.

Da quel che sono riuscito a capire dalle varie fonti primarie e secondarie consultate, il governo russo è persuaso che la strategia politico-militare occidentale sia questa che ho appena delineato: in sostanza, la replica ai danni della Russia del processo che condusse alla disgregazione politica della Jugoslavia. Penso che anche la popolazione russa se ne stia persuadendo, sia per l’effetto della propaganda governativa russa, sia, soprattutto, per la sconsiderata demonizzazione del popolo e dell’intera cultura russa messa in atto dai paesi occidentali, il cui evidente sottotesto è “voi russi siete disumani e meritate solo di essere distrutti e rieducati”.

Se questo è vero come credo, per la Russia la posta in gioco è letteralmente la sopravvivenza. Sopravvivenza dell’integrità politica e territoriale della Federazione russa, sopravvivenza della continuità storica e culturale della Russia, e, per finire, sopravvivenza personale dei componenti l’attuale governo e dei suoi sostenitori che non lo tradiscano. Ne consegue che la Russia si difenderà impiegando tutte le sue risorse materiali e morali: dichiarazione formale di guerra all’Ucraina, legge marziale, mobilitazione dei riservisti e coscrizione di massa, economia di guerra, se necessario impiego dell’arsenale atomico tattico e strategico; disponibilità a rispondere a un allargamento del conflitto alla NATO e agli Stati Uniti, eventualmente a provocarlo se costrettivi dalle necessità militari.

La prospettiva che ho delineato non è una certezza: è una possibilità, ma una possibilità nient’affatto improbabile coeteris paribus, ossia se non intervengono fattori di mutamento significativi nella situazione politico-militare: ad esempio, un fallimento dell’offensiva russa così completo da indurre il governo russo a cessare le ostilità, o una rottura del fonte politico occidentale.

Ritengo estremamente improbabile che la Russia incontri un fallimento militare così catastrofico da indurla a cessare le ostilità: sia per le risorse di cui dispone, sia per l’entità della posta politica in gioco: la cessazione delle ostilità in seguito a sconfitta sul campo destabilizzerebbe il governo russo, probabilmente provocandone la sostituzione con un governo revanscista.

Il fronte politico occidentale può essere rotto solo da un paese europeo importante, come Francia, Germania o Italia. Se uno di questi paesi adottasse, nel proprio interesse nazionale e nell’interesse dell’Europa tutta, la linea scelta dall’Ungheria di Orbàn, sarebbe estremamente difficile, per non dire impossibile, attuare la strategia di destabilizzazione e disgregazione politica della Russia.

Avverrà?

Le probabilità sono scarse, ma la possibilità c’è. Già ora Francia e Germania cominciano ad accorgersi del danno devastante che subirebbero applicando alla lettera le sanzioni che hanno pur votato. La Germania si rifiuta di inviare “armi offensive” all’Ucraina, per evitare la classificazione di “cobelligerante” (il diritto internazionale permette di inviare “armi difensive” senza divenire cobelligeranti del paese destinatario). Nelle Cancellerie europee, insomma, qualcuno comincia a riflettere sulle decisioni sconsideratamente prese nell’immediato, senza valutarne le gravi e anche gravissime conseguenze, sotto la pressione americana e per un riflesso condizionato del moralismo ideologico ufficiale condiviso dalle classi dirigenti UE.

Speriamo.

https://t.me/intelslava/26477

 

Zelensky amerikano contro l’Europa

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QUINTA COLONNA

di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

Volodymyr Zelensky vuol dettare l’agenda politica all’Unione Europea: bacchettata a Macron perché si è permesso di definire totalmente fuori luogo l’affermazione con cui Joe Biden ha definito quanto sta accadendo in Ucraina ad opera dei russi “un genocidio”, sgarbo istituzionale al Presidente della repubblica tedesco Frank Walter Steinmeier definito “persona non gradita” perché considerato in passato, ma ancora oggi, “troppo dialogante con la Russia”. Il segretario del Pd Enrico Letta ha fatto giustamente notare che un Paese come l’Ucraina che vuole entrare nell’UE non può definire “non gradito” il rappresentante di un Paese che nella UE già ci sta.
L’agenda politica che Zelensky vorrebbe imporre alla UE è la stessa degli americani per i quali la questione ucraina è diventata, con tutta evidenza, un pretesto per indebolire il nemico di sempre, “l’orso russo”, e nel contempo rimettere in riga l’Europa che negli ultimi anni, dalla famosa affermazione di Angela Merkel (“gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”) aveva manifestato segni di insofferenza non solo nei confronti della Nato, ma degli Stati Uniti e, in definitiva, dello stesso “atlantismo”. Insomma Zelensky, consapevole o no, è un pupazzo nelle mani degli Stati Uniti.

