La fine del mondo e i falsi profeti

Riceviamo e pubblichiamo una lunga ma interessante riflessione di una nostra attenta lettrice, che preferisce usare, pubblicamente, uno pseudonimo e che ci inoltra un suo scritto per la prima volta.

Le opinioni scritte dai lettori sono espressione del loro pensiero. Noi pubblichiamo qui, solo le lettere che ci appaiono avere spunti interessanti di riflessione ed eventualmente di discussione.

 

di Greta

“E tutti i signori temporali e i prelati ecclesiastici saranno dalla parte dell’Anticristo. E quelli che sono divisi tra loro, i Papi, i Re, i Vescovi e il clero, diranno: “Se il mio avversario mi denuncia a quest’uomo tanto potente, sono morto. Meglio che vada io prima di lui”. Così tutti gli presteranno obbedienza, e non ci saranno né Re né prelati senza che egli lo voglia.”

San Vicente Ferrer, Sermone sulla venuta dell’Anticristo

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(L’ ‘altro Vangelo’ di Monsignor Viganò)

Il 7 giugno del 2020, Monsignor Carlo Maria Viganò ha scritto una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, elogiandolo come “coraggioso difensore del diritto alla vita, che non si vergogna di denunciare le persecuzioni dei Cristiani nel mondo, che parla di Gesù Cristo e del diritto dei cittadini alla libertà di culto”.

Ma non solo; dopo avere descritto la battaglia spirituale che contrappone le forze del bene a quelle del male (“i figli della luce e i figli delle tenebre”), Viganò arriva a dichiararsi apertamente “compagno di battaglia” del presidente americano.

Donald Trump ha risposto dicendosi “molto onorato per l’incredibile lettera inviatagli dall’arcivescovo”, e augurandosi “che ognuno, religioso o meno, la legga”.

Di fatto la lettera è rimbalzata su tutta la stampa cattolica, senza esclusione per gli ambienti tradizionalisti, raccogliendo approvazioni unanimi. Il consenso ha riunito schieramenti fino ad oggi inconciliabili, perché a tessere le lodi di Monsignor Viganò sono state sia le pagine ufficiali della Fraternità San Pio X che quelle della Società Sacerdotale fondata da Monsignor Faure (SAJM), ma anche pagine apertamente sedevacantiste come la Catholica Pedia di Luis Hubert Remy e il Blog ufficiale di Monsignor Sanborn.

Il 27 giugno i quattro Vescovi della Resistenza hanno dichiarato ufficialmente il loro sostegno a Monsignor Viganò, e dal momento che la Società Sacerdotale degli Apostoli di Gesù e Maria, per esplicita dichiarazione del suo fondatore, si propone di “essere la continuazione dell’opera e della battaglia di Mons. Lefebvre nella fedeltà alla Fede di sempre”, è doveroso fare alcune osservazioni su quella che è “la Fede di sempre”.

1) Donald Trump ha divorziato due volte e si è sposato tre volte. Secondo “la fede di sempre” è un peccatore pubblico; per lo stesso peccato il Re d’Inghilterra Enrico VIII fu scomunicato dal Papa Clemente VII nel 1533.

San Paolo dice di “tenersi lontani da ogni fratello che si conduce disordinatamente e non secondo l’insegnamento ricevuto” (2 Tessalonicesi 3; 6) e di “non mescolarsi con chi si chiama fratello ed è un fornicatore”, aggiungendo che “insieme a una tale persona non si deve nemmeno mangiare”.

A differenza di Monsignor Viganò, il cardinale John Fisher e il Lord Cancelliere Thomas More condannarono il divorzio del Re. Arrestati per lesa maestà e rinchiusi nella Torre di Londra, furono entrambi decapitati; la loro testa fu poi bollita, infilzata su un palo ed esposta sul London Bridge. La Chiesa li venera entrambi come santi e martiri.

2) Donald Trump è un protestante presbiteriano. Secondo “la fede di sempre” è un eretico. La Chiesa condanna l’eresia con l’anatema: questo significa che se qualcuno muore nell’eresia senza avere abiurato, a prescindere dai suoi meriti e dalle sue buone opere, è inevitabilmente condannato all’inferno.

Nostro Signore ha detto: “Se la tua mano o il tuo piede è per te occasione di scandalo, taglialo e gettalo lontano da te: è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo che essere gettato nel fuoco eterno con due mani o due piedi” (Matteo 18; 8), e questa parola si applica bene all’esclusione di un eretico dal corpo sano della Chiesa.

A differenza di Monsignor Viganò, che si dichiara “unito a Donald Trump contro il Nemico invisibile dell’intera umanità”, la Sacra Scrittura proclama: “Se qualcuno viene a voi e non reca questa dottrina, non lo ricevete in casa e non lo salutate. Chi infatti lo saluta, partecipa alle opere malvage di lui” (2 Giovanni; 10 – 11). In accordo con la Sacra Scrittura, la Chiesa proibisce qualunque tipo di associazione con gli eretici.

