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La Contro-Rivoluzione nel ‘900: Benito Mussolini e Antonio Salazar  (Parte III)

 di Cristiano T. Gomes

Il Fascismo come “anti-Risorgimento”?

Esistono due saggi fondamentali, per comprendere la relazione tra Stato fascista e Cattolicesimo, ingiustamente trascurati dalla critica storiografica. Ci si riferisce a Nino Tripodi, “I patti lateranensi e il fascismo”, Cappelli Editore 1959 ed a quello del vaticanista G. Castelli, “La Chiesa e il fascismo”, L’Arnia 1951. Viceversa, nel corso dei decenni, ha prevalso un modello storiografico basato su testimonianze e fonti archivistiche le quali, interpretate soggettivamente ed ideologicamente, son state sistematicamente deviate per confermare la tesi preconcetta dello storico. Così si è verificato in particolare per quanto riguarda il concetto di “totalitarismo”, il quale nel dibattito politico e filosofico presente nel Regime fascista (sia si tratti della scuola di Rocco, sia di quella di Gentile), aveva un significato assolutamente antitetico a quello che lo storico contemporaneo Emilio Gentile intende dargli. Si è fatta valere l’arbitraria tesi storica posteriore, post factum, sull’evento politico, che dovrebbe essere unico oggetto di osservazione se si analizza un movimento od un regime politico. Lo stesso discorso andrebbe fatto per quanto riguarda la relazione tra Fascismo e storia italiana, il Risorgimento in particolare. In tal senso, gli studi del modernista Augusto del Noce sono stati considerati in Italia una sorta di passe partout e dunque si è imposto un modello ermeneutico che dipinge il Fascismo come un movimento laicista, continuatore del Risorgimento, antimassonico e “cattolico” per sbaglio o per mero opportunismo.

In realtà, se Mussolini ammira taluni aspetti dell’attualismo gentiliano, quali un certo spiritualismo ed una visione dinamica dello sforzo individuale che punta all’affrancamento dalla prigionia del materialismo, allo stesso modo proprio “La dottrina del fascismo” scritta in collaborazione con il filosofo, permette al Duce di presentare la dottrina del fascismo come qualcosa di assolutamente diverso rispetto all’idealismo italiano di derivazione germanica. E nel caso specifico, non a caso, Mussolini intende richiamare il Gentile alle critiche direttamente mossegli da Pio XI. Né andrebbero al riguardo trascurati gli studi di R. Moro (“La formazione della classe dirigente cattolica”, Il Mulino 1979), quelli di Mangoni o il recente “Idealisti all’Indice” di Verucci, secondo i quali l’incontro politico tra il fascismo e la Chiesa è stato un incontro inevitabile, affondando le sue radici dottrinarie nell’enciclica antimodernista scritta da San Pio X e pubblicata l’8 settembre 1907: “Pascendi dominici Gregis”. Se Del Noce afferma che il fascismo nasce con “La filosofia di Marx” di Giovanni Gentile (1899), in verità si può più concretamente dire che il fascismo nascerebbe con la “Pascendi” di San Pio X del 1907 ed il suo conflitto di civiltà con massoneria, supercapitalismo finanziario e comunismo, finalizzato alla instaurazione di uno Stato Corporativista, potrebbe esserne buon testimone. Ed in effetti, dopo il Concordato, la generale posizione dell’idealismo attuale in seno al Regime perde peso, come sembra indicare il VII Congresso di filosofia (27-29 maggio 1929) – secondo il citato Verucci una vittoria ufficiale dei cattolici seguaci della neoscolastica sull’idealismo soggettivista -, come indicano taluni periodi cattolici negli anni ’30, come ad esempio l’importante “Studium”, i quali sostengono in vari articoli che se dalla seconda metà dell’Ottocento il contributo cattolico alla filosofia italiano era scomparso a causa del trionfo del positivismo, dopo l’affermazione fascista la filosofia cattolica riemerge radicalmente, sconfiggendo sia l’idealismo, sia il positivismo. Venivano citati come esempi di filosofia cattolica Varisco, Orestano, Tarozzi, Aliotta, Guzzo, Carlini e Sciacca.Arriviamo ora al punto. Si autorappresenta effettivamente il Fascismo come un “Neo-Risorgimento”, come vogliono le correnti laiciste e gentiliane e come si è a lungo creduto anche a livello filosofico e storiografico? “Risorgimento in camicia nera”  (Edizioni Carocci 2006), ottimo e dettagliato studio, pur non fornendo definitive risposte al quesito, permette di comprendere come la questione sia assai controversa, con voci benevole ma anche con molteplici voci critiche, nel regime, verso l’eredità ideologica risorgimentale.