Gli americani prendono di mira soprattutto la Germania e la Francia (il vassallaggio dell’Italia lo considerano assodato) perché sono i due paesi europei che più hanno cercato di dare all’Europa un’identità che non coincidesse con quella degli Stati Uniti. La storia è lunga. Già a metà degli anni Ottanta del secolo scorso tedeschi e francesi cercarono di costituire un primo nucleo di esercito europeo, che avrebbe poi dovuto allargarsi agli altri paesi del Vecchio Continente. Ma gli americani imposero il loro niet: “Che bisogno c’è di un esercito europeo quando esiste già la Nato?”. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. È diventato sempre più evidente che la Nato è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa in tutti i sensi, militare, politico, economico e alla fine anche culturale.
Dopo la caduta del muro di Berlino gli interessi americani e europei non solo non convergono più, ma divergono in modo pesante. Gli americani, col paravento della Nato, approfittando della momentanea scomparsa della Russia dalla scena geopolitica internazionale, ci hanno trascinato in guerre sanguinarie e disastrose non solo, direttamente, per i paesi aggrediti Serbia 1999, Iraq 2003, Libia 2011, ma indirettamente per l’Europa che ne ha subito le conseguenze. Dal punto di vista economico gli americani sono dei competitors sleali e pericolosi. Mentre l’Europa sotto la guida di Angela Merkel praticava una politica di austerità per evitare deflagrazioni inflazionistiche, l’America allargava a dismisura il credito provocando la crisi della Lehman Brothers, 2008, che ha investito in pieno il Vecchio Continente e di cui stiamo pagando ancora le conseguenze e la cosa continua anche oggi. Il debito delle famiglie americane ammonta a 15,5 trilioni di dollari. Come se ciò non bastasse Joe Biden ha immesso sul mercato altri 1200 miliardi “per rifare il Paese”, il suo, perché questa montagna di credito inesigibile finirà per abbattersi, prima o poi, più prima che poi, non solo sugli Stati Uniti ma su tutti i paesi a loro economicamente e finanziariamente legati provocando una crisi rispetto alla quale quella del 2008 sembrerà un sorbetto al limone rispetto a una colata di whiskey. Di passata gli americani hanno proibito all’Italia, e non solo all’Italia, non si capisce sulla base di quale legge internazionale che non sia la prepotenza di una Superpotenza, di avere scambi commerciali con l’Iran. Ora noi con l’Iran degli ayatollah avevamo, attraverso l’Eni, ottimi rapporti. Non si capisce davvero per quale motivo dobbiamo sacrificarli solo perché l’Iran è visto come fumo negli occhi dagli Stati Uniti in funzione del loro grande alleato, ma sarebbe meglio dire quinta colonna, nella regione, Israele. E quando il nostro ministro degli Esteri, ha aperto agli scambi commerciali con la Cina (“la via della seta”), un mercato enorme particolarmente interessante per le nostre imprese, il buon Di Maio è stato sommerso non solo dalla disapprovazione della stampa internazionale, che gli Usa tengono saldamente in mano, ma anche da quella soccombista italiana.