Philip Howard, ventesimo conte di Arundel e secondo cugino della Regina Elisabetta Tudor, era un brillante uomo di corte, ma per la sua fede cattolica fu rinchiuso nella torre di Londra dove restò per dieci anni. Quando per malattia si trovò prossimo alla morte, supplicò alla regina la grazia di vedere la moglie per l’ultima volta, e insieme a lei il figlio che non aveva mai conosciuto perché gli era nato dopo l’arresto.

Elisabetta non gli chiese di abiurare, ma volle un segno della sua amicizia: se lui avesse assistito almeno una volta al servizio protestante, non solo avrebbe rivisto i figli e la moglie, ma sarebbe anche stato reintegrato nei suoi onori e nei possessi.

Piuttosto che approvare l’eresia della Regina, Howard scelse di morire in solitudine, e fu seppellito senza nome nella cappella della torre; a differenza di Monsignor Viganò, che alla fine della sua lettera benedice il Presidente Trump e la First Lady (che per inciso non è la sua pubblica moglie, ma la concubina che vive con lui in flagrante adulterio).

Durante il regno di Elisabetta Tudor, Edmund Campion, sacerdote gesuita, fu squartato a Tyburn insieme ad altri due compagni; i preti cattolici Robert Dibdale e John Adams sono stati impiccati, stirati e squartati in un sobborgo irto di forche; il prete gesuita Robert Southwell fu torturato e impiccato, poi il boia lo sbudellò davanti alla folla.

Questi ecclesiastici, e con loro molti altri, sono stati martirizzati per aver condannato la religione della loro regina; a differenza di Monsignor Viganò, che definisce “saggio” e “coraggioso” il presidente protestante di una nazione che non è nemmeno la sua.

3) Nella lettera di Monsignor Viganò sono espressi contenuti incompatibili con la “fede di sempre”. Scrive Viganò che è in corso una battaglia tra “i figli della luce e i figli delle tenebre” e che “questi due schieramenti, in quanto biblici, ripropongono la separazione netta tra la stirpe della Donna e quella del Serpente”; infine conclude dicendo che “È necessario che i buoni, i figli della luce, si riuniscano e levino la voce”.

Questa è una interpretazione gnostica della scrittura, e snatura in chiave antropocentrica la profezia di Genesi 3; 15, dove “la stirpe della donna” È SOLO CRISTO. È soltanto per mezzo di Cristo che siamo salvati, perché “Nessuno è buono, tranne Dio” (Marco 10; 18), e perché “Tutti hanno peccato e rimangono lontani dalla gloria di Dio, e sono giustificati gratuitamente per la grazia di Lui, a mezzo della redenzione realizzata da Cristo Gesù” (Romani 3; 23-24).

È comune sentenza dei Padri e dei Dottori della Chiesa che OGNI UOMO È COLPEVOLE, fatta eccezione soltanto per Cristo, che è Dio, e per la Santissima Vergine Maria che fu concepita senza peccato e confermata nella grazia.

Lo Spirito Santo proclama che “Non c’è uomo giusto sulla terra che faccia il bene e che non pecchi mai” (Ecclesiaste 7; 21) e che “Se diciamo di non avere peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1 Giovanni 1; 8).

E ancora:

“Chi può dire: ‘il mio cuore è puro? Sono mondo da peccato?’”

(Proverbi 20; 9)

“Il Signore dal cielo guarda sui figliuoli degli uomini

per vedere se c’è ancora un savio:

e qualcuno che cerchi Dio.

Tutti hanno fuorviato, sono tutti corrotti;

non c’è chi faccia il bene,

non ce n’è neppure uno.”

(Salmo 13; 2-3)

Per questo il salmista implora il Signore dicendo:

“Non venire a giudizio col tuo servo,

perché non si giustifica al tuo cospetto nessun vivente”

(Salmo 142; 2)

Monsignor Viganò dichiara che “per un fenomeno apparentemente inspiegabile, i buoni sono ostaggio dei malvagi e di quanti prestano loro aiuto per interesse o per pavidità.”

In realtà il fenomeno è spiegabilissimo, se si osserva da un punto di vista cattolico: a parte il fatto che i “buoni” non sono “buoni”, la Chiesa ci insegna che siamo giustificati per mezzo di Cristo: è Cristo che ha l’autorità di dare ai suoi discepoli “il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico” e promette loro che “nulla potrà fargli del male” (Luca 10; 19), così come profetizzato dal salmista:

Camminerai sull’aspide e il basilisco,

e calpesterai il leone e il drago.

“Poiché ha sperato in me, lo libererò:

lo proteggerò, perché ha riconosciuto il mio nome”.

(Salmo 90; 13 – 14)

La promessa ha delle condizioni: per ottenere questa protezione dobbiamo “sperare in Dio” e “riconoscere il suo nome” (Salmo 90; 14). La parola di Dio è infallibile, quindi se la promessa non si adempie è perché non si adempie la sua condizione.

Di fatto, oggi, quelli che erroneamente Viganò chiama “buoni”, non sperano più in Dio e non riconoscono più il suo nome. Se non fosse così, avrebbero ancora “il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico” e “nulla potrebbe far loro del male”.

La Chiesa ha sempre insegnato che la causa dei mali che affliggono il mondo è il peccato: tutto l’Antico Testamento è un susseguirsi continuo di cadute e castighi, dalla cacciata dal Paradiso Terrestre al Diluvio Universale, dalla distruzione della Torre di Babele al fuoco su Sodoma e Gomorra.