Occorre dunque ben osservare i fatti storico-politici. C’è in proposito un discorso molto realista di Alfredo Rocco incentrato proprio sul rapporto tra Stato fascista e ideologia risorgimentale; il fascismo punta evidentemente all’unificazione delle varie anime storiche del Paese, scisse proprio dal Risorgimento. Osservando però, appunto, la pratica politica, il Regime fascista è il primo e unico regime della storia italiana che contravviene pesantemente, per quanto non totalmente, all’eredità risorgimentale. Le correnti della Destra Contro-Rivoluzionaria fascista finiscono, riguardo la questione risorgimentale, per riconoscersi nella versione di C. Costamagna, originariamente idealista, poi stretto collaboratore di A. Rocco ai fini dell’ampliamento dello Stato corporativo. Secondo il Costamagna, fustigatore del modernismo e della civiltà tecnologica-razionalista, ateista o laica e meccanicistica, (“Storia e dottrina del fascismo”, UTET 1938, p. 89) sotto la seducente e, in apparenza bonaria, versione che presenta il Fascismo come uno sviluppo e una prosecuzione del Risorgimento si tenta in definitiva di espropriare il fascismo della sua più profonda essenza, che sarebbe appunto anti-modernista. Il Costamagna non nega il dato di fatto dell’unità nazionale, non vuole riportare indietro le lancette della storia ma nega recisamente la visione liberale e materialista dell’uomo dei protagonisti del Risorgimento (Ibidem). Si consideri poi che i vari moti rivoluzionari hanno ovunque distrutto l’ordine cetuale corporativo per imporre il dominio del supercapitalismo. Emblematica in tal senso la legge Le Chapelier (14 luglio 1791) che gli stessi bonapartisti si guardano bene dal contrastare con misure concretamente neo-corporative. Del resto, tornando al Concordato, questo non ripristina alcuna pedagogia cattolica retrograda, come sostengono taluni esponenti del regime, orientati in senso anticlericale o idealista. Esso, con l’articolo 36, si limita a ordinare “l’insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica” nelle scuole elementari e medie, in base a programmi che la Santa Sede non predispone da sola, bensì conforma ai precetti dello Stato fascista ed impartisce per mezzo di docenti nominati con l’assenso di quest’ultimo.

Scrive Tripodi (“I patti lateranensi e il fascismo”, p. 175) che in base alla pedagogia fascista la Tradizione spirituale italiana è di nuovo rischiarata di luce cristiana e cattolica, dopo decenni di dominante strategia massonica ed anticattolica. In più parti della loro minuziosa ricerca, sia il Tripodi sia il Castelli portano con precise citazioni conferme delle minacce che la Massoneria mondiale (di stanza a New York ed a Parigi) arrecò al Duce ove avesse veramente voluto portare a definitiva soluzione la Questione romana. Il Tripodi, che durante il Regime è esegeta di primo piano della “dottrina fascista” ed autore di un poderoso saggio sulla filosofia di Vico, ben sottolinea (p. 142) che Pio XI e Mussolini raggiungono il poderoso equilibrio della reciproca funzionalità dei due atti (Trattato e Concordato) nel momento in cui vengono stipulati, mentre è da escludersi, secondo il Nostro, che in punto di principio possa trovare sanzione la subordinazione o l’autonomia tra di essi. Il rapporto tra le parti è di natura politica, non giuridica. Non vi è calcolo politico in Mussolini: quest’ultimo non arriva al Concordato come Napoleone, ma ricerca questa pacificazione politica e religiosa  sin dai primi anni Venti e del resto dichiara già nel 1922 che “la forza, il prestigio, il fascino millenario e durativo del cattolicesimo stanno appunto nel fatto che il cattolicesimo non è la religione di una data Nazione e di una data razza, ma è la Religione di tutti i popoli e di tutte le razze”. Se il fascismo non poteva cancellare il Risorgimento, specifica il Tripodi (p. 39), ne cancella però le ideologie portanti, caratterizzate dal fanatismo anticattolico di taglio illuministico e razionalistico. Il Nostro cita prima Orano (p. 38) che parla alla Camera (3 maggio 1929) di fascismo senza precursori risorgimentali;  poi Arnaldo Mussolini, che se rettifica parzialmente Orano, rimane comunque assai critico verso lo svolgimento rivoluzionario risorgimentale.