Zelensky sostiene che la vera intenzione di Putin è di cancellare l’Ucraina dalle mappe. Ed è probabilmente vero. Ma ugualmente lo stesso Zelensky sta cercando di cancellare la cultura russa nel Vecchio Continente. Il governo di Kiev ha proibito ai ballerini ucraini di danzare Il lago dei cigni di Chaikowsky al comunale di Como, al comunale di Ferrara, alla Tuscany Hall di Firenze, al teatro Rossini di Trieste, al comunale di Lonigo. Cosa sia successo l’ha spiegato al Corriere del Veneto Natalia Iordanov, la direttrice dell’Ukrainian Classical Ballet: “Uno dopo l’altro i nostri ballerini sono stati contattati dalle direzioni dei rispettivi teatri e si sono sentiti dire: ‘visto che la Russia sta compiendo un vero e proprio massacro, non potete mettere in scena le opere di autori russi, altrimenti saremo costretti a licenziarvi e potreste essere arrestati per tradimento’”. È una direttiva del ministro ucraino Oleksandr Tkachenko che ha affermato: “la Russia usa la sua cultura, anche del passato, balletto compreso, come strumento di propaganda, quindi quella cultura va messa al bando”. Sembrerebbero direttive vagamente naziste. Ma non è così. Quando si è in guerra con un Paese i cittadini non possono collaborare in alcun modo col nemico. Per lo stesso motivo non è condannabile Putin (ora, in stato di guerra, non prima) quando mette la mordacchia a quel che resta dei media indipendenti del suo Paese. In guerra è legittima la censura. Tutto ciò è reso più confuso dal fatto che, a differenza dei vecchi tempi, non c’è oggi una formale dichiarazione di guerra fra Russia e Ucraina. Ai vecchi tempi, cioè fino al secondo conflitto mondiale, si dichiarava guerra al nemico e si davano 48 ore di tempo agli ambasciatori per sloggiare, dopodiché non era più possibile nessun rapporto, né culturale né tantomeno economico, fra i belligeranti (si veda il discorso di Mussolini del 10 giugno del 1940 in cui il Duce dichiarava guerra alla Gran Bretagna e alla Francia). Oggi invece, scomparso dallo scenario qualsiasi jus belli, si vive nella più grande confusione: Zelensky, spalleggiato dagli Stati Uniti, pretende di proibire all’Europa di usufruire del gas russo, ma nello stesso tempo lo stesso Zelensky non rinuncia al gas russo e nemmeno al miliardo e mezzo di euro l’anno di diritti di transito del gasdotto russo-ucraino.

L’enorme enfasi data dai media occidentali e dai soccombisti italiani, in verità più dai giornalisti che dai politici se si eccettua Mario Draghi che, da buon finanziere, è sdraiato come un tappeto ai voleri USA, ha finito per nuocere, in una sorta di eterogenesi dei fini, proprio all’Ucraina e ad avvantaggiare Putin. In quest’orgia di consenso unilaterale, di retorica, di ipocrisia, chi in partenza non era “putiniano” rischia di diventarlo.

 

GEORGE SOROS: IL VERO BURATTINAIO DI VOLODYMYR ZELENSKY?

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Segnalazione di Federico Prati

20 maggio 2019. Volodymir Zelensky trionfa alle elezioni presidenziali in Ucraina, sbaragliando il rivale Petro Poroshenko con uno stratosferico 73 per cento di voti.

23 maggio 2019. Sono passati appena tre giorni dal trionfo e un fitto gruppo di associazioni, enti e organizzazioni inviano al neo presidente un memorandum. Non si tratta di suggerimenti o consigli, ma divere e proprie ‘direttive’, di ordini tassativi, che nel lungo documento inviato a Zelensky, in tono perentorio, definiscono delle precise “LINEE ROSSE” da non oltrepassare mai.

Guarda caso, si tratta proprio di quanto ha messo e sta   mettendo in campo l’obbediente comico-presidente: le vere linee, che cerca di difendere a spada tratta.

Ma di chi era la regia di tutta l’operazione finalizzata a dirigere Zelensky come un perfetto pupazzo? Il regista ha un nome e un cognome ben preciso: si tratta di George Soros, supportato da tutta una serie di sigle che fanno capo alla sua corazzata ‘umanitaria’, la tentacolare ‘OPEN SOCIETY FOUNDATIONS’.

Passiamo ora in rassegna tutti i tasselli del mosaico, per entrare in una story davvero ai confini della realtà.

VE LO DA’ SOROS IL ‘RINASCIMENTO

La tessera da cui partire si chiama ‘International Renaissance Foundation’ (IRF), una ONG fondata da ‘Open’ 32 anni fa esatti.  Dettaglia Wikipedia: “l’IRF è una delle più grandi organizzazioni di beneficenza dell’Ucraina. Il suo obiettivo è fornire assistenza finanziaria e operativa allo sviluppo di una società aperta e democratica in Ucraina, sostenendo iniziative civiche chiave in questo settore. Nel periodo dal 1990 al 2010, la IRF ha sostenuto numerose organizzazioni non governative ucraine, gruppi comunitari, istituzioni accademiche e culturali, case editrici etc. Per un importo di oltre 100 milioni di dollari”.

