Il ddl Zan va in vacanza. Che ci resti

Piano a salutarlo come un trionfo, perché non lo è. Tuttavia lo slittamento a settembre della discussione al Senato del ddl Zan costituisce una indubbia vittoria pro family sia perché, fino a poche settimane fa, i sostenitori della legge arcobaleno davano la pratica per chiusa – invece è ancora apertissima -, sia perché offre tempo prezioso per continuare a segnalare le criticità di un provvedimento che, semplicemente, ne ha una marea. Ripassiamo le dieci principali. Primo: si basa su una menzogna, ossia un’impennata di violenze di matrice omotransfobica che avrebbero luogo in Italia e di cui, a oggi, non c’è uno straccio di prova. Secondo: il ddl Zan presuppone un vuoto normativo di cui, pure qui, manca ogni evidenza. Terzo: come sottolineato anche da Mario Capanna, storico leader della sinistra radicale, aggiunge «reati non diritti».

Quarto: consegna a pm e giudici un impianto fumoso che, da una parte dilata l’arbitrio della magistratura, e, dall’altra, mina quella base dello stato di diritto secondo cui il cittadino deve poter sapere prima da quali condotte deve tenersi alla larga. Quinto: introduce concetti puramente ideologici, su tutti quell’«identità di genere» quale «percezione di sé» che, già antropologicamente – figurarsi sul piano giuridico – è devastante. Sesto: mette di mezzo i bambini, prevedendo iniziative ufficialmente contro le discriminazioni ma, di fatto, ad alto tasso ideologico in scuole «di ogni ordine e grado» (articolo 7). Settimo: prevedendo che iniziative arcobaleno debbano aver luogo in ogni istituto, si va a menomare il primato educativo delle famiglie, che devono rimaner libere di diffidare di concetti – primo su tutti l’«omofobia» – che, per quanto ormai di uso comune, continuano a presentare profili critici.

Ottavo: è pure di dubbia utilità, dato che nei Paesi che hanno introdotto norme simili le discriminazioni, anche a distanza di dieci anni, restano molte e in crescita. Nono: è contraddittorio, dato che all’articolo 10 chiama in causa l’Oscad – osservatorio incardinato presso il Viminale – per la «realizzazione di politiche per il contrasto della discriminazione», dimenticando che proprio di dati raccolti dal 2010 in poi dall’Oscad smentiscono l’esistenza di una emergenza che giustifichi il ricorso alla legge penale. Decimo: è una legge ipocrita, perché nella sua formulazione attuale chiama in causa la tutela della disabilità, ma però lo fa richiami tardivi (aggiunti con degli emendamenti alla Camera) e pure parziali (l’articolo 7, dedicato alle scuole, della disabilità non parla). Riassumendo, siamo davanti a un mostro giuridico, fatto e finito.

A meno che, ovvio, non si voglia dare ad un testo falso, pretestuoso, ideologico, contraddittorio e ipocrita un aggettivo riassuntivo e più cattivante. Auguri. Ma il punto, ora, non è quale qualifica dare al ddl Zan, bensì far capire al centrodestra che una simile norma più che corretta va cestinata. Per il semplice fatto che più che aggiungere tutele ne toglie; più che dare qualcosa alle persone con tendenze non eterosessuale, toglie tantissimo a tutti – in primis a chi condivide un’antropologia fondata sul diritto naturale – e, quel che è peggio, getta le basi per l’utero in affitto, le adozioni omogenitoriali e via di questo passo, come dichiarato in piazza a Milano da Marilena Grassadonia, esponente Lgbt che almeno ha il pregio dell’onestà intellettuale. Ora, urge forse una legge simile, tanto più in un Paese famigerato per averne già troppe? Pare proprio di no. Per cui, caro ddl Zan, buone vacanze. E ovunque tu vada, restaci.

DA

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