Arnaldo Mussolini, estimatore dell’etica del sacrifizio mazziniana, ascoltato consigliatore del fratello Benito, non sembra però conoscere altro nazionalismo italiano che quello che realizzi la primazia dei valori spirituali romano-cattolici, perché a questi rimanda “l’anima viva del popolo”. Accenti e impulsi antitetici all’attualismo laicista. Non è qui chiaramente in discussione l’uomo Giovanni Gentile, pensatore di autentica coerenza, ma il suo laicismo afascista e modernista, che si riconnette appunto al neo-protestantesimo risorgimentale (rosminianesimo, poligonia relativista del Gioberti) oltre che al democraticismo borghese e al panteismo del Mazzini. Mussolini, operando come Statista, svolge chiaramente una funzione di mediatore tra le diverse anime del Fascismo. Pare comunque spostarsi, anche in tal caso, più sull’orizzonte della Destra Contro-Rivoluzionaria, antiborghese ed antimassonica, che su quello rivoluzionario mazziniano o garibaldino o su quello agnostico ed indifferentista giolittiano. Lo Statista fascista abolisce infatti la festività massonica e liberale del 20 settembre, sostituendola con il giorno della celebrazione dell’accordo tra Chiesa romana e Stato fascista. Consideriamo anche che il testo del Codice penale redatto da Rocco, che sbarra la strada al liberalismo illuministico ed agnostico raccoglie, non a caso, il plauso diretto della S. Sede. E nel corso del Ventennio, come mostrano studi specifici sulla formazione dei giovani, particolarmente nel mondo rurale, la pedagogia fascista si avvale senza soluzione di continuità della dottrina cristiana (cfr ad esempio il più recente studio in tal senso: L. Orlandini, “Fuori i barbari”, Pontegobbo 2016). Giustamente, in un testo dove non mancano comunque imprecisioni (“La Chiesa e il fascismo”, Einaudi 1973), Miccoli sostiene che il fascismo operando in senso Contro-Rivoluzionario sia rispetto alla Rivoluzione dell’89 sia al Risorgimento, incontra il sostanziale consenso, sia di Pio XI, sia di Pio XII.

Inoltre, ne “La dottrina del fascismo” Mazzini e Garibaldi vengono citati una sola volta (II, 8), ma niente affatto come precursori. Il Risorgimento si pone storicamente come continuatore del protestantesimo e, nonostante le varie sottigliezze ideologiche ed i vari motivi di autonomia ideologica nazionale, del giacobinismo francese e aveva individuato nel cattolicesimo romano il principale nemico politico, sviluppando una teoria filosofica politica utilitaristica anglosassone (Cavour), o naturalistica panteista (Mazzini) o un vago sansimonismo (Garibaldi), legittimando la prassi della persecuzione anticristiana, “La dottrina del fascismo” afferma invece che (I, 2) “Il mondo per il fascismo non è questo mondo materiale che appare alla superficie, in cui l’uomo è un individuo separato da tutti gli altri e per sé stante, ed è governato da una legge naturale, che istintivamente lo trae a vivere una vita di piacere egoistico e momentaneo. L’uomo del fascismo è individuo che è nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una tradizione e in una missione, che sopprime l’istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo e di spazio: una vita in cui l’individuo, attraverso l’abnegazione di sé, il sacrifizio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza quell’esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo” e più avanti precisa (II, 13) che “lo Stato fascista, a differenza del laicismo, non è indifferente di fronte al fatto religioso, ma protegge il Cattolicesimo, rispettando ed innalzando il Dio cristiano degli asceti, dei santi, degli eroi ed anche il Dio pregato dal cuore ingenuo e primitivo del popolo”. Con la definitiva legittimazione della missione imperiale fascista, romano-cattolica, si potrebbe addirittura parlare di una definitiva scissione storica, geopolitica, spirituale dal predisposto retroterra fondamentale di ideologia risorgimentale da parte di Mussolini Contro-Rivoluzionario.

L’imperialismo fascista viene infatti considerato dalla stampa missionaria, da quella devozionale, dal cinema e dal teatro cattolici, come una “crociata missionaria cattolica” (L. Ceci, L’interesse superiore. Il Vaticano e l’Italia di Mussolini, Laterza 2013, p. 185). In tal senso, Mussolini metamorfosa, nella contesa politica del ‘900, il principio giobertiano espresso nel saggio “Del Primato morale e civile degli Italiani” (1843). In questo saggio, che sarà poi sostanzialmente rinnegato dal Gioberti, si identifica l’anima viva del popolo italiano nella Tradizione cattolica e si attribuisce alla Chiesa l’indubbio merito storico e politico di aver legittimato la superiorità spirituale e morale dell’Italia nella civiltà. Il progetto giobertiano per l’unificazione è nel 1843 di natura “neo-guelfa”, mentre come specificato, la visione politica religiosa mussoliniana è semmai “neo-costantiniana” (come quella dei cattolici integrali), antiguelfa ed antighibellina, ma tale posizione giobertiana è assai interessante, molto più del successivo “Del Rinnovamento civile d’Italia” (1849), opera fondata su principi liberali e rivoluzionari. Mussolini in diversi casi si occupa del pensiero giobertiano ne “Il popolo d’Italia” (1934). Infine, sempre rimanendo sul terreno dei fatti politici e storici, e non vagando nelle astrazioni, la distanza politica e dottrinaria di Mussolini ai protagonisti del Risorgimento non può non risaltare se si pensa che Garibaldi, nel suo intervento al Christal Palace, rievocando la spedizione del 1860 nel Regno delle Due Sicilie, afferma che “il popolo inglese ci ha assistito nella nostra guerra nel Sud Italia. Se tale non fosse stato il loro contegno, noi saremmo ancora sotto il giogo dei Borboni di Napoli. Se non fosse stato per l’Ammiraglio Mundy, non mi sarebbe mai stato permesso di passare lo stretto di Messina”. Ed ancora, in più parti delle sue opere, attacca l’educazione cattolica come il peggiore dei mali esistenti, celebra continuamente la cosiddetta “libertà di coscienza” come il trionfo del pensiero moderno rivoluzionario sull’idea di Dio, che è finalmente sul punto di esser abbattuta. In pratica, se nel momento delle scelte definitive, Mussolini sceglie comunque Roma e la lotta alla plutocrazia, pur sapendo che è la via più difficile, ma è quella autenticamente “romana” ed italiana, i protagonisti del Risorgimento, pur di abbattere Roma, si alleano con l’ateismo, con il protestantesimo e con la plutocrazia.