Tutto rose e fiori. Come precisa ancor meglio mamma ‘Open’.

“La IRF, una parte delle ‘Open Society Foundations’, è stata fondata a Kiev nell’aprile 1990. All’epoca, l’Ucraina faceva ancora ancora parte dell’Unione Sovietica in rapido crollo, ponendo la nuova fondazione in prima linea nello sforzo di George Soros, il fondatore e presidente delle ‘Open Society Foundations’, per usare la sua fortuna per assistere gli ex stati comunisti dell’Europa centrale e orientale. Nel 1994 l’IRF era il più grande donatore internazionale del paese, con un budget annuale di circa 12 milioni di dollari”.

E ancora: “All’inizio degli anni 2000, la fondazione si è orientata sull’integrazione europea, mobilitando al tempo stesso risorse per aiutare le persone colpite dal conflitto dopo l’invasione russa e l’annessione illegale della Crimea nel 2014”.

Molto incisivo l’impegno di IRF sul terreno dell’informazione e della comunicazione. La fondazione – come mamma ‘Open’ descrive – “ha finanziato progetti di giornalismo investigativo come ‘Our Money’ e gruppi come ‘Transparency International Ukraine’, ‘State Watch’, ‘Center Eidos’ e l’‘Anti-Corruption Action Center’”. Inoltre, “la fondazione ha sostenuto la creazione di ‘Stop Fake’, un’iniziativa guidata da due professori universitari dedita a smascherare bugie e miti sull’Ucraina’. ‘Stop Fake’ ora produce i propri programmi TV, radio e materiale online in diverse lingue”.

Vuoi vedere che c’è lo zampino di ‘Stop Fake’ nel pletorico materiale video utilizzato da Zelensky per sbandierare il genocidio organizzato dal macellaio Vladimir Putin?

Ma, più probabilmente, c’è lo ‘zampone’ di un’altra sigla, ancor più ‘invasiva’, partorita dal fecondo ventre di IRF (e quindi griffata OPEN by Soros) e, guarda caso, sempre dedita allo strategico settore delle informazioni.

ECCO A VOI L’‘UKRAINE CRISIS MEDIA CENTER’

Eccoci dunque al vero cuore di tutta la story, a bordo di UCMC, acronimo di ‘Ukraine Crisis Media Center’, la poderosa Ong che – come vedremo tra poco – ha scritto l’Agenda di Zelensky,  tracciando le famose ‘LINEE ROSSE’.

Seguiamo, anche stavolta, il profilo delineato da Wikipedia: “UCMC è un’organizzazione non governativa che fornisce informazioni su eventi in Ucraina, sfide e minacce alla sicurezza nazionale, in particolare nella sfera militare, politica, economica, energetica e umanitaria. L’UCMC assiste i rappresentanti dei media che coprono l’Ucraina nei loro materiali in tutto il mondo”.

Un linguaggio non poco criptico; dal quale, comunque, fa capolino il ruolo di ‘assistenza’ mediatica, con la fornitura di ‘materiali’ informativi ad hoc: come nel caso di Bucha che sta facendo il giro del mondo?

Continua Wikipedia: “Le attività di UCMC sono abilitate con il supporto dei suoi partners: il ‘Dipartimento Affari Pubblici’ dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Kiev; la ‘International Renaissance Foundation’ (che abbiamo visto prima); ‘National Endownment for Democracy (USA); ‘Fondazione mondiale ucraina’(Canada); ‘Fondo europeo per la democrazia’; ‘Programma Matra’ (Ambasciata dei Paesi Bassi in Ucraina); ‘Agenzia Internews’; ‘Mondelez International’ e altri”.

Partners non da poco, soprattutto quelli di marca statunitense, vista la strategica presenza del Dipartimento Affari pubblici dell’Ambasciata Usa a Kiev, che per il bollente biennio 2014-2015 fu il quartier generale di Victoria Nuland, l’attuale numero due (dopo il falco Tony Blinken) al Dipartimento di Stato, in qualità di responsabile degli Affari politici.

Ed infatti, Victoria Nuland è stata un delle guest star nel corso dei briefingpromossi da UCMC, come viene puntualmente segnalato nell’excursus tracciato da Wikipedia: tra gli altri grossi calibri, per fare solo un paio di nomi, il senatore Usa John McCaine e l’ambasciatore UE in Ucraina Jan Tombinski.