Dopo la nascita del Salvatore, la grazia si effonde sulla storia del mondo. Non per merito degli uomini, che sono peccatori come prima (perché “nessuno è buono tranne Dio”), ma per il sangue versato da Cristo.

L’incarnazione del Verbo era la condizione necessaria perché la carne corrotta dal peccato potesse essere santificata: è per questo che la Chiesa non ha mai canonizzato i santi dell’Antico Testamento, ed è per questo che Gesù dice che “tra i nati di donna non vi è alcuno più grande di Giovanni Battista”, aggiungendo poi che, tuttavia, “il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui” (Luca 7; 28).

Per grazia del Sangue di Cristo l’intera Europa si è santificata, e si è avverata la promessa del salmista: “Mille cadranno al tuo fianco, e diecimila alla tua destra” (Salmo 90; 7).

Il 27 ottobre dell’anno 312, a Ponte Milvio, le truppe di Costantino si preparavano ad affrontare quelle di Massenzio. Al tramonto il futuro imperatore vide stagliarsi nel cielo una croce, e su di essa una scritta fiammeggiante: In hoc signo vinces, “con questo segno vincerai”.

Il giorno dopo il futuro imperatore fece imprimere il monogramma di Cristo sui vessilli delle sue legioni, e ottenne la vittoria nonostante l’inferiorità numerica del suo esercito (40.000 armati, di fronte ai 100.000 di Massenzio).

Nell’anno 496, nella pianura di Tolbiac, i Franchi guidati dal Re Clodoveo combattevano contro l’esercito degli Alemanni. La Regina Clotilde aveva già tentato invano di convertire il suo sposo alla fede cattolica, e quando il Re fu sopraffatto dal nemico, vedendosi prossimo alla morte, alzò gli occhi al cielo e gridò: “Dio di Clotilde, dammi la vittoria e non avrò altro Dio all’infuori di te!”. A quelle parole gli Alemanni iniziarono a fuggire, perché il loro capo era stato ucciso con un’ascia, e l’esito della battaglia si capovolse: Clodoveo ottenne la vittoria, e fu il primo Re cattolico d’Europa.

Nel 722, a Covadonga, l’esercito del Re Pelagio, composto di soli 300 soldati, fu attaccato da un contingente musulmano di 187.000 uomini. I mori avevano ormai conquistato l’intera penisola iberica, e secondo una cronaca medievale lo stesso Vescovo aveva consigliato al Re di arrendersi e di “trovare un accordo coi caldei”, ma Pelagio gli aveva risposto: “Non hai letto nelle Sacre Scritture che la Chiesa del Signore diventerà come il seme di senape e crescerà di nuovo per la misericordia di Dio?” (Chronicon Albeldense, anno 881).

Quando i mori iniziarono l’attacco caddero molti asturiani, ma Pelagio e i suoi fedeli soldati resistevano con coraggio; il papa Costantino il Siriano racconta che dopo una lunga battaglia la Madre di Dio apparve sulla collina di Covadonga, e con la mano cominciò a cacciare indietro i massi delle catapulte, che ricadevano sull’esercito mussulmano trucidandone centinaia di squadre.

I mori rimasti fuggirono, incalzati dai soldati di Pelagio, e dopo dieci giorni e dieci notti raggiunsero Cosgaya, dove accanto al fiume Deva accadde un secondo miracolo, perché il terreno all’improvviso si aprì inghiottendoli tutti.

Il 29 aprile del 1429 una ragazza analfabeta di diciassette anni entrò in sella a un cavallo bianco nella città di Orleans; portava uno stendardo bianco, su cui erano scritti i nomi di Gesù e di Maria, ed era preceduta da un corteo di preti che intonavano il Veni Creator Spiritus.

La città era assediata da sei mesi dagli inglesi, e gli abitanti di Orleans videro l’arrivo di Giovanna d’Arco come un segno del cielo, perché in Francia circolavano profezie secondo cui il regno sarebbe stato salvato grazie all’intervento di una fanciulla in armi, una vergine proveniente dalla Lorena.

Dopo tre giorni di assalti e schermaglie, che costarono a Giovanna la ferita ad una spalla, la mattina dell’8 maggio gli inglesi si disposero per la battaglia in campo aperto; anche i francesi schierarono le loro forze, sotto la guida della Pulzella e del Bastardo d’Orléans, e per un’ora i due eserciti si fronteggiarono senza che nessuno prendesse l’iniziativa.

Giovanna d’Arco decise di non dare battaglia perché era domenica, e come spinto da una forza sovrannaturale, l’esercito inglese si ritirò; prima di tornare entro le mura, la Pulzella e i suoi armati assistettero a una messa a cielo aperto, ancora in vista del nemico che fuggiva.