Antonio Salazar: una brevissima biografia politica

Prima di introdurre lo Estado Novo lusitano, si sintetizza brevissimamente la storia politica del Salazar.

Antonio de Oliveira Salazar nasce nel villaggio di Vimieiro, a Santa Comba Dao, una provincia dell’entroterra del Portogallo centrosettentrionale, il 28 aprile 1889 da una famiglia di contadini, estremamente devota. Il 5 ottobre 1910 il Portogallo è investito da una rivoluzione repubblicana massonica. Nel 1908 Carlo I era già stato assassinato nella piazza principale di Lisbona, insieme a suo figlio, il principe ereditario e nel 1910 il successore, Emanuele II, deve fuggire assieme alla famiglia. Il giovane Antonio Salazar nel frattempo va a studiare nel seminario di Viseu. Il 1910 il Nostro lascia il seminario per andare a studiare Diritto a Coimbra e qui divide un appartamento con Manuel Goncalves Cerejeira, che diventerà cardinale patriarca di Lisbona quando Antonio Salazar sarà Presidente del Consiglio del Nuovo Stato Lusitano. Il Portogallo non conosce che torbidi ed insurrezioni sino al 28 maggio 1926, quando la sollevazione militare mette fine ai vari regimi liberali che si erano susseguiti. Se si eccettua l’avventura del “prestigioso Caudillo” Sidonio Pais (1918), dal 1910 al 1926 si succedono infatti ben 45 Governi! Salazar, in quel contesto, oltre alla laurea in Diritto e a un corso di specializzazione in Economia Politica, può vantare una attiva militanza in ambienti cattolico-integrali portoghesi. Lo segna in modo particolare quella nel CCP (Centro Cattolico Portoghese) e lo studio del nazionalismo contro-rivoluzionario di scuola francese. Dal 1928 inizia a dare il suo contributo alla Repubblica scaturita dal 28 maggio, prima come ministro delle finanze (risanando l’economia da una situazione catastrofica), quindi come Primo ministro (dal 5 luglio 1932 in avanti). Le tre principali fonti della dottrina filosofica-politica salazariana sono il Cattolicesimo sociale controrivoluzionario, il nazionalismo integrale maurassiano ed il Corporativismo fascista.

Dalla testimonianza del medico che lo visita dopo il decesso (28 luglio 1970) risulta il suo stato di verginità, coerente conseguenza di un voto sacro fatto molti decenni prima, quando studiava in seminario. Varie testimonianze attribuiscono al Nostro, comunque, una relazione di intenso amore platonico con la scrittrice francese Christine Garnier. Quest’ultima dà alle stampe nel 1952 un saggio molto interessante, “Fèrias con Salazar”. Come emerge dall’opera, il Presidente lusitano le rivela la devozione per la Francia Contro-Rivoluzionaria (Lisboa 2002, p. 140):

“Cosa c’è di più bello della Francia, creatrice di pura emozione….? Non può immaginare sino a che punto gli stranieri, abituati ad ammirare la Francia e formati dal calore della sua cultura, si sentano feriti dalle varie amputazioni che il vostro paese si fece, come nel caso di Pètain e Maurras”.

Salazar fu sempre di natura solitaria ed estremamente malinconica. L’immagine più realista che su di lui ci è stata tramandata è che governò cristianamente il popolo portoghese per decenni, come fosse occultato nella cella di un monaco e da lì riuscisse a vedere tutto.

Parte I http://www.agerecontra.it/?p=29989

ParteII http://www.agerecontra.it/?p=30014