Jan Tombinski

Restiamo sempre nel basilare campo mediatico. Tra i ‘gioiellini’ messi in campo da UCMC c’è il ‘Mir v Donbass’ (in inglese, ‘Peace in Donbass’), “un prodotto informativo realizzato con il supporto dell’Ufficio federale degli esteri tedesco, diffuso tra i residenti della zona vicino alla linea di contatto nelle regioni di Donetsk e Luhansk”, le aree del Donbass al centro del conflitto.

Poi spicca la nuova ‘Task force per le comunicazioni’, lanciata da UCMC “nel 2014 con il supporto della ‘International Renaissance Foundation’ come piattaforma di dialogo tra le istituzioni pubbliche, le comunità di esperti e le organizzazioni non governative. Lo scopo di questo progetto è plasmare un atteggiamento comune verso le direzioni e le strategie della riforma”.

Come, in modo spettacolare, ha fatto con la confezione delle ‘LINEE ROSSE’, l’autentico decalogo che Zelensky ha seguito, come un ottimo scolaro, per filo e per segno da quando si è seduto sulla poltrona presidenziale.

E allora, finalmente, esaminiamole più da vicino, queste linee strategiche di demarcazione, e di percorso politico obbligato.

QUELLE “LINEE ROSSE” DA NON VARCARE

Così si presenta il ‘memorandum’: “Dichiarazione congiunta dei rappresentanti della società civile sui primi passi politici del presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky – Centro stampa UCDM – 23.5.2019, ore 12.10”.

Ecco l’incipit: “Negli ultimi cinque anni, i sottoscritti, membri delle organizzazioni della società civile, hanno difeso attivamente la sovranità e gli interessi nazionali dell’Ucraina nello spazio dell’informazione globale e contrastato la guerra dell’informazione russa. Ciascuna delle nostre organizzazioni lavora in un campo specifico per rafforzare la società civile e contribuire a costruire istituzioni statali di alta qualità aperte alla comunicazione e al dialogo costanti con i nostri cittadini, responsabili della riforma del nostro Paese e del suo renderlo più stabile e sicuro di fronte a forti minacce e sfide. I nostri principi e posizioni rimangono invariati. La nostra missione è proteggere i valori per i quali gli ucraini hanno combattuto durante la  Rivoluzione: libertà e dignità, indipendenza dell’Ucraina e protezione della statualità ucraina, un sistema di governo democratico, patriottismo, coraggio, responsabilità e onestà come qualità fondamentali per tutti i cittadini ucraini”.

Fin qui liscio come l’olio, e non c’è chi non possa condividere tali ‘valori’ sotto ogni latitudine.

Ma il bello viene adesso. Leggete come prosegue – cambiando totalmente tono – la ‘Dichiarazione’ (dei diritti dell’uomo?).

Viktor Yanukovych

“Rimaniamo politicamente neutrali, ma siamo fortemente preoccupati per le prime decisioni esecutive prese dal neoeletto Presidente. Sfortunatamente, dimostrano una totale mancanza di comprensione delle minacce e delle sfide che il nostro Paese deve affrontare. Siamo fortemente in disaccordo con l’intenzione del Presidente di nominare membri del regime dell’ex presidente Viktor Yanukovych a posizioni chiave del governo, così come persone senza competenze e individui che condividono interessi economici con il presidente Zelensky. Dato il dolore e le difficoltà che il nostro Paese ha sofferto negli ultimi anni, misure così miopi sono destinate ad avere effetti negativi sulla società. E le conseguenze potrebbero essere devastanti. Come attivisti della società civile, presentiamo un elenco di ‘linee rosse da non oltrepassare’. Se il Presidente oltrepasserà queste linee rosse, tali azioni porteranno inevitabilmente all’instabilità politica nel nostro Paese e al deterioramento delle relazioni internazionali”.

Più chiari di così realmente non si può. E non si poteva, a tre giorni dall’insediamento di Zelensky sulla poltrona numero 1 dell’Ucraina.