Fu così che una contadina adolescente liberò la Francia dagli Inglesi, e il 17 luglio fece consacrare Re un Delfino pieno di timori: e sembravano entrambi troppo fragili per un destino tanto glorioso, ma furono investiti dalla grazia di quel Dio che mette “il tesoro in vasi di creta, perché si veda che la superiorità della potenza viene da Lui e non da noi” (2 Corinzi 4; 7);

Il Vangelo dice che Dio ha voluto dare il suo regno a un “piccolo gregge” (Luca 12; 32), e questi “piccoli” sono eletti per grazia:

“[…] ‘Mi sono riserbato settemila uomini, i quali non piegarono il ginocchio a Baal’; così dunque, anche nel momento presente, vi è un residuo di eletti, effetto della grazia. Se è per la grazia, non è più dunque per le opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia” (Romani 11; 4 – 6).

Quindi c’è una condizione per la grazia, una soltanto: quella di “non piegare il ginocchio a Baal”.

Quando “il Vangelo del regno sarà stato annunziato in tutto il mondo”, chi si ostina a “piegare il ginocchio a Baal” non avrà più nessuna giustificazione, ed è per questo che la fine della predicazione coincide con la fine del mondo (Matteo 24; 14).

Fine del mondo ma anche fine della grazia, perché c’è un peccato che non viene perdonato, e questo peccato è l’apostasia:

“Poiché è impossibile che quelli che furono una volta illuminati, quelli che hanno gustato il dono celeste e son diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo a venire, è impossibile se un’altra volta cadono ricondurli a penitenza, perché essi per conto proprio crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia”. (Ebrei 6; 4-6)

“Poiché se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli.

“Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quanto maggior castigo allora pensate che sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e stimato vile il sangue del patto nel quale fu santificato, e avrà oltraggiato lo spirito della grazia?

“Sappiamo bene chi ha detto: ‘A me la vendetta, io ripagherò! E ancora: ‘Il Signore giudicherà il suo popolo!’. E’ terribile cadere nelle mani del Dio vivente.” (Ebrei 10; 26 – 31)

“Se infatti, dopo aver fuggito le sozzure del mondo per mezzo della conoscenza del Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo, si lasciano ancora impigliare e vincere da esse, la loro condizione ultima diventa peggiore della prima. Meglio infatti sarebbe stato per loro non conoscere la via della giustizia, anziché, dopo averla conosciuta, rivolgersi indietro dal comandamento santo che era stato loro dato. Si è perciò avverato in loro quel vero proverbio: ‘Il cane è tornato al suo vomito’ e la ‘scrofa lavata è tornata a rivoltarsi nel fango”. (2 Pietro 2; 20 – 22)

Esiste un momento in cui la grazia finisce, e questo è espresso in modo lapidario dal Vangelo:

“La mattina poi, tornando in città, Gesù ebbe fame. E visto un fico lungo la via, gli si avvicinò, e non trovandovi altro che foglie, gli disse: ‘Non nasca mai più da te frutto in eterno’. E subito quel fico si seccò”. (Matteo 21; 18 – 19)

È interessante che lo stesso episodio, nel Vangelo di San Marco, fa da cornice alla cacciata dei mercanti dal tempio, essendo narrato in questa sequenza:

  1. Gesù ha fame, si avvicina al fico, e non trovandovi frutti lo maledice (Marco 11; 12; 14)
  2. Gesù entra nel tempio e scaccia quelli che “vendevano e compravano” e che avevano trasformato la casa del Signore in una “spelonca di ladri”. (Marco 11; 15 – 19)
  3. La mattina dopo, passando accanto al fico, i discepoli vedono che si è seccato (Marco 11; 20 – 21)

Questo passaggio profetizza che un giorno Roma (“Il Tempio”), per i peccati dei suoi ministri perderà la grazia, e che questa perdita sarà irrevocabile, perché “non nascerà mai più da lei frutto in eterno”. (Matteo 21; 19)

Il 9 giugno del 2020, soltanto due giorni dopo la lettera a Trump, Monsignor Viganò pubblica un Excursus sul Vaticano II e conseguenze;

Ora, il Concilio Vaticano II si è concluso nel dicembre del 1965, quindi sorge spontanea una domanda: perché Monsignor Viganò è stato zitto per 55 anni? Alla chiusura del Concilio aveva 24 anni, e si suppone fosse già studente in seminario.

Viganò fu ordinato sacerdote nel 1968, con il rituale antico, quindi iniziò il suo ministero celebrando la messa tridentina, perché il nuovo messale fu introdotto soltanto nel 1970. A differenza di molti giovani sacerdoti che non hanno mai conosciuto la Chiesa pre-conciliare, lui vide il cambio in prima persona, provò sulla sua pelle quella “demolizione del sacerdozio ministeriale” che oggi tanto deplora…

Come mai se n’è accorto solo adesso?

La stessa lettera abbozza qualche spiegazione: “Io sono stato uno dei tanti […] che hanno dato fiducia all’autorità della Gerarchia con un’obbedienza incondizionata” … “Molti, e io tra questi…” […] “Siamo stati tratti in errore per decenni, in buona fede” …

Ecco qui le parole chiave: “Uno dei tanti”; “Molti, e io tra questi”; “In buona fede”.

Ossia, come nella lettera a Trump, Viganò ribadisce che tanto che nella politica internazionale come nella Gerarchia Ecclesiastica: “I buoni, che sono in maggioranza […] sono ingannati da una minoranza di disonesti”.

Oggi alcuni sostengono che nel mondo moderno, a causa relativismo che ha sganciato la mente dal suo oggetto, ci sono uomini con buone intenzioni le cui menti però non funzionano bene, quindi scelgono il male senza saperlo. Nei suoi Sermoni sulla Venuta dell’Anticristo, San Vicente Ferrer ha profetizzato qualcosa di simile:

“L’Anticristo stregherà [i sapienti] usando gli argomenti più sottili, i ragionamenti più convincenti, per farli rimanere senza parole e incapaci di trovare risposte”;

Ma poi aggiunge:

“Non è difficile comprendere come questo sia possibile, poiché il diavolo tiene già le loro anime nelle catene del peccato”

Ovvero: la mente “in buona fede” può essere ingannata e manipolata da una filosofia tendenziosa, solo quando alla base c’era già una condizione di peccato, e questo coincide con la Sacra Scrittura quando dice che gli empi “soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato.

“Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le Sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché avendo conosciuto Dio, non l’hanno glorificato come Dio, né l’hanno ringraziato; ma s’invanirono nei loro ragionamenti e fu avvolto di tenebre il loro stolto cuore.” (Romani 1; 18-21)

Questo vale soprattutto per gli uomini di Chiesa, e San Vicente Ferrer, dice che “quanto maggiore sarà la loro sapienza, tanto più gravata sarà la loro coscienza se non la seguono”.

A La Salette la Madonna aveva detto che il castigo sarebbe arrivato a causa dei peccati dei sacerdoti e delle anime consacrate “che con la loro infedeltà e la loro cattiva vita, crocifiggevano di nuovo suo Figlio”, e che tra loro “non vi era più nessuno degno di offrire la Vittima senza macchia all’Eterno in favore del mondo”, perché “avendo trascurato la preghiera e la penitenza e il demonio aveva ottenebrato la loro intelligenza”.

In ogni caso la questione è capziosa e non è necessario conoscere quali fossero le vere intenzioni di Monsignor Viganò e del resto della gerarchia romana quando accettarono il Vaticano II, perché, come ha scritto il Papa Leone XIII nella Bolla Apostolicae Curae:

“La Chiesa non giudica la mente o l’intenzione, perché per sua natura è qualcosa di interiore; però in quanto sia manifestato esternamente, è obbligata a giudicare”.

Monsignor Viganò non si comporta come un cattolico, perché tesse il pubblico elogio di un peccatore pubblico e un eretico, e nella sua lettera al Presidente Trump veicola almeno due eresie:

  1. L’eresia antropocentrica già pronunciata in varie occasioni da Giovanni Paolo II per cui l’uomo si identifica con Cristo (“la stirpe della Donna”)
  2. L’eresia secondo cui i “buoni” sono in maggioranza di fronte a una minoranza di disonesti, mentre la Sacra Scrittura e la Chiesa hanno sempre affermato il contrario, essendo dottrina comune dei Padri che il numero dei salvati è piccolo.

Se non parla come un cattolico e non si comporta come un cattolico, allora non è un cattolico. La sua coscienza a noi non interessa, perché il giudizio spetta solo a Dio, però siamo obbligati a giudicare in base ai fatti, e questo vale sia per Viganò che per il resto della Gerarchia Romana:

Se si comportano come degli eretici e parlano come degli eretici, allora sono degli eretici, e la Sacra Scrittura comanda di non pregare per loro (né “in unione” con loro):

“Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; s’intende a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte: c’è infatti un peccato che conduce alla morte; per questo dico di non pregare.” (1 Giovanni; 16)

Nella denuncia di Viganò al Concilio Vaticano II, c’è qualcosa di inquietante: al di là delle critiche condivisibili (e condivide con entusiasmo da molti tradizionalisti cattolici), da qualche frase indiretta traspare una difesa nei confronti dei predecessori di Bergoglio, specialmente di Benedetto XVI. Come se la “deep Church” di cui Viganò parla nella lettera a Trump, fosse soltanto quella di Francesco. Citiamo qui alcuni passaggi:

“A rendere tangibile la separazione innaturale, anzi, direi perversa, tra Gerarchia e Chiesa, tra obbedienza e fedeltà è stato certamente quest’ultimo Pontificato”… (il che sottintende che prima, fino a Benedetto XVI, questa “separazione innaturale” non c’era, o per lo meno non era “tangibile”);

“Nella camera lacrimatoria adiacente la Sistina, mentre Mons. Guido Marini predisponeva il rocchetto, la mozzetta e la stola per la prima apparizione del ‘neoeletto’ Papa, Bergoglio esclamò: ‘Sono finite le carnevalate!’, ricusando con sdegno le insegne che tutti i Papi fino ad allora avevano umilmente accettato come distintive del Vicario di Cristo” … (“Tutti i papi fino ad allora”?… Ricordiamo a Monsignor Viganò che 13 novembre 1964, nella messa che celebrava la riapertura del Concilio Vaticano II, Paolo VI depose la tiara papale, il cosiddetto “triregno”, e che nessuno dei suoi successori l’ha più utilizzato);