La lunga ‘Dichiarazione’ – che potete leggere integralmente cliccando sul link in basso – è suddivisa in apposite sezioni: ‘Problemi di sicurezza’ – ‘Questioni di politica estera’ – ‘Problemi economici’ – ‘Identità nazionale’ – ‘Funzionamento del governo’

E si conclude in modo perentorio, senza lasciare alcuno spazio ad equivoci: “Se il Presidente supera queste linee rosse, indicherà che non cerca un vero cambiamento democratico e non desidera stabilire un governo più onesto e responsabile, anche se durante il periodo elettorale ha promesso di farlo”.

Patti chiari e amicizia lunga. Con il sigillo di George Soros.

In calce alla ‘Dichiarazione’ – come potete facilmente osservare scorrendo le pagine del link – vi sono i nomi di decine e decine di sigle, associazioni, organizzazioni, in prevalenza ruotanti nell’orbita sorosiana, ma anche di una vasta area che più filo-occidentale non si può.

Cosa regolano i ‘comandamenti’ impartiti dall’Ucraine Crisis Media Center? Vediamo.

I 10 COMANDAMENTI 

Primo. Non bisogna mai consultare il popolo per decidere come negoziare con la Russia;

Secondo – Non bisogna mai fare negoziati diretti con la Russia, senza la presenza dei partner occidentali;

Terzo – Non bisogna mai cedere, anche su un solo punto, nei negoziati futuri con la Russia: né sull’adesione alla NATO, né sul Donbass, né sulla Crimea, né sulle intese e gli accordi internazionali;

Quarto – Non bisogna cedere neanche un centimetro di territorio alla Russia;

Quinto – Non bisogna cedere di un centimetro neanche sul fronte delle sanzioni che l’Occidente ha stabilito contro la Russia per l’illegale invasione della Crimea;

Sesto – Non bisogna né sabotare e nemmeno ritardare il corso strategico per l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea e alla NATO;

Settimo – Non bisogna fare nemmeno un passo indietro per quanto riguarda l’identità nazionale: non si possono rivedere le leggi in materia di lingua, istruzione e cultura;

Ottavo – Non bisogna interrompere l’ostracismo a media e social russi, né si può stabilire alcun dialogo con i partiti di opposizione filo-russi;

Nono – Non bisogna venire a patti politici con figure coinvolte nell’ex governo Janukovich (quello eletto democraticamente e fatto cadere con un golpe nel 2014, ndr);

Decimo – Non bisogna lanciare operazioni giudiziarie contro il precedente governo Poroshenko.

Non trovate che (tranne un paio) siano proprio i nodi bollenti del conflitto, considerati da Zelensky come punti sui quali l’Ucraina non può transigere? Uno Zelensky che – fin da quel festoso 23 maggio 2019 – li conosce ormai a memoria…

LINK
https://uacrisis-org.translate.goog/en/71966-joint-appeal-of-civil-society-representatives?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=op,sc
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Moskva è affondato

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di Alfio Krancic

Al di là del colpo al prestigio militare russo, l’affondamento dell’incrociatore a mio parere pone alcuni interrogativi. Sapevo che un’unità come il Moskva era dotata di difese antiaeree e antimissilistiche estremamente efficaci e di un sistema di controllo elettronico e radaristico molto efficiente, ma non è bastato per fermare due missili Neptune di fabbricazione ucraina. Ora noi tutti sappiamo che il know how ucraino in fatto di elettronica applicata agli armamenti non è propriamente il massimo che ci sia in circolazione o perlomeno non è all’altezza di quello russo. Quindi sorge spontanea una domanda. Boris Bojo Johnson nel suo viaggio a Kiev aveva promesso fra gli altri aiuti “umanitari”, quello di inviare i temibili missili anti-nave Harpoon:  “nel tentativo di rompere l’assedio della marina russa ai porti del Mar Nero”. Guarda caso l’assedio momentaneamente si è interrotto. Non solo, ma l’attacco missilistico contro il Moskva avviene all’indomani della resa in massa di militari ucraini a Mariupol. Occorreva risollevare il morale della Nato e delle forze fedeli al dittatore Zelensky. Ci hanno pensato gli “istruttori” inglesi facendo partire due Neptune-Harpoon. Ma i sospetti non finiscono qui. Vogliamo scommettere che l’operazione è stata supportata, come dicono alcuni, dalla Nato-Usa che ha mandato il tilt grazie a interferenze elettroniche la capacità di difesa del Moskva ? Vedremo cosa diranno i russi nei prossimi giorni.

Fonte: https://alfiokrancic.com/2022/04/14/moskva-e-affondato/

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