“Il 13 Marzo 2013 cadeva la maschera dei congiurati, finalmente liberi della scomoda presenza di Benedetto XVI e sfrontatamente orgogliosi di esser finalmente riusciti ad promuovere un Cardinale che incarnasse i loro ideali”… (da cui si deduce che per Viganò Benedetto XVI non incarnava “gli ideali dei congiurati”; infatti subito dopo aggiunge che il Vaticano II è stato “indebolito proprio dalle criticità espresse dallo stesso Benedetto XVI”);

E ancora:

“E se fino a Benedetto XVI potevamo ancora immaginare che il colpo di stato del Vaticano II (che il cardinale Suenens definì il 1789 della Chiesa) avesse conosciuto un rallentamento…”

“E se Bergoglio non si atterrà alle indicazioni ricevute, schiere di teologi e chierici sono già pronte a lamentarsi della “solitudine di papa Francesco”, quale premessa per le sue dimissioni (…). D’altra parte non sarebbe la prima volta che costoro usano il Papa quando asseconda i loro piani, e se ne liberano o lo attaccano appena se ne discosta.” (con evidente riferimento alle dimissioni di Ratzinger).

Ricordiamo a Monsignor Viganò soltanto alcune esternazioni di quel Papa che a suo parere ha “rallentato” il “colpo di stato del Vaticano II”:

Nel suo libro Dio e il mondo (San Paolo Edizioni, 1 settembre 2001), Benedetto XVI ha affermato che gli ebrei hanno buone ragioni per credere che Cristo non è il Messia, e con un documento pubblicato il 20 aprile del 2007 ha ufficialmente abolito l’esistenza del limbo.

Nel libro Luce del mondo (Libreria Editrice Vaticana, novembre 2010) ha dichiarato che nel caso di “uomini che si prostituiscono” l’utilizzo del preservativo è “giustificato”, legittimando così con un’unica frase i contraccettivi, la prostituzione e l’omosessualità.

E ricordiamo anche quello che ha scritto Monsignor Lefebvre nel 1991 riguardo all’allora Cardinal Ratzinger (molto prima delle sue oscene esternazioni relative agli ebrei, al limbo e ai preservativi):

“Vi invito a leggere il corposo articolo di fondo pubblicato oggi su “Sì Sì No No” che parla del Cardinal Ratzinger. È spaventoso! Non so chi sia l’autore dell’articolo perché firmano sempre con degli pseudonimi; comunque l’articolo è ben documentato e conclude affermando che il Cardinale è un eretico.

“Il Cardinal Ratzinger è un eretico. Secondo questo articolo, non è solo che metta in discussione i decreti e le dichiarazioni dogmatiche, perché questo si può anche discutere: che un decreto sia infallibile oppure no, Quanta Cura, Pascendi Dominici Gregis, il Decreto Lamentabili, ecc.; si può discutere se sono infallibili, non è questo che è grave;

“La cosa veramente grave è che il Cardinal Ratzinger mette in discussione la realtà stessa del Magistero della Chiesa. Mette in dubbio che esista un Magistero permanente e definitivo della Chiesa. Questo non è possibile! Attacca la radice stessa dell’insegnamento della Chiesa. Non esiste più una verità permanente nella Chiesa, non esistono più le verità di fede con i conseguenti dogmi. Non ci sono più dogmi nella Chiesa. Questo è qualcosa di radicale! È evidente che si tratta di un eretico, non c’è dubbio. È qualcosa di orribile, ma è così”.

(Ultima conferenza spirituale di Mons. Lefebvre a Ecône, 8 e 9 febbraio 1991, citato in Consideración Teológica sobre la Sede Vacante del Padre Basilio Meramo)

Perché nell’ “affaire Viganò” c’è un altro elemento terribilmente inquietante, ed è l’esplicito accostamento della sua figura a quella di Monsignor Lefebvre; su certe pagine di tradizione cattolica sta addirittura circolando una foto in cui i due Arcivescovi sono schierati uno accanto all’altro come baluardi di fronte al concilio.

Tutto questo sembra un piano preparato a tavolino e veramente fa rabbrividire la sfrontatezza con cui di nuovo viene profanata la memoria DELL’UNICO VESCOVO CHE SI OPPOSE AL CONCILIO (appoggiato soltanto da Monsignor de Castro Mayer). Non è bastato manipolare i suoi scritti e censurarli: adesso hanno anche riesumato il suo corpo per fotografarlo sorridente accanto a Viganò, nella grottesca caricatura mediatica di una alleanza dissacratoria e anacronistica.

Non si può fare ameno di pensare alle parole della Madonna a La Salette:

“Si faranno risuscitare dei morti e dei giusti. (Cioè che questi morti assumeranno la fisionomia delle anime giuste che erano vissute sulla terra per meglio sedurre gli uomini; questi cosiddetti morti risuscitati, che poi non sono altro che il demonio in quelle sembianze, predicheranno un altro Vangelo contrario a quello del vero Gesù Cristo, negando l’esistenza del Cielo ed anche delle anime dei dannati. Tutte queste anime appariranno come unite al loro corpo). In ogni luogo vi saranno prodigi straordinari poiché, essendosi spenta la vera fede, la falsa luce rischiara il mondo”.

Quando Monsignor Lefebvre si oppose al Concilio, esisteva ancora la possibilità di un recupero, perché Roma conservava la successione apostolica: Monsignor de Castro Mayer sosteneva che il Papa eretico perdeva automaticamente il pontificato, ma che fino a quando la sua eresia non fosse diventata universalmente manifesta, rimaneva “papa putativo” con giurisdizione supplita da Cristo. Il Padre Basilio Meramo ha scritto in proposito:

“L’elezione di un altro Papa fedele alla Tradizione della Chiesa, può sempre darsi per mezzo dei cardinali nominati dal papa putativo (con giurisdizione supplita in vista del bene comune della Chiesa), o per mezzo del clero di Roma: poiché alla fine i cardinali eleggono il Vescovo di Roma (il Papa) perché hanno il titolo di parroci di Roma.

“La Sede Vacante non impedisce l’elezione di un altro Papa, come molti pensano, purché siano veri Vescovi: ma questo non vale per quelli consacrati con il nuovo rito, che non è valido perché la formula della consacrazione episcopale è stata totalmente cambiata”.

(Consideración Teológica sobre la Sede Vacante)

Sessant’anni dopo il concilio non esiste più la possibilità di un recupero, e le dichiarazioni di Monsignor Viganò, nel contesto di oggi, sono stucchevoli come un copione di teatro scritto male.

Il Padre Carl Pulvermacher aveva scritto: “Quando saranno scomparsi i sacerdoti validamente consacrati, permetteranno la celebrazione della Messa in latino”. Parafrasando la sua acuta affermazione, oggi noi potremmo dire: “Quando saranno scomparsi i Vescovi validamente consacrati, permetteranno di riesumare Lefebvre”.

Un Lefebvre posticcio, però, che conserva soltanto le insegne esteriori della sua autorità e che non parla come un apostolo di Cristo, perché “predica un altro Vangelo, contrario a quello del vero Gesù Cristo”, e per comprenderlo è sufficiente fare un confronto.

Nell’accorato sermone della sua ultima predica pubblica, l’Arcivescovo Marcel Lefebvre ha dichiarato che la “radice profonda della sovversione intellettuale e morale” in cui ci troviamo è soltanto il peccato:

Stipendia peccati mors (Romani 6; 23), il salario del peccato è la morte! […] Questa morte che sembra essere dappertutto…  la morte dell’intelligenza, la morte della volontà… la morte delle persone dappertutto… vediamo i giovani suicidarsi… vediamo la morte negli ospedali, che massacrano i bambini prima che vengano al mondo, a milioni… Tutto questo è stipendia peccati, il salario del peccato.

“Voi mi direte: ‘Monsignore, il peccato è sempre esistito! Dopo il peccato di Adamo ed Eva le conseguenze di questo peccato nel corso dei secoli sono sempre esistite… Non è soltanto oggi!’

“No, cari fratelli; ci sono delle circostanze particolari, dopo tutti questi secoli. Sì, è vero che il peccato esisteva e che sempre è esistito. Ma grazie alla Croce di Nostro Signore Gesù Cristo, grazie al Suo Regno […], attraverso la Chiesa, attraverso la società Cristiana, per molti secoli la cristianità ha evitato di legalizzare il peccato. […]

“Oggi invece ci sono degli uomini ispirati da Satana che hanno deciso di portare la negazione di Dio e la ribellione contro Dio nel fondo della nostra intelligenza e della nostra volontà. Sì, hanno deciso di mettere l’uomo in stato di peccato; non soltanto di “spingerlo” al peccato, ma di metterlo in uno stato e in una abitudine di peccato. Il peccato dello spirito: rifiutare l’essere, rifiutare tutte le dipendenze esterne… lasciare il pensiero al posto dell’essere… lasciare la coscienza al posto della legge.

“Questo è il rifiuto di Dio, è il peccato di satana […] Un distacco della volontà dalla legge di Dio […] La coscienza che regna, l’uomo che regna, con il suo pensiero e con la sua legge. E non più il pensiero di Dio e la legge di Dio.

“La dichiarazione dei diritti dell’uomo rappresenta questa ribellione, questa rivolta dell’uomo: ‘Io sono libero, io posso pensare quello che voglio, io posso fare quello che voglio. Ecco i miei diritti scritti nella carta dei diritti dell’uomo’ […] La conseguenza è stata che le stesse società civili hanno preso questa dichiarazione – che rappresenta i principi della rivolta contro Dio – e l’hanno messa nelle loro costituzioni, nelle loro legislazioni, legalizzando in questo modo lo stato di peccato dello spirito e della volontà”.

(Mgr. Marcel Lefebvre, sermone pronunciato a St. Nicolas du Chardonnet per la Festa di Cristo Re, il 28 di ottobre del 1990)

A differenza di Mons. Lefebvre, Viganò sostiene che i “figli della luce”, che rappresentano “la parte più cospicua dell’umanità”, sono “ostaggio dei malvagi”, ovvero: vittime innocenti di una minoranza occulta… Quando dai giorni del diluvio universale non esiste un tempo come il nostro, in cui l’intera umanità, senza eccezioni, si sia macchiata di peccati tanto atroci!

Così si compie la profezia di La Salette secondo cui questi “morti assumeranno la fisionomia delle anime giuste che erano vissute sulla terra” e “predicheranno un altro Vangelo, contrario a quello del vero Gesù Cristo”: perché secondo il VERO Vangelo L’UNICA VITTIMA INNOCENTE È CRISTO.

Il Vangelo dice che alla fine del mondo “sorgeranno falsi Cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti” (Matteo 24; 24): qualcuno ha paragonato addirittura Viganò e Trump ai due testimoni dell’Apocalisse; un protestante pluridivorziato e un prete eretico!

Giovanni Battista annunciava la venuta di Cristo predicando il battesimo di penitenza per la remissione dei peccati, mentre i falsi profeti dell’Anticristo predicano l’innocenza dell’uomo e il suo diritto a “levare la voce”.

Oggi nessuno fa più penitenza, e quel simulacro di Chiesa che occupa Roma ha persino abolito le celebrazioni pasquali; e ora che il mondo intero manifesta nelle piazze, rivendicando diritti e dignità, le parole del Battista tornano ad essere terribilmente attuali:

“Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira che vi sovrasta? Fate dunque frutti degni di penitenza, e non mettetevi a dire: – Noi abbiamo Abramo per padre -; perché io vi dico che Dio può da queste pietre medesime suscitare figli di Abramo. Oramai la scure è posta alla radice degli alberi. Ogni albero dunque che non da buon frutto, sarà tagliato e gettato nel fuoco”.

(Luca 3; 7 – 9)

Durante la crisi mondiale scatenata dalla “pandemia”, quelli che Viganò chiama “figli della luce” hanno iniziato a rivoltarsi come cani rabbiosi: spaccano le vetrine dei negozi, imbrattano le statue dei santi, e per le strade si sentono solo imprecazioni e bestemmie. Come se vivere fosse un diritto, quando è soltanto un dono di Dio.

Nelle case bloccate dal lockdown sono aumentate le violenze sulle donne e sui bambini, mentre la rete è piena di video casalinghi registrati per documentare lo scontento: rivendicazioni furiose, denunce, parole scurrili… Se questi sono i “figli della luce”, viene da chiedersi di quale “luce” siano figli.

La Madonna a La Salette ha detto che “essendosi spenta la vera fede, la falsa luce rischiara il mondo.” In questa “falsa luce” tutto è ribaltato, e abbiamo perso persino il buonsenso; per questo San Vicente Ferrer dice che “Il rimedio per questo stato di schiavitù è la fede che segue la semplice obbedienza e non le argomentazioni o i ragionamenti”:

“Le argomentazioni possono essere buone per rafforzare l’intelligenza ma non sono il vero fondamento della fede. Coloro la cui fede poggia sulla ragione la perderanno quando sentiranno i ragionamenti capziosi dell’Anticristo. Quelli che al contrario si affidano a una fede fondata sull’obbedienza risponderanno: ‘Via da me con i tuoi argomenti! Questi ragionamenti non sono il fondamento della mia fede’.”

A differenza dei “figli della luce” che levano la voce con furore dalle piazze e dagli smartphone, i martiri andavano al supplizio in silenzio. Perché quello che è greve è soltanto il peccato, e con Gesù è dolce anche la morte. Nella crisi terribile in cui ci troviamo, le parole di un vero apostolo di Cristo, un vero Vescovo, sono quelle pronunciate da San Paolo:

“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione o l’angoscia o la fame o la nudità, o il pericolo, o la persecuzione, o la spada? Proprio come sta scritto: ‘Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello’. Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per opera di colui che ci ha amato. Poiché io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né virtù, né cose attuali né future, né potestà, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù Signore Nostro.” (Romani 8; 35 – 39)

Il Padre Calmel ha scritto che “Il vero discepolo di Cristo è leggero come un uccello del cielo”; Mentre Giovanna d’Arco bruciava sul rogo, una colomba si levò tra le fiamme, e dopo che il fuoco si spense, il suo cuore fu trovato intatto tra le ceneri.

 

 

Una Risposta

  • Cara “Greta”, anche da un punto di vista profano mi sembra evidente che se siamo caduti tanto in basso ciò deve essere necessariamente accaduto con la complicità o la condiscendenza generale. Come Lei sottolinea, è sicuramente tempo di responsabilizzare le persone, non di scusarle in quanto vittime impotenti. Prevedibilmente, in questo si incontra una grande resistenza.
    Tuttavia nel marasma in cui ci troviamo possiamo solo seguire due strade: lottare da soli preoccupandoci esclusivamente della nostra anima, o cercare alleanze con chi sul piano pratico condivide la nostra lotta, seppure non abbracciando la stessa specifica fede. Mi sembra chiaro che Lei sceglie la prima strada, e, se lo fa con estrema coerenza, rifiuterà perfino di parlare con chi come me ha visioni diverse. Personalmente, non arrogandomi nessuna infallibilità metafisica, scelgo la seconda. Pur nella consapevolezza che la rovina è ormai troppo avanzata, preferisco allearmi con qualsiasi persona resista. Grazie della lettera ben scritta e argomentata